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E’ passato un anno esatto da quel giorno infame (2 aprile), da quando cioè, la telefonata di un amico ci strappò dal sonnolento languire casalingo di un pomeriggio da lockdown.

Erano sostanzialmente ancora i primi tempi della Pandemia, quando c’erano gli ultimi irriducibili e indefessi –sempre i soliti- propugnatori “social” della “potentinità” che invitavano a intonare “San Gerardo…” a una certa ora dal balcone. La laconica, fredda telefonata di quel pomeriggio in un unico istante azzittì non solo tutte le amenità residue, canore o meno, ma anche le ultime inconfessate speranze che si stesse tutti vivendo in un (brutto) sogno, una sorta di ir-realtà che, in uno dei mattini seguenti, si sarebbe sciolta come neve al sole.

Ma così non fu.

A distanza di un anno lo sappiamo bene tutti, ma quel “Guarda che Antonio è morto” risuonò nelle orecchie come un colpo di pistola a distanza ravvicinata, riversandoci addosso come lava bollente tutta la concretezza di una tragedia che ci avrebbe scorticato la schiena –e sta continuando a farlo- con delle unghie di strega. Lo stordimento, si sa, in certi casi annebbia la mente, ma il vero dolore, quello senza appello, senza consolazione, arrivò nei giorni seguenti, quando la ragione ratificò il fatto che Astronik forse veramente morto di Covid. E che se ne fosse andato, veramente, dopo aver aspettato per giorni –alla sua maniera, mai scomposta- un tampone che infine gli fu praticato, quando ormai della sua situazione s’era accorta anche la stampa.

Se il destino, come suol dirsi, ha un certo senso dell’umorismo, quella volta ha voluto raccontarci una barzelletta sarcastica che non fa ridere, o magari ha voluto tratteggiare una di quelle vignette amare, che pungolano la pazienza: se ne andava a quel modo un giornalista (altro che “blogger”, come si ostineranno sempre a scrivere i quotidiani, anche quelli che smaccatamente copiavano i suoi articoli apparsi su questo giornale e poi riversati sul suo blog) che i ritardi, i disservizi, le angosce dei potentini le aveva sempre denunciate.

A distanza di un anno, l’assenza di Antonio Nicastro sulle pagine di questo giornale è evidente in maniera tangibile, come se ogni settimana questo periodico uscisse con una pagina recante un grosso buco o un grande rettangolo privo di carta.

Ma Antonio manca terribilmente a tutta la Città, a tutti quelli a cui aveva dato voce, ma anche a quelli (praticamente tutti) che lo conoscevano solo come quel gran signore, vestito con una polo e un paio di pantaloni larghi, che si occupava, cuore grande e capa tosta, di sport cittadino, di tematiche sociali, di ambiente, di attivismo e volontariato.

Potenza, nel dare anima e corpo a uno come Astronik (senza contare Palmiro, Sabia a molti altri come loro), ne gettò via lo stampo, come dicono gli Americani.

Ma il suo esempio di un giornalismo pulito, concreto, ostinato, non sarà dimenticato, e si confida che Ordine dei Giornalisti e Assostampa vogliano, presto o tardi, accogliere l’invito di istituire un evento o premio giornalistico -rivolto ai giovani- intitolato alla sua Memoria.

Walter De Stradis

 

 

 

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"Consideriamo deprecabili e assolutamente da condannare sempre tutti i gesti vili e minatori che ledono la democrazia e la libertà. Arrivare a sparare sulle auto del Consigliere Regionale Francesco Piro (nella foto - ndr), a cui esprimiamo tutta la nostra vicinanza e solidarietà, è un segnale troppo violento su cui non si può rimanere zitti. Auspicando che questa fase di instabilità sociale termini presto e che si possa ritornare a un dialogo tra politica e cittadini, nessuno deve mai avere bisogno di queste esternazioni per protestare, perchè non appartengono al popolo lucano. Confidiamo che, con la denuncia che il collega Piro ha già fatto, le forze dell'ordine possano individuare chi ha commesso l’ignobile azione.
Lo dichiarano i Consiglieri Regionali del Gruppo Italia Viva, Luca Braia e Mario Polese.
Il consigliere di Forza Italia aveva infatti denunciato su Facebook: "Lagonegro, 6 febbraio 2021. Questa notte, intorno alle 4.10 , le mie  auto , parcheggiate difronte il cancello della mia abitazione, sono state “colpite” da diversi colpi di pistola. Ho sporto prontamente denuncia".

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di Antonella Sabia

 

A pochi giorni dall’inizio del nuovo anno, le strade lucane si rivelano ancora una volta molto pericolose. Diversi gli incidenti che sono accaduti nella prima decade del mese, il più grave lo scorso 3 gennaio, sulla tangenziale che collega Piani del Mattino con la Potenza-Melfi, teatro di una tragedia familiare in cui hanno perso la vita madre e figlio. Era una fredda domenica mattina, e a bordo di una Fiat 16 si stavano dirigendo presso Filiano, dove la donna da anni svolgeva la professione medica. Stando alle prime ricostruzioni dei fatti, sarebbe stato il fondale ghiacciato a causare l’incidente, ma sono in corso delle indagini per stabilire con precisione la dinamica dell’incidente.

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“Sono tante le iniziative organizzate dall’ufficio della consiglierà di parità per la ‘Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza degli uomini sulle donne’. Fra queste ricordo in particolare il convegno giuridico su ‘Violenza di genere: fenomenologia, contrasto e protezione delle vittime’, che ha visto la partecipazione di oltre 250 avvocati lucani e di numerosi magistrati, ed il Contest Fotografico ‘Donne e Smart – Working’, un video-racconto frutto di un progetto promosso ispirato all'attuale situazione di emergenza che le donne lavoratrici stanno vivendo in questo delicato momento. Anche così si ricordano le donne, spesso relegate a casa in smart working ed impegnate con la didattica a distanza dei figli”. È quanto afferma la consigliera di parità Ivana Pipponzi. A suo parere “dobbiamo però essere consapevoli che si deve parlare di violenza di genere e molestie sessuali tutto l’anno, come facciamo noi consigliere di parità. Noi lo facciamo ogni giorno: ascoltando le donne che vengono nei nostri uffici a parlarci di violenza o molestie sui luoghi di lavoro; contrastando stereotipi e pregiudizi, nell'ambito dell'azione istituzionale antidiscriminatoria, anche quali pubblici ufficiali; sostenendo il lavoro dei Centri antiviolenza (Cav), punti di riferimento importantissimi per tante donne”. 

“Nell’emergenza Covid sono aumentate le richieste di aiuto da parte delle vittime di violenza domestica – aggiunge la consigliera di parità -, come, pure, molte donne sono state costrette a dimettersi per la difficoltà di conciliare vita e lavoro (lo smart working si è dimostrato per tante donne l’ennesima tagliola e fardello), fenomeno strettamente legato alla violenza di genere se si pensa all’importanza dell’autonomia economica per affrancarsi dal compagno violento. Secondo l’Istat durante il lockdown sono arrivate oltre cinquemila chiamate al numero antiviolenza 1522, il 73% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Tanto che in tutte le iniziative in cui viene apposta la panchina rossa, richiedo l’apposizione di una targa con l’indicazione del numero antiviolenza 1522 e del Cav Telefono Donna. Numeri che dimostrano quanto sia urgente applicare fino in fondo le nostre leggi, ma anche formare in maniera specifica le operatrici e gli operatori che per primi entrano in contatto con chi cerca scampo dalla violenza maschile”. 

Per Ivana Pipponzi “le forze dell'ordine, i medici, gli operatori sanitari, gli insegnanti, gli psicologi devono avere gli strumenti per riconoscere una situazione di pericolo e agire tempestivamente. È cruciale sostenere i Centri antiviolenza e le Case rifugio, impegnate nel compito di accogliere, sostenere e tutelare chi cerca aiuto e chi decide di denunciare, donne che hanno necessità di uno spazio sicuro e accogliente dove poter riprendere in mano la vita e uscire da situazioni ad alto rischio. La violenza di genere è considerata dalla Convenzione di Istambul la più grande forma di discriminazione di genere. Circa ogni 3 giorni muore una donna per mano di un uomo che, nell’80 per cento dei casi, ha le sue chiavi di casa (perciò muore per mano del marito, ex marito, fidanzato ex fidanzato, compagno ex compagno)”. 

“Dai dati nazionali – prosegue la consigliera di parità -, ma anche regionali si comprende come la violenza di genere, lo stalking, la violenza domestica, violenza economica ed il femminicidio, sia un fenomeno strutturale della società che affonda le radici nella persistente disparità tra uomo e donna. È un fenomeno trasversale; ancora poco punito o non perfettamente punito, sommerso - poco conosciuto / riconosciuto dalle vittime: solo 3 donne su 10 riconosce di essere vittima di violenza, tanto che solo il 5% delle vittime si rivolge ad un centro antiviolenza). Pochissime e pochissimi avvocati conoscono le misure in favore delle vittime di violenza di genere: parlo dei congedi lavorativi, ai sensi dell’art. 24 del d. lgs. 80/2015 che dà la possibilità di ottenere 90 giorni di congedo – su 3 anni – per svolgere un percorso di protezione certificato. È un congedo retribuito, con contribuzione figurativa e trasferimento della sede lavorativa, possibile per lavoratrici dipendenti, autonome, del settore domestico, collaboratrici. In Italia nel 2017 sono pervenute solo 154 domande (1 dalla Basilicata, sostenuta dal mio ufficio). Voglio ricordare anche la possibilità di chiedere ed ottenere permessi di soggiorno per richiedenti asilo se si documenta la violenza di genere nel proprio paese (solo 34 domande nel 2017). Strettamente connesso è il fenomeno della vittimizzazione secondaria, che induce la donna a sentirsi colpevole e giudicata perciò, a non denunciare. Ancora, la violenza assistita, quella che subiscono i familiari / congiunti delle vittime. È pertanto centrale – conclude Pipponzi - continuare a informare e sensibilizzare la collettività, contribuendo, come di recente ricordato anche dal presidente Mattarella, a formare la cultura paritaria di genere, fondamentale per la crescita valoriale della società”.

fonte https://www.regione.basilicata.it/giunta/site/giunta/detail.jsp?otype=1012&id=3070824&value=regione

 

 

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di Walter De Stradis

 

Ha “il ritmo”, scorrevole, della parlata napoletana: il dottor Armando D’Alterio, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Potenza, ha dimostrato di saper anche scrivere: “La Stampa Addosso” è infatti il titolo del suo libro, distribuito gratuitamente da La Repubblica, che narra dell’inchiesta che rese possibile la condanna all’ergastolo di assassini e mandanti di Giancarlo Siani, il giovane cronista che aveva illuminato i rapporti tra cosche e politica nella Campania della ricostruzione post-terremoto dell’Irpinia. Il pm di quella storica inchiesta era proprio il dottor D’Alterio. Il colloquio col Procuratore Generale di Potenza è avvenuto all’interno del suo ufficio presso il palazzo di Gisutizia, pertanto il consueto “pranzo” di questa rubrica, per una volta è stato soltanto “virtuale”.

D: E’ stato detto che Siani ebbe il coraggio di vedere ciò che è stato (ovvero la ricostruzione Post-Sisma e le collusioni tra politica e criminalità) e che oggi rischia di ri-esplodere coi fondi europei per la ripresta post- Covid. C'è davvero questo rischio, secondo lei?

R: L'emergenza induce alla rapidità. La rapidità, da un lato, è il contrario della burocrazia; l'eccesso di burocrazia è un male, ma anche l'eccesso di rapidità lo è. Il formalismo dei controlli, al contrario, non è "burocrazia eccessiva", ma è democrazia minimale.

D: Vale a dire che il ricorso a delle pratiche troppo veloci aumenta il rischio d'infiltrazione mafiosa?

R: Se "velocità" significa efficientare il processo di controllo, va bene; ma se "velocità" significa ridurre i controlli, non va più bene. I controlli, nei momenti di emergenza, non vanno diminuiti, ma accentuati.

D: A sua avviso lo Stato, la classe politica, si sta attrezzando per prevenire? Voglio dire, c'è lo spessore il "senso dello Stato" adeguato? Se penso ai parlamentari che hanno approfittato (pur legalmente) dei miseri 600 euro di bonus Covid… qualche ansia mi viene.

Io giudico i fatti obiettivi. Evito qualsiasi valutazione politica. Io so che circa un anno fa Raffaele Cantone, eccellente magistrato, uomo che rappresenta i valori della Repubblica, ha lasciato l'Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione) dicendo che era "cambiata l'aria". Una frase di questo tipo, isolatamente considerata, può non significare nulla; se però si scoprisse che dietro questa frase c'è una modifica oggettiva, un abbassamento oggettivo dei "livelli di guardia", allora diventa molto preoccupante. E tenuto conto della qualità di Raffaele Cantone, prima ancora di riscontrare oggettivamente quello che lui ha detto, io prima di tutto mi preoccupo. Seconda cosa: la società moderna, con le sue sfide, è tecnologicamente complessa; da questa complessità dipende non soltanto, come in passato, il progresso, ma la sopravvivenza stessa della società. Alla luce delle sfide climatiche, urbanistiche ed ecologiche che stiamo affrontando, il livello di competenze di chi ci governa devono essere elevate al massimo.

D: Nel libro lei scrive che "La funzione più difficile per un pm è cercare la verità in labili tracce".

R: La scelta più difficile per un pubblico ministero è se ravvisare la notizia di reato o meno. E' una scelta che presenta margini di discrezionalità elevatissimi, perché la semplice iscrizione di una notizia di reato a carico di una persona presuppone una valutazione qualificante e qualificata dei fatti che non è sempre agevole operare. E tuttavia, da questa iscrizione, nell'ambito di una cultura che proprio garantista non è, deriva l'idea che nasca a suo carico una qualche presunzione di colpevolezza. Ergo, la prima difficile scelta è se ravvisare la rilevanza penale dei fatti. Le successive scelte sono quelle dei tempi, dei contenuti e delle modalità d'indagine, che possono andare dalla scelta più elementare, qual è quella di sentire una persona offesa, a quelle più complesse, quali eseguire un'intercettazione info-telematica, ambientale, telefonica o anche una semplice perquisizione, atto traumatico: per un incensurato è l'equivalente dell'arresto per un personaggio già aduso ai rapporti con l'autorità giudiziaria in senso repressivo. Questa è una scelta anche morale per un pubblico ministero, perché il principio di proporzionalità che va attuato, nell'adeguare la gravità della misura rispetto alla gravità del fatto, prima di tutto è difficilissimo da effettuare, e poi è altamente discrezionale. "Cercare la verità in labili tracce" comporta quindi una serie di scelte che possono pregiudicare o dare invece grande efficacia all'azione penale, ma dall'altro lato, se poi l'azione penale è destinata all'archiviazione, per il pubblico ministero è l'equivalente per un medico di avere sbagliato un'operazione. Anche se le conseguenze non sono le stesse, c'è l'onore della persona che ne viene macchiato. Per fortuna, con questo Codice (in vigore dal 24 ottobre 1984) si sono fatti dei passi in avanti; attualmente, pertanto, l'informazione di garanzia -esposta, rispetto all'iscrizione, a un maggior rischio di pubblicazione, poiché è un atto che fuoriesce dalla sfera del magistrato- può essere effettuata soltanto quando il pm deve espletare un atto che prevede la presenza del difensore (un interrogatorio, una perquisizione, un sequestro). Ogni altro atto, come sentire dei testimoni o attivare delle intercettazioni, non richiede un'informazione di garanzia, anzi, non può. E questo è già un passo avanti, perché permette al pubblico ministero di valutare una notizia di reato, riducendo il danno per la persona innocente ovvero per la persona destinata, per qualsiasi motivo, all'archiviazione.  

D: Lei ha detto che per un pm un'archiviazione può essere l'equivalente per un medico di avere sbagliato un'operazione. Come ben sa, c'è una grossa polemica su questo, ovvero sulla "tenuità", nel nostro sistema, delle misure a ristoro del cittadino che ha subito un arresto ingiusto, per esempio, anche in relazione alla responsabilità personale del pm che ha commesso l'errore.

R: Esiste una zona grigia. Quando io parlo di “scelte delicate” che possono portare a una lesione della rispettabilità e della riservatezza di una persona, non faccio riferimento solo al rischio di errore giudiziario: questa “ferita” alla persona, può anche derivare da un legittimo e doveroso esercizio di certe scelte. Archiviazione o assoluzione non significa in maniera automatica colpa o errore del giudice o del pm; queste ultime possono derivare da una violazione grave delle norme di legge, da un travisamento del fatto, ma non derivano dall’aver effettuato una perquisizione che, pur in presenza dei presupposti per effettuarla, non va a buon fine e quindi, magari per l’inesistenza di altri elementi da attivare, si va all’archiviazione. Se non tutte le operazioni chirurgiche che non salvano la vita sono “operazioni finite male”, allo stesso modo non tutti i processi che non si concludono con la condanna dell’imputato sono “processi finiti male” che evidenziano una qualche colpa, errore o volontà persecutoria del pubblico ministero.

D: Nel suo libro si affronta anche il tema della paura. “Non hai paura”? le chiedono spesso, e lei risponde che «Un inquirente (pm, investigatori e giornalisti d’inchiesta), non corre più rischi di un operaio privo di formazione e degli strumenti di prevenzione degli infortuni. Statisticamente è così». Mi ha colpito l’aver inserito tra gli inquirenti anche i giornalisti d’inchiesta: un chiaro riferimento a Giancarlo Siani. Ora io mi chiedo e le chiedo: se è vero che la criminalità organizzata è cambiata, non più “lupare”, ma alta finanza e computer, è cambiato anche il giornalismo d’inchiesta? Oggi, secondo lei, uno come Siani sarebbe ancora possibile?

R: (Silenzio) Sicuramente sono cambiati i giornalisti, ma in proporzione al cambiamento totale del mondo investigativo. Negli ultimi due anni, non solo attraverso l’Anac, ma anche attraverso tutti gli altri nuovi strumenti atti al contrasto della corruzione, la lotta al crimine è stata rafforzata: la capacità di penetrazione degli investigatori nell’ambito degli “arcana imperii criminalis” è migliorata. Contestualmente si sono ridotti gli spazi di operatività dei giornalisti d’inchiesta “puri”, perché un cronista del genere non può più competere con un pubblico ministero, con la polizia giudiziaria, che molto più di prima si coordinano tra di loro. Lei sa che in materia di criminalità organizzata esistono le Direzioni Distrettuali Antimafia, esiste la Direzione Nazionale Antimafia che a sua volta è punto di contatto internazionale per quel tipo d’indagini. Questo comporta che, a differenza degli anni Settanta, difficilmente un giornalista possa scoprire lui ciò che l’Autorità Giudiziaria non riesce a far venire fuori. Però questo non significa che gli spazi si siano ridotti. Io non considero affatto un fenomeno deteriore quel tipo di giornalismo che segue le indagini giudiziarie: se questo tipo di lavoro viene fatto con profondità e competenza…

D: …e autonomia…

R: Eh! Lo stavo per dire! Mi ha tolto la soddisfazione di dirlo per primo! (sorride) Sì, Autonomia, e si puo’ ancora fare con autonomia! Con queste premesse, quindi, si tratta di un’opera insostituibile che può fare un giornalista, per porre in correlazione l’esercizio dell’amministrazione della giustizia con il popolo, che alla fine ne valuta, non solo la legittimazione, ma anche la condivisibilità dei mezzi, dei modi e dei risultati. C’è un collegamento legittimo –quando non è illecita fuga di notizie- tra l’amministrazione della giustizia e il cittadino, che consente a quest’ultimo di capire se la giustizia viene amministrata correttamente, e quindi farsi anche un’idea preliminare sull’eventuale incidenza sulla dignità dell’indagato. Insomma, se la stampa opera in maniera trasparente e in autonomia, consente al cittadino di farsi un’idea. L’informazione è fondamentale soprattutto per una cosa: per la partecipazione alla vita democratica del Paese. Il cittadino deve essere portato a conoscenza anche degli aspetti, quando sono pubblici e conoscibili, delle indagini penali, perché altrimenti non potrà mai esercitare in maniera qualificata e consapevole il suo diritto di voto. Purtroppo i livelli attuali di penetrazione della criminalità nelle istituzioni (giuridiche o sociali) sono talmente complessi che il rischio che fatti ascrivibili alle istituzioni rivestano una rilevanza penale è estremamente elevato. Estremamente elevato. E sul grado di legittimazione derivante dal principio di legalità nell’ambito della pubblica amministrazione, si gioca anche la qualità della partecipazione democratica del cittadino, che si esercita attraverso il voto. Pertanto in quest’ottica la funzione della stampa è delicatissima, se esercitata in autonomia, se cioè non segue la magistratura in maniera passiva, col famoso “copia e incolla”; e sempre che non persegua lo scopo opposto, ovvero di opporsi all’azione giudiziaria senza aver un’approfondita conoscenza dei fondamenti dell’esercizio di tale azione, ovvero anteponendo le proprie opinioni personali rispetto a quanto oggettivamente accertato. Per me fare il giornalista d’inchiesta in ambiti giudiziari richiede una qualificazione pari, se non addirittura superiore, a quella di un magistrato. Perché si tratta di valutare in autonomia l’azione della magistratura (quando è possibile apprenderla perché cade il segreto d’indagine), ma poi tradurla in termini comprensibili al cittadino: questo è ancora più difficile.

D: Il mondo è cambiato e lei ha ragione. Mi viene da pensare che oggi uno come Siani forse sarebbe stato innanzitutto bersagliato da querele temerarie, intimidatorie. Oggi infatti se ne fanno molte “a prescindere”. E per la libera stampa è un problema.

R: Premesso, ovviamente, che Giancarlo Siani controllava scrupolosamente la fondatezza delle sue deduzioni e delle sue affermazioni, se oggi esistono le querele “a prescindere” ai giornalisti, beh, lo stesso accade con le denunce “a priori” ai pubblici ministeri. E il 99,9% di queste sono infondate. E però c’è quello 0,1%, diciamo, che risulta fondato. Il fenomeno della corruzione nella magistratura esiste e non si può assolutamente sminuire. Un magistrato che ruba una mela è equiparabile a un comune cittadino che ruba un’automobile.

D: Però le chiedevo se oggi uno come Siani potrebbe esistere.

R: Sicuramente sì.

D: Chi potrebbe oggi essere un suo erede? Glielo chiedo perché molti indicano in Roberto Saviano l’esempio virtuoso di quanto stiamo dicendo a proposito del giornalismo d’inchiesta. Tuttavia, ci sono anche molte polemiche riguardanti trasmissioni televisive come “Gomorra”, a proposito di un eventuale e pericoloso “effetto emulazione” che queste potrebbero magari esercitare nei confronti dei più giovani, in particolare. In una delle prefazioni del suo libro, si fa riferimento a quel politico campano che avrebbe adottato come slogan un “motto” dei protagonisti di “Gomorra”. Alcune produzioni televisive e cinematografiche, in particolare, a mio modo di vedere non trattavano la criminalità organizzata in termini di denuncia, ma di spettacolarizzazione, quasi “romantica”, della figura del criminale. Cosa ne pensa?

R: Quando si mostrano dei delitti, l’effetto emulazione si manifesta nei confronti delle persone immature. Nelle persone di media maturità al contrario si verifica un effetto consapevolezza. L’effetto emulazione, a questo punto, può verificarsi anche nel leggere “I Tre Moschettieri”: dar vita a un duello solo perché si è urtato la spalla di qualcuno...

D: … è un episodio che oggi chiameremmo di “bullismo”.

R: Esatto! E’ un omicidio che avviene perché una persona ti ha sfiorato. E allora dovremmo proibire anche “I Tre Moschettieri”?! Pensiamoci bene. Dovremmo proibire tutti i film in cui si vedono dei delitti le cui colpe, per ragioni di trama, non sono afferibili al solo carnefice? Salvo gli eccessi apertamente glorificatori del crimine, che possono esserci stati in qualche canzone di neomelodici, escludo l’effetto emulazione nei casi di cui stiamo parlando. Magari ci può essere stato a proposito di alcuni film di diversi anni fa in cui il contrabbando criminale su larga scala, esercitato da “uomini d’onore” (che addirittura si opponevano a una criminalità più “sanguinaria”), veniva presentato come un’esigenza per una certa parte del popolo napoletano. In “Gomorra” non vedo una glorificazione. Vedo semplicemente l’esigenza di rendere appetibile la trama, la visione dello sceneggiato, ma alla fin fine non viene assolutamente glorificata la finalità criminale di controllo del territorio. La funzione di cose come “Gomorra” è fondamentale, anche se, certo, l’immaturo può vederci quello che vuole, ma a questo punto dovrebbe calare una censura totale sulla giallistica e sull’horror! In queste fiction invece io invece vedo la possibilità, da parte del cittadino, di capire che il fenomeno criminale può essere contrastato: alla fine il criminale viene sempre preso o ucciso, e quindi non vedo una conclusione “in gloria” dello stesso. Vedo invece una vita sconsiderata, improntata a principi immorali, che alla fine non paga. Salvo, ripeto, eccezioni, sia in musica che nel cinema.

D: Ma è pur vero che il Tony Montana interpretato da Al Pacino in “Scarface”, criminale che diventa ricchissimo col traffico di droga e che alla fine muore ammazzato, nei ghetti neri e portoricani statunitensi pare abbia sortito comunque un effetto emulazione notevole, tanto da essere spesso citato anche nei brani di “Gangsta Rap” (un genere musicale in cui sovente ci si è ammazzati a vicenda).

R: Sì, ma questo accade in quelle persone che già sono votate a quel tipo di vita.

D: E in alcuni quartieri di Napoli non ce ne sono, forse?

R: Sì, ma io penso che uno si sceglie gli idoli che corrispondono al proprio intimo sentire. Certi personaggi non creano un mito dal nulla.

D: E quel politico che ha richiamato un motto criminale di Gomorra nel suo slogan?

R: Sulla politica e sui politici non mi pronuncio.

D: Ma è scritto in prefazione al suo libro (per la precisione, nella introduzione di Ragone e Sannino, a pagina13: «Un candidato nella lista “Più Campania in Europa”, per farsi pubblicità ha imitato in uno spot don Pietro Savastano, il boss di “Gomorra”: “Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell’ che è nuost’. Sanità, rifiuti, ma soprattutto dignità e rispetto”. Poi ha spiegato che si trattava solo di una provocazione e che lui ha ben presente il principio di legalità. Tuttavia l’episodio è indicativo di un clima, di una mentalità e di un linguaggio che indicano un modo» - ndr).

R: Sì, ma non l’ho citato io.

D: Tornando al discorso della paura, lei a un certo punto dà una definizione del coraggio: «… deriva dalla compensazione della paura con il sentimento del dovere e la dignità dai quali nasce la vergogna di aver paura, che costringe all’azione. (…) La sensazione di chi ha troppa vergogna di aver paura per restare inattivo». Lei dice anche che questa definizione l’ha data in risposta a un avvocato lucano che le chiedeva se avesse mai avuto paura .

R: Circa un anno e mezzo fa si svolse un convegno a Lagonegro, e l’allora presidente del consiglio dell’ordine, avvocato Gherardo Cappelli, mi disse che in alcuni casi, leggendo gli atti, aveva ammirato il pubblico ministero per il suo coraggio. E contestualmente mi chiese se avevo mai avuto paura e se nel caso come la vincevo. Io ci pensai un attimo e risposi che è umano aver paura, altrimenti significherebbe non aver freni inibitori, non aver senso della logica, non avere consapevolezza delle conseguenze che le proprie azioni possono portare. Chi non ha paura non prova nemmeno affetti e amore, non è umano. Nel libro cito un esempio: c’era un certo personaggio non tanto gravato, rispetto ad altri che erano la mia priorità, da fattispecie “urgenti”; tuttavia, ci era stata fatta arrivare la notizia che se fosse stato toccato, l’attentato nei miei confronti –che sapevo programmato da tempo- sarebbe scattato immediatamente. E qui entrò in gioco la “vergogna di aver paura”: l’azione di giustizia non può essere limitata dal rischio che corriamo, ma dev’essere portata avanti. Pertanto in quel momento fui indotto a fare ciò che non era la mia priorità (avendo molto altro di cui occuparmi prima), e pertanto giunsi alla conclusione che questa persona necessariamente andava arrestata subito. Non si poteva lanciare all’esterno il messaggio di una Giustizia che si fa condizionare da convenienze personali. Al contrario, il personaggio in questione si sarebbe sentito rafforzato nell’apprendere che le sue minacce avevano prodotto l’effetto desiderato. Guardi, è proprio ciò che non è stato fatto dallo Stato nella trattativa Stato-Mafia.

D: A microfoni spenti abbiamo parlato di musica e ora anche di cinema. Ma un magistrato come lei a quale percentuale della sua vita deve rinunciare?

R: Innanzitutto deve porsi alcune domande: “Quello che sto facendo sono in grado di farlo?”, e poi: “Sono in grado di produrre dei risultati?”. E poi ancora: “Ne vale la pena”? In caso di risposte affermative, deve quindi domandarsi: “E la mia vita VALE il piatto della bilancia opposto?”. Nel mio caso (come in quello di altri con cui ritengo di aver affinità operativa) la risposta è “Sì”. Rispetto a quei risultati la mia vita non conta assolutamente nulla. In questo lavoro, fermo restando che le forme sono indispensabili, il distacco totale dalla gravità dei fatti spinge all’inerzia: indagare bene significa lavorare moltissimo, dormire poco e male, significa alzarsi e prendere appunti nel cuore della notte. E per lavorare molto ci vuole una forte motivazione, e questa non è certo quella che “le carte devono stare a posto”. Questa non è passione.

D: Qual è il momento di maggiore soddisfazione per un pm? Quando una propria tesi investigativa trova conferma in una sentenza? Quando s’incontra lo sguardo di una vittima o di un familiare che ha ottenuto giustizia?

R: Le devo confessare che per me ciò accade quando gli avvocati della difesa si complimentano. E’ la garanzia definiva che hai lavorato correttamente. Guardi, la nostra è una funzione di garanzia: il pubblico ministero serve affinché lo Stato non prevarichi il cittadino. La funzione primaria del processo è infatti quella di garantire che il processo stesso sia giusto. In secondo luogo viene il risultato.

D: Quando un inquirente, magistrato o poliziotto che si è occupato ad alti livelli di criminalità organizzata viene da queste parti, noi ci chiediamo sempre sa sia solo un caso.

R: Per quanto mi riguarda penso di sì, che sia un caso.

D: Il film che la rappresenta?

R: Senza dubbio “Profumo di Donna”, nella versione americana con Al Pacino.

D: La canzone?

R: Moltissime canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones.

D: Il libro?

R: In questo momento mi viene in mente “Delitto e Castigo” di Dostoevskij. Mi piacciono i classici, Shakespeare, Sofocle, e ci metto dentro anche Eduardo, che a mio avviso ha proprio la statura di uno Shakespeare.

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Si è svolta a Grassano in occasione del decennale “Vigile per un giorno” un’intera giornata dedicata alla sicurezza, legalità e donazione. In Piazza Purgatorio sempre nel rispetto delle regole anti Covid, si è svolta una lezione di educazione stradale sul Pullman Azzurro proveniente da Brescia con gli operatori della Polizia. Si è potuto inoltre ammirare anche la fantastica Lamborghini.

La serata è continuata e si è conclusa presso l’Auditorium comunale durante il convegno moderato da Giovanni Spadafino (giornalista e responsabile ufficio stampa Fidas Basilicata) dove sono intervenuti e hanno preso parte, tra gli altri, il Sindaco di Grassano Filippo Luberto, Carlo Loiudice(Presidente Fidas Grassano), Pancrazio Toscano (Presidente Fidas Basilicata), Antonio Bronzino (responsabile volontario e terzo settore Fidas nazionale) il Prefetto di Matera Rinaldo Argentieri, il Questore Dr. Luigi Liguori e il Capitano della compagnia carabinieri di Tricarico Antonio De Rosa. La serata si è conclusa con l’intervento del Presidente del Consiglio Regionale nonchè Presidente del Coordinamento sul contrasto della criminalità organizzata e la promozione della legalità, Carmine Cicala.
Il tutto è stato organizzato da Fidas Basilicata e Fidas Grassano con il patrocinio del Comune di Grassano.

“Come comune - dichiara il sindaco Filippo Luberto- siamo stati lieti di patrocinare questa iniziativa. Abbiamo festeggiato il decennale del progetto “Vigile per un giorno” ed è un modo molto bello a mio parere per avvicinare i ragazzi e far sì che vengano rispettate le regole basilari della sicurezza stradale. E’ stata una manifestazione molto importante e i miei complimenti vanno fatti alla Fidas di Grassano per aver avuto questa costanza nell’organizzazione del progetto “Vigile per un giorno”. I ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado per un giorno sono accompagnati dai vigili urbani (che ringrazio per la collaborazione) per poter verificare di persona quali sono i loro compiti. Per un giorno quindi indossano la pettorina, dirigono il traffico e sono loro a far rispettare le regole ai propri coetanei. Quest’anno la Fidas ha voluto portare il pullman della legalità e la Lamborghini della Polizia di Stato. Questa è una iniziativa che coltiveremo e continueremo nel tempo. In questa occasione Grassano è stata un punto di riferimento per quanto riguarda la sicurezza, la legalità e la donazione”.


Rossana Artese

 

 

 

basentini_giovani.jpgdi Antonella Sabia

 

 

Quando accadono gravi fatti di cronaca che coinvolgono in prima persona ragazzi giovani e giovanissimi, come quelli degli ultimi giorni sia a livello locale sia nazionale, sovente si è portati ad affrontare l’argomento con leggerezza. Ne abbiamo parlato a più ampio spettro con la Dottoressa Assunta Basentini, psicologa forense e Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Potenza.

D: Alla luce dei recenti fatti di cronaca, cosa sta succedendo ai giovani di oggi?

R: I ragazzi di oggi stanno vivendo un disagio in una fase di espansione, che per diverso tempo è stato negato e sottovalutato. Un disagio di tipo emotivo, educativo, affettivo e adattativo, dovuto alla non interiorizzazione delle norme e delle regole che rappresentano i contenuti principali del processo educativo. La violenza è sempre esistita, colpisce però la frequenza e la recrudescenza di alcune condotte.

D: Può dipendere dal fatto che oggi i ragazzi bruciano le tappe?

R: Il processo di adultizzazione di molti bambini e ragazzi comporta una condizione di disadattamento e disagio visibile nei comportamenti degli stessi. Questi ragazzi presentano una maturità di facciata, che non coincide con un processo di crescita interiore. Ci sono delle fasi di crescita e adattamento che vanno vissute, vanno condivise con gli adulti, mentre oggi, sia per l’uso dei social sia per tutta una serie di stimoli eccessivi, è come se avessero perso il controllo della realtà, e con loro anche chi gli sta affianco, come genitori e scuola. Senza demonizzare l’uso del cellulare, ciò che serve a bambini e ragazzi è un’attenzione e una cura mirata nei confronti delle loro esigenze evolutive, per canalizzare le risorse e le energie positive. La nostra società oggi presenta aspetti preoccupanti di degrado sociale ed etico che bisogna contrastare anche con sani percorsi educativi.

D: Ammesso che esistano delle colpe, a chi andrebbero attribuite?

R: Non possiamo parlare di colpe. Tanti ragazzi crescono con modelli e copioni non adeguati dal punto di vista sociale, affettivo ed emotivo. Dobbiamo dunque parlare di responsabilità degli adulti. Senza generalizzare, ci sono talvolta degli atteggiamenti di rinuncia da parte delle figure di riferimento, rispetto al controllo di una libertà talvolta estrema dei ragazzi. Il processo educativo e di crescita di un ragazzo, è un po’ come la costruzione di una casa: se abbiamo lavorato per realizzare delle basi solide, non ci sarà il rischio che l’edificio crolli o riporti notevoli danni. Molti ragazzi si ritrovano adulti senza aver vissuto tutte le tappe principali, scivolando da quello che era il gruppo sano di riferimento, gli amici, a quello che diventa il branco, con tutto ciò che ne consegue.

D: Emergono sempre nuove forme di devianza minorile, odio razziale, discriminazione sessuale e mercificazione della donna: come si possono contrastare?

R: Bisogna riempire la crescita dei bambini e dei ragazzi con contenuti e valori. Torniamo a quanto detto prima, quelli che oggi vengono definiti soggetti devianti in modo conclamato dalle istituzioni per le condotte messe in atto, quasi sempre sono ragazzi che non hanno avuto modelli di riferimento educativi ed affettivi adeguati sia nel contesto sociale sia in quello familiare. Sono stati bambini invisibili o difficili, e ovviamente da adulti sviluppano forme di disadattamento estremo, con condotte gravi, anche di rilevanza anche penale.

D: I “NO” che fanno crescere: oggi si dicono ancora?

R: Se ne dicono pochi. Il processo educativo dovrebbe essere contenitivo, con un equilibrio tra SI e NO. In molte famiglie, c’è stato un atteggiamento di resa, con la tendenza a giustificarsi rispetto ad all’inadeguatezza educativa dietro frasi come “Sono gli amici”,“Tanto succede a scuola”, “Escono tutti perché non mio figlio?”. Il problema non è uscire, ma come e con quali modalità.

D: Come si arriva a chiedere aiuto?

R: Non è semplice, innanzitutto la famiglia dovrebbe riuscire a cogliere questi segnali di sofferenza, perché ci sono. Spesso i genitori dicono “Non avevamo capito”, “Non ci eravamo accorti di nulla”, in realtà non è così. Se c’è la giusta attenzione, si possono cogliere questi segnali. È difficile che un bambino e un ragazzo da solo possa chiedere aiuto quando vive le prime difficoltà rispetto ad una libertà estrema, soprattutto se è proiettato in un gruppo negativo. L’abbiamo visto proprio nei fatti di cronaca di questi giorni, alcune situazioni si sviluppano in contesti in cui c’è una condizione di abbandono etico, materiale e sociale.

D: Rispetto al passato, oggi si parla anche molto di depressione, senso di insoddisfazione.

R: Il disagio che può vivere un ragazzo, può prendere strade diverse, esattamente come accade con la sofferenza degli adulti, si può trasformare e sviluppare in un quadro clinico complesso di ansia e depressione che ha bisogno evidentemente di una diagnosi e un trattamento. È importante il ruolo della scuola e della famiglia per segnalare una situazione di disagio. Devono essere i servizi specialistici ad intervenire per la diagnosi e la presa in cura. C’è un aumento di disturbi depressivi che coincide evidentemente con tante altre situazioni negative, con l’uso di alcol e droghe. I dati dell’Osservatorio Nazionale dell’Adolescenza evidenziano che l’81% degli adolescenti afferma di bere alcolici: un dato che andrebbe analizzato, approfondito nonché interpretato, un segnale di forte disagio e di anormalità dal punto di vista del comportamento individuale e sociale.

D: L’emergenza sanitaria e il lockdown ci hanno costretti a cambiare le nostre vite, in particolare i ragazzi hanno perso alcuni punti di riferimento.Cosa si porteranno dietro?

R: Questa situazione è stata una rivoluzione nella vita di tutti, bambini, ragazzi e anche adulti. Sicuramente i ragazzi sono stati i più penalizzati perché è venuta meno una serie di riferimenti importanti della socializzazione e del loro bisogno di stare non solo a scuola, ma di relazionarsi con i compagni e altri adulti di riferimento. C’è stata, e permane tutt’ora, una condizione di sofferenza che va accolta da parte dei ragazzi. Per fortuna, pur essendo la fascia di popolazione più sensibile, sono anche quelli più dotati di capacità di resistenza, hanno una resilienza che li porta più facilmente a riproporsi e accettare la realtà modificandosi, in senso anche positivo. Ci sono state però delle situazioni di disagio, la pandemia ha tolto ai ragazzi delle sicurezze e ha bloccato attese e aspettative. Bisogna augurarsi pian piano che la situazione si normalizzi.

 

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“La critica politica è ammessa ed è comprensibile. Ma quando si oltrepassano alcuni limiti e la critica si trasforma in condotte violente nei modi e nei termini con un linguaggio sessista senza precedenti allora non è accettabile e va condannata senza se e senza ma”. Lo afferma, in una nota, la Consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi a seguito di quanto accaduto a Maria Di Lascio, candidata sindaca al comune di Lagonegro.

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“Esprimo il mio più vivo apprezzamento al nostro legislatore fautore del disegno di legge in materia di contrasto ai reati di violenza e discriminazione per motivi fondati sul sesso, sul genere (misoginia), sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere; strumento normativo frutto di sintesi certosina di diversi apporti partitici confluiti nel testo approvato due giorni fa in Commissione Giustizia della Camera”. È quanto afferma la consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi evidenziando che il disegno di legge, nel rispetto degli articoli 2, 3 e 21 della Costituzione, ha l’obiettivo di prevenire e contrastare l’insorgere di condotte discriminatorie e violente motivate dal sesso, dal genere, dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere.

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Si terrà domani, 7 luglio alle ore 17.00 presso l’Università degli Studi della Basilicata, a Potenza in via Nazario Sauro, la cerimonia di inaugurazione ed installazione della “Panchina rossa”. L’iniziativa è frutto di un’azione sinergica tra la Consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi e la Rettrice dell’Unibas, Aurelia Sole.

La cerimonia rientra nel panel eventi del Manifesto “Un Patto per le Donne” istituito dalla Consigliera di Parità, cui ha aderito il Cug Unibas.“Dalla valenza fortemente simbolica, - spiega la Pipponzi - ha lo scopo di stimolare l’attenzione delle studentesse e degli studenti, futuri attori del domani, al fenomeno di stringente attualità e drammaticità quale quello della violenza di genere e del femminicidio.

I dati nazionali e regionali sul femminicidio, sulla violenza di genere e sulle molestie sessuali, anche sui luoghi di lavoro, ci consegnano una cruda e drammatica realtà in costante aumento, anche durante il periodo pandemico dove le donne si sono trovate a convivere con il proprio aguzzino, recluse tra le mura domestiche.

Come affermato dalla Convenzione di Istambul, la violenza di genere è un fenomeno strutturale della società, ancora sommerso, poco conosciuto e spesso impunito, legato ad una cultura fondata sulla disparità tra l’uomo e la donna; risultano centrali, pertanto, campagne di sensibilizzazione e di formazione delle coscienze, quale quella dell’apposizione della panchina rossa.

L’iniziativa, infatti, persegue il fine di formare le studentesse e gli studenti alla cultura della Parità di genere e delle Pari Opportunità, sviluppando una nuova coscienza ‘valoriale’ improntata all’inclusione ed al rispetto delle differenze, bandendo così ogni forma di prevaricazione tra i generi (e tra ogni forma di diversità), che rappresenta il volano della violenza.

Nel contempo – conclude la Consigliera regionale di Parità - si è inteso fornire un utile servizio alle vittime di violenza essendo stata apposta sulla panchina una targa dedicata con i riferimenti telefonici (0971.55551 - 1522) del Centro antiviolenza regionale ‘Telefono Donna’, che ha collaborato all’iniziativa, e del numero nazionale antiviolenza”.

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