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di Antonella Sabia

 

 

Sta scorrendo lento questo 2021 che vede Potenza come Città Europea dello Sport, unico capoluogo di regione, scelto insieme a Rieti, Siena e Terni, dall’associazione Aces Europe in quanto esempio di città in cui lo sport è davvero per tutti, includendo nella parola sport 4 ulteriori definizioni: conoscenza, inclusione, sostenibilità e salute. Complice anche la pandemia, i termini del programma di questa assegnazione sono stati prorogati all’anno 2022, ma dal momento della proclamazione ad oggi, dopo la soddisfazione del raggiungimento di tale risultato, poco sembra sia cambiato nel capoluogo dal punto di vista della programmazione, soprattutto per quanto riguarda lo stato complessivo dell’impiantistica strutturale cittadina.

Dunque, dove eravamo rimasti?. Le ultime notizie su interventi e progetti risalgono a marzo 2021, quando venne indetta una conferenza dall’assessore Guma, nella quale fece un resoconto dei primi due anni di mandato e parlò dei lavori fino a quel momento eseguiti. "Fu chiaro sin da subito lo stato di criticità in cui versava l’impiantistica cittadina, influendo negativamente sulle attività agonistiche e dilettantistiche di tutte le specialità sportive", dichiarò la stessa.

Attenzione particolare, era stata data allo Stadio Viviani che ospita la squadra cittadina, ormai da diversi anni nel panorama calcistico professionistico (attualmente è ospitato anche il Picerno). L’impianto, da sempre punto di riferimento del tifo rossoblù, presenta innumerevoli criticità dal punto di vista strutturale, ma anche estetico, se pensiamo al “buco” nel settore Distinti, al settore retrostante la curva, ma anche i “crateri” che costeggiano il manto di gioco e rendono pericoloso il passaggio alle autoambulanze. Abbandonata totalmente l’idea di un impianto nuovo (che rimarrebbe la migliore soluzione anche in tema di viabilità), rimangono in sospeso i lavori di riqualificazione che si sarebbero dovuti svolgere tra la fine del campionato scorso e la nuova stagione, ormai entrata nel vivo.

Sempre nella conferenza sopra citata, si era parlato della volontà di valorizzare strutture esistenti e abbandonate, oltre alla programmazione di nuove strutture. A tal proposito, per quanto riguarda la piscina comunale, sono stati risolti i problemi tecnici di infiltrazione, oltre al rifacimento delle docce, la sostituzione dei blocchi di partenza, e l’ampliamento della tribuna. Rimane un sogno delle Federazioni, invece, una piscina olimpionica idonea ad ospitare gare di un certo livello, oltre alla squadra di pallanuoto cittadina, che da oltre 18 anni è costretta a recarsi fuori regione (Napoli). Anche il Campo Scuola di Macchia Romana è stato interessato da alcuni lavori di miglioramento, in particolare la messa in funzione degli impianti di illuminazione.

Se pensiamo invece agli impianti sportivi, nella Città di Potenza annoveriamo il PalaBasento e il PalaPergola, omologati per l'attività nazionale di pallacanestro, e 3 palestre (Vito Lepore, Caizzo e Via Roma) omologate per l'attività regionale. Per quanto concerne il Palazzetto di Lavangone, questo non rientra nelle proprietà del Comune di Potenza, bensì della Comunità Montana, che dovrebbe in ogni caso prendere provvedimenti per il suo mancato utilizzo, ed evitare che la struttura venga abbandonata a se stessa. È il caso del vecchio impianto CONI di Parco Montereale, chiuso ormai da oltre 10 anni, che tante volte ha fatto parlare negli ultimi tempi per la sua occupazione abusiva.

Con il 2022 alle porte, e il fantasma di una pandemia che ancora non è stata superata, il fatto preoccupante rimane che il Comune non ha ancora presentato alcun cartellone di eventi, per celebrare il suo anno da Città Europea dello Sport. Al momento, gli unici eventi, che si sono tenuti nelle scorse settimane, e che hanno visto piazze e vie cittadine occupate da tornei e manifestazioni sportive di interesse nazionale, sono state organizzati però da Associazioni private e Federazioni.

 

 

 

 

de_stradis_e_miglionico.jpgdi Walter De Stradis

 

 

 

Durante il Lockdown del 2020, si è messo a pensare ai personaggi lucani illustri e la mano ha dato seguito a quelle riflessioni, trasferendole sul foglio da disegno. Dopo essere stati una mostra, i “Ritratti di Basilicata” di Michele Miglionico -già sindaco di Satriano di Lucania e attualmente presidente del Gal “PerCorsi”- sono diventati un libro coi testi dell’associazione “Cosmopolites”.

d: Perché un libro di “ritratti lucani”?

r: E’ una cosa nata durante il primo Lockdown. Dopo lo smart working e le faccende di famiglia, dedicavo del tempo a una mia vecchia passione giovanile, quella del disegno, che avevo interrotto. All’inizio non pensavo a una pubblicazione, semplicemente ho rubato dei fogli Fabriano 4 alle mie figlie, e mi sono messo all’opera con pennarelli indelebili molto semplici, di diverse dimensioni. Così ho iniziato a disegnare i volti di personaggi lucani, o di persone illustri che avevano avuto a che fare con la Basilicata, di volta in volta con una sensibilità diversa. Quando ho disegnato Rocco Scotellaro, per esempio, stavo pensando ai giovani sindaci lucani (come lo ero stato io un tempo), che stavano affrontando la tragedia della Pandemia. Posso testimoniare che a Satriano, per esempio, i cittadini non si sono mai sentiti abbandonati, in forza di un rapporto che si può instaurare solo col sindaco di un piccolo comune.

d: Aiutiamoci dunque con gli spunti che ci possono fornire alcuni dei personaggi ritratti nel libro. Vedo che c’è Carlo Alianello, autore del famoso romanzo “L’eredità della priora”, divenuto negli anni Settanta anche un telefilm, con le musiche di Eugenio Bennato. In regione si parla spesso, a sproposito o meno, di uno “spirito dei briganti” che è andato perduto…

r: Il discorso è complesso, perché se si intende il brigante come figura rivoluzionaria violenta, è un concetto che non mi appartiene. Preferisco pensare al brigante come alla figura di chi non ci sta, colui che vuole difendere la propria terra e le proprie radici –come fu all’epoca- in un processo di trasformazione culturale non condiviso. A me non piace l’idea di essere soltanto “contro”, perché credo si debba proporre anche delle alternative. Ho l’impressione che a volte sia più facile lamentarsi e basta, mentre se ci pensiamo le cose positive ci sono, una su tutte i progressi nel turismo.

d: Secondo lei qual è la più grossa ingiustizia alla quale è sottoposto il Lucano al giorno d’oggi?

r: Ingiustizie vere e proprie non ne vedo. Nelle attività di programmazione e di sviluppo non sempre si è agito con oculatezza, questo sì, ma non parlerei di ingiustizie.

d: Emilio Colombo: lei lo ritrae con una testa bella grossa. Sovente nelle interviste ci viene citato ancora come “modello politico” lucano da seguire. Verrebbe da chiedersi: possibile che siamo rimasti ancora a Colombo? Che non ce ne siano di nuovi?

r: Beh, forse dipende dalle numerose cariche pubbliche che ha avuto e per il periodo storico nel quale ha operato, un periodo in cui sono state realizzate infrastrutture che hanno fatto uscire la Basilicata dall’isolamento del “paese”. Tuttavia, oggi le infrastrutture culturali sono importanti al pari, se non di più, di quelle culturali, e quindi in effetti verrebbe da individuare un diverso riferimento politico.

d: E allora mi dica qual è, secondo lei, un altro personaggio rappresentativo della politica recente…

r: Beh, difficile non pensare –o esserne addirittura orgogliosi- a Roberto Speranza, che sta interpretando il ruolo di Ministro della Salute con efficacia e sobrietà.

d: Però nel suo libro di ritratti non c’è. Non l’ha ispirata.

r: No, infatti, non so perché (ride). Forse perché era il primo Lockdwon, ed era troppo presto per valutarlo. Oggi ritengo che la Facoltà di Medicina sia un grande risultato e che a lungo andare la Storia tributerà un giusto riconoscimento per tutti coloro che si sono battuti per questa opportunità per i giovani lucani (e non solo).

d: Sto guardando il suo ritratto di Carlo Levi, autore di “Cristo si è fermato a Eboli”. Oggi verrebbe forse da dire “Cristo si è fermato a Sicignano” (per i lavori stradali infiniti).

r: (Sorride) Parlo spesso con imprenditori che lamentano difficoltà sia nell’import che nell’export di materiali e forniture. Anche se ci sono zone della Basilicata un po’ più fortunate –in tema di viabilità- rispetto alle zone interne…

d: Il tema del giorno è la possibilità che Amazon crei uno stabilimento in Basilicata. Si è parlato di Tito o Melfi, ma il candidato sindaco Gianni Pittella ha messo sul piatto anche la sua Lauria. Lei avrebbe una zona da proporre?

r: Non mi appassiona il discorso del “dove”. Temo stia diventando una “guerra tra poveri”.

d: La notizia è piombata in piena campagna elettorale.

r: Evvabbè, ma questo è campanilismo sterile. Io mi preoccuperei di verificare innanzitutto che la notizia data dall’uscente assessore Cupparo abbia un fondamento, e poi di fare in modo che Amazon scelga effettivamente la Basilicata, fra le possibilità offerte dal Sud. Questo è ciò che conta davvero. Bisogna lavorare tutti in questa direzione. Prenda la Fiat: all’epoca qualcuno era scettico sulla possibilità che degli operai si sorbissero un’ora e mezzo di pullman all’andata, e altrettante al ritorno. Eppure molti dal mio paese, Satriano, vanno a Melfi, così come tanti altri dal Marmo-Melandro o dalla Val D’Agri. Ne consegue che il bisogno del lavoro in Basilicata è grandissimo. Pertanto, cerchiamo di non sprecare le occasioni: c’è il rischio che a litigare troppo questi di Amazon si stanchino e cambino idea.

d: Nel suo libro ci sono molti personaggi del cinema (Coppola, Wertmuller, Pasolini…): le dimissioni dell’assessore Cupparo, al momento in cui parliamo, sembrano quasi un film “giallo”.

r: Non è questione di chi va via e di chi verrà al suo posto. Tantomeno mi permetto di dare giudizi sull’operato di chicchesia. Ma a me spaventa il VUOTO, creatosi in un momento difficile, in cui si è ancora in fase di programmazione e si cerca di capire come spendere le risorse che arriveranno. Anzi, per citare ciò che diceva l’altro giorno a Brienza un responsabile lucano di un istituto bancario, la parola “spendere” mette paura, meglio sempre parlare di “investire”. Questo momento di fermo, pertanto, a me fa paura, perché rischiamo di perdere tempo prezioso nella pianificazione degli investimenti.

d: Specie in questo momento, allora, se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Appunto di accelerare. I tempi morti nella politica sono come le fasi di studio su un malato: studiare è importante, ma nel frattempo la malattia va avanti, e a volte le terapie individuate si rivelano tardive.

d: Lei ha ritratto anche Mango, veniamo dunque alla musica. Sarà mai possibile creare in Basilicata un grande evento stile “Notte della Taranta” o prima ancora, come sostengono in molti, bisogna pensare alle infrastrutture (che non ci sono)?

r: Con me sfonda una porta aperta. Da sindaco diedi vita al “Lucania Etno Folk”: sottoponemmo l’idea all’allora governatore De Filippo che si mostrò interessato, e coinvolgemmo subito Eugenio Bennato che aveva fatto tutta una ricerca sulla tarantella. Quel festival crebbe molto, e subito. Tuttavia, in poco tempo ci scontrammo con questo “malessere interno”: le risorse pubbliche da investire nella Cultura te le fanno sempre passare come un lusso, un “di più”. Questa cosa non la digerisco. Come Comune, infatti, non avevamo le risorse utili a far diventare quel Festival qualcosa di grande e stabile, e alla fine i contributi assegnati divennero via via sempre più irrisori. E allora io mi chiedo: perché la Puglia ci riesce e noi no? E pensare che noi non abbiamo nulla da invidiare -come patrimonio antropologico e musicale- ma evidentemente non si è capaci, non si comprende che la musica, intesa come attrattore, va sostenuta.

d: Il film che la rappresenta?

r: Non credo ce ne sia uno in particolare.

d: La canzone?

r: Adoro Pierangelo Bertoli, e quindi direi senz’altro “A muso duro”.

d: Il Libro?

r: Ultimamente mi ha molto preso il libro di Barack Obama.

d: Fra cent'anni cosa le piacerebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?

r: «Innamorato di questa terra e di questo popolo».

 

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La Consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi, ha inviato al presidente Bardi, agli assessori e ai consiglieri una nota con cui chiede che la Regione Basilicata adotti il Gender Responsive Public Procurement per promuovere la parità di genere e l’occupazione femminile nelle imprese lucane. Tale nota è stata inviata anche alle Organizzazioni sindacali e datoriali. ne dà comunicazione la stessa Pipponzi.

Come è noto, il tasso di occupazione femminile in Basilicata (come nel Mezzogiorno) pur evidenziando una leggera crescita, si posiziona ben al di sotto del tasso nazionale che si assesta al 49% nel 2020 contro il 37,7 % della Basilicata e il 32,5% del Mezzogiorno (fonte Istat). In Basilicata il tasso di inattività è marcatamente femminile (57,8% ) rispetto a quello maschile che si ferma al 31,3% , tendenzialmente in lieve decrescita dal 2013 al 2019 per entrambi i generi. Nel corso del 2020, purtroppo, il divario occupazionale è stato aggravato dalla crisi economica che, a seguito della pandemia, ha colpito in altissima percentuale le donne.

“Per colmare questo divario - dichiara Pipponzi - sono necessarie misure concrete in grado di segnare un cambio di passo reale verso la parità di genere. Occorre soprattutto incentivare le imprese per creare un sistema che introduca elementi di equità tra lavoratori e lavoratrici, favorendo di conseguenza la crescita sociale ed economica dell’Italia e dei singoli territori regionali. È evidente dunque che il lavoro, e perciò il connesso sviluppo del territorio e della parità di genere, debbano essere sempre collegati ad una Strategia che punti ad utilizzare le risorse del prossimo ciclo di programmazione per ridurre i divari”.

A livello europeo sono stringenti gli indirizzi per l’introduzione del Gender Responsive Pubblic Procurement, un nuovo sistema introdotto a livello europeo e previsto dalla Agenda Onu 20/30 per promuovere la parità di genere come leva dello sviluppo economico sostenibile, prevedendo una nuova responsabilità sociale rivolta alle imprese ed al mondo del lavoro.

Il Gender Procurement, come è noto, è uno strumento introdotto dalla Commissione Europea, inserito nel Pnrr, nell’ambito dei cicli di programmazione, per favorire gli investimenti in parità ed è relativo agli appalti della pubblica amministrazione regionale – ad esempio anche quelli che saranno attivati con il Recovery fund – con punteggi che premiano le imprese che adottino l’uguaglianza di genere nelle retribuzioni, nelle carriere, nel management attraverso l’individuazione di indicatori adeguati. In ossequio ai dettami sovranazionali, potranno essere individuati una serie di criteri che richiedano alle imprese destinatarie degli investimenti concrete azioni a favore della parità in azienda, con specifiche traguardi da raggiungere quanto ad equilibrio di genere nelle posizioni manageriali e di eliminazione del divario retributivo/salariale.

“Recuperando, dunque, i dettami del Piano europeo di ripresa economica - prosegue la Consigliera regionale di parità - si auspica che la Regione Basilicata, alla stregua di quanto fatto in altre Regioni d’Italia, ponga in essere un approccio innovativo alle politiche di programmazione, orientato al genere, con l’obiettivo di sviluppare una nuova responsabilità sociale sulla parità, una leva per favorire la partecipazione delle donne ai processi di sviluppo sostenibile e all’innovazione e promuovendo la partecipazione al mercato del lavoro, sia nei settori produttivi ad alta concentrazione femminile che in quelli innovativi ed emergenti. Si garantirebbe, così, a tutti i cittadini, indipendentemente dal genere, la possibilità di ricevere servizi uguali, aumentando l’efficienza e la qualità dei servizi stessi, incoraggiando i fornitori a sviluppare e offrire servizi che siano coerenti con gli obiettivi della parità di genere”.

Attraverso il Gender Responsive Pubblic Procurement (Grpp) nelle procedure di gara per gli appalti pubblici si introdurrebbero criteri e misure specifiche.

In particolare, le azioni da porre in essere potrebbero essere articolate su due livelli:

a) I Criteri di aggiudicazione:

Attraverso la previsione di “punteggi tabellari” potrà essere possibile valutare la qualità della struttura organizzativa del personale coinvolto nell’esecuzione della prestazione oggetto dell’appalto.

b) I Criteri aggiuntivi:

Con la previsione di criteri aggiuntivi, da applicare in presenza di offerte valutate come equivalenti, si potrà introdurre la valutazione di criteri sociali che non siano strettamente connessi all’oggetto della prestazione, ponendo così obiettivi di più ampio respiro. In particolare, potrà essere valutata positivamente l’assenza, negli ultimi tre anni, di verbali di conciliazione extragiudiziale per discriminazione di genere di cui al D. Lgs. n. 198/2006 (c.d. Codice delle pari opportunità tra uomo e donna); l’assenza, negli ultimi tre anni, di una sentenza passata in giudicato di condanna al reintegro nel posto di lavoro della lavoratrice licenziata in violazione del divieto di licenziamento stabilito dall’art. 54 del D.Lgs. n. 151/2001, ovvero per altra condotta discriminatoria sul posto di lavoro; la presenza di politiche aziendali che favoriscono la conciliazione vita-lavoro (es. la flessibilità oraria, il ricorso allo smart working); la presenza di asili nido aziendali.

Sulla base di alcune esperienze già realizzate, si potranno individuare i seguenti ulteriori elementi, come potenzialmente idonei ad orientare la valutazione:

– imprese che dimostrino di aver condotto periodicamente (con cadenza almeno annuale) un’analisi, in ottica di genere, della popolazione aziendale e dei relativi fabbisogni, in termini di conciliazione vita-lavoro;

– imprese che abbiano attivato percorsi di formazione finalizzati a sensibilizzare i vertici aziendali a considerare “la diversità come valore”, a costituire team multidisciplinari ed equamente composti tra generi;

– imprese che abbiano introdotto misure family friendly, quali i congedi obbligatori per i padri, il bonus gravidanza, l’estensione della durata del congedo obbligatorio, come misure finalizzate a migliorare il benessere organizzativo e il clima organizzativo all’interno dell’azienda, a scardinare gli stereotipi di genere, a favorire la redistribuzione del carico di cura familiare tra uomini e donne.

“A tal riguardo potrebbe essere utile mutuare quanto già predisposto dalla vicina Regione Puglia, che ha calibrato tale mappatura nell’ambito della predisposta Agenda di Genere regionale”, dichiara la Consigliera regionale di parità, che auspica di avere stimolato l'interesse sul tema del divario di genere che da alcuni osservatori indipendenti (Svimez) è considerato quale causa efficiente del sottosviluppo economico del Sud del Paese; da qui la necessità di intervenire con un approccio innovativo, quale il Gender Responsive Pubblic Procurement.

 

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di Walter De Stradis

 

 

Occhiali grandi e barbetta sapientemente incolta, già militante del Partito Democratico e presidente del Forum Regionale dei Giovani, Carmine Lombardi è oggi il vivace segretario regionale della Feneal UIL, ramo sindacale che si occupa di edilizia, industrie affini e dunque di infrastrutture.

(L'intervista si è tenuta mercoledì, ovvero prima delle dimissioni di Cupparo - ndr)

d: Come giustifica la sua esistenza?

r:Mi piace considerarla una missione, a servizio dei più deboli, di chi ha bisogno.

d: Lei anni fa è stato presidente del Forum Regionale dei Giovani, che tuttavia oggi –al netto della Pandemia- mi pare un po’ assente dalle cronache. Può esserci una qualche motivazione di carattere “sociale”?

r:Devo dire che per me è stata una palestra, sicuramente più libera rispetto agli steccati di partito e alle incrostazioni di sistemi più organizzati. Oggi invece direi che inizia a mancare proprio la “materia prima”: questo continuo esodo dei nostri giovani ci sta impoverendo della ricchezza più importante. Basta vedere ciò che sta accadendo alle amministrative: spesso c’è una lista sola, e quando ce n’è un’altra, di solito è “civetta”. Inizia dunque a mancare quel meccanismo di rottura con lo status quo del passato. E tutto questo deve preoccuparci.

d: Però al contempo notiamo anche tutta una serie di giovani sindaci, di giovani assessori, anche a livello regionale.

r:Significa, per fortuna, che quelli che resistono in Basilicata almeno si propongono. Tuttavia mancano le palestre di una volta (le giovanili di partito, le associazioni, il Forum stesso), e questi nuovi spesso arrivano impreparati. In pratica, la “palestra” la fanno nei primi anni di amministrazione.

d: A spese dei cittadini?

r:E poi magari alcuni errori si ripercuotono sugli enti. Bisogna tornare a quei luoghi, a quelle occasioni ove prepararsi ad amministrare la cosa pubblica.

d: Ma se, come abbiamo detto, manca proprio “il materiale” (i giovani), da cosa deve ripartire la politica?

r:Dalle scelte. In questa regione purtroppo si è smesso di pensare, di programmare lo sviluppo (ammesso che ce ne sia ancora la possibilità). Proprio in questi giorni, a margine di una brutta vertenza al centro oli di Viggiano, è emersa questa contraddizione: non si capisce cosa si voglia fare col petrolio, quale sia il rapporto tra chi fa impresa nella nostra regione e le istituzioni stesse. Io mi occupo di infrastrutture: bisogna fare delle scelte, e bisogna farsi trovare pronti all’appuntamento del Pnrr, altrimenti quelle risorse andranno altrove.

d: C’è chi invoca una cabina di regia, fatta di esperti, affinché la Regione spenda bene quei soldi.

r:E’l’ultima opportunità. A livello nazionale occorre che si entri nel vivo della programmazione; a livello locale, bisogna che si presentino subito dei progetti mirati. Dalle scelte che faranno oggi dipenderà il futuro di questa regione. Gli indicatori continuano, purtroppo, a essere tutti negativi: bisogna dunque decidere, territorio per territorio, il da farsi.

d: La giunta regionale le appare dunque ferma al palo?

r:A prescindere dagli schieramenti, ho la sensazione che ci sia il deserto.

d: Deserto di idee?

r:Di idee, di entusiasmo, di uomini. Come dicevo, è qualche decennio che abbiamo smesso di programmare. Mancano i luoghi e i riferimenti, anche umani. Guardi, destra o sinistra non ci interessa più di tanto: c’è bisogno di un nuovo progetto di sviluppo per la nostra terra, ma anche di capire CHI dovrà guidarlo. Ma ho la sensazione, ahimè, che manchino proprio i riferimenti.

d: Manca la leadership?

r:Anche un luogo dove confrontarci. Pensi al Piano Strategico regionale: ne abbiamo perse le tracce. Non è solo questione di Bardi -o prima ancora di Pittella-, manca proprio l’idea di sedersi attorno a un tavolo e confrontarsi e capire cosa serve alla nostra regione. Qui si rischia di scomparire proprio.

d: Uno che legge però potrebbe a questo punto domandarsi: se un sindacalista -che è addentro alle vertenze concrete del lavoro e dello sviluppo- dice che mancano le persone e pure i luoghi ove confrontarsi, allora nel Palazzo cosa fanno dalla mattina alla sera? Si gioca a carte?

r:Mmm, sembra che il discorso della “palestra” valga non solo per i giovani, ma anche per gli altri amministratori. Pensi che Bardi qualche tempo fa ci ha “sfidati”, come sindacato, a tirare fuori le proposte per le infrastrutture. E noi lo abbiamo fatto. Prendiamo l’alta velocità: è mai possibile che la nostra regione non sia toccata da un tipo di infrastruttura utile a metterci in connessione con i grandi centri di interesse nazionale? Stiamo ristrutturando, con grande fatica, il raccordo Sicignano-Potenza, ma è allarmante la lentezza con cui si arriva al risultato. Oggi, infatti, stiamo realizzando opere immaginate negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del Ventesimo secolo; ma una volta –e con grande ritardo- ultimato il tutto, ci sarà il vuoto.

d: E la vostra risposta alla “sfida” lanciata da Bardi che esito ha avuto?

r:Nessun esito. E questo ci preoccupa molto. E’ ormai troppo tempo che in questa regione non si pratica l’esercizio del confronto. Sono uno o due decenni che in pratica si governano le emergenze, e nulla più. Prendiamo l’apertura della facoltà di medicina a Potenza: ottima cosa, certo, ma dobbiamo anche capire quali sono le scelte per il futuro della sanità regionale. La Pandemia ci ha insegnato che forse occorre investire di più nella medicina di prossimità, sugli ospedali del territorio.

d: Sono diverse le vertenze che riguardano il settore lavoro in Basilicata, dal petrolio all’edilizia: c’è forse un comune denominatore?

r:Sì, le scelte mancate. Sa cosa accadrà nel prossimo futuro in Val D’Agri? Eni stessa dice che nei prossimi anni si andrà con il segno meno, perché tutte le scelte nazionali vanno in una direzione diversa, verso la transizione energetica. Cioè il petrolio prima o poi finirà ed è quindi lo stesso “player” a dirci che altre opportunità non ce ne saranno. E noi, dal canto nostro, cosa abbiamo chiesto in questi anni ad Eni? Risorse per tappare qualche buco! Forse andavano chiesti investimenti, proprio nell’ottica della transizione energetica. E oggi quelle mancate scelte le paghiamo, un’inerzia che ci fa ricadere tutti sempre nel limbo delle emergenze.

d: Forse la politica ha bisogno che ci siano SEMPRE le emergenze, ha bisogno che il cittadino dipenda dalla politica stessa.

r:E questa è la politica con la “p” minuscola. Noi siamo stati abituati meglio, quando SI CREAVANO le opportunità e soprattutto si prevedevano, si immaginavano prima.

d: C’è una figura politica che la ispira particolarmente?

r:A livello internazionale citerei Obama. In Basilicata, beh, anche se molto discussa come personalità politica, e pur con qualche ombra, a mio avviso Emilio Colombo è stato sicuramente un punto di riferimento per la nostra regione. Il suo contesto storico era quello della Basilicata della povertà, ma ha saputo traghettarla nel futuro: certe grandi opere le dobbiamo a lui e a tutta quella storia di grandi personalità che hanno saputo interpretare quel momento particolare della nostra terra.

d: Si sente dire spesso che Roberto Speranza possa essere “il nuovo Emilio Colombo”. Lei cosa ne pensa?

r:Credo che abbia avuto una grande opportunità con l’essere Ministro della Salute proprio in questo momento storico, ma è anche vero che si è trovato ad affrontare un qualcosa, la Pandemia, che nessuno si sarebbe mai aspettato. E devo dire che proprio quella “palestra” da lui vissuta all’epoca delle giovanili di partito o delle amministrazioni locali oggi gli è tornata utile nell’affrontare, con grande pragmatismo, l’attuale emergenza. Penso che la sua presenza nel Governo sia un lustro per la Basilicata e per tutto il Sud.

d: E se invece potesse prendere Bardi sottobraccio cosa gli direbbe?

r:Che c’è bisogno di un atto d’amore da parte sua. La Basilicata ha grandi problemi e ha bisogno di grande impegno. Gli chiederei pertanto di mettere attorno a un tavolo tutti gli attori di buona volontà che vogliono disegnare una Basilicata nuova.

d: E per cosa gli tirerebbe il lobo dell’orecchio?

r:Mmm, penso che ci sia bisogno di maggiore presenza, di maggiore vigore nell’iniziativa. Non sappiamo quanti giorni Bardi sia effettivamente presente in Regione, e ci interessa poco, ma i Lucani si attendono una maggiore presenza dal punto di vista delle scelte. Hanno bisogno di percepire che C’E’ un governo regionale che vuole dare una svolta a questa terra. L’hanno votato per questo. Altrimenti continuavano a votare il centrosinistra.

d: E il centrosinistra, dal canto suo, cosa deve fare per recuperare credibilità?

r:Ammettere le proprie colpe. A un certo punto non abbiamo più ascoltato le persone, non abbiamo percepito il loro grido di dolore. Non è certo per colpa dei genitori se questi si sentono sconfitti quando i figli se ne vanno via.

d: Forse si è pensato solo a gestire.

r:Esattamente. Non si è programmato, né deciso alcunché, e abbiamo perso di lucidità.

d: Il film che la rappresenta?

r: “La vita è bella”. Sono cambiati gli attori, ma quella vicenda è ancora viva.

d: La canzone?

r:Non me ne basta solo una: “Il ragazzo della via Gluck” di Celentano; “E pure il vento soffia ancora” di Bertoli e infine, un appello a noi Lucani, “La Storia siamo noi” di De Gregori”.

d: Il libro?

r:Mi limito a citare un libro letto da poco, “Il Sistema”, di Sallusti e Palamara. Una vicenda che non dobbiamo trascurare e che incide molto nelle dinamiche nazionali. E anche locali.

d: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r:Mi piace pensare che chi passerà davanti alla mia immagine possa dire: “Era una brava persona…”. Oggi c’è lo stereotipo dell’uomo forte, invincibile, quando sarebbe sufficiente essere tutti un po’ più …“brave persone”.

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di Antonella Sabia

 

 

 

 

Fioriscono una sola volta all’anno nel deserto cileno, ma in quel giorno rendono la superficie arida, una distesa di colori. Sono le rose di Atacama, che danno anche il nome ad un libro di Luis Sepulveda, storie di persone che hanno saputo resistere con coraggio alle tirannie della vita, a cui l’autore ha voluto regalare un po’ della visibilità che nessun libro di storia gli avrebbe mai donato. Non è un caso la scelta del nome per l’Associazione potentina “Le Rose di Atacama”, nata ormai diversi anni fa dalla voglia di mettere insieme persone con diversi percorsi di vita. “La nostra associazione si è costituita nel 2011, con la forza di sole donne (che ricoprono ruoli apicali nella stessa) con esperienze di vita diverse, tra queste, donne straniere emigrate dal loro paese di origine, ma anche storie come la mia, che dopo tanti anni di lavoro dipendente e un lavoro certo alle spalle, decido di guardarmi intorno e fare altro. Un vero e proprio luogo di confronto che con il tempo è diventato un laboratorio di progettazione”, ci racconta la presidente Anita Sassano.

d: Con quali obiettivi è nata l’associazione?

r: Quello di favorire l’integrazione, la maggior parte dei soci tra cui anche i fondatori erano tutte persone straniere, provenienti da altre realtà. Siamo nati con l’obiettivo di occuparci di iniziative di promozione sociale autofinanziate, raccolta fondi, oltre a essere un luogo di confronto tra le idee. Nel tempo, parlando anche di immigrazione e integrazione, abbiamo avviato casualmente questo percorso di gestione dei progetti, nel 2013, infatti, siamo stati la prima associazione ad accogliere i primissimi 15 migranti quando arrivavano con i barconi.

d: Come è stata questa esperienza all’inizio?

r: È emotivamente coinvolgente e forte, i primi che arrivarono erano messi molto male, sia fisicamente che psicologicamente, siamo dovuti intervenire in alcuni casi anche con gli psicologi. C’è poi tutto l’ambito dei minori non accompagnati, mandati via dai genitori in cerca di fortuna, che accogliamo sin dal 2014 in una struttura.

d: Quali sono state le maggiori difficoltà che avete incontrato?

r: La difficoltà iniziale è stata quella di crearsi un nome, farsi conoscere: c’è da dire comunque che l’associazione è composta da diversi professionisti, e abbiamo messo in campo tutte le nostre qualità, la capacità di creare relazioni, che ci hanno dato la possibilità di accreditare l’associazione presso gli enti pubblici e altri soggetti che ci hanno dato fiducia. Ritengo che una delle nostre migliori qualità sia la voglia di non lavorare mai da soli, in genere creiamo una rete, perché per noi sono fondamentali le risorse umane, nei vari progetti c’è posto per tanti professionisti: docenti, psicologi, avvocati ecc.

d: Si parlava di storie che si intrecciano: quante hanno segnato il vostro percorso?

r: Le nostre sono quasi tutte storie belle, abbiamo raggiunto tanti successi e ci hanno dato tanti riconoscimenti. Facciamo parte anche dell’UNAR, ente nazionale contro il razzismo, con il quale ci occupiamo di politiche discriminatorie e pari opportunità.

d: Si parla spesso della difficoltà dell’integrazione di queste donne e questi uomini nel nostro contesto sociale e lavorativo, lo può confermare?

r: In linea generale è una cosa piuttosto vera, nello specifico posso dire che siamo stati fortunati oltre che bravi noi. Non abbiamo mai avuto alcun problema nella gestione e nell’accoglienza dei migranti, abbiamo favorito l’integrazione di tanti ragazzi che abbiamo aiutato ad inserirsi lavorativamente, altri continuano a lavorare con noi. Questa cosa quindi io non l’ho vissuta direttamente, ma sicuramente ci sono delle difficoltà che cerchiamo di abbattere, a partire dal problema linguistico, tant’è che uno dei nostri progetti riguarda appunto l’apprendimento della lingua italiana. Tra l’altro, una volta imparata la lingua, talvolta sono anche avvantaggiati rispetto ai ragazzi italiani poiché molti di loro conoscono oltre ai dialetti del loro paese di origine anche inglese e francese, addirittura alcuni anche l’arabo.

d: In questi 10 anni, cosa è cambiato?

r: La nostra accoglienza era diversa, non ci limitavamo alle pratiche burocratiche e alla prima accoglienza, ma andavamo oltre. Questa cosa abbiamo dovuto lasciarla perché ci siamo resi conto, con il decreto Salvini, che le restrizioni economiche non ci permettevano di lavorare più bene. Premetto che chi vuol far bene questo lavoro ovviamente non deve pensare di arricchirsi, perché ciò che si riceve va utilizzato per l’accoglienza, per i bisogni delle persone, ma anche per pagare dignitosamente gli operatori notturni e le risorse umane coinvolte. È per questo che noi ad un certo punto coscientemente ci siamo tirati fuori: ci teniamo ad essere riconosciuti per il lavoro fatto in un certo modo; a nostro discapito e a discapito delle persone che abbiamo dovuto licenziare, abbiamo scelto di non fare più accoglienza.

d: Quali sono i progetti in campo oggi?

r: Sta per entrare nel vivo un progetto che abbiamo presentato lo scorso agosto, alla presenza del Prefetto di Potenza, che si svolgerà tra Senegal e Gambia, MOVE-ment (migration –opportunitè – voyager – employment), che punta all’integrazione e alla migrazione legale dai quei attraverso il ricongiungimento familiare o percorsi di formazione linguistica e professionale, e noi saremo fisicamente lì. C’è poi il progetto A.LI.BAS.,con cui organizziamo dei corsi in regione per i ragazzi, per un primo approccio alla lingua italiana e per avviarli ai mestieri. L’ultimissima esperienza che ci vede coinvolti è nella gestione dell’accoglienza dei migranti stagionali, noi ci siamo aggiudicati una gara, nell’ambito di un avviso dedicato ai percorsi di uscita dallo sfruttamento cofinanziato dal Ministero del Lavoro, ci occupiamo della parte del sociale con tutto il nostro team composto da diverse figure professionali (psicologi, assistenti sociali, educatori,mediatori), ma anche di garantire il trasporti ai migranti.

d: Nella nostra regione si sente spesso di associazioni che si fanno la guerra, mentre prima mi ha colpito molto il passaggio sul vostro interesse a fare rete.

r: In Basilicata viviamo questo dramma. Ognuno pensa solo al suo orticello, mentre a noi piace contattare altre associazioni per creare una sorta di partenariato. È importante conoscersi, cercare di unire le forze e collaborare, per creare e portare avanti dei progetti completi. L’integrazione è possibile.

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"Il 3 ed il 4 ottobre si terranno in 26 comuni lucani (20 della provincia di Potenza e 6 della provincia di Matera) le elezioni amministrative. Dalla disamina delle liste si nota come lo sforzo legislativo (legge 215/2012 che ha imposto la quota di genere pari ad un terzo nei comuni con più di 5.000 abitanti) teso alla parità di genere stia realizzando il suo obiettivo". Lo dichiara la consigliera regionale di Parità, Ivana Pipponzi.

"Infatti, salvo alcune eccezioni, mediamente si registra una presenza di donne anche superiore al terzo. Quanto invece al numero dei candidati sindaci - prosegue la consigliera di Parità - si registra che in provincia di Potenza su 20 comuni solo in 9 concorra anche una donna, mentre in provincia di Matera, su 6 comuni solo in 1 concorre una donna.

Desta attenzione il comune di Viggianello dove si assiste ad uno "scontro" di maschi contro donne, atteso che in una lista ci sono solo maschi e nell'altra solo donne.

Non mi rende certo felice questa divisione - afferma Pipponzi - in quanto l'obiettivo della parità si raggiunge attraverso l'equilibrio dei generi chiamati a collaborare e non a scontrarsi.

Con la medesima legge è stato previsto che nei comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti si possa esprimere la doppia preferenza, purché di genere diverso. Trattasi di una importante “norma riequilibratrice” volta ad ottenere un’azione positiva di promozione della parità.

Saluto con favore la presenza delle tante donne che si sono candidate in misura via via crescente - conclude la Consigliera regionale di Parità - a testimonianza di quanto sia forte in loro lo spirito di comunità ed il senso civico. Ai candidati, ed in particolare alle candidate, va il mio forte in bocca al lupo, con l'auspicio che anche tra gli eletti e le elette ci sia l'equilibrio di genere”.

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di Walter De Stradis

 

Nella banca per cui lavora è direttore di filiale, al suo paese (Vietri di Potenza) è stato consigliere comunale e anche candidato sindaco, e da luglio scorso è Presidente del Rotary Club Potenza “Torre Guevara”, carica che si rinnova ogni dodici mesi.

Vincenzo Felitti è quindi una figura di rilievo nella Potenza che conta, con la voce tenue e gentile, e i modi pacati.

d: Presidente, mi risulta che il “Guevara” sia il Club Rotary sorto più di recente in Basilicata.

r: Il Rotary a Potenza è nato nel 1950 e il nostro Club, il “Torre Guevara” (che prima si chiamava “Potenza Ovest”) è sorto nel 2002.

d: Mi pare di aver letto che la caratteristica precipua del “Guevara” è quella dell’età media dei soci, che sarebbe abbastanza giovanile.

r: Siamo intorno ai 45 anni, sì. Negli anni è stata fatta una politica di allargamento della compagine, facendo entrare anche persone che non hanno incarichi “di punta”. Io ne sono un esempio, essendo solo un direttore di filiale, mentre prima entrava l’ “eccellenza” per ogni settore…

d: Un direttore di filiale di banca oggi non è più un’eccellenza?

r: (Ride) Beh, un’eccellenza del settore potrebbe essere un direttore generale…

d: Il Rotary è dunque tradizionalmente composto da imprenditori e professionisti, figure apicali della società locale.

r: Sì, ma come dicevo, oggi…

d: …ci sono anche operai?

r: Operai, no, ma nulla vieta che potrebbero venire.

d: E quindi cos’è il Rotary?

r: E’ un club di amici che impiegano il loro tempo per “servire al di sopra di ogni interesse personale”. Il nostro scopo è diffondere i valori del “servizio”.

d: Il suo omologo del Lions Club, il dottor Grande, mi diceva che il loro motto è “we serve”, cioè “servire”. Che differenza c’è fra queste realtà, che a un profano come me sembrano simili?

r: Differenze sostanziali non ne vedo, se non che il Rotary è nato nel 1905 e i Lions qualche anno dopo. Operare sul territorio per il bene della comunità è uno scopo comune.

d: E’ giusto dire comunque che il Rotary è composto dalle figure anche un po’ più in vista del posto?

r: Mi lasci dire che è un luogo comune. Chiunque vuole avvicinarsi al Rotary (da solo o perché è amico del Rotariano) è benvenuto.

d: Si presenta una domanda?

r: Di solito qualcuno di noi invita una persona che ha compreso i nostri principi fondanti a uno dei “caminetti” (riunioni) mensili, dopodiché noi ci facciamo inviare un curriculum dal quale si è evince se ha un’etica, una predisposizione e/o esperienze nel servizio in favore del sociale. Io stesso divenni Rotariano, tredici anni fa, dopo essere stato presentato da un amico. Dopo qualche “caminetto” mi fu appuntata la tradizionale spilla, ed entrai nel club.

d: Avete mai mandato via qualcuno?

r: Non mi risulta.

d: Tuttavia se lei per primo, che è il presidente di un Club, trovava peculiare il non essere un’ “eminenza” nel suo settore professionale, ne deduco che comunque una sorta di “selezione” la si fa.

r: E’ ovvio che è preminente cosa faccia uno nel sociale.

d: Un direttore di banca è dunque una figura impegnata nel sociale?

r: Personalmente lo sono sempre stato, ma in ogni caso, un direttore di banca, specie in un momento di crisi pandemica come questa, è comunque una figura che svolge un ruolo sociale importante. Abbiamo snellito le operazioni e messo in condizione le imprese di avere subito la disponibilità dei soldi messi a disposizione con la garanzia dello Stato.

d: Mi scusi se la provoco un po’: lei sa che c’è tutto un “complottismo”, viepiù in questa fase di crisi mondiale, che vede gli istituti bancari sul banco degli imputati.

r: Sì, lo so. E invece noi abbiamo a che fare quotidianamente col sociale, dall’imprenditore col grosso volume di affari al pensionato che non arriva alla terza settimana del mese.

d: Al Rotary si paga una quota associativa?

r: Sì, sono 800 euro all’anno.

d: Mica pochi. Sembra già questa una prima selezione.

r: No, perché mettiamo anche in condizione di rateizzarla se uno non riesce a pagarla in un’unica soluzione.

d: A che servono questi 800 euro?

r: Oltre alle quote che versiamo al distretto Puglia e Basilicata, ne versiamo altre alla Rotary Foundation, che –per intenderci- è quella che ha sconfitto la poliomelite assieme all’Unicef. Con ciò che rimane facciamo i cosiddetti “service”, ovvero iniziative sociali pagate da noi.

d: E poi ci sono le cene.

r: I convegni, nei quali c’è uno scambio di idee, anche professionali.

d: E la politica non entra, nel Rotary.

r: Assolutamente no.

d: Qualcuno che “ci prova” c’è sempre però, no?

r: Sì, ma poi ha capito che non era aria e si è ritirato in buon ordine. No. Certe idee vengono lasciate fuori dal Grande Albergo (ove avvengono le riunioni).

d: C’è da qualche parte un Rotariano comunista?

r: Probabilmente sì, anche se i comunisti di oggi non sono più quelli che “mangiano i bambini”! Scherzo, naturalmente. (ride).

d: Lei, di suo, si è mai candidato?

r: Al mio paese, Vietri, sono stato consigliere comunale, poi mi candidai addirittura a fare il sindaco, nel 2012.

d: Con quale partito?

r: Nessuno. Era una lista civica, senza appartenenze partitiche. Totalmente neutrale, da questo punto di vista.

d: Veniamo alla vexata quaestio. Lo domandavo anche al suo omologo al Lions: cosa risponde a coloro che sostengono che realtà come la vostra possono tramutarsi nell’ “anticamera” della Massoneria?

r: Mi scusi se mi ripeto: anche questo è diventato un luogo comune. I Rotariani non hanno mai utilizzato i Club per fini personali o per “saltare la fila”. Probabilmente certe cose vengono dette perché, ai tempi che furono, realtà come la nostra vennero “bandite” dalla Chiesa, ma già Paolo VI e Giovanni XXIII poi le riabilitarono. Oggi facciamo spesso dei “service” con missionari ed ecclesiastici.

d: Lei è di Vietri, ma si trova ad essere Presidente del Cub Rotary che col suo simbolo, la Torre Guevara, si identifica col centro storico di Potenza.

r: Ciò dimostra infatti che il Rotary è inclusivo e non ha preclusioni di appartenenza, anche geografica.

d: Venendo sul pratico, quali sono i servizi messi in campo per la comunità potentina?

r: Proprio a riguardo della Torre Guevara, ci siamo impegnati affinché si attivasse tutta una serie di programmi per restituirla ai suoi antichi splendori. Proprio l’altro ieri la Provincia ha approvato un progetto che va in questa direzione.

d: E sul piano sociale?

r: Abbiamo finanziato l’acquisto di mobili per le case-famiglia. Noi Rotariani ci siamo messi davanti ai supermercati a fare banco alimentare. Siamo stati promotori di un progetto di riqualificazione del parco Baden Powell (con orto botanico annesso). Abbiamo fornito attrezzature per i diversamente abili alla palestra Rotary di Bucaletto e donato occhiali alle famiglie bisognose tramite la Caritas di Potenza. E, cosa molto importante, il nostro Club ha partecipato al progetto “Città della Pace” su iniziativa del Premio Nobel Betty Williams. Siamo stati i primi soci di questa associazione che si propone la costruzione di alloggi per bambini orfani e donne provenienti da zone di guerra, una cosa purtroppo più che mai attuale per i fatti dell’Afghanistan.

d: E in ambito Pandemia?

r: Su indicazione dell’Asp abbiamo distribuito tamponi rapidi, abbiamo donato mascherine a delle associazioni e fornito dei tablet ad alcune scuole per la DAD. Un nostro socio in pensione è poi tornato in servizio all’ospedale. Abbiamo donato dispenser igienizzanti al tribunale, alla prefettura, al San Carlo…

d: E la politica, secondo lei, è davvero anch’essa “al servizio” del cittadino lucano? O magari i Lucani, loro per primi, sono un po’ troppo “asserviti” alla Politica?

r: Per certi versi, la seconda ipotesi mi pare preminente. Va detto, però, che la politica dovrebbe e potrebbe fare di più. Ad esempio, in ambito Pandemia, se i comuni e i medici di base fossero stati coinvolti ancora di più nelle vaccinazioni, la cosiddetta “immunità di gregge” magari l’avremmo raggiunta prima.

d: Cosa direbbe al governatore Bardi se potesse prenderlo sottobraccio?

r: Proprio quel che ho detto adesso sulle vaccinazioni.

d: E al sindaco di Potenza, Guarente?

r: Non vivendo a Potenza, ma venendoci spesso, mi rendo conto del problema dello stato delle strade, delle presenza di buche, ma credo che ci stiano lavorando. Il sindaco è stato anche ospite al “passaggio del Martelletto”, ovvero la celebrazione del cambio del Presidente del Club (che si fa ogni anno).

d: Il film che la rappresenta?

r: Una storia di coraggio, “Il Diavolo veste Prada”.

d: Il libro?

r: “Il diario di Anna Frank”.

d: La canzone?

r: “La canzone di Marinella”, di De Andrè. Mi ha sempre addolcito le orecchie.

d: Cosa ne pensa un compassato Rotariano del “porca puttena!” del personaggio Oronzo Canà, che qualcuno avrebbe voluto “censurato” nello spot di Lino Banfi?

r: Mi sembra una cosa che non sta in cielo né in terra. A parte il fatto che il “porca puttena” pare ci abbia portato fortuna agli Europei (il calciatore Ciro Immobile aveva esultato con quella frase, a favor di telecamera - ndr), se guardiamo i social, beh, lì c’è di tutto di più. Anche in tv, o nei telegiornali che mostrano immagini troppo crude a tutte le ore. Ci sarebbe ben altro da censurare.

d: Quand’è che lei dice “porca puttena!” solitamente?

r: In realtà tutta il popolo lucano dovrebbe dirlo più spesso! In primis perché magari porta fortuna anche a noi, e poi perché ci dobbiamo risollevare. Non possiamo sempre subire.

d: Mettiamo che tra cent’anni scoprano una targa a suo nome al Grande Albergo: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: «Ha vissuto in sincerità, serenità e amicizia».

 

 

 

 

 

libro_vedo_con_le_mani.jpgdi Antonella Sabia

 

 

 

È entusiasta, e anche un po’ incredulo, di questo successo che gli è piombato addosso all’improvviso, dopo la “prima” del libro “Vedo il mondo con le mani”. Abbiamo incontrato Marco Rafaniello, potentino doc, non vedente, proprio nel Parco Baden Powell dove familiari, amici e conoscenti solo qualche giorno fa lo hanno inondato di affetto, lo stesso che ha mostrato a noi, donandoci un pezzetto della sua lezione di vita.

d: Su Facebook ha scritto che si è avverato il suo sogno, ma quando nasce questo sogno?

r: Durante un pomeriggio d’inverno, il periodo buio della mia storia, da vedente a non vedente, e risalta un po’ il contrasto con il giorno d’estate che equivale alla rinascita. Sin da piccolo avevo il sogno di scrivere un libro per portare la mia testimonianza, il mio saper fare tante cose per portare gioia e spensieratezza agli altri. In questo pomeriggio, contattai alcune persone tra cui Eva Bonitatibus che oggi reputo un’amica, una mamma, una persona davvero speciale che mi rispose subito di sì, raccogliendo questo mio progetto di diario collettivo, e una settimana dopo ci mettemmo al lavoro.

d: Chi c’è dunque nel libro?

r: Io sono stato la voce, Eva la penna e la forma. Ci sono poi le testimonianze di controcanto dei miei genitori, delle mie cugine, di due amiche importanti, senza dimenticare mio fratello, che ha la passione del canto e della musica e a gennaio ha composto una canzone da cui ho preso in prestito il titolo “Vedo il mondo con le mani”. Questo legame familiare si concretizza attraverso scrittura e canto, con lui sono presenti anche mia cognata e i miei due nipoti, nella mia storia sono stampate anche le loro nascite. Ho trovato alcune persone fondamentali nel mio percorso, e li ho voluti nel libro affinché i momenti belli e brutti venissero raccontati anche in maniera diversa dalla mia, secondo la loro esperienza, perché non è stato facile nemmeno per loro elaborare.

d: La casa editrice scrive che è la storia di un ragazzo “nato sano e diventato cieco”: come ha affrontato questo viaggio nel buio?

r: Nasco sano, avevo dei piccoli problemi dalla nascita che potevano tranquillamente resistere nel corso degli anni, fin quando i miei genitori per amore, hanno cercato di trovare una soluzione per farmi vivere in maniera più serena, affidandosi ai consigli della medicina, la stessa che però mi ha causato questo grande problema. Oggi non so se però devo maledire o ringraziare quanto accaduto, perché dopo un periodo di elaborazione, c’è stata la mia rinascita. È pur vero che abbiamo vissuto questo calvario, ma oggi non chiedo più la guarigione, ho riscoperto il mondo da un altro punto di vista. Il ragazzo che prima vedeva, faceva animazione, teatro, catechismo e tanto altro, si ritrova oggi a fare il doppio delle cose di prima con una capacità altrettanto potenziata. Quando si parla di diversamente abile, si tratta dell’abilità nell’essere diverso, non vedo quindi l’ostacolo o la difficoltà, è proprio in quel momento che riesco dire di avere un’abilità diversa dalla tua, che forse arriva anche di più a livello emozionale.

d: Potenza è una città accessibile?

r: Potenza non è per niente una città accessibile, è difficile muoversi da soli, io spesso lo faccio ma perché fino a qualche anno fa vedevo e quindi mi so orientare, ma in generale devo essere sempre accompagnato perché ci sono molti ostacoli. Quando ci confrontiamo con l’amministrazione, sottolineiamo sempre che Potenza “non ha bisogno del”, ma “bisogna togliere per”. Un esempio, qualche mese fa al Parco Mondo abbiamo organizzato una camminata al buio, invitando gli amministratori e chiunque volesse a camminare bendati. In quel parco sono stati messi muretti, panchine, fioriere, cose che dovrebbero abbellire ma in realtà creano un ostacolo. Già è diversa la nuova Piazza dei Comuni a Parco Aurora dove ci sono molto meno ostacoli. Ci sono tante tantissime barriere architettoniche che rendono la città inaccessibile, uno alla fine si adatta, ma il nostro invito all’amministrazione è di ascoltarci, non solo per il nostro bene ma per tutta la comunità. Le commissioni comunali ci hanno chiamato più volte a fare dei sopralluoghi, anche per capire come lavorare per migliorarsi. Partendo dai parchi come emblema della città, abbiamo chiesto di fare dei piccoli interventi. Tra l’altro evitando gli sprechi, si potrebbe anche risparmiare in termini economici.

d: Invece come città è accogliente?

r: Io amo la mia città nonostante le tante difficoltà, non la cambierei mai per nulla al mondo. È pur vero che nei viaggi si sperimentano tante cose belle, ma casa è sempre casa. Potenza per me è accogliente, forse perché sono io accogliente con gli altri, alla fine. Con l’associazione ciechi lottiamo per far vivere la città in maniera uguale a tutti, dal disabile, all’anziano, al giovane.

d: Nel libro, racconta più momenti bui o luminosi?

r: Racconto momenti bui, non so quantificarli, ma subito dopo c’è la ripresa. Appena cado mi rialzo, e il libro finisce proprio con l’immagine dei puzzle, a significare che ognuno è importante per l’altro, tanti tasselli compongono la mia storia. Non sono frasi fatte, ma è l’esempio che porto della mia vita, quando trovi un incastro che non va bene, è dura, non si va avanti.

d: Rifacendoci al titolo, le sue mani cosa dicono del mondo intorno?

r: Quando si è vedenti non si nota il particolare, anche quando cerchi qualcosa su una scrivania, la vista ti dà l’occhiata generale, mentre con le mani inizi a capire realmente cosa c’è: senti il foglio ruvido, il vetro liscio, una spilla che magari non avresti visto, hai una percezione più concreta delle cose. L’invito è a chiudere gli occhi e sperimentare, un po’ come facciamo nelle “cene al buio”, utilizzando gli altri sensi.

d: C’è qualcosa che per paura non ha detto nel libro?

r: Mi sono messo a nudo, volevo raccontare tutto della mia storia relativa al mio problema. Negli incontri che abbiamo tenuto online a causa della pandemia, ogni mercoledì per me era un modo per rielaborare, ho pianto molto. Non so se è sfuggita qualche cosa, ma so che ho raccontato la storia di uno che voleva salvare il mondo, dare la vita per gli altri, ma che ad un certo punto ha dovuto imparare a chiedere aiuto.

d: Quanto l’ha aiutata il suo carattere?

r: Carattere, famiglia e amici, tutto ciò che ti circonda è fondamentale perché da soli non si va da nessuna parte. Se alla base non hai una famiglia che ti sta vicino, che ti sostiene e che soprattutto accetta la malattia, rimani crocifisso a vita.

d: C’è un altro libro nel suo futuro?

r: Voglio sottolineare intanto che tutti i proventi di questo libro andranno in beneficenza a Magazzini Sociali, di cui sono socio, che si occupa di eccedenze alimentari, e all'Unione Italiana Ciechi di Potenza, di cui sono vicepresidente, per sostenere i nostri progetti. Nel futuro ad oggi non c’è nulla, ma amo molto il teatro, perciò un giorno si potrebbe pensare ad un lungometraggio, perché no.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Capelli corvini folti, occhiali e barba scura, il giovane sindaco di Muro Lucano, Giovanni Setaro (37 anni), avrebbe voluto utilizzare –ci racconta- “I shot the Sheriff” (nella versione di Eric Clapton) come sigla della sua campagna elettorale di tre anni fa (conclusasi col 71 % delle preferenze e la vittoria), ma quelli del suo partito (Fratelli d’Italia) dissero che l’allusione, seppur ironica, era, appunto, un po’ troppo “allusiva” (leggendo capirete perché).

Sul suo sito scrive che sogna di fare l’astronauta, ma sa bene che i tempi che corrono impongono di parlare di cose piuttosto “terrestri”.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Vengo da una famiglia che ha sempre avuto a che fare con la politica (zio sindaco, zia consigliera, addirittura qualche parente onorevole), e qualche amico già da ragazzino mi diceva: un giorno tu farai il sindaco. Dal canto mio sono un professionista e un piccolo imprenditore, ma a un certo punto mi è stato chiesto di mettere in campo quelle che erano già le mie idee, a favore di una Muro Lucano più innovativa. Vede, il paese ha una storia importantissima, ma viene da anni bui di amministrazione, per questo noi abbiamo lavorato su una proposta giovane e fresca per farlo risorgere, e la comunità ha risposto bene al nostro programma.

d: Uno dei suoi predecessori era da tutti conosciuto come “Lo sceriffo”: lei ha già un soprannome? Ha delle preferenze?

r: (Ride). Credo che sia ancora troppo presto. E’ vero che abbiamo fatto già un passo “pericoloso” (nel senso che abbiamo preso in mano un comune in dissesto e in un momento delicatissimo, al quale si è aggiunta anche la Pandemia), ma per i soprannomi c’è ancora tempo.

d: La Pandemia, appunto: qual è stato il suo momento più difficile, come sindaco e come uomo?

r: E’ stato quando ho realizzato in pieno cosa stesse accadendo: mi recai in Municipio, come sempre, e mi accorsi del silenzio e della natura che stava riguadagnando terreno, coi colombi etc. Contestualmente mi accorsi dell’importanza di comunicare, ma delle difficoltà insite nel processo: laddove non si aveva il digitale, noi non riuscivamo ad arrivare alle persone. Pensi che ogni sera, nel rientrare, mi fermavo davanti alla porta di una vecchietta chiusa in casa, e dall’esterno le comunicavo le novità. Lei rispondeva laconica: “Peggio della guerra… peggio della guerra”. Questa cosa mi ha segnato, anche perché quella donna non riusciva a capire bene cosa stesse succedendo.

d: In questa serie di interviste coi sindaci lucani c’è stato un po’ un “tormentone”, circa le difficoltà di interlocuzione con la Regione e con Bardi in primis, specie nel momento più difficile della Pandemia. Alcuni sindaci, sostanzialmente, si sono sentiti lasciati un po’ a loro stessi. Lei come se l’è passata?

r: Diciamocelo: un governo comunale di centrodestra che –dopo anni e anni- va a sostituire uno di centrosinistra, incontra sicuramente delle difficoltà di assestamento, anche nei rapporti con gli uffici (senza contare lo svuotamento degli enti pubblici dovuto a quota 100). Immagino che per Bardi e per la Regione sia la stessa cosa. C’è un “restart” in cui gli uffici vanno temporaneamente in tilt, e l’ex Generale, che viene da un mondo militare, ha dovuto ri-adeguare il suo modus operandi, anche nei confronti degli stessi sindaci: non le nego che a volte il rapporto era quasi “gerarchico”, e non dovrebbe essere così. Le cose però man mano sono cambiate moltissimo, anche se in effetti nel corso della Pandemia c’è stato un caos totale, che ha visto una forte interazione fra noi sindaci, intenti a rapportarci con le direttive regionali e nazionali. Tuttavia una “colpa” specifica non la si può dare a nessuno, anche noi alle volte siamo stati confusionari nelle comunicazioni, ma era tutto dettato dall’incertezza della situazione. Oggi siamo passati da una fase di “emergenza” a una fase di “urgenza”, e occorre che la Regione si renda conto che il “modello” è cambiato.

d: Cosa le ha insegnato questa esperienza?

r: Una cosa fondamentale: che le aree interne sono la nostra vera, grande, risorsa. Tutto ciò che ci hanno lasciato i nostri genitori o i nostri nonni è il vero tesoro: nei momenti di difficoltà la soluzione a volte era rappresentata dall’orto del vicino, o dalla casa libera, utile al rientro in sicurezza.

d: A proposito di aree interne, c’è molta attesa per l’arrivo dei fondi europei. e di conseguenza delle linee programmatiche che si darà la Regione.

r: Per ciò che mi è dato sapere, a seguito di colloqui informali con consiglieri e assessori regionali, credo si stia iniziando a fare una buona programmazione. Ho però una grande preoccupazione: i soldi del Recovery Plan saranno tantissimi, e il problema –come sempre- sarà la gestione. Noi enti locali, così come la Regione, siamo rimasti senza operatori. La domanda dunque è: chi, e come, li gestirà? E’ necessario che la Regione si svegli e crei una cabina di regia o comunque delle strutture tecniche sub regionali che possano dare una mano ai comuni a investire questi fondi. In caso contrario ci ritroveremo a non poter fare tutto ciò che è “straordinario”, perché già l’ordinario non lo riusciamo a fare.

d: Come stabilire una linea fra progetti concreti e libro dei sogni? Per esempio, cosa c’è da fare qui a Muro e nelle zone limitrofe?

Ecco, questo forse è un errore che la Regione sta continuando a fare, ovvero il non coinvolgimento dei sindaci nel processo di gestione e spesa di questi fondi. Ogni singolo primo cittadino sa di cosa ha bisogno la sua area, quindi è inutile pensare a “macro progetti” che poi finiscono in distribuzioni a pioggia dei soldi. Ogni territorio ha bisogno di una progettualità sua, ed ecco che torna il discorso delle strutture sub regionali dedicate a ogni area della Basilicata, a supporto dei sindaci.

d: A Muro Lucano ad esempio c’è quel po’ po’ di ospedale, anche se funzionante solo in minima parte.

r: Infatti è l’emblema di uno sperpero regionale: la struttura più bella della Basilicata nord occidentale, che però funziona al 10 %. Oltretutto ogni anno la Regione ci spende bei soldi per la manutenzione. La Pandemia oggi ci ha insegnato che bisogna ridistribuire la sanità sui territori, sulle aree interne appunto: eppure nel Marmo Platano siamo in circa ventimila cittadini, che ogni volta che c’è un’emergenza devono farsi un’ora di macchina facendosi il segno della croce.

d: Ritiene ci sia una non-volontà politica?

r: Proprio così. Forse è una storia che parte da lontano. Si è costruito, ma come sa, in Basilicata va avanti solo ciò che è rappresentato in Regione o a Roma. Muro Lucano non mai ha avuto una degna rappresentanza politica in Regione…

d: Alcuni consiglieri ci sono stati, uno di questi anche più volte sindaco…

r: Un paio, sì, ma è la prova che al territorio non si è mai guardato, altrimenti almeno una risposta l’avremmo avuta, sull’ospedale, sulla diga (che non è più funzionante, pur essendo una delle meraviglie del Mezzogiorno d’Italia), sulla Nerico-Muro Lucano (che io e il mio assessore siamo invece riusciti a riaprire nel giro di pochi mesi, dopo quarant’anni).

d: Se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Che è arrivato il momento di abbandonare l’idea del “Generale”, e di scendere un più sui territori, incontrare sindaci e associazioni, per discutere delle “sciocchezze” che servono. Pensare per esempio a una programmazione seria su strade e viabilità: proprio questa mattina, un cittadino che viene dal Belgio, si è lamentato con me della tenuta della strada, seppur provinciale, che ogni anno trova sempre peggio. Possibile una cosa del genere nel 2021?

d: Bardi ha detto che vi verrà a trovare tutti. Lei dove lo porterà?

r: Lo porterò sulla Gola delle Ripe, un antico sentiero di epoca longobarda costruito nella roccia.

d: Faccio una battuta: non è che lo vuole buttare di sotto?

r: (Risate) No, ci mancherebbe altro! E’ un luogo importante, che rappresenta il passaggio tra il medioevo e l’epoca industriale. Il messaggio è questo: noi eravamo tutto questo, abbiamo plasmato la natura con le nostre mani e con pochi strumenti, ma oggi che ci siamo evoluti, ancora non riusciamo a garantire il minimo indispensabile alle nostre comunità!?

d: La settimana scorsa a Potenza si è inaugurata la Piazza dei Comuni. Piaciuta l’idea?

r: Un’idea eccellente quella dell’amministrazione potentina: finalmente le nostre aree hanno visto una sorta di apertura, di riconoscimento, con Potenza a rappresentarci tutti.

d: Il film che la rappresenta?

r: “La vita è bella” di Benigni.

d: Il Libro?

r: L’ho letto ultimamente, s’intitola “M” e racconta della vita politica di Mussolini.

d: E’ un ammiratore di Mussolini?

r: No, assolutamente. Tuttavia sono affascinato da quel tipo di figura politica forte, cha sia di destra o di sinistra, capace di comprendere le necessità del popolo e trasformarle in azione. Ciò che manca oggi in Italia. E non ha nulla a che vedere col Fascismo.

d: La canzone?

r: “Rocket Man” di Elton John.

d: Mettiamo che tra cent’anni scoprano una targa a suo nome al Comune di Muro Lucano: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Quel che dicevo poc’anzi: vorrei essere ricordato come colui che ha saputo dare una visione, lasciando un’eredità, pulita, di crescita.

 

 

di Antonella Sabia

 

 

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Lo scorso primo maggio, si sono aperte le porte della nuova Parrocchia Spirito Santo (il cui logo è opera dell'artista Padre Tarcisio Manta), per i fedeli delle contrade Barrata, Bosco Piccolo, Lavangone, Pian di Zucchero e San Francesco. Adiacente al “PalaBasento” di Lavangone (PZ), la nuova Chiesa rappresenta un luogo di incontro e di unione delle diverse contrade potentine che da anni erano già legate dalla figura di don Carmine Lamonea, con il quale abbiamo affrontato i temi della povertà, della solitudine in questi mesi di pandemia.

d: In questo periodo di incertezze, quali sensazioni ha raccolto dai suoi parrocchiani?

r: C’è stata sicuramente difficoltà tra le persone che partecipavano assiduamente, e che non appena è stato possibile riprendere a dire messa, sono tornate subito in chiesa. Sono parroco in queste contrade dal 2005, in questi mesi, sono stato preso dall’apertura di questa nuova chiesa, è stato complicato visto il periodo, ma abbiamo cercato di creare un polo unico, nonostante continuo ad andare nelle cappelle delle contrade, facendo a rotazione, la domenica mattina. Abbiamo ripreso inoltre un po’ di attività, in particolare l’oratorio estivo con una decina di animatori, che tuttora è in corso: ci sono circa 50 bambini che vi partecipano, mentre al catechismo ne abbiamo all’incirca 83.

d: Con il Covid sono cambiate anche le modalità, abbiamo assistito a processioni solitarie, niente più segno di pace, acquasantiere svuotate. Come hanno recepito queste direttive i fedeli?

r: Lo scambio della pace l’ho sempre fatto dare, non con le mani, bensì con lo sguardo. L'acquasantiera ovviamente l’ho dovuta svuotare come è giusto che fosse. Prima di essere vaccinato, ho sempre celebrato la messa con la mascherina, in particolare nelle cappelle piccole, oggi che sono anche vaccinato, nella chiesa nuova che è molto più grande l’ho tolta. A maggio del 2020, dopo il primo lockdown, celebravo all’esterno delle cappelle vista la buona stagione, così per stare più tranquilli e in sicurezza, addirittura chiedevo ai fedeli di portare le sedie da casa.

d: A proposito degli anziani, si è sentito spesso parlare di solitudine, questo si è verificato nelle contrade?

Le 5 contrade contano all’incirca 1800 abitanti, diciamo che le persone non sono state sempre chiuse in casa, riuscivano ad uscire per andare negli orti, curare gli animali.

d: …rispetto alla città, in campagna si è più liberi?

r: Sicuramente è diverso da come lo si vive in città, perché si può uscire davanti casa, non si entrava nelle case dei vicini, ma qualche parola la potevi scambiare sulla porta, dai balconi. È anche per questo motivo che gli anziani non hanno avvertito molto la solitudine, i parenti abitano sempre nel vicinato, ma soprattutto esiste ancora una sorta di rispetto, di “doveri” nei confronti dei più anziani. È una cosa che avverto nei bambini e nei ragazzi verso i genitori, i nonni, gli zii, e anche questo è il bello della vita delle contrade, una cosa che ammiro e apprezzo tanto.

d: Invece i bambini, come hanno affrontato il ritorno alla “quasi normalità” dopo mesi di chiusure, didattica a distanza e zero attività ricreative?

r: Con molto entusiasmo, con gli animatori abbiamo dovuto riorganizzarci, gestire gli spazi dividendoli per fasce d’età e cercando di creare gruppi, in modo tale che ognuno avesse le proprie sedie, i propri bagni e questo è stato possibile grazie agli ampi spazi della nuova struttura. Stiamo sempre all’aperto, evitiamo i luoghi chiusi per questo l'oratorio si svolge solo di pomeriggio nelle ore meno calde. I ragazzi si sono iscritti sin da subito, con nostra meraviglia e anche un po’ di preoccupazione visto che erano una cinquantina, ma questo dimostra il desiderio di tornare a vivere e l’esigenza di stare insieme agli altri, giocando, pregando insieme.

d: Negli ultimi mesi abbiamo spesso trattato il tema della povertà, ci sono state richieste di aiuto?

r: Richieste di aiuto ce ne sono state, io stesso ho accompagnato due persone alla Caritas diocesana per avviare una sorta di accompagnamento economico. In parrocchia assistiamo 16 famiglie, per fortuna non sono tantissime, non diamo soldi, ma sostegno alimentare. Diciamo che è accaduto soprattutto durante il primo lockdown, che è stato il momento più difficile, ma abbiamo avuto tanto sostegno sia dalla Caritas che dalle associazioni di volontariato cittadine.

d: Il paradosso di cercare di essere più vicini alle persone, dovendo stare però fisicamente a distanza, come l'ha vissuto in prima persona?

r: La vicinanza degli occhi e del cuore è stata fondamentale. Succede ancora adesso con i bambini che tendono spesso ad abbracciarci, talvolta è molto vincolante dover trattenere questa necessità di essere vicini, come per esempio qualche giorno fa in occasione del mio compleanno, non aver potuto ricevere gli auguri. Certamente l’incontro, anche a distanza, è molto importante.

d: Con la pandemia, si è riscoperto un nuovo rapporto con la fede?

r: Credo di sì, credo che durante il tempo di pandemia in molti essendo chiusi a casa, hanno riscoperto il piacere della preghiera, aiutati non solo dai social, ma dalle tv che trasmettevano incontri di preghiera, o le messe domenicali diventate un appuntamento fisso. Nel periodo di lockdown abbiamo preferito sospendere la catechesi, per non caricare ulteriormente i ragazzi e costringerli a stare altre ore con gli occhi sui telefonini/computer, ma appena è stato possibile abbiamo ricominciato gli incontri in presenza.

d: Ad oggi quali sono ancora le paure che accompagnano i fedeli?

r: Alcune persone che avevano paura del covid, non riuscivano a fare la comunione, ma per fortuna in parrocchia non abbiamo avuto molti casi. Non è certo la paura del Covid a frenare chi ha voglia di venire in chiesa.

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