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di Walter De Stradis

 

 

Professore di filosofia, fondatore dell’associazione Basilicata 1799, curatore di diversi volumi e promotore di iniziative socio-culturali di ampio respiro, Francesco Scaringi è -insieme a Giuseppe Bisceglia- ideatore, curatore e direttore del “Città delle 100 Scale Festival”.

Giunta alla sua 14esima edizione (avviatasi il 10 settembre scorso e che si concluderà il 29 novembre prossimo), la multiforme kermesse (teatro, danza, musica, dialoghi e approfondimenti), ormai di respiro internazionale, è uno degli eventi più attesi e seguiti del panorama artistico e culturale della regione.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: “Grazie a mamma e papà”, direbbe innanzitutto qualcuno. E poi la giustifico sperando che gli altri mi vogliano bene (un’esistenza vale se vale per gli altri). Sono inoltre consapevole di vivere all’interno di una società, e dunque cerco di dare anche delle risposte.

d: In che misura, facendo Cultura, ritiene di dare “risposte” alla società?

r: E’ una cosa molto complessa: sicuramente si colgono degli spunti dalla realtà, nello stesso tempo si danno delle risposte, ma si aprono anche delle possibilità. Non è detto che la Cultura debba dare risposte immediate, bensì anche a più lungo termine. E questo è l’elemento più affascinante nel fare Cultura, avere una prospettiva per il futuro.

d: In quattordici anni di questo Festival cosa crede di aver dato alla città? O alla regione...

r: Abbiamo chiamato il nostro Festival “delle cento scale”, non solo riferendoci alla “verticalità” di Potenza, ma anche perché le scale stesse aprono dei passaggi, delle relazioni, dei transiti e io penso che una delle cose fatte è stata dunque proprio “aprire” la città alla comunicazione, alle relazioni, con delle finestre anche sulle problematiche del capoluogo. Non è un caso che abbiamo anche spostato il Festival dai teatri all’interno della città vera e propria. E poi c’è stata sicuramente anche la valorizzazione di alcune professioni, innescando -attraverso varie proposte- processi culturali, non soltanto di intrattenimento. La nostra non è dunque solo una “rassegna” di spettacoli, bensì un qualcosa di molto più articolato, che costruisce una comunità, che a sua volta cerca di relazionarsi con l’intera città.

d: Noi potentini, forse perchè montanari, spesso ci chiediamo cosa ci sia “dietro” alcuni fatti e fenomeni. Cosa c’è “dietro” il Festival Città delle Cento Scale?

r: Ci sono due persone, io e Biscaglia, che avendo sempre lavorato nel sociale (ed essendo anche docenti e operatori culturali), hanno pensato di condensare alcune esperienze in un’attività che potesse essere gratificante per loro e per la città. Il nostro Festival si può dire che ha raggiunto una statura di livello europeo.

d: Ci si guadagna, anche?

r: No. Il mondo dello Spettacolo e della Cultura in genere è un mondo del precariato. Io sono fortunato, essendo uno stipendiato con un suo lavoro, e non è certo questa attività culturale -per me e il mio socio- la fonte di guadagno (al quale non si è mai puntato). Certo, per chi ci lavora (tecnici, operai e quant’altro), rappresenta anche una possibilità di guadagno, ma è sempre un mondo del precariato. Non c’è una prospettiva certa.

d: E quali sono i rapporti con la politica, che ha in carico lo sviluppo economico, ma anche culturale di una regione?

r: E’ sempre un rapporto difficile, quello con la politica. Specie se la Cultura vuol essere autonoma, in quanto la politica -che è anche dominio- tende appunto anche a dominare e a condizionare. Esistono però anche delle possibilità, che uno si deve giocare, puntando sulla proposta, la credibilità e sulla propria autonomia. Lavorando su questo, si riesce a ottenere una certa distanza dalla politica, che -attenzione- non è distacco, disinteresse, perché la politica è importante, ma si tratta di non entrare in quei meccanismi di vicinanza e di scambio. Ed ecco perché sono importanti le leggi e le normative a cui fare riferimento, per poter continuare a fare ciò che si fa.

d: A Potenza (e in regione) qual è la scalinata più impervia per il cittadino?

r: Come contesto c’è una crisi (acuita dalla Pandemia e dalla Guerra) che porta a un’incertezza generale, a livello economico, lavorativo, a livello di futuro. A Potenza, che è una città del Sud, certe problematiche si moltiplicano (è aumentata l’emigrazione). Io credo che qui da noi si debba riconquistare la dimensione della “provincialità”, ovvero la capacità di essere una piccola città in cui si potrebbe vivere molto meglio, ma in cui non ci si riesce.

d: Perchè?

r: Qui c’è una politica che ha un atteggiamento per molti versi “paternalistico”, ma priva di capacità progettuale. Si va per emergenze, la spesa pubblica è tutta sull’immediato. Questa città non la si “slancia” nel futuro, mentre oggi le città sono organismi che devono imparare ad apprendere. E un passaggio può essere la Cultura.

d: Spesso in queste interviste è stato detto che in città certi ambiti culturali sono “blindati”, poco “accessibili”, a causa del familismo, dei “cerchi magici” e del perseverare dei “soliti noti”. In particolare sembra che ci sia anche una certa “esterofilia”, una predilezione per chi viene da fuori o, comunque per quei lucani che si sano affermati altrove. Cosa ne pensa?

r: Innanzitutto è giusto non pensare a un “pubblico” unico, ma a più pubblici, e dunque esistono anche proposte culturali diverse, magari di un livello più alto, e anche -sì- delle nuove cose che vengono da fuori (e che in città prima non c’erano), e che come tali possono suscitare interesse. I “cerchi magici” a Potenza? Beh, qui esiste un “difetto”, quello di ritenere che alcuni possono fare “solo” una cosa. Non è così. Le cose vanno intrecciate. E poi esiste anche un “peccato”, che è quello della “auto-soddisfazione”.

d: E sarebbe?

r: Essere contenti di quello che si fa, pensando di aver fatto il massimo e di essere il centro del mondo. Occorre invece decentrarsi, capire di essere una piccola realtà. Questo porta a non accontentarsi del piccolo, guardando invece anche alle prospettive internazionali.

d: A proposito di “centro del mondo”, lei ha collaborato -tra i project leader- anche con Matera 2019. A conti fatti, la Capitale della Cultura è stata un’occasione persa o colta in pieno?

r: E’ stata un’occasione colta poco e poco sfruttata. Anche qui si è puntato molto sull’occasione, sugli eventi, e si è programmato poco. E’ come se tutte le energie fossero state spese per una “esplosione” che poi, in qualche modo, si è sgonfiata.

d: Se potesse prendere il presidente della Regione sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Gli direi subito “pensa ai giovani”. Da insegnante, vedo le loro difficoltà.

d: Come si pone lei, nella polemica sulle assunzioni, anch’esse “esterofile” fatte da Bardi nel suo staff? Essere lucani, per lavorare nei ruoli apicali di questa terra, è una conditio sine qua non?

r: In questi casi si corre il rischio di essere demagogici. Ci sono delle mansioni, degli atti di fiducia, che a mio avviso possono essere dati anche a persone di fuori (se io devo allestire una mostra particolare, occorre trovare chi abbia delle competenze, e anche magari delle relazioni internazionali). Se il lucano bravo c’è, deve essere tuttavia valorizzato: nel nostro Festival non definiamo come “lucani” gli artisti della regione, ma solo come “artisti” e basta. Mi spiego? D’altro canto, non si può chiedere una gestione amministrativa a una classe burocratica che in qualche modo ha sempre dimostrato incapacità, ma che all’improvviso deve essere anche capace. Non sto prendendo posizione, ma ragionando in valore assoluto: chi governa deve anche saper scegliere le qualità giuste per i progetti che vuol mettere in atto; i prescelti possono essere lucani e non, ma la direzione dev’essere quella del progresso, e non magari quella dell’amicizia o dell’appartenenza: il quel caso siamo in un’altra direzione, che ovviamente io contesto fortemente.

d: “Dire/Tacere” è il “concept” della 14 edizione del Festival Città delle Cento Scale. Perchè?

r: E’ un’idea, non un “tema”, che nasce dall’incontro che abbiamo fatto con Massimo Cacciari, nel quale si è citato il filosofo Ludwig Wittgenstein che ha scritto una frase molto bella «Di ciò di cui non si può dire, si deve tacere». Noi ne facciamo ovviamente un uso metaforico: specie nel caso della Guerra, noi stiamo assistendo a un parlare eccessivo, aggressivo, spesso volto a far tacere qualcun altro. In questo gioco di contrapposizione, viene fuori la necessità dell’ascolto.

d: Il libro che la rappresenta?

r: “L’uomo senza qualità” di Musil.

d: La canzone?

r: “San Lorenzo”, di De Gregori.

d: Il film?

r: “Morte a Venezia” di Visconti.

d: Mettiamo che far cent’anni scoprano una targa a suo nome su una delle famose “scale” di Potenza: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: «Di qui è passato un signore, che forse un po’ l’ha pensata, questa città».

 

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di Walter De Stradis

 

«Non ho iniziato a scrivere per fare “il Messia”, ma perché, per tanti anni, non ho avuto emozioni e non le davo. Oggi scrivo poesie per elargire emozioni alla gente».

Carmine Donnola entra nell’ultima cantina rimasta di Potenza, la caratteristica trattoria “da Vincenzo” in centro storico, con un cesto di vimini sottobraccio, colmo di sue poesie impresse su foglietti arrotolati.

Il gestore sceglie una di queste piccole pergamene colorate, cogliendo un testo nel quale afferma di "ritrovarsi". A sentire Donnola, succede spesso.

Il poeta che ha iniziato raccontando la sua esperienza di ex alcolista, e che è finito per attrarre l’attenzione di musicisti come Eugenio Bennato (col quale ha condiviso il palco) e di registi come il Nastro D’Argento Nicola Ragone (che gli ha dedicato il corto “Urli e Risvegli”), è infatti un inveterato spacciatore di Cultura.

Giornalisti, filmmakers e curiosi da tutta Italia vanno a trovarlo nella sua Grassano (Mt), e non tornano mai a mani vuote. Magari, al contrario, con una delle sue bottiglie di vino “ricoperte” di poesia.  

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Raccontando il mio passato e vivendo il mio presente, che senza quel passato non ci sarebbe. La giustifico inoltre con un futuro diverso e molto migliore.

d: Lei dice giustamente che il suo passato è il fondamento di ciò che sta facendo oggi: quando, come e perché divenne un alcolista?

r: Non c’è un perché. Ti ci trovi senza saperlo. Cadi sempre più in fondo, fino a rimanerci. Ed è facile cadere, perché sei impreparato. Io prima non facevo abusi, non ero un bevitore né un “frequentatore” di alcol, ma a un certo punto lo sono diventato senza accorgermene.

d: Quando ha capito che era diventato un alcolista?

r: Non bevevo superalcolici, ma a un certo punto, in mancanza del vino o della birra, ho cominciato a cercarli, e –successivamente- in mancanza di superalcolici, mi è capitato di bere addirittura l’aceto. A quel punto ho capito.

d: Quanti anni aveva? Lavorava?

r: Sì, avevo circa trentacinque anni e lavoravo, come se nulla fosse, prima come operaio in fabbrica e poi come bidello. Riuscivo a mascherare molto bene. Mi è andata bene. Tantissimo. Non persi la dignità, non diventai un tipo violento, cosa che invece accade di frequente a chi beve.

d: E quale fu, invece, l’effetto dell’alcol su di lei?

r: La solitudine. Stare solo mi piaceva.

d: Era già sposato? Aveva figli?

r: Sì e sono stato fortunato anche in questo, perché a volte i familiari abbandonano gli alcolisti, non avendo altra scelta davanti a situazioni davvero drammatiche.

d: Quando e come è arrivato il momento di smettere e di curarsi?

r: Mi sentivo inutile in questa società e rispetto a tutto ciò che mi circondava. Mi era indifferente tutto.

d: Non gliene fregava più niente.

r: Assolutamente niente. Ripeto: sono stato fortunato. Ne sono uscito e oggi per me è facile parlarne, perché sono quasi libero da quella schiavitù. Dico “quasi” perché per un ex alcolista c’è sempre il rischio di una ricaduta.

d: Lei ne ha avute?

r: Sì. Sono stato due volte in clinica, a Senigallia, per disintossicarmi. Dopo circa un anno dalla prima disintossicazione, a un certo punto mi dissi: “Ma che potrà mai farmi un goccetto solo?”, e piano piano ricominciai, finché capii di esserci ricaduto e chiamai subito in clinica: “Guardate che le cose vanno male”. Tornai a Senigallia e fu molto brutto perché era Natale. Ma era più importante salvarsi.

d: Da quanti anni è fuori dalla dipendenza?

r: Saranno una ventina d’anni.

d: Com’è noto, lei divenne poeta proprio in seguito a queste sue vicende. Una volta mi raccontò che scriveva poesie sui tovagliolini di carta, in cantina, mentre beveva, e a quanto pare fu il gestore a convincerla a non gettare via i suoi scritti.

r: Già, lui ingoiò letteralmente quella poesia, perché io avevo il vizio di cestinarli, quei foglietti. Lui disse: «Meglio che rimanga nella mia anima e non nel cestino».

d: Un poeta anche lui!

r: Assolutamente sì.

d: Pertanto lei è, da tempo, un esempio, anche per i giovani, con la sua testimonianza “a lieto fine”. Qui a Potenza un problema “giovani e alcol”, sembra esserci, purtroppo. Questa estate il Sindaco ha cercato di arginare il fenomeno tramite alcune ordinanze che riguardano il Centro… ma cosa dire a questi ragazzi?

r: Che non ha senso questo buttarsi. La vita è molto bella e ci sono molte altre cose, assai più interessanti, da fare. Quale che sia la causa, il malessere che ti spinge a buttarti, non è giustificabile di fronte alla vita e quello che TU potresti fare. Io stesso iniziai senza rendermene conto, ma sappiate che poi è molto difficile venirne fuori. Io sono un “salvato”, da chi non so, ma sono certo che da solo non ce l’avrei fatta. Donarsi agli altri: già quella è una cosa bella. Io ho passato una vita inutilmente, una vita vuota, eppure avevo tutto, come voi. Quando andate a bere dimenticate che a casa avete degli amori, che avete degli amici, degli impegni futuri, che non vanno buttati. Io ce l’ho fatta, ma è stato difficile, non cadete in quell’inferno. Anche il bullismo è una cosa atroce, vergognosa, chi lo attua non sa cosa sia l’amicizia, e infligge all’altro un male inimmaginabile.

d: Sono sufficienti gli interventi amministrativi? Sono solo dei palliativi? Qual è il ruolo, più in generale, delle istituzioni (scuole e famiglia compresi)?

r: La questione è che si viene “posseduti” dall’alcol…certo, le istituzioni dovrebbero aiutarli di più, dando Lavoro, Cultura, impegni sociali, alimentando la “presenza umana”, perché spesso ci si butta nell’alcol per solitudine.

d: I giovani lucani hanno un problema di solitudine?

r: Ma no, è un problema di TUTTI. Oggi credo che la solitudine sia più accentuata. Il Covid ci ha messo del suo, ma il fatto è che ci stiamo chiudendo, stiamo diventando indifferenti l’uno all’altro, persino tra vicini di casa. Adesso ci sono due tipi di guerre: c’è la guerra “visibile”, quella in Ucraina, e quella “invisibile”, che facciamo tra di noi, dandoci indifferenza l’un l’altro, senza aiutarci.

d: Se potesse prendere il presidente della Regione sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Difficilmente io andrei a braccetto con un presidente della Regione (sorride). Però gli chiederei di aiutare la popolazione, perché qui la situazione è drammatica: i paesi si stanno svuotando, la gente diventa sempre più povera (da un bel po’). Abbiamo bisogno di lavoro e non di fabbriche che inquinano e che in alcuni casi ammazzano. Il problema dell’alcol è drammatico proprio perché è “la droga dei poveri”: con pochi soldi ti compri un bottiglione di vino, vai a casa e ti distruggi. L’alcol il cervello te lo distrugge.

d: Lei scrive, pubblica libri e collabora molto con la musica locale: forse è stato il primo, certamente uno dei pochi, a recitare le sue poesie sulle basi di musica folk e popolare lucana, esibendosi con band dal vivo, ma anche registrando. Chiedo dunque anche a lei: è agevole fare cultura e musica in Basilicata? E’ vero che, molto spesso, tocca “chiedere” alla politica?

r: La Basilicata è ricca di artisti e –anche se non sembra- sono amici e solidali tra loro. Credo che il problema maggiore sia che chi organizza certi eventi dia per scontato che ci si debba esibire gratis o per pochissimi soldi. I personaggi “di fuori”, invece, si pagano e basta. Le ingerenze della politica? Sì, un po’ ci sono, e un po’ di colpa ce l’abbiamo un po’ tutti, proprio a causa di quel “tutto è dovuto” a cui accennavo. Ma gli artisti, in realtà, non hanno alternative: debbono esprimere le loro energie, e possono farlo solo suonando.

d: Il film che la rappresenta?

r: “Il laureato”, ma ce ne sono tanti altri…

d: Il libro?

r: …Boh? (si rattrista - ndr) Guardi, ci tengo a dire un’altra cosa: l’alcol ti cancella la memoria, te l’annienta. E’ come se non avessi fatto nulla. A me piaceva tanto leggere e andare al cinema, ma non ricordo.

d: La musica però la bazzica ancora, quindi…

r: Sì… come canzone citerei direi “La morte bianca” di Antonio Infantino, perché è una denuncia contro le morti sul lavoro.

 

 

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LO SPECIALISTA

RISPONDE

Sette domande al dottor

Domenico LACERENZA,

Direttore SIC di Oculistica

San Carlo -ASP

A

rispondere alle domande dei pazienti questa settimana è il dr. Domenico Lacerenza, Direttore della SIC (Struttura Interaziendale Complessa) di OCULISTICA, A. O. R. ”San Carlo” di Potenza – ASP di Potenza.

- Quali sono i più comuni problemi della vista? Quali le patologie più gravi?

Statisticamente ogni età presenta delle diverse problematiche. Ai neonati vanno valutate al momento della nascita le eventuali malformazioni congenite, molte delle quali -se diagnosticate precocemente- possono essere brillantemente gestite, anche per prevenire gravi problemi visivi in età adulta. Quando c’è un deficit visivo, il fattore tempo è fondamentale nella prognosi, per cercare di salvare la vista. Un altro momento importante nella vita è intorno ai 4 anni, periodo in cui vanno attenzionati i bambini per fare una diagnosi precoce di quello che è più semplicemente conosciuto come occhio pigro (ambliopia): si è in tempo per gestirlo prima che l’occhio diventi adulto, e dunque ,non più manovrabile, intorno ai 7/8 anni. Al netto degli eventuali traumi che possono colpire tutte le età, intorno ai 40 anni statisticamente c’è un’altra problematica sociale molto seria, chiamata glaucoma, che tende a comparire in maniera cronica a quell’età, e che solitamente viene diagnosticata nel momento in cui si interviene sulla presbiopia (incapacità di mettere a fuoco da vicino). A un glaucoma non diagnosticato, gli si dà il “vantaggio” di poter procedere indisturbato e quindi portare alla cecità. Andando ancora avanti con gli anni, ci spostiamo agli over 60: c’è la famosa cataratta che è in assoluto l’intervento più effettuato tra tutte le branche chirurgiche. Fino a qualche anno fa erano i parti, poi purtroppo con il fenomeno della denatalità oggi ci aggiriamo intorno ai 400.000 parti all’anno, contro le 600.000 cataratte in Italia (questo per orientarci statisticamente). Intorno ai sessant’anni, poi, bisogna fare attenzione anche alle maculopatie, le cause più importanti di abbassamento di vista nei paesi occidentali, anche queste molto diffuse e di varia natura.

- Oltre all’età, ci sono altre cause scatenanti, per esempio patologie quali diabete, ipertensione?

Qui si apre un capitolo importante che riguarda le malattie sistemiche, appunto come il diabete, che interessa vari organi, tra questi anche l’occhio, estroflessione del cervello. In questi casi, diabetologi e internisti, ma anche medici di famiglia, chiedono sempre l’esame del fondo dell’occhio, che è una cartina al tornasole della malattia diabetica: non solo dà informazioni sullo stato di salute della retina, ma indirettamente informa sullo stato di microcircolazione di altri organi nobili come cuore, cervello, reni ecc. L’occhio dunque è un bersaglio, ma anche una sorta di spia per l’eventuale esistenza di malattie reumatiche che portano alla secchezza dell’occhio, oppure di alcuni farmaci che possono creare fenomeni di accumulo a livello retinico. Altra malattia sistemica correlata è l’ipertensione arteriosa che quando non viene gestita bene o dura da tanto, potrebbe scatenare alcune lesioni al fondo dell’occhio (Retinopatia ipertensiva) e quindi si può determinare una stadiazione della malattia stessa.

- Anche in campo oculistico si può effettuare prevenzione? Quali screening sono a disposizione?

Nel fare l’analisi per età delle patologie, è insito il discorso sulla prevenzione, perché consideriamo le fasce di rischio per età, al fine di fare una diagnosi precoce di ogni possibile patologia. Fino a qualche anno fa, si faceva anche medicina scolastica, mentre oggi gli screening vengono effettuati grazie ad associazioni, tra queste quelle per la prevenzione della cecità, d’intesa con la struttura sanitaria che indica degli obiettivi. Abbiamo fatto un bellissimo lavoro che speriamo di poter riprendere al più presto.

- Sempre in tema “bambini”, abbiamo detto che spesso è difficile accorgersi di un problema visivo: ci sono dei “comportamenti” che dovrebbero far preoccupare?

Come dicevamo, nel caso dell’occhio pigro, il bambino fa tutto in maniera normale, ma lo fa con un occhio solo, perciò è una cosa da andare a cercare. Proprio per questo è bene fare una visita oculistica intorno ai quattro anni, di solito i bravi pediatri dopo aver scoperto in prima battuta l’eventuale problema, indirizzano le famiglie.

- Oltre ai traumi a cui abbiamo accennato in apertura, più in generale, per quali fastidi all’occhio ci si dovrebbe recare in ospedale?

Volendo fare un paragone, mentre per alcune situazioni di malattie croniche o addirittura tumorali, il paziente se ne accorge quando è troppo tardi, il più delle volte le problematiche che riguardano l’occhio, vengono percepite facilmente dalla persona, poiché all’improvviso diminuisce la funzione visiva, si arrossano gli occhi, si percepisce dolore (se pensiamo ad esempio alle congiuntiviti allergiche o batteriche).

- In questi casi è fondamentale rivolgersi direttamente alla struttura ospedaliera o consultare prima il medico di base?

È opportuno rivolgersi a uno specialista per la prima fase della diagnosi. Bisogna comunque sapere che ci sono delle procedure che garantiscono al paziente dei tempi brevissimi rivolgendosi al medico di famiglia che può prenderlo in carico con una procedura d’urgenza (RAO) nelle 24 ore con la classe di priorità A. Consideriamo che solo nella provincia di Potenza ci sono 22 punti di erogazione, tra ospedale e territorio per la presa in carico di questi pazienti, lo stesso vale nel materano. Dal punto di vista oculistico possiamo dire che la nostra regione garantisce una buona rete di copertura.

- Frequenti mal di testa e problemi di vista: che relazione c’è?

Partiamo dal sintomo: quando un paziente ha un mal di testa, si deve eseguire un protocollo, si va per priorità, sicuramente la funzione visiva può essere una delle possibili cause, tra le più frequenti. Ma non è solo l’occhio. Chiaramente di fronte un mal di testa persistente, sicuramente si fa una valutazione che inizia con uno studio della funzione visiva e si avvale anche della consulenza otorinolaringoiatrica e neurologica.

(A cura di Antonella Sabia)

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di Rosa Santarsiero

 

 

Mancano ormai pochi giorni alla riapertura di tutti gli Istituti scolastici di ogni ordine e grado e ciò avverrà per la Regione Basilicata il prossimo 12 settembre. La Consigliera regionale di Parità, Ivana Enrica Pipponzi, è intervenuta sul tema istruzione e formazione, affrontandolo da un punto di vista che le sta particolarmente a cuore: quello della disparità di genere, un fenomeno mai sanato nella nostra società che sovente affonda le proprie origini -come spiegherà a seguire proprio la Consigliera Pipponzi- a partire dalle scelte scolastico-formative delle donne.

«La Commissione europea, qualche tempo fa, ha pubblicato un interessante report sulla formazione in Europa, da cui emerge un dato allarmante: le donne -non solo in Italia- si laureano con una percentuale superiore rispetto agli uomini (il 47%, contro il 36% degli uomini), eppure il divario di genere nel mondo del lavoro è ancora così evidente! Circa il 48% delle donne lavora, al Sud siamo intorno al 32%, in Basilicata al 36%, ma capirà che tali percentuali appaiono distoniche rispetto alla situazione scolastica sopra descritta».

D: Consigliera, lei come spiega tale fenomeno?

R: È importante fornire qualche numero partendo dalle performance universitarie, poiché in presenza di dati come quelli che le sto per illustrare si rimane assolutamente basiti. Già a partire dalle scuole medie, il 43% delle ragazze consegue voti migliori rispetto agli studenti, che si attestano sul 9 o sul 10, mentre il 31% dei ragazzi non raggiunge questo risultato. Ciò emerge dal profilo dei diplomati del 2020. Tale dato, tra l'altro, rimane inalterato anche nel prosieguo degli studi verso l'istruzione secondaria superiore, il diploma è maggiore nelle ragazze, il 53% contro il 47% dei ragazzi. Anche il voto di maturità è sensibilmente diverso: il 35,4% delle ragazze riceve tra il 90 e il 100, mentre tale votazione è raggiunta dai colleghi uomini solo nel 22,9% dei casi.

L'80% delle ragazze, inoltre, manifesta una innata tendenza a proseguire gli studi, a fronte del 65% registrato dagli uomini. Tra i diplomati dei licei circa il 60% sono ragazze, il 56% delle donne invece sceglie di diplomarsi in corsi professionali, il 38% vengono fuori da Istituti tecnici. Le donne, dunque, preferiscono nettamente studi classici o umanistici.

Le ho illustrato dati come questi, perché le scelte scolastiche predilette dalle donne generano pian piano un divario di competenze informatiche, ciò di cui oggi c'è maggiore richiesta. Già da qui, a mio parere, si inizia a comprendere la motivazione del divario di genere.

D: E all'Università cosa accade?

R: L'incidenza delle laureate è del 23,7% per l'intera popolazione, il 17,2% è rappresentato invece dagli uomini. Le stesse studentesse si laureano poi con voti nettamente più alti, dal 104 al 110, contro il 102/110 dei maschi.

D: Cosa scelgono quindi le donne?

R: Preferiscono corsi disciplinari di educazione, formazione, letterari, umanistici, linguistici e psicologici, a fronte delle materie STEM, cioè quelle a carattere scientifico tipiche nelle scelte dei ragazzi. Ebbene, quando si vanno a spulciare i dati delle retribuzioni emergono forti disparità di trattamento economico. Il salario medio per una laureata magistrale a cinque anni dalla laurea è di 1.403 euro mensili, mentre un laureato maschio guadagna 1.696 euro, il 12% in più del salario rispetto alle donne.

Il fenomeno della cosiddetta “segregazione occupazionale” si spiega con la scelta da parte delle donne di impieghi meno gravosi e più flessibili, ma con salari certamente più bassi. Mi spiego meglio. Proprio a causa della scelta degli studi, buona parte delle donne diventeranno insegnanti, impiegate, amministrative o, per chi non si laurea, commesse. Tali lavori per stereotipo si attribuiscono più vicini al mondo delle donne, ma allo stesso tempo consentono di conciliare l'aspetto professionale a quello familiare. Ciò tuttavia fa sì non solo che le donne abbiano buste paga più leggere a causa dei part-time, ma che non riescano ad acquisire né una formazione costante in termini di aggiornamento, né scatti di carriera rispetto ai colleghi uomini. Sembra quasi che le donne scelgano professioni simili non tanto per un sentire personale, quanto piuttosto per una sorta di imposizione culturale. Nella nostra società, tra l'altro, manca un sistema di Welfare capace di supportare nel quotidiano una donna lavoratrice, magari con la presenza di asili nido o di strutture adeguate per accogliere i figli durante le ore di lavoro. Una segregazione lavorativa orizzontale, ma anche verticale a causa del mancato accesso a scatti lavorativi di anzianità e di carriera.

Situazioni come queste rappresentano appieno il cosiddetto fenomeno del “Leaky pipeline”, in altri termini si può paragonare la carriera lavorativa delle donne ad una sorta di canna fumaria che continua a disperdere fumo, solo che in questo caso a disperdersi sono nel tempo le possibili progressioni di carriera delle donne.

D: Cosa sente di augurare alle nuove studentesse?

R: Mi permetto di consigliare e promuovere i cosiddetti studi STEM, che solo il 18% delle donne predilige. Una delle soluzioni per poter vincere il divario di genere nel mondo del lavoro è proprio questo. È chiaro che il mio è solo un suggerimento e che la naturale inclinazione delle donne è per me cosa sacra, tuttavia laddove c'è una forte indecisione nel percorso formativo, o per stereotipo non si ha la forza di scegliere carriere di questo tipo, be' mi auguro vivamente che ci sia la forza per invertire tale tendenza.

 

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

A vederlo, sembra la personificazione del detto “I Sessanta di oggi sono i nuovi Quaranta”.

Classe 1961, acheruntino, laureato in economia e dipendente dell’Agenzia delle Entrate, Antonio Donato Marra è presidente del Co.Re.Com di Basilicata dal dicembre 2019.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Ho una famiglia, dei figli, un lavoro che mi piace, e poi c’è questa esperienza al Co.Re.Com che definirei “incentivante”.

d: Ecco, il Co.Re.Com, un organismo molto importante –specie in fase di campagna elettorale- ma che alcuni cittadini considerano una specie di oggetto misterioso, confondendolo addirittura col vecchio Coreco (organo regionale soppresso che si occupava di tutt’altro).

r: Il Comitato Regionale per le Comunicazioni è un ente che si occupa, a livello regionale, del governo e del controllo delle telecomunicazioni. E’ stato istituito nel 2000 (legge n.20) e gestisce tutte le funzioni delegate dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni). Ne consegue che ha funzioni delegate e funzioni proprie. Si parte dalla vigilanza circa la tutela dei minori (in radio e tv) e il diritto di rettifica. C’è poi la gestione delle conciliazioni, ovvero le controversie tra utenti e compagnie delle telecomunicazioni.

d: Qual è il flusso di lavoro in quest’ambito?

r: Ogni anno gestiamo circa tremila conciliazioni (definizioni), andate a buon fine, che finora hanno restituito agli utenti più di 200mila euro.

d: Come avvengono le segnalazioni degli utenti e cosa riguardano principalmente?

r: Avvalendosi della nostra piattaforma web, gli utenti inseriscono i loro dati e le motivazioni per le quali si sentono vessati dalle compagnie. Noi andiamo a verificare le motivazioni e –tramite il sito- mettiamo l’utente in contatto con la compagnia (nella persona del loro legale) e vediamo se riusciamo a conciliare le posizioni, e uscire con una definizione della controversia che soddisfi l’utente.

d: Di solito si riesce?

r: Sì, direi al 90%. Cosa si segnala principalmente? Beh, può accadere che dopo essere passati da un vecchio gestore di telefonia a uno nuovo, si ricevano ancora fatture dal primo. Pertanto noi ci interessiamo allo scopo di far restituire il “maltolto” al cittadino. Oppure ci sono questioni di assenza di segnale, o quelle riguardanti titolari di contratti “business”, che tuttavia non ottengono tutto quanto previsto dal pacchetto.

d: Possiamo dire che le compagnie sono solitamente ben disposte alla conciliazione?

r: Certo, anche perché la conciliazione è uno strumento che ha diminuito sensibilmente le controversie a livello giudiziario. Si può dire che il legislatore ci ha visto lungo. Al Co.Re.Com abbiamo due legali, due “definitori” per meglio dire, assunti per concorso, attraverso una graduatoria che si “scala” annualmente.

d: Veniamo all’argomento “caldo”, ovvero le elezioni, la campagna elettorale, la par condicio.

r: Il nostro compito è proprio la vigilanza sulla par condicio, monitorando le trasmissioni, affinché sostanzialmente diano a ciascun interlocutore politico lo stesso tempo. Ciò avviene attraverso l’affidamento a una società che effettua questi monitoraggi, fornendoci poi dei verbali, dei report, in cui certifica se è tutto ok o se invece è necessario intervenire.

d: Quindi questa società si avvale materialmente di persone che si mettono e guardano le trasmissioni con le tribune politiche, gli approfondimenti, le interviste, i telegiornali…

r: Sì, e ovviamente ci sono registrazioni su supporto fisico, che vanno a corredo dei report.

d: In certi periodi sono molte le segnalazioni circa le violazioni? Immagino che non manchino partiti che segnalano presunte irregolarità…

r: Sì, sì. Tempo fa è accaduto che, a livello regionale, un partito politico si fosse sentito discriminato, soprattutto dalla Rai locale, lamentando di aver ricevuto meno tempo rispetto ad altri, in alcune trasmissioni,. La società incaricata del monitoraggio ci ha dunque descritto –secondo per secondo- i tempi concessi ai vari personaggi politici: e così abbiamo potuto verificare che –paradossalmente- proprio la parte politica che aveva denunciato aveva avuto un minuto IN PIÙ rispetto alle altre!

d: In caso di violazione della par condicio cosa succede?

r: Noi siamo obbligati a segnalarla all’Agcom nelle 48 ore successive. Scatteranno a quel punto le verifiche, a seguito delle quali l’Agcom stessa potrà comminare una sanzione (ovviamente all’emittente, e non già al partito che ha “beneficiato” della violazione).

d: Quale altro tipo di segnalazioni “politiche” ricevete?

r: Quelle magari riguardanti la presunta violazione della par condicio su una pagina Facebook comunale, accusando il sindaco di averla usata in maniera “patronale”. Proprio di recente è accaduta una cosa del genere, ma abbiamo verificato che il primo cittadino in questione usava quella pagina per divulgare notizie che interessavano la sua comunità, e non a livello “politico”.

d: La preponderanza dei social ha sicuramente appesantito il lavoro dei Co.Re.Com, rispetto qualche anno fa.

r: Certo. Si sono allargate le maglie: Twitter, Facebook, Instagram… riceviamo segnalazioni da ogni dove, ma ovviamente prendiamo in considerazione solo quelle che, in effetti, meritano di essere verificate. Alcune infatti non hanno fondamento.

d: In politica c’è tanta cattiveria.

r: Esatto. E strumentalizzazioni. Come Co.Re.Com noi dobbiamo essere assolutamente super-partes, siamo i garanti della parità di condizioni e di opportunità.

d: Ovviamente le stesse regole si allargano alle tv online, che nascono come funghi…

r: Tv e radio. Noi monitoriamo tutte le emittenti radio e tv a livello regionale. Siamo attenti affinché venga rispettata la par condicio.

d: Una sua opinione personale: in generale, come si comporta la stampa in Basilicata?

r: Leggo e seguo con attenzione. E posso dire che a volte colgo una certa “iper criticità” rispetto ai fatti riguardanti le amministrazioni pubbliche, a vari livelli. La criticità è sicuramente una cosa positiva, ma credo sia anche giusto che quando è stata fatta una cosa buona, venga segnalata e sottolineata, a prescindere dai colori politici di turno. Insomma, come si suol dire, “Dare a Cesare quel che è di Cesare”.

d: Da presidente del Co.Re.Com, in questo momento particolare, c’è magari qualcosa che la “preoccupa” particolarmente?

r: Beh, non mi preoccupa, ma dal coordinamento nazionale dei Co.Re.Com ho ricevuto un incarico particolare (avendo dimestichezza a livello economico e di leggi): quello di armonizzare tutte le leggi regionali istitutive dei Co.Re.Com che ci sono in Italia. Il problema, infatti, è che ci sono delle discrasie enormi fra l’una e l’altra. Ho già fatto la mia proposta di legge per la Basilicata, che farà da linea guida per tutte le altre leggi regionali che andranno a essere modificate.

d: In conclusione: una indicazione, un consiglio da dare al cittadino lucano?

r: Anziché avviare cause che magari dureranno anni, avvaletevi della piattaforma del Co.Re.Com, e segnalate.

d: Quindi, “sfruttiamolo, questo Co.Re.Com”.

r: Esatto, tra l’altro la nostra piattaforma è bellissima e semplicissima (si accede tramite https://www.consiglio.basilicata.it/sottopagina-organismo.html?organismo=204733&sezione=204773 - ndr) e lì si può tranquillamente segnalare ciò che si sta “subendo”. Non costa nulla. In ufficio, inoltre, abbiamo degli addetti che si occupano della cosiddetta “utenza debole”, ovvero di coloro che non sono pratici di strumenti digitali: basta recarsi al Co.Re.Com, in Regione, e l’inserimento dei dati avverrà attraverso l’assistenza di un incaricato.

d: Il film che la rappresenta?

r: Beh, quello che mi piace di più è “Per un pugno di dollari”. Ho il dvd e me lo rivedo tre/quattro volte l’anno.

d: La canzone?

r: “Albachiara”, di Vasco.

d: Il libro?

r: “Incompreso”, di Montgomery.

d: Mettiamo che fra cent’anni al Co.Re.Com scoprano una targa a suo nome: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: “A colui che si è dedicato anima e corpo”…

d: …“Anima e Co.Re.Com”.

r: (Risate). Sì! “Anima e corpo dedicati al Co.Re.Com”.

 

 

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LO SPECIALISTA RISPONDE

Sei domande al dottor Domenico BILANCIA, Direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale San Carlo di Potenza

“U
n nodulo, un sanguinamento o un sintomo anomalo, sono i principali campanelli di allarme che tutti i cittadini devono prendere in considerazione, per poi rivolgersi subito al medico”, è il primo consiglio del Dr. Domenico Bilancia, Direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Ospedale San Carlo di Potenza, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

d: Genere ed età influenzano l’incidenza dei tumori?

r: Certo, ci sono differenze, i tumori che conosciamo sono quelli della mammella che per ovvie ragioni è più frequente nel sesso femminile (solo l’1% sono ad appannaggio del sesso maschile); il tumore del polmone, che oggi tende a distribuirsi equamente tra i due sessi, come conseguenza della brutta abitudine del fumo degli ultimi decenni; infine il tumore del colon, che rientra nei tre principali capitoli dell’oncologia. Chiaramente, ci sono delle differenze per ragioni di natura anatomica, penso alla prostata e all’ovaio, oltre alla maggiore predisposizione. Un altro aspetto importante, sempre nelle differenze di genere, sono le risposte alle terapie condizionate da una serie di fattori genetici, per esempio il corredo enzimatico e quindi la metabolizzazione e la risposta ai farmaci. Tutte cose di cui in passato non si teneva assolutamente conto, i risultati venivano globalizzati, ma oggi meritano maggiore attenzione. Esistono poi dei tumori rari, penso ai sarcomi, che vanno indirizzati in Centri ad alto volume perché solo lì è presente una expertise adatta per gestirli sia dal punto di vista medico che chirurgico. C’è stato invece un cambiamento epocale in alcuni tumori, penso per esempio al melanoma, che era un tumore assolutamente raro soprattutto alle nostre latitudini fino a qualche anno fa, oggi invece è anche questo frutto dei cambiamenti degli stili di vita: i vecchi contadini Lucani certamente non andavano al mare e non si esponevano ai raggi del sole così come avviene oggi, spesso in maniera sbagliata, ovvero nelle ore principali di soleggiamento, causando l’aumento significativo dell’incidenza del melanoma, tanto da diventare la sesta o settima neoplasia più frequente tra le patologie rare.

d: Fumo, sole, smog e alimentazione sono quindi gravi fattori di rischio o credenze diffuse?

r: Per alcuni fattori, è ormai acclarato il rapporto causa-effetto, nessuno al mondo credo abbia più dubbi sul fatto che il fumo aumenti a dismisura il rischio di contrarre non solo tumori delle vie respiratorie, ma anche digestivi, della vescica, del pancreas, e anche la cervice uterina è collegata al fumo, se non altro perché si associa ad un modello particolare di vita e scarsa igiene. È un po’ meno facile dimostrare il rapporto con le abitudini alimentari, connesse a un aumento di incidenza del tumore al pancreas, anche detto“tumore del benessere” perché negli ultimi anni soprattutto nelle società opulente occidentali, la disponibilità calorica è aumentata in maniera spropositata, così come l’aumento del consumo di cibi grassi o ricchi di proteine. Quando facevo il tirocinio di chirurgia a Pisa, mi veniva raccontato che il tumore del pancreas era una neoplasia rara e ad appannaggio delle fasce avanzate di età, cioè dopo gli ottant’anni: oggi non solo non è più così raro, ma come mi raccontava il collega che segue il tumore al pancreas, solo nei primi mesi di quest’anno abbiamo affrontato una cinquantina di casi, dato che dà le dimensioni del problema.

d: Per quanto riguarda invece la genetica, bisogna aprire un capitolo a parte…

r: Oggi si va sempre di più verso gli screening genetici, ma devono ricorrere i criteri giusti per poterli effettuare, per esempio: più casi in una famiglia di uno stesso tipo di tumore, o differenti con una relazione tra di loro, per il rischio della presenza di alcune mutazioni. È il caso del gene BRCA, importante nei processi di riparazione del DNA; ma se questo sistema non funziona, esponiamo il nostro organismo al persistere di mutazioni che possono essere ereditate. Per capirci, è il caso di Angelina Jolie, che a un certo punto è dovuta ricorrere a un intervento profilattico di mastectomia per evitare di correre il rischio della mamma, nonna, zia e sorella, cioè il tumore della mammella e dell’ovaio.

d: Si legge spesso che le terapie oncologiche sono costose: come si conciliano costi elevati con il diritto alle cure?

r: Intanto in Italia dobbiamo essere grati per il nostro sistema sanitario, equo e da invidiare, poiché garantisce a tutti i cittadini del territorio nazionale l’accesso alle cure. Osserviamo poi con molta attenzione i meccanismi di approvazione di un farmaco, perché la spesa farmaceutica è un gravame sui bilanci dello Stato: non siamo come i tedeschi o i francesi che hanno un sistema misto, dove esistono le assicurazioni e quindi il cittadino che dispone di soldi, acquista i farmaci in autonomia. Noi dobbiamo fare i conti con una società non così opulenta e quindi cercare di distribuire le nostre risorse equamente tra tutti i cittadini; tra l’altro è garantito l’accesso alle cure anche ai cittadini stranieri. In questo momento, per esempio, abbiamo un paziente ucraino ricoverato con melanoma, che sicuramente effettuerà delle cure costose.

 

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d: In medicina si parla tanto di prevenzione, in Basilicata quanto se ne fa in termini di screening oncologici?

r: Siamo una regione virtuosa, perché abbiamo fatto il primo screening a carattere regionale in Italia. Gli screening devono chiaramente essere validati dal punto di vista scientifico, cioè devono avere un ritorno in termini di intercettazioni di casi tumorali, altrimenti è uno spreco di risorse inutile. Negli ultimi anni abbiamo avuto un po’ di difficoltà dovute a problemi organizzativi legati alla pandemia che ha limitato l’accesso agli screening. Sono validate dal punto di vista scientifico quindi anche le fasce d’età a cui vengono offerti, il tutto nasce da valutazioni di carattere scientifico: fare un esame di sangue occulto a un trentenne non ha molto significato, perché è altamente improbabile che possa sviluppare un tumore del colon; così come fare una mammografia a una giovane donna con età inferiore a 40 anni potrebbe non evidenziare assolutamente niente; ma dai 45 anni in poi diventa uno strumento importante per diagnosticare precocemente la presenza di una lesione sospetta. Gli screening validati sono quello mammografico, con sangue occulto integrato dall’endoscopia per il colon retto, e poi c’è quello della cervice uterina, tumori in passato molto frequenti, ma l’avvento del banalissimo Paptest ha permesso di individuarli precocemente. Oggi è in via di validazione lo screening per il tumore polmonare, rivolto a una popolazione a rischio con una storia di fumo prolungato; il monitoraggio annuale con la tac a bassa emissione radioattiva, consente di seguire l’andamento di piccoli noduli che dovessero svilupparsi nei polmoni, ed eventualmente agire chirurgicamente nei tempi.

d: Il rapporto medico/paziente in oncologia, tappa delicata nella vita di una persona, come si affronta?

r: Il momento della comunicazione della presenza di un tumore in un paziente è un evento drammatico, molto complesso, perché sconvolge l’esistenza del paziente. Non ci sono degli strumenti assoluti ed efficaci, molto spesso nasce dalla sensibilità del medico e dalla capacità di leggere il dramma della persona che ha di fronte. La comunicazione deve essere adattata volta per volta, partendo naturalmente dal presupposto che il paziente è in una condizione di inferiorità in quel momento e che tutte le possibili "prevaricazioni" (dettate da fretta, mal disposizione in una giornata), possono essere lesive della condizione del paziente. Bisogna sforzarsi di essere sereni e tranquilli nel comunicare determinate cose, essere precisi, non inventare storie; non bisogna necessariamente fare i "buonisti", ma essere seri e dare le giuste notizie, senza però buttare addosso le diagnosi con crudezza, risultando estremamente distruttivi. Bisogna essere particolarmente attenti.

(a cura di Antonella Sabia)

 

 

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di Walter De Stradis

<<Io mi auguro di non essere l’ultimo, e di tramandare qualcosa ai giovani. Anche perché la nostra è una tradizione soprattutto orale, e se la perdiamo, ci priviamo di un passato molto ricco».  

Settantatrè anni portati in maniera invidiabile, con tanto di codino e pizzetto candidi, il tricaricese Antonio Guastamacchia –se non proprio l’ultimo- è sicuramente uno dei più autorevoli interpreti dell’autentica tradizione del canto-agropastorale lucano.

d: Tuttavia lei non è uno studioso, un imitatore o un “ripropositore” di vecchi canti e musiche, lei è un vero depositario della tradizione, e anche la sua voce, il suo modo di cantare, è abbastanza “arcaico”.

r: Mi viene spontaneo, come viene viene, non cerco di educare o modulare la voce in un modo piuttosto che in un altro.

d: Nondimeno il suo modo di cantare rassomiglia molto a ciò che si sente nelle vecchie registrazioni di De Martino degli anni Cinquanta.

r: E questo è grazie a mio padre. Era uno di quelli che “portavano le serenate”. Cantava anche lui. Evidentemente nel Dna c’è questa cosa che continua.

d: Cosa voleva dire una volta “portare le serenate”?

r: Era una cosa bella, Oggi è un pochino più difficile. Ciascuna famiglia contadina aveva la dispensa piena di mele, pere, fichi appesi nelle varie stanze, nelle soffitte (non si faceva certo la spesa tutti i giorni); e poi si ammazzava il maiale (e quindi c’erano scorte di salsiccia, lardo, ventresca, capocollo). E quindi, quando arrivava questa “serenata”, non si poteva dire di non aver nulla da offrire: anche perché da noi si dice che “nella casa dei pezzenti, non mancano le stozze”.

d: In che periodo si facevano queste serenate principalmente?

r: Da noi soprattutto nel periodo di Carnevale, dal 17 gennaio fino al Martedì grasso prima della Quaresima. Si “portavano” soprattutto agli amici, anche se non mancava la “dedica” a qualche ragazza.  

d: Oggi a Tricarico quanto è rimasto di questa tradizione?

r: Il Covid ci ha dato il colpo di grazia. Oggi le serenate le chiedono quando c’è un compleanno, ma così non va bene. Io lo faccio ancora volentieri per allietare la serata, ma prima era meglio, era una cosa spontanea, senza avvisare nessuno. Oggi la gente, che non ha più le provviste di una volta, la devi avvisare prima. Qualche tempo fa portammo la serenata in casa di un mio caro compare, e lui aveva solo un litro e mezzo di vino, lì, in quel momento, ma noi gli dicemmo “Non ti preoccupare, basta e soverchia”.

d: Quindi capita ancora che qualcuno la chiami per una serenata.

r: Capita, sì. Ma ripeto, soprattutto in occasione di compleanni o quando qualcuno vuole portare la serenata alla sposa prima del matrimonio. Io canto e suono il tamburello, poi c’è un caro amico, fresco laureato, Antonio Miseo, che suona la zampogna, e Antonio Brienza –un altro giovane appassionato di tradizioni- che suona la fisarmonica. Poi di solito si aggiunge qualcun altro col cupa-cupa.

d: Il contenuto di questi canti?

r: Il tema è sempre quello del corteggiamento. Ci sono i canti della trebbiatura, quando si faceva la “pisatura” col passaggio dell’asino. C’è un brano che recita “Hai un peidino così grazioso, che non puoi andare scalza”, poi prosegue salendo su e arrivando alle mammelle “da latte”, per dire che la giovane era in età da matrimonio. Poi il brano finiva con un monito agli invidiosi: “In mezzo a questi capelli, hai un uccellino che canta. Canta uccella mia, canta sempre, e fai schiattare gli occhi a chi ti guarda”.

d: Quale messaggio può arrivare da questi vecchi canti? Cosa possono insegnare a un giovane?

r: Che nonostante prima non ci fosse molta scolarizzazione (al contrario, c’era un analfabetismo diffuso), si era molto bravi a trovare le parole giuste per cantare. Io mi chiedo: come mai oggi, che ci sono i laureati, si usano parole che spesso offendono?

d: Facciamo un passo indietro: lei ha registrato alcuni di questi canti su cd, anche recentemente, ma la sua prima registrazione professionale risale a gli anni Settanta, con Antonio Infantino.

r: Sì. Anche lì fu una cosa spontanea. A lui serviva solo uno che suonasse il tamburello alla maniera di Tricarico (con la “terzina”: uno, due e tre). Essendo uno sempre molto avanti, doveva incidere una canzone che durava dodici minuti (“La morte bianca”), e venne la sorella a dirmi che Antonio mi cercava. Lui era a Roma e io lo raggiunsi: iniziammo a suonare e poi ascoltammo la registrazione; a quel punto udendo la musica del violino io iniziai spontaneamente a cantare, come faceva mio padre (il violino mi ricordava la zampogna). Antonio allora mi chiese di rifarlo e lo registrammo.  

d: Antonio Infantino è scomparso ormai da qualche anno, ma -sempre a proposito di tradizioni- la nostra regione è in grado di preservarle, custodirle e tramandarle sul serio?

r: La politica sbaglia quando a tutti i costi vuole che l’intermediario nella realizzazione di un progetto sia il Comune. Io mi domando: perché chi presenta i progetti –come quello che abbiamo fatto noi, coi fratelli Fedele, sul canto popolare- non interagisce direttamente con la Regione? Mi spiego: tu realizzi un progetto da presentare alla Regione, la firma la mette il Comune, e i soldi arrivano al Comune; ma poi il sindaco di turno, visto che questi soldi ci sono, magari li utilizza, sempre per le tradizioni popolari, ma allestendo un concerto di piazza e la cosa finisce lì. Ne deriva, ad esempio, che noi il nostro progetto di ricerca non abbiamo potuto ultimarlo.

d: Più in generale quali sono le difficoltà di chi vuole fare musica in Basilicata?

r: Devi essere raccomandato (sorride).

d: Bisogna essere agganciati a qualche parrocchia politica?

r: Mah, nonostante io SIA di una parte politica, non mi sono mai sognato di chiedere a quella parte politica di farmi suonare.

d: Ma c’è chi lo fa.

r: C’è chi lo fa.

d: Il tormentone di queste interviste coi musicisti lucani: perché in Puglia sono riusciti a creare un evento gigantesco –culturale e turistico- come “la Notte della Taranta”, e in Basilicata ancora no?

r: Non è che non si è riusciti, la cosa è fallita. Noi a Tricarico, negli anni 2000, abbiamo fatto per due anni “Ethno-Dance”, e sono venuti musicisti dalla Puglia e non solo, ma poi la cosa è morta per strada, anche perché qualcuno ha pensato esclusivamente al business.

d: Guardi, capita spesso che a questa domanda mi si risponda come ha fatto lei: “Al mio paese si faceva, ma poi la cosa è finita”. Non sarà che una Notte lucana non si riesce a fare anche a causa di una certa rivalità fra i comuni?

r: No. No. Gli altri paesi non c’entrano. E’ questione di impegno, soprattutto di volontariato, perché la cosa deve essere culturale, non commerciale.

d: Lei è anche uno dei, pochi, costruttori di tamburello “di Tricarico”…

r: …Sono tamburelli più o meno come gli altri, con la pelle e i sonagli…

d: Sì, ma quando il turista viene a Tricarico –e magari conosce già Infantino etc.- i tamburelli li chiede?

r: Sì, sì, li chiede e non li trova.

d: Ci vorrebbe dunque un qualcosa di più strutturato?

r: Sì, da noi l’artigianato è sparito. Io darei un “reddito di cittadinanza” purché continuino a lavorare. E magari i turisti, venendo a Tricarico, le cose locali le troverebbero.

d: Se potesse prendere Bardi sottobraccio cosa gli direbbe?

r: Di dare più attenzione ai giovani, perché possono fare delle cose che noi anziani non possiamo più fare. La dignità è il lavoro e se il giovane lavora, non se ne va.

d: Lei, oltre a fare il cantore, è da sempre un agricoltore.

r: In famiglia avevamo le pecore e pochi terreni. Mio padre non aveva nemmeno un trattore, bensì il mulo: si lavorava notte e giorno e se andavi in paese non avevi neanche i soldi per comprarti un gelato. All’epoca i nostri genitori non pensavano al nostro divertimento, ma a come farci mangiare e vestire. Stanco di quella vita, nel 1969 emigrai a Empoli, poi andai a lavorare alla Fiat di Torino. A un certo punto mio padre mi spedì una lettera, dicendomi che c’era la possibilità di andare a lavorare all’Anic di Pisticci, e così tornai, con l’idea di poter poi comprare un trattore a mio padre. Tornato giù, mi fu detto di “fare domanda” (ovvero si trattava di chiedere la raccomandazione), presso l’ufficio di un politico locale. Capita l’antifona, preferii rinunciare. E così tornai a fare l’agricoltore e basta. Mio padre ebbe un podere dall’ente riforma, ma per poter vivere ho fatto anche il bracciante agricolo, facendo prima 51 giornate l’anno, poi 101…e così, mettendo insieme tutto, compresa un po’ di disoccupazione, sono riuscito a tirare avanti.

d: E se oggi dovesse recarsi presso l’ufficio dell’assessore all’agricoltura, ma non per raccomandarsi, bensì per denunciare qualcosa…?

r: Gli direi che prima di ascoltare i nostri rappresentanti sindacali (indispensabili per presentare qualsiasi tipo di pratica), dovrebbe ascoltare noi agricoltori, perché ci sono delle leggi fatte coi piedi! r: r: Da quest’anno io sono entrato nel “biologico” e grazie ad alcuni contributi me la passo un po’ meglio, ma ci sono delle leggi, dei regolamenti, che non hanno né capo né coda. A mio avviso li fanno delle persone che l’agricoltura la sanno solo sulla carta. Se vengono al campo, gliela spiego io.

d: Il film che la rappresenta?

r: Non mi rappresenta, ma mi rimase impresso “Padre padrone”, perché mi ricordava la situazione di alcuni ragazzi di Tricarico.

d: Il libro?

r: In genere mi piacciono i libri di avventura. Oggi ho riscoperto Scotellaro, ma a scuola nessuno ce ne parlava. Ed è grave.

d: Forse il preside era di destra.

r: Adesso che ci penso, sì, destra-destrra.

d: La canzone?

r: “Scende la pioggia” (ride).

d: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r: Quando morì mio padre, feci scrivere: “Lascia QUESTO mondo”.  

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

«A ogni livello -Chiesa non esclusa- siamo tutti chiamati a costruire una Nuova Umanità. Solo così ognuno di noi capirà che ciascuno DEVE fare la propria parte, per il bene di tutti».

E’ mercoledì, secondo il Meteo la giornata più calda dell’anno, quando incontriamo presso la Curia in Piazza Duomo l’Arcivescovo di Matera-Irsina, S.E. Mons. Antonio Giuseppe Caiazzo. Ma la “temperatura” nella Città dei Sassi è alta anche in virtù delle notizie che arrivano a sprazzi, a proposito di indagini “eccellenti”.

L’Arcivescovo ci accoglie, nella cucina della canonica, offrendoci delle tipicità calabresi, preparate con cura dalla sorella Sara.

d: Eccellenza, siamo anche al “dopodomani” dei fasti dell’evento del 2019 che tante aspettative aveva creato. Qual è, attualmente, l’ “umore” dei Materani, secondo lei? Rimpianto? Delusione? Appagamento?

r: Dare questo tipo di giudizi implica necessariamente due considerazioni. La prima: Matera 2019 non è stato un “evento”, bensì un momento importante per rilanciare questa città all’attenzione mondiale, e mi pare che ci siamo riusciti (dico “ci”, perché anche noi, come Chiesa, siamo stati in prima linea con un programma ben preciso, che stiamo continuando). La cosa brutta sarebbe dunque tagliare le ali a un progetto che DEVE continuare. La seconda considerazione: il “dopo” Matera 2019 forse ci ha fatto vivere anche un momento di “rilassamento”, e contestualmente abbiamo iniziato a “gustare” quello che era stato, sedendoci un po’ sugli allori. Siamo anche, tuttavia, in una fase di ripartenza, perché ci siamo resi conto che la Pandemia ha impedito di poter continuare il programma del 2019, tant’è vero che, non appena è stato possibile, Matera è stata una delle prime città e essere di nuovo invasa dai turisti, che sono in aumento. Dobbiamo però stare attenti a non sfruttare negativamente questa popolarità che ci ha visti definire la città “più accogliente del mondo”. Spesso noi Lucani non sappiamo sfruttare bene le cose belle che abbiamo.

d: A questo proposito, mi viene in mente che lo studioso Giuseppe Melillo, nell’intervista a pranzo della scorsa settimana, lamentava che incredibilmente proprio Matera, come Città, non avrebbe celebrato adeguatamente il centenario di Pasolini.

r: Ma pensi che quando venni qui, più di sei anni fa, nel mio discorso di insediamento citai proprio Pasolini! Citai “Il Vangelo secondo Matteo” perché quel film è stato girato qui, ma alcune scene furono fatte al mio paese in Calabria, Isola di Capo Rizzuto. Pasolini è stato colui che HA DATO a Matera quel colpo d’ali decisivo per venir fuori da un’etichetta infamante (“Vergogna d’Italia”), avviando un processo che ci ha portato a respirare un’aria nuova. Non saprei i motivi della mancanza di attenzione rispetto a un personaggio che merita davvero, anche se in altri momenti –va detto- Pasolini qui è stato celebrato (e io stesso ho partecipato).

d: Matera ha un immenso patrimonio anche in materia di “turismo religioso”: ecco, cosa vorrebbe arrivasse –dal punto di vista spirituale- a coloro che visitano questa città?

r: Con Matera 2019 è nata “Terre di Luce”, un progetto che ci ha portato a ripercorrere le strade della fede, proponendo degli itinerari ben precisi che adesso stiamo rilanciando (anche se non abbiamo mai smesso). Un esempio concreto: le chiese rupestri nostre (perché non tutte sono in gestione alla diocesi) sono state affidate a una cooperativa di giovani, nata a sua volta da un progetto della chiesa. In questa cooperativa, attualmente, lavorano sessantacinque giovani, fra cui alcuni ragazzi down assunti con contratto a tempo indeterminato. Questa presenza giovanile nelle chiese rupestri riesce dunque a dare al turista quegli strumenti indispensabili per avere una lettura che non sia rivolta solamente al passato, ma che sia in continuità con l’evolversi della Storia.

d: Quali sono (in questa società definita “fluida”, in cui lecito e illecito si mescolano, e i parametri di giudizio si offuscano) le sfide più difficili a cui è chiamata la Chiesa?

r: Lei ha centrato una questione che stiamo vivendo con una certa sofferenza, e –ammettiamolo- a volte anche annaspando. Una cosa è certa: fede e ragione, non possiamo separarle. Indipendentemente dal fatto che uno creda o meno, oggi il dialogo è più che mai fondamentale. La fede senza la cultura è una fede morta. E la cultura ha bisogno di leggere il tutto proprio alla luce del cammino di fede. E’ davvero triste quando si parla dei temi da lei accennati, ma NON SI SA di cosa si stia parlando: c’è un qualunquismo, più da bar che da salotto, o da letterati.

d: Recentemente il Materano è stato teatro di fatti di cronaca che hanno riguardato alcuni giovani. In questi casi, sul banco degli imputati, salgono anche Famiglia, Scuola e Chiesa, per una sorta di “culpa in educando”…

r: Guardi, l’ho detto alle Autorità il 1 Luglio scorso, nel mio discorso per la Festa della Bruna: qui ci dobbiamo fare tutti un esame di coscienza. Viviamo un tempo particolare e i giovani hanno ricevuto tutto un “mondo”, che NOI gli abbiamo costruito e NOI gli abbiamo consegnato. Si è venuta a creare una frattura generazionale, proprio come i “canyon” qui a Matera, in cui è difficile dialogare, si urla, ma non si parla, si parla di tante cose, ma non si parla di niente. E soprattutto non si riesce a capire di cosa ci parlano i giovani, che a volte ci lanciano messaggi così profondi, di grande sofferenza. Cose che non ci diranno mai esplicitamente, se non criticando le istituzioni (politica, chiesa e scuola), perché SFIDUCIATI. Non è certo solo colpa nostra, ma dobbiamo capire come camminare insieme e riprendere il dialogo coi giovani.

d: Recentemente LIBERA Basilicata è scesa in campo contro la “mala musica”, chiedendo in sostanza che si impediscano i concerti di artisti che sarebbero legati ai temi della malavita. E’ nato un dibattito, fra chi è contro i messaggi negativi nella musica e chi comunque rivendica la libertà di espressione.

r: La musica trasmette dei messaggi incredibili, sia in positivo sia in negativo. A volte si fa uso della musica per trasmettere dei messaggi che possono essere devastanti, deleteri per la vita di una persona. Proibire o non proibire? La questione per me è alla radice: bisogna EDUCARE alla legalità, al rispetto delle norme utili a vivere e a camminare insieme. Ripeto, dobbiamo tornare a costruire quella Umanità che oggi sta perdendo d’identità. Capisco anche il motivo per cui Libera sia intervenuta in questi termini, nell’ottica della sua lotta per la “Libertà”, che non significa certo fare ciò che si vuole. Libertà significa sapere che ognuno di noi è una porzione essenziale di questa Umanità e che se manca una parte tutta l’Umanità ne soffre. La Verità dobbiamo dircela, tutta intera, e non solo a pezzettini, come spesso si fa per convenienza.

d: Il 25 settembre prossimo il Papa sarà qui a Matera. Se potesse chiedergli un “regalo” per la Città quale sarebbe? E cosa vorrebbe, al contrario, che i Materani “donassero” al Pontefice?

r: Il Papa viene a conclusione di un grande evento, un qualcosa di eccezionale per una città e una diocesi piccola come quella di Matera, il Congresso Eucaristico Nazionale. Ci stiamo lavorando da due anni, perché prima del Papa qui arriveranno tutti i vescovi d’Italia e ci sarà l’incontro del Consiglio Permanente. Matera tornerà dunque all’attenzione internazionale grazie a questo evento, che si concluderà con la visita di Papa Francesco. Di sicuro il Pontefice ci porterà un messaggio che aiuterà tutti quanti a essere più responsabili, e più costruttori di Umanità (il Papa non a caso incontrerà gli immigrati russi, gli ucraini, gli africani, i carcerati, gli anziani, i poveri). Ci sarà poi la benedizione della Mensa della Fraternità. Da parte nostra, il messaggio è quella di avere un’attenzione particolare per tutti, nessuno escluso: spezzare il pane, tornare al gusto del pane, significa che ogni uomo oggi è DESIDEROSO e HA BISOGNO. C’è un cibo spirituale e un cibo materiale da condividere. Se lo spirito è alimentato, inevitabilmente ci si apre alle necessità degli altri.

d: Magari l’ha già fatto, se potesse prendere sottobraccio il Presidente della Regione Basilicata, cosa gli direbbe?

r: L’ho già fatto (sorride). Lo incontrai prima ancora che fosse eletto Presidente della Regione, e lui era qui, nel Salone degli Stemmi, seduto sul divano. Io gli dissi: «Se lei dovesse essere eletto, e io non lo so, tenga conto che la Basilicata ha bisogno di questo, questo e questo». Gli feci proprio un elenco. E ultimamente gliel’ho anche ricordato: «Pensi a quello che le dissi».

d: E COSA gli disse?

r: (Sorride, fa un gesto evasivo con la testa).

d: Segreto confessionale?

r: (Ride). No, era comunque per dirle che io non ho problemi a parlare chiaro. Se ha la passibilità, si rilegga il mio discorso alle istituzioni del 1 luglio scorso.

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E noi, tornati in redazione, siamo andati a ri-leggere.

Ecco alcuni passaggi: «Fino ad ora, in un modo o nell’altro, siamo riusciti ad intervenire per sostenere le innumerevoli famiglie in difficoltà. Ma oggi siamo in difficoltà anche noi. (…) Penso alla scia di sangue e di morte che continua a segnare le nostre strade. Si avverte l’urgenza di una viabilità da ripensare seriamente e celermente: in giro, penso alla Basentana, ci sono troppi cantieri interminabili. (…) In diversi punti della nostra Regione assistiamo a situazioni di illegalità e di criminalità alle quali sono sottoposti numerosi esercizi commerciali e attività economiche, specie nella zona del Metapontino, e ai cui titolari va tutta la nostra solidarietà e vicinanza (…)».

E scusate s’è poco.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Un aneddoto vuole che -forse per errore e forse no- qualcuno l’abbia definito “antro-podolico”.

Se vuoi girare un film in Basilicata e sei alla ricerca del posto “giusto”, è facile infatti che ti rivolgerai al dottor Giuseppe Melillo: originario di Bernalda (Mt), sempre in movimento, laureato in antropologia, studioso e scrittore, è stato consulente territoriale e “location scouting” e Manager per la Lucana Film Commission e –ultimamente- per la Fiction RAI “Imma Tataranni, sostituto procuratore”.

Ma il suo curriculum “sul campo” in realtà è assai più vasto.

d: Come giustifica la sua esistenza? Lei che è una sorta di “facilitatore” per trovare situazioni e luoghi giusti per eventi e film da realizzare in Basilicata…

r: “Facilitatore” e “giusti” sono le parole appropriate. Il mio compito è infatti facilitare l’incontro tra chi viene da fuori e ciò che c’è all’interno dei nostri confini. E ciò che mi viene chiesto di trovare non deve essere il “più bello”, ma il “giusto”, e ciò si impara solo sul campo.

d: Si spieghi.

r: Quando viene chiesto un “bel posto” per girare un film, tendenzialmente si pensa al posto più bello, ma quest’ultimo non sempre si rivela il posto “giusto”. La “location” matura in due fasi: lo “scouting” (quando leggi la sceneggiatura) e il “management” (organizzare spostamenti di interi reparti, ad esempio).

d: Quindi lei dice a quelli del film: “Questa scena è meglio girarla qui, piuttosto che là”.

r: Esatto, per una questione di capacità di “carico” del territorio. Mi spiego: a meno che non si abbia a che fare con location davvero uniche (cioè non replicabili), o si sia in presenza di un regista che vuole una cosa molto, molto precisa (tipo Visconti), nessuna Produzione accetterà mai di spostare tutta la troupe e le attrezzature per recarsi su un set che dista cento chilometri dall’albergo.

d: Ecco perché il posto più bello non sempre è quello più giusto.

r: Certo. Bisogna trovare una mediazione fra ciò che vuole il regista, ciò che offre il territorio e ciò che chiede la Produzione.

d: Ma cosa vogliono –o meglio- cosa si aspettano i registi dalla Basilicata? A volte si ha l’impressione che vengano qui con un’immagine quantomeno preconcetta.

r: Sì, perché prima di venire in Basilicata leggono, ma la “narrazione”, in quanto tale (a differenza del “racconto”) è scollegata dalla realtà, e di conseguenza loro pensano che qui troveranno una realtà parallela, quasi esotica. Ma è storia vecchia. Pensi a De Martino, che parlò e scrisse di “spedizione in Lucania” quando venne in Basilicata negli anni 50, ma come sa, le “spedizioni” non avvenivano all’interno di uno stesso Stato. Era dunque sinonimo di “esplorazione” verso lidi esotici. La distanza non è dunque chilometrica, ma culturale: ecco che anche poche ore di viaggio tra Roma e la Basilicata diventano un’esplorazione di luoghi misteriosi che ognuno ritiene di aver scoperto per la prima volta!

d: Quindi questa mentalità c’è ancora.

r: In molti sì. Personalmente odio gli “Uomini delle stelle”, cioè quelli che vengono dalle nostre parti e pensano di dispensare perline e specchietti…

d: …agli “indigeni”.

r: …sì, affermando “Noi siamo il Cinema!”. Ma anche se la pensano così, il loro è comunque un prodotto, che a Roma costa dieci e qui costa Uno, e il territorio lo devono rispettare! Non ci fanno un regalo, siamo noi che ci stiamo mettendo a disposizione.

d: Bisogna evitare, insomma, una “colonizzazione” cinematografica.

r: Esatto. Quando sento una produzione affermare “Ma noi siamo il Cinema!”, io taglio subito i rapporti, perché rischiano di essere solo speculazioni.

d: Nel caso di “Imma Tataranni”, fiction Rai girata in Lucania, basata su un personaggio lucano, inventato da una scrittrice lucana, le cose sono state più semplici?

r: Nella prima serie ho avuto difficoltà a far capire che non si può avere tutto, e che alcune cose si sono fatte per la disposizione amicale dei lucani, dalle amministrazioni ai semplici cittadini. Dietro ogni film o serie –al di là degli aspetti artistici- a volte non s’immagina che c’è un vero e proprio piano industriale, legato a processi economici complessi. Tradotto: sfasare anche una sola giornata sul piano di lavorazione può significare problemi grossi (magari l’attore è libero solo quel giorno etc.). In merito alla serie potrei raccontare centinaia di aneddoti, ma pensi che un giorno dovevamo girare in una piazza importante davanti a una chiesa, con due attori importanti che erano disponibili solo quel giorno. Il problema è che c’era un funerale! La Produzione entrò in ansia, ma –parlando con prete e parenti- il funerale fu posticipato di un’ora, sempre con grande rispetto del defunto…

d: …e grazie alla capacità di accoglienza dei lucani.

r: Invece i direttori di produzione spesso ragionano solo in termini economici, per la serie “Quanto mi costa fare questa cosa?”, “Compro tutto io!” etc.

d: Ma questo, recente, rapporto privilegiato tra la Basilicata e il Cinema, l’ha data una spinta economica reale? Ha significato impiego di maestranze, strutture alberghiere? Si può tracciare un qualche dato?

r: I dati sui movimenti legati al cinema sono SEMPRE positivi, perché è qualcosa che c’è rispetto a qualcosa che non c’era, anche in riferimento all’economia del turismo. Il tema vero è quello che citava lei: le maestranze. Si formano maestranze qualificate? Ce ne sono? Il punto è questo. Io sono diventato location manager qualificato grazie a un maestro romano, Carlo Brocanelli, che mi ha insegnato tutto, ma altrimenti…Io ho iniziato coi documentari (produzioni straniere), e all’inizio il mio approccio era di tipo “turistico”; poi però ho conosciuto Carlo che mi diceva sempre: “Ao’, a Giusè, venti chilometri so’ meglio de trenta!”, e cioè che un campo base vicino a una chiesa con un ampio parcheggio è meglio di un campo base nei pressi di una chiesa più bella, ma sprovvista, dieci chilometri più in là.

d: Quindi in Basilicata manca una “scuola”.

r: Manca una formazione che vada oltre i semplici autisti, “runner”, assistenti, ispettori di produzione etc.. In passato sono stati fatti dei bandi che obbligavano una Produzione ad assumere una quota parte di Lucani, ma non venivano ben definiti i ruoli richiesti. Bisogna dunque crearle le maestranze, e “obbligare” chi viene da fuori a impiegarle. Da noi ci si è concentrati finora solo sulla creazione di figure “alte” (registi etc.), ma quando una Produzione si sposta da Roma (la sua “comfort zone” economica) e scende in Basilicata o in Calabria, vuole capire quanti “reparti” portarsi dietro, perché comporta pagare trasferte, straordinari etc; se invece il tecnico delle luci ce l’ha sul posto, a Potenza o a Matera, non gli deve pagare nemmeno l’albergo! E’ un discorso che conviene a tutti: la maestranza lucana (esperto di luci, di scenografia, di costumi, o di trucco e parrucco) in questo modo fa anche esperienza, ingrossa il suo curriculum, può anche spostarsi sei mesi a Roma, e diventare poi una risorsa per il Cinema.

d: La politica locale che ruolo ha in questa cosa?

r: La politica E’ il ruolo, deve avere visione e immaginare dove si voglia andare. Invece più che altro ci si limita a “immaginare” il quotidiano e ad avere il riscontro del “selfie” pubblicato sui social. Bisogna immaginare cose di lungo respiro, cose che magari non hanno un ritorno elettorale immediato, ma che tra dieci anni potrebbero essere prese a modello (così come il politico che le ha fatte).

d: Ma mi sa dire la Lucana Film Commission che fine ha fatto? Si leggono solo notizie frammentarie…

r: (Silenzio) Io la dico così: bisogna solo scegliere in quale clinica deve morire, perché l’eutanasia in Italia non è legale.

d: E se potesse prendere il governatore Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Non gli direi niente. Per un mese lo andrei a prendere in macchina alle otto di mattina, per poi riaccompagnarlo alle ventuno: ci faremmo due/tre comuni al giorno, fermandoci, di volta in volta, nel primo bar del paese.

d: Questo momento magico del cinema in Basilicata potrà continuare solo se…?

r: A parte che già sta scemando, basta vedere i numeri! Finora, “effetto Matera” compreso, molto è andato avanti anche grazie a relazioni personali e alla capacità di mettere in campo risorse economiche. Faccio un esempio: se la Basilicata, pur avendo Matera –che è un elemento “non replicabile”- mette a disposizione Uno, e la vicina Puglia mette a disposizione Dieci, la Produzione a Matera ci sta solo un paio di giorni, ci gira solo gli esterni (i Sassi, lo "skyline" e il Belvedere), e poi se ne va a stare in Puglia per tutto il tempo (e gira il resto degli esterni in zone similari e gli interni in teatro). Bisogna dunque capire PERCHE’ una Produzione debba venire proprio in Basilicata. E agire di conseguenza. Non basta avere acqua, mare, mulini etc. E inoltre non siamo gli unici in Italia. Noi pensiamo di avere tutto, ma il tutto a volte è niente, perché non lo si sa valorizzare.

d: Basti vedere il “caso” Pasolini, che proprio lei ha sollevato.

r: Già, sull’ “Huffington Post” rilevavo che nel centenario di Pasolini, riconosciuto come evento da Mibac e Unesco, proprio Matera (come Città) non ha fatto nulla, limitandosi a un post su Facebook (al netto degli eventi organizzati da Zetema o a Barile). Matera ha dimenticato proprio la “lezione” di Pasolini. E’ diventata un prodotto, ma forse ha dimenticato da dove proviene: nei Sassi è tutto bello, ma non c’è più quel “sole ferocemente antico”. Se Carlo Levi deve tutto alla Basilicata, è la Basilicata a dover tutto a Pasolini (che il film, senza Matera, lo avrebbe fatto ugualmente, e altrove).

d: Il film che la rappresenta?

r: “Terra e libertà”, di Ken Loach.

d: Il libro?

r: Il Nuovo Testamento (rivoluzionario e provocatorio al contempo), “Il mondo alla Rovescia” di Eduardo Galeano, e il “Pensiero Meridiano” di Franco Cassano.

d: La canzone?

r: Citerei tre artisti: Guccini, Modena City Ramblers ed Enzo Avitabile.

d: Fra cent’anni cosa le piacerebbe ci fosse scritto sulla sua lapide?

r: Data di nascita e di morte (senza luogo), e poi: «Lucano: ha provato a dare corpo ai sogni»

 

 

 

 

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di Antonella Sabia

 

 

 

Dopo due anni di fermo causa Covid, ripartirà anche dalla Basilicata l’aereo dell'UNITALSI per Lourdes. La pandemia però ha fatto scoprire nuovi modi di stare vicino ai malati e ai bisognosi, l'associazione ha infatti sostenuto la Protezione Civile alle tende del Qatar per le vaccinazioni, ma ha messo in campo anche tanti piccoli progetti che hanno aiutato anziani e non a sentirsi meno soli. Ce lo ha raccontato Michela Consolo, presidente della sezione di Potenza dell'UNITALSI.

d: Qual è il ruolo dell'associazione sul territorio? Che cosa fanno i volontari?

r: L’Unitalsi ha una storia lunghissima, risale al 1903 e comprende in Italia più di 100.000 aderenti. Ha come base la carità, e l'acronimo dice Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali, l’esperienza di Lourdes non era esaustiva, pertanto si è pensato di portarla nella realtà per 365 giorni l’anno. Le attività che facciamo sul territorio sono innumerevoli, parliamo di pre Covid, e speriamo riprenderanno. Eravamo veramente una costante del Don Uva, si andavano prendere gli ammalati per portarli a messa la domenica, così come nel reparto di oncologia medica eravamo presenti dal lunedì al venerdì, un servizio che abbiamo dovuto interrompere perchè è un reparto delicatissimo. Altra esperienza bellissima, all’Istituto penale dei minori, dove andiamo una volta settimana, e per esempio adesso che stanno all’aperto, giochiamo a calcio con loro. Inoltre, quando i ragazzi scontano un terzo della pena, ce li affidano per fargli fare un percorso di volontariato, l’ultima esperienza vede un ragazzo che ha iniziato a seguirci in oncologia, che si prodigava fisicamente con l’ammalato, cosa che non è da tutti, tanto da aver immaginato di intraprendere un corso da OSS, oltre che abbandonare la sua religione per prendere tutti i sacramenti cristiani grazie a Mond. Ligorio.

d: In che modo vengono gestiti e supportati gli ammalati?

r: Abbiamo aderito ad un progetto di mobilità garantita e grazie ad alcuni imprenditori del posto, per cinque anni avremo in comodato d’uso gratuito un pulmino nuovo con la pedana elettrica, più semplice e più dignitoso. Oggi la vita è diventata frenetica e molto spesso le famiglie troppo impegnate, pertanto, con questo, accompagniamo le persone dal dentista, a fare la tac, ma stiamo accompagnando anche persone a fare la chemio. Ci sono dei casi comunque abbastanza gravi e allucinanti.

d: Quanti sono i volontari che prestano servizio?

r: Associati ce ne sono tanti, che prestano il loro servizio non siamo tantissimi perché c’è chi lavora e da quando c’è stata la pandemia, molti hanno avuto paura dei contatti, quindi c’è stata qualche perdita. La speranza è sempre quella di formare e di avere giovani che si affacciano al mondo del volontariato e che presto possano sostituirci perché ci rendiamo conto che ci sono tante malattie, e tantissimi casi di solitudine...a dire di no, ti piange il cuore, a volte ci facciamo in quattro pur di rispondere ad ogni esigenza.

d: C’è una sorta di formazione per chi si avvicina per la prima volta l’associazione?

r: Per quanto riguarda l’oncologico, facciamo una formazione di 10 lezioni con personale specializzato, medici, psicologi e con il cappellano, una formazione a tutto tondo in primis per non portarti a casa tutto quello che assimili, perché vuoi non vuoi alla fine si crea un legame e poi perché bisogna sapere come avvicinarsi, in particolare all’inizio quando l’ammalato è spesso avverso. Però in generale chi si avvicina alla nostra associazione, lo dico sempre, sono tutte persone un po’ speciali, gli leggi una luce negli occhi particolare. Io per prima mi sono innamorata di questa associazione nel 1999 perché ho intravisto negli occhi dei soci qualcosa di diverso e quindi chi si avvicina a noi ha un carisma innato, naturale, che poi aumenta con l’esperienza e i viaggi a Lourdes. Siamo anche sede di Servizio Civile con otto ragazzi che ci supportano e vengono impiegati proprio nell’assistenza delle nostre utenze in alcune attività quotidiane come leggere un libro, portare il cane fuori, la spesa, le medicine o il pagamento delle bollette.

d: Si è accennato a solitudine e situazioni al limite, com’è la vita di un ammalato qui in Basilicata?

r: Va detto che il terzo settore fa tanto, integra il pubblico, non è semplicissima a causa delle barriere, ma poi grazie a queste realtà associative si tenta di superare qualche ostacolo e difficoltà. Inoltre, alla malattia fisica, quella che vedi, è lampante e tangibile, ci sono tante altre malattie della testa e solitudini, da sempre la cosa che mi colpisce di più. È proprio per questo che abbiamo dato vita al laboratorio di cucito Bernadette, che nasce per le esigenze più spicciole come una piega al pantalone per chi non se lo può permettere, ma col tempo ci siamo resi conto che era aggregante, e ci ha contattato una psichiatra che ha mandato da noi delle persone e ha visto che diminuiva la terapia farmacologica. Lo stare insieme diventa terapeutico, in particolare per le persone anziane, vedove, con problemi di depressione, ma anche per i ragazzi down, che due volte a settimana vengono da noi a trascorrere qualche ora. Può sembrare la cosa più residuale dell’associazione, ma è un’attività che durante la pandemia si è rivelata fantastica perché abbiamo prodotto insieme all’Assessorato alle pari opportunità, una quantità di mascherine, calzari, cuffiette e grembiuli che poi sono state donate al San Carlo, alla Polizia, stiamo parlando chiaramente nel primo periodo della pandemia quando mancavano i presidi. Queste persone lavoravano da casa e io giravo con un cestino, facendomi lanciare tutto dal balcone. In questi ultimi tempi poi, abbiamo ricevuto una grande donazione di lana da un negozio storico che ha chiuso, dalle offerte ricevute, abbiamo raccolto un po’ di soldini con cui andremo ad abbattere le quote per il pellegrinaggio a Lourdes, o per la benzina quando accompagniamo qualcuno con il pulmino, visto che tutti i nostri servizi sono assolutamente gratuiti.

d: Le istituzioni a cui faceva riferimento prima, vi sono vicine in qualche modo?

r: Per quanto riguarda la nostra associazione, hanno molta sensibilità e ci stanno molto vicini, sia per quanto riguarda il fitto di questo locale ma anche per tutte le iniziative che ci vedono coinvolti. Da parte nostra c’è anche molta disponibilità nei confronti dell’amministrazione, per esempio nel giorno della commemorazione dei defunti, durante il Giro d’Italia, nella Parata dei Turchi abbiamo messo a disposizione questo pulmino per agevolare lo spostamento degli ammalati con assistenza continua.

d: UNITALSI, lo dice il nome, ruota tutto intorno al viaggio a Lourdes.

r: È il fulcro dell’associazione, quest’anno torniamo a Lourdes dopo i due anni di fermo per la pandemia, c’è una voglia pazzesca, si torna in aereo tra mille difficoltà non da ultimi questi casi di nuova variante. Tra l’altro quest’anno presiederà il pellegrinaggio, il nostro vescovo mons. Salvatore Ligorio, proprio lì festeggerà i cinquant’anni di sacerdozio, è molto devoto ai santuari Mariani e ci aveva fatto questa promessa di voler tornare, cogliendo quindi l’occasione di questa data importante. Sarà indubbiamente un pellegrinaggio bellissimo, di rinascita e di ritorno dove ci saranno tantissimi giovani, parteciperanno anche l’Azione Cattolica e gli Scout, questo significa che i giovani animeranno questa settimana. All’interno di questi treni bianchi, ci sono due vagoni con i lettini e la possibilità di poter tenere sotto controllo tutte le terapie per i malati allettati, e oltre a noi volontari semplici, ci sono anche medici, infermieri e OSS, che assistono h24. È un posto magico, sembra quasi come se ci si estrania dal mondo reale, raggiungi una pace interiore incredibile.

d: Chi può partecipare al pellegrinaggio?

r: Tutti, volontari, pellegrini, chiunque si voglia avvicinare per fare un’esperienza di fede. L’organizzazione dell’UNITALSI è veramente strutturata, c’è un programma che viene rispettato nel dettaglio con tante cerimonia solenni organizzate e concordate con il santuario di Lourdes. È un pellegrinaggio sezionale di tutta la Basilicata, un viaggio gioioso, gli stessi ammalati ci regalano tantissimi momenti di gioia, sui nostri treni non c’è malattia, quella è solo negli occhi di chi la vuole vedere. I miracoli accreditati alla fine sono solo 64, pochissimi, ci sono però tanti altri miracoli personali e interiori, quelli che ti portano ad accettare la sofferenza, portano una tranquillità interiore. Non si torna mai a casa uguali a come si è partiti.

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