landi_e_de_stradis.jpgMentre parliamo, non posso

fare a meno di notare alcuni

dei suoi (molti) tatuaggi.

Due sono dedicati ai

fi gli, un altro, sul braccio

sinistro, raffi gura un leone, probabilmente

il suo lato “animale”. Ma ce n’è ancora di

spazio, su due metri e tre di altezza, per

futuri ornamenti.

Aristide Landi, trentenne campione di

basket potentino (ha vinto gli europei

con la nazionale under 20 nel 2013 ed

è attualmente in forza al Torino, in A2),

fi glio d’arte (il padre Edmondo è stato

una leggenda locale), da quindici anni gira

per l’Italia con successo (Bologna, Roma,

Trieste, Milano), ma ogni volta che torna

nella sua Potenza, man mano gli si delinea

in testa con più chiarezza un “disegno” che

riguarda la sua città.

D - Come giustifica la sua esistenza?

R - La ricollego certamente all’ambito sportivo.

Devo tutto a mio padre, poiché è lui che

mi ha trasmesso questa grande passione,

andavo a vedere le sue partite quando

ancora ero nella pancia di mia madre.

Quest’ultima, invece, giocava a pallavolo;

insomma ho avuto due genitori sportivi

che da sempre mi hanno accompagnato e

assecondato questa mia voglia di emergere.

D - Le sarà mai capitato di sentirsi dire nella

sua carriera: “Ah, sei di Potenza? Ma

Potenza dove si trova? “

R - Sempre. Tutti i giorni. Ma lo vivo come un

punto a favore, è un orgoglio. Anche se torno

a casa una volta l’anno per me rimane una

gioia immensa. Per me questa è casa e guai

a chi me la tocca.

D - In realtà mi ha fornito uno spunto. Suo

padre è stato un grande personaggio del

Basket potentino, mi pare di aver letto a

tal proposito su Facebook un post di un

personaggio politico locale nel quale si

sottolineava che proprio suo padre qui

non è mai stato celebrato come merita.

Lei è d’accordo?

R - In realtà con quel politico, Smaldone, ho

avuto modo di incontrarmi di persona e di

intrattenere una piacevole chiacchierata.

Sono rimasto particolarmente legato

nel tempo alle parole dell’ex assessore

Ginefra il quale aveva dimostrato la

volontà di intitolare il Coni in memoria

di mio padre. Sono a Potenza da qualche

giorno e, insieme alla mia compagna, mi

è capitato di apprendere che ci sarebbe

la volontà, sempre in merito alle sorti del

Coni, di destinarlo ad un progetto differente

e ai cosiddetti “sport minori” come le arti

marziali. Le dico la verità, ne ho sofferto

molto. Mi sarebbe piaciuto che proprio lì,

nella sede del Coni, ci fosse stato un campo

da Basket, magari dedicato a mio padre.

Quando ho saputo che sarebbero stati

privilegiati altri sport un po’ ne ho sofferto.

Io sono nato in quella palestra, andavo a

vedere mio padre giocare anzi, dico di più,

avrei voluto dare una mano durante le fasi

della ristrutturazione, sarebbe stato anche

un modo per fare emergere qualche nuovo

talento locale nella pallacanestro. Con

Pierluigi Smaldone, come dicevo poc’anzi,

c’è stata una piacevole e produttiva

chiacchierata, speriamo che qualcosa si

muova. Vedere il Coni in quelle condizioni

fa male al cuore. Quando si parla del Coni a

Potenza l’associazione con la Pallacanestro

è immediata.

D - Lei è uno dei pochi sportivi di successo

che ho sentito, che parla di fare qualcosa

per la città. Magari al termine della sua

carriera da giocatore ha intenzione di

ritornarci e riversare qui le competenze

e le abilità acquisite?

R - Io ho ancora molti amici che sono rimasti

qui e che sono degli sportivi. Quello che

non riesco a comprendere è come sia

possibile che oltre a me non ci sia stato più

nessun giovane ad emergere nel basket.

Qui ci sono tante società, ma ognuna

lavora per conto suo. Quando stavo a

Bologna, ad esempio, c’erano la Virtus

e la Fortitudo, il top a livello italiano nel

settore giovanile. Ebbene anche tutte le

altre società collaboravano tra di loro. Tutti

facevano squadra per provare a fare un

settore giovanile di qualità. Semplicemente

ci si metteva tutti insieme, mentre qui

questa cosa non accade, ognuno coltiva il

suo orticello. È visibile a un occhio esperto

come il mio che tra le società locali non ci

sia armonia. E questo purtroppo è il nostro

limite.

D - È per questo, secondo lei, che rimane

l’unico a essere emerso?

R - Magari ho avuto la fortuna di nascere con

un talento, ma dietro ci sono tanti sacrifici e

un duro lavoro. Io devo ringraziare Gaetano

Larocca che mi consentiva di tirare al

campetto nei giorni di libertà. Ci rimanevo,

a volte, anche fi no alle due di notte. Vorrei

tanto provare e fare qualcosa di bello per

la mia città, anzi, dopo la chiacchierata

con Smaldone ho buttato giù qualche idea,

magari per la prossima estate.

Non voglio costringerla ad anticipare

qualcosa, ma secondo lei cosa si potrebbe

fare?

Un camp professionale per i giovani. Voglio

metterci la faccia e perché no, sponsorizzare

una società, ma coinvolgendo tutti.

Vedremo.

E secondo lei a strutture sportive come

siamo messi? Potenza è stata anche Città

europea dello sport, ma non se n’è accorto

nessuno.

Di certo c’è molto da lavorare. Io ho

trascorso buona parte della carriera nelle

città top italiane ove non mi sono mai potuto

lamentare delle strutture. Qui ce ne sono

tante, forse pure troppe per le dimensioni

della città stessa, quindi è normale che non

si riesca ad averle tutte perfette, poiché i

costi sono elevati. Le strutture principali

come il Pala Rossellino o la Palestra Vito

Lepore -grazie anche al supporto delle

società che se ne servono- devono però

essere riqualifi cate, specialmente per ciò

che concerne il parquet, i canestri o le

dimensioni del campo. È ovvio che le società

da sole non ce la possono fare, pertanto si

rende necessario anche il supporto delle

istituzioni competenti.

Quando le capita di tornare, come “vede”

la sua città?

Ho trovato tanti locali nuovi e un bel

fermento, specialmente durante il weekend.

Si mangia bene e si beve altrettanto bene.

In merito ai collegamenti direi qualcuno

buono, altri peggiori, ma le buche purtroppo

non mancano mai. Ma qui sto bene e non mi

lamento.

D - Come immagina il suo futuro postbasket?

R - Per ora non ci voglio pensare. Mi piacerebbe

però molto allenare o, chissà, mi dedicherò

agli investimenti che ho fatto.

D - Qual è il suo più bel ricordo in ambito

sportivo?

R - Quando ho vinto l’Europeo Under 20

o la promozione con la Virtus Roma. O

forse anche il mio rientro a seguito di un

bruttissimo infortunio durato otto mesi. Mi

ero fatto male durante una semifi nale per

lo scudetto con l’Under 17, se non sbaglio.

Mi sono rotto il crociato e ricordo che

nonostante tutto mi allenavo otto ore al

giorno solo per fare terapia. Quando sono

rientrato in campo è stata una bellissima

soddisfazione.

D - Viviamo in un Paese di calciatori e

allenatori. Nel caso specifico del Basket,

vi sentite un po’ trascurati dai media?

R - È normale rispondere sì. In Italia gira tutto

intorno al calcio. Qui c’è poca spinta sulla

pallacanestro.

D - Però forse la pallacanestro è anche più

salutare?

R - Tutti dicono che lo sport fa bene, ma non

hanno visto le Tac e le Risonanze (risate

generali, ndr). Insomma lo sport fa bene, ma

puoi avere in futuro qualche problemino.

D - La canzone che la rappresenta?

R - “The show must go on”, anche perché mi

ricorda un periodo duro della mia vita. Ma

ascolto un po’ di tutto.

D - Il libro?

R - Le dico la verità: non sono un lettore.

D - In cosa spera che la Basilicata vada a

canestro”?

R - Bella domanda! Spero che riparta dai

giovani e dallo sport, che penso sia un

elemento che possa in qualche modo

salvare, nel caso specifico, Potenza. Ho

seguito un po’ il Potenza Calcio e ho visto

che c’è un presidente che ha investito

molto. Spesso qui nel Basket non accade,

perché ognuno vuole comandare ed essere

al centro. Basterebbe investire in una sola

società e mirare a giocare in B.

de_stadis_e_votta.jpg

 

 

 

 

Guardalinee: il signor

Votta da Moliterno”.

Un tempo Ameri, o magari Pizzul,

avrebbe sicuramente annunciato così l’esordio

in serie A (avvenuto

a maggio scorso), del trentaduenne Federico

Votta, giovane dall’aplomb inglese che “nella

vita” segue il commerciale in una ditta di

trasporti e logistica. Linguaggio d’altri tempi

a parte (ma è doveroso segnalare il mancato

aggiornamento in materia dello scrivente), è

opportuno precisare (e anche l’interessato pare

tenerci) che gli “assistenti arbitrali” (termine

più moderno) con la bandierina, al pari degli

arbitri, nel gergo sportivo vengono abbinati al

comune della sezione arbitrale (in questo caso

Moliterno) e non a quello di nascita (sempre in

questo caso, Marsico Nuovo).

D - Da bambini un po’ tutti sognavamo di

diventare calciatori...lei invece sognava di

diventare arbitro?

R - (Sorride) No, a dire il vero, sognavo anch’io

di fare il calciatore, ma poi una serie di

vicissitudini mi ha portato a intraprendere il

percorso arbitrale, di cui mi sono innamorato.

Quel che è certo, è che di base ci vuole

comunque una grande passione per il calcio.

D - Lei ha iniziato come arbitro in mezzo al

campo, facendo molta esperienza in serie

D, e successivamente è diventato assistente

arbitrale, quello che una volta si chiamava

guardalinee”. In questa veste, il 13 maggio

scorso, ha esordito in serie A, nella partita

Fiorentina-Monza.

R - Sì, in serie D ero arbitro, ma non sono

riuscito a passare in C; ho quindi fatto un

corso di qualificazione (messo a disposizione

dall’Associazione Italiana Arbitri); l’ho

superato e ho iniziato dalla serie superiore,

ovvero la C, il percorso di assistente arbitrale.

Dopo cinque anni, ho ricevuto la promozione

alla CAN( Comitato Nazionale Arbitri serie A

e B).

D - Rispetto all’arbitro un assistente arbitrale

ha maggiori o minori pressioni?

R - E’ una cosa molto soggettiva, che in realtà

dipende molto dal nostro approccio. Se guardo

indietro alla mia carriera, mi accorgo che

provavo più tensione in una partita di Prima

Categoria di un certo tipo, rispetto, magari, a

quella di serie A che ho fatto.

D - I calciatori sono molto scaramantici. Gli

arbitri pure? Anche lei fai gli scongiuri

prima di una partita?

R - (sorride). L’arbitro è molto scaramantico, e lo

sono anch’io. E anch’io, come tutti, ho i miei

riti, prima della gara, dopo la gara, o durante

gli allenamenti.

D - E’ difficile ammettere un errore? Cosa si

prova, in quel caso, rivedendosi in tv?

R - I primi ad addolorarsi per un eventuale errore

siamo proprio noi. Ma fa parte del gioco. Così

come un giocatore può sbagliare un calcio di

rigore, un arbitro o un assistere arbitrale può

sbagliare su un fuorigioco o su un fallo. La

chiave di volta risiede in come reagiamo.

D - Lei in serie D ha arbitrato in tutta Italia. Ha

notato differenze tra Nord e Sud?

R - Sicuramente al Sud mi è capitato di arbitrare

gare con un clima ben diverso, magari, rispetto

a gare del Nord, ove c’è un clima più sereno.

Questo dal punto di vista ambientale. Dal

punto di vista tecnico, invece, non ho notato

grandi differenze.

D - Sono sicuro che di aneddoti, anche coloriti,

da raccontare ce ne sono. Le è mai capitato

di dover essere scortato dai Carabinieri? Ha

mai ricevuto minacce?

R - Di aneddoti in effetti ce ne sarebbero. Ricordo

in particolare una gara di Interregionale,

a Palmi, in Calabria. La gara andò bene,

ma c’era comunque molta animosità e i

Carabinieri preferirono scortarci all’uscita

dalla stadio. Ma niente di particolare, in realtà.

Episodi molto eclatanti non ce ne sono stati.

D - Una cosa che in campo la fa particolarmente

arrabbiare?

R - Non me ne viene in mente nessuna, anche

perché sul campo bisogna essere pacati,

evitando di “arrabbiarsi”.

D - C’è una figura alla quale si inspira, in

particolare?

R - Di sicuro, ma preferisco tenerla per me.

(sorride)

D - Ci può dire almeno chi è stato, a suo avviso,

il miglior arbitro italiano?

R - Anche questo lo tengo per me (sorride).

D - Dopo l’esordio in serie A, ci saranno altre

partite?

R - Dipenderà tutto da me. Ogni anno si riparte da

zero. Sicuramente la designazione di serie A è

stata qualcosa di emozionante, un sogno che si

è avverato.

D - Come avviene materialmente?

R - E’ l’arbitro che chiama il team arbitrale. E

quindi, molto semplicemente, mi ha telefonato.

Di lì è scoppiata la gioia.

D - Facile immaginare che finora, sia il ricordo

più bello.

R - Beh, ce ne sono tanti altri. Sa, ciò che ci lascia

questa carriera è anche tutto ciò che c’è

intorno: l’Associazione, la conoscenza di tante

persone in giro per l’Italia, le amicizie che

nascono e che ti porti dietro per anni, anche

fuori dal contesto sportivo.

D - Quanto dura la carriera di un arbitro? E’

più lunga di quella di un calciatore o magari

oggi corre in parallelo?

R - Dai quattordici anni ai quaranta è possibile

frequentare il corso. Poi, tutto dipende dalla

capacità e dalla bravura del singolo nel

superare le varie categorie. Una cosa è certa:

tutti partono dallo stesso punto, ovvero il

settore giovanile, per poi approcciarsi alle

categorie maggiori. In generale, però, la

tempistica è comunque soggettiva.

D - Lasciando lo sport vero e proprio per un

attimo e concentrandoci sulla nostra regione

in generale, la domanda viene facile: per

quali aspetti, la Basilicata, è ancora in

fuorigioco”?

R - Va spesso in fuorigioco perché ancora non ha

una mentalità del tutto aperta su certi temi.

Tende a chiudersi, piuttosto che ad aprirsi,

piena com’è di opportunità e potenzialità.

D - Su cosa siamo ancora... “chiusi”?

R - Direi istruzione, trasporti, logistica. E poi i

collegamenti. Siamo ancora indietro rispetto

ad altre regioni, in termini di treni e aerei, e

questo certo non ci apre alle opportunità che si

potrebbero cogliere.

D - Lei lavora proprio nei trasporti: anche le

nostre strade non sono messe benissimo.

R - Beh, quello dipende un po’ anche dalla

morfologia del territorio, ma è il mio personale

pensiero.

D - A chi dare il cartellino giallo, o addirittura

rosso? Alla politica? Ai lucani stessi?

R - (Sorride). Non mi permetto di dare cartellini

rossi...

D - Almeno un giallo, su.

R - No, no, io faccio l’assistente. Sicuramente,

posso dire che abbiamo margini di

miglioramento, sotto tutti i punti di vista,

dal lato associativo- senz’altro- dal lato

politico e anche imprenditoriale. Qualcosa sta

sicuramente cambiando e stiamo progredendo,

ma si può fare meglio. Dal momento in cui

vedremo il successo di un’altra persona come

un’opportunità per tutta la collettività, e non

come un ostacolo, potremmo sicuramente

giovarne tutti.

D - Ecco, dopo il suo esordio in serie A, la

politica l’ha chiamata per complimentarsi?

Non so, ha ricevuto una targa...

R - Sì, assolutamente. Devo infatti ringraziare

sia il sindaco di Marsico Nuovo, Massimo

Macchia (che mi ha trasmesso la gioia di

tutta la comunità), sia il sindaco di Moliterno,

Antonio Rubino, che tra l’altro è un collega,

nominato da poco presidente degli arbitri

regionali. Mi sono stati vicino entrambi. Hanno

sentito come loro, anche, il raggiungimento del

mio traguardo. Ma anche la classe calcistica

lucana ha gioito di questo risultato.

D - Come presidente dell’Aia di Moliterno, cosa

possiamo dire del rapporto dell’Associazione

con le istituzioni e col territorio? Tutto bene

o qualcosa potrebbe andare meglio?

R - In questi tre anni di presidenza ho sempre

avuto il supporto delle istituzioni per le nostre

iniziative. Va detto, infatti, che noi ricopriamo

anche un ruolo sociale importante: i ragazzi

hanno realmente e concretamente la possibilità

di crescere come persone, di portarsi

l’esperienza arbitrale nella vita.

D - Se dovesse fare uno “spot”, rivolto a un

bambino o a un giovane, cosa direbbe a

proposito della carriera arbitrale?

R - Che ti fa crescere come persona, migliorando

le cosiddette “soft skills” da utilizzare anche

nella vita e nel lavoro.

D - E a lei, nella vita e nel lavoro, cos’ha dato

l’essere arbitro e assistente arbitrale?

R - Mi ha fatto maturare come persona, come

genitore e come sportivo a tutto tondo.

D - Le ha dato più autocontrollo?

R - Mi ha permesso di trovare la versione migliore

di me, anche se è un percorso in continua

evoluzione.

D - Il film, il libro e la canzone che la

rappresentano?

R - Il film “Inside Out”; la canzone “Vado al

massimo” di Vasco; il libro “Semplici strategie

per grandi miglioramenti”, della

bravissima

 

arnole.jpg

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

Una volta la curva del Viviani gli dedicò uno striscione in cui si invocavano -anziché i soliti “11 Leoni”- “11 Nolè”. Oggi, a 40 anni, dopo una carriera notevole, arrivando a militare in serie B con Messina e Ternana (e, come ci racconterà, sfiorando anche la A), la seconda punta potentina, Angelo Raffaele Nolè, non sa ancora se continuerà a giocare nel suo Francavilla (serie D, in cui milita dal 2019), o se magari farà “il grande salto”.

d - Raffaele, noi la stiamo intervistando in un momento “di attesa” della sua carriera sportiva.

r - Sì, c’è questo bivio. Stiamo valutando con la società del Francavilla...c’è anche la possibilità di diventare allenatore della prima squadra.

d - Dunque lei ha già il patentino.

r - Sì, l’ho preso a Coverciano quattro anni fa.

d - Quindi, in ogni caso, non sarà un “ex” del calcio.

r - Sicuramente no.

d - Le faccio solo adesso la domanda iniziale: come giustifica la sua esistenza?

r - Col sacrificio. E col non accontentarsi mai. E’ stata questa la mia forza, che mi porto dietro sin da bambino. Ho iniziato a giocare, da solo con i grandi, a sedici anni, in Eccellenza con l’Asc Potenza (dopo il percorso nell’Asso Potenza e prima ancora nella vecchia “Paolo Ferri”).

d - Qual è stato il momento della sua vita in cui ha capito che avrebbe giocato a calcio per professione?

r - Non saprei, è stato un percorso naturale. Già a cinque/sei anni andavo alla scuola calcio, sicuramente ero già proiettato verso questo sport.

d - Tra l’altro lo sport è di casa: sua sorella Francesca è una nota pallavolista. Desumo che i vostri genitori vi abbiano sempre supportati, piuttosto che pretendere -che so- lauree in medicina a tutti i costi.

r - Non si sono mai intromessi, spingendoci casomai a fare con serenità ciò che ci piaceva e ci rendeva felici. Anzi, direi che il problema di oggi è la troppa ambizione e le troppe pressioni che alcuni genitori infondono nei loro figli, aspettandosi che diventino subito come Cristiano Ronaldo.

d - Immagino parli con cognizione di causa.

r - A Coverciano qualcuno ci disse: “Se aprite una scuola calcio, appendente subito uno striscione con la scritta: NON VOGLIAMO I GENITORI”.

d - Addirittura.

r - Eh, sì, se il bambino vede i genitori sugli spalti che lo incitano o lo rimproverano, beh, gli viene l’ansia. E tutto ciò crea difficoltà anche al mister.

d - Vanno a rompere le scatole pure a lui.

r - Ripeto, è un problema che sta avendo questa generazione.

d - Immagino che a Coverciano abbia conosciuto ex calciatori molto famosi.

r - Mi sono ritrovato, da tifoso juventino, con uno dei miei giocatori preferiti, Barzagli, un vero combattente. Ma c’era anche Sorrentino...eravamo un gruppo di sessanta, tutti provenienti da serie B e serie A.

d - Da questi grossi personaggi c’è sempre e comunque da imparare, o magari a volte si riamane delusi?

r - Un po’ e un po’. Di alcuni di loro ti accorgi subito che sono portati per la carriera di allenatore o di dirigente; di alcuni altri ti rendi conto che sono arrivati lì... con un pizzico di fortuna.

d - Il famoso fattore “C”. Lei è soddisfatto della sua carriera?

r - Molto. Perché sono partito dalle “parti basse”, dall’Eccellenza, e sono salito di categoria, ma non grazie al supporto di qualche procuratore, bensì vincendo i campionati: prima l’Eccellenza, poi la D, poi la C2 (la famosa partita col Benevento) e poi ancora la C1 (con la Ternana). Sono infine arrivato in serie B, ma mi è mancato quel piccolo “gradino” finale per salire ancora. E qui c’è un po’ di rammarico, perché mi sono infortunato nel mio momento più bello: avevo ventisette anni, l’età della maturità, e avevo già quasi firmato il contratto col Parma, in serie A. E invece il 26 dicembre mi ruppi il crociato a Padova, in serie B. Tutto sfumato.

d - Come si fa a risalire dopo una grande delusione del genere?

r - E’ stato un momento difficile, perché calcisticamente ero al mio apice (da poco il mister mi aveva dato anche la fascia di capitano). Però, come dicevo, sono uno nato “dal basso”, mi sono fatto da solo, e ho continuato a crederci, col sacrificio.

d - Lei ha sottinteso che i procuratori possono favorire anche le carriere di giocatori mediocri.

r - Beh, sa, un procuratore importante ha un gruppo di giocatori, in cui ci sono di solito alcuni calciatori di fama. E quindi conosce direttori importanti, coi quali a loro volta si consigliano i dirigenti delle squadre minori. Accade quindi che un procuratore del genere “piazzi” un giocatore importate in una squadra, “abbinandogli” anche qualcheduno meno bravo, suggerito sempre da lui. Quel pizzico di fortuna, poi, come dicevo, fa il resto.

d - E qui, nella sua città, ritiene di aver dato tutto quello che poteva o si aspettava di dare?

r - Io iniziai con l’Asc Potenza, che poi si fuse con l’Fc Potenza. Facemmo tre anni in serie C2, vincendo infine il campionato (poi fui acquistato dal Rimini). Direi che il mio sogno si è realizzato, dal momento che ogni bambino sogna di giocare nel Potenza e di vincerci qualcosa. E mi porterò sempre dietro una cosa: la curva rossoblu, che per sua scelta non ha mai tifato il singolo, quanto l’intera squadra, mi dedicò uno striscione gigantesco, con la scritta: VOGLIAMO 11 NOLE’.

d - Tra l’altro “Nolè” è quasi l’anagramma di “Leone”.

r - (ride) E’ vero!

d - Qualcuno di quella curva è diventato anche sindaco, assessore. E’ contento di questo?

r - (sorride) Certo, mi ha fatto piacere.

d - Lo ha anche votato?

r - (ride). In quel periodo ero fuori, non avevo modo.

d - Negli ultimi tempi è approdato a Francavilla. Abita anche lì?

r - Sì, mi portai la famiglia durante il Covid. Poi mia figlia ha iniziato la scuola, e quindi, anche per fare contenta lei che si è fatta gli amici, sono rimasto lì.

d - Lei è tornato nella sua regione solo da qualche anno, dopo essere stato fuori per molto tempo: come ha trovato Potenza?

r - Dispiace vedere tanti giovani che vanno via. Così si perde un po’ di “anima”. Tuttavia rimango fiducioso e confido che si punti su di loro.

d - Potenza è stata Città Europea dello Sport, ma non se n’è accorto nessuno, anche a causa della pandemia. Come siamo messi a strutture sportive?

r - Ho avuto la fortuna di giare un po’, e devo dirlo: siamo abbastanza indietro rispetto ad altre città. Se non escono fuori tanti atleti di talento è anche per quello: non sono messi in condizione di migliorare. E qui da noi è difficile: una volta c’è l’infiltrazione nel palazzetto, una volta manca l’acqua da un’altra parte, una volta è la mancanza di campi di calcio...In altre città non succede: si trova subito l’alternativa o la soluzione. Sono molto più avanti rispetto a noi.

d - Spostiamoci sulla Nazionale, che ha fatto una figura tremenda agli Europei di calcio. Cos’è successo?

r - Mi ha colpito la totale assenza di cattiveria agonistica, da parte di giocatori giovani che stavano vivendo un’occasione più unica che rara. Mi è molto dispiaciuto. Non penso si sia trattato di paura (dopotutto giocavamo con la Svizzera, con tutto il rispetto). Forse il problema è generazionale: coi giovani di oggi sembra che tutto sia loro dovuto, non hanno quella voglia di conquistarsi qualcosa.

d - Da cosa bisogna ripartire per salvare il calcio italiano?

r - Cercando di eliminare l’obbligo dei giovani in campo. Prima il posto bisognava conquistarselo, mentre adesso -grazie a questa norma- si sentono già appagati, col posto assicurato e meno disposti a migliorare in allenamento. E anche il loro comportamento negli spogliatoi ne risente, in quanto si sentono protetti dalle società.

d - Non c’è anche un problema di troppi giocatori stranieri nei campionati?

r - Guardi, purtroppo devo riconoscere che hanno più “fame” di noi. Andando in giro, non vedo più i ragazzini giocare nei parchi; si accontentano di quell’oretta di scuola calcio. Una volta, invece, si migliorava tantissimo, proprio perché, giocando anche in mezzo alla strada, toccavi il pallone cinque/seimila volte in più, e miglioravi in ogni aspetto. Persino la prospettiva di vincere un gelato ti faceva migliorare nella “cattiveria”. Tutto ciò è sfumato, ecco perché non escono più talenti. Altrove, invece, è diverso.

d - Il film che la rappresenta?

r - “Quasi amici”, perché mi reputo un buono e cerco di aiutare sempre il prossimo, senza aspettarmi niente.

d - La canzone?

r - Vasco Rossi, ma non saprei sceglierne una in particolare.

d - Il Libro?

r - Confesso che non leggo tanto. Mi coglie spiazzato (ride).

d - Spesso i suoi colleghi si salvano in calcio d’angolo, citandomi la biografia di un calciatore.

r - (Risate). Beh, sì, non volevo dirlo.

d - La vita di un calciatore che l’ha colpita?

r - Quella di Cristiano Ronaldo, perchè si è costruito ed è stato costante.

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La Consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi, informa che il ministero degli Interni ha prorogato dal 15 luglio al 20 settembre il termine concesso alle aziende per presentare il rapporto biennale sulla situazione del personale maschile e femminile. Il rapporto rappresenta un obbligo per le aziende pubbliche e private che occupano più di 50 dipendenti mentre per le imprese con un numero inferiore di personale l’adempimento è su base volontaria. Per redigere il rapporto, occorre compilare il modello telematico che, a partire dal 3 giugno, è disponibile sul portale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali al link https://servizi.lavoro.gov.it.

La proroga, spiega la Consigliera, permette alle aziende di adeguarsi alle modifiche introdotte dal ministero del Lavoro e adottate di concerto con il ministro per le Pari opportunità e la famiglia con Decreto Interministeriale del 2 luglio 2024.

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

E’ curioso che proprio il nome legato al re dei vampiri possa presto trasformarsi in un portatore di linfa vitale (leggi economia e turismo) per Acerenza e il resto della Basilicata. Perlomeno, è ciò che si augura la famiglia Glinni, originaria del comune lucano, che da una quindicina di giorni ospita nel proprio palazzo un museo dedicato al Dracula storico, ovvero Vlad Tepes, “L’Impalatore”.

La vicenda in cui si snoda il legame tra il voivoda della Valacchia e la città acheruntina, così come ricostruita dai Glinni (e da altri studiosi), è sicuramente accattivante e dall’indubbio potenziale. Noi ce la siamo fatta spiegare da Carlo Francesco Glinni, noto legale lucano, che ha presieduto all’inaugurazione del museo, svoltasi il 15 giugno scorso con tanto di autorità rumene. L’occasione si è rivelata ghiotta per disquisire, tra il serio e il faceto, anche di "nobiltà" e potere in Basilicata.

d - Avvocato non tutti hanno un palazzo nobiliare, nel proprio paese di origine, in questo caso Acerenza. Il palazzo Glinni, alcuni giorni fa, è stato riaperto al pubblico dopo molto tempo, con una novità al suo interno: il museo di Dracula. Potrebbe trattarsi di una nuova risorsa per il turismo lucano, ma partiamo dal suo, di lignaggio.

r - La mia famiglia ha origini irlandesi, e infatti “Glinni” non è il vero cognome, Quello originario sarebbe “O’ Connor”. La mia famiglia è arrivata qui nel 1640, a seguito della guerra che gli Irlandesi persero contro gli Inglesi, Fu fatta salva la vita ai nobili e questi ultimi furono smistati, in Italia e altrove, dal Papa. Ai “Glinni” fu dunque deciso di dare questi territori, che si estendevano da Acerenza fino a Gioia del Colle (non è un caso che in entrambi i paesi ci siano piazza e via che portano il nostro nome). Una volta in paese, ai miei avi -che parlavano gaelico, irlandese- la gente locale chiese il nome, non la provenienza, ma avendo capito il contrario, loro risposero “From the Glynn” (ovvero “proveniamo dalla Contea di Glynn”). Da lì, rimase il cognome “Glinni”. Tutto ciò accadde circa 150 anni dopo le vicende di Vlad Tepes “Dracula” e di Maria Balsa.

d - Su Dracula torniamo tra un attimo. Cosa significa, in Basilicata, avere alle spalle un cognome e un casato così importante? Si è avvantaggiati nella vita?

r - No, nella maniera più assoluta. Io sono un avvocato, che circa venticinque anni fa ha creato uno studio associato, e non ho mai ricevuto alcunché. Ma questo accade anche per il mio carattere. Tutto ciò che io e i miei fratelli abbiamo realizzato, o meno, dipende esclusivamente da noi stessi. Ovvio è che c’è un riconoscimento nelle nostre terre, specie ad Acerenza, ove ricordano ancora la figura di mio padre, che negli anni 60/70 -epoca Colombo- contribuì alla realizzazione delle grandi opere in Basilicata; così come magari ricordano ancora mio nonno Domenico.

d - Però queste sono anche responsabilità.

r - Sì, lo sono, anzi, per me è quasi un pegno rimanere una persona leale e onesta al pari dei miei avi. E nella società di oggi, essere una persona perbene, è un compito gravoso.

d - Veniamo al museo di Dracula, da poco allestito nel suo palazzo. Era pure lui una persona perbene?

r - Bisogna distinguere la figura storica di Vlad Tepes, dal personaggio fittizio creato da Bram Stoker. Quest’ultimo scrisse un romanzo, raccontando di questo succhia-sangue...

d - A cui “appioppò”, sostanzialmente, il nome con cui era conosciuto Vlad Tepes.

r - Esatto, ma Vlad Tepes era in realtà tutt’altro, un difensore della Cristianità, un Cavaliere del Drago (da cui, per tutta una serie di passaggi, deriva il nome “Dracula” - ndr), né più, né meno che un prosecutore dei Cavalieri Templari. Difendeva il mondo cristiano dagli Ottomani, dai Turchi, dagli Arabi...un po’ come avviene oggi: il mondo arabo preme sempre per “invadere”, in qualche modo, l’Occidente. Oggi ci sono i migranti, una volta c’erano veri e propri eserciti che sfondavano le frontiere.

d - Però Vlad li impalava, eh, non a caso lo chiamavano “Vlad l’Impalatore”.

r - Guardi, io -che ho studio a Bucarest- ho assistito a un convegno che verteva proprio su questo tema, e dal quale è emerso, è stato accertato, che è impossibile che Vlad Tepes abbia impalato quel numero di Turchi che gli hanno attribuito.

d - Si parla di migliaia e migliaia.

r - Centinaia, di migliaia. In realtà, potrebbe essere che ne abbia impalato soltanto qualcuno, onde spaventare tutti gli altri e farli desistere dal proseguire la guerra. E probabilmente si trattava di Ottomani già morti in battaglia. Cinquecentomila Turchi impalati? Non è neanche tecnicamente possibile, considerato che per impalare un uomo occorrono chissà quante ore.

d - In Romania “Dracula” è un eroe nazionale, anzi, so che il romanzo, invece, viene visto con molta antipatia.

r - Si, pensi che quando è stata deposta la lapide di Vlad Tepes di fronte la cattedrale di Acerenza, un prete ortodosso recitò delle preghiere in cui c’era il suo nome. Non solo un eroe, quindi, ma un vero e proprio santo.

d - Benissimo, arriviamo, finalmente, alla domanda da un milione di dollari: cosa c’entra “Dracula” con Acerenza? Perché un museo proprio lì?

r - Perché ad Acerenza è seppellita la figlia di Vlad Tepes, Maria Balsa...Proprio perché era la figlia di Vlad Tepes (morto in battaglia), fu adottata da Ferdinando II di Napoli, e portata lì nientemeno che da Skanderberg. Se fosse stata una semplice orfana rumena, non avrebbe avuto tutti quegli onori. Successivamente, lei venne data in sposa a una delle persone più ricche di Napoli, il conte Ferrillo, duca di Muro Lucano e signore di Acerenza. Ne consegue che era sicuramente la figlia di Tepes. A riprova di questo, ci sono alcune circostanze singolari. Maria Balsa chiese al marito di ricostruire la cattedrale di Acerenza (distrutta da un terremoto), e in quell’occasione venne realizzata quella cripta particolare con gli affreschi del Todisco; questi ultimi, interpretati in maniera del tutto differente fino a poco tempo fa, sono stati completamente “riletti” da studiosi rumeni, secondo i quali invece narrano di questa principessa, figlia di Vlad Tepes etc. Successivamente, la figlia riscattò il corpo del padre, poi seppellito a Santa Maria La Nova a Napoli, ove ci sono simboli inequivocabili, legati alla famiglia di Vlad Tepes, ovvero il drago e la cometa di Halley. Ma le vicende sono tantissime, addirittura pare che lo stesso Gesualdo da Venosa -un tizio curioso, che si portava nei cimiteri- discendesse da Vlad Tepes, essendo il nipote di Maria Balsa. Mistero si aggiunge a mistero.

d - Ora che avete fatto questo primo allestimento...

r -...un primo allestimento, grazie alle donazioni arrivate dalla Romania, con un busto identico a quello di Santa Maria La Nova (una sorta di riconoscimento formale). E poi c’è un quadro di un artista rumeno molto importante, nonché tutta una serie di immagini che ripercorrono il percorso europeo di Vlad Tepes. Abbiamo intenzione di ampliarlo, nelle prossime settimane, con proiezioni multimediali e attività per famiglie, insomma, un vero e proprio attrattore.

d - Che sarà propriamente storico, o magari si richiamerà anche alla figura del Conte Dracula, il vampiro letterario e cinematografico?

r - Pensiamo di fare entrambe le cose: raccontare la vera storia di Vlad Tepes da un lato, e dall’altro l’aspetto più ludico dedicato al personaggio di Dracula. La Basilicata ha necessità di attrattori turistici: Acerenza è un paesino stupendo, ma a parte la Cattedrale...beh, anzi, c’è chi ha trovato “blasfemo” che il nostro museo fosse proprio lì di fronte, non conoscendo la storia che abbiamo raccontata finora.

d - E la politica, dal canto suo, l’ha capita questa iniziativa? Io ero presente all’inaugurazione, ma non mi pare di aver visto il sindaco.

r - In realtà abbiamo avuto il patrocinio della Regione e dell’Apt. La comunità di Acerenza, questa vicenda di Dracula, probabilmente non riesce a interpretarla nella giusta direzione. Eppure Acerenza è un paese che perde un abitante ogni tre giorni.

d - E’ questa la vera “emorragia”?

r - (ride). Esatto! Fra qualche anno non avremo più abitanti. Questo dunque è un vero investimento, da parte di un imprenditore (Palazzo Italia, nostro partner in questa operazione), ma che serve a creare un attrattore che dovrebbe ampliare il circuito turistico nella zona, aggiungendosi agli alpaca, alla cattedrale di Acerenza, alla diga, alle grotte di Pietragalla. Se in questi casi non si crea un “pacchetto”, diventa difficile. Tuttavia in Basilicata abbiamo visto decine di comunità risorte grazie al turismo (Castelmezzano, il ponte tibetano,, Sant’Angelo Le Fratte etc.).

d - Quindi Dracula dovrebbe essere portatore di linfa e non il contrario.

r - E’ il personaggio più cliccato del web. E sta per uscire una nuova, grande serie (incentrata su Vlad Tepes) -prodotta in Romania, ma in cui è presente anche Acerenza- che sarà presto su tutte le piattaforme.

d - Avvocato, esistono i vampiri in Basilicata?

r - Esistono, ma non sono quelli di Stoker. Diciamo che sono dei personaggi che vivono in alcuni palazzi. Si sono spostati, insomma, dai castelli ai palazzi del potere.

 

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di Walter De Stradis

N

ovemila “fascicoli” aziendali e quasi quindicimila soci, che vogliono «più realtà e incidenza» soprattutto rispetto alla burocrazia. Secondo il presidente di Coldiretti Basilicata, Antonio Pessolani (al suo secondo mandato), il contadino e l’imprenditore non capiscono il motivo per cui, per alcune cose -anche semplici- passano mesi e mesi, mentre le loro pratiche attraversano diverse “trafile”, non di rado giungendo a compimento «quando l’agricoltore ormai non ne ha più bisogno». A questi, insomma, interessa che aprendo il rubinetto fuoriesca acqua: «come e perché questo avvenga poco gli interessa, perché lui è resiliente e vuole produrre, a favore della comunità. E questo è un atto di generosità in sè».

d - Presidente, come giustifica la sua esistenza? Facciamo un piccolo “riassunto delle puntate precedenti”.

r - In realtà sono prestato all’agricoltura. Nasco come ingegnere, e per quindici anni ho svolto l’attività professionale. Tuttavia ho sentito “il richiamo della foresta”, essendoci in famiglia aziende agricole (formaggio podolico) che ho seguito e fatto crescere insieme ai miei genitori e fratelli. A un certo punto, mi ci sono dedicato in maniera esclusiva, e una volta aperta la partita Iva, per me è stato facile scegliere il sindacato, la Coldiretti è stata sempre nel mio cuore. In meno di un mese sono stato selezionato tra i possibili dirigenti, e -fedele al motto “se non ti rappresenti tu, lo farà qualcun altro”- mi ci sono buttato anima e corpo, con spirito di sacrificio.

d - Lei però ha operato anche in politica, è stato sindaco di Abriola...

r - Si, ho fatto politica locale per venticinque anni. Dal 2007 al 2012 sono stato sindaco del mio paese, ma sono stato anche vice presidente della comunità montana, senza contare la mia esperienza alla guida del Gal Basento Camastra (oggi “PerCorsi”), fra i cui progetti c’è stato anche il film “Basilicata Coast to Coast” con Rocco Papaleo...

d -...oggetto anche di tante polemiche...

r -...sì, le polemiche ci saranno sempre, ma da quel progetto, sono forse nate anche la Lucana Film Commission, nonché Matera Capitale della Cultura.

d - Sì, ma viste le polemiche sui “luoghi comuni” presenti nel film, se fosse stato lei il regista, cosa avrebbe cambiato?

r - Avrei esaltato maggiormente le capacità della Basilicata, anche dal punto di vista imprenditoriale, perché ci sono grandissime aziende, in tutti i settori: nel Metapontino abbiamo un’ortofrutta che fa spavento a livello internazionale (fragole, agrumi); nel cerealicolo abbiamo imprese e pastifici importanti. Insomma, tante cose che danno lustro e vanno ben oltre l’aspetto bucolico rappresentato in quel film.

d - Sul tavolo ci sono vari problemi. Cominciamo da quello più “caldo”, la siccità.

r - E’ un allarme, quello dei cambiamenti climatici, che noi lanciamo da diversi anni ormai. Lo avevamo previsto, pertanto abbiamo dettato -a livello nazionale- un’agenda che si prefigge di ricostruire tanti laghi, che consentirebbero di invasare ben oltre il 10% attuale di acqua, per tenerla come scorta per le grosse aziende agricole in stato di bisogno. Per fortuna, in Basilicata la situazione non è drammatica, perché qualcuno prima di noi aveva pensato a un piano degli invasi con tante dighe, come quella di Monte Cotugno, Senise, che ci consente ancora di respirare. Tuttavia, questi invasi vanno messi a regime, vanno evitati gli sprechi e soprattutto vanno resi ancora più capienti. Vanno fatti dei lavori, e ci sono le risorse (regionali e nazionali), ma gli enti preposti (Autorità di Bacino, Acque del Sud) devono attivarsi..

d - Una delle prime conseguenze del caldo, è che la produzione nostrana di miele sarà pari a zero.

r - Eh sì. Con i grandi calori, i fiori ci sono, ma la pianta va in auto-difesa, per cui produce solo il minimo indispensabile per auto-prodursi (e le api ne soffrono). L’anno scorso c’era un problema inverso a causa delle troppe piogge. La natura, insomma, si auto-regola, e noi dobbiamo stare attenti a non creare danni, e a favorire un giusto riequilibrio.

d - Siamo in attesa della nuova giunta regionale: quale dovrà essere la prima pratica sulla scrivania del nuovo assessore all’agricoltura?

r - Da quindici anni, come Coldiretti, dalla politica manteniamo un’autonomia tale, che ci consente di aprire bocca su tutti i settori. Avendo fatto tante assemblee territoriali, il primo problema che viene alla luce, oltre a quello della siccità, è la lotta alla fauna selvatica, ovvero i cinghiali. E guardi che non è più soltanto un problema dell’agricoltura...

d - Ormai vanno a spasso anche nella città.

r - Sotto casa, negli orti privati! C’è un tema che riguarda la sicurezza, anche per gli automobilisti sulle strade (registriamo un aumento esponenziale degli incidenti). Pertanto chiediamo alla Regione di approntare un piano di abbattimento selettivo, verificata la legge nazionale che consente anche nei parchi di fare un intervento straordinario, finanche con l’esercito, visto che le forze numeriche dei cinghiali sono in aumento.

d - E tutta questa carne che fine deve fare?

r - Beh, noi stiamo costruendo anche delle filiere, in cui so che la Regione ha messo delle risorse (tre milioni di euro). Anche qui, però, ci vuole un’accelerata: ridurre drasticamente i numeri dei cinghiali, perché l’agricoltura non riesce più a produrre.

d - Tra l’altro credo ci sia anche un problema di percezione delle responsabilità, in tema sicurezza, Il presidente di un’associazione, che gestisce un'area verde a Potenza, ci raccontava di uno scarica-barile verificatosi in concomitanza dell’arrivo degli ungulati. Insomma, chiamato a intervenire, ciascun ente diceva fosse competenza di un altro.

r - Eh sì. Ci sono periodi diversi che determinano competenze diverse. A volte le determina l’ATC insieme alla Regione, in periodo di caccia, il che consente ai cacciatori di intervenire; in alcuni altri casi è la Provincia, in altri casi ancora la competenza è di un determinato Parco. Insomma, come lei ha ben individuato, c’è sempre un ginepraio di burocrazia. Come accade per l’acqua e per gli invasi, d’altronde: spesso si ha difficoltà ad aprire il rubinetto, perché ci sono diverse autorità che devono dare il beneplacito. Ecco perché occorre una legge regionale per armonizzare le competenze, anche in ambito abbattimento: sicuramente i Comuni queste competenze non le hanno, per cui in molti casi non possono agire, anche in presenza di un problema di sicurezza cittadina. Il 9 e il 10 di Luglio noi saremo alla Regione, a protestare, in mobilitazione permanente, per fare proposte sul tema fauna selvatica. Abbiamo individuato anche una soluzione: istituire, da parte di Coldiretti, un gruppo di guardie volontarie ambientali, per poter contrastare (nel caso abbiano il porto d’armi) questa invasione di cinghiali, insieme ai cacciatori. Daremo questi strumenti, affinché la Regione dichiari lo stato di calamità -perchè di ciò si tratta- onde dar vita a un piano straordinario di emergenza di abbattimento dei cinghiali. E’ un’arma importante, insieme alle catture e ad altri strumenti (a proposito dei quali la Regione ci ha seguito e li sta mettendo in atto).

d - Facciamo un passo indietro: lei ha detto che in Basilicata ci sono tante realtà imprenditoriali, belle e floride, ma il quadro generale non mi risulta sia tutto rose e fiori.

r - No, però la nostra regione è una piccola nicchia che in qualche modo è stata preservata, e ci si è attrezzati in merito. I mille ettari di fragola Candonga nel Metapontino...beh, oggi parliamo del primo produttore in Europa! Oggi c’è anche l’avvio del procedimento di IGP a livello ministeriale, quindi parliamo di un settore che è in crescita e che fa occupati. Poi, certo, c’è uno sbilanciamento nelle cosiddette aree interne, in cui troviamo tanti prodotti di nicchia, che non riescono a fare massa critica e a sfondare sui mercati. C’è un fattore determinante: il non giusto riconoscimento del prezzo ai produttori. Dare oggi cinquanta centesimi per un litro di latte (che sullo scaffale si vende a circa due euro) è un dramma impensabile. La lancetta è troppo spinta sulla speculazione. Tuttavia, col decreto “pratiche sleali” che abbiamo fatto approvare, abbiamo messo dei paletti, cercando di fare arrivare il prezzo del latte a settanta centesimi.

d - Siamo in estate, periodo di sagre, di finanziamenti pubblici, e di polemiche in merito...visto che non manca chi s’inventa delle cose “estemporanee”.

r - Certo. Ho fatto il sindaco e conosco le realtà locali. Se una sagra è legata a una tradizione (pecorino di Filiano, canestrato di Moliterno, fagiolo di Sarconi), va benissimo. Quello che manca, è una regia a livello di Regione (Dipartimento Agricoltura e Dipartimento Ambiente), Apt e Gal, per fare sistema, con tanto di calendario e itinerario per trattenere il turista più giorni. Gli “spot” a sé stanti, campanilistici, non servono a nulla.

d - Se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe.

r - Gli sottolineerei l’importanza del senso di appartenenza al popolo lucano, ma penso che anche lui coltivi questo valore. Come presidente di Coldiretti, quando mi trovo a ragionare con un socio, ragiono per prima cosa come imprenditore. Quindi direi al presidente Bardi di ragionare prima da cittadini. Capisco che ci sia tutto un “folclore” istituzionale, un’agenda, da seguire, ma lo inviterei a visitare di più, insieme a noi, le aziende, onde comprendere “l’anima” dell’imprenditoria locale.

d - L’agricoltura lucana può essere una forma di richiamo contro lo spopolamento?

r - Assolutamente sì. Se ripartiamo dai temi trattati in questa intervista, e rimettiamo ordine, oggi l’agricoltura è l’unico settore in crescita, insieme al turismo. Facendo questo connubio, si apre un’opportunità grandissima. Io sono ottimista.

 

 

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

N

ominato arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marisco Nuovo il 2 febbraio scorso, monsignor Davide Carbonaro, cinquantasette anni, ha fatto il suo ingresso nel Capoluogo, da capo della chiesa locale, il 18 maggio scorso. Si è ritrovato a Potenza, praticamente, nel bel mezzo dei festeggiamenti del Santo Patrono e dell’accesa campagna elettorale per le comunali.

Quel che si dice, un battesimo del fuoco.

d- Come giustifica la sua esistenza?

r - In modo semplicissimo, ma profondissimo: mi sento amato. Lo sono stato e lo sono ancora. Sono stato molto amato dai miei genitori -nel contesto di una famiglia meridionale, molto semplice, proveniente dalla Sicilia- e ho capito, crescendo, che quello era il riflesso di un amore molto più grande. Quello di Dio.

d- Di cosa si occupava la sua famiglia?

r - Siamo della Val di Noto, mamma originaria di Rosolini, papà di Ispica. Mamma faceva la casalinga e papà l’artigiano, il falegname. Ho vissuto in Sicilia fino a 11 anni, ma poi c’è stato il “richiamo” da parte dei fratelli di papà, che si erano già trasferiti a Roma negli anni Cinquanta. E così, ho vissuto, nel 1978, l’esperienza dello “sradicamento”, il passaggio da una piccola realtà, alla periferia di una città grandissima come Roma. Tuttavia, mi venne in aiuto la chiesa, perché subito i compagni di classe mi portarono in oratorio e vissi un’esperienza molto bella. Tenga conto che la periferia di Roma, in quegli anni lì, implicava tutto un mondo.

d- Nel senso che l’amore e la fede l’hanno “salvata”.

r - Mi potevo perdere come qualsiasi altro ragazzo, come purtroppo è accaduto ad alcuni miei amici. Mi preme dire che diversi miei amici, sia d’infanzia sia della periferia di Roma (Torre Maura, sul Casilino), sono stati presenti alla mia ordinazione episcopale, rimettendo insieme i pezzi di una storia straordinaria.

d- Quando ha capito che nella sua vita sarebbe stato un sacerdote?

r - Beh, già da piccolissimo: da persona del Sud, vivevo nel cuore della devozione popolare. Sa, mia nonna, con cui vivevo, mi portava a messa, e già desideravo entrare in seminario. Poi a Roma, dopo l’iniziale disorientamento, la frequentazione della parrocchia di San Giovanni Leonardo a Torre Maura, il catechismo, la cresima, riaccesero nel mio cuore il desiderio di diventare sacerdote. Anche se mio padre, per la verità, non era molto d’accordo.

d- Era comunista, papà?

r - No, non era comunista, ma era un gran mangiapreti e gli è capitata ‘sta disgrazia, nella sua vita (risate). Papà era il classico siciliano degli anni Quaranta, cresciuto in un ambiente un po’ anticlericale. Amava l’arte e i libri antichi. Ma io stesso, l’apertura della conoscenza, la ricchezza dalla cultura (anche quella spirituale) l’ho appresa sulle ginocchia di mio padre. Ricordo le grandi discussioni; io studiavo alla Gregoriana e lui, autodidatta degli studi sacri, mi diceva: “Portami qui un gesuita, gli spiego io la vera teologia!” (sorride).

d- Lei ci ha narrato di un ambiente tipico delle parrocchie di quartiere di alcuni decenni fa, che l’ha formata; di recente ho intervistato il parroco storico di Tito (Pz), il neo centenario don Nicola, che ha espresso alcune riserve sulla chiesa “moderna”, così come l’ha vista cambiare in ottant’anni di sacerdozio.

r - Dal mio punto di vista, la chiesa è cambiata in meglio, dialogando con la Modernità; io, così come i mie confratelli, sono il frutto di quegli anni Ottanta che hanno visto i cambiamenti del Concilio Vaticano Secondo, i grandi cambiamenti della Chiesa. Si è trattato di mettere al passo la parola del Vangelo col nostro tempo. Ho avuto, in questo senso, grandi insegnanti, che oggi sono grandi figure: Cardinal Ladaria, Monsignor Fisichella...

d- Come interpretare, allora, l’emorragia di fedeli che c’è stata negli ultimi decenni?

r - Dipende. E’ un effetto della secolarizzazione. Questa emorragia è soprattutto visibile nel Nord Italia. Nel Nord Europa c’è stato un distacco tra la fede e la vita. La modernità e la post-modernità hanno portato a questa sorta di “autonomia”, che mette la fede da parte. Nel Sud Italia, invece, ritroviamo ancora un forte senso religioso, legato alla fede popolare. Voi Lucani lo sapete bene: di fronte alla Madonna di Viggiano...beh, non ci sono argomentazioni che tengano! (sorride). La secolarizzazione c’è anche da noi, ma c’è ancora una parte buona, che può essere coltivata.

d- Lei è arrivato in città nel bel mazzo dei festeggiamenti del Santo Patrono, ricevendo un abbraccio particolarmente caloroso. Tuttavia, quando le hanno detto che doveva andare a Potenza, cos’ha pensato?

r - Quando me l’hanno detto, geograficamente non sapevo neanche dove fosse! (ride)

d- Un classico.

r - Infatti, penso che l’abbiate già sentito. Comunque, già dopo i primi approcci, ho compreso che è un luogo che ha una sua bellezza, anche naturale. Poi mi ha colpito la semplicità delle persone. Una delle prime volte che sono venuto qui, ho fatto una passeggiata, e la gente mi ha subito fermato, riconoscendomi, chiedendomi di fare dei selfie e così via. E poi, in occasione della mia ordinazione episcopale a Roma, sono venuti molti fedeli della diocesi, è questa è stata una cosa bellissima. E poi, ancora, c’è stato il grande abbraccio, al mio ingresso in città, e la Festa di San Gerardo è stata la conferma.

d- Al di là del “protocollo ufficiale”, cosa le ha detto il suo predecessore, Ligorio?

r - Lui e gli altri vescovi mi hanno consegnato una narrazione, come avviene in ogni altra realtà, delle ricchezze e delle povertà di questa chiesa. Con loro, qualche settimana prima della mia ordinazione episcopale, ho potuto fare la cosiddetta visita “ad limina” (la visita al Santo Padre e agli uffici di curia); per cui, il racconto di Ligorio e degli altri vescovi, presente nelle loro relazioni al Santo Padre e ai Dicasteri, mi ha consentito di ascoltare la ricchezza di una chiesa che è viva, ma che ha anche le sue ferite e le sue povertà.

d- Potenza è il capoluogo di regione in una terra in cui la povertà sembra crescere: in che modo la povertà può influire sul percorso pastorale di un Arcivescovo?

r - Mmm, io parlerei di povertà e di ricchezza insieme. La Basilicata ha davvero molto, sia dal punto di vista territoriale sia da quello artistico, si tratta di mettere insieme l’intelligenza, le prospettive, la lungimiranza, lo sguardo sulle proprie realtà, e mettersi a lavorare insieme. Un arcivescovo viene in un territorio, si guarda intorno, e inizia a dialogare, anche con gli uomini politici, e dovrà dire una parola su questa ricchezza e su questa povertà presenti sul territorio.

d- I suoi predecessori, a dire il vero, non hanno mai lesinato critiche a quella politica incapace di trasformare le ricchezze territoriali in sviluppo reale. Che tipo di rapporto intende instaurare con la politica locale?

r - Innanzitutto di dialogo, parola che preferisco a “critica”. E poi, il pastore è sempre un padre di tutti, e un padre, ogni tanto, va dai propri figli a chiedere conto dello stato delle cose. E io penso di pormi anche da questo punto di vista.

d- Lei ha citato la Madonna di Viggiano, sa bene che i politici, ogni volta, sono sempre tutti lì, in passerella, seduti in prima fila. Una tiratina d’orecchi, magari ogni tanto...

r - (Sorride). Se sarà necessario, anche questo, ma sempre nel dialogo fraterno, e sempre nella dimensione adulta, di persone al servizio della gente. Lo spirito illumina la carne e la carne dà valore e forza allo spirito.

d- Fra una quindicina di giorni Potenza sceglierà il suo prossimo sindaco. Cosa gli dirà?

r - “Coraggio, andiamo avanti!”. Dobbiamo voler bene a questa nostra città e alle persone che la abitano.

d- C’è qualcosa che la spaventa, in questo inizio di percorso pastorale in una città come Potenza?

r - Sì, mi spaventa il non conoscere molte realtà.

d- Girerà molto?

r - Già lo sto facendo, sia all’interno della città, sie nell’hinterland. Sto girando, in occasione delle cresime, per diverse cittadine, e sto già sperimentando le differenze tra il centro e la periferia. Il mio compito sarà quello di far dialogare queste realtà.

d- Ho avuto modo di assistere a una sua celebrazione di cresima, sabato scorso a Potenza, e lei a un certo punto ha parlato del diavolo. Esiste davvero o è solo un concetto “filosofico”?

r - Sì, sì. San Paolo VI parlava di “dimensione personale” del diavolo, e il male ha una sua influenza. Ne sentiamo ancora le conseguenze, ma c’è una vittoria definitiva attraverso la Pasqua di Cristo Signore. Le conseguenze più gravi del male sull’uomo sono la morte, ma questa a sua volta è superata con la Resurrezione di Cristo e noi siamo risorti insieme a lui.

d- Il libro che la rappresenta?

r - Mamma mia! (ride). “Il Nome della Rosa”, di Umberto Eco. Adoro il mondo medievale e qui ci sono luoghi assolutamente straordinari, come la cattedrale di Acerenza.

d- La canzone?

r - I Pooh, quella che fa “Ci sono uomini soli...per la sete di avventura”, e forse è un’avventura quella che il Signore mi sta chiedendo di vivere. Una cosa straordinaria.

d- Il film?

r - Bah, potrei dire... “Top Gun”.

d- Lei è uno degli Anni Ottanta, l’ha detto prima.

r - Giustamente.

d- Tra cent’anni scoprono una targa a suo nome qui in Arcidiocesi: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

Non saprei...”Qui giace quel vescovo che mai tace” (sorride). Che non tace soprattutto per la Verità e per il Vangelo.

 

 

 

 

pipponzi_intervista.jpgLa consigliera regionale di Parità Pipponzi ha invitato i sindaci eletti nella tornata elettorale dell’8 e 9 giugno a rispettare le quote di genere per una corretta composizione delle giunte.

“La mancata rappresentanza di genere – ha affermato la Consigliera di parità – lede il principio della democrazia paritaria, privando l’attività amministrativa di una diversa prospettiva e di una visione che solo l’armonica compresenza di uomini e donne può conferire per costruire una società più giusta ed equalitaria”.

Entrando nel dettaglio, le norme stabiliscono che i sindaci dei Comuni con popolazione inferiore a 3.000 abitanti devono garantire la rappresentanza di genere nelle giunte, obbligo che vale, chiarisce la Consigliera, anche per gli organi collegiali del Comune e per gli Enti e organismi da esso dipendente.

“Poiché non è specificata la quota di genere che deve essere assicurata, ne consegue – ha aggiunto Pipponzi - che in queste amministrazioni le regole che prevedono la presenza del sesso meno rappresentato in misura non inferiore al 40 per cento dei componenti dell’organo collegiali non sono vincolanti. Se il sindaco ritiene di derogare al principio della pari rappresentatività è tenuto però a motivare congruamente la sua scelta. E se lo Statuto comunale lo prevede è possibile attingere a un assessore esterno a seguito di un interpello rivolto al genere meno rappresentato, come stabilito dalla sentenza n. 237/2018 del Tar Basilicata che ha annullato la delibera sindacale di un Comune lucano con meno di 3.000 abitanti”.

Nei Comuni con oltre 3.000 abitanti, invece, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento con arrotondamento aritmetico. “Ovviamente anche per queste amministrazioni comunali – ha concluso la Consigliera di parità - vale la regola della necessità di documentare l’istruttoria messa in campo per garantire la rappresentanza di genere. Rivolgo, infine, gli auguri di buon lavoro ai sindaci, ai consiglieri e soprattutto alle consigliere comunali elette, auspicando che tutti e tutte mettano in atto, prima di tutto, la necessaria sensibilità paritaria, fondamentale per garantire ai cittadini la piena partecipazione alla vita pubblica”.

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di Walter De Stradis

 

 

Il cavalier Michele Prestera è il tipico

Levantino (è per metà Lucano e per

metà Venezuelano) dal piglio fattivo,

con i capelli e baffi bianchi che spiccano

sulla pelle olivastra. Dopo essere già

stato diverse cose (sindacalista di lungo

corso, vice sindaco a San Chirico Raparo,

nonché co-fondatore ed ex presidente del

Parco della Grancia) attualmente è presidente

del Centro di Solidarietà Don Tommaso

Latronico ETS, che dal 1991 si occupa di

sostegno alimentare, convenzionato col

Banco Alimentare della Campania. E’ inoltre

membro della segreteria regionale di UIL

Pensionati, con delega all’handicap e in

ambito culturale e storico ricopre la carica di

presidente del Centro Studi “Carlo Alianello”

APS.

D - Cavaliere, come giustifica la sua esistenza?

R - Grazie a Dio non mi sono costruito da solo

(sorride), ma esisto a seguito dell’incontro tra

mio padre e mia madre. Sono nato a Caracas,

Venezuela, ma sono cresciuto in un piccolo

paese come San Chirico Raparo; in questo

modo ho scoperto una serie di sollecitazioni,

provenienti dalla cultura popolare lucana,

dai rapporti di vicinato; si tratta di valori in

cui ancora mi riconosco, oltre all’esperienza

cristiana che ancora oggi mi sostiene in ogni

cosa che faccio.

D - Come nasce e di cosa si occupa il Centro

Solidarietà Don Tommaso Latronico?

R - Don Tommaso Latronico, originario di Nova

Siri, è stato il fondatore di Comunione e

Liberazione in Basilicata. Io lo conobbi

una cinquantina d’anni fa, 1973-73; ero un

operaio metalmeccanico, e rimasi affascinato

da questo suo progetto che allora si avviava.

Fui uno dei primi ad aderire a questa proposta

cristiana, all’insegna del “qui e ora”. Il

Cds è solo una delle tante realtà venutesi a

creare, ma ancora oggi assiste oltre cento

famiglie bisognose. Ma quella del “dono”

è solo una risposta fi sica; si tratta in realtà

del bisogno di condividere un’esperienza,

acquisendo maggiore consapevolezza di sé e

del senso della vita.

D - Cento famiglie riferite a quale territorio?

R - Potenza. Con la partenza, a settembre, del

Banco alimentare regionale, rafforzeremo e

allargheremo la nostra presenza.

D - Che tipo di assistenza offrite a queste

cento famiglie?

R - Oltre al fabbisogno alimentare, c’è un tipo

di sostegno, psicologico, che si traduce

nel rispondere a domande sulla vita,

dando risposte che in qualche modo fanno

risollevare la persona.

D - Quindi è vero che a Potenza la povertà non

è solo “economica”, ma anche e soprattutto

sociale? E’ vero che c’è molta solitudine?

R - Esattamente. E col Covid questa realtà si è

accentuata. La paura di avere contatti con

l’altro, porta alla diffidenza, che a sua volta

rende il clima sociale a rischio. Ognuno,

dunque, pensa di avere di fronte a sé un

avversario”, il che rende molto difficile

collaborare, creare magari un’associazione,

un’attività culturale e quant’altro.

D - Alcuni suoi colleghi del sociale

lamentavano l’assenza di comunicazione

che in primis si registrerebbe proprio fra

voi operatori del settore (associazioni, enti

benefici e quant’altro).

R - Ed è così. Riallacciandomi anche alla

mia attuale esperienza nella Uil in ambito

disabilità, tempo fa ho scritto una lettera

a disagio, onde dar vita a un Osservatorio

comune, e abbattere questi muri di diffidenza,

di pregiudizio, questi “isolotti” che si sono

venuti a creare. Da solo nessuno può farcela.

D - Ma perché ci sono questi “orticelli” anche

nel volontariato? E’ un atteggiamento

tipicamente potentino?

R - No, io ritengo che ci sia proprio la paura

di mettersi insieme, la paura che qualcuno

possa invadere il campo dell’altro.

D - Associazionismo e volontariato possono

rivelarsi una “vetrina” per altri scopi?

R - Sicuramente. Purtroppo, l’esperienza

ci insegna che su certe vicende c’è chi

ha strumentalizzato e si è costruito una

postazione di potere. Tuttavia, io ancora

sostengo che se questa esperienza di amore

riesce a scavalcare certi ostacoli, insieme si

può ancora costruire e bene. L’uomo non è

fatto per vivere da solo; basta ritrovare il

senso genuino della solidarietà nei confronti

dell’altro.

D - Come Cds ricevete fondi pubblici? Come

vi sostenete?

R - Con il 5 x mille, tra l’altro siamo stati la

prima esperienza in Basilicata (parliamo

di fi ne 1991), e quindi -nonostante i fondi

non bastino mai- diciamo che una certa

tranquillità” ormai ce l’abbiamo.

D - Si può tracciare una sorta di “identikit”

del povero dei giorni nostri, qui a Potenza?

R - Come dicevo, non mi fermerei alla questione

del fabbisogno alimentare: vedo delle

persone smarrite, sfiduciate, senza un senso

della vita, ingabbiate in una sensazione

da cui non riescono più a uscire. Il nostro

compito diventa quindi quello di sganciarli

da quella dimensione, esaltare la persona,

rimetterli in gioco riguadagnandoli al gusto

per la vita.

D - E come si fa a riguadagnare alla vita una

persona che è priva di speranze?

R - Standogli affianco, e non giocando sulla

dimensione umana (cosa che spesso accade).

D - “Non giocando sulla dimensione umana”:

sarebbe?

R - Se uno vive e si cimenta in un'esperienza

d’amore, è difficile che possa approfittarsi

di quella situazione stessa. Diversamente

accade se la vera intenzione è quella di

diventare un qualcuno o un qualcosa.

D - Chiarissimo. Cambiamo argomento:

Potenza è una città a misura di disabile?

R - No, per carità.

D - Perché?

R - Barriere architettoniche, mancanza

d’attenzione...questa è una città piena di

difficoltà, per i bambini, per i disabili, un

po’ per tutti. E’ una città che ha perso la sua

identità. E’ una città che avrebbe bisogno di

essere ricostruita.

D - Siamo a poche ore dalle elezioni comunali.

Il prossimo sindaco su cosa si deve mettere,

immediatamente, a lavorare?

R - Per cominciare, dovrebbe valorizzare tutto

l’ambito del Terzo settore. Perché? Perché

è quella dimensione che dà una risposta

immediata a un bisogno: disabilità, banco

alimentare, infanzia, terza età etc. E parliamo

sempre di volontariato, quindi non ci sono

per lo mezzo chissà quali interessi. Bisogna

lavorare insieme su una progettualità, per

avere una città più armonica.

D - Potenza si riprende se...?

R - Se si riparte dall’uomo, dalla persona

umana, dal cuore delle esigenze dell’uomo.

D - Veniamo alla questione Grancia che, dopo

qualche difficoltà, da un po’ di tempo

è ripartita. Come sta, oggi, la sua co-creazione?

R - E qui mi apre una ferita. Oltre a esserne stato

co-fondatore, sono stato anche presidente

dell’Associazione dei Volontari del parco

della Grancia. Partimmo da zero, quando di

associazioni e realtà dedicate a quel periodo

storico praticamente non ce n’erano. Col

tempo, anche alcuni volontari sono diventati

professionisti, nonché presidenti di varie

associazioni, dando vita a un indotto di

attività culturali e storiche molto importante.

D - Però?

R - Però, come sempre accade, qualcuno a un

certo punto ritiene di essere diventato la

massima autorità in materia, con tanto di

Vangelo in tasca. E così le cose diventano

complicate. Il Parco di difficoltà ne ha avute,

ne ha, e ne avrà sempre, il problema vero è

rimettere nella giusta proporzione il rapporto

tra politica e privati. Quella della Grancia

stata proprio la prima, seria, esperienza

di rapporto tra politica e privati, ma a un

certo punto la politica ha cominciato a

sconfinare in ambiti non di sua competenza,

imponendo veti, ingerenze e prevaricazioni,

anche sulla parte “sociale”. E’ così, dopo

dieci anni di queste vicissitudini, ho preso

e me ne sono andato. E tenga conto che

io, come gli altri, ho sempre operato da

volontario, e cioè senza mai percepire

alcunché.

D - Rimaniamo in tema. Da Presidente

dell’Associazione “Carlo Alianello”, qual

è, secondo lei, il libro che tutti i lucani

dovrebbero leggere?

R - Beh, sono tre: “L’eredità della Priora”,

‘”L’inghippo” e “La Conquista del Sud”.

Alianello ha raccontato la storia dei

perdenti, dei vinti, delle persone al di fuori

di quel tipo di maggioranza che non fa

respirare la minoranza. Un tempo, la Cultura

o era di parte o non era. Invece la verità va

raccontata. E Alianello ha raccontato la

storia dei pov’r omm, di gente che ha fatto

la fame e ha pagato, anche, con la morte.

E ancora oggi nel Cinespettacolo della

Grancia ci sono cose di Carlo Alianello. La

nostra associazione nacque con l’esigenza,

che ci fu manifestata dai parenti dello

scrittore, di preservare alcuni suoi documenti

(testi, manoscritti, disegni etc.). Col Comune

di Tito facemmo dunque nascere un Fondo

Carlo Alianello, che ancora oggi, nei suoi

locali, ospita tutto questo materiale. Adesso

sarebbe necessario digitalizzarlo, metterlo in

rete: spero che con la nuova amministrazione

tutto questo si possa fare.

 

 

di Walter De Stradis

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Dopo la sortita a Poggio Tre Galli, la nostra rubrica si sposta nuovamente dai tavoli del ristorante alle panchine rionali, per parlare con alcuni “portavoce” di quartiere, a proposito delle questioni annesse e connesse. Questa volta ci siamo recati nella Villa di Santa Maria per incontrare il signor Antonio Cossidente, da qualche anno "potentino di ritorno” (abbastanza arrabbiato, come vedremo), dopo cinquant’anni di vita e lavoro trascorsi in Veneto. Da qualche tempo, ha formato un comitato "spontaneo" di cittadini (non si tatta dunaue di un'associazione), denominato “Via Mazzini Libera e Pensante”, che abbraccia -come vedremo- diverse zone limitrofe. Anche loro (come già “i colleghi” di Via Parigi, da noi precedentemente incontrati), spesso e volentieri, si sono fatti sentire, e leggere, sulla stampa locale.

Insieme ad Antonio Cossidente, all’incontro in villa erano presenti alcuni altri residenti della zona e/o simpatizzanti e aderenti al “Comitato”.

d - Signor Cossidente, non è un caso se siamo qui nella Villa di Santa Maria: qui davanti, all’ingresso, voi del Comitato organizzaste un flash mob per protestare contro la pericolosità del tratto che si trova di fronte il cancello, comprensivo di strisce pedonali, sul quale le auto sfrecciano a grande velocità. A seguito della vostra manifestazione, il Comune ha installato, più sopra, due segnali stradali che fissano il limite di velocità a 20 km: è servito?

r - La situazione è rimasta la stessa. Quei segnali sono solo un palliativo, e tra l’altro, essendo stati messi in alto, non sono visibili agli automobilisti. Noi lo segnalammo subito, ma viene da dire che il Comune se n’è quasi lavato le mani, rendendo ancora aperta -almeno per noi- questa vertenza. Siamo stati dal Prefetto, che mi risulta abbia dato indicazione di mettere quel tratto in sicurezza, ma tutto è rimasto lettera morta.

d - Lanciamo allora la prima proposta al prossimo sindaco e alla prossima giunta. Cosa ci vorrebbe, materialmente?

r - Noi avevamo chiesto l’istallazione di un dosso, ma pare che non sia possibile, perché l’ingresso della villa è in prossimità di una curva. Avevamo quindi chiesto di mettere dei segnali lampeggianti, con pannelli fotovoltaici, ma “per ragioni di bilancio”, anche questo non è stato possibile. Lo abbiamo già urlato durante il flash mob: fin quando la sicurezza verrà considerata solo come un costo, le soluzioni adottate saranno sempre transitorie e mai risolutive. Noi non ci fermiamo. Ho chiesto un incontro con la Polizia Stradale per capire come mai un problema paia irrisolvibile. Segnalo che alcuni giorni fa, solo per un pelo, una mamma con carrozzina al seguito non è stata investita. Non escludiamo, pertanto, un nuovo flash mob. Confidiamo, comunque, nella prossima amministrazione, qualunque sarà.

d - Precisiamo che il vostro Comitato si chiama “Via Mazzini”, ma abbraccia anche altre zone adiacenti...

r - Sì, anche Rione Mancusi...il Sottopasso, Via Zara.

d - Esatto, via Zara: altra situazione che avete segnalata da tempo è quella dell’area camper. Inizialmente non funzionante per un problema “fognario”, poi risolto dal Comune, oggi ripresenta delle criticità, a quanto pare.

r - La situazione è addirittura peggiorata, tanto più che con la bella stagione e con alcuni eventi in città, i turisti arrivano. Il problema è che manca l’acqua, risorsa principale per i camperisti. Questi ultimi, quelli che si fermano qui a dormire, la mattina devono: svuotare i bagni chimici, lavare i bagni chimici, caricare l’acqua. Tutta roba che allo stato non è possibile. Tra l'altro, scaricano nelle aiuole. Su nostra insistenza, dal Comune ci è stato risposto che è un problema di Acquedotto Lucano. Ma noi, come Comitato, riteniamo che la nostra interfaccia debba essere sempre il Comune, anche se -va detto- non ci spieghiamo questa inattività da parte di Acquedotto Lucano (a cui mi risulta che il Comune abbia comunque scritto). Sì, il pozzo è stato spurgato alcune volte, ma il problema principale -ripeto- è l’assenza di acqua. Noi, di camperisti, ne abbiamo incontrati alcuni.

 

 

 

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d - Quindi i turisti CI VANNO in quell’area camper.

r - Domenica ne abbiamo incontrati sette. E tutti si lamentavano, considerato che quest’area è segnalata sull’app nazionale (nonché tramite cartelli in Inglese e in Italiano). Uno di loro infatti mi ha detto: “Se avessimo saputo, ci saremmo fermati a Matera”. Non è certo un vanto per Potenza.

d - Torniamo su Via Mazzini: il nostro giornale ha raccolto la protesta degli inquilini del “popoloso” Palazzo Gaeta, che si ritengono danneggiati dall’apposizione di un palo dissuasore (che, insieme a molti altri, è stato posto nel corso degli attesi e graditi lavori comunali di ripristino del marciapiedi), che impedirebbe il “carico e scarico”, in presenza di diversi esercizi commerciali e soprattutto di diversi anziani e malati nel condominio (in pagina pubblichiamo, infatti, la foto di un’autoambulanza costretta a parcheggiare sulla carreggiata, per soccorrere una signora del palazzo - ndr). A quanto sostengono, inoltre, identico “palo” non sarebbe stato posto all’ingresso di altri numeri civici.

 

 

 

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r - Ci siamo interrogati anche su questo. La cosa ci fu infatti segnalata a suo tempo da un esercizio commerciale, nel mentre montavano quel palo. Abbiamo cercato di capire il perché. Voglio dire, l’istallazione di quei paletti serve a impedire alle auto di sostare sul marciapiedi, ed è giusto, ma quel paletto in particolare pare totalmente ingiustificato, e finora non è stata data risposta ufficiale ai residenti. Le risposte non arrivano, sembra quasi una questione di principio. Quel palo, a parere del Comitato, non ha alcuna utilità. Saremmo ben felici di ricevere risposte in merito.

d - Parliamo un attimo di sicurezza urbana. Nelle interviste raccolte finora, relative ad altre zone della città, le lamentele in merito sono veementi, qui com’è la situazione?

r - Qui sorge un altro problema. In piazza Zara prima c’erano settanta parcheggi con strisce blu, collocati su due piazzole, che dovevano servire come collegamento con le scale mobili, ma che non sono risultati funzionali allo scopo. Adesso diventano a strisce bianche, ma noi abbiamo già denunciato che di sera -essendo tutto completamente al buio- ci vanno le coppiette, causando episodi spiacevoli: qualche giorno fa, un signore che portava a passeggio il cane lì nei pressi, è stato accusato da un “avventore”, appartato in auto con una donna, di fare il guardone! Pur senza fare la morale a nessuno, il problema illuminazione rimane serio. Tuttavia, la risposta ha sempre a che fare con le penurie di bilancio. E siamo alle solite. Tutto ciò ci ha portato a solidarizzare con quelli del “comitato” di Via Parigi, che vivono una situazione ancora peggiore. E che non si riesce a risolvere,

d - I problemi irrisolti perlomeno una cosa di buono l’’hanno portata, la solidarietà tra i quartieri. Infatti quelli di Via Parigi, a loro volta, hanno aderito all’associazione “Centro Storico”.

r - Sì, infatti. L’altra sera c’è stata una riunione dei vari comitati con i cinque candidati a sindaco (quattro, per la verità, visto che uno di loro non si è presentato), e io ho ribadito che in questa città è necessario che i comitati si coordinino tra di loro. Qui c’è una “vertenza Potenza” da mettere in piedi, sperando che quelli che verranno -nuovi o vecchi- si facciano carico di questi problemi, altrimenti rischiano di rimanere inevasi per lungo tempo. Io stesso ho proposto l’istituzione di un assessorato “alla partecipazione e alla condivisione”, onde coordinarsi con associazioni e comitati vari. Noi siamo “nati” con l’avvento del Sottopasso, quando ci chiusero e non sapevamo come scendere giù, e alcune criticità non sono state mai risolte. Penso alla segnaletica a Rione Mancusi... (a questo punto si inserisce uno dei cittadini presenti al nostro incontro, che lamenta: “Se debbo andare da Via Siena a Via Roma, non c’è il passaggio pedonale” e Cossidente: “Hanno istallato uno specchio, distante, ma non tutti riescono a vederlo” - ndr). C’è da asfaltare via Ravenna, c’è da portare indietro un palo posto lì in mezzo: tutte cose già accertate, ma rimaste lettera morta.

d - Un appello finale?

r - Lo farei ai cittadini: troppa gente, a volte, gira la testa dall’altro l’alto. Chi vuole bene a Potenza, deve mettersi insieme per far sì che certi problemi -sicurezza in primis- vengano risolti.

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