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di Walter De Stradis

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ovemila “fascicoli” aziendali e quasi quindicimila soci, che vogliono «più realtà e incidenza» soprattutto rispetto alla burocrazia. Secondo il presidente di Coldiretti Basilicata, Antonio Pessolani (al suo secondo mandato), il contadino e l’imprenditore non capiscono il motivo per cui, per alcune cose -anche semplici- passano mesi e mesi, mentre le loro pratiche attraversano diverse “trafile”, non di rado giungendo a compimento «quando l’agricoltore ormai non ne ha più bisogno». A questi, insomma, interessa che aprendo il rubinetto fuoriesca acqua: «come e perché questo avvenga poco gli interessa, perché lui è resiliente e vuole produrre, a favore della comunità. E questo è un atto di generosità in sè».

d - Presidente, come giustifica la sua esistenza? Facciamo un piccolo “riassunto delle puntate precedenti”.

r - In realtà sono prestato all’agricoltura. Nasco come ingegnere, e per quindici anni ho svolto l’attività professionale. Tuttavia ho sentito “il richiamo della foresta”, essendoci in famiglia aziende agricole (formaggio podolico) che ho seguito e fatto crescere insieme ai miei genitori e fratelli. A un certo punto, mi ci sono dedicato in maniera esclusiva, e una volta aperta la partita Iva, per me è stato facile scegliere il sindacato, la Coldiretti è stata sempre nel mio cuore. In meno di un mese sono stato selezionato tra i possibili dirigenti, e -fedele al motto “se non ti rappresenti tu, lo farà qualcun altro”- mi ci sono buttato anima e corpo, con spirito di sacrificio.

d - Lei però ha operato anche in politica, è stato sindaco di Abriola...

r - Si, ho fatto politica locale per venticinque anni. Dal 2007 al 2012 sono stato sindaco del mio paese, ma sono stato anche vice presidente della comunità montana, senza contare la mia esperienza alla guida del Gal Basento Camastra (oggi “PerCorsi”), fra i cui progetti c’è stato anche il film “Basilicata Coast to Coast” con Rocco Papaleo...

d -...oggetto anche di tante polemiche...

r -...sì, le polemiche ci saranno sempre, ma da quel progetto, sono forse nate anche la Lucana Film Commission, nonché Matera Capitale della Cultura.

d - Sì, ma viste le polemiche sui “luoghi comuni” presenti nel film, se fosse stato lei il regista, cosa avrebbe cambiato?

r - Avrei esaltato maggiormente le capacità della Basilicata, anche dal punto di vista imprenditoriale, perché ci sono grandissime aziende, in tutti i settori: nel Metapontino abbiamo un’ortofrutta che fa spavento a livello internazionale (fragole, agrumi); nel cerealicolo abbiamo imprese e pastifici importanti. Insomma, tante cose che danno lustro e vanno ben oltre l’aspetto bucolico rappresentato in quel film.

d - Sul tavolo ci sono vari problemi. Cominciamo da quello più “caldo”, la siccità.

r - E’ un allarme, quello dei cambiamenti climatici, che noi lanciamo da diversi anni ormai. Lo avevamo previsto, pertanto abbiamo dettato -a livello nazionale- un’agenda che si prefigge di ricostruire tanti laghi, che consentirebbero di invasare ben oltre il 10% attuale di acqua, per tenerla come scorta per le grosse aziende agricole in stato di bisogno. Per fortuna, in Basilicata la situazione non è drammatica, perché qualcuno prima di noi aveva pensato a un piano degli invasi con tante dighe, come quella di Monte Cotugno, Senise, che ci consente ancora di respirare. Tuttavia, questi invasi vanno messi a regime, vanno evitati gli sprechi e soprattutto vanno resi ancora più capienti. Vanno fatti dei lavori, e ci sono le risorse (regionali e nazionali), ma gli enti preposti (Autorità di Bacino, Acque del Sud) devono attivarsi..

d - Una delle prime conseguenze del caldo, è che la produzione nostrana di miele sarà pari a zero.

r - Eh sì. Con i grandi calori, i fiori ci sono, ma la pianta va in auto-difesa, per cui produce solo il minimo indispensabile per auto-prodursi (e le api ne soffrono). L’anno scorso c’era un problema inverso a causa delle troppe piogge. La natura, insomma, si auto-regola, e noi dobbiamo stare attenti a non creare danni, e a favorire un giusto riequilibrio.

d - Siamo in attesa della nuova giunta regionale: quale dovrà essere la prima pratica sulla scrivania del nuovo assessore all’agricoltura?

r - Da quindici anni, come Coldiretti, dalla politica manteniamo un’autonomia tale, che ci consente di aprire bocca su tutti i settori. Avendo fatto tante assemblee territoriali, il primo problema che viene alla luce, oltre a quello della siccità, è la lotta alla fauna selvatica, ovvero i cinghiali. E guardi che non è più soltanto un problema dell’agricoltura...

d - Ormai vanno a spasso anche nella città.

r - Sotto casa, negli orti privati! C’è un tema che riguarda la sicurezza, anche per gli automobilisti sulle strade (registriamo un aumento esponenziale degli incidenti). Pertanto chiediamo alla Regione di approntare un piano di abbattimento selettivo, verificata la legge nazionale che consente anche nei parchi di fare un intervento straordinario, finanche con l’esercito, visto che le forze numeriche dei cinghiali sono in aumento.

d - E tutta questa carne che fine deve fare?

r - Beh, noi stiamo costruendo anche delle filiere, in cui so che la Regione ha messo delle risorse (tre milioni di euro). Anche qui, però, ci vuole un’accelerata: ridurre drasticamente i numeri dei cinghiali, perché l’agricoltura non riesce più a produrre.

d - Tra l’altro credo ci sia anche un problema di percezione delle responsabilità, in tema sicurezza, Il presidente di un’associazione, che gestisce un'area verde a Potenza, ci raccontava di uno scarica-barile verificatosi in concomitanza dell’arrivo degli ungulati. Insomma, chiamato a intervenire, ciascun ente diceva fosse competenza di un altro.

r - Eh sì. Ci sono periodi diversi che determinano competenze diverse. A volte le determina l’ATC insieme alla Regione, in periodo di caccia, il che consente ai cacciatori di intervenire; in alcuni altri casi è la Provincia, in altri casi ancora la competenza è di un determinato Parco. Insomma, come lei ha ben individuato, c’è sempre un ginepraio di burocrazia. Come accade per l’acqua e per gli invasi, d’altronde: spesso si ha difficoltà ad aprire il rubinetto, perché ci sono diverse autorità che devono dare il beneplacito. Ecco perché occorre una legge regionale per armonizzare le competenze, anche in ambito abbattimento: sicuramente i Comuni queste competenze non le hanno, per cui in molti casi non possono agire, anche in presenza di un problema di sicurezza cittadina. Il 9 e il 10 di Luglio noi saremo alla Regione, a protestare, in mobilitazione permanente, per fare proposte sul tema fauna selvatica. Abbiamo individuato anche una soluzione: istituire, da parte di Coldiretti, un gruppo di guardie volontarie ambientali, per poter contrastare (nel caso abbiano il porto d’armi) questa invasione di cinghiali, insieme ai cacciatori. Daremo questi strumenti, affinché la Regione dichiari lo stato di calamità -perchè di ciò si tratta- onde dar vita a un piano straordinario di emergenza di abbattimento dei cinghiali. E’ un’arma importante, insieme alle catture e ad altri strumenti (a proposito dei quali la Regione ci ha seguito e li sta mettendo in atto).

d - Facciamo un passo indietro: lei ha detto che in Basilicata ci sono tante realtà imprenditoriali, belle e floride, ma il quadro generale non mi risulta sia tutto rose e fiori.

r - No, però la nostra regione è una piccola nicchia che in qualche modo è stata preservata, e ci si è attrezzati in merito. I mille ettari di fragola Candonga nel Metapontino...beh, oggi parliamo del primo produttore in Europa! Oggi c’è anche l’avvio del procedimento di IGP a livello ministeriale, quindi parliamo di un settore che è in crescita e che fa occupati. Poi, certo, c’è uno sbilanciamento nelle cosiddette aree interne, in cui troviamo tanti prodotti di nicchia, che non riescono a fare massa critica e a sfondare sui mercati. C’è un fattore determinante: il non giusto riconoscimento del prezzo ai produttori. Dare oggi cinquanta centesimi per un litro di latte (che sullo scaffale si vende a circa due euro) è un dramma impensabile. La lancetta è troppo spinta sulla speculazione. Tuttavia, col decreto “pratiche sleali” che abbiamo fatto approvare, abbiamo messo dei paletti, cercando di fare arrivare il prezzo del latte a settanta centesimi.

d - Siamo in estate, periodo di sagre, di finanziamenti pubblici, e di polemiche in merito...visto che non manca chi s’inventa delle cose “estemporanee”.

r - Certo. Ho fatto il sindaco e conosco le realtà locali. Se una sagra è legata a una tradizione (pecorino di Filiano, canestrato di Moliterno, fagiolo di Sarconi), va benissimo. Quello che manca, è una regia a livello di Regione (Dipartimento Agricoltura e Dipartimento Ambiente), Apt e Gal, per fare sistema, con tanto di calendario e itinerario per trattenere il turista più giorni. Gli “spot” a sé stanti, campanilistici, non servono a nulla.

d - Se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe.

r - Gli sottolineerei l’importanza del senso di appartenenza al popolo lucano, ma penso che anche lui coltivi questo valore. Come presidente di Coldiretti, quando mi trovo a ragionare con un socio, ragiono per prima cosa come imprenditore. Quindi direi al presidente Bardi di ragionare prima da cittadini. Capisco che ci sia tutto un “folclore” istituzionale, un’agenda, da seguire, ma lo inviterei a visitare di più, insieme a noi, le aziende, onde comprendere “l’anima” dell’imprenditoria locale.

d - L’agricoltura lucana può essere una forma di richiamo contro lo spopolamento?

r - Assolutamente sì. Se ripartiamo dai temi trattati in questa intervista, e rimettiamo ordine, oggi l’agricoltura è l’unico settore in crescita, insieme al turismo. Facendo questo connubio, si apre un’opportunità grandissima. Io sono ottimista.

 

 

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

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ominato arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marisco Nuovo il 2 febbraio scorso, monsignor Davide Carbonaro, cinquantasette anni, ha fatto il suo ingresso nel Capoluogo, da capo della chiesa locale, il 18 maggio scorso. Si è ritrovato a Potenza, praticamente, nel bel mezzo dei festeggiamenti del Santo Patrono e dell’accesa campagna elettorale per le comunali.

Quel che si dice, un battesimo del fuoco.

d- Come giustifica la sua esistenza?

r - In modo semplicissimo, ma profondissimo: mi sento amato. Lo sono stato e lo sono ancora. Sono stato molto amato dai miei genitori -nel contesto di una famiglia meridionale, molto semplice, proveniente dalla Sicilia- e ho capito, crescendo, che quello era il riflesso di un amore molto più grande. Quello di Dio.

d- Di cosa si occupava la sua famiglia?

r - Siamo della Val di Noto, mamma originaria di Rosolini, papà di Ispica. Mamma faceva la casalinga e papà l’artigiano, il falegname. Ho vissuto in Sicilia fino a 11 anni, ma poi c’è stato il “richiamo” da parte dei fratelli di papà, che si erano già trasferiti a Roma negli anni Cinquanta. E così, ho vissuto, nel 1978, l’esperienza dello “sradicamento”, il passaggio da una piccola realtà, alla periferia di una città grandissima come Roma. Tuttavia, mi venne in aiuto la chiesa, perché subito i compagni di classe mi portarono in oratorio e vissi un’esperienza molto bella. Tenga conto che la periferia di Roma, in quegli anni lì, implicava tutto un mondo.

d- Nel senso che l’amore e la fede l’hanno “salvata”.

r - Mi potevo perdere come qualsiasi altro ragazzo, come purtroppo è accaduto ad alcuni miei amici. Mi preme dire che diversi miei amici, sia d’infanzia sia della periferia di Roma (Torre Maura, sul Casilino), sono stati presenti alla mia ordinazione episcopale, rimettendo insieme i pezzi di una storia straordinaria.

d- Quando ha capito che nella sua vita sarebbe stato un sacerdote?

r - Beh, già da piccolissimo: da persona del Sud, vivevo nel cuore della devozione popolare. Sa, mia nonna, con cui vivevo, mi portava a messa, e già desideravo entrare in seminario. Poi a Roma, dopo l’iniziale disorientamento, la frequentazione della parrocchia di San Giovanni Leonardo a Torre Maura, il catechismo, la cresima, riaccesero nel mio cuore il desiderio di diventare sacerdote. Anche se mio padre, per la verità, non era molto d’accordo.

d- Era comunista, papà?

r - No, non era comunista, ma era un gran mangiapreti e gli è capitata ‘sta disgrazia, nella sua vita (risate). Papà era il classico siciliano degli anni Quaranta, cresciuto in un ambiente un po’ anticlericale. Amava l’arte e i libri antichi. Ma io stesso, l’apertura della conoscenza, la ricchezza dalla cultura (anche quella spirituale) l’ho appresa sulle ginocchia di mio padre. Ricordo le grandi discussioni; io studiavo alla Gregoriana e lui, autodidatta degli studi sacri, mi diceva: “Portami qui un gesuita, gli spiego io la vera teologia!” (sorride).

d- Lei ci ha narrato di un ambiente tipico delle parrocchie di quartiere di alcuni decenni fa, che l’ha formata; di recente ho intervistato il parroco storico di Tito (Pz), il neo centenario don Nicola, che ha espresso alcune riserve sulla chiesa “moderna”, così come l’ha vista cambiare in ottant’anni di sacerdozio.

r - Dal mio punto di vista, la chiesa è cambiata in meglio, dialogando con la Modernità; io, così come i mie confratelli, sono il frutto di quegli anni Ottanta che hanno visto i cambiamenti del Concilio Vaticano Secondo, i grandi cambiamenti della Chiesa. Si è trattato di mettere al passo la parola del Vangelo col nostro tempo. Ho avuto, in questo senso, grandi insegnanti, che oggi sono grandi figure: Cardinal Ladaria, Monsignor Fisichella...

d- Come interpretare, allora, l’emorragia di fedeli che c’è stata negli ultimi decenni?

r - Dipende. E’ un effetto della secolarizzazione. Questa emorragia è soprattutto visibile nel Nord Italia. Nel Nord Europa c’è stato un distacco tra la fede e la vita. La modernità e la post-modernità hanno portato a questa sorta di “autonomia”, che mette la fede da parte. Nel Sud Italia, invece, ritroviamo ancora un forte senso religioso, legato alla fede popolare. Voi Lucani lo sapete bene: di fronte alla Madonna di Viggiano...beh, non ci sono argomentazioni che tengano! (sorride). La secolarizzazione c’è anche da noi, ma c’è ancora una parte buona, che può essere coltivata.

d- Lei è arrivato in città nel bel mazzo dei festeggiamenti del Santo Patrono, ricevendo un abbraccio particolarmente caloroso. Tuttavia, quando le hanno detto che doveva andare a Potenza, cos’ha pensato?

r - Quando me l’hanno detto, geograficamente non sapevo neanche dove fosse! (ride)

d- Un classico.

r - Infatti, penso che l’abbiate già sentito. Comunque, già dopo i primi approcci, ho compreso che è un luogo che ha una sua bellezza, anche naturale. Poi mi ha colpito la semplicità delle persone. Una delle prime volte che sono venuto qui, ho fatto una passeggiata, e la gente mi ha subito fermato, riconoscendomi, chiedendomi di fare dei selfie e così via. E poi, in occasione della mia ordinazione episcopale a Roma, sono venuti molti fedeli della diocesi, è questa è stata una cosa bellissima. E poi, ancora, c’è stato il grande abbraccio, al mio ingresso in città, e la Festa di San Gerardo è stata la conferma.

d- Al di là del “protocollo ufficiale”, cosa le ha detto il suo predecessore, Ligorio?

r - Lui e gli altri vescovi mi hanno consegnato una narrazione, come avviene in ogni altra realtà, delle ricchezze e delle povertà di questa chiesa. Con loro, qualche settimana prima della mia ordinazione episcopale, ho potuto fare la cosiddetta visita “ad limina” (la visita al Santo Padre e agli uffici di curia); per cui, il racconto di Ligorio e degli altri vescovi, presente nelle loro relazioni al Santo Padre e ai Dicasteri, mi ha consentito di ascoltare la ricchezza di una chiesa che è viva, ma che ha anche le sue ferite e le sue povertà.

d- Potenza è il capoluogo di regione in una terra in cui la povertà sembra crescere: in che modo la povertà può influire sul percorso pastorale di un Arcivescovo?

r - Mmm, io parlerei di povertà e di ricchezza insieme. La Basilicata ha davvero molto, sia dal punto di vista territoriale sia da quello artistico, si tratta di mettere insieme l’intelligenza, le prospettive, la lungimiranza, lo sguardo sulle proprie realtà, e mettersi a lavorare insieme. Un arcivescovo viene in un territorio, si guarda intorno, e inizia a dialogare, anche con gli uomini politici, e dovrà dire una parola su questa ricchezza e su questa povertà presenti sul territorio.

d- I suoi predecessori, a dire il vero, non hanno mai lesinato critiche a quella politica incapace di trasformare le ricchezze territoriali in sviluppo reale. Che tipo di rapporto intende instaurare con la politica locale?

r - Innanzitutto di dialogo, parola che preferisco a “critica”. E poi, il pastore è sempre un padre di tutti, e un padre, ogni tanto, va dai propri figli a chiedere conto dello stato delle cose. E io penso di pormi anche da questo punto di vista.

d- Lei ha citato la Madonna di Viggiano, sa bene che i politici, ogni volta, sono sempre tutti lì, in passerella, seduti in prima fila. Una tiratina d’orecchi, magari ogni tanto...

r - (Sorride). Se sarà necessario, anche questo, ma sempre nel dialogo fraterno, e sempre nella dimensione adulta, di persone al servizio della gente. Lo spirito illumina la carne e la carne dà valore e forza allo spirito.

d- Fra una quindicina di giorni Potenza sceglierà il suo prossimo sindaco. Cosa gli dirà?

r - “Coraggio, andiamo avanti!”. Dobbiamo voler bene a questa nostra città e alle persone che la abitano.

d- C’è qualcosa che la spaventa, in questo inizio di percorso pastorale in una città come Potenza?

r - Sì, mi spaventa il non conoscere molte realtà.

d- Girerà molto?

r - Già lo sto facendo, sia all’interno della città, sie nell’hinterland. Sto girando, in occasione delle cresime, per diverse cittadine, e sto già sperimentando le differenze tra il centro e la periferia. Il mio compito sarà quello di far dialogare queste realtà.

d- Ho avuto modo di assistere a una sua celebrazione di cresima, sabato scorso a Potenza, e lei a un certo punto ha parlato del diavolo. Esiste davvero o è solo un concetto “filosofico”?

r - Sì, sì. San Paolo VI parlava di “dimensione personale” del diavolo, e il male ha una sua influenza. Ne sentiamo ancora le conseguenze, ma c’è una vittoria definitiva attraverso la Pasqua di Cristo Signore. Le conseguenze più gravi del male sull’uomo sono la morte, ma questa a sua volta è superata con la Resurrezione di Cristo e noi siamo risorti insieme a lui.

d- Il libro che la rappresenta?

r - Mamma mia! (ride). “Il Nome della Rosa”, di Umberto Eco. Adoro il mondo medievale e qui ci sono luoghi assolutamente straordinari, come la cattedrale di Acerenza.

d- La canzone?

r - I Pooh, quella che fa “Ci sono uomini soli...per la sete di avventura”, e forse è un’avventura quella che il Signore mi sta chiedendo di vivere. Una cosa straordinaria.

d- Il film?

r - Bah, potrei dire... “Top Gun”.

d- Lei è uno degli Anni Ottanta, l’ha detto prima.

r - Giustamente.

d- Tra cent’anni scoprono una targa a suo nome qui in Arcidiocesi: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

Non saprei...”Qui giace quel vescovo che mai tace” (sorride). Che non tace soprattutto per la Verità e per il Vangelo.

 

 

 

 

pipponzi_intervista.jpgLa consigliera regionale di Parità Pipponzi ha invitato i sindaci eletti nella tornata elettorale dell’8 e 9 giugno a rispettare le quote di genere per una corretta composizione delle giunte.

“La mancata rappresentanza di genere – ha affermato la Consigliera di parità – lede il principio della democrazia paritaria, privando l’attività amministrativa di una diversa prospettiva e di una visione che solo l’armonica compresenza di uomini e donne può conferire per costruire una società più giusta ed equalitaria”.

Entrando nel dettaglio, le norme stabiliscono che i sindaci dei Comuni con popolazione inferiore a 3.000 abitanti devono garantire la rappresentanza di genere nelle giunte, obbligo che vale, chiarisce la Consigliera, anche per gli organi collegiali del Comune e per gli Enti e organismi da esso dipendente.

“Poiché non è specificata la quota di genere che deve essere assicurata, ne consegue – ha aggiunto Pipponzi - che in queste amministrazioni le regole che prevedono la presenza del sesso meno rappresentato in misura non inferiore al 40 per cento dei componenti dell’organo collegiali non sono vincolanti. Se il sindaco ritiene di derogare al principio della pari rappresentatività è tenuto però a motivare congruamente la sua scelta. E se lo Statuto comunale lo prevede è possibile attingere a un assessore esterno a seguito di un interpello rivolto al genere meno rappresentato, come stabilito dalla sentenza n. 237/2018 del Tar Basilicata che ha annullato la delibera sindacale di un Comune lucano con meno di 3.000 abitanti”.

Nei Comuni con oltre 3.000 abitanti, invece, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento con arrotondamento aritmetico. “Ovviamente anche per queste amministrazioni comunali – ha concluso la Consigliera di parità - vale la regola della necessità di documentare l’istruttoria messa in campo per garantire la rappresentanza di genere. Rivolgo, infine, gli auguri di buon lavoro ai sindaci, ai consiglieri e soprattutto alle consigliere comunali elette, auspicando che tutti e tutte mettano in atto, prima di tutto, la necessaria sensibilità paritaria, fondamentale per garantire ai cittadini la piena partecipazione alla vita pubblica”.

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di Walter De Stradis

 

 

Il cavalier Michele Prestera è il tipico

Levantino (è per metà Lucano e per

metà Venezuelano) dal piglio fattivo,

con i capelli e baffi bianchi che spiccano

sulla pelle olivastra. Dopo essere già

stato diverse cose (sindacalista di lungo

corso, vice sindaco a San Chirico Raparo,

nonché co-fondatore ed ex presidente del

Parco della Grancia) attualmente è presidente

del Centro di Solidarietà Don Tommaso

Latronico ETS, che dal 1991 si occupa di

sostegno alimentare, convenzionato col

Banco Alimentare della Campania. E’ inoltre

membro della segreteria regionale di UIL

Pensionati, con delega all’handicap e in

ambito culturale e storico ricopre la carica di

presidente del Centro Studi “Carlo Alianello”

APS.

D - Cavaliere, come giustifica la sua esistenza?

R - Grazie a Dio non mi sono costruito da solo

(sorride), ma esisto a seguito dell’incontro tra

mio padre e mia madre. Sono nato a Caracas,

Venezuela, ma sono cresciuto in un piccolo

paese come San Chirico Raparo; in questo

modo ho scoperto una serie di sollecitazioni,

provenienti dalla cultura popolare lucana,

dai rapporti di vicinato; si tratta di valori in

cui ancora mi riconosco, oltre all’esperienza

cristiana che ancora oggi mi sostiene in ogni

cosa che faccio.

D - Come nasce e di cosa si occupa il Centro

Solidarietà Don Tommaso Latronico?

R - Don Tommaso Latronico, originario di Nova

Siri, è stato il fondatore di Comunione e

Liberazione in Basilicata. Io lo conobbi

una cinquantina d’anni fa, 1973-73; ero un

operaio metalmeccanico, e rimasi affascinato

da questo suo progetto che allora si avviava.

Fui uno dei primi ad aderire a questa proposta

cristiana, all’insegna del “qui e ora”. Il

Cds è solo una delle tante realtà venutesi a

creare, ma ancora oggi assiste oltre cento

famiglie bisognose. Ma quella del “dono”

è solo una risposta fi sica; si tratta in realtà

del bisogno di condividere un’esperienza,

acquisendo maggiore consapevolezza di sé e

del senso della vita.

D - Cento famiglie riferite a quale territorio?

R - Potenza. Con la partenza, a settembre, del

Banco alimentare regionale, rafforzeremo e

allargheremo la nostra presenza.

D - Che tipo di assistenza offrite a queste

cento famiglie?

R - Oltre al fabbisogno alimentare, c’è un tipo

di sostegno, psicologico, che si traduce

nel rispondere a domande sulla vita,

dando risposte che in qualche modo fanno

risollevare la persona.

D - Quindi è vero che a Potenza la povertà non

è solo “economica”, ma anche e soprattutto

sociale? E’ vero che c’è molta solitudine?

R - Esattamente. E col Covid questa realtà si è

accentuata. La paura di avere contatti con

l’altro, porta alla diffidenza, che a sua volta

rende il clima sociale a rischio. Ognuno,

dunque, pensa di avere di fronte a sé un

avversario”, il che rende molto difficile

collaborare, creare magari un’associazione,

un’attività culturale e quant’altro.

D - Alcuni suoi colleghi del sociale

lamentavano l’assenza di comunicazione

che in primis si registrerebbe proprio fra

voi operatori del settore (associazioni, enti

benefici e quant’altro).

R - Ed è così. Riallacciandomi anche alla

mia attuale esperienza nella Uil in ambito

disabilità, tempo fa ho scritto una lettera

a disagio, onde dar vita a un Osservatorio

comune, e abbattere questi muri di diffidenza,

di pregiudizio, questi “isolotti” che si sono

venuti a creare. Da solo nessuno può farcela.

D - Ma perché ci sono questi “orticelli” anche

nel volontariato? E’ un atteggiamento

tipicamente potentino?

R - No, io ritengo che ci sia proprio la paura

di mettersi insieme, la paura che qualcuno

possa invadere il campo dell’altro.

D - Associazionismo e volontariato possono

rivelarsi una “vetrina” per altri scopi?

R - Sicuramente. Purtroppo, l’esperienza

ci insegna che su certe vicende c’è chi

ha strumentalizzato e si è costruito una

postazione di potere. Tuttavia, io ancora

sostengo che se questa esperienza di amore

riesce a scavalcare certi ostacoli, insieme si

può ancora costruire e bene. L’uomo non è

fatto per vivere da solo; basta ritrovare il

senso genuino della solidarietà nei confronti

dell’altro.

D - Come Cds ricevete fondi pubblici? Come

vi sostenete?

R - Con il 5 x mille, tra l’altro siamo stati la

prima esperienza in Basilicata (parliamo

di fi ne 1991), e quindi -nonostante i fondi

non bastino mai- diciamo che una certa

tranquillità” ormai ce l’abbiamo.

D - Si può tracciare una sorta di “identikit”

del povero dei giorni nostri, qui a Potenza?

R - Come dicevo, non mi fermerei alla questione

del fabbisogno alimentare: vedo delle

persone smarrite, sfiduciate, senza un senso

della vita, ingabbiate in una sensazione

da cui non riescono più a uscire. Il nostro

compito diventa quindi quello di sganciarli

da quella dimensione, esaltare la persona,

rimetterli in gioco riguadagnandoli al gusto

per la vita.

D - E come si fa a riguadagnare alla vita una

persona che è priva di speranze?

R - Standogli affianco, e non giocando sulla

dimensione umana (cosa che spesso accade).

D - “Non giocando sulla dimensione umana”:

sarebbe?

R - Se uno vive e si cimenta in un'esperienza

d’amore, è difficile che possa approfittarsi

di quella situazione stessa. Diversamente

accade se la vera intenzione è quella di

diventare un qualcuno o un qualcosa.

D - Chiarissimo. Cambiamo argomento:

Potenza è una città a misura di disabile?

R - No, per carità.

D - Perché?

R - Barriere architettoniche, mancanza

d’attenzione...questa è una città piena di

difficoltà, per i bambini, per i disabili, un

po’ per tutti. E’ una città che ha perso la sua

identità. E’ una città che avrebbe bisogno di

essere ricostruita.

D - Siamo a poche ore dalle elezioni comunali.

Il prossimo sindaco su cosa si deve mettere,

immediatamente, a lavorare?

R - Per cominciare, dovrebbe valorizzare tutto

l’ambito del Terzo settore. Perché? Perché

è quella dimensione che dà una risposta

immediata a un bisogno: disabilità, banco

alimentare, infanzia, terza età etc. E parliamo

sempre di volontariato, quindi non ci sono

per lo mezzo chissà quali interessi. Bisogna

lavorare insieme su una progettualità, per

avere una città più armonica.

D - Potenza si riprende se...?

R - Se si riparte dall’uomo, dalla persona

umana, dal cuore delle esigenze dell’uomo.

D - Veniamo alla questione Grancia che, dopo

qualche difficoltà, da un po’ di tempo

è ripartita. Come sta, oggi, la sua co-creazione?

R - E qui mi apre una ferita. Oltre a esserne stato

co-fondatore, sono stato anche presidente

dell’Associazione dei Volontari del parco

della Grancia. Partimmo da zero, quando di

associazioni e realtà dedicate a quel periodo

storico praticamente non ce n’erano. Col

tempo, anche alcuni volontari sono diventati

professionisti, nonché presidenti di varie

associazioni, dando vita a un indotto di

attività culturali e storiche molto importante.

D - Però?

R - Però, come sempre accade, qualcuno a un

certo punto ritiene di essere diventato la

massima autorità in materia, con tanto di

Vangelo in tasca. E così le cose diventano

complicate. Il Parco di difficoltà ne ha avute,

ne ha, e ne avrà sempre, il problema vero è

rimettere nella giusta proporzione il rapporto

tra politica e privati. Quella della Grancia

stata proprio la prima, seria, esperienza

di rapporto tra politica e privati, ma a un

certo punto la politica ha cominciato a

sconfinare in ambiti non di sua competenza,

imponendo veti, ingerenze e prevaricazioni,

anche sulla parte “sociale”. E’ così, dopo

dieci anni di queste vicissitudini, ho preso

e me ne sono andato. E tenga conto che

io, come gli altri, ho sempre operato da

volontario, e cioè senza mai percepire

alcunché.

D - Rimaniamo in tema. Da Presidente

dell’Associazione “Carlo Alianello”, qual

è, secondo lei, il libro che tutti i lucani

dovrebbero leggere?

R - Beh, sono tre: “L’eredità della Priora”,

‘”L’inghippo” e “La Conquista del Sud”.

Alianello ha raccontato la storia dei

perdenti, dei vinti, delle persone al di fuori

di quel tipo di maggioranza che non fa

respirare la minoranza. Un tempo, la Cultura

o era di parte o non era. Invece la verità va

raccontata. E Alianello ha raccontato la

storia dei pov’r omm, di gente che ha fatto

la fame e ha pagato, anche, con la morte.

E ancora oggi nel Cinespettacolo della

Grancia ci sono cose di Carlo Alianello. La

nostra associazione nacque con l’esigenza,

che ci fu manifestata dai parenti dello

scrittore, di preservare alcuni suoi documenti

(testi, manoscritti, disegni etc.). Col Comune

di Tito facemmo dunque nascere un Fondo

Carlo Alianello, che ancora oggi, nei suoi

locali, ospita tutto questo materiale. Adesso

sarebbe necessario digitalizzarlo, metterlo in

rete: spero che con la nuova amministrazione

tutto questo si possa fare.

 

 

di Walter De Stradis

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Dopo la sortita a Poggio Tre Galli, la nostra rubrica si sposta nuovamente dai tavoli del ristorante alle panchine rionali, per parlare con alcuni “portavoce” di quartiere, a proposito delle questioni annesse e connesse. Questa volta ci siamo recati nella Villa di Santa Maria per incontrare il signor Antonio Cossidente, da qualche anno "potentino di ritorno” (abbastanza arrabbiato, come vedremo), dopo cinquant’anni di vita e lavoro trascorsi in Veneto. Da qualche tempo, ha formato un comitato "spontaneo" di cittadini (non si tatta dunaue di un'associazione), denominato “Via Mazzini Libera e Pensante”, che abbraccia -come vedremo- diverse zone limitrofe. Anche loro (come già “i colleghi” di Via Parigi, da noi precedentemente incontrati), spesso e volentieri, si sono fatti sentire, e leggere, sulla stampa locale.

Insieme ad Antonio Cossidente, all’incontro in villa erano presenti alcuni altri residenti della zona e/o simpatizzanti e aderenti al “Comitato”.

d - Signor Cossidente, non è un caso se siamo qui nella Villa di Santa Maria: qui davanti, all’ingresso, voi del Comitato organizzaste un flash mob per protestare contro la pericolosità del tratto che si trova di fronte il cancello, comprensivo di strisce pedonali, sul quale le auto sfrecciano a grande velocità. A seguito della vostra manifestazione, il Comune ha installato, più sopra, due segnali stradali che fissano il limite di velocità a 20 km: è servito?

r - La situazione è rimasta la stessa. Quei segnali sono solo un palliativo, e tra l’altro, essendo stati messi in alto, non sono visibili agli automobilisti. Noi lo segnalammo subito, ma viene da dire che il Comune se n’è quasi lavato le mani, rendendo ancora aperta -almeno per noi- questa vertenza. Siamo stati dal Prefetto, che mi risulta abbia dato indicazione di mettere quel tratto in sicurezza, ma tutto è rimasto lettera morta.

d - Lanciamo allora la prima proposta al prossimo sindaco e alla prossima giunta. Cosa ci vorrebbe, materialmente?

r - Noi avevamo chiesto l’istallazione di un dosso, ma pare che non sia possibile, perché l’ingresso della villa è in prossimità di una curva. Avevamo quindi chiesto di mettere dei segnali lampeggianti, con pannelli fotovoltaici, ma “per ragioni di bilancio”, anche questo non è stato possibile. Lo abbiamo già urlato durante il flash mob: fin quando la sicurezza verrà considerata solo come un costo, le soluzioni adottate saranno sempre transitorie e mai risolutive. Noi non ci fermiamo. Ho chiesto un incontro con la Polizia Stradale per capire come mai un problema paia irrisolvibile. Segnalo che alcuni giorni fa, solo per un pelo, una mamma con carrozzina al seguito non è stata investita. Non escludiamo, pertanto, un nuovo flash mob. Confidiamo, comunque, nella prossima amministrazione, qualunque sarà.

d - Precisiamo che il vostro Comitato si chiama “Via Mazzini”, ma abbraccia anche altre zone adiacenti...

r - Sì, anche Rione Mancusi...il Sottopasso, Via Zara.

d - Esatto, via Zara: altra situazione che avete segnalata da tempo è quella dell’area camper. Inizialmente non funzionante per un problema “fognario”, poi risolto dal Comune, oggi ripresenta delle criticità, a quanto pare.

r - La situazione è addirittura peggiorata, tanto più che con la bella stagione e con alcuni eventi in città, i turisti arrivano. Il problema è che manca l’acqua, risorsa principale per i camperisti. Questi ultimi, quelli che si fermano qui a dormire, la mattina devono: svuotare i bagni chimici, lavare i bagni chimici, caricare l’acqua. Tutta roba che allo stato non è possibile. Tra l'altro, scaricano nelle aiuole. Su nostra insistenza, dal Comune ci è stato risposto che è un problema di Acquedotto Lucano. Ma noi, come Comitato, riteniamo che la nostra interfaccia debba essere sempre il Comune, anche se -va detto- non ci spieghiamo questa inattività da parte di Acquedotto Lucano (a cui mi risulta che il Comune abbia comunque scritto). Sì, il pozzo è stato spurgato alcune volte, ma il problema principale -ripeto- è l’assenza di acqua. Noi, di camperisti, ne abbiamo incontrati alcuni.

 

 

 

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d - Quindi i turisti CI VANNO in quell’area camper.

r - Domenica ne abbiamo incontrati sette. E tutti si lamentavano, considerato che quest’area è segnalata sull’app nazionale (nonché tramite cartelli in Inglese e in Italiano). Uno di loro infatti mi ha detto: “Se avessimo saputo, ci saremmo fermati a Matera”. Non è certo un vanto per Potenza.

d - Torniamo su Via Mazzini: il nostro giornale ha raccolto la protesta degli inquilini del “popoloso” Palazzo Gaeta, che si ritengono danneggiati dall’apposizione di un palo dissuasore (che, insieme a molti altri, è stato posto nel corso degli attesi e graditi lavori comunali di ripristino del marciapiedi), che impedirebbe il “carico e scarico”, in presenza di diversi esercizi commerciali e soprattutto di diversi anziani e malati nel condominio (in pagina pubblichiamo, infatti, la foto di un’autoambulanza costretta a parcheggiare sulla carreggiata, per soccorrere una signora del palazzo - ndr). A quanto sostengono, inoltre, identico “palo” non sarebbe stato posto all’ingresso di altri numeri civici.

 

 

 

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r - Ci siamo interrogati anche su questo. La cosa ci fu infatti segnalata a suo tempo da un esercizio commerciale, nel mentre montavano quel palo. Abbiamo cercato di capire il perché. Voglio dire, l’istallazione di quei paletti serve a impedire alle auto di sostare sul marciapiedi, ed è giusto, ma quel paletto in particolare pare totalmente ingiustificato, e finora non è stata data risposta ufficiale ai residenti. Le risposte non arrivano, sembra quasi una questione di principio. Quel palo, a parere del Comitato, non ha alcuna utilità. Saremmo ben felici di ricevere risposte in merito.

d - Parliamo un attimo di sicurezza urbana. Nelle interviste raccolte finora, relative ad altre zone della città, le lamentele in merito sono veementi, qui com’è la situazione?

r - Qui sorge un altro problema. In piazza Zara prima c’erano settanta parcheggi con strisce blu, collocati su due piazzole, che dovevano servire come collegamento con le scale mobili, ma che non sono risultati funzionali allo scopo. Adesso diventano a strisce bianche, ma noi abbiamo già denunciato che di sera -essendo tutto completamente al buio- ci vanno le coppiette, causando episodi spiacevoli: qualche giorno fa, un signore che portava a passeggio il cane lì nei pressi, è stato accusato da un “avventore”, appartato in auto con una donna, di fare il guardone! Pur senza fare la morale a nessuno, il problema illuminazione rimane serio. Tuttavia, la risposta ha sempre a che fare con le penurie di bilancio. E siamo alle solite. Tutto ciò ci ha portato a solidarizzare con quelli del “comitato” di Via Parigi, che vivono una situazione ancora peggiore. E che non si riesce a risolvere,

d - I problemi irrisolti perlomeno una cosa di buono l’’hanno portata, la solidarietà tra i quartieri. Infatti quelli di Via Parigi, a loro volta, hanno aderito all’associazione “Centro Storico”.

r - Sì, infatti. L’altra sera c’è stata una riunione dei vari comitati con i cinque candidati a sindaco (quattro, per la verità, visto che uno di loro non si è presentato), e io ho ribadito che in questa città è necessario che i comitati si coordinino tra di loro. Qui c’è una “vertenza Potenza” da mettere in piedi, sperando che quelli che verranno -nuovi o vecchi- si facciano carico di questi problemi, altrimenti rischiano di rimanere inevasi per lungo tempo. Io stesso ho proposto l’istituzione di un assessorato “alla partecipazione e alla condivisione”, onde coordinarsi con associazioni e comitati vari. Noi siamo “nati” con l’avvento del Sottopasso, quando ci chiusero e non sapevamo come scendere giù, e alcune criticità non sono state mai risolte. Penso alla segnaletica a Rione Mancusi... (a questo punto si inserisce uno dei cittadini presenti al nostro incontro, che lamenta: “Se debbo andare da Via Siena a Via Roma, non c’è il passaggio pedonale” e Cossidente: “Hanno istallato uno specchio, distante, ma non tutti riescono a vederlo” - ndr). C’è da asfaltare via Ravenna, c’è da portare indietro un palo posto lì in mezzo: tutte cose già accertate, ma rimaste lettera morta.

d - Un appello finale?

r - Lo farei ai cittadini: troppa gente, a volte, gira la testa dall’altro l’alto. Chi vuole bene a Potenza, deve mettersi insieme per far sì che certi problemi -sicurezza in primis- vengano risolti.

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

Si presenta al ristorante rilassato e sorridente. Per sua natura, dice, non ama fare polemiche coi giornali, né tantomeno querelarli (fossero tutti come lui): il cinquantatreenne Donato Ramunno, originario di Melfi, afferma di essere molto sereno e sicuro del lavoro svolto finora, da luglio 2022, in un ruolo comunque “scottante” (nella terra del petrolio), come quello di direttore generale dell’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Basilicata.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - Credo che ognuno di noi abbia uno scopo nella vita. Io ho avuto la fortuna di aver avuto dei genitori che mi hanno permesso di studiare, non senza qualche sacrificio, poiché provengo da una famiglia normale. Mio padre era un dipendente del Consorzio agrario di Basilicata e mi ha dato la possibilità di laurearmi, dopodiché ho esercitato per tanti anni la libera professione di geologo. Credo dunque che il senso che ho voluto dare alla mia vita si sostanzia in un attivismo, dapprima pubblico, e adesso con questo prestigioso ruolo di direttore generale di Arpa, avendone i requisiti.

d - Lei ha anticipato un po’ la mia domanda. Ogni qual volta si profila all’orizzonte una nomina come questa, per sua natura, politica…

r - ANCHE politica.

d - …anche politica. Tuttavia ne derivano sempre tutta una serie di polemiche del tipo: “avrà le competenze e i titoli per ricoprirla?”. Anche nel suo caso non sono mancate.

r - Per ricoprire il ruolo di direttore generale di Arpa bisogna avere dei requisiti specifici, dei titoli che hanno attinenza con l’ambiente e un’esperienza certificata maturata proprio in ambito ambientale.

d - E lei ce l’ha?

r - Eh, beh, credo che un geologo, laureato in Scienze Naturali…

d - E quindi in ambito petrolio, per esempio…

r - Io mi sono laureato presso l’Università degli studi della Basilicata, pertanto la mia palestra formativa è stata proprio la Val d’Agri, conducendo lì numerosi studi geofisici e geologico-strutturali. All’epoca le compagnie petrolifere conducevano, parallelamente alle nostre ricerche, i loro studi di prospezione. Conosco in maniera abbastanza approfondita la Val D’Agri, la storia dell’industria petrolifera della nostra Regione e tutte le problematiche connesse alle attività estrattive.

d - Da giovane studente a direttore dell’Ente che si occupa del monitoraggio della Val D’Agri, quanto è preoccupato per la situazione ambientale? O non è preoccupato per niente?

r - Non si tratta di questo. Si tratta di svolgere il proprio ruolo con grande attenzione e rigore. Noi come Arpa siamo deputati al controllo di tutte le matrici ambientali: aria, acqua, suolo e sottosuolo, oltre a effettuare i controlli sulle emissioni elettromagnetiche e sul rumore, e a essere il centro di riferimento regionale per il controllo sulle emissioni legate alla radioattività e all’amianto. Svolgiamo questo compito, e parlo al plurale, perché con me lavorano eccellenti professionisti dotati di un grande rigore prima di tutto morale, poi professionale. Le matrici ambientali e l’ecosistema della Val D’Agri, ad esempio, devono essere controllati con scrupolo. Ed è quello che noi facciamo quotidianamente.

d - Rigiro la domanda. I cittadini si interrogano se le estrazioni possano avere degli effetti sulla loro salute. Si sono spesi fiumi di inchiostro in tal senso. Cosa dire, dunque, al residente preoccupato?

r - In Val D’Agri conduciamo un controllo meticoloso dell’ecosistema. Riavvolgo anch’io il nastro: la preoccupazione dei cittadini è legata al fatto che non tutti sono informati a trecentosessanta gradi. Sul territorio ci sono diverse centraline di aria che restituiscono i dati in tempo reale.

d - E cosa ci dicono?

r - Ci consegnano una qualità della medesima aria che respiriamo, che non desta e non dovrebbe destare alcuna preoccupazione.

d - “Non dovrebbe”?

r - Al momento non c’è stata alcuna problematica legata alle emissioni. Certo, si sono verificati in passato dei picchi di emissione legati a particolari circostanze, ma in generale in questi due anni da direttore generale di Arpa, la qualità dell’aria in Val D’Agri e nel resto della regione è eccellente. Così come per ciò che concerne la matrice acqua; noi effettuiamo dei controlli su tutti i corpi idrici. Nel Pertusillo, ad esempio, l’Arpa effettua prelievi in diversi punti del lago con cadenza mensile. La legge ci dice che dovremmo effettuare otto controlli l’anno, mentre noi restituiamo e certifichiamo la qualità del lago ogni mese. In merito alle colorazioni anomale registrate nel tempo -che delle preoccupazioni le destano nelle popolazioni locali- chiarisco che le stesse devono attribuirsi alla proliferazione di un’alga, che poi si sviluppa in una fioritura anomala che conferisce all’acqua una tonalità più scura, quasi rossastra.

d - Il sindaco di Spinoso ha detto che il Pertusillo è un po’ il “fegato” di tutta la zona...

r - È il recettore del fiume Agri e di tante altre piccole linee di impluvio che arricchiscono il lago di elementi nutritivi di cui si cibano queste stesse alghe, che poi proliferano. Le acque del Pertusillo non le beviamo certo così come si trovano nell’invaso, ma subiscono dei processi di potabilizzazione sia da parte dell’Acquedotto lucano sia da parte di quello pugliese.

d - I cittadini, dunque, possono stare tranquilli?

r - Io non sono un “tuttappostista”, ma dico che la situazione è oggetto di continuo e sistematico monitoraggio. Durante la fioritura algale anomala effettuiamo ulteriori controlli, onde dovessero svilupparsi delle alghe tossiche che per ora, tuttavia, non ci sono mai state. Però incrociamo le dita, bisogna tenere la situazione sotto controllo.

d - È giusto fare un tavolo –come richiesto- con sindaci, cittadini della zona e rappresentanti della Regione Basilicata?

r - Io non mi sono mai sottratto all’incontro con sindaci, cittadini o associazioni. Qualora volessero avere un incontro con me, sono disponibile a farlo. L’Arpa è una casa di cristallo e i suoi dati sono pubblici. Sul portale istituzionale www.arpab.it, che tra l’altro è stato rinnovato di recente, in home page ci sono dei puntini cliccabili (che rappresentano le varie centraline) dedicati al monitoraggio, che restituiscono al cittadino in tempo reale i dati dell’acqua e, soprattutto, dell’aria, grazie appunto alle centraline installate su tutto il territorio.

d - Alla luce delle polemiche pregresse, secondo lei c’è stato una sorta di allarmismo su acqua e petrolio?

r - Non parlerei di allarmismo, semplicemente credo che in passato non ci sia stata una comunicazione adeguata, cosa che io sto provando a fare nel mio piccolo grazie alle testate giornalistiche locali e ai social network, rispetto ai dati e ai campionamenti che vengono effettuati durante tutto l’anno.

d - Cos’è secondo lei che il Lucano non ha ben compreso?

r -...Che le risorse ambientali rappresentano una ricchezza per tutti noi e che, in quanto tali, devono essere sfruttate con rispetto. L’ambiente stesso, ad esempio i nostri boschi, è una ricchezza inestimabile che dobbiamo cercare di preservare, conservare e tramandare alle nostre generazioni. Bisogna fondare dei pilastri sulle tematiche ambientali per dar vita poi ad una economia virtuosa. Ma chi vuole venire in Basilicata a fare impresa, deve venirci…

d - …non da turista.

r - Esatto, nel rispetto del nostro ambiente. E noi lo accoglieremo a braccia aperte.

d - L’organismo Arpa è in salute? I laboratori sono accreditati? Il personale è sufficiente?

r - Ho trovato un ente che aveva bisogno di elementi essenziali, come un regolamento organizzativo; abbiamo poi redatto un piano di fabbisogno del personale (che non veniva fatto da anni) e che adesso viene aggiornato annualmente. Soprattutto abbiamo implementato la nostra platea di personale, dapprima prorogando i contratti ai precari, poi stabilizzandoli definitivamente con contratti a tempo indeterminato. Parliamo di circa quaranta unità: eccellenti professionisti come chimici e geologi che si sono formati nella nostra agenzia. Abbiamo inoltre concluso da poco una procedura concorsuale, ferma da tempo, per funzionari di categoria C, che per ora abbiamo contrattualizzato per diciotto mesi, ma spero che anche per loro –specie in vista dell’insediamento della nuova giunta regionale- si possa tracciare il medesimo percorso del quale le ho parlato poc’anzi. Però è un discorso, questo, ancora da pianificare: non sono abituato a fare debiti con la bocca. Devo dire, tuttavia, che Arpa Basilicata avrebbe bisogno di ulteriori risorse umane, poiché effettuiamo controlli su un territorio molto vasto.

d - Di quante risorse avrebbe bisogno?

r - Direi duecentocinquanta unità per raggiungere l’optimum, ma sarei felicissimo anche con duecento.

d - I laboratori?

r - Siamo dislocati su quattro sedi: Potenza, Matera, Metaponto e Viggiano. A Potenza e Matera abbiamo i laboratori di chimica, microbiologia, biotecnologia, chimica isotopica ed è lì, insieme a Metaponto, che è il nostro centro di ricerca, che c’è il nostro core business. Metaponto è stata assorbita in Arpa da oltre dieci anni. Per il momento i nostri laboratori hanno una certificazione di qualità e stiamo per ultimare il percorso di accreditamento, ma si tratta anche in questo caso di un iter particolarmente articolato, poiché si sono resi necessari dei lavori di ristrutturazione dei medesimi laboratori, ultimati da qualche mese nella sede di Potenza. Dopo di che possiamo procedere.

d - Il film che la rappresenta?

r - “Le ali della libertà”.

d - Il libro?

r - “Paula” di Isabel Allende.

d - La canzone?

r - “Notte di note, note di notte” di Claudio Baglioni.

d - Se tra cent’anni dovessero scoprire una targa a suo nome, cosa vorrebbe ci fosse scritto?

r - Spero di aver fatto il mio dovere, mettendoci tutto me stesso.

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di seguito il testo

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“Gentili candidate e candidati,

Vi siete messi in gioco nelle prossime elezioni comunali, per dare il vostro contributo nell'amministrazione della cosa pubblica. Nella sfida importante che attende, vi chiedo di avere a cuore i temi della parità di genere e delle pari opportunità.

Non sono argomenti "da donne" o "per le donne", ma sono obiettivi che coinvolgono tutta la società. Come emerge dal Rapporto sulla convalida delle dimissioni delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri (redatto dalla Consigliera Nazionale di Parità e dall'Ispettorato Nazionale del Lavoro) e dal rapporto “Le Equilibriste, la maternità in Italia nel 2024” di Save The Children “oltre alla ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro formale, una lavoratrice su cinque esce dal mercato del lavoro dopo essere diventata madre”. Le motivazioni sono diverse, dalla difficoltà di conciliare i tempi della famiglia con quelli del lavoro, alle considerazioni economiche e alle difficoltà ad accedere ai servizi educativi per la prima infanzia. La situazione è peggiore nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.

E’ dimostrato, invece, che quando si includono le donne nel percorso lavorativo, si attua equità sociale, si sviluppa l'economia e si contribuisce alla formazione del PIL.

Care Candidate e cari Candidati, inserite nei programmi che sosterrete le mamme lavoratrici nell'arduo compito di conciliare i carichi di cura con quelli del lavoro, anche con asili nido o altre misure di welfare.

Prevedete, se vi è possibile, l'attivazione di sportelli informativi per diffondere la conoscenza dei diritti delle donne e delle famiglie, così da favorire inclusione e pari opportunità, così da mettere in atto un circolo virtuoso volto a contrastare le piccole grandi discriminazioni che quotidianamente vengono messe in atto, specie in ambito lavorativo.

Il tema della parità di genere e delle discriminazioni sul posto di lavoro è quanto mai attuale e stringente, come ci ricordano la CEDU e anche il numero corposo dei casi trattati dal mio Ufficio (fino al 2023 vi sono stati 240 accessi per servizio di consulenze e 56 casi di discriminazione sul posto di lavoro trattati, anche in ambito giudiziario, tra cui molestie sessuali).

I dati, preziosi per i decisori politici, devono farci capire che è arrivato il momento di non considerare secondario il tema della parità di genere, necessaria per migliorare la società in cui viviamo.

Per questo rinnovo la richiesta alle candidate e ai candidati di impegnarsi attivamente per le donne e le pari opportunità, dedicando a loro parte del proprio programma elettorale.

Un forte in bocca al lupo

La Consigliera regionale di Parità della Basilicata

Ivana Pipponzi”



 

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di Walter De Stradis

C

i troviamo in una location particolare, certamente insolita per la rubrica “Indovina chi viene a pranzo”, all’interno del parco Baden Powell di Potenza circondati, comunque, da una vetrina di prodotti tipici della nostra terra. Il contesto concettuale, inoltre, è cruciale: Coldiretti Basilicata si è unito infatti alla lotta contro la violenza sulle donne attraverso il progetto nazionale di beneficenza e sensibilizzazione “Coltiviamo il rispetto”. Per l’occasione dunque, presso il mercato di Campagna Amica all’interno del parco, si tiene un’iniziativa organizzata assieme a Coldiretti Donne Impresa e a Magazzini Sociali. Intervengono, oltre ai vertici regionali e provinciali dell’organizzazione agricola lucana, anche il comandante della polizia locale del capoluogo, Maria Santoro, la fondatrice di “Non sei sola Potenza” e la direttrice di Magazzini sociali, Valentina Loponte. Ospite della manifestazione, proprio Terryana D’Onofrio, campionessa europea di karate, vincitrice del bronzo individuale e dell’oro a squadra ai Campionati Mondiali di Karate. Originaria di Sant’Arcangelo, è un’atleta che si è fatta testimonial di un tipo di sport in cui è soprattutto il muscolo “mentale” quello che ne trae maggiore beneficio.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - Credo di essere una persona normalissima, anche se la Regione mi ritiene un’eccellenza in virtù del mio percorso sportivo, nonostante ciò continuo a conservare la mia umiltà.

d - ...È difficile conservare l’umiltà quando si raggiungono determinati traguardi e si iniziano a conoscere personaggi importanti che gravitano nell’ambiente?

r - Certamente, il rischio c’è, ma tutto dipende da come si è cresciuti. Io mi ritengo molto fortunata, anche perché sono nata in una famiglia che mi ha trasmesso specifici valori. Per raggiungere determinati risultati, prima di tutto bisogna volare basso.

d - Mi pare di aver letto in una delle sue interviste che lei ha appreso i rudimenti del Karate proprio tra le mura domestiche.

r - Mio padre è anche il mio allenatore. Tempo fa ha aperto una palestra di Karate proprio a Sant’Arcangelo, che ho iniziato a frequentare per gioco, poi pian piano è diventata una vera e propria sfida che mi ha condotta fino alla nazionale.

d - Qual è stato il primo insegnamento di suo padre?

r - Ero molto giovane, sì e no avevo due anni, diciamo che ho iniziato a gattonare in palestra. Certamente il primo valore che mi è stato trasmesso è il rispetto verso il Tatami e, soprattutto, nei riguardi dell’avversario. È chiaro, poi, che sulla base di tali dettami ci sia stata successivamente anche una evoluzione caratteriale.

d - Quando si pensa alle arti marziali vengono subito in mente i requisiti fisici dell’atleta che le interpreta, ma è altrettanto vero che le stesse infondono molto al livello mentale

r - Per chi non lo conosce bene, il Karate è un’arte davvero difficile da praticare. Emotivamente trasmette una gamma di emozioni che possono tornare utili nella vita reale, anche perché è uno sport di difesa e non di attacco. Per una donna, poi, saper gestire delle situazioni di difficoltà non è certo cosa da poco.

d - Lei lavora con le forze dell’ordine. In che modo il Karate può essere utile per tutelare la donna in una realtà nella quale purtroppo si registrano sempre più casi di violenza?

r - Purtroppo è un fenomeno con il quale ci confrontiamo quotidianamente e il Karate può rappresentare ed essere utilizzato come mezzo di contrasto. È vero, nessuno diventa una eroina con la pratica del Karate, io stesso non mi sento tale, ma ho sviluppato nel tempo un’abilità intellettiva, una maggiore sicurezza nella gestione di determinate situazioni. Sicuramente la pratica di questa disciplina può regalare maggiore tranquillità e potenzialità intellettiva (nella gestione di talune circostanze) a una donna.

d - Serena Lamastra, altra campionessa di arti marziali, in una recente intervista a noi rilasciata sosteneva che le stesse arti marziali possono e devono insegnare anzitutto ad una donna a sottrarsi alla violenza, anche perché sussiste un divario fisico rispetto all’uomo, che rende davvero difficile pensare di poterlo sopraffare pienamente in caso di attacco. Lei è d’accordo?

r - L’uomo è dotato fisiologicamente di maggiore forza fisica, ma non certo di maggiore forza mentale. Quindi, se di “sesso debole” si può parlare in questo caso, a mio modo di vedere, tale appellativo –da questo punto di vista- deve essere riferito agli uomini. Come dicevo, queste discipline possono rivelarsi sicuramente utili, ma non bisogna perdere mai la lucidità in certe situazioni. Sarei ipocrita a dire che una donna possa sopraffare fisicamente un uomo; siamo state create per sopportare maggiore dolore (in senso positivo, pensiamo al parto, un dono del Signore), ma ciò non deve servire come scusante agli uomini stessi per contrastare una donna. Trovare un punto d’incontro sicuramente porta a frutti più sani.

d - Quando c’è un lucano che ce la fa, a prescindere dai settori, viene subito da chiedersi: è stato difficile partire dalla Basilicata?

r - Direi proprio di sì. La Basilicata è ancora un passo indietro dal punto di vista dell’impiantistica sportiva, ma allo stesso tempo è ricca di talenti, e non solo in ambito sportivo. Ho incontrato molte difficoltà, per tornare alla sua domanda, anche perché mi sono dovuta spostare. So che ci sono alla base dei progetti che la Regione sta promuovendo e mi farebbe tanto piacere se i giovani potessero investire le proprie energie nel territorio.

d - Da lucana che ormai vive fuori e rientra di tanto in tanto, cos’è che la fa più arrabbiare? Quali sono le cose che proprio non vanno?

r - Non ho mai provato rancore verso la mia terra. Quando rientro cerco sempre di guardare il lato positivo. Anche se ho superato degli ostacoli, non è detto che anche gli altri debbano affrontarli. Se posso essere uno stimolo a migliorare lo stato attuale delle cose, ben venga, magari con il tempo possono migliorare.

d - Il libro?

r - S’intitola “Il ritorno del campione” e parla di come rialzarsi dopo una sconfitta.

d - Canzone e film?

r - Dipende un po’ dal periodo, non me la sento di citare un titolo specifico per l’uno e per l’altro, anche perché dietro c’è sempre una produzione artistica e un significato.

 

 

 

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

C

ent’anni vissuti interamente nel suo paese, Tito (Pz), la maggior parte dei quali indossando una tonaca da prete. Don Nicola Laurenzana, che martedì quattordici maggio festeggerà il ragguardevole genetliaco, da diversi anni non è più il parroco del Convento del paese, ma -lucidissimo e molto presente a sé stesso- puntualmente celebra la messa in casa sua. Da solo, in una stanzetta adibita allo scopo, prega per il suoi fedeli di oggi e di ieri. E non appaia fuori luogo il paragone -che subito ci è accorso alla mente, nell’assistere a quella particolare liturgia- col santone indiano che medita in solitaria per il bene del mondo intero, al chiuso del proprio eremo.

Don Nicola -che nel corso della conversazione più volte si avvarrà del plurale maiestatis, come usava un tempo- lo abbiamo incontrato in casa sua, grazie ai buoni auspici di un suo vecchio chierichetto, Gianfranco D’Eboli (che ancora ricorda, con nostalgico affetto, gli scappellotti del suo vecchio parroco).

«Nel momento in cui entrai in collegio -racconta don Nicola- non pensavo di arrivare sino alla fine. La vocazione infatti si acquista una volta dentro, durante gli anni della formazione, maturando il proprio giudizio e meditando sul proprio futuro. Man mano, la vocazione si scopre, si accetta e si vive preparandocisi».

d - Ritiene che un prete di oggi abbia un ruolo diverso da quello di un sacerdote al tempo dei suoi esordi?

r - Beh, certamente, oggi il discorso è un po’ diverso, già a livello di vocazione: si tratta quasi sempre di vocazioni adulte. Ma anche il grado di formazione spirituale al sacerdozio è diverso. Motivi per cui, ben si percepisce che quello moderno è un prete un po’ diverso, come mentalità, linguaggio e comportamento. Come “uomo moderno”, insomma. Noi siamo stati abituati a una disciplina un po’ più rigorosa, un po’ più coerente, un po’ più consona a ciò che dovrebbe essere il prete di ogni tempo e di ogni luogo, ecco.

d - Però era anche diverso il ruolo che un sacerdote aveva nel paese. Una volta si diceva: c’è il prete, il carabiniere e il medico.

r - No. Io non mi sono trovato in quel periodo, bensì dopo, quando questa mentalità non esisteva più. Io mi sono ritrovato prete responsabile per quello che dovevo essere e per quello che dovevo fare. Certo, con coloro che sono i responsabili della collettività, sindaco, carabiniere etc. c’è sempre un buon rapporto, un connubio di intenti, grazie al quale politica, amministrazione e ministero pastorale sono complementari agli effetti della collettività a cui si appartiene.

d - In questi circa ottant’anni di sacerdozio, come ha visto cambiare il suo “gregge” qui a Tito? E com’è cambiato il paese, di suo, nei decenni?

r - Dei cambiamenti ci sono: un tempo la popolazione era più “religiosa”, ma di una religiosità anche “apparente”, ovvero fatta di tradizione, abitudini, osservanza, obbedienza, l’attenzione. Oggi invece c’è una religiosità diversa: si esprime dentro, ognuno fa per sé, ognuno crede a suo modo. Comunque apprezziamo il passato così com’era, apprezziamo anche il presente nelle sue forme nuove. Sotto il profilo politico e sociale il paese è cambiato, come tutti gli altri. Tito era dedicato all’agricoltura e alla pastorizia, oggi è mutato: la gioventù ha lasciato i campi, studia di più e ambisce a traguardi diversi e migliori. Pertanto non è paragonabile alla gioventù di un tempo che contribuiva più che altro all’economia domestica.

d - Un tempo si emigrava alla volta della Fiat di Torino e simili, oggi -proprio perché, magari, ci sono più laureati- si emigra comunque per la carenza di opportunità?

r - Quella di ieri era un’emigrazione quasi “spontanea”: si andava fuori per provare a cercare un lavoro migliore. Oggi è invece addirittura una necessità: se il giovane non va fuori, lavoro non ne trova, nonostante i suoi studi e una mentalità molto più disposta. Comunque l’emigrazione è sempre esistita nel nostro ambiente.

d - Qui a Tito, per i giovani, lei ha fatto tante cose, ma anche per gli anziani...

r -...a quei tempi c’era l’Azione Cattolica che raccoglieva i piccoli, e i meno piccoli. Per gli operai c’erano le associazioni lavorative, c’erano le Acli, con le quali ho lavorato per venticinque anni. Poi venne fuori il bisogno di alcuni mendicanti -perché ne abbiamo, in paese- li raccogliemmo (ricordo che all’inizio erano in cinque), assicurando loro vitto, servizi igienici, del personale minimo. A quei tempi anche i minori erano in balia di loro stessi, perché i genitori di solito emigravano e le condizioni economiche erano quelle che erano. Motivo per cui ebbi l’idea di istituite una piccola casa di accoglienza, intitolata al santo del posto (San Laviero Martire – ndr), così venerato, ma anche così bestemmiato. I ragazzi venivano da tutti i paesi della regione e si trattenevano a seconda dell’età, dei bisogni delle famiglie o del livello d’istruzione. Qualcuno è rimasto qui a Tito anche per dieci/dodici anni, dalla scuola materna a quella media inferiore (alcuni hanno proseguito anche nelle scuole superiori) non pochi di loro ritornano in paese con grande riconoscenza.

d - Lei a giorni compirà cent’anni, qual è il segreto per arrivarci vispi e in salute come lei?

r - Arrivare a cent’anni non è un merito.

d - Beh, dipende.

r - E’ una condizione. Io seguo le regole generali: l’attenzione, l’alimentazione, la prudenza nel vivere; perché non bisogna soltanto vivere, ma anche saper vivere. Il dono della vita va curato, va nutrito, alimentato in tante maniere, e va anche difeso dai pericoli, di tante specie. Oggi, credo, la vita si è allungata, per cui i centenari sono tanti e il loro numero crescerà in futuro. Oggi in generale c’è più attenzione alla vita.

d - Il 14 maggio -e ci sono già i manifesti- la comunità titese la festeggerà, ma lei quale “regalo” vorrebbe, per sé, per i suoi compaesani...

r - Un regalo dovrebbe essere la preghiera di ringraziamento, sia da parte mia sia degli altri. Se i miei amici saranno con me il 14, ringrazieranno il Signore per il dono della vita. Regali di ogni specie non ne vorrei perché, essendo al traguardo, non avrei di che usufruirne.

d - Cos’è che ancora oggi la fa soffrire?

r - No, no, sono tranquillo e sereno di aver fatto ciò che ho fatto.

d - Ma quando guarda dalla sua finestra, o magari esce in paese, non c’è niente che la fa arrabbiare?

r - No, no. So che la popolazione mi vuol bene, anche perché sono stato sempre qui. Pensi un po’ che sono stato settantasette anni sacerdote a Tito, come vicario cooperatore (con il primo parroco), poi come parroco, e poi ancora come aiutante dei parroci che mi sono succeduti.

d - E oggi celebra messa a casa sua.

r - Sì.

d - E ci viene qualcuno?

r - Il mio parroco desidera che non venga nessuno. Non solo a causa della mancanza di spazio, ma anche perché non avrebbe la possibilità di frequentare quella poca gente che magari verrebbe. Tra l’altro, la mia non è una chiesetta, ma una semplice stanza adibita alla celebrazione della messa, e vi entrerebbero massimo tre/quattro persone.

d - E qual è il senso di fare una messa da solo?

r - Una messa da solo è adorazione, ringraziamento, domanda di perdono (anche per il popolo) e domanda di grazia, di qualunque grazia.

d - In Basilicata recentemente si è votato per la Regione, tra poco qui a Tito (e altrove) si voterà per il sindaco e la giunta comunale: lei quale messaggio si sente di rivolgere ai nostri rappresentanti politici? Preghiera, ringraziamento o che altro?

r - L’attuale sindaco (Scavone – ndr) mi è tanto amico: lo ricordo da piccolissimo, quando giocava al pallone con i ragazzi del collegio. Poi è diventato grande, ha studiato...ed è un ottimo sindaco, un ottimo amico, col quale collaboriamo con tutto il cuore. Viene a trovarmi, mi ascolta e proponiamo insieme alcune iniziative. Per quanto riguarda la Regione o la Provincia, sono organi necessari, con i quali non abbiamo nessuna ostilità, difficoltà o problema.

 

 

 

 

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E' alta, si muove e si esprime con garbo e l'assenza di inflessioni tradisce gli anni trascorsi altrove, in diverse città d'Italia. Nativa di Baragiano (Pz), ove è tornata a vivere da una decina d'anni, Carmela “Carmen” Summa è stata una calciatrice di successo ieri, mentre oggi, con altrettanto profitto, è CT della rappresentativa regionale della Lega Nazionale Dilettanti, nonché tecnico del settore giovanile del Marmo Platano, nel ruolo di preparatore atletico e collaboratrice del mister.

D - Oggi si parla molto di “stereotipi di genere”, ma non mi è difficile immaginare la situazione di una ragazzina lucana che negli anni Settanta si decide a entrare nel mondo del Calcio.

R - Sicuramente ho dovuto affrontare tutta una serie di stereotipi che possono esserci in un percorso di vita. Sono nata a Baragiano, un paese piccolissimo dal quale sono andata via nel 1976, e ho iniziato a giocare a pallone con i ragazzini. Allora le scuole calcio erano per strada. Ricordo le partitelle nelle piazze del mio paese, ho imparato molto da quei bambini. E così, una mia professoressa delle medie, che mi vedeva molto intraprendente e determinata, un giorno mi propose di andare a giocare nel Potenza femminile. Avevo undici anni e mezzo. Di lì è iniziato tutto: ho giocato nella Salernitana in serie A, poi sono stata a Catania (dove vincemmo quattro scudetti), Lecce, Verona, Modena; ho militato nel Milan, un anno a Napoli, e undici alla Reggiana. Ho giocato 520 partite in serie A e vinto sei scudetti.

D - Lei ha parlato di stereotipi e difficoltà...per esempio, come accolsero in casa sua la volontà di fare la calciatrice professionista?

R - Io sono stata molto etichettata, perché, come figura femminile, c'erano naturalmente dei “canoni” prestabiliti da seguire. Per quanto riguarda la mia famiglia, mio padre è stato molto molto più aperto rispetto a mia madre. Sa, si temeva moltissimo il giudizio dell'ambiente. Ricordo che mia madre, quando mi vide giocare con i ragazzini, mi disse “Tu sei una donna, certe cose non le devi fare. Tra l'altro vivi in un paesino in cui le persone queste cose non le condividono”. E io già allora difendevo la mia scelta. Sì, ho dovuto superare diversi ostacoli a livello psicologico, e non nascondo che andarmene a quindici anni a Salerno (per militare nella Salernitana) per me fu un vero punto di partenza, perché lì mi sono costruita come giocatrice e come donna.

D - A pochi chilometri di distanza, a Salerno, era già così diversa la mentalità?

R - Certo, molto diversa, parliamo del 1976/77. Oltretutto ebbi la fortuna di finire in una società sportiva già abbastanza organizzata, con delle figure che ci seguivano. Di mio, poi, ero una giocatrice molto forte...

D - Lei giocava in difesa.

R - Esterno basso, e all'occorrenza esterno alto.

D - Voi giocatrici di successo, di calcio femminile, che facevate sacrifici quanto e più degli uomini, avvertivate mai la sensazione di essere bistrattate, in fatto di media, rispetto ai più famosi colleghi maschili?

R - Certo che c'era un po' di frustrazione, ma più che altro perché le persone che circondavano l'ambiente del calcio femminile non erano mentalmente e culturalmente aperte. Ricordo che quando col Potenza femminile giocavamo al Viviani (erano i tempi di mister Mancinelli), venivano in tanti a vederci, ma soprattutto per guardare me in azione (ero diversa dalle altre, sapendo già muovermi bene). Ricordo ancora i commenti, ma accadeva anche a Salerno. Oggi qualcosa è cambiato in meglio, ma allora si andava a quelle partite per vedere le gambe delle ragazze, le magliette aderenti al seno, per queste piccole banalità, chiamiamole così. Certo, se vogliamo paragonare il calcio maschile a quello femminile, è ovvio che a livello di struttura fisica, di potenza, di resistenza, di contrasto etc., delle differenze ci sono, ma tecnicamente non abbiamo nulla da invidiare.

D - In Basilicata c'è una realtà viva di calcio femminile? Ci sono molte ragazze che vi si avvicinano, o c'è ancora qualche tipo di remora?

R - Da qualche anno in Basilicata è cambiato l'approccio verso il calcio femminile: c'è il Potenza femminile (che si chiama Seventeen), ma anche lo stesso Avigliano, così come il Viggiano, parliamo di società che hanno una struttura, una scuola calcio, un vivaio, e che quindi fanno tutto un lavoro di programmazione. Quando ho iniziato io tutte queste cose non esistevano. Oggi invece, in virtù di quelle opportunità che descrivevo poc'anzi, il calcio femminile ha avuto occasione di acquisire credibilità rispetto a chi gli si avvicina.

D - Una domanda da vero ignorante in materia: un'allenatrice può guidare una squadra di calcio maschile?

R - Certamente. Io ho il patentino “Uefa C” e ho allenato il Baragiano Calcio maschile in prima categoria e ho seguito il settore giovanile a Picerno.

D -...e un giocatore di sesso maschile, gli ordini da una donna, li prende meno volentieri?

R - Le faccio un esempio molto recente. Io collaboro col Marmo Platano, il cui mister è Donato Troiano; i primi tempi, da questi ragazzini di quattordici/quindici anni, mi sentivo...come dire...osservata. Poi, come in tutte le cose, scatta un qualcosa a livello di ascolto, specie quando tu parli in modo semplice e lineare e dimostri di avere una leadership, e nello specifico sai spiegare a questi ragazzi il modo di stare in campo, la postura, il modo di correre, di difendere la palla. E i ragazzi cambiano completamente opinione.

D - Cioè quando capiscono che lei se ne intende per davvero.

R - Certo. Pero è chiaro che, specialmente all'inizio, c'è un discorso di preclusione e diffidenza nei confronti di una donna. Ma poi, come dicevo, cambiano idea. Parlo per me, almeno.

D - Spostiamoci allora proprio sul calcio maschile e sui “dolori” del Potenza. Cos'è andato storto secondo lei?

R - Se posso permettermi di esprimere un giudizio, beh,...il presidente Macchia è sicuramente un tifoso del Potenza... ma quello del calcio spesse volte è un mondo “attrattivo”, e bisogna avere la competenza di sapersi scegliere delle figure che abbiano anch'esse delle competenze. A volte invece si fanno delle valutazioni diverse, che hanno maggiormente a che fare col sistema calcio, ma che tuttavia si ripercuotono su quella mentalità che dovrebbe essere vincente, e che poi non è in grado di costruire qualcosa di valido. Lo stesso Potenza quest'anno ha cambiato quattro allenatori; avrà avuto i suoi buoni motivi, per carità, ma io-presidente mi porrei il problema del perché. Forse una campagna acquisti sbagliata, lo spogliatoio...quel che è certo è che la città capoluogo meriterebbe tranquillamente di fare calcio ad alti livelli.

D - Le posso chiedere un pronostico? Il Potenza si salverà?

R - A mio avviso il Potenza si è messo in una situazione molto particolare, e beh, trattandosi di partite secche, tutto può succedere. Molto dipende da come uno affronta certe situazioni, certo è che tre mesi fa tutto pensavo tranne che il Potenza avrebbe fatto i play out. Secondo me, si sono venute a creare tutta una serie di situazioni tanto nello spogliatoio quanto a livello tecnico. Qualcosa non ha funzionato. Fermo restando che i giocatori dovrebbero sempre onorare la maglia e farlo alla grande.

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