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di Antonella Sabia

 

 

 

 

L’Arcivescovo di Potenza, mons. Ligorio, continua il suo pellegrinaggio sinodale pre-natalizio tra i soggetti che animano la società di Basilicata. E dopo aver incontrato gli imprenditori, giovedì scorso ha incontrato i sindacati, ricevuto dai segretari regionali di CGIL,CISL e UIL.

L’incontro è stato fortemente voluto dall’Arcivescovo, non solo per porgere personalmente gli auguri natalizi ai rappresentanti dei lavoratori, ma soprattutto per consegnare un messaggio di fiducia e di speranza da parte di tutta la Chiesa locale al mondo del lavoro lucano attraversato da mille difficoltà.

Mons. Ligorio ha già avuto modo nei giorni scorsi di denunciare l’aumento della povertà in diocesi, la solitudine degli anziani e la piaga dell’emigrazione giovanile che depaupera il mezzogiorno di quanto più necessario per crescere, oltre alla condizione delle donne praticamente ancora ai margini del mercato del lavoro.

Per parlare di tutto questo, Monsignore ha incontrato anche noi di Controsenso Basilicata.

d: Pochi giorni ci separano dalla fine dell’anno, questo 2022 possiamo considerarlo un anno di ripresa e ripartenza?

r: Mi viene in mente uno spartito musicale, dove insieme a tutte le note, ce n’è una chiamata “pausa” che termina con un andante precedente, è una fermata, una sosta per ripartire di balzo. Vorrei così paragonarlo quest’anno, dopo la pandemia che ci ha costretti ad una pausa non indifferente sotto tutti gli aspetti e crea adesso un anno di transizione. La speranza ce la dobbiamo portare sempre dentro di noi, non muore mai, con un balzo in avanti vediamo che un’alba nuova di speranza appare all’orizzonte. C’è bisogno però anche di impegno, di progettazione, capacità di saper lavorare in rete e per fare tutto questo bisogna rimboccarsi le maniche, e farci illuminare la nostra mente e il nostro cuore ad amare questa regione che ha le sue ricchezze, le sue potenzialità, ma soprattutto ha bisogno di progettualità saggia e profetica.

d: Prima la pandemia, oggi anche la guerra che seppur non ci tocca così da vicino fa parte della nostra quotidianità: ognuno di noi, questi anni li ha vissuti legati ad un senso profondo di speranza, come diceva lei, ma quando tutto questo finirà saremo più uniti o più soli?

r: Io parlo di una speranza fattiva e concreta, incarnata nel vissuto. Mi preoccupa però un dato, 600 nati in meno nella Regione, rispetto all’anno precedente. Ricordiamo poi anche quanti giovani emigrano, e questa è un’altra riflessione importante che bisogna fare, soprattutto per quei ragazzi che sono preparati culturalmente,che hanno affrontato grandi spese per formarsi, come una primavera in cui ci si prepara a raccogliere il frutto, ma arriva l’autunno e spazza tutto via, così i giovani vanno via. C’è da fare davvero una riflessione profonda, bisogna tornare a sottolineare che la nostra regione Basilicata ha tanto da poter offrire e donare. Pensiamo a tutte le aziende che ci sono nella Val d’Agri, dove effettivamente ci sono richieste di manovalanza nella regione, mentre per le posizioni dirigenziali si rivolgono altrove. Non è possibile quindi cominciare a pensare a qualche scuola per formare quelle intelligenze che non mancano alla Basilicata?I nostri giovani quando escono fuori si affermano a livello nazionale e internazionale.

d: Cosa bisognerebbe fare per trattenerli? E chi dovrebbe fare qualcosa?

r: Dico innanzitutto che tutti dobbiamo sentirci responsabili, sono convinto che i giovani stessi amano questa terra, aldilà poi delle scelte di libertà che ognuno di loro affronta, ma in questo caso spesso diventa una costrizione andar via perché non hanno un’opportunità, e quindi non è possibile parlare di giustizia. Tutti quindi dobbiamo sentirci responsabili, nelle istituzioni poi, nel momento in cui ci si propone per assumersi delle responsabilità e viene accolto un incarico, ci devono anche essere delle conseguenze adeguate al tipo di ruolo che si va ad occupare, perché si è avuta la fiducia di un popolo.E poi sarebbe necessario superare l’individualismo, una radice difficile da scardinare quando in realtà è proprio questa l’espressione più grande che bisogna ricercare nelle azioni umane e sociali di un popolo che ritrova se stesso.

d: Purtroppo, sempre la pandemia, ha creato un solco profondissimo tra le famiglie già in condizioni di povertà, a cui si sono aggiunti “nuovi poveri”, tra quelli che magari un lavoro ce l’hanno ma non riescono comunque ad affrontare le spese di tutti i giorni.

r: Proprio qualche giorno fa è stato presentato il report della Caritas, invito tutti a rileggerlo perché potrebbe diventare quasi come un esame di coscienza che ci dobbiamo fare tutti. Si sono diversificate persino le povertà, quelli che erano molto poveri, sono rimasti tali, anzi hanno affrontato nuove problematiche, impoverendosi fino alla miseria poiché a volte mancano proprio le necessità prioritarie. Anche il ceto medio, inteso come famiglie monoreddito, oggi con difficoltà riesce a supportare tutte le spese quotidiane, perciò questa è una riflessione che ci deve portare a comprendere che è necessaria una progettazione chiara; non possiamo continuare a vivere con questi contributi a pioggia, bisognerebbe sfruttare al meglio questo PNRR, trovando delle giuste modalità. A volte mi fermo a riflettere sulla città di Matera che ha avuto questo slancio di fortuna, attraverso il loro spirito intraprendente, ma tutta la regione deve essere trainata perché, a concorrere con Matera ci siamo anche tutti noi altri.

d: Tra qualche giorno è Natale, oltre al significato religioso, è in questa festività che le famiglie si ritrovano, oggi che sembrano essere più che mai disunite.

r: Il Natale è una festa che va celebrata, ma prima di tutto è il Natale di Gesù, il mistero del figlio di Dio che si fa uomo, che incarna l’umanità e si fa carico delle nostre vite, della mia, della tua, di ognuno di noi…ci potrebbe essere cosa più grande di questa? È la riflessione che il credente deve approfondire, così il cercatore di Dio trova un punto di riferimento solido e di equilibrio nella sua vita. Prendere consapevolezza dell’immagine del profeta Isaia, quando parla di un popolo che cammina nelle tenebre, e poi trova la luce. Così vedo l’attualità di oggi, tra pandemia, guerra, situazione di disoccupazione, immigrazione, il popolo sente questo bisogno di speranza. Se io entro in una stanza buia, la prima cosa che cerco è ovviamente l’interruttore, perché ho bisogno della luce, è un desiderio innato nell’uomo, così come un popolo che cammina nelle tenebre, ha bisogno di ritrovare la strada. Dio quindi si è incarnato nell’uomo per ridare speranza e fiducia, questo Dio è l’Emanuele, Dio che incarna l’umanità. Diamo quindi questa spinta ai giovani e questa speranza potrà essere viva per loro e per l’intera regione.

d: Eccellenza, il suo augurio di speranza per l’anno che verrà, per i nostri lettori e per tutti i Lucani.

r: Innanzitutto, di accogliere queste riflessioni brevi che abbiamo fatto, anche leggendo qualche riga che rimanga ferma, perché l’uomo non può rimanere nello stato in cui si trova, certamente un passo in avanti bisogna farlo, ma dipende anche dalla corresponsabilità con la quale prendo in mano la mia vita, guardo verso questa luce e mi incammino. Qualcosa sicuramente avverrà, bisogna avere fiducia. Non temete, coraggio.

 

 

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Nonostante il capello sale e pepe, Nicola Massimo Morea, quarantacinquenne primo cittadino di Irsina (provincia di Matera) ha un viso giovanile, con alcuni tratti (tipo di occhiali compresi) che lo rendono somigliante (solo vagamente, appunta lui), al collega di San Costantino Albanese, Iannibelli. Il Primo Cittadino, al secondo round di un mandato al quale –ci spiega- in pochi ci credevano inizialmente, lavora come legale presso l’Asm, e quando lo incontriamo all’Art Restaurant, è fresco reduce di un paio di riunioni e sul procinto di farne un altro paio.

«Irsina è un comune grande per estensione territoriale, il secondo della Basilicata e il cinquantanovesimo d’Italia con una popolazione attuale di quattromilacinquecento abitanti, che ha raggiunto il picco, con circa dodicimila residenti, intorno agli anni ‘60».

d: ...Quattromilacinquecento abitanti tutti sulle sue spalle?

r: (Sorride) Nei comuni il sindaco è il punto di riferimento per tutta la comunità, si sente sia il peso dei successi sia quello dei bisogni dei cittadini, che hanno un riferimento in via esclusiva. Mi diverte pensare che nei comuni, ancora oggi, il sindaco, il parroco, il medico e il maresciallo dei Carabinieri siano le figure di riferimento. Un vecchio mondo che va preservato.

d: Secondo lei la politica deve prendere esempio dai sindaci, recuperando il contatto diretto con i cittadini?

r: Assolutamente sì, serve stare per le strade e tra la gente, ritornare al rapporto diretto. Insomma, occorre pensare ai borghi come a degli scrigni pieni di oggetti da custodire e non come a delle realtà da abbandonare fino a morte naturale.

d: Lei in questi giorni ha avuto modo di partecipare a numerose riunioni, come quella di ieri sera (mercoledì per chi legge) in Regione, a proposito del ridisegno della sanità territoriale. A che punto è? Cosa convince voi sindaci e cosa no?

r: Ci aspetta una stagione importante con il PNRR, tra l’ospedale di comunità e le case di cura per una maggiore prossimità delle prestazioni sanitarie ai cittadini. Quello che non ci convince, in realtà, è il disegno che prevede la riduzione dei Presidi sanitari sul territorio, dunque una mortificazione delle nostre realtà territoriali, e siccome già ci siamo passati con il DM 70, con gli ospedali che hanno subito una brusca riduzione delle prestazioni, a tutto vantaggio delle altre regioni, con la mobilità extra-regionale dei nostri corregionali, direi che non possiamo certo permetterci di ripetere questo errore. Nel pomeriggio (mercoledì, ndr) elaboreremo una proposta per salvare il distretto di Tricarico, l’unica struttura che non diventerà Ospedale di comunità, quindi dovrà mantenere la sua funzione per il territorio. Nel 2023 ricorrerà il centenario dalla morte di Scotellaro, fondatore dello stesso nosocomio insieme a Monsignor Delle Nocche, dunque direi che è questo un segnale importante.

d:...Che percentuale si dà di riuscire nell’intento?

r: Abbiamo rappresentato alla Regione le nostre esigenze, dunque pretendiamo che ci sia il rispetto delle nostre comunità.

d: E in merito al direttivo ANCI che si è svolto in settimana cosa può dirci?

Esamineremo il documento sulla sanità territoriale del quale le ho parlato poc’anzi, con eventuali proposte da trasmettere.

d: Ogni giorno, sui giornali, su una pagina c’è un articolo dedicato alla crisi della sanità privata, e sulla pagina a fianco un altro articolo sulle difficoltà della sanità pubblica. Lei è avvocato e lavora al Madonna delle Grazie: che momento vive la Sanità lucana?

r: Un momento orribile. C’è un problema di attrattività delle strutture e una carenza, mai registrata finora, di medici. Con il famigerato DM 70 c’è stata una drastica riduzione delle attività specialistiche, pertanto anche il Madonna delle Grazie ha finito per perdere il suo appeal. Il problema reale è che quegli stessi pazienti non sono stati dirottati all’Ospedale San Carlo, bensì alla vicina Puglia, con un danno enorme per l’intera Regione. È indispensabile un piano sanitario regionale che indichi una strada, così si va avanti mettendo soltanto delle toppe.

d: Bisogna intervenire con il bisturi o con una terapia a lungo termine?

r: Con il bisturi, per drenare una situazione grave. Bisogna intervenire ora per progettare la sanità pubblica da qui ai prossimi venti anni, altrimenti moriremo di morte naturale.

d: Stamane (sempre mercoledì per chi legge) c’era una riunione in merito ai fondi FESR

r: Sono stato invitato, come comune di Irsina, a presentare una relazione in merito ad un progetto su una scuola Media realizzato quasi in tempi record e, pertanto, segnalato come meritorio.

d: Dunque non sono i classici soldi che tornano indietro?

r: Cerchiamo di non mandare indietro nemmeno un centesimo.

d: Qual è una delle pratiche che sta più in cima alla sua scrivania?

r: Stiamo facendo da anni un lavoro importantissimo sul centro storico di Montepeloso, che ha visto un recupero importante, finanche con l’acquisto di immobili da parte di novanta famiglie straniere che hanno deciso di trasferirsi nella nostra città. Il centro storico di Irsina è uno dei borghi più belli d’Italia, una realtà che custodisce gioielli inestimabili come la statua di Santa Eufemia in Cattedrale, una cripta del Trecento e un sistema di acquedotti sotterranei. Insomma, c’è la possibilità di puntare sul legame cultura e turismo, e noi lo stiamo facendo.

d: Molti sindaci, non ultimo quello di Garaguso, hanno lamentato il fatto di sentirsi spesso soli, o per meglio dire, avvertono un certo scollamento rispetto alle istituzioni superiori, Provincia o Regione.

r: Si potrebbe fare molto di più, il dialogo c’è e ci sono anche le risorse economiche, tuttavia bisognerebbe creare una rete del territorio. Io mi diverto sempre a raccontare che noi di Irsina viviamo lungo la via del Bradano, da Melfi fino a Metaponto, da Federico II a Pitagora, dal castello di Miglionico a Matera, dunque è già un distretto turistico a tutti gli effetti. Abbiamo un patrimonio che può e deve essere venduto, dunque è necessario un collegamento tra Enti pubblici e privati per realizzare un indotto turistico importante.

d: Collaborate anche con la Puglia? Glielo chiedo perché in molti ritengono che dell’operazione Matera 2019 ne abbia beneficiato soprattutto la Puglia stessa.

r: Le dinamiche sono frequenti e i contatti assidui, compresa la voglia di lavorare insieme. La Puglia è una regione che, innegabilmente, ha degli aspetti che la pongono in vantaggio rispetto a noi, specialmente per numero di abitanti e densità territoriale, tuttavia si può e si deve collaborare.

d: Qual è l’errore da non commettere in questo momento in cui di soldi ce ne sono?

r: Buttare via soldi in progetti senza prospettive. Serve uno scambio a tutti i livelli. Occorre programmare in maniera seria, anche collaborando con i privati.

d: Bisogna anche tenere d’occhio gli appetiti illeciti…

r: E infatti noi abbiamo sottoscritto un protocollo con la Provincia di Matera che va ad elevare il livello di protezione nella fase dell’esecuzione delle gare di appalto.

d: Cosa direbbe al Presidente della Regione se potesse prenderlo sotto braccio?

r: Gli direi di girare di più per la nostra Regione e di vedere i sindaci come alleati e non rivali. Ci sono iniziative meritorie come il bonus gas, ma è solo una goccia d’acqua nel deserto.

d: C’è un detto irsinese che si può adattare alla situazione appena descritta?

r: Non so se si adatta al momento della Basilicata, ma mi piace spesso citare: “A Montplos (vecchio nome di Irsina) nun c’ scenn’ si nun sai l’ cos, prché t fac’ lu prtus”, tradotto: a Irsina non andare se non conosci i suoi costumi...perchè sennò ti fanno il "pertuso".

d: E' un avvertimento?

r: (Risate) No, no, è solo per dire il carattere di noi irsinesi.

d: La canzone che la rappresenta?

r: “Paese mio che stai sulla collina”, mi risuonava in testa, quando, da studente universitario prendevo l'autobus "Marino" alla volta di Milano.

d: Il film?

r: “Del perduto amore”, un bel film girato ad Irsina di Michele Placido che non ha avuto il successo che meritava.

d: Il libro?

r: Dovrei scegliere tra Scotellaro e Foscolo, due autori italiani che hanno contribuito alla mia formazione sociale.

d: Tra cent’anni scoprono una targa a suo nome ad Irsina, cosa vorrebbe fosse scritto?

r: «Lavoro, amore e sacrificio a difesa del suo territorio».

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di Antonella Sabia

 

 

Mimì Chiorazzo ci ospita ancora una volta nel suo storico locale, in un pomeriggio piovoso in cui incontriamo pochissime anime lungo Via

Pretoria. Il motivo è sempre quello, tornare a porre l’attenzione sul Centro Storico di Potenza, oggi che è diventato un po’ più luccicante per le imminenti festività natalizie.

Per prima cosa vorrei fare un plauso al Comune per le luminarie – ci dice subito lo storico ristoratore –perché, anche se sono in numero minore rispetto allo scorso anno, sono state messe in tempo e accese per l’Immacolata. Finalmente poi è stato fatto un albero all’altezza del capoluogo. Il centro storico sta vivendo un momento di grande crisi, che però viene da lontano, pertanto non si possono incolpare gli amministratori attuali che l’hanno trovato in questo modo, ma purtroppo è vero che nulla hanno fatto per migliorarlo. Bisognerebbe prendere in mano questa situazione per cercare di riportare più gente possibile nel centro storico”.

d: In che modo si potrebbe fare?

r: Sicuramente se ci sono condizioni di parcheggio limitrofe. Devono trovare una soluzione per i parcheggi, secondo me non è difficile da trovare, e loro sanno dove poter attingere.

d: Spesso si dice che voler parcheggiare in Centro sia una cattiva abitudine dei potentini…

r: Per arrivare in Centro bisogna “salire” nel vero senso della parola, quindi spesso è necessario un mezzo. La parte vecchia della città intorno alle ore 20:30/21 muore completamente, perché per la maggior parte le scale mobili sono chiuse, e non si capisce perché. Se vogliono che la gente venga in Centro e usi i mezzi, perché allora mettere la chiusura alle 21? Su questo c’è una grossa carenza, potrebbero attenzionare questo problema e fare un piccolo sacrificio, magari anche aumentando di 0,10-0,15 € il costo delle stesse. Fate in modo che la gente possa arrivare!

d: Tanti negozi hanno chiuso, il motivo sono gli affitti sempre più cari?

r: Gli affitti non sono più alti, i negozi chiudono perché c’è stata una politica di incentivazione a spostarsi verso altre zone cittadine, sarebbe opportuno quindi che in Comune incominciassero a pensare a dare incentivi per far tornare gli imprenditori verso il centro storico.

d: Che tipo di incentivi?

r: Tutto quello che possa essere necessario per ridare nuova vita al Centro, ma solo se si vuole che il centro storico torni a vivere nuovamente, con vetrine piene e nuove proposte.

d: L’idea è stata spesso quella di riportare anche gli uffici…

r: Secondo me non ci hanno mai pensato, per questioni decisionali legate agli impiegati e ai dirigenti che hanno difficoltà ad arrivare al Centro…e ritorniamo ancora una volta al problema dei parcheggi. C’è poi anche il problema della piattaforma della ferrovia appulo-lucana sotto il Grande Albergo.

d: Da qualche mese, si sta provando a far rivivere anche un pezzo della storia potentina, la torre Guevara, per anni e anni coperta da un maestoso palazzo.

r: In quel palazzo negli anni passati vi era un ospedale, poi qualche amministratore lo ha destinato ad uso scolastico. Sicuramente è stato per anni una bruttura dal punto di vista estetico, ma anche un peccato aver coperto uno dei simboli della città. E sempre per tornare ai parcheggi, abbiamo dato modo ai privati di crearne in via Bonaventura, e la piazza sopra è rimasta inutilizzata, quando in un primo momento era destinata ad area mercatale.

d: Qualche giorno fa è stato presentato il cartellone degli eventi natalizi in città, pensa che questo potrebbe far rivivere il Centro?

r: Gli eventi si possono anche fare, ma noi per lavorare e rilanciare il centro non possiamo aspettare il giorno dell’evento, abbiamo la necessità di lavorare tutti i giorni ed evitare che la gente scelga di frequentare solo locali e negozi in periferia o comunque in posti più facili da raggiungere, dove è comodo parcheggiare. Si era parlato in passato della possibilità di parcheggi sotterranei, sotto Piazza Mario Pagano, con accesso da XVIII Agosto e uscita in via Mazzini, ma nessuno sa perché quest’idea non si sia mai concretizzata.

d: Cosa si augura per questo Natale?

r: Sicuramente che questa amministrazione si ravveda e incominci a pensare come deve essere la Potenza del futuro, se deve diventare una città da visitare o se dobbiamo lasciare alle zone distanti dal Centro il potere “accentratore”, penso a Macchia Romana, via del Galitello ecc. A volte penso che questa città sia abbandonata a se stessa, e prima che finisce questa consiliatura, spero almeno che si possa lasciare a chi verrà dopo un progetto fattibile. Gli attuali amministratori non hanno trovato nulla in eredità e così facendo, nulla lasceranno ai prossimi.

Ci congediamo dal ristoratore con una richiesta, l’impegno di continuare a parlare per tenere vivo l’interesse per il centro storico. Trascorse le festività natalizie, il signor Mimì ci ha ridato appuntamento, estendendo l’invito anche ad altri commercianti o privati cittadini che vorranno discutere proposte e idee che questa amministrazione potrebbe valutare per far rivivere il Centro Storico.

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Osservando i bambini che, usciti di scuola, scambiano saluti col Sindaco all’ingresso del bar sede dell’intervista, viene da dare ragione a quanti sostengono (come accaduto in diverse puntate di questa rubrica) che la Basilicata PUO’ ripartire dai piccoli comuni. Tuttavia, come ci spiega il noto avvocato Francesco Antonio Auletta, al terzo mandato come primo cittadino di Garaguso (provincia di Matera), già Presidente della Comunità Montana “Medio Basento”, c’è prima da risolvere tutta una serie di problemi, non pochi dei quali sono anzitutto a livello di mentalità…politica.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Intanto grazie per l’attenzione che rivolgete ai piccoli borghi: ci dà l’occasione per far sapere ai lettori come si vive in queste realtà. Per quanto mi riguarda, quella di rimanere a Garaguso è stata una scelta di vita, avendo avuto la possibilità di esercitare la professione di avvocato fuori regione. Poi, ahimè, la politica ti contagia, e iniziai da subito a frequentare le sezioni di partito, ove comunque si stava sempre dalla parte dei più deboli e dei bisognosi. Negli anni Ottanta qui ci fu un evento, la manifestazione per il metano (qui abbiamo una centrale), che coinvolse tutto il popolo garagusano e che lo segnò per sempre, anche caratterialmente. Oggi, però, la società è mutata e soprattutto nei giovani non c’è tanto interesse o volontà ad avvicinarsi alla politica.

d: La difficoltà nei piccoli centri oggi è proprio quella di aggregare dei giovani attorno a un’idea politica.

r: Sì, però, e l’ho detto spesso, non può soltanto un Comune o la politica portare una comunità all’unità, ma occorre un’opera di aggregazione anche da parte di altre “agenzie”. Quando alla diocesi di Tricarico era vescovo monsignor Ligorio, fu compiuto un studio sulle cinque “agenzie” e sulla corresponsabilità di queste: chiesa, enti pubblici, associazioni, famiglie e scuola. Solo se queste cinque “agenzie” collaborano, si ottiene una formazione (laica o religiosa che sia) volta a una coscienza pulita.

d: Ritiene che queste cinque “agenzie” siano latenti nel curriculum di molti di quei giovani che oggi – in Basilicata e non solo- sono amministratori e che sono entrati in politica dalla porta principale?

r: Ah, io credo proprio di sì! Oggi la politica non è più concepita per il bene comune. Il sacrificio? Dai, parliamoci chiaro, basti guardare quello che sta succedendo a livello europeo! Non c’è più l’obiettivo di stare dalla parte dei più bisognosi. Anche per quanto riguarda le infrastrutture. Basta guardare la viabilità nella provincia di Matera, nelle aree interne: da Terzo Mondo!

d: Tempo fa lei fece una provocazione: “ci adotti un’altra provincia, perché qui ci sentiamo abbandonati”.

r: Certo, una provocazione, ma non nell’interesse solo del mio comune, bensì delle aree interne, perché questa è la “porta” delle aree interne! All’epoca Barca fu consigliato molto male, facendo fermare le “aree interne” a Oliveto Lucano (partendo da Aliano), quando invece dovevano continuare fino a Tricarico e Grassano! Oggi quelle “aree interne”, da Oliveto ad Aliano, gestiscono 50milioni di euro; ciò che invece non gestiscono quei piccoli comuni come il nostro. Pensi che io, dall’inizio della mia esperienza, e cioè da quarant’anni, mi ero battuto per fare l’unione dei comuni, Oliveto, Calciano, Garaguso e Tricarico (l’ex comunità montana del Medio Basento). E ci ero riuscito!

d: E poi?

r: E poi, scellerati, scellerati, quelli di Tricarico, scellerati, sono andati in non so quale albergo a unirsi, parte di maggioranza e parte di minoranza, e hanno fatto venire il Commissario prefettizio. E quel paese, che io considero fra i migliori della regione (per cultura, sviluppo, patrimonio religioso etc.) è diventato di una povertà unica. Tricarico per noi è sempre stato un punto di riferimento, tant’è che oggi anche i Tricaricesi capiscono che lì, giù allo Scalo (di Garaguso, Grassano e Tricarico) andava fatta una succursale dell’Università. Quello Scalo è “baricentro” della Basilicata! Oggi iniziano a capire.

d: Dopo quarant’anni, lo hanno capito anche le istituzioni superiori?

r: Non lo capiscono, o meglio, non lo vogliono capire! Si figuri se –persone di Potenza, Matera o Avigliano- possono accettare la proposta di un sindaco di un paese con mille abitanti! E si perdono occasioni. Le faccio un esempio: l’altro giorno, proprio allo Scalo, abbiamo inaugurato un centro diocesano parrocchiale, comprensoriale (la diocesi di Tricarico parte da Missanello e arriva ad Aliano). Già Monsignor Delle Nocche aveva concepito lo Scalo come “centro”. Tutti gli altri, se lo sapevano, non hanno mai voluto investire. Oggi però si è presentata una grande occasione. Ciò accade quando almeno tre “agenzie” su cinque si mettono insieme: il sindaco di Garaguso, il vescovo Orofino e l’allora governatore De Filippo (col supporto di famiglie e associazioni). La Regione all’epoca capì e diede il suo piccolo contributo (la maggior parte dei fondi l’ha messa infatti il Vaticano). Oggi siamo tutti d’accordo sul progetto: creare in quel centro diocesano un laboratorio di idee per lo sviluppo. Ci sono 300 posti a sedere e contiene strutture per i bisognosi, per gli anziani, per i giovani tossicodipendenti e sta diventando una realtà. C’è tanto da lavorare, ma c’è bisogno dell’aiuto della Provincia e della Regione.

d: E lei cosa chiede a questi enti?

r: Eh! Cosa chiediamo! Grazie al presidente della Provincia di Matera –quello precedente, non l’attuale, Marrese- riuscimmo ad ottenere il progetto del terminal bus giù allo Scalo. Iniziarono i lavori, ma oggi sono BLOCCATI! E già questo è un primo dato che non depone bene, per la Provincia e per la Regione. E allora bisogna parlare chiaro: voi Regione, cosa volete fare di questo territorio? E ripeto, qui non si tratta soltanto di Garaguso, di Grassano o di Tricarico. La stessa collaboratrice del professor Umberto Veronesi, la dottoressa Fossa, venne nel mio ufficio, prese la cartina e mi fece notare che è QUI il centro della Basilicata. All’epoca il presidente della Regione era Bubbico, del mio stesso partito, e io l’invitai a prendere un caffè con la Fossa e il sottoscritto: rifiutò, perche per lui quella era “gente non credibile”. Tempo dopo, per ragioni professionali, mi ritrovai in una struttura sanitaria (ove bisognava fare degli accertamenti per una mia cliente che stava male) sita a Ginosa Marina, quando vidi una persona che mi salutava e che mi veniva incontro. Era la dottoressa Fossa: avevano realizzato lì la struttura che volevamo fare al nostro Scalo!!! Basti questo esempio.

d: Questo ci porta a spostare il discorso sul suo partito, il Pd. Quando lei parlava di “scollamento” fra politica e tessuto sociale, beh, il Partito Democratico è quello che forse sta pagando più di tutti questo gap. Non trova?

r: Da tempo, è ovvio. Quando si perde il collegamento con i più bisognosi, i più deboli…Vede, io sono di scuola socialista e con gli altri compagni socialisti, erano quelli, i valori. Oggi i Cinque Stelle parlano, ma noi all’epoca facevamo i convegni sul merito e il bisogno…

d: …oggi c’è addirittura un Ministero, del Merito…

r: Ripeto, “merito e bisogno”. Quella era la nostra missione.

d: E il Pd, “merito e bisogno” li ha persi per strada?

r: Sììì, a mio avviso sì. Ma non soltanto a livello nazionale, anche a livello locale.

d: In Basilicata qual è stato il punto di non ritorno?

r: C’è stato già da qualche anno, anche con la “gestione” di quelli del Pd. Molte volte si perde la bussola… mentre a livello provinciale, regionale, e anche comunale, bisogna fare delle scelte. C’è una graduatoria? Prima vengono i più bisognosi, a parità di merito. Se c’è un concorso, e c’è il figlio di un contadino meritevole, non bisogna privilegiare sempre e per forza il figlio del professionista o del potente.

d: Abbiamo parlato di “cinque agenzie”. Da quante di queste deve ricominciare il centrosinistra in Basilicata?

r: Da un dato fondamentale: chi ha avuto esperienze politiche in ruoli di potere, ha dato quel che ha dato, ma ora si deve mettere a disposizione degli altri, dei giovani, delle donne (soprattutto!), altrimenti non ne usciremo più. Perché la sinistra ha un senso autentico solo se è dalla parte dei più bisognosi e dei più meritevoli. Guardi, con questa guerra non sappiamo dove andremo finire e la Pandemia –mi creda- ha cambiato la gente a livello di mentalità. Lo vediamo nei nostri piccoli paesi e l’ho detto nel mio ultimo intervento nel partito: a parte il Lavoro, innanzitutto la Sanità! Abbiamo bisogno QUI di assistenti sociali, di psicologi, perché abbiamo diplomati che dalla mattina alla sera sono cambiati, non sono più come prima. Giovani che stavano per laurearsi e ora sono sbandati! E come facciamo?

d: Se potesse prendere il Presidente della Regione sottobraccio, confidenzialmente, cosa gli direbbe?

r: Gli direi: “Generà, l’ho invitata tante volte al mio paese! So che è stato ad Accettura, ma che poi se n’è andato per Gallipoli-Cognato! So che ha pure un capo di gabinetto originario di Garaguso (che –menomale- alla festa patronale viene ed è legato)! Venga qui a vedere come stiamo noi, qui nei piccoli paesi!”.

d: Fra cent’anni scoprono una targa a suo nome qui al Comune di Garaguso: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Ciò che ho fatto scrivere sulla targa dedicata a Madre Teresa, posta all’ingresso del mio Comune: soprattutto onestà, trasparenza e stare sempre dalla parte dei più deboli.

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Lo incontrai per la prima volta, alcuni anni fa, in un mio programma in radio e quando attaccò a cantare -in studio, dal vivo!- le canzoni di Pietro Basentini, rimasi folgorato dal suo “vocione”.

Quella stessa voce possente, Nicola Fiore -pensionato dell’Enel, con un ruolino di marcia importante anche da sindacalista- oggi vuole che arrivi alla orecchie giuste. Quelle che fingono di non ascoltare i problemi della Cultura e dello Spettacolo potentino.

Oltre a essere il padre della promessa esibitasi anche a “The Voice of Italy” (il figlio Rocco), Nicola è infatti (dal 2018) il presidente del “Teatro Minimo di Basilicata”, collettivo ben noto in città e pluri-premiato.

d: Ricordiamolo ai lettori: cos’è il “Teatro Minimo di Basilicata”?

r: Il Teatro Minimo di Basilicata è una compagnia amatoriale, nata una ventina di anni fa, per volontà dell’attuale direttore artistico, Dino Becagli. Si può dire che è un gruppo di sognatori.

d: Di…sogn-attori?

r: Sogn-attori (sorride) -bello,sì- che hanno continuato a mettere in scena opere che sono soprattutto legate al territorio.

d: Nella vita lei ha fatto tutt’altro, è stato dipendente Enel, dirigente nel sindacato Cisl…come si collega tutto ciò al discorso artistico?

r: Ho iniziato ancor prima dell’Enel, poiché cantavo e suonavo in chiesa. Era il 1969, e nella chiesa di San Michele, con padre Pellegrino, noi fummo i primi a iniziare l’esperienza della “messa dei giovani”, cantata e suonata con le chitarre.

d: Poi è diventata la prassi.

r: Sì, ma noi dovemmo superare non poche difficoltà nel far comprendere ai frati stessi che quella era una cosa destinata al successo, nonché utile a coinvolgere i giovani. Questi ultimi sono il filo conduttore di tutte le cose che hanno caratterizzato la mia vita e il mio impegno, compresa questa ultima del teatro. Ho ormai una certa età, e a questa esperienza ci arrivo anche tardi, ma ho l’impressione che mal si comprenda come il teatro possa diventare uno strumento formidabile per i ragazzi.

d: Lei lavorò anche nella tv privata lucana, quella degli inizi.

r: Sì, a BRT, dal 1977 al 1988, come vice-direttore affianco ad Alfredo Tramutoli, un’altra delle grandi personalità culturali della nostra città. Come le dicevo, le mie sono state tutte esperienze “sociali”.

d: In tv cantava pure, se non sbaglio.

r: Sì, mi è sempre stata riconosciuta questa capacità (sorride). Cantavo le canzoni di De Andrè.

d: Poi è stato interprete di Pietro Basentini, ma ci arriviamo. Lei accennava alle difficoltà di fare teatro in casa nostra: ciò l’ha spinta, nei giorni scorsi, a scrivere una lettera aperta, pubblicata da alcune testate. Perché proprio adesso, dopo vent’anni di Teatro Minimo?

r: Perché in questa vicenda siamo un po’ “questuanti di attenzioni”. Abbiamo cercato sempre di mediare con le difficoltà, burocratiche o nei rapporti con le istituzioni, chiedendo non soldi, bensì attenzioni. Cosa che nel tempo è venuta sempre più scemando: c’è una dissociazione fra ciò che si dice (le istituzioni) e ciò che poi si fa.

d: E adesso, cioè oggi, la misura è colma?

r: Adesso abbiamo deciso di rendere note alla cittadinanza quali sono le difficoltà che incontra chi intende interessarsi a un teatro “di livello”; già, perché “amatoriale” non significa “cosa fatta a perdita di tempo”. Noi facciamo teatro di livello.

d: Nella lettera lei parla di “indifferenza e mancanza di ascolto da parte delle istituzioni”.

r: Sì, e subito dopo, in quella stessa lettera, dico che da vent’anni siamo ospiti di alcuni benefattori. Noi non abbiamo una sede.

d: Al Comune di Potenza l’avete chiesta?

r: In tutti i modi. E sappiamo pure che il Comune ha tanti contenitori “dormienti”, in disuso.

d: E non vi rispondono?

r: Dicono sempre che stanno facendo un “censimento”, che vedranno, eccetera. In altre città questo tipo di problema non solo è stato risolto, ma addirittura promosso!

d: Si riferisce anche a quest’ultima amministrazione comunale?

r: Certo, perché tra l’altro coincide con il mio mandato da presidente. Abbiamo chiesto a tutti nell’amministrazione, assessore e sindaco compresi. Il sindaco addirittura non ci ha nemmeno risposto. Non so bene come fare. Si è in attesa che facciano un qualche bando.

d: E l’assessore?

r: Ci ha risposto parlando del “censimento”. Eppure il Comune ha dei locali che sono già nella loro disponibilità.

d: Vuoti?

r: Vuoti.

d: Voi cercate un locale a costo zero?

r: Ma anche pagando un canone, purché noi si abbia la certezza di essere collocati. Siamo stati ospiti per ben dieci anni di Ilario Ungaro, condividendo una sede con altre quattro associazioni. Adesso siamo a casa di chi capita.

d: Tornando alla lettera, lei diceva che le istituzioni non riescono a rendersi conto delle “ricadute negative” che provocano sul tessuto culturale della regione. Quali sono queste ricadute negative?

r: Tenga conto che il Teatro Minimo restituisce al territorio tutto ciò che dal territorio preleva, in termini di conoscenza, di radici, di approfondimenti, di elaborazioni e di creazioni. Abbiamo fatto delle cose bellissime, ma nessuno si rende conto di quanto sudore ci sia prima di andare sul palcoscenico. E quando parlo delle istituzioni, non mi riferisco solo al Comune di Potenza, ma a tutte, anche a quelle scolastiche.

d: Persino la scuola nicchia?

r: Qualche anno fa preparammo “Il Cantico delle Creature”, incentrandolo sulla salvaguardia del pianeta; lo proponemmo a tutte le scuole e all’ufficio scolastico regionale, chiedendo un contributo ai ragazzi di 3, 5 euro. Non essendo del tutto gratuita, non poterono sostenere la nostra iniziativa! Si immagini in quali condizioni ci troviamo a operare. Di più: la storia si è ripetuta col nostro recente spettacolo su Dante, “Tal era io”. Lo abbiamo proposto a quasi tutti gli istituti superiori, ma l’unico che ha mandato tutti gli studenti, pensi un po’, è stato un istituto tecnico, l’ “Einstein”. E molti di loro a teatro non ci erano mai venuti. Proprio il Liceo Classico, invece, non ha mandato nessuno!!! E sono stati contattati tutti allo stesso modo. Sono queste le cose che fanno venire meno la passione. E pensare che il Teatro Minimo di talenti ne ha scoperti tanti e che alcune nostre opere sono state premiate dal Presidente della Repubblica (come “Il treno dell’oblio”, sulla grande tragedia di Balvano).

d: Nello spettacolo sulle brigantesse (“Le Regine dei boschi”) lei cantava alcuni brani di Pietro Basentini. Ritiene che questo personaggio fondamentale della musica popolare locale sia stato dimenticato dalle istituzioni (al pari di Michele di Potenza)?

r: Guardi, io dico sempre che bisogna provarle, certe difficoltà, per capire cosa si avverte nel tentare di superarle. Noi abbiamo SCELTO il percorso del teatro amatoriale, proprio perché la cultura la vogliamo divulgare, soprattutto ai giovani. Se le scuole non aprono le loro porte, c’è poco da fare.

d: Se potesse prendere sottobraccio il sindaco di Potenza, cosa gli direbbe?

r: Di sederci tutti attorno a un tavolo e di ragionare insieme sui progetti, ognuno portando i propri talenti.

d: Conviene -come dicono molti suoi colleghi- che il Centro stia dormendo, se non addirittura morendo?

r: Sono d’accordo. La soluzione potrebbe essere ridare vita a quegli angoli dimenticati, tipo i vicoletti, e insediare lì le associazioni culturali. In Centro ci passano molti giovani. Una volta l’attività per farli entrare nella chiesa, si svolgeva tutta FUORI della chiesa stessa. Si tratterebbe dunque di “deviare” questo flusso di ragazzi. Il centro storico muore perché non c’è una visione sul suo utilizzo, visione da cui tratterebbero vantaggio tutti.

d: Lei è il padre di Rocco Fiore, che ha partecipato a “The Voice”. Quale consiglio gli ha dato?

r: Di andar via da Potenza. Questa città non è nella condizione di valutare i talenti di cui dispone.

d: La domanda tormentone: esistono i raccomandati della cultura e dello spettacolo in città e in regione?

r: Devo presumere di sì. Non ho certezze, conosco però le difficoltà che incontriamo NOI quando ci accingiamo a chiedere un qualche contributo. Se per un contributo pubblico di 3mila euro, mi si chiedono “pezze giustificative” di 6mila, capisce bene che questi 6mila euro io innanzitutto li devo avere; e dovendo agire sempre in economia, ciò porta il più delle volte a dover rinunciare a quei contributi.

d: Li chiedete e non ve li danno?

r: No, non li chiediamo proprio. Il Comune e la Regione potrebbero promuovere dei “festival del teatro”, e POI magari premiare i migliori: già sarebbe diverso.

d: La canzone che la rappresenta?

r: “Via del campo”, di De Andrè.

d: Il Libro?

r: Oggi direi “Con parole precise” di Carofiglio, perché vorrei che, da ora in avanti, ci fosse davvero assonanza tra ciò che si promette e ciò che si fa.

d: Il film?

r: L’ultimo film su Dante, quello con Castellitto. Nello spettacolo che abbiamo fatto noi, invece, io ho interpretato Boccaccio.

d: Mettiamo che fra cent’anni, nella sede del Teatro Minimo (ma mi auguro che non ci voglia tanto!), scoprano una targa a suo nome: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Non vorrei una targa, ma che mi si associasse, nel ricordo, all’aver fatto qualcosa di utile per la società.

 

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Nella vita “normale” (che brutta parola) fa il ristoratore, ma a Potenza (e non solo, come vedremo) ormai tutti lo conoscono come “Gianluca U’ Sfiammat”.

Il quarantenne Antonio Sabia, seppur di suo molto diverso dal personaggio che spopola sui social ormai da anni, ha sempre la battuta pronta che colpisce nel segno, specie quando la dice con la faccia “seria”.

d: Non saprei sei intervistare prima Antonio e poi Gianluca, o tutti e due insieme.

r: Ormai sono sovrapponibili.

d: Quindi anche nella vita privata qualche “sfiammata” la fa.

r: Persino alcuni parenti mi chiamano Gianluca. Convivo tranquillamente con questa cosa.

d: Lei tuttavia nel mondo del cabaret ha esordito col trio La Faina.

r: Sì! Con Simone e Gerardo. Sono onorato nel dire che forse abbiamo fatto più cose a livello nazionale che locale.

d: Gianluca ‘U Sfiammat però è un personaggio interamente suo. Com’è nato?

r: L’aneddoto è simpatico. Con Simone e Gerry dovevamo condurre un programma su Radio Carina e stavamo cercando un personaggio che avesse radici strettamente territoriali. Una sera, poco prima di andare in onda, andammo a mangiare una cosa al volo a un takeaway. A un tratto si palesa questo tizio, con uno slang “potentino-americaneggiante”, con questo tono biascicato e un ritmo dell’eloquio molto lento, e ci dice: «Mi frà, sent’, ma ‘stu pezz d’ pizza cum ‘u ver? Secondo me è un po’ secco: s’allappa ‘n’ganna!». Questa parlata ci ha aperto un mondo e la utilizzammo per prova quella sera stessa. Il giorno dopo sui social era già un grande successo. Gianluca è “sfiammato” perché dice roba sconclusionata, e a volte anche a sproposito.

d: Quella persona se n’è poi accorta che tuttora la sta imitando?

r: E’ un po’ difficile, perché penso che ce ne siano così tanti…

d: Quindi il “coatto” potentino esiste?

r: Bravo, esatto. E’ il “coatto” potentino.

d: Qual è l’identikit del “coatto” nostrano? Ha una sua “stanzialità territoriale”?

r: Una “stanzialità territoriale” ce l’ha, perché l’incontro spesso, mi ci fermo a parlare. A volte il copione ti viene facile, perché lo leggi nella realtà. I ragazzi dai 12 anni fino ai 30 conservano questa “matrice coatta lucana”, che però va accentuandosi sempre più in taluni, che poi non riescono più a uscire dal personaggio. Dai 30 a in su diventano veri “professionisti”, che padroneggiano una lingua tutta loro.

d: Forzano la mano o sono veramente così?

r: Sono così. E chi ha che fare con questo tipo di Potentino –specie se non è Lucano- incontra anche difficoltà “comunicative” (sia detto con simpatia). Come accennavo, trattasi di una “morfologia linguistica” che si è congelata nel tempo, per fortuna. A questa hanno aggiunto degli slang nazional-popolari, americaneggianti, roba anglofona.

d: “Gianluca” lo si incontra più nel Centro, in periferia, o nelle contrade?

r: Più in Potenza Centro.

d: Quindi quel modo di parlare (al netto degli slang esterofili) è un linguaggio che si praticava nei nostri vecchi quartieri?

r: Sì. Alcuni lemmi o espressioni letterarie arcaiche li ho ritrovati anche nei testi delle commedie in vernacolo, quelle di Gigino Labella o di Dino Bavusi. Questi ragazzi di oggi hanno dunque ripescato un linguaggio, riportandolo a nuova vita. E’ una cosa molto bella. Quelli di fuori si ammazzano dalla risate. E poi Gianluca ormai si è evoluto in un personaggio rappresentativo di un intero, certo qual Sud. Sui social mi seguono da diverse regioni, anche del Nord.

d: Ma cosa direbbe ‘U Sfiammat ad Antonio Sabia che lo imita?

r: Bella domanda. Probabilmente direbbe “Nun m’u fa verè!”. Proprio perché io nella vita non sono così, quel tipo di società non l’ho mai frequentata –se non marginalmente- e a scuola sono sempre stato un secchione. Più che altro è stato il mondo dello sport a darmi accesso a queste cose.

d: Nel mondo sello sport ci sono molti Sfiammati?

r: Esatto. Gioco ancora oggi a calcio, nonostante due operazioni, e so bene che in quel mondo c’è molto machismo, con alcuni rituali. C’è quello che, mentre gioca, si tocca continuamente le palle, perché ha bisogno di ricaricarsi! (Risate) Oppure c’è quell’altro che, sotto le docce, inevitabilmente fra i confronti sui “centimetri”. E’ un mondo sottotraccia, anche se qualcuno nega. Ma da lì vengono le viscere di ognuno di noi.

d: Lei parla di “machismo”, tuttavia nei suoi video più recenti il personaggio sembra molto più effeminato.

r: Sì, è vero. Nutro un profondo rispetto, ma anche tanto piacere nel guardare al mondo di contaminazione, quello che mischia sapientemente etero e gay, che è pieno di colore. Il colore è arte, è fantasia, è staccarsi dalla realtà. Questo mondo ha il coraggio di vestirsi in modo diverso, di parlare un linguaggio diverso. E’ una parte della società (bistrattata negli anni, senza voler essere retorici) che mi piace rappresentare. Grandi artisti, viventi e non, avevano questa ambiguità sessuale, in special modo per tentare di mischiare mondi e parlare un linguaggio diverso, laddove la “dottrina” ci vuole invece tutti inquadrati.

d: Non c’è mai qualcuno che si offende?

r: E’ successo solo una volta, un fraintendimento però doloroso. Mi ha fatto capire quanto la rete sia drammatica. In occasione del Festival di Sanremo di tre anni fa, postai una foto e feci un commento, citando una tipica canzone lucana (che si canta spesso a San Gerardo) a proposito delle “femmine senza menne”, (brano che esiste da decenni e per il quale non si è mai scandalizzato nessuno!). Pur non volendo certamente offendere –ci mancherebbe- fui attaccato duramente da qualcuno. Chi mi segue sa che io rappresento benissimo il mondo femminile, che adoro, e che trovo assai più interessante di quello maschile (che è fatto veramente di quattro cose). I miei “fan”, oltretutto, sono solo al 30% uomini, e al 70% donne.

d: Social a parte, è facile fare spettacoli qui in città e in regione?

r: E’ complicatissimo. Lo spettacolo è notoriamente relegato agli spettacoli di piazza estivi, che non sono certo la parte predominante del discorso. Almeno per me. Quando ho la possibilità di confrontarmi con la politica, il mio impegno è volto a incentivare l’utilizzo e la creazione di contenitori culturali (teatri, saloni…). Manca però il pubblico di riferimento: oggi è davvero difficile vendere un biglietto a teatro, e uno è costretto a giocarsela sul piano delle conoscenze personali.

d: Quindi non è sempre colpa solo della politica.

r: No. La politica però potrebbe portare all’interno dei citati contenitori (…le strutture ci sono) quegli spettacoli che solitamente vengono fruiti gratuitamente. C’è infatti da dire che il pubblico, quando non paga, non ha mai una fruizione “completa” dello spettacolo. Occorre quindi “sporcarsi le mani”, e onorare un impegno, sapere che per entrare bisogna pagare. E la politica dovrebbe propendere a favore di questa soluzione.

d: Esistono i “raccomandati” dello spettacolo qui da noi, quelli “agganciati” con la politica?

r: Se dico “no”, qualcuno mi taccerà di esserlo io stesso; se dico “sì”, qualche “potente” potrebbe rinfacciarmi di non aver fatto i nomi o di essere invidioso.

d: Quindi diciamo… “nì”?

r: No. Non credo che esistano i raccomandati, perché qui siamo molto “autoreferenziali” (ci diciamo bravi da soli), e le cose che facciamo restano qui: fuori non se le compra nessuno (a parte qualcuno che ce la fa). A volte è vero, però, che c’è una politica che si “fidelizza” con qualcuno, per una questione di mero comodo.

d: Parliamo di quelli che ce l’hanno fatta. Un aggettivo per Arisa.

r: Multiforme.

d: Peppone?

r: Autentico. Lo ha dimostrato in alcune interviste.

d: Se Gianluca potesse prendere sottobraccio il sindaco, cosa gli direbbe?

r: Siccome ci conosciamo, a Guarente direi: «Mario, meh, mettiti i guantoni, che ‘amma ‘i a sfrecà doi uagliò ca fumano!» (risate)

d: Al governatore Bardi?

r: «Vitù, mettiti ind’ ‘a macchina, ca t’ facc’ verè ‘nbò’ la Basilicata com’è…».

d: A proposito di un altro “Vitù”, una volta mi raccontò un aneddoto simpaticissimo.

r: Sì. In una campagna elettorale dei primi anni Duemila, il sindaco di Potenza incontrò al Park Hotel alcuni cittadini. Il salone era gremito. Per farla breve, dopo che Vito Santarsiero ebbe a lungo disquisito di stadio e di centro storico, un tizio alzò la mano r: («Mo aggia parlà io»), e trascinando una vecchia sedia di legno, si posizionò, sedendosi con la spalliera fronte-palco. Si umettò le labbra e disse. «Vitù, mo ‘amm parlat' d’ quest’ e di quell’altro, MA QUAND METTEMM MAN’ A BUCALETT'???». Ci fu un fragore clamoroso! Un dettaglio: il tizio era in tuta e mocassini! Eccezionale.

d: Battute e aneddoti a parte, cosa vorrebbe per Potenza, come cittadino?

r: Io col sindaco ci scherzo su questo, ma è la verità: in alcuni punti Potenza sembra Sarajevo bombardata. Vorrei una città più “verde”, tanto più che siamo una città di montagna, a 800 metri! E poi, in centro storico, che io trovo davvero bellissimo, chiudono attività e ristoranti; ma va detto che a volte, anche le persone che ci vivono via Pretoria la vorrebbero in versione “dormitorio”. E invece le attività devono poter lavorare e offrire momenti di svago.

r: d: Il libro che la rappresenta?

“Il gabbiano Jonathan Livingston”.

d: Il film?

r: Senz’altro “Big Fish” di Tim Burton.

d: La canzone?

r: L’ho scoperta non da molto, ma non riesco a non commuovermi ogni volta: “Il vestito da torero”, di Brunori Sas.

d: Fra cent’anni, cosa vede scritto sulla lapide di Antonio/Gianluca?

r: Premesso che a Potenza ci sono morti di serie A e morti di serie B (a seconda delle presenze registrate al funerale e del parlare che se ne fa dopo) e che io spero di essere uno da funerale di serie B (perché in realtà non mi piace attirare l’attenzione): «Era proprio nu bravo uagliò».

d: Un saluto a chi ci segue, anche su Lucania Tv?

r: Si vedono i pornazzi su Lucania Tv? Sì? E allora la saluto con affetto e la seguirò con interesse. Cari amici, vi saluto, con questa mano… ricordatevi di questa mano.

di Antonella Sabia

 

 

 

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Solamente un mese fa si è svolta una due-giorni di nuoto “stellare” per la città di Potenza, il Primo HalloSwiMeeting, che ha visto la presenza nel capoluogo lucano di campioni azzurri del calibro di Gregorio Paltrinieri, Benedetta Pilato e il nostro Domenico Acerenza. Con Roberto Urgesi, Presidente Federazione Italiana Nuoto (FIN) Basilicata, anche presidente della società Basilicata Nuoto 2000, squadra di pallanuoto potentina militante in Serie B, partendo da questo grande evento abbiamo fatto una panoramica sulla situazione dell’impiantistica e le difficoltà delle società di nuoto lucane.

d: Quali sono state le maggiori difficoltà di portare a Potenza, nella piscina di Montereale, questi grandi atleti, solitamente abituati ad altre platee e impianti sportivi?

r: Devo essere subito dissacratore, nel senso che è stato più semplice di quello che si possa immaginare. Lo slancio ce lo siamo dati in maniera vicendevole noi della FIN e il Comune di Potenza in occasione del Gran Gala del Nuoto di settembre. , ero fortemente intenzionato a organizzare un grande evento per dare riscontro alle cose buone che stiamo facendo, per la maggiore fuori dal territorio cittadino. Penso alle manifestazioni a carattere nazionale che organizziamo a Scanzano dove c’è l’unica piscina olimpionica della regione, che è scoperta e all’aperto, ma soprattutto è all’interno di un villaggio turistico, pertanto, nei mesi estivi diventa impossibile utilizzarla. È nata quindi come una sfida, fare qualcosa di importante a Potenza, e grazie anche all’importante supporto che l’assessore Blasi e il sindaco del Comune di Potenza, Mario Guarente, siamo riusciti in pochissimo tempo ad organizzare questa due-giorni, a dimostrazione che il mio impegno di portare in alto la Basilicata, sempre e ovunque, come presidente regionale, ruolo che ricoprono ormai da 10 anni, sta dando i suoi frutti. Infatti, oggi, quando mi siedo ai tavoli romani, la Basilicata non è più considerata come fanalino di coda, ma tutti riconoscono le nostre capacità, e questo meeting ha dimostrato ove ce ne fosse bisogno, che anche nella nostra città si possono buone cose.

d: Abbiamo sognato in grande, ma rimane il fatto che il tutto si è svolto all’interno di una piccola struttura, con capacità limitata e vasche da 25 m. Al di là dei meriti organizzativi, quali sono le difficoltà oggettive che si incontrano?

r: Il nuoto vive due fasi diverse nella sua stagione, da ottobre a marzo si gareggia in vasca corta che è universalmente riconosciuta (il 4 dicembre, infatti, partono i Campionati del Mondo), da marzo in poi, nella stagione che conta, si gareggia solo in vasca olimpionica e questo diventa un problema molto serio per noi. Questi grandi atleti hanno apprezzato la nostra organizzazione e la bellezza della nostra piscina, perché era stata attrezzata in una maniera assolutamente degna, ma chiaramente ci siamo dovuti fermare ad un numero massimo di iscritti, 200 atleti, mentre a Scanzano possiamo ospitarne fino a 1000. Siamo convinti, e non da ora, che lo sport può essere un grande attrattore di turismo, noi sportivi quando organizziamo questi grandi eventi (e in Basilicata c’è più di qualcuno che li sa organizzare), ci occupiamo di vero e proprio marketing turistico-sportivo, se così vogliamo chiamarlo, perché la gente che viene da noi, conosce la nostra terra e poi sceglie di ritornarci in un secondo momento. Quest’anno dovremmo riprendere il Trofeo delle Regioni (una sorta di Campionato Nazionale Esordienti), sempre a Scanzano, una manifestazione alla quale partecipano i 10 migliori atleti esordienti d’Italia, cioè tra i 12-14 anni.

d: Tornando all’aspetto federale, le vostre società affiliate cosa lamentano e quali problematiche riscontrano più frequentemente?

r: Chiaramente le società che spingono verso l’agonismo, lamentano la mancanza cronica di un impianto importante, che poi è questa benedetta piscina olimpionica, che inevitabilmente serve. Negli ultimi 12 mesi, poi, specialmente i gestori delle piscine sono fortemente preoccupati del caro bollette.

d: Ma in Basilicata quante piscine ci sono tra pubbliche e private?

r: Sulla carta sono circa una ventina, ma al momento attive sono meno della metà, alcune chiuse altre che hanno difficoltà ad aprire appunto per problematiche legate alla gestione, e non sanno fino a quando potranno reggere.

d: Nel caso specifico della piscina comunale di Potenza, come si conciliano diverse società che ne fruiscono?

Sono nove le società affiliate che purtroppo hanno accesso a degli spazi esigui, inoltre ci sono alcune società che vorrebbero costituirsi e affiliarsi alla FIN, ma poi tendono verso gli Enti di Promozione Sportiva.

d: Come sono i rapporti con l’amministrazione?

r: Abbiamo intavolato un discorso già da tempo, la nostra richiesta è quella di rivedere un po’ l’attuale gestione della piscina, intanto perché quest’anno la piscina è stata riaperta solamente a fine settembre, dopo aver provveduto a fare dei lavori, ma in generale ogni anno è così. All’assessore Blasi abbiamo proposto diverse soluzioni, tra cui una gestione pubblico-privata della piscina, in particolare relativamente alla suddivisione delle fasce orarie, che garantiscono l’accesso alla piscina anche a persone che non si vogliono legare a nessuna società e pagano semplicemente il biglietto d’ingresso.

d: Come risponde a questo l’amministrazione?

r: Stiamo ragionando, il dialogo è stato intavolato da tempo, non è una cosa facile e sicuramente non sarà di facile risoluzione, ma mi auguro che si possa arrivare quanto prima, per consentire alla Federazione di avere degli spazi adeguati a proporre sia l’attività di base che attività di vertice.

d: Riapriamo il capitolo piscina olimpionica: è un sogno possibile e realizzabile?

r: Questa storia ormai la conoscono anche fuori dai nostri confini regionali, e spesso mi viene chiesto a che punto stiamo sulla questione. Adesso questa amministrazione ha iniziato a mettere un punto su un pezzo di carta, significa aver messo a punto un progetto di fattibilità per la piscina olimpionica, individuato su un’area nei pressi di via Appia. È un punto di partenza, non si può dormire sugli allori perché adesso ci sono altri passi fondamentali da fare: il finanziamento e il progetto esecutivo, entrambi estremamente importanti. Noi saremo sempre dietro a spingere affinché la sensibilità che hanno dimostrato con queste prime mosse, possa portare un valore aggiunto a tutta la nostra città per poi diventare concretezza. Personalmente, con la mia squadra di pallanuoto, la Basilicata nuoto 2000, sono vent’anni che sto peregrinando tra le piscine fuori regione. Giochiamo le nostre partite in casa a Napoli, quindi a 170 km da Potenza, proprio perché non abbiamo un impianto degno.

d: Giocare un campionato di vertice a 200 km da casa, si traduce anche nella perdita di atleti?

r: Certo, assolutamente, la Pallanuoto ha la necessità di avere almeno una piscina da 30 m, e infatti, oggi la squadra è composta per la maggiore da atleti di Napoli perché per ovvie ragioni, molto spesso legate alla scuola, molti ragazzi di Potenza non si possono permettere il lusso di andare 3-4 giorni a settimana a Napoli. Ed è vero, abbiamo perso tanti atleti negli anni oltre ad aver perso poi di riflesso tanto marketing in termini di sponsor. Aggiungerei infine, che perdiamo anche in termini di tifoseria, all’inizio organizzavo degli autobus ma poi col tempo diventa pesante anche dover viaggiare.

 

 

 

 

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Lasocietà con sede a Potenza commercializzerà il Gpl prodotto a Tempa Rossa.

 

È stato firmato un accordo fra TotalEnergies EP Italia e la lucana Petrol Rete per la vendita diretta del Gpl di Tempa Rossa. Dopo analoga intesa raggiunta a maggio con un altro operatore del settore, una nuova impresa del territorio potrà commercializzare il prodotto proveniente da Tempa Rossa.

La firma del contratto è avvenuta nella sede di Potenza di TotalEnergies. Erano presentiil direttore commercialediTotalEnergies EP Italia,Giulio Mascarucci e l’amministratore di Petrol Rete,Vito Romano.

“L’accordo con Petrol Rete - ha dichiarato il direttore commerciale di TotalEnergies EP Italia, Giulio Mascarucci- si inserisce nel solco del nostro impegno a sostenere il territorio e le sue imprese”.

“Sono soddisfatto di questa intesa, che consentirà a Petrol Rete di commercializzare una parte del Gpl di Tempa Rossa”, ha affermato l’amministratore delegato della Petrol Rete, Vito Romano.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Ci accoglie nel suo “salotto musicale” in via Torraca a Potenza, indossando un maglioncino nero a collo alto da esistenzialista, con una cicca stropicciata tra le labbra. Si direbbe dunque che Toni De Giorgi ha anche il look adatto per essere il presidente del Jazz Club Potenza, da lui fondato.

Un bicchiere di vino con gli ospiti (noi), e poi si siede al piano ed esegue il primo “standard” che ci racconta di aver imparato, “Georgia” di Ray Charles.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: La mia “esistenza” nasce dagli studi di pianoforte negli anni Ottanta. Poi, avendo dato vita a molte formazioni, ho collaborato con molti musicisti. Da lì mi è poi venuta l’idea di aprire un “salotto” (ho sempre avuto il pallino di raccogliere quante più persone possibili) ove ascoltare dei concerti, o semplicemente bere un bicchiere di vino e stare insieme. Il Jazz Club nasce -come associazione culturale vera e propria- a gennaio scorso, ma in realtà ci sto lavorando da una decina d’anni, da quando organizzai i primi concerti con la mia “Tumbao School”.

d: Il jazz è la musica d’improvvisazione per eccellenza. A lei cosa ha insegnato? A improvvisare anche nella vita?

r: Questo di sicuro. Ma a improvvisare nel modo giusto…

d: Non ad “arronzare”, come si dice da noi.

r: (ride) Esatto. Perché la musica ha comunque una disciplina e delle regole precise da rispettare. Altrimenti non è più musica.

d: Immagino che il Club viva delle sue adesioni.

r: Sì, siamo arrivati intorno ai 160 soci, e sono loro i maggiori sostenitori. Non ho chiesto contributi ad alcuno. Mai.

d: Dalla politica non ha mai ricevuto soldi?

r: Mai.

d: Non li ha voluti? Non ve li hanno dati?

r: Principalmente non li ho voluti chiedere. Perché –come sa- se chiedi alla politica…poi devi avere un legame. E io sono da sempre uno spirito libero e l’arte dev’essere slegata da certe situazioni. Ma, ripeto, questo è possibile grazie agli amici che aderiscono.

d: Lei dice: se chiedi alla politica poi devi ridare.

r: Di solito è così. A Potenza so che è così. In tanti anni ho visto molte cose…per cui ho scelto di essere una persona libera. La Cultura dev’essere di tutti, e non una cosa “indirizzata” (tipo “Devi fare questo perché io ti ho dato quello”).

d: Esistono i “raccomandati” della musica in Basilicata?

r: Sì, qualcuno c’è.

d: Come funziona?

r: Non lo so, ma so che esistono dei personaggi che chiedono alla politica dei fondi per andare avanti. E infatti io sto cercando di valorizzare musicisti locali (non solo nel jazz), bravi, ma che altrimenti non hanno spazi e che quindi poi devono andare a “bussare” a qualcuno. E’ una cosa che non riesco a concepire. La politica dovrebbe avere un ampio raggio di vedute, e valorizzare musicisti, artisti, pittori, che ci sono, e sono eccezionali. In tanti anni, collaborando con un’altra associazione, abbiamo visto che queste persone ci sono, ma è come se si arrampicassero sugli specchi, perché alla politica manca la visione e l’interesse, al contrario di ciò che accade nelle altre città.

d: Al Di Meola, grandissimo jazzista internazionale –originario anche di Potenza- è venuto a suonare proprio nel Capoluogo. Secondo lei, da parte delle istituzioni, ha avuto la giusta accoglienza?

r: Non lo so. So soltanto che noi -come Jazz Club- abbiamo voluto omaggiare il musicista con una targa, perché la mamma era di Potenza. Non credo che la politica abbia pensato a… non so, non credo.

d: Al concerto era presente qualcuno del Comune, o delle istituzioni, in veste ufficiale?

r: C’era talmente tanta gente, non saprei dirle.

d: Quali sono le difficoltà nel proporre un certo tipo di musica, a Potenza e in Basilicata?

r: Prima di tutto non ci sono gli spazi. Non ci sono persone attente a queste realtà e diventa tutto difficile. A meno che non si sia musicisti, è difficile che qualcuno si avvicini a questi ragazzi che hanno voglia di fare (e non hanno possibilità economiche), salvo che non ci siano i soliti grossi nomi di mezzo. Fare dischi e concerti, fra stampe, bollini Siae e quant’altro, costa. Delle realtà bellissime, ripeto, per fortuna ci sono: ragazzi, anche nei paesi, che hanno studi di registrazione. Ma vanno aiutati.

d: La politica (assessorato comunale, uffici regionali) può avere un ruolo in tutto questo?

r: Hanno L’OBBLIGO.

d: E finora non l’hanno rispettato?

r: Solo in parte. Come dicevo, non hanno vedute ampie, non conoscono la realtà artistica locale e regionale. La “percezione” ce l’hanno solo per alcuni personaggi. Si fermano lì e non guardano oltre.

d: Troppa esterofilia?

r: Esatto, anche.

d: Dicevamo lo stesso, però, che Al Di Meola forse non ha ricevuto riconoscimenti…

r: Non lo so. NOI ci siamo mossi. Ma lo abbiamo fatto anche con Dado Moroni, uno dei più grandi pianisti in Italia, e con altri.

d: In questi anni ci ha rimesso anche dei soldi?

r: Eh, sì. Un po’ sì. Siamo partiti che eravamo in dieci.

d: Il momento di maggiore soddisfazione?

r: Quando vengono i musicisti, protagonisti dei nostri concerti, perché molti jazz club hanno chiuso. In Basilicata siamo in tutto tre o quattro. Ci confrontiamo molto con l’Associazione dei Jazz Club Italiani (di cui da quest’anno facciamo parte) e sappiamo che il problema è esteso a tutta l’Italia, ove molte strutture –anche con ristorante etc.- hanno chiuso, anche a causa della Pandemia e della Crisi. Pertanto mi fa particolarmente piacere quando i musicisti –gente che gira- si compiacciono per l’accoglienza ricevuta in questo Club. Sono nate anche alcune amicizie.

d: C’è stato un momento in cui, invece, ha pensato “Chi me l’ha fatto fare?”.

r: Ai primi concerti, perché un po’ ci stavo rimettendo. Le persone, appena sentivano la parola “jazz”, dicevano “No grazie”. Poi pian piano le cose sono cambiate.

d: Il più grosso personaggio che ha fatto venire a Potenza?

r: Il già citato Dado Moroni, ma anche Tommy Smith e molti altri.

d: Di solito che impressione hanno della nostra città?

r: Guardi, proprio Tommy Smith (grande sassofonista americano), ha fotografato tutto il Centro, da Porta Salsa fino alla Ragioneria. Sono foto bellissime. qui al Club è voluto venire a piedi, perché stava in centro storico. Gli è piaciuto moltissimo.

d: Quali sono le caratteristiche del “popolo del jazz” potentino? Nel profano a volte c’è lo stereotipo di intellettuali un po’ snob…

r: No, no, è finito quel periodo. La gente ha capito che se ci sono cose belle – e a Potenza ci sono- poi partecipa. E se tu fai delle cose…così così, se ne accorge! Non ci vengono più. A Potenza se sbagli una volta sei fregato.

d: Se potesse prendere il presidente della Regione e il sindaco sottobraccio, cosa direbbe loro?

r: Direi loro di fare meno passerelle, e di vedere la realtà. Potenza è una città storica, con tanti personaggi storici che ci sono venuti, e quindi culturalmente partiamo bene, ma questa tradizione pian piano è svanita. La cosa bella però è che ci sono ancora persone che combattono, perché coltivare l’arte è un modo di vivere. Quello di gente che, come me, si rifiuta di tornare a casa la sera e sedere in pantofole davanti alla tv.

d: Lottate contro la “Potenza dormitorio”.

r: Sì. E’ la musica, l’arte, che ti spinge a farlo.

d: Ma come semplice cittadino cosa migliorerebbe?

r: Guardi, direi che quando muore un centro storico, muore tutta una città. Con “Gocce d’Autore”, per sei sette anni, in un piccolo vicolo del Centro, abbiamo fatto diverse manifestazioni (tra queste la Giornata del Libro, nel corso della quale mi avvalsi di un pianoforte con le ruote, per portare la musica e la letteratura nei negozi).

d: Perché il Centro sta morendo?

r: Non saprei, forse perché non ci sono più gli uffici, non c’è utenza: una volta il centro storico era pieno, mattina e sera, perché ci veniva anche la gente dai paesi.

d: Come definire la Potenza di oggi in chiave jazz?

r: Potenza potrebbe essere uno Swing, perché nell’anima dei Potentini c’è quella voglia di vivere e di confrontarsi. Ripeto, ci sono ragazzi davvero in gamba.

d: Il libro che la rappresenta?

r: Sicuramente un saggio su Chet Baker.

d: Il film?

r: I “Blues Brothers”. Lo vidi da ragazzino –quando studiavo solo musica classica ed ero quasi un prete (ride)- e fu una vera folgorazione.

d: La canzone?

r: La prima che metterei su un piatto è sempre Billie Holiday, ma il primo “standard” che ho studiato è stato “Georgia on my mind” di Ray Charles. Mi piacciono però anche i cantautori come Fossati.

d: Mettiamo che fra cent’anni, qui al Jazz Club, scoprano una targa a suo nome, cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Posso dirlo in Potentino? «Meh, hai fatto ‘na cosa bella!» (risate)

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LO SPECIALISTA RISPONDE

 

Otto domande al direttore dell’Unità Operativa di Neurologia del San Carlo, il dr. Nicola Paciello

 

Chi è il neurologo e quali patologie tratta?

Il neurologo è uno specialista, da non confondere con lo psichiatra, perché cura le patologie organiche del cervello a cominciare da ictus cerebrale, sclerosi multipla, epilessia, malattia di Parkinson, le demenze e tutte le malattie del sistema nervoso periferico, quali le neuropatie, la sclerosi laterale amiotrofica, la miastenia gravis, oltre alle patologie neurodegenerative del cervello.

Quando è necessaria e in che cosa consiste la visita neurologica?

Qualora dovesse presentarsi qualunque sintomo inquadrabile come anomalia del sistema nervoso che può essere un disturbo della vista, una cefalea, una perdita di coscienza, un disturbo di forza di un braccio, un disturbo di sensibilità, un disturbo di equilibrio. La visita neurologica consiste in un’accurata anamnesi sulla storia clinica del paziente, perché molte malattie neurologiche possono avere un esordio molto insidioso, poi si effettua un esame obiettivo neurologico su tutti gli organi dipendenti dal sistema nervoso centrale, per valutare la coordinazione motoria, la forza, il linguaggio e le sensibilità profonde, i nervi cranici e i riflessi osteo-tendinei, cioè un esame molto approfondito sul paziente. In neurologia abbiamo un’unica grande fortuna, cioè che ad un’anomalia in una parte del sistema nervoso centrale corrisponde un segno clinico e un sintomo da parte del paziente.

Ci sono delle cause che sono scatenanti più di altre o sintomi che devono farci preoccupare maggiormente?

Sicuramente una difficoltà per esempio nel linguaggio, un disturbo di forza ad esordio acuto, una perdita di coscienza improvvisa sine materia, senza anomalie della pressione arteriosa, un’anomalia della marcia: sono dei sintomi che assolutamente ci devono mettere in allarme. Le cause scatenanti sono dipendenti dalla patologia che andiamo a trattare, cioè nell’ictus cerebrale, la pressione alta e il diabete sono dei fattori di rischio che possono condurre ad un fatto vascolare al cervello.

In medicina solitamente si parla molto di prevenzione, vale anche per la neurologia? In che modo si fa, esistono screening appositi?

Assolutamente sì, soprattutto per quanto riguarda le patologie cerebrovascolari, perché i fattori di rischio sono numerosi, per esempio un paziente che ha una fibrillazione atriale, quindi un anomalia del ritmo cardiaco della quale è a conoscenza, è un paziente ad elevato rischio cardio embolico, quindi di sviluppare la patologia vascolare. Così come un paziente forte fumatore, uno con diabete di lungo corso o ipercolesterolemia anche se solo familiare: tutti questi sono fattori di rischio che possono essere assolutamente modificati.

Un capitolo a parte va dedicato all’Alzheimer, rientrante tra le patologie trattate dalla neurologia.

Nel caso specifico dell’Azienda ospedaliera San Carlo, abbiamo un’unità di valutazione per l’Alzheimer a cui fanno capo sia neurologi, sia geriatri, sia psicologi: un team multidisciplinare proprio perché la patologia riveste più branche.

L’Alzheimer è una malattia degenerativa, c’è qualcosa che a oggi ancora non sappiamo e quali passi avanti si stanno facendo?

Sono stati fatti numerosi passi in avanti, poi noi abbiamo la fortuna di avere un nostro conterraneo, il dr. Marcello D’Amelio, che è stato ospite gradito a Pignola qualche mese fa in una manifestazione in cui anch’io ero partecipe, perché ha scoperto delle vie di trasmissione del sistema nervoso centrale che sono implicate nella genesi dell’Alzheimer. Quindi adesso sappiamo che l’Alzheimer non è più quello che consideravano una volta, cioè solo una patologia dell’adulto che va verso la senescenza, ma possono esserci anche esordi più precoci. La ricerca sta facendo numerosi passi in avanti, ci sono tutta una serie di farmaci come le cellule staminali e gli anticorpi monoclonali, alcuni di questi sono già in “fase due” di studio, quindi il futuro è aperto al miglioramento della cura di questi pazienti. Allo stato attuale abbiamo dei farmaci che possono andare a reintegrare un po’ la circuiteria colinergica che è deficitaria nell’Alzheimer, in qualche modo supplire alla funzione che viene persa. Chiaramente, più precoce è la diagnosi, più i farmaci hanno una loro efficacia reale di rallentare un po’ la storia naturale della malattia…Anche se la cura definitiva ancora non ce l’abbiamo.

Quali tecnologie vengono incontro alla Neurologia?

Abbiamo tre campi di utilizzo: le neuroimmagini, l’esame gold standard per il paziente, la risonanza magnetica dell’encefalo e del midollo spinale. Adesso abbiamo diverse tecniche della risonanza magnetica: in diffusione per vedere precocemente le lesioni ischemiche; la risonanza magnetica di perfusione; poi quella funzionale per vedere alcune anomalie, per esempio nella cura di tumori cerebrali per trovare circuiti implicati. Poi c’è tutto il discorso della Neurofisiopatologia, quindi l’Elettromiografia, l’Elettroencefalogramma; qui a Potenza abbiamo anche la possibilità di fare la video EEG con lo studio del sonno e i potenziali evocati. Poi c’è la parte relativa alla Neurosonologia, cioè l’Ecodoppler, l’Ecodoppler-transcranico, tutte indagini diagnostiche che noi possiamo effettuare qui al San Carlo. Abbiamo la fortuna di avere un’ottima Medicina Nucleare che ci aiuta con gli esami di Scintigrafia cerebrale, per esempio nella diagnosi della malattia di Parkinson, con traccianti per i recettori dopaminergici che si chiama “DaTscan”, un esame che conferma la genesi degenerativa della patologia. In questo momento abbiamo quindi numerosi macchinari in uso.

Cosa si sente di dire ai pazienti lucani che molto spesso scelgono di curarsi fuori?

Proprio negli ultimi tempi mi è capitato un esempio calzante: un paziente in cura da noi con una patologia estremamente complicata, ha scelto di richiedere un secondo parere fuori, e dopo essersi rivolto a un neurologo di un prestigioso ospedale lombardo (tra l’altro un mio collega, ci conosciamo e lavoriamo per protocolli condivisi), questo direttore gli ha consigliato di rimanere in cura presso la Neurologia della Basilicata, proprio perché ha riconosciuto il prestigio di questa eccellenza sul territorio. L’expertise che abbiamo è obiettivamente molto capace, e in Basilicata siamo in grado di fare diagnosi di pressoché tutte le patologie neurologiche. Chiaramente c’è poi un discorso legato alla genetica, con alcune patologie estremamente rare, che possono essere inquadrate attraverso esami diagnostici che al San Carlo non si fanno ancora, ma sono piccolissime fette della Neurologia.

(a cura di Antonella Sabia)

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