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Cari Contro-Lettori,

per la redazione di Controsenso Basilicata e il suo editore inizia una nuova avventura.

Venerdì 9 febbraio scorso (ieri, per chi legge), nel Capoluogo di regione, presso gli spazi messi a disposizione –a guisa di contributo all’ informazione senza vincoli- dall’Associazione Nazionale Autonoma Liberi Imprenditori (AsNaLi), in via Perlasca 15 (di fronte la stazione FS Potenza Centrale) è stata inaugurata la redazione giornalistica lucana dell’emittente Italia2News, che ci vede coprotagonisti.

Italia2News è una storica televisione del Sud, nata in Campania, addirittura del 1977, insieme alla quale confezioneremo le notizie e i servizi televisivi regionali, da inserire nel seguitissimo TG dell’emittente.

La tv è già visibile sul digitale terrestre al canale 76.

Stante la vicinanza con la stazione ferroviaria, ci sia consentito dire che si tratta di un treno importante per l’informazione lucana e soprattutto per il cittadino.

Non ci sperticheremo, come a volte si fa in queste occasioni, nell’elargizione di roboanti propositi che possono anche suonare gratuiti e auto-compiacenti: c’è molto da lavorare, questo possiamo sicuramente dirlo. La collaborazione appena nata è improntata soprattutto a questo, a contribuire fattivamente e proficuamente al pluralismo dei mezzi d’informazione, perché –specie qui da noi- una “nuova” emittente televisiva, non è mai un'emittente di troppo. Non sottovalutando, ovviamente, anche la portata “social” dell’evento, considerato che sia Italia2News sia Controsenso –com’è d’uopo, al giorno d’oggi- vantano anche le sempre più necessarie “estensioni” digitali.

L’invito ai nostri lettori, che da oggi potranno essere anche spettatori, è sempre quello: siate al nostro fianco, come parte attiva e non passiva.

Buona lettura/visione.

Walter De Stradis      

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Cari Contro-Lettori,

nel Capoluogo, la notizia della settimana è stata, purtroppo, quella della chiusura di una storia edicola del centro storico. Il fatto, che a un’occhiata distratta potrebbe sembrare soltanto uno dei tanti micro detriti rotolanti nello sfaldamento inarrestabile della parte vecchia, se non della Città tutta, in realtà è piuttosto grave e complesso, sotto vari punti di vista. Non escluso quello relativo a una certa ipocrisia da social (che sono, senza cercare alibi, fra le tante cause del crollo di vendita e lettura dei giornali), che caratterizza- come accade in tutto il mondo- anche alcune dinamiche della nostra città. Diversi e diversificati sono stati infatti i “de profundis” reiterati su tastiera (alcuni dei quali, va detto, davvero belli e sentiti) e c’è stato anche chi non ha perso occasione per postare la solita foto fatta nei pressi o sul “luogo della tragedia”, per testimoniare la propria vicinanza. Si chiude la stalla, insomma, dopo che sono scappati i buoi? Viene inoltre da domandarsi se qualche foto in meno (specie “post-mortem”) e qualche acquisto di giornale (o rivista, libro, fumetto, gadget, dvd, cd: perché non esistono soltanto i quotidiani) in più, non sarebbe stato, magari, di maggior aiuto (il discorso, ovviamente, valeva e vale anche per le altre edicole, perché non tutti abitano in Centro).

Soltanto pochi giorni prima, per dirne una, c’era stato il sesto anniversario della scomparsa di Antonio Infantino, genio culturale che il resto del Paese ci invidiava, ma che è morto nella solitudine e nell’oblio riservatigli da molti, qui da noi, anche istituzionalmente parlando. Eppure, anche in quel drammatico caso, su Facebook e Instagram, ci fu la corsa a scavare nei propri archivi e a pubblicare foto in compagnia del Maestro (scattate magari solo perchè era un tipo originale e incuriosiva), fatte in occasione di un qualche suo vecchio concerto estivo, ascoltato, con ogni probabilità, gratuitamente.

Alcuni lucani, insomma, sono piuttosto lesti a indignarsi, specie quando le responsabilità di una grande o piccola tragedia paiono attribuibili a un mondo, un pianeta, che “va così” (come se noi tutti si abitasse sul leggendario Nibiru).

Anche nel caso delle manifestazioni sul caso Claps, avvenute in concomitanza del trentennale e/o della messa in onda della fiction Rai, più di qualcuno ha fatto rilevare che fra i molti che, sentitamente e coerentemente, partecipavano, c’erano anche quelli che magari quel giorno si erano presi un permesso (per andare in strada) o una pausa caffè (per postare slogan su Facebook) da posti di lavoro che avevano ottenuto appecoronandosi proprio a quei “poteri forti” che ora contestavano.

Ma, ugualmente, quello che è stato più volte definito “il risveglio delle coscienze” c’è sicuramente e genuinamente stato. Se non per tutti, allora, sicuramente almeno per quei giovani studenti che hanno organizzato manifestazioni esemplari e che continuano a interrogarsi e a documentarsi sulle ingiustizie.

Per tutti gli altri, giovani e non, il caso ha voluto che la prova dell’ipocrisia, varia ed eventuale, sia alle porte: le elezioni. E lo segnaliamo come fatto culturale e basta, in valore assoluto. Anche se la cosa avverrà al chiuso della cabina elettorale (ma non manca mai chi si disvela sui social), ognuno di noi avrà ben di che confrontarsi con la propria partecipazione ai fatti “del mondo” (o con la propria “indignazione”), specie se a corrente alternata.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
a una manciata di mesi dalle elezioni
comunali di giugno prossimo, ci si augura,
sommessamente, ma sinceramente, che i
nostri amministratori uscenti, specie coloro,
tra essi, che intendono “riprovarci” (in stile,
“Provaci ancora, Sam”), comincino a leggere
gli articoli e le segnalazioni di questo e
degli altri giornali in una maniera diversa.
Si chiede un piccolo sforzo, insomma, volto
a prendere nota dei problemi segnalati dal
cittadino, e dagli attori della vita sociale,
a considerarli almeno come un possibile
spunto di riflessione per le cose fette o da
fare, e non solo come pretesto per alzare il
telefono e dolersi degli articoli letti, a mo’ di
“lesa maestà”.
Sarà una speranza vana, ma se –per esempiodovessimo
tracciare un profilo minuto del
Capoluogo di regione, unendo il filo di
alcuni articoli, lettere e interviste apparsi sul
numero di “Controsenso” che stringete tra
le mani, i connotati risultanti sarebbero un
tantinello preoccupanti.
A sentire i residenti di Via Parigi che ci hanno
inoltrato una, ennesima missiva, alcune zone
di Potenza sarebbero alla mercé di perditempo
(beati loro) nottambuli (e ultimamente anche
violenti), dediti con solerzia e insistita
frequenza al sollevamento del gomito e al
trambusto molesto annesso e connesso.
In assenza di misure efficaci, operate di
chi (sarebbe) di dovere, questi cittadini si
al sicuro.
Il parroco di Rione Lucania, dal canto suo,
denuncia una situazione un po’ più complessa,
e assai legata ai cambiamenti/turbamenti
dei tempi che corrono, e alle relative degenerazioni,
ma sempre e comunque
condizionata dall’ “aria” che si respira in
Città. I suoi parrocchiani, ma anche tutti gli
altri, sembra dire don Giovanni, si chiudono
nelle loro case, in preda ai loro problemi,
sono sfiduciati finanche dei rapporti umani
(o inumani), e sono poco partecipativi ai fatti
pubblici. In poche parole, sembra di capire,
questi cittadini sono davvero stanchi.
E poi, Francesco Romagnano, presidente di
“Io Potentino”, ONLUS che da qualche anno
ha attivato un poderoso progetto di contrasto
alla povertà locale (tramite la raccolta e la
somministrazione dell’aiuto più diretto che
possa esistere, ovvero il cibo), ci conferma
– se mai ve ne fosse bisogno- la presenza in
Città di una povertà, concreta, reale, forse
ancora non genuinamente capita nella sua
mutevolezza, specie se per ogni malanno
si adotta sempre e comunque il rimedio del
brodo di pollo.
Mescolate bene il tutto e aggiungete,
naturalmente, un'abbondante spruzzata di
spopolamento giovanile (e non solo), sempre
per rimanere in tema di "sfiduciati"
E per questa settimana basta così.
Walter De Stradis

 

 

 

 

 

 

 

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Cari Contro-Lettori,

per quanto reso celebre dalle versioni cinematografiche e televisive susseguitesi negli anni -l’immagine di prima pagina è infatti tratta dalla locandina del film “Il giro del mondo in 80 giorni”, con David Niven, del 1956- in realtà l’utilizzo della mongolfiera, nel romanzo originale di Giulio Verne (del 1872), non c’è da nessuna parte.

E quindi cominciamo subito con le palle.

E poi, c’è un passaggio significativo, nel succitato libro con protagonisti il gentiluomo vittoriano Phileas Fogg (di recente portato in tv, anche sulla Rai, dal bravo David Tennant) e il suo “servo” (una volta usava così) francese Passepartout: i nostri eroi, giunti su suolo americano, incappano subito in un “comizio” elettorale, al solito piuttosto acceso, tant’è che a un certo punto, fra i competitori e i relativi supporters, gli animi si “surriscaldano” un po’ troppo. E non a caso i Nostri preferiscono allontanarsi, perché, come suggerisce nell’occasione lo stesso Fogg: «Per quanto politici, i pugni restano sempre pugni».

Ma quanto a beccarli, quando la bagarre è finita, sappiamo tutti che sono sempre i cittadini che si ritrovano per lo mezzo, tra cazzotti, palloncini, palle e palloni da tutti i lati, nessuno escluso. E, nella confusione generale, è difficile capire chi veramente è un “gentiluomo” (vittoriano o meno), chi un semplice “servo”, chi è alla cerca di facili “passepartout”, e chi è un “pallone gonfiato” e basta. Che, come si accennava, nel romanzo di Verne manco c’è. Ma nella vita di tutti giorni, in questo nostro Paese, trattasi di specie assai prolifica, viepiù che sempre ammandrillata.

E allora, per venire alle cose lucane, con pallone aerostatico o senza, perché non farsi, tutti i vari competitor, un bel giro della Basilicata in 80 giorni? Qualcuno ricorderà che si era tentato qualcosa di simile con un camper, ma questa volta dovrebbe trattarsi di scendere sul serio dal predellino, o piedistallo, utilizzando tutti i mezzi locomotori che la nostra regione ci offre: treni, bus, automobili, magari –perché no- il dorso di mulo (al posto dell’elefante usato in India da Phileas Fogg) e infine anche i piedi.

La gente potrebbe raccontarne delle belle.

Altro che romanzi d’avventura.

Walter De Stradis    

 

 

 

 

 

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Scalo di Grassano, Tursi,
San Giorgio Lucano,
Sant’Arcangelo, Oliveto
Lucano e Stigliano in
provincia di Matera; Teana
e adesso Montemurro in provincia di
Potenza. Venticinque anni di sacerdozio
(festeggiati l’estate scorso a Stigliano),
di cui quindici in Italia.
Il neo parroco di Montemurro, il
cinquantenne don Mario Antonio, è un
sacerdote originario dell’Angola, dai
modi particolarmente soavi e con un
sorriso che è di per sè un abbraccio. La
fuga dei giovani, dai piccoli centri lucani
-di cui ormai ha vasta esperienza- ma
anche dalla fede, è uno dei sui crucci:
per questo, a un certo punto -lui, cintura
nera di karate- ha deciso di sposare la
pastorale con le arti marziali.
In quale momento della sua vita ha
capito che sarebbe stato un sacerdote?
Da ragazzo, in Angola, a Cubale, il mio
paese, mi piaceva molto pescare, e una
mattina, mentre mi accingevo a farlo,
vidi che lì nei pressi c’era il gruppo
scelto per il seminario e allora mollai
la canna e andai dal parroco (che era
Svizzero). Lui disse ok: potevo anch’io
dare gli esami (che superai il giorno
dopo).
Ma cosa la spinse, quel giorno
particolare, a contattare il suo
parroco?
Da bambino pregavo sempre, e fui
colpito dall’arrivo di un sacerdote nel
mio paese. Dissi subito a mia madre che
anch’io volevo essere sacerdote. Anche
a scuola mi dissero che ci ero portato.
E così, poi, in quel giorno di pesca, mi
convinsi del tutto.
E’ interessante, perché lo stesso Gesù
disse ai discepoli «Vi renderò pescatori
di uomini».
Infatti. Ci ho pensato spesso, anche
perché al mio Paese abbiamo trascorso
situazioni non facili. Io ho fatto anche
gli studi di medicina, e mi sono trovato
davanti a un bivio, anche perché ero
l’unico ad aver superato la selezione per
il seminario. Alla fine, pur sapendo che
il percorso sacerdotale era lungo, mi
affidai a Dio, seguendo la Sua volontà, e
le cose sono andate bene. E adesso sono
in Italia da quindici anni, dopo essere
stato sacerdote nella mia stessa Angola.
Walter De Stradis
-continua

 

 

 

 

 

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Cari Contro-Lettori,
«È con un misto di inquietudine e determinazione
che ci rivolgiamo a voi in merito alla recente
pubblicazione dell’elenco delle aree idonee
alla localizzazione del deposito nazionale
delle scorie nucleari. Come saprete, tra
queste aree ve ne sono ben dieci che ricadono
completamente sul suolo lucano, e altre quattro
che coinvolgono la nostra regione insieme con
la Puglia…».
Inizia così una lettera aperta diramata dal
Sindaco di Pisticci (Mt), Domenico Albano, e
dall’assessore all’Ambiente, Rossana Florio.
Sono dunque 51 i luoghi indicati dal Governo
per ospitare i siti nucleari e in Basilicata ci
sono anche Bernalda, Montescaglioso, Irsina,
Montalbano Jonico, Genzano di Lucania. Il
ministero dell’Ambiente e della Sicurezza
Energetica ha infatti pubblicato sul proprio
sito l’elenco delle aree idonee per il deposito
nazionale delle scorie nucleari, contenuto nella
Carta Nazionale delle Aree Idonee.
Ci risiamo.
Insomma, se non si fosse capito, nel “punteggio”
di questo particolare “concorso pubblico”, che
si rinnova, volto a ricevere il dubbio onore di
ospitare una delle peggio pattumiere d’Italia, il
“candidato” Basilicata è di nuovo in “vantaggio”
su tutti gli altri concorrenti. E se ne sta lì, con i
gomiti poggiati sul banchetto celeste e il cipiglio
ansiogeno, nell’enorme e immaginaria sala
della selezione, tipo una di quelle che (quasi)
ognuno di noi ha dovuto frequentare una volta
nella vita, nell’aula congressi di un qualche
hotel romano, o nell’ancor più triste scatolone
metallico di un ente fiera meridionale. Ma
questa volta è diverso. Se di solito il candidato
lucano, in certe occasioni, avverte
sulla schiena il sudore freddo di
una competizione impari (a meno
che non abbia il suo bravo santo
in Paradiso), in questo caso il
candidato Basilicata, nonostante
un curriculum piuttosto ricco
(petrolio, rifiuti di vario genere,
anche radioattivi, siti pericolosi
assortiti etc.), teme di poter vincere questa
competizione.
E non sono bastati i fasti del cinema e delle
produzioni televisive, che dalla gettonatissima
Matera ultimamente hanno anche dilagato su
Potenza; non contano nulla i successi della
Capitale Europea della Cultura, che hanno
indubbiamente mostrato al mondo lo splendore
adamantino del patrimonio lucano: per “loro”,
evidentemente, i Lucani sono e rimarranno
sempre i figli della serva. O peggio, il cestino lì
nell’angolo, in fondo allo stanzone. Eh già, perché
questa immagine consolatoria e utilitaristica del
cittadino basilicatese (privato della grossa, anzi,
auto-privatosi persino dei suoi rappresentanti in
Parlamento), non nascondiamocelo, ce l’hanno
per primi i basilicatesi stessi. Quelli potenti,
invero. Sindaci, presidenti, direttoroni. Quelli,
cioè, che da sempre guardano al cittadino solo
come a un elettore, che guardano al paziente
solo come a un contribuente (o, al più, un
rompiscatole), che guardano al lavoratore
solo come a una tendenza in un grafico, e al
disoccupato come a una rogna che è meglio che
se la gratti qualcun altro. Ma tutti, e proprio tutti
i Lucani, in ogni caso vengono considerati alla
stregua di una grande “deposito” di comunicati
stampa trionfalistici e di promesse da mercato
rionale. Promesse che, è vero, vengono
puntualmente smentite da indagini e report
nazionali (si pensi a quelli di Agenas e Svimez in
ambito sanità), ma quegli stessi report e indagini
–state tranquilli, cittadini- verranno sommersi
da mille altri comunicati/promesse/annunci,
accartocciati e rotolanti verso il basso, giù nel
pozzo senza fondo di quell’immensa discarica di
Basilicata, colma fino all’inverosimile di palle
locali e di minacce nazionali.

 

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

«In questi anni, questi meccanismi che vanno in “sincrono perfetto” quando accadono certi fatti di cronaca, io li ho visti, anzi, li ho subiti».

Sono queste le parole di Gildo Claps, intervenuto sabato scorso, al Polo Bibliotecario di Potenza, per la presentazione di un romanzo, scritto da Antonella Grippo, in cui il caso Claps è solo uno dei tanti misteri italiani che si incrociano, pur se rivisti alla lente della finzione e del thriller letterario. I meccanismi che si muovono in “sincrono perfetto”, a cui ha fa riferimento il fratello di Elisa, sono ovviamente quelli dei legami e legacci massonici, che anche il più fesso degli italioti sa bene essere scattati in diversi fattacci della storia del Belpaese, e di cui la verità giudiziaria è riuscita, o ha potuto, o ha voluto, solamente disvelare una parte.

Gildo Claps ha dunque colto ancora una volta l’occasione, come fa ormai da trent’anni, per dire la sua su una certa anima opaca, come la nebbia gialla vittoriana resa celebre dai romanzi agli albori del thriller stesso, che ha pervaso e ancora pervade i vicoli posti negli anfratti più segreti del cuore della nostra città. «A Potenza, da sempre, i migliori “affari” si fanno in silenzio», ha detto. Non prima, però, di aver precisato di gradire, una volta tanto, la possibilità di parlare negli argini della recensione di un thriller letterario, visto che di querele ne ha subite «fin troppe». Già, un particolare che non viene fuori spesso, in tutta la vicenda che gli ha straziato la vita, ma che lo ha trasformato in un irriducibile ricercatore di verità. Le querele, dunque. C’è stato anche chi ha avuto questo barbaro coraggio, evidentemente. In ogni caso, mentre Gildo Claps raccontava queste cose, di questi abbracci “fraterni” fra potenti, che danno calore a pochi e che tolgono il respiro e le possibilità a tutti gli altri, la mente di chi scrive andava, chissà perché, al discorso del professore di Medicina allo studente meritevole, presente in una scena del film “La meglio gioventù”. «E Allora vada via... Se ne vada dall'Italia. Lasci l'Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare, il chirurgo? Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi... Vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L'Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire. Tra poco ci sarà un'apocalisse? E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire... Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via...»

E lei, allora, professore, perché rimane? Chiede divertito lo studente di medicina.

«Come perché?!? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere!».

E come diceva Costanzo, “Buona camicia a tutti”.

Walter De Stradis

 
 

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Cari Contro-Lettori,
nell’opinione comune, naturalmente, una fascia da Miss è assai meno autorevole di una fascia da sindaco (o di un altro politico), stante il diverso carico di “responsabilità” in capo all’una e all’altra. Entrambe, tuttavia, per loro natura sono rappresentative di un territorio e giocoforza debbono farsi anche veicolo dei valori ascrivibili a quella piccola o grande parte di pianeta, oltre che al pianeta stesso, particolare, quest’ultimo, che sarebbe alla base dell'odioso clichè –soprattutto nel cinema americano- che immortala l'avvenente vincitrice del concorso di turno mentre balbetta qualche frase di circostanza. Ma la storia ci insegna che le banalità propinate ai cittadini dal palco di un comizio, o dal tavolo di una conferenza stampa, o da una tribuna politica televisiva, spesso provengono da chi indossa -e assai spesso con maggiore disinvoltura e faccia tosta di una reginetta di bellezza- un tipo di fascia che si diceva appunto diversa. Già, perché a vedere i risultati raggiunti in certi capoluoghi di provincia (Quale? Ri-leggetevi la classifica dei sindaci del Sole 24 ore), le promesse sciorinate in campagna elettorale, a conti fatti, suonano più vuote e circostanziali di quella Miss Universo che nei film di Hollywood, per meritarsi il 6 politico dell’intelligenza, si augura “la Pace nel Mondo”.Ma qui, dall’altra parte dello schermo, siamo nella realtà. E la realtà della nostra città, ben al di là dei proclami e dei lavori pubblici di comodo (siamo a pochi mesi dalle elezioni, e alcune cose, già pronte, paiono ferme, in attesa di “inaugurazione” a orologeria? ma ci torneremo), grazie a Dio è anche quella dei giovani, belli fuori, e belli dentro. Diciamocelo una volta tanto: i nostri ragazzi non sono tutti come quel nugolo di imbecilli scalmanati che, specie d’estate, tengono in scacco le vie del Centro (e anche di alcune zone della periferia).
I nostri giovani sono anche quelli della manifestazione per Elisa Claps, i quali –come ricordava sullo scorso numero l’onorevole Savino- hanno materializzato un bell’esempio di serietà, compostezza ed efficacia.
I nostri giovani sono anche i bravi studenti del Liceo Scientifico “Galilei”, che da qualche tempo stanno dando vita a una serie di interviste a personaggi che le testate locali “vere” non sempre riescono a procacciarsi agilmente, dal protagonista della fiction su Elisa, a nientemeno che il Procuratore Capo di Potenza (ne leggete a pagina 4). E ciascuno di costoro non si è certo abbandonato a banalità di circostanza, quelle all’americana o da comizio nostrano, per intenderci.
Questi nostri giovani, sono ben rappresentati anche da ragazze come Aurora Laguardia, la diciottenne potentina che è stata il volto della nostra regione alle ultimissime fasi di Miss Italia, e che –nell’intervista “a pranzo” a pagina 7- si è fatta veicolo di significati importanti, tramite parole ponderate, ma dritte come un chiodo, e su argomenti –anch’essi non di circostanza- come la violenza sulle donne, il caso Claps, e la rassegnazione dei Lucani.
Viva la bella Potenza e viva la bella Basilicata.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

«ne ho viste io di cose, che voi umani non potreste immaginarvi».

E’ una frase che conoscono anche quelli che non hanno visto il film di fantascienza in cui è contenuta (“Blade Runner”, 1982, di Ridley Scott). La pronuncia, in punto di morte, un “replicante” (un uomo sintetico, ex combattente stellare, interpretato dal Rutger Hauer), ma le sue parole sono entrate nel linguaggio comune a significare meraviglia, stupore o anche delusione, per quanto a volte accade sotto i nostri occhi. E sotto i nostri occhi, ormai tempo fa, capitò la famosa delibera di giunta del Comune di Potenza (del 20/12/2022), tramite la quale alcuni locali municipali venivano assegnati ad altrettante associazioni senza scopo di lucro. Tutto giusto, per carità, ma non mancavamo di notare, con allegato stupore e meraviglia, che tra queste, a fronte di altre che lamentavano l’esclusione dall’elenco, figurava l’associazione “Marinai d’Italia”, e per di più facente capo a Matera. Si dirà: e capirai, anche se a Potenza (né tantomeno a Matera) c’è il mare, i locali comunali vuoti e in disuso, che il Municipio ha pure tentato di vendere, sono tanti e “si gettano”, meglio dunque darli in affitto a qualcuno. E anche questo è giusto. Tuttavia, una sorta di rigurgito alla Rutger Hauer fa capolino lo stesso, se è vero quel che ci ha raccontato la professoressa Rosalba Romano, presidente di un’associazione che si occupa di una fesseria come la prevenzione degli incidenti stradali mortali. La prof infatti afferma che, dopo un periodo di affitto, il locale della sua associazione di promozione sociale, lei ha dovuto comprarselo, di tasca sua. Il tutto, a seguito di sfratto del Comune. Anche questo è tutto regolare, nulla quaestio, per carità: il Municipio, come dicevamo poc’anzi, deve fare cassa. Ma il sindaco Guarente converrà con noi, o almeno lo crediamo, che il meccanismo generale pare un tantino da oliare, se i marinai d’Italia, in una città di montagna, beneficeranno (o potrebbero beneficiare, perché non sappiamo se hanno poi preso possesso del locale assegnato), di uffici e quant’altro, mentre l’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada, nella persona del suo presidente, ha dovuto contrarre un prestito ventennale per comprare l’attuale “box” in piazza XVII Agosto (ne leggerete meglio a pagina 7). O, almeno, questo è il nostro punto di vista, anche se replicanti non siamo.

Specie se, sempre sotto i nostri occhi, a poche ore dalla Giornata mondiale del Ricordo delle Vittime della Strada (che domenica si svolgerà a Bella), capitano i dati diffusi dall’Istat, e secondo i quali: «Nel 2022 si sono verificati in Basilicata 914incidenti stradali, che hanno causato la morte di 46 persone e il ferimento di altre 1.355. L’anno 2022 è caratterizzato da una netta ripresa della mobilità e, come conseguenza, dell’incidentalità stradale. Rispetto al 2021diminuiscono leggermente gli incidenti (-0,4%),mentre aumentano i feriti (+1,7%) e ancor più le vittime (+27,8%), in linea con quanto avviene a livello nazionale dove, tuttavia, ad un aumento maggiore del numero di incidenti (+9,2%) e feriti (+9,2%) corrisponde una variazione più contenuta del numero delle vittime (+9,9%)».

C’è di che riflettere. E buona camicia a tutti.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

se dovessimo individuare un minimo comune denominatore a servizi presenti sul numero di questa settimana, potremmo dire che si tratta senz’altro della solitudine. E’ un male, un veleno, questo, che affligge l’uomo moderno in generale, e l’uomo potentino in particolare.

Tanto per cominciare, infatti, per il re salentino della pizzica (e big internazionale della world music) Antonio Castrignanò (che abbiamo intervistato ad Accettura), la “tarantola” dei tempi nostri (che non “morde” più soltanto le contadine) è appunto quel senso di abbandono tipico « della società moderna, che allontana l’individuo da se stesso; laddove invece il Tarantismo, per sua natura, era portato a “inglobare” l’individuo che stava soffrendo, a riportarlo alla “normalità” attraverso una ritualità, e ad accoglierlo nuovamente nella comunità. Questo è un insegnamento che il Tarantismo ci ha lasciato e di cui tutt’oggi si avverte l’esigenza, ovvero la socialità, lo stare insieme, rafforzare lo spirito dell’individuo».

All’atto pratico, e per stringere l’obiettivo sul capoluogo di regione, ciò si traduce anche nelle parole del viceparroco del “problematico” quartiere di Bucaletto, a detta del quale «La situazione povertà c’è, ma vi è anche il problema delle dipendenze. La solitudine è il problema più grande che poi sfocia anche nella dipendenza, più spesso legata all’alcool. (…) Le persone che realmente hanno bisogno dell’aiuto alimentare fortunatamente sono poche. Abbiamo 15 famiglie che aiutiamo. Ma il vero problema è la solitudine, perché qua si è soli e si sentono abbandonati. Bisognerebbe fare un po’ di rigenerazione urbana e sociale. Una delle cose che aiuterebbe il rione sarebbe quella di renderlo più attrattivo per le famiglie lucane come zona abitabile anche tramite l’intervento delle istituzioni. (…) La commistione tra cattiva politica e scarsa apertura mentale comporta ulteriore isolamento. (…)Ormai il quartiere è vuoto, ma questo impone che la politica si muova. Noi, il nostro, come supporto e sostegno, lo facciamo. A Bucaletto la chiesa è l’unica istituzione che promuove cultura, educazione e studio». E scusate se è poco. Sarà paradossale dirlo, ma coloro che a Potenza ritengono di essere stati lasciati soli, sono in buona compagnia. Si leggano anche le parole della prof.ssa Romano, dell’Associazione Familiari e Vittime della Strada: ««…dal 2002 ad oggi l’associazione ha ricevuto fondi per un totale di 3.800 euro, veramente pochi in 21 anni di attività dell’associazione (…)Raramente le istituzioni supportano e collaborano con l’associazione per fermare le stragi stradali, per non parlare dei fondi che di diritto dovrebbero essere stanziati per attività e servizi svolti dai volontari gratuitamente, che oltre al tempo messo a disposizione, sostengono economicamente l’associazione».

Che dire, sarebbe interessare sapere cosa pensano di tutto questo su al Comune. A parte i soliti rimbrotti, ovviamente.

Meditate, gente, meditate.

Walter De Stradis

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