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LO SPECIALISTA RISPONDE

Sei domande al dottor Domenico BILANCIA, Direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale San Carlo di Potenza

“U
n nodulo, un sanguinamento o un sintomo anomalo, sono i principali campanelli di allarme che tutti i cittadini devono prendere in considerazione, per poi rivolgersi subito al medico”, è il primo consiglio del Dr. Domenico Bilancia, Direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale San Carlo di Potenza, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

d: Genere ed età influenzano l’incidenza dei tumori?

r: Certo, ci sono differenze, i tumori che conosciamo sono quelli della mammella che per ovvie ragioni è più frequente nel sesso femminile (solo l’1% sono ad appannaggio del sesso maschile); il tumore del polmone, che oggi tende a distribuirsi equamente tra i due sessi, come conseguenza della brutta abitudine del fumo degli ultimi decenni; infine il tumore del colon, che rientra nei tre principali capitoli dell’oncologia. Chiaramente, ci sono delle differenze per ragioni di natura anatomica, penso alla prostata e all’ovaio, oltre alla maggiore predisposizione. Un altro aspetto importante, sempre nelle differenze di genere, sono le risposte alle terapie condizionate da una serie di fattori genetici, per esempio il corredo enzimatico e quindi la metabolizzazione e la risposta ai farmaci. Tutte cose di cui in passato non si teneva assolutamente conto, i risultati venivano globalizzati, ma oggi meritano maggiore attenzione. Esistono poi dei tumori rari, penso ai sarcomi, che vanno indirizzati in Centri ad alto volume perché solo lì è presente una expertise adatta per gestirli sia dal punto di vista medico che chirurgico. C’è stato invece un cambiamento epocale in alcuni tumori, penso per esempio al melanoma, che era un tumore assolutamente raro soprattutto alle nostre latitudini fino a qualche anno fa, oggi invece è anche questo frutto dei cambiamenti degli stili di vita: i vecchi contadini Lucani certamente non andavano al mare e non si esponevano ai raggi del sole così come avviene oggi, spesso in maniera sbagliata, ovvero nelle ore principali di soleggiamento, causando l’aumento significativo dell’incidenza del melanoma, tanto da diventare la sesta o settima neoplasia più frequente tra le patologie rare.

d: Fumo, sole, smog e alimentazione sono quindi gravi fattori di rischio o credenze diffuse?

r: Per alcuni fattori, è ormai acclarato il rapporto causa-effetto, nessuno al mondo credo abbia più dubbi sul fatto che il fumo aumenti a dismisura il rischio di contrarre non solo tumori delle vie respiratorie, ma anche digestivi, della vescica, del pancreas, e anche la cervice uterina è collegata al fumo, se non altro perché si associa ad un modello particolare di vita e scarsa igiene. È un po’ meno facile dimostrare il rapporto con le abitudini alimentari, connesse a un aumento di incidenza del tumore al pancreas, anche detto“tumore del benessere” perché negli ultimi anni soprattutto nelle società opulente occidentali, la disponibilità calorica è aumentata in maniera spropositata, così come l’aumento del consumo di cibi grassi o ricchi di proteine. Quando facevo il tirocinio di chirurgia a Pisa, mi veniva raccontato che il tumore del pancreas era una neoplasia rara e ad appannaggio delle fasce avanzate di età, cioè dopo gli ottant’anni: oggi non solo non è più così raro, ma come mi raccontava il collega che segue il tumore al pancreas, solo nei primi mesi di quest’anno abbiamo affrontato una cinquantina di casi, dato che dà le dimensioni del problema.

d: Per quanto riguarda invece la genetica, bisogna aprire un capitolo a parte…

r: Oggi si va sempre di più verso gli screening genetici, ma devono ricorrere i criteri giusti per poterli effettuare, per esempio: più casi in una famiglia di uno stesso tipo di tumore, o differenti con una relazione tra di loro, per il rischio della presenza di alcune mutazioni. È il caso del gene BRCA, importante nei processi di riparazione del DNA; ma se questo sistema non funziona, esponiamo il nostro organismo al persistere di mutazioni che possono essere ereditate. Per capirci, è il caso di Angelina Jolie, che a un certo punto è dovuta ricorrere a un intervento profilattico di mastectomia per evitare di correre il rischio della mamma, nonna, zia e sorella, cioè il tumore della mammella e dell’ovaio.

d: Si legge spesso che le terapie oncologiche sono costose: come si conciliano costi elevati con il diritto alle cure?

r: Intanto in Italia dobbiamo essere grati per il nostro sistema sanitario, equo e da invidiare, poiché garantisce a tutti i cittadini del territorio nazionale l’accesso alle cure. Osserviamo poi con molta attenzione i meccanismi di approvazione di un farmaco, perché la spesa farmaceutica è un gravame sui bilanci dello Stato: non siamo come i tedeschi o i francesi che hanno un sistema misto, dove esistono le assicurazioni e quindi il cittadino che dispone di soldi, acquista i farmaci in autonomia. Noi dobbiamo fare i conti con una società non così opulenta e quindi cercare di distribuire le nostre risorse equamente tra tutti i cittadini; tra l’altro è garantito l’accesso alle cure anche ai cittadini stranieri. In questo momento, per esempio, abbiamo un paziente ucraino ricoverato con melanoma, che sicuramente effettuerà delle cure costose.

 

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d: In medicina si parla tanto di prevenzione, in Basilicata quanto se ne fa in termini di screening oncologici?

r: Siamo una regione virtuosa, perché abbiamo fatto il primo screening a carattere regionale in Italia. Gli screening devono chiaramente essere validati dal punto di vista scientifico, cioè devono avere un ritorno in termini di intercettazioni di casi tumorali, altrimenti è uno spreco di risorse inutile. Negli ultimi anni abbiamo avuto un po’ di difficoltà dovute a problemi organizzativi legati alla pandemia che ha limitato l’accesso agli screening. Sono validate dal punto di vista scientifico quindi anche le fasce d’età a cui vengono offerti, il tutto nasce da valutazioni di carattere scientifico: fare un esame di sangue occulto a un trentenne non ha molto significato, perché è altamente improbabile che possa sviluppare un tumore del colon; così come fare una mammografia a una giovane donna con età inferiore a 40 anni potrebbe non evidenziare assolutamente niente; ma dai 45 anni in poi diventa uno strumento importante per diagnosticare precocemente la presenza di una lesione sospetta. Gli screening validati sono quello mammografico, con sangue occulto integrato dall’endoscopia per il colon retto, e poi c’è quello della cervice uterina, tumori in passato molto frequenti, ma l’avvento del banalissimo Paptest ha permesso di individuarli precocemente. Oggi è in via di validazione lo screening per il tumore polmonare, rivolto a una popolazione a rischio con una storia di fumo prolungato; il monitoraggio annuale con la tac a bassa emissione radioattiva, consente di seguire l’andamento di piccoli noduli che dovessero svilupparsi nei polmoni, ed eventualmente agire chirurgicamente nei tempi.

d: Il rapporto medico/paziente in oncologia, tappa delicata nella vita di una persona, come si affronta?

r: Il momento della comunicazione della presenza di un tumore in un paziente è un evento drammatico, molto complesso, perché sconvolge l’esistenza del paziente. Non ci sono degli strumenti assoluti ed efficaci, molto spesso nasce dalla sensibilità del medico e dalla capacità di leggere il dramma della persona che ha di fronte. La comunicazione deve essere adattata volta per volta, partendo naturalmente dal presupposto che il paziente è in una condizione di inferiorità in quel momento e che tutte le possibili "prevaricazioni" (dettate da fretta, mal disposizione in una giornata), possono essere lesive della condizione del paziente. Bisogna sforzarsi di essere sereni e tranquilli nel comunicare determinate cose, essere precisi, non inventare storie; non bisogna necessariamente fare i "buonisti", ma essere seri e dare le giuste notizie, senza però buttare addosso le diagnosi con crudezza, risultando estremamente distruttivi. Bisogna essere particolarmente attenti.

(a cura di Antonella Sabia)

 

 

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di Walter De Stradis

<<Io mi auguro di non essere l’ultimo, e di tramandare qualcosa ai giovani. Anche perché la nostra è una tradizione soprattutto orale, e se la perdiamo, ci priviamo di un passato molto ricco».  

Settantatrè anni portati in maniera invidiabile, con tanto di codino e pizzetto candidi, il tricaricese Antonio Guastamacchia –se non proprio l’ultimo- è sicuramente uno dei più autorevoli interpreti dell’autentica tradizione del canto-agropastorale lucano.

d: Tuttavia lei non è uno studioso, un imitatore o un “ripropositore” di vecchi canti e musiche, lei è un vero depositario della tradizione, e anche la sua voce, il suo modo di cantare, è abbastanza “arcaico”.

r: Mi viene spontaneo, come viene viene, non cerco di educare o modulare la voce in un modo piuttosto che in un altro.

d: Nondimeno il suo modo di cantare rassomiglia molto a ciò che si sente nelle vecchie registrazioni di De Martino degli anni Cinquanta.

r: E questo è grazie a mio padre. Era uno di quelli che “portavano le serenate”. Cantava anche lui. Evidentemente nel Dna c’è questa cosa che continua.

d: Cosa voleva dire una volta “portare le serenate”?

r: Era una cosa bella, Oggi è un pochino più difficile. Ciascuna famiglia contadina aveva la dispensa piena di mele, pere, fichi appesi nelle varie stanze, nelle soffitte (non si faceva certo la spesa tutti i giorni); e poi si ammazzava il maiale (e quindi c’erano scorte di salsiccia, lardo, ventresca, capocollo). E quindi, quando arrivava questa “serenata”, non si poteva dire di non aver nulla da offrire: anche perché da noi si dice che “nella casa dei pezzenti, non mancano le stozze”.

d: In che periodo si facevano queste serenate principalmente?

r: Da noi soprattutto nel periodo di Carnevale, dal 17 gennaio fino al Martedì grasso prima della Quaresima. Si “portavano” soprattutto agli amici, anche se non mancava la “dedica” a qualche ragazza.  

d: Oggi a Tricarico quanto è rimasto di questa tradizione?

r: Il Covid ci ha dato il colpo di grazia. Oggi le serenate le chiedono quando c’è un compleanno, ma così non va bene. Io lo faccio ancora volentieri per allietare la serata, ma prima era meglio, era una cosa spontanea, senza avvisare nessuno. Oggi la gente, che non ha più le provviste di una volta, la devi avvisare prima. Qualche tempo fa portammo la serenata in casa di un mio caro compare, e lui aveva solo un litro e mezzo di vino, lì, in quel momento, ma noi gli dicemmo “Non ti preoccupare, basta e soverchia”.

d: Quindi capita ancora che qualcuno la chiami per una serenata.

r: Capita, sì. Ma ripeto, soprattutto in occasione di compleanni o quando qualcuno vuole portare la serenata alla sposa prima del matrimonio. Io canto e suono il tamburello, poi c’è un caro amico, fresco laureato, Antonio Miseo, che suona la zampogna, e Antonio Brienza –un altro giovane appassionato di tradizioni- che suona la fisarmonica. Poi di solito si aggiunge qualcun altro col cupa-cupa.

d: Il contenuto di questi canti?

r: Il tema è sempre quello del corteggiamento. Ci sono i canti della trebbiatura, quando si faceva la “pisatura” col passaggio dell’asino. C’è un brano che recita “Hai un peidino così grazioso, che non puoi andare scalza”, poi prosegue salendo su e arrivando alle mammelle “da latte”, per dire che la giovane era in età da matrimonio. Poi il brano finiva con un monito agli invidiosi: “In mezzo a questi capelli, hai un uccellino che canta. Canta uccella mia, canta sempre, e fai schiattare gli occhi a chi ti guarda”.

d: Quale messaggio può arrivare da questi vecchi canti? Cosa possono insegnare a un giovane?

r: Che nonostante prima non ci fosse molta scolarizzazione (al contrario, c’era un analfabetismo diffuso), si era molto bravi a trovare le parole giuste per cantare. Io mi chiedo: come mai oggi, che ci sono i laureati, si usano parole che spesso offendono?

d: Facciamo un passo indietro: lei ha registrato alcuni di questi canti su cd, anche recentemente, ma la sua prima registrazione professionale risale a gli anni Settanta, con Antonio Infantino.

r: Sì. Anche lì fu una cosa spontanea. A lui serviva solo uno che suonasse il tamburello alla maniera di Tricarico (con la “terzina”: uno, due e tre). Essendo uno sempre molto avanti, doveva incidere una canzone che durava dodici minuti (“La morte bianca”), e venne la sorella a dirmi che Antonio mi cercava. Lui era a Roma e io lo raggiunsi: iniziammo a suonare e poi ascoltammo la registrazione; a quel punto udendo la musica del violino io iniziai spontaneamente a cantare, come faceva mio padre (il violino mi ricordava la zampogna). Antonio allora mi chiese di rifarlo e lo registrammo.  

d: Antonio Infantino è scomparso ormai da qualche anno, ma -sempre a proposito di tradizioni- la nostra regione è in grado di preservarle, custodirle e tramandarle sul serio?

r: La politica sbaglia quando a tutti i costi vuole che l’intermediario nella realizzazione di un progetto sia il Comune. Io mi domando: perché chi presenta i progetti –come quello che abbiamo fatto noi, coi fratelli Fedele, sul canto popolare- non interagisce direttamente con la Regione? Mi spiego: tu realizzi un progetto da presentare alla Regione, la firma la mette il Comune, e i soldi arrivano al Comune; ma poi il sindaco di turno, visto che questi soldi ci sono, magari li utilizza, sempre per le tradizioni popolari, ma allestendo un concerto di piazza e la cosa finisce lì. Ne deriva, ad esempio, che noi il nostro progetto di ricerca non abbiamo potuto ultimarlo.

d: Più in generale quali sono le difficoltà di chi vuole fare musica in Basilicata?

r: Devi essere raccomandato (sorride).

d: Bisogna essere agganciati a qualche parrocchia politica?

r: Mah, nonostante io SIA di una parte politica, non mi sono mai sognato di chiedere a quella parte politica di farmi suonare.

d: Ma c’è chi lo fa.

r: C’è chi lo fa.

d: Il tormentone di queste interviste coi musicisti lucani: perché in Puglia sono riusciti a creare un evento gigantesco –culturale e turistico- come “la Notte della Taranta”, e in Basilicata ancora no?

r: Non è che non si è riusciti, la cosa è fallita. Noi a Tricarico, negli anni 2000, abbiamo fatto per due anni “Ethno-Dance”, e sono venuti musicisti dalla Puglia e non solo, ma poi la cosa è morta per strada, anche perché qualcuno ha pensato esclusivamente al business.

d: Guardi, capita spesso che a questa domanda mi si risponda come ha fatto lei: “Al mio paese si faceva, ma poi la cosa è finita”. Non sarà che una Notte lucana non si riesce a fare anche a causa di una certa rivalità fra i comuni?

r: No. No. Gli altri paesi non c’entrano. E’ questione di impegno, soprattutto di volontariato, perché la cosa deve essere culturale, non commerciale.

d: Lei è anche uno dei, pochi, costruttori di tamburello “di Tricarico”…

r: …Sono tamburelli più o meno come gli altri, con la pelle e i sonagli…

d: Sì, ma quando il turista viene a Tricarico –e magari conosce già Infantino etc.- i tamburelli li chiede?

r: Sì, sì, li chiede e non li trova.

d: Ci vorrebbe dunque un qualcosa di più strutturato?

r: Sì, da noi l’artigianato è sparito. Io darei un “reddito di cittadinanza” purché continuino a lavorare. E magari i turisti, venendo a Tricarico, le cose locali le troverebbero.

d: Se potesse prendere Bardi sottobraccio cosa gli direbbe?

r: Di dare più attenzione ai giovani, perché possono fare delle cose che noi anziani non possiamo più fare. La dignità è il lavoro e se il giovane lavora, non se ne va.

d: Lei, oltre a fare il cantore, è da sempre un agricoltore.

r: In famiglia avevamo le pecore e pochi terreni. Mio padre non aveva nemmeno un trattore, bensì il mulo: si lavorava notte e giorno e se andavi in paese non avevi neanche i soldi per comprarti un gelato. All’epoca i nostri genitori non pensavano al nostro divertimento, ma a come farci mangiare e vestire. Stanco di quella vita, nel 1969 emigrai a Empoli, poi andai a lavorare alla Fiat di Torino. A un certo punto mio padre mi spedì una lettera, dicendomi che c’era la possibilità di andare a lavorare all’Anic di Pisticci, e così tornai, con l’idea di poter poi comprare un trattore a mio padre. Tornato giù, mi fu detto di “fare domanda” (ovvero si trattava di chiedere la raccomandazione), presso l’ufficio di un politico locale. Capita l’antifona, preferii rinunciare. E così tornai a fare l’agricoltore e basta. Mio padre ebbe un podere dall’ente riforma, ma per poter vivere ho fatto anche il bracciante agricolo, facendo prima 51 giornate l’anno, poi 101…e così, mettendo insieme tutto, compresa un po’ di disoccupazione, sono riuscito a tirare avanti.

d: E se oggi dovesse recarsi presso l’ufficio dell’assessore all’agricoltura, ma non per raccomandarsi, bensì per denunciare qualcosa…?

r: Gli direi che prima di ascoltare i nostri rappresentanti sindacali (indispensabili per presentare qualsiasi tipo di pratica), dovrebbe ascoltare noi agricoltori, perché ci sono delle leggi fatte coi piedi! r: r: Da quest’anno io sono entrato nel “biologico” e grazie ad alcuni contributi me la passo un po’ meglio, ma ci sono delle leggi, dei regolamenti, che non hanno né capo né coda. A mio avviso li fanno delle persone che l’agricoltura la sanno solo sulla carta. Se vengono al campo, gliela spiego io.

d: Il film che la rappresenta?

r: Non mi rappresenta, ma mi rimase impresso “Padre padrone”, perché mi ricordava la situazione di alcuni ragazzi di Tricarico.

d: Il libro?

r: In genere mi piacciono i libri di avventura. Oggi ho riscoperto Scotellaro, ma a scuola nessuno ce ne parlava. Ed è grave.

d: Forse il preside era di destra.

r: Adesso che ci penso, sì, destra-destrra.

d: La canzone?

r: “Scende la pioggia” (ride).

d: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r: Quando morì mio padre, feci scrivere: “Lascia QUESTO mondo”.  

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

«A ogni livello -Chiesa non esclusa- siamo tutti chiamati a costruire una Nuova Umanità. Solo così ognuno di noi capirà che ciascuno DEVE fare la propria parte, per il bene di tutti».

E’ mercoledì, secondo il Meteo la giornata più calda dell’anno, quando incontriamo presso la Curia in Piazza Duomo l’Arcivescovo di Matera-Irsina, S.E. Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo. Ma la “temperatura” nella Città dei Sassi è alta anche in virtù delle notizie che arrivano a sprazzi, a proposito di indagini “eccellenti”.

L’Arcivescovo ci accoglie, nella cucina della canonica, offrendoci delle tipicità calabresi, preparate con cura dalla sorella Sara.

d: Eccellenza, siamo anche al “dopodomani” dei fasti dell’evento del 2019 che tante aspettative aveva creato. Qual è, attualmente, l’ “umore” dei Materani, secondo lei? Rimpianto? Delusione? Appagamento?

r: Dare questo tipo di giudizi implica necessariamente due considerazioni. La prima: Matera 2019 non è stato un “evento”, bensì un momento importante per rilanciare questa città all’attenzione mondiale, e mi pare che ci siamo riusciti (dico “ci”, perché anche noi, come Chiesa, siamo stati in prima linea con un programma ben preciso, che stiamo continuando). La cosa brutta sarebbe dunque tagliare le ali a un progetto che DEVE continuare. La seconda considerazione: il “dopo” Matera 2019 forse ci ha fatto vivere anche un momento di “rilassamento”, e contestualmente abbiamo iniziato a “gustare” quello che era stato, sedendoci un po’ sugli allori. Siamo anche, tuttavia, in una fase di ripartenza, perché ci siamo resi conto che la Pandemia ha impedito di poter continuare il programma del 2019, tant’è vero che, non appena è stato possibile, Matera è stata una delle prime città e essere di nuovo invasa dai turisti, che sono in aumento. Dobbiamo però stare attenti a non sfruttare negativamente questa popolarità che ci ha visti definire la città “più accogliente del mondo”. Spesso noi Lucani non sappiamo sfruttare bene le cose belle che abbiamo.

d: A questo proposito, mi viene in mente che lo studioso Giuseppe Melillo, nell’intervista a pranzo della scorsa settimana, lamentava che incredibilmente proprio Matera, come Città, non avrebbe celebrato adeguatamente il centenario di Pasolini.

r: Ma pensi che quando venni qui, più di sei anni fa, nel mio discorso di insediamento citai proprio Pasolini! Citai “Il Vangelo secondo Matteo” perché quel film è stato girato qui, ma alcune scene furono fatte al mio paese in Calabria, Isola di Capo Rizzuto. Pasolini è stato colui che HA DATO a Matera quel colpo d’ali decisivo per venir fuori da un’etichetta infamante (“Vergogna d’Italia”), avviando un processo che ci ha portato a respirare un’aria nuova. Non saprei i motivi della mancanza di attenzione rispetto a un personaggio che merita davvero, anche se in altri momenti –va detto- Pasolini qui è stato celebrato (e io stesso ho partecipato).

d: Matera ha un immenso patrimonio anche in materia di “turismo religioso”: ecco, cosa vorrebbe arrivasse –dal punto di vista spirituale- a coloro che visitano questa città?

r: Con Matera 2019 è nata “Terre di Luce”, un progetto che ci ha portato a ripercorrere le strade della fede, proponendo degli itinerari ben precisi che adesso stiamo rilanciando (anche se non abbiamo mai smesso). Un esempio concreto: le chiese rupestri nostre (perché non tutte sono in gestione alla diocesi) sono state affidate a una cooperativa di giovani, nata a sua volta da un progetto della chiesa. In questa cooperativa, attualmente, lavorano sessantacinque giovani, fra cui alcuni ragazzi down assunti con contratto a tempo indeterminato. Questa presenza giovanile nelle chiese rupestri riesce dunque a dare al turista quegli strumenti indispensabili per avere una lettura che non sia rivolta solamente al passato, ma che sia in continuità con l’evolversi della Storia.

d: Quali sono (in questa società definita “fluida”, in cui lecito e illecito si mescolano, e i parametri di giudizio si offuscano) le sfide più difficili a cui è chiamata la Chiesa?

r: Lei ha centrato una questione che stiamo vivendo con una certa sofferenza, e –ammettiamolo- a volte anche annaspando. Una cosa è certa: fede e ragione, non possiamo separarle. Indipendentemente dal fatto che uno creda o meno, oggi il dialogo è più che mai fondamentale. La fede senza la cultura è una fede morta. E la cultura ha bisogno di leggere il tutto proprio alla luce del cammino di fede. E’ davvero triste quando si parla dei temi da lei accennati, ma NON SI SA di cosa si stia parlando: c’è un qualunquismo, più da bar che da salotto, o da letterati.

d: Recentemente il Materano è stato teatro di fatti di cronaca che hanno riguardato alcuni giovani. In questi casi, sul banco degli imputati, salgono anche Famiglia, Scuola e Chiesa, per una sorta di “culpa in educando”…

r: Guardi, l’ho detto alle Autorità il 1 Luglio scorso, nel mio discorso per la Festa della Bruna: qui ci dobbiamo fare tutti un esame di coscienza. Viviamo un tempo particolare e i giovani hanno ricevuto tutto un “mondo”, che NOI gli abbiamo costruito e NOI gli abbiamo consegnato. Si è venuta a creare una frattura generazionale, proprio come i “canyon” qui a Matera, in cui è difficile dialogare, si urla, ma non si parla, si parla di tante cose, ma non si parla di niente. E soprattutto non si riesce a capire di cosa ci parlano i giovani, che a volte ci lanciano messaggi così profondi, di grande sofferenza. Cose che non ci diranno mai esplicitamente, se non criticando le istituzioni (politica, chiesa e scuola), perché SFIDUCIATI. Non è certo solo colpa nostra, ma dobbiamo capire come camminare insieme e riprendere il dialogo coi giovani.

d: Recentemente LIBERA Basilicata è scesa in campo contro la “mala musica”, chiedendo in sostanza che si impediscano i concerti di artisti che sarebbero legati ai temi della malavita. E’ nato un dibattito, fra chi è contro i messaggi negativi nella musica e chi comunque rivendica la libertà di espressione.

r: La musica trasmette dei messaggi incredibili, sia in positivo sia in negativo. A volte si fa uso della musica per trasmettere dei messaggi che possono essere devastanti, deleteri per la vita di una persona. Proibire o non proibire? La questione per me è alla radice: bisogna EDUCARE alla legalità, al rispetto delle norme utili a vivere e a camminare insieme. Ripeto, dobbiamo tornare a costruire quella Umanità che oggi sta perdendo d’identità. Capisco anche il motivo per cui Libera sia intervenuta in questi termini, nell’ottica della sua lotta per la “Libertà”, che non significa certo fare ciò che si vuole. Libertà significa sapere che ognuno di noi è una porzione essenziale di questa Umanità e che se manca una parte tutta l’Umanità ne soffre. La Verità dobbiamo dircela, tutta intera, e non solo a pezzettini, come spesso si fa per convenienza.

d: Il 25 settembre prossimo il Papa sarà qui a Matera. Se potesse chiedergli un “regalo” per la Città quale sarebbe? E cosa vorrebbe, al contrario, che i Materani “donassero” al Pontefice?

r: Il Papa viene a conclusione di un grande evento, un qualcosa di eccezionale per una città e una diocesi piccola come quella di Matera, il Congresso Eucaristico Nazionale. Ci stiamo lavorando da due anni, perché prima del Papa qui arriveranno tutti i vescovi d’Italia e ci sarà l’incontro del Consiglio Permanente. Matera tornerà dunque all’attenzione internazionale grazie a questo evento, che si concluderà con la visita di Papa Francesco. Di sicuro il Pontefice ci porterà un messaggio che aiuterà tutti quanti a essere più responsabili, e più costruttori di Umanità (il Papa non a caso incontrerà gli immigrati russi, gli ucraini, gli africani, i carcerati, gli anziani, i poveri). Ci sarà poi la benedizione della Mensa della Fraternità. Da parte nostra, il messaggio è quella di avere un’attenzione particolare per tutti, nessuno escluso: spezzare il pane, tornare al gusto del pane, significa che ogni uomo oggi è DESIDEROSO e HA BISOGNO. C’è un cibo spirituale e un cibo materiale da condividere. Se lo spirito è alimentato, inevitabilmente ci si apre alle necessità degli altri.

d: Magari l’ha già fatto, se potesse prendere sottobraccio il Presidente della Regione Basilicata, cosa gli direbbe?

r: L’ho già fatto (sorride). Lo incontrai prima ancora che fosse eletto Presidente della Regione, e lui era qui, nel Salone degli Stemmi, seduto sul divano. Io gli dissi: «Se lei dovesse essere eletto, e io non lo so, tenga conto che la Basilicata ha bisogno di questo, questo e questo». Gli feci proprio un elenco. E ultimamente gliel’ho anche ricordato: «Pensi a quello che le dissi».

d: E COSA gli disse?

r: (Sorride, fa un gesto evasivo con la testa).

d: Segreto confessionale?

r: (Ride). No, era comunque per dirle che io non ho problemi a parlare chiaro. Se ha la passibilità, si rilegga il mio discorso alle istituzioni del 1 luglio scorso.

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E noi, tornati in redazione, siamo andati a ri-leggere.

Ecco alcuni passaggi: «Fino ad ora, in un modo o nell’altro, siamo riusciti ad intervenire per sostenere le innumerevoli famiglie in difficoltà. Ma oggi siamo in difficoltà anche noi. (…) Penso alla scia di sangue e di morte che continua a segnare le nostre strade. Si avverte l’urgenza di una viabilità da ripensare seriamente e celermente: in giro, penso alla Basentana, ci sono troppi cantieri interminabili. (…) In diversi punti della nostra Regione assistiamo a situazioni di illegalità e di criminalità alle quali sono sottoposti numerosi esercizi commerciali e attività economiche, specie nella zona del Metapontino, e ai cui titolari va tutta la nostra solidarietà e vicinanza (…)».

E scusate s’è poco.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Un aneddoto vuole che -forse per errore e forse no- qualcuno l’abbia definito “antro-podolico”.

Se vuoi girare un film in Basilicata e sei alla ricerca del posto “giusto”, è facile infatti che ti rivolgerai al dottor Giuseppe Melillo: originario di Bernalda (Mt), sempre in movimento, laureato in antropologia, studioso e scrittore, è stato consulente territoriale e “location scouting” e Manager per la Lucana Film Commission e –ultimamente- per la Fiction RAI “Imma Tataranni, sostituto procuratore”.

Ma il suo curriculum “sul campo” in realtà è assai più vasto.

d: Come giustifica la sua esistenza? Lei che è una sorta di “facilitatore” per trovare situazioni e luoghi giusti per eventi e film da realizzare in Basilicata…

r: “Facilitatore” e “giusti” sono le parole appropriate. Il mio compito è infatti facilitare l’incontro tra chi viene da fuori e ciò che c’è all’interno dei nostri confini. E ciò che mi viene chiesto di trovare non deve essere il “più bello”, ma il “giusto”, e ciò si impara solo sul campo.

d: Si spieghi.

r: Quando viene chiesto un “bel posto” per girare un film, tendenzialmente si pensa al posto più bello, ma quest’ultimo non sempre si rivela il posto “giusto”. La “location” matura in due fasi: lo “scouting” (quando leggi la sceneggiatura) e il “management” (organizzare spostamenti di interi reparti, ad esempio).

d: Quindi lei dice a quelli del film: “Questa scena è meglio girarla qui, piuttosto che là”.

r: Esatto, per una questione di capacità di “carico” del territorio. Mi spiego: a meno che non si abbia a che fare con location davvero uniche (cioè non replicabili), o si sia in presenza di un regista che vuole una cosa molto, molto precisa (tipo Visconti), nessuna Produzione accetterà mai di spostare tutta la troupe e le attrezzature per recarsi su un set che dista cento chilometri dall’albergo.

d: Ecco perché il posto più bello non sempre è quello più giusto.

r: Certo. Bisogna trovare una mediazione fra ciò che vuole il regista, ciò che offre il territorio e ciò che chiede la Produzione.

d: Ma cosa vogliono –o meglio- cosa si aspettano i registi dalla Basilicata? A volte si ha l’impressione che vengano qui con un’immagine quantomeno preconcetta.

r: Sì, perché prima di venire in Basilicata leggono, ma la “narrazione”, in quanto tale (a differenza del “racconto”) è scollegata dalla realtà, e di conseguenza loro pensano che qui troveranno una realtà parallela, quasi esotica. Ma è storia vecchia. Pensi a De Martino, che parlò e scrisse di “spedizione in Lucania” quando venne in Basilicata negli anni 50, ma come sa, le “spedizioni” non avvenivano all’interno di uno stesso Stato. Era dunque sinonimo di “esplorazione” verso lidi esotici. La distanza non è dunque chilometrica, ma culturale: ecco che anche poche ore di viaggio tra Roma e la Basilicata diventano un’esplorazione di luoghi misteriosi che ognuno ritiene di aver scoperto per la prima volta!

d: Quindi questa mentalità c’è ancora.

r: In molti sì. Personalmente odio gli “Uomini delle stelle”, cioè quelli che vengono dalle nostre parti e pensano di dispensare perline e specchietti…

d: …agli “indigeni”.

r: …sì, affermando “Noi siamo il Cinema!”. Ma anche se la pensano così, il loro è comunque un prodotto, che a Roma costa dieci e qui costa Uno, e il territorio lo devono rispettare! Non ci fanno un regalo, siamo noi che ci stiamo mettendo a disposizione.

d: Bisogna evitare, insomma, una “colonizzazione” cinematografica.

r: Esatto. Quando sento una produzione affermare “Ma noi siamo il Cinema!”, io taglio subito i rapporti, perché rischiano di essere solo speculazioni.

d: Nel caso di “Imma Tataranni”, fiction Rai girata in Lucania, basata su un personaggio lucano, inventato da una scrittrice lucana, le cose sono state più semplici?

r: Nella prima serie ho avuto difficoltà a far capire che non si può avere tutto, e che alcune cose si sono fatte per la disposizione amicale dei lucani, dalle amministrazioni ai semplici cittadini. Dietro ogni film o serie –al di là degli aspetti artistici- a volte non s’immagina che c’è un vero e proprio piano industriale, legato a processi economici complessi. Tradotto: sfasare anche una sola giornata sul piano di lavorazione può significare problemi grossi (magari l’attore è libero solo quel giorno etc.). In merito alla serie potrei raccontare centinaia di aneddoti, ma pensi che un giorno dovevamo girare in una piazza importante davanti a una chiesa, con due attori importanti che erano disponibili solo quel giorno. Il problema è che c’era un funerale! La Produzione entrò in ansia, ma –parlando con prete e parenti- il funerale fu posticipato di un’ora, sempre con grande rispetto del defunto…

d: …e grazie alla capacità di accoglienza dei lucani.

r: Invece i direttori di produzione spesso ragionano solo in termini economici, per la serie “Quanto mi costa fare questa cosa?”, “Compro tutto io!” etc.

d: Ma questo, recente, rapporto privilegiato tra la Basilicata e il Cinema, l’ha data una spinta economica reale? Ha significato impiego di maestranze, strutture alberghiere? Si può tracciare un qualche dato?

r: I dati sui movimenti legati al cinema sono SEMPRE positivi, perché è qualcosa che c’è rispetto a qualcosa che non c’era, anche in riferimento all’economia del turismo. Il tema vero è quello che citava lei: le maestranze. Si formano maestranze qualificate? Ce ne sono? Il punto è questo. Io sono diventato location manager qualificato grazie a un maestro romano, Carlo Brocanelli, che mi ha insegnato tutto, ma altrimenti…Io ho iniziato coi documentari (produzioni straniere), e all’inizio il mio approccio era di tipo “turistico”; poi però ho conosciuto Carlo che mi diceva sempre: “Ao’, a Giusè, venti chilometri so’ meglio de trenta!”, e cioè che un campo base vicino a una chiesa con un ampio parcheggio è meglio di un campo base nei pressi di una chiesa più bella, ma sprovvista, dieci chilometri più in là.

d: Quindi in Basilicata manca una “scuola”.

r: Manca una formazione che vada oltre i semplici autisti, “runner”, assistenti, ispettori di produzione etc.. In passato sono stati fatti dei bandi che obbligavano una Produzione ad assumere una quota parte di Lucani, ma non venivano ben definiti i ruoli richiesti. Bisogna dunque crearle le maestranze, e “obbligare” chi viene da fuori a impiegarle. Da noi ci si è concentrati finora solo sulla creazione di figure “alte” (registi etc.), ma quando una Produzione si sposta da Roma (la sua “comfort zone” economica) e scende in Basilicata o in Calabria, vuole capire quanti “reparti” portarsi dietro, perché comporta pagare trasferte, straordinari etc; se invece il tecnico delle luci ce l’ha sul posto, a Potenza o a Matera, non gli deve pagare nemmeno l’albergo! E’ un discorso che conviene a tutti: la maestranza lucana (esperto di luci, di scenografia, di costumi, o di trucco e parrucco) in questo modo fa anche esperienza, ingrossa il suo curriculum, può anche spostarsi sei mesi a Roma, e diventare poi una risorsa per il Cinema.

d: La politica locale che ruolo ha in questa cosa?

r: La politica E’ il ruolo, deve avere visione e immaginare dove si voglia andare. Invece più che altro ci si limita a “immaginare” il quotidiano e ad avere il riscontro del “selfie” pubblicato sui social. Bisogna immaginare cose di lungo respiro, cose che magari non hanno un ritorno elettorale immediato, ma che tra dieci anni potrebbero essere prese a modello (così come il politico che le ha fatte).

d: Ma mi sa dire la Lucana Film Commission che fine ha fatto? Si leggono solo notizie frammentarie…

r: (Silenzio) Io la dico così: bisogna solo scegliere in quale clinica deve morire, perché l’eutanasia in Italia non è legale.

d: E se potesse prendere il governatore Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Non gli direi niente. Per un mese lo andrei a prendere in macchina alle otto di mattina, per poi riaccompagnarlo alle ventuno: ci faremmo due/tre comuni al giorno, fermandoci, di volta in volta, nel primo bar del paese.

d: Questo momento magico del cinema in Basilicata potrà continuare solo se…?

r: A parte che già sta scemando, basta vedere i numeri! Finora, “effetto Matera” compreso, molto è andato avanti anche grazie a relazioni personali e alla capacità di mettere in campo risorse economiche. Faccio un esempio: se la Basilicata, pur avendo Matera –che è un elemento “non replicabile”- mette a disposizione Uno, e la vicina Puglia mette a disposizione Dieci, la Produzione a Matera ci sta solo un paio di giorni, ci gira solo gli esterni (i Sassi, lo "skyline" e il Belvedere), e poi se ne va a stare in Puglia per tutto il tempo (e gira il resto degli esterni in zone similari e gli interni in teatro). Bisogna dunque capire PERCHE’ una Produzione debba venire proprio in Basilicata. E agire di conseguenza. Non basta avere acqua, mare, mulini etc. E inoltre non siamo gli unici in Italia. Noi pensiamo di avere tutto, ma il tutto a volte è niente, perché non lo si sa valorizzare.

d: Basti vedere il “caso” Pasolini, che proprio lei ha sollevato.

r: Già, sull’ “Huffington Post” rilevavo che nel centenario di Pasolini, riconosciuto come evento da Mibac e Unesco, proprio Matera (come Città) non ha fatto nulla, limitandosi a un post su Facebook (al netto degli eventi organizzati da Zetema o a Barile). Matera ha dimenticato proprio la “lezione” di Pasolini. E’ diventata un prodotto, ma forse ha dimenticato da dove proviene: nei Sassi è tutto bello, ma non c’è più quel “sole ferocemente antico”. Se Carlo Levi deve tutto alla Basilicata, è la Basilicata a dover tutto a Pasolini (che il film, senza Matera, lo avrebbe fatto ugualmente, e altrove).

d: Il film che la rappresenta?

r: “Terra e libertà”, di Ken Loach.

d: Il libro?

r: Il Nuovo Testamento (rivoluzionario e provocatorio al contempo), “Il mondo alla Rovescia” di Eduardo Galeano, e il “Pensiero Meridiano” di Franco Cassano.

d: La canzone?

r: Citerei tre artisti: Guccini, Modena City Ramblers ed Enzo Avitabile.

d: Fra cent’anni cosa le piacerebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?

r: Data di nascita e di morte (senza luogo), e poi: «Lucano: ha provato a dare corpo ai sogni»

 

 

 

 

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di Antonella Sabia

 

 

 

Dopo due anni di fermo causa Covid, ripartirà anche dalla Basilicata l’aereo dell'UNITALSI per Lourdes. La pandemia però ha fatto scoprire nuovi modi di stare vicino ai malati e ai bisognosi, l'associazione ha infatti sostenuto la Protezione Civile alle tende del Qatar per le vaccinazioni, ma ha messo in campo anche tanti piccoli progetti che hanno aiutato anziani e non a sentirsi meno soli. Ce lo ha raccontato Michela Consolo, presidente della sezione di Potenza dell'UNITALSI.

d: Qual è il ruolo dell'associazione sul territorio? Che cosa fanno i volontari?

r: L’Unitalsi ha una storia lunghissima, risale al 1903 e comprende in Italia più di 100.000 aderenti. Ha come base la carità, e l'acronimo dice Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali, l’esperienza di Lourdes non era esaustiva, pertanto si è pensato di portarla nella realtà per 365 giorni l’anno. Le attività che facciamo sul territorio sono innumerevoli, parliamo di pre Covid, e speriamo riprenderanno. Eravamo veramente una costante del Don Uva, si andavano prendere gli ammalati per portarli a messa la domenica, così come nel reparto di oncologia medica eravamo presenti dal lunedì al venerdì, un servizio che abbiamo dovuto interrompere perchè è un reparto delicatissimo. Altra esperienza bellissima, all’Istituto penale dei minori, dove andiamo una volta settimana, e per esempio adesso che stanno all’aperto, giochiamo a calcio con loro. Inoltre, quando i ragazzi scontano un terzo della pena, ce li affidano per fargli fare un percorso di volontariato, l’ultima esperienza vede un ragazzo che ha iniziato a seguirci in oncologia, che si prodigava fisicamente con l’ammalato, cosa che non è da tutti, tanto da aver immaginato di intraprendere un corso da OSS, oltre che abbandonare la sua religione per prendere tutti i sacramenti cristiani grazie a Mond. Ligorio.

d: In che modo vengono gestiti e supportati gli ammalati?

r: Abbiamo aderito ad un progetto di mobilità garantita e grazie ad alcuni imprenditori del posto, per cinque anni avremo in comodato d’uso gratuito un pulmino nuovo con la pedana elettrica, più semplice e più dignitoso. Oggi la vita è diventata frenetica e molto spesso le famiglie troppo impegnate, pertanto, con questo, accompagniamo le persone dal dentista, a fare la tac, ma stiamo accompagnando anche persone a fare la chemio. Ci sono dei casi comunque abbastanza gravi e allucinanti.

d: Quanti sono i volontari che prestano servizio?

r: Associati ce ne sono tanti, che prestano il loro servizio non siamo tantissimi perché c’è chi lavora e da quando c’è stata la pandemia, molti hanno avuto paura dei contatti, quindi c’è stata qualche perdita. La speranza è sempre quella di formare e di avere giovani che si affacciano al mondo del volontariato e che presto possano sostituirci perché ci rendiamo conto che ci sono tante malattie, e tantissimi casi di solitudine...a dire di no, ti piange il cuore, a volte ci facciamo in quattro pur di rispondere ad ogni esigenza.

d: C’è una sorta di formazione per chi si avvicina per la prima volta l’associazione?

r: Per quanto riguarda l’oncologico, facciamo una formazione di 10 lezioni con personale specializzato, medici, psicologi e con il cappellano, una formazione a tutto tondo in primis per non portarti a casa tutto quello che assimili, perché vuoi non vuoi alla fine si crea un legame e poi perché bisogna sapere come avvicinarsi, in particolare all’inizio quando l’ammalato è spesso avverso. Però in generale chi si avvicina alla nostra associazione, lo dico sempre, sono tutte persone un po’ speciali, gli leggi una luce negli occhi particolare. Io per prima mi sono innamorata di questa associazione nel 1999 perché ho intravisto negli occhi dei soci qualcosa di diverso e quindi chi si avvicina a noi ha un carisma innato, naturale, che poi aumenta con l’esperienza e i viaggi a Lourdes. Siamo anche sede di Servizio Civile con otto ragazzi che ci supportano e vengono impiegati proprio nell’assistenza delle nostre utenze in alcune attività quotidiane come leggere un libro, portare il cane fuori, la spesa, le medicine o il pagamento delle bollette.

d: Si è accennato a solitudine e situazioni al limite, com’è la vita di un ammalato qui in Basilicata?

r: Va detto che il terzo settore fa tanto, integra il pubblico, non è semplicissima a causa delle barriere, ma poi grazie a queste realtà associative si tenta di superare qualche ostacolo e difficoltà. Inoltre, alla malattia fisica, quella che vedi, è lampante e tangibile, ci sono tante altre malattie della testa e solitudini, da sempre la cosa che mi colpisce di più. È proprio per questo che abbiamo dato vita al laboratorio di cucito Bernadette, che nasce per le esigenze più spicciole come una piega al pantalone per chi non se lo può permettere, ma col tempo ci siamo resi conto che era aggregante, e ci ha contattato una psichiatra che ha mandato da noi delle persone e ha visto che diminuiva la terapia farmacologica. Lo stare insieme diventa terapeutico, in particolare per le persone anziane, vedove, con problemi di depressione, ma anche per i ragazzi down, che due volte a settimana vengono da noi a trascorrere qualche ora. Può sembrare la cosa più residuale dell’associazione, ma è un’attività che durante la pandemia si è rivelata fantastica perché abbiamo prodotto insieme all’Assessorato alle pari opportunità, una quantità di mascherine, calzari, cuffiette e grembiuli che poi sono state donate al San Carlo, alla Polizia, stiamo parlando chiaramente nel primo periodo della pandemia quando mancavano i presidi. Queste persone lavoravano da casa e io giravo con un cestino, facendomi lanciare tutto dal balcone. In questi ultimi tempi poi, abbiamo ricevuto una grande donazione di lana da un negozio storico che ha chiuso, dalle offerte ricevute, abbiamo raccolto un po’ di soldini con cui andremo ad abbattere le quote per il pellegrinaggio a Lourdes, o per la benzina quando accompagniamo qualcuno con il pulmino, visto che tutti i nostri servizi sono assolutamente gratuiti.

d: Le istituzioni a cui faceva riferimento prima, vi sono vicine in qualche modo?

r: Per quanto riguarda la nostra associazione, hanno molta sensibilità e ci stanno molto vicini, sia per quanto riguarda il fitto di questo locale ma anche per tutte le iniziative che ci vedono coinvolti. Da parte nostra c’è anche molta disponibilità nei confronti dell’amministrazione, per esempio nel giorno della commemorazione dei defunti, durante il Giro d’Italia, nella Parata dei Turchi abbiamo messo a disposizione questo pulmino per agevolare lo spostamento degli ammalati con assistenza continua.

d: UNITALSI, lo dice il nome, ruota tutto intorno al viaggio a Lourdes.

r: È il fulcro dell’associazione, quest’anno torniamo a Lourdes dopo i due anni di fermo per la pandemia, c’è una voglia pazzesca, si torna in aereo tra mille difficoltà non da ultimi questi casi di nuova variante. Tra l’altro quest’anno presiederà il pellegrinaggio, il nostro vescovo mons. Salvatore Ligorio, proprio lì festeggerà i cinquant’anni di sacerdozio, è molto devoto ai santuari Mariani e ci aveva fatto questa promessa di voler tornare, cogliendo quindi l’occasione di questa data importante. Sarà indubbiamente un pellegrinaggio bellissimo, di rinascita e di ritorno dove ci saranno tantissimi giovani, parteciperanno anche l’Azione Cattolica e gli Scout, questo significa che i giovani animeranno questa settimana. All’interno di questi treni bianchi, ci sono due vagoni con i lettini e la possibilità di poter tenere sotto controllo tutte le terapie per i malati allettati, e oltre a noi volontari semplici, ci sono anche medici, infermieri e OSS, che assistono h24. È un posto magico, sembra quasi come se ci si estrania dal mondo reale, raggiungi una pace interiore incredibile.

d: Chi può partecipare al pellegrinaggio?

r: Tutti, volontari, pellegrini, chiunque si voglia avvicinare per fare un’esperienza di fede. L’organizzazione dell’UNITALSI è veramente strutturata, c’è un programma che viene rispettato nel dettaglio con tante cerimonia solenni organizzate e concordate con il santuario di Lourdes. È un pellegrinaggio sezionale di tutta la Basilicata, un viaggio gioioso, gli stessi ammalati ci regalano tantissimi momenti di gioia, sui nostri treni non c’è malattia, quella è solo negli occhi di chi la vuole vedere. I miracoli accreditati alla fine sono solo 64, pochissimi, ci sono però tanti altri miracoli personali e interiori, quelli che ti portano ad accettare la sofferenza, portano una tranquillità interiore. Non si torna mai a casa uguali a come si è partiti.

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Nonostante il look alla “Ravanelli” (il giocatore della Juventus), con capelli e barbetta completamente bianchi, il commercialista Francesco Santoro è ancora un giovane sindaco (compirà 42 anni il prossimo 27 luglio), al secondo atto di un mandato scaturito la prima volta nel 2015.

Iscritto al Pd, ha oggi fra i residenti del suo paese, Filiano (Pz), un tale Vito Bardi, presidente della Regione Basilicata (originario del luogo, ma proveniente da Napoli, dove ha a lungo vissuto).

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Avendo sempre militato anche nelle associazioni, nel 2015 trovai naturale accettare la proposta di candidarmi a sindaco. In questi sette anni, i risultati ottenuti mi hanno fatto capire ancor di più che ognuno di noi deve avere un ruolo nella società, specie nei piccoli comuni.

d: Il suo è un piccolo comune, ma vanta un illustre residente: nientemeno che l’attuale presidente della regione, Vito Bardi. Che tipo di “filianese” è? In paese è presente?

r: Guardi, al di là delle differenze politiche che ci possono essere, mi hanno sempre dato un po’ fastidio tutti quegli articoli secondo i quali Bardi non era presente a Filiano e in Basilicata. Umanamente, voglio smentirli: dal primo momento Bardi ha sempre abitato a Filiano, ha vissuto il paese -tant’è che fa la spesa lì- e mi sento di confermare che è un cittadino filianese a tutti gli effetti.

d: Quindi a Filiano Bardi si vede fare la spesa…

r: Sì, dal fruttivendolo come alla salumeria. Spesso ci incontriamo la mattina al bar.

d: Il caffè chi lo paga?

r: Onestamente la maggior parte delle volte ce lo offrono! (Ride) Ma soltanto il caffè.

d: Ma la gente, oltre al sindaco, ferma anche Bardi per strada?

r: Certamente.

d: E cosa gli dice di solito?

r: Cose relative ai giovani e al lavoro. Questo è il tema principale. Oggi il Pnrr è una grossa opportunità; ma pur partecipando ai bandi non riusciamo ancora a incidere sulla permanenza dei giovani stessi. Ci vorrebbero delle “bonifiche” regionali e nazionali, incisive. Ma è un problema che hanno anche i piccoli comuni del Nord.

d: Presumo che, al di là degli aspetti simpatici, questo possa comportare anche una responsabilità per lei, nel senso che il cittadino di Filiano si aspetta che questa presenza in paese del Presidente della Regione venga poi “capitalizzata”.

r: Assolutamente sì. Per la verità l’interlocuzione non è mai mancata, e insieme stiamo risolvendo alcuni problemi che vengono anche da lontano: abbiamo ancora due frazioni che non sono ancora servite dalla rete idrica.

d: E invece, magari prendendo proprio un caffè, cosa si sentirebbe di “rimproverargli”?

r: La situazione della Basilicata è sicuramente molto particolare, con difficoltà non da poco, ma è pur vero che all’inizio alcune scelte fatte, su alcune persone, ecco, potevano essere fatte meglio.

d: Parla di politici o di collaboratori?

r: Di tutt’e due. Mi permetto di dire che andavano forse scelte persone anche più competenti.

d: Però la giunta l’ha cambiata già tre volte.

r: Ma quello è un discorso tutto politico, non già di competenze o di formazione.

d: Il problema è proprio quello!

r: Sì, ma è IL problema della politica attuale, basti vedere cosa succede anche a livello di governo nazionale. Mancano le sezioni, mancano i circoli, la legge elettorale è cambiata, non ci sono rappresentanti politici che girano i territori, e poi si arriva nell’attuale situazione, in cui non ci si confronta e non si affrontano i problemi.

d: E si sentirebbe –seppur sommessamente- di dare un consiglio al suo illustre compaesano?

r: Il sindaco di un piccolo comune che dà un consiglio al Presidente della Regione? Mah (sorride) …comunque, forse, su alcune questioni potrebbe dedicare un po’ di tempo a SPIEGARE le varie situazioni, i problemi, le cose fatte. L’ultima campagna elettorale io stesso l’ho fatta “carte alla mano”. Qualche volta ne abbiamo anche parlato: a volte c’è stata un po’ di asimmetria informativa rispetto a ciò che magari effettivamente si faceva negli uffici della Regione.

d: Alcuni suoi colleghi, specie nel pieno della Pandemia, lamentavano difficoltà di interlocuzione proprio con la Regione Basilicata.

r: Era un problema nazionale: ben ricorda che si attendevamo i famosi Dpcm la sera. Noi sindaci apprendevamo le cose dai comunicati stampa sui giornali e magari il decreto veniva pubblicato qualche giorno dopo; qualcosa di simile accadeva anche a livello regionale, certo, e ci sono state sicuramente delle criticità, ma ritengo che ciò sia avvenuto su tutta la catena di comando.

d: Si è mai sentito solo, specie nei momenti più caldi della Pandemia? Sa bene che i sindaci in quei momenti erano i principali, se non a volte esclusivi, interlocutori dei cittadini…

r: Sì, è accaduto, ma non perché noi sindaci soffriamo di qualche disfunzione o sindrome dell’abbandono (sorride), ma perché dalla sera alla mattina ci ritrovammo in un lockdown. Ricordo bene la sera di quel 9 marzo, e soprattutto la mattina dopo: in Comune, coi pochi dipendenti, ci siamo seduti a un tavolo per capire come e cosa fare. Pensi che a noi toccava anche presidiare i terminal degli autobus. Ma soprattutto ci toccava spiegare ai cittadini i contenuti, spesso nebulosi, dei Dpcm, che solo in un secondo momento venivano chiariti da circolari esplicative. E’ stata dura davvero.

d: Il suo momento più difficile?

r: Sicuramente quando, a marzo/aprile del 2021, in paese ci sono stati i primi decessi. Erano persone che conoscevo, naturalmente, e con tutta l’amministrazione comunale temevamo che la situazione ci stesse sfuggendo di mano. In quei momenti ci si sente impotenti.

d: Ha accennato anche ai “pochi” dipendenti del Comune. Come siete messi adesso?

r: In questo momento abbiamo quattro dipendenti, in tutto, avendo avuto anche dei pensionamenti molto ravvicinati. Ci sono tre bandi di concorso in itinere, ma due di questi hanno subito dei rallentamenti a causa della Pandemia. Il momento è dunque particolare, perché ci troviamo a dover affrontare l’ordinario, che è sempre più complesso in termini di adempimenti, ma in prospettiva l’impegno diventa H24, in corrispondenza dei bandi Pnrr.

d: La soluzione, oltre ai concorsi, è dunque anche l’unione dei Comuni?

r: Sicuramente. E’ una necessità che si tocca con mano, e prima della Pandemia avevamo già dato vita a incontri interlocutori, anche pubblici. La direzione è comunque questa (anche in vista di alcuni bandi che garantirebbero punteggi in più): soprattutto al Nord è una realtà consolidata. L’interlocuzione coi comuni vicini sarà necessariamente portata avanti. C’è una legge dello Stato -attualmente sospesa- che prevede la gestione associata delle funzioni essenziali; dunque l’idea è quella di “muoversi prima”, prima cioè che determinate regole ci vengano imposte.

d: Una “unione” di questo tipo con Avigliano sarebbe simpatica, a settant’anni di distanza dall’indipendenza da Avigliano stessa!

r: La collaborazione in realtà c’à sempre stata, così come il legame culturale e storico. Certo, con gli amici amministratori di Avigliano facciamo spesso battute sull’ “indipendenza” di Filiano, ma più che altro all’epoca si trattò di una “autonomia amministrativa”: i nostri nonni ci raccontano che fare un certificato o anche registrare una nuova nascita ad Avigliano, spesso significava rimandare di settimane a causa del brutto tempo, dovendosi attraversare il monte Carmine.

d: Ma, dal punto di vista caratteriale, c’è poi una qualche differenza fra il Filianese e l’Aviglianese?

r: Forse il Filianese è un po’ più aperto, non foss’altro per la posizione geografica. Comunque abbiamo in comune sicuramente la testardaggine. Il Filianese è comunque Aviglinaese, sin dai primi insediamenti in questa zona.

d: La famosa fiera del pecorino tonerà?

r: Sì, quest’anno torna, è stata ferma due anni per la Pandemia.

d: E non per problemi di produzione?

r: Ci sono dei problemi, inutile farne mistero, perché questo settore non è stato “accompagnato” al cambio dei tempi; fino a una decina di anni fa quella del pecorino era una produzione di tipo familiare, se non proprio un’economia di sussistenza, e dunque non ha fatto il “salto di qualità”. Il disciplinare dal canto suo è molto rigido e nel 2016 provammo a confrontarci con la Regione, sedendoci al tavolo con tutta la filiera, ma a parte qualche iniziativa dell’assessore di allora, poi c’è stato il vuoto.

d: E oggi con Fanelli?

r: L’assessore al ramo adesso è Cupparo.

d: Mi scusi, che sbadato, ho perso il conto dei cambi.

r: In effetti si fa fatica a seguire (sorride). Comunque, è previsto un incontro nei prossimi giorni. Come Comune, volevamo fare la nostra parte anche in merito al Consorzio. Aspettavamo, tempo fa, una convocazione in Regione che non è mai arrivata…

d: Glielo ricorderà a Bardi al prossimo caffè.

r: Sicuramente, ma ne abbiamo già parlato. A noi interessa capire che tipo di problemi ci sono (se di natura finanziaria o altro) e risolverli.

d: Il film che la rappresenta?

r: “Ricomincio da tre”, di Troisi. Prima o poi tocca smettere di lamentarsi e rimboccarsi le maniche.

d: La canzone?

r: Non ce n’è una in particolare, ma credo che in questo momento della mia vita di quarantenne ci sia bisogno di canzoni “riflessive”.

d: Il libro?

r: “La questione morale” di Berlinguer. Ahimè, non smette mai di essere attuale, anzi.

d: Mettiamo che tra cent’anni scoprano una targa a suo nome al Comune di Filiano, cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: «Una brava persona, molto seria, che si è prodigata per la sua comunità».

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di Walter De Stradis

Quarantasette anni, occhi

chiarissimi e penetranti, il già

sindaco di Oppido, Rocco

Pallalardo, è da poco diventato

Presidente della provincia di

Potenza. La prassi ha infatti voluto che dopo

la decadenza di Guarino (non riconfermato

sindaco ad Albano), la carica sia passata a lui,

il suo vice, a metà giugno scorso, e fino a nuove

elezioni (da farsi entro 90 giorni). Si tratta

dunque di un periodo di “traghettamento”, ma

Pappalardo non vuole certo fare il semplice

“passacarte”.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Sia nelle associazioni sia nelle istituzioni in cui

ho avuto la fortuna di lavorare, mi sono sempre

occupato delle necessità di una comunità.

Sono stato eletto alla Provincia che avevo

ventitré anni e nel 2001 fui eletto (nell’Ulivo)

come sindaco di Oppido. L’ho fatto per due

consiliature, e forse ero uno dei sindaci più

giovani, non solo della Basilicata, ma anche

d’Italia, anche se non ho mai approfondito.

d: Si sente uno dei “dinosauri” del Pd (e

del centrosinistra), anche se giovane

anagraficamente?

r: No, anche perché ho un carattere abbastanza

pacato.

d: Tuttavia questo “giovane” Pd di oggi, a

leggere le continue polemiche sui giornali,

sembra già mostrare scarsa tenuta.

r: E’ cambiata la politica. E non le nego che

qualche disagio in questa fase lo avverto anche

io, militando da tempo, avendo iniziato con

persone diverse, e avendo fatto la gavetta…le

feste dell’Unità, i famosi manifesti…cose che

oggi mancano e che fanno sì che forse si arrivi

un po’ impreparati. Oggi si vuole tutto e subito.

Quando chiesi io la prima volta la tessera del

Pds, il vecchio gruppo dirigente mi rispose:

“Ok grazie, le faremo sapere”. Anche una

semplice tessera di partito non era automatica:

era un modo per selezionare la classe dirigente.

d: Insomma, lei stesso che è stato un

giovanissimo sindaco, afferma però che

non sempre “gioventù” è sinonimo di

rinnovamento e stabilità...

r: …e non sempre avere qualche anno in più

significa essere “vecchio”. Sicuramente

“gioventù” –nella maggior parte dei casi- è

entusiasmo, ma oggi vedo troppo “tatticisimo”,

ed è ciò che mi mette un po’ a disagio. Il Pd, per

tornare realmente competitivo, dovrebbe stare

un po’ più sul territorio, ma non come presenza

“di facciata”. Il Pd non è rappresentato

soltanto dai segretari regionale e provinciale

e dal quadro dirigente, ma credo che vada

data voce, seria, ai militanti; anche questa

cosa di aver fatto le primarie aperte per

scegliere anche il segretario regionale…con

una tessera “fredda” fatta online (e magari

chissà anche a tua insaputa) fa perdere il senso

di appartenenza a un partito. Io non so quanti

segretari cittadini vengano effettivamente scelti

dai propri tesserati e ho sempre mal sopportato

l’intrusione in faccende localistiche; quando

nelle varie elezioni comunali costruivamo

faticosamente l’Ulivo, abbiamo ascoltato sì i

dirigenti regionali e provinciali, ma alla fine

non ci siamo mai fatti imporre nulla.

d: L’arrivo della nomina a Presidente della

Provincia –anche se “a tempo”- le ha

suscitato preoccupazioni particolari?

r: Preoccupazioni no, anche perché sono

nell’Ente praticamente da sempre. Certo, la

riforma Delrio –che ha cambiato tutto- fu una

cosa scellerata: lo dimostra il fatto che un

sindaco non rieletto –come Guarino- decada

immediatamente dal ruolo di Presidente e che

questo stesso ruolo passi –fino ad elezioni- al

vice presidente che tra l’altro sindaco non è. Il

lavoro non mi ha mai preoccupato.

d: Oggi, agli occhi del cittadino, un Ente come la

Provincia appare “svuotato” di competenze,

almeno rispetto a prima…

r: E’ stato svuotato di “alcune” competenze, ma

il grosso è rimasto. Tuttavia è vero, sì, quando

ultimamente sono stato rieletto consigliere

provinciale, alcuni miei concittadini mi hanno

detto: “Ma come, esistono ancora le Province?”

(sorride). Ancora oggi alcune persone credono

che siano state eliminate…

d: Sono stati eliminati molti approvvigionamenti

economici.

r: Quelli sì. E tenga conto anche che quando è

passata la notizia che la Provincia era un

ente “terminale”, è scattato il fuggi-fuggi fra

i dipendenti; molti dunque sono stati trasferiti

alla regione e l’Ente si è ritrovato svuotato

di risorse umane, molto qualificate, oltre ai

“tagli” subiti. Ma le competenze rimaste

sono grosse, soprattutto in materia di edilizia

scolastica e di viabilità.

d: La viabilità, appunto, il grande dramma

della Basilicata, che –stranamente- si acuisce

d’estate, coi lavori sempre in sospeso…

r: Per la manutenzione delle strade provinciali,

noi gestiamo mille euro a chilometro: su 2.800

chilometri, noi possiamo contare su 3 milioni di

euro l’anno. L’Anas- per le stesse manutenzioni

e per lo stesso chilometraggio- spende CENTO

volte tanto.

d: Con i cantieri spesso fermi…

r: Questo non lo posso dire io, ma in merito ai

fondi è una stortura grossa, anche perché

le responsabilità sulle strade sono le stesse.

Per questo mi sento di ringraziare l’Ufficio

tecnico provinciale, che si assume grossissime

responsabilità. I nostri ingegneri stanno

facendo salti mortali. Ultimamente abbiamo

intrapreso un’interlocuzione con la Regione

per cercare di tamponare questa emergenza,

che riguarda la sicurezza, principalmente.

Chiediamo sostegno dal punto di vista

finanziario. Le faccio un esempio: a marzo c’è

stata una frana sull’Oraziana…

d: L’assessore Merra ha detto che i soldi ve li

dà.

r: E io non ho motivo di credere il contrario, ma

ad oggi ancora….

d: …non ci sono gli atti ufficiali.

r: Lì si tratta di fare una paratia essendoci

di mezzo un dissesto (di cui si occupa il

Dipartimento regionale) e occorrono 890mila

euro: la Provincia ne ha messo sul piatto 400,

quelli che aveva, e ha chiesto un supplemento

di fondi per poter appaltare quei lavori. Al

tavolo della scorsa settimana sull’Oraziana,

a Venosa, l’assessore Merra ci ha annunciato

questo finanziamento di 45 milioni a valere su

una delibera Cipe, per il quinto lotto, da cui

stralciare le somme necessarie alla Provincia

per realizzare l’intervento e aprire quanto

prima quella strada di vitale importanza. Oltre

a questo, ci ha parlato di un ulteriore riparto di

14 milioni di euro tra le due Province, da cui

deriverebbero altri nove milioni per la nostra

viabilità provinciale. Mi aspetto che a giorni

ci vengano NOTIFICATI questi provvedimenti.

d: Al recente congresso della Uil lei ha parlato

molto di spopolamento e di mancanza di

infrastrutture.

r: La gente va via perché non trova lavoro,

perché nei comuni non trova le infrastrutture

e le opportunità atte a garantirgli un’adeguata

qualità della vita. I comuni dovrebbero

ragionare maggiormente in un’ottica di

“comprensorio”: non puoi pensare di avere

un Palazzetto dello sport in ciascun paese nel

raggio di pochi chilometri. Ma le comunità

possono ragionare insieme se sono ben

raggiungibili tra loro. Ricordo quando con

Oppido eravamo capofila dei PIOT, e in ambito

turismo credo sia stato l’unico momento in cui

–coi sindaci seduti a un tavolo- si è fatto un

UNICO cartello di eventi per la zona, evitando

sovrapposizioni. Basterebbe già fare qualcosa

del genere anche oggi. La qualità dell’offerta

a volte può anche “superare” il problema dei

collegamenti.

d: Specie nei momenti bui del Covid, girando

fra i comuni e parlando con alcuni sindaci,

abbiamo registrato un certo disagio a causa

della “distanza” che si avvertiva (o si avverte)

col palazzo regionale e col Presidente Bardi

in particolare. “Noi sindaci ci siamo aiutati

tra noi”, ha detto qualcuno di loro.

r: Io credo che sia interesse della Regione avere

un’interlocuzione stabile coi sindaci. Anzi, mi

meraviglio, mi chiedo come mai non siano

previsti uno o due appuntamenti annuali

(soprattutto in fase di predisposizione del

bilancio), un’assemblea, una Conferenza

Regione-Sindaci. Voglio dire: se la maggior

parte delle istanze locali riguarda la sanità,

i servizi, le infrastrutture etc., beh, quella è

già una traccia su cui la Regione potrebbe

lavorare, no?.

d: E cosa ne pensa della notizia sul già famoso

“bonus gas”?

r: Può essere un’operazione momentanea

(anche durante il Covid alcuni “bonus”

sono risultati utili). Ma se dai questo bonus

e tutta un’altra serie di servizi non funziona,

comportando esborsi in più per le famiglie,

beh, non hai risolto nulla. Ripeto, l’iniziativa

allevia sicuramente il caro-bollette, ma io

vedo difficoltà di programmare qualcosa di più

duraturo, magari (in linea di principio) come

l’eco-bonus (che pur va rivisto).

d: Dopo questi circa tre mesi da Presidente, per

cosa vorrà essere ricordato principalmente?

r: Non sono abituato a fare il passacarte, e FARO’

il Presidente fin quando sarò Presidente. Fra le

altre cose, con l’ing. Spera abbiamo lanciato

tre mesi fa una scommessa, quella del bando

Pnrr sui giardini storici. Scommessa vinta:

abbiamo ottenuto un ulteriore finanziamento

di un milione e sette (in aggiunta al milione e

due già programmato dal mio predecessore col

Comune di Potenza).

d: Una domanda veniale: in questi mesi

lei percepirà la regolare indennità da

Presidente, giusto?

r: Da consigliere provinciale (e anche da vice

presidente) non c’è nessun tipo di rimborso, se

non quello chilometrico per il va-e-vieni (nel

mio caso era di 18 euro di consumi effettivi).

Il Presidente della Provincia ha uno stipendio

equiparato a quella del sindaco del Capoluogo

di regione, ma la mia indennità da Presidente

sarà dimezzata, perché continuo a lavorare a

scuola come assistente amministrativo.

d: Il libro che la rappresenta?

r: “La fattoria degli animali” di Orwell.

d: E ne ha conosciuto molti, di “animali”, nella

“fattoria”?

r: (Sorride in silenzio).

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di Walter De Stradis

 

 

E’ stato il primo lucano a diventare cintura nera di ottavo Dan, ma soprattutto nel Capoluogo è un volto familiare per aver insegnato il Karate a centinaia e centinaia di allievi di tutte le classi sociali. Molti di questi erano “teste calde” e con lui hanno scoperto il valore dell’autodisciplina. Alcuni di loro sono diventati Dirigenti importanti, alcuni altri sono entrati pure in politica.

Al maestro Sandrino Caffaro –attualmente presidente di ASC Basilicata (Attività sportive confederate, Ente di promozione sportiva presente e attivo su tutto il territorio nazionale, attraverso una rete capillare di 104 Comitati Provinciali e Regionali)- abbiamo chiesto di raccontarci le gioie e i dolori della Potenza “sportiva”.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Devo tutto ai miei genitori. Poco dopo che ci trasferimmo da San Costantino Albanese (che resta sempre nel mio cuore) a Potenza, iniziai un corso di Judo. Un volta si presentò anche un maestro di Karate, e decisi di dedicarmi a a questa disciplina (le lezioni erano a Eboli), a patto però che garantissi ai miei profitto negli studi. Da lì è iniziato tutto: posso dire di essere stato il pioniere del Karate in Basilicata.

d: Ormai sono diversi decenni che insegna questa disciplina nel Capoluogo e non si contano i suoi allievi. Sicuramente c’è stato anche qualche personaggio poi diventato illustre.

r: Più di uno! La maggior parte dei miei allievi sono diventati professionisti o comunque persone molto serene, che non hanno mai avuto problemi con la legge o con altre situazioni critiche.

d: Ci sono politici?

r: Politici, magistrati, medici, c’è stato anche un direttore generale dell’Agenzia delle Entrate. Tenga conto che la Basilicata, di suo, ha “sfornato” tantissime figure. Sono fiero di aver dato a tanta gente la possibilità di stare bene.

d: Invece nell’immaginario dell’uomo medio parole come “Karate” evocano –molto a sproposito- Bruce Lee e i calci in bocca...

r: No. Nella maniera più assoluta. Il Karate è un’arte, una disciplina di vita. Non è un gioco, come il calcio, la pallavolo o altri spot di squadra: è una cosa che ti dà stimoli di continuo (anche al di fuori delle esibizioni cioè); che ti fa avvertire i cambiamenti nel tuo corpo, ed è una cosa che ti porti sempre dietro. Io sono un ultrasessantenne, ma ancora oggi non mi dispiace confrontarmi con i trentenni. I valori sono quelli della convivenza civile, del rispetto del proprio corpo, della cura della qualità della vita. A me il Karate è tornato utile tante volte.

d: Cioè ha menato tanta gente?

r: No. Mi ha placato il nervosismo, mi ha aiutato a gestire le provocazioni. Alla violenza non si risponde mai con la violenza, perché non si sa come va a finire.

d: E secondo lei Potenza è una città che va d’accordo con la “cura della qualità della vita”?

r: Eh, potrebbe. Ma posso dirle che abbiamo fatto tanti sforzi, ma…alla fine, come si dice, “stavamo meglio quando stavamo peggio”! Potenza ha una grande “potenzialità” di strutture sportive: abbiamo palestre scolastiche, provinciali, comunali, statali, ma è la gestione il punto debole.

d: Si spieghi.

r: Tutti gli sport “di palestra” sono nati a Montereale, al famoso Palazzetto (che era del Coni e poi è passato al Comune). Lì riuscivano a convivere un certo tipo di discipline sportive (Karate, boxe etc.), ma tutte le amministrazioni che si sono succedute vi hanno voluto mettere mano in qualche modo, e il risultato è che la struttura è da anni sempre ferma al palo. Vedi poi il palazzetto Lavangone, una cattedrale nel deserto. Perché dico che prima “si stava meglio”? Perché queste strutture vengono gestite da regolamenti comunali o provinciali (un po’ vi abbiamo contribuito anche noi, perché qualche preside magari non ci voleva concedere l’uso), ma quei regolamenti stessi sono stati usati prettamente come strumento di consenso P-O-L-I-T-I-C-O! Invece di attribuire funzioni specifiche alle singole strutture, cioè destinando ciascuna a un certo tipo di disciplina, ci hanno costretti a una “guerra tra poveri”. Ci si ritrova tutti, cioè, a dover condividere strutture di 600 metri quadrati ove si può fare Karate, sì, ma anche Pallavolo o Pallacanestro…

d: …e questo penalizza gli sport minori…

r: Sì, ma “minori” tra virgolette, però! Ma a un certo punto la gente si è stancata di andare dall’assessore o dal preside di turno, e si è messa in proprio, dando vita a palestre private e consentendo finalmente a tantissima gente di fare sport.

d: Cosa voleva dire quando parlava di speculazione a fini politici?

r: Che per avere una certa struttura a un certo punto dovevi confrontarti col tale assessore, ma –ripeto- la criticità maggiore consiste nel non aver attribuito tipologie o finalità specifiche alle palestre. Senza contare che le politiche federali –a livello sportivo- hanno il sopravvento sulle politiche dello “sport per tutti” (messe in atto dagli enti di promozione): ecco perché sarebbe più opportuno, come si faceva un tempo, dare in gestione determinati spazi a federazioni o a enti/associazioni, le quali devono essere tuttavia esonerate (com’era un tempo) da custodia, pulizia, manutenzione etc. Oggi invece accade che questi oneri se li assumono sì le amministrazioni (dietro corresponsione di un canone), ma il servizio offerto non è certo eccellente, spingendo molti –come dicevo- a dirottarsi sul privato. Faccio un esempio: noi del Karate ci esercitiamo scalzi e col kimono bianco, il che rende necessari spazi puliti, ma puntualmente nella palestra dataci trovavamo qualcosa di rotto; poiché l’obbligo di segnalare è il nostro, io alla fine sono stato anche tacciato (da un preside) di essere un “rompiscatole”! Cioè di essere l’unico a denunciare.

d: Tutte queste difficoltà nella città “Capitale Europea dello Sport”?!

r: Al netto della Pandemia, posso dirle che –per quanto ci riguarda- abbiamo potuto utilizzare quel logo soltanto in due manifestazioni. Ma di questa “Capitale dello Sport”, di manifestazioni di questo genere insomma, beh, io non ne ricordo. Sa cosa rimpiango? I “Maggi potentini” di una volta, quando per un mese erano impegnate TUTTE le discipline sportive. Che cosa non abbiamo fatto! La marcia dello sport, manifestazioni a Montereale. Oggi, per fortuna, restano realtà come “Più sport”, con un ex assessore che riesce, nonostante le difficoltà, a far rivivere in parte queste cose.

d: Al sindaco Guarente, se potesse prenderlo sottobraccio, cosa direbbe?

r: Di essere più vicino al mondo dello sport. Ma non “a chiacchiere”. Ogni volta che lo invitiamo, non lo vediamo mai.

d: Potenza ha ospitato il Giro d’Italia, ma a margine del grande evento ci sono state polemiche sulle strutture e le opportunità che mancano per i “ciclo-pedoni” cittadini; senza contare la vicenda tragi-comica delle “rastrelliere” per biciclette poste a ridosso del Palazzo del consiglio comunale, e poi tolte –pare- per gli strepiti di qualche consigliere di maggioranza!

r: Il Giro d’Italia poteva essere un’occasione per dimostrare che è possibile cambiare volto alla città. L’effetto è durato in tutto una settimana, ma perlomeno ha dimostrato che le cose –se si vuole davvero- si possono fare. Io mi alzo la mattina presto per lavoro, e in giro vedo sempre gruppetti e grupponi di gente che cammina, corre o va in bicicletta. Quindi la voglia c’è.

d: Ma la città è pronta ad accoglierla?

r: No, e si DEVE adeguare. Il parco Fluviale può essere un esempio: pare che questa pista ciclabile arriverà fino al Pantano di Pignola, ma è una cosa turistica. In città, invece, certe indicazioni dovrebbero essere raccolte al massimo e trasformate in politiche attive.

d: A cosa, secondo lei, bisognerebbe dare un bel calcio in bocca?

r: Senz’altro alla burocrazia. Ce n’è troppa. C’è troppa gente messa lì, che di sport o attività sociali non capisce nulla. Qualcuno dice che la burocrazia è anche sinonimo di trasparenza, ma non è così, perché certe cose –se non le vivi (come invece accade ai promotori dello sport e del sociale)- non le puoi nemmeno gestire, né capirne le criticità. Il volontariato va dunque valorizzato, messo a sistema: lo abbiamo visto con la Pandemia, quel mondo si è rivelato un prezioso valore aggiunto.

d: A chi le piacerebbe dare qualche lezione di Karate?

r: Eh (ride). Agli amministratori. La lezione? Diventare più umani e meno burocrati. Se non mettiamo al centro la Persona, non andiamo da nessuna parte.

d: Il film, la canzone e il libro che la rappresentano?

r: Adoro i western, leggo moltissime riviste su caccia, sport e natura, nonché libri sul corpo umano. E mi piacciono moltissimo le canzoni napoletane.

d: La frase con cui –fra cent’anni- vorrebbe essere ricordato, magari affissa in una palestra?

r: “Un atleta, un maestro, che ha sempre cercato in tutti i modi di fare lo sport in sicurezza”

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di Walter De Stradis

 

 

 

Una delle (non moltissime, in realtà) istituzioni del calcio lucano è sicuramente lui, un Serbo, ex Jugoslavo, naturalizzato Potentino (parole sue): un distinto e magrissimo signore che corrisponde al nome di Ranko Lazic.

Cinquantanove anni, ex giocatore del Potenza (ma prima ancora nel Partizan Belgrado), allenatore a Villa D’Agri, Savoia, Lavello e Melfi, dopo sedici anni (!) in panchina al Francavilla, è passato dietro la scrivania (direttore generale) per volere e necessità dei Cupparo.

Alcuni lo definiscono il Boskov (per la saggezza e l’uso frequente di motti e proverbi) lucano, altri il Ferguson (per la longeva fedeltà alla sua attuale società calcistica) di Francavilla, ma lui sembra definirsi semplicemente uno con “la testa nel pallone”.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Fa delle domande troppo difficili! Sono in ferie e mi volevo rilassare! (risate) Sono figlio di grandi lavoratori, di gente che ha fatto dei sacrifici e pertanto cerco di trasmettere questi valori nella mia famiglia (vivo per loro), rispettando e dando il massimo sul posto di lavoro.

d: Parlava di “grandi sacrifici”, infatti lei è Serbo, ma nato in Kosovo, in un momento particolarmente difficile (che continua ancora oggi).

r: Sono stato lì fino a sette anni, e poi -fino ai quattordici- ci tornavo l’estate per dare una mano a mio zio nell’agricoltura. Ho avuto un’infanzia bellissima, ma tornandovi via via notavo che le cose cambiavano: l’atteggiamento degli Albanesi-Kosovari si faceva sempre più duro nei nostri confronti, fino a quando siamo diventati minoranza etnica e siamo andati quasi tutti in Serbia.

d: Successivamente ha vissuto nella Jugoslavia del maresciallo Tito. A microfoni spenti mi diceva però che non sempre il diavolo è brutto come lo si dipinge.

r: Che dire. Io e la mia famiglia siamo cresciuti sotto il regime di Tito, ma non posso certo affermare che si stava male, no. Si stava anzi molto bene, con regole ben precise. Magari voi eravate informati diversamente: per proteggere il vostro modello di vita eravate indotti a pensare che Tito fosse un dittatore. Forse lo era anche, ma ripeto, noi vivevamo bene, e molti oggi lo rimpiangono. Ad esempio, Tito regalò alla mia famiglia un appartamento...

d: Suo padre era del partito?

r: Sì, ma nel partito non ci entrava chiunque, solo i migliori, quelli che si distinguevano nel lavoro, nello sport o nell’esercito. Ma in ogni caso non era una cosa opprimente, bensì -nei fatti, al di là dei divieti ufficiali- piuttosto tollerante. Ripeto, magari fuori dal Paese si diceva che in Jugoslavia si mangiavano i bambini, ma io non ho visto questo.

d: Oggi si definirebbe un comunista?

r: Venendo in Italia, questa cosa di essere democratico o comunista si è persa, perché ognuno fa e dice come gli pare. Ma neanche quando ero lì ero comunista, non mi interessava; mi chiesero di diventarlo perché ero un buon soldato, e mi diedero tre libri da leggere, ma la politica non mi interessava. Ero uno sportivo.

d: Immagino però che lei o la sua famiglia abbiate vissuto -direttamente o indirettamente- la guerra nei Balcani; oggi siamo alle prese col conflitto russo-ucraino... e prima diceva che in Italia arrivano solo un certo tipo di notizie.

r: All’epoca della guerra nei Balcani uscivano notizie che difendevano solo il vostro operato, ma parlando al telefono con chi era lì (io ero già andato via), beh, la musica era diversa. E’ chiaro, la guerra fa schifo, è sempre sbagliata e in guerra sbagliano tutti, però non me la sento di dare ragione a questa o a quella parte. La verità è che la responsabilità è dei leader, che decidono di portare in guerra la povera gente, per coltivare interessi politici particolari. E la povera gente muore. Odio la guerra: all’epoca della guerra nei Balcani io mi trovavo già qui e a causa dell’embargo non potevo nemmeno andare a trovare i miei genitori e i miei fratelli! Chi ha ragione oggi? Nè Putin né Zelesky ce l’hanno. A morire sono donne e bambini. Un domani se ne riparlerà, com’è successo con la Serbia e col Kosovo. Questa cosa non doveva proprio iniziare, e adesso è dura davvero. Speriamo finisca presto.

d: Cambiamo argomento e passiamo allo sport. Quando ha capito che il calcio sarebbe stato la sua vita?

r: Da sempre, già a otto anni. Ho giocato in squadre importanti, Ofik, Partizan... ma non ho avuto una grossa carriera come calciatore, anche se la sognavo. Non riuscii a sfondare (forse anche per colpa mia, scelsi l’Italia invece dell’America, ove invece si sono “sistemati” molti miei amici e hanno giocato pure nella nazionale Usa), e un giorno -per caso- mi proposero di fare l’allenatore a Villa D’Agri, e da quel momento in poi è iniziata questa mia attività.

d: E della sua carriera come allenatore si sente soddisfatto?

r: Non ho mai pensato a fare “carriera” (anche se ho pure il patentino da serie A), ma mi sono sempre legato molto alle persone e alle realtà che trovavo: sei anni a Villa D’Agri, quattro a Melfi e diciassette con la famiglia Cupparo a Francavilla. Se qualcuno rispetta Lazic, Lazic rispetta lui e non lo abbandona mai.

d: Anche il Potenza l’ha cercata. Sono stati approcci seri? E perché non sono mai andati in porto?

r: Sì, ci sono stati approcci seri, ma anche col Matera. Ripeto: Maglione a Melfi mi trattò benissimo, e pertanto rimasi lì, nonostante le offerte. Non so, magari è un mio difetto, ma sono fatto così: mi lego alle persone.

d: E perché oggi a Francavilla ha smesso di sedere in panchina e si è messo dietro una scrivania?

r: Guardi, anche quando ero l’allenatore del Francavilla, facevo già pure questo, in realtà facevo tutto (allenavo persino i bambini), ma sempre col massimo rispetto per chi mi era a fianco. I Cupparo negli ultimi anni hanno dovuto concentrarsi molto sulla loro azienda, e quindi oggi hanno delegato a me (essendo il loro uomo di fiducia) gli aspetti calcistici.

d: Lazic-allenatore è un capitolo definitivamente chiuso?

r: Finché resto a Francavilla sì. Poi non si sa mai, se costretto (dalle circostanze o dagli eventi: nel calcio può accadere di tutto) potrei tornare anche a fare il mister, che è la cosa che mi piace di più.

d: L’ultima stagione però è stata entusiasmante.

r: Siamo più completi, e io cerco di dare all’allenatore ciò che gli serve, lo proteggo. Ed è un aspetto sul quale io, da mister, non potevo contare.

d: Lei si divide fra Francavilla e Potenza, dove vive la sua famiglia. Lei dove si trova meglio?

r: Diciamo che sto più spesso a Francavilla, ove mi conoscono tutti, e viceversa, dai bambini di cinque anni agli anziani di cento! A Potenza ci vivo più che altro d’estate, ma anche qui ho molti amici, coi quali gioco a calcetto.

d: Sua moglie e i suoi figli sono Lucani, e ormai lo è anche lei: se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Gli direi che io sono Serbo, ex Jugoslavo, naturalizzato Lucano e Potentino, e che quindi conosco tutti i problemi della regione, specie dei giovani. Gli direi che la Basilicata è bellissima, ma va sfruttata meglio. Non bisogna pensare solo alla Fiat o al petrolio, ma anche al turismo, alle infrastrutture. Pertanto direi a Bardi: lo so che è difficile -anche per lui- fare in cinque anni tutto ciò che non si è fatto in quaranta, ma i paesi sono rimasti vuoti e i giovani sono tutti fuori. Io ho due figli senza lavoro: non ci fate emigrare di nuovo in Lombardia! Fateci rimanere qui! Ecco, questo direi a Bardi, che stimo e rispetto, e lui sa cosa deve fare, ma gli chiederei di far rimanere qui i nostri figli e nipoti.

d: E a Macchia, neo presidente del Potenza, cosa si sente di dire? Che impressione si è fatto?

r: Caiata ha fatto cose incredibili col Potenza e bisogna fargli i complimenti. A Macchia va detto innanzitutto un “bravo” per il coraggio (fare calcio a Potenza non è facile), confidando che punti molto anche sui settori giovanili. Gli auguro un gran bene, sperando che non si limiti a fare calcio per due-tre anni, come spesso accade, bensì in un’ottica più duratura. A Francavilla c’è un progetto che va avanti da 25 anni, e se non fosse stato per i limiti invalicabili delle strutture (che non abbiamo), con questa società alle spalle avremmo potuto tranquillamente fare la Lega Pro! Potenza queste possibilità ce le ha, e auguro ai potentini che vengano sfruttate al massimo. Sono malati di calcio, quando mi è capitato di batterli, li ho visti piangere. Meritano molto: non deludeteli.

d: Mi dice il libro, il film e la canzone che la rappresentano?

r: Libri ne ho letti tanti, ricordo un direttore che mi costringeva e leggere “Guerra e pace”, che è di mille pagine, e io ci passavo i pomeriggi, mentre i miei amici dabbasso mi chiamavano per giocare a basket (da buoni Serbi)! Diciamo quindi che preferisco i libri sportivi, credo di averli letti tutti! (ride). Su film e canzoni non ho gusti particolari, la mia testa è troppo spesso “nel pallone” (risate).

d: Mettiamo che al campo di Francavilla, fra cent’anni, scoprano una targa a suo nome: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Lei mi tocca a livello emotivo, e lì non mi deve toccare (sorride). Come dicevo, sono consapevole che non possiamo andare oltre la serie D, anche se avessimo vinto il campionato non ci saremmo iscritti, perché fare lo stadio con le regole imposte dalla Figc ci è impossibile. Uno stadio da cinquemila posti, per un paese di quattromila abitanti non mi sembra realizzabile, insomma. Come vorrei essere ricordato? Io cerco di dare tutto me stesso… a scrivere qualcosa magari ci penserà chi verrà dopo.

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