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di Walter De Stradis

 

 

 

Da un paio d’anni in qua, a girare per la Basilicata non ce n’è più solamente uno, di furgoncino colorato, il “bibliomotocarro” celeste –ormai celeberrimo- del maestro La Cava, bensì anche un secondo, verde pisello, guidato da quella che ormai tutti chiamano “Grace on the Road”.

Ma se il primo è uno spacciatore di libri, la seconda, che all’anagrafe corrisponde al nome di Grazia Telesca (cinquantatre anni, potentina), è una spacciatrice di allegria. Un’allegria da indossare.

Ma la sua, come vedremo, è anche una storia esemplare di riscatto, dopo un periodo difficile e drammatico vissuto in ambito familiare. Lo ha raccontato, in maniera delicata e velata, nel suo romanzo intitolato “La libertà di Lolita” (2022, Kimerik).

Sulla scorta del suo libro, Grazia ha fatto anche molti incontri nelle scuole. La sua attività come “Grace”, invece, è quella di vendere abiti “on the road”, appunto, ma anche questa è una forma per “tornare al mondo”.

d: La domanda tormentone: come giustifica la sua esistenza?

r: Oh! In questo momento della mia vita, la giustifico come una forma di rinascita. Perché finalmente Grazia “esiste”. Ci siamo riusciti a farla rinascere e a darle l’opportunità di esistere e avere un posto del mondo.

d: Lei dice di “esistere” solo da poco. Come mai?

r: Perché non mi sono mai amata, per via della mia situazione pregressa.

d: Ci parli un po’ della sua storia, se vuole. Leggendo il libro, emerge un passato di violenza in ambito familiare.

r: Sì. Sono sempre cresciuta pensando di non essere capace, di non valere nulla. E’ questo è stato un grande dolore nella mia vita.

d: Chi subisce violenze a volte tende ad auto-colpevolizzarsi?

r: Sì, è successo anche a me. Anche perché ho cercato di proteggere gli altri membri della mia famiglia. In questo processo mi annullavo sempre di più, e non mi guardavo. Poi ci sono stati vari passaggi dolorosi, a scuola, le amicizie, il lavoro, ma la forma più grande è stata quella della famiglia.

d: Lei afferma di essere rinata da poco, ma grazie a cosa, finalmente?

r: Sì, mi ci è voluto un bel po’. Sono rinata perché ho cominciato a guardarmi, a scoprire il mio valore, che prima non pensavo nemmeno esistesse. Piano piano invece ho cominciato ad amarmi. La mia forza più grande sono le mie figlie, è inutile dirlo. Per me sono tutto, e tutto quello che faccio è per loro. Tuttavia, arriva un momento in cui devi pensare che ci sei anche tu, che volersi bene serve a donare ancor di più all’altro. Ed è proprio questo che dico nelle scuole: la prima cosa è amare se stessi, altrimenti l’amore che si riesce a donare sarà sempre molto limitato. Di carattere sono molto empatica e predisposta a donare affetto, ma da quando ho iniziato a guardarmi, quell’affetto ha un nuovo sapore.

d: Spesso si sente dire che alcuni giovani praticano la violenza perché ricevono poco amore in famiglia. Si parla di genitori troppo presi dalla loro vita frenetica e con poco tempo da dedicare ai figli. Dai suoi incontri nelle scuole è emersa questa cosa?

r: Questo fattore sicuramente ci sarà, ma non sempre. A volte c’è tanto amore, ma ci sono anche difficoltà che i ragazzi non riescono a tirar fuori. Il mio andare nelle scuole è volto proprio a spronarli, tirando fuori certe sensazioni, per poterle risolvere.

d: Cosa emerge il più delle volte?

r: Eh, beh, un po’ di tutto, ma non siamo mai scesi nei dettagli. Ma a volte ti fanno domande mirate che ti fanno capire cosa può essere successo, tipo: «Annullarsi quando si sta con una persona è un fatto importate»?. E annullarsi non va bene. La prima persona al mondo da amare siamo noi stessi: la persona che ci sta a fianco è uno scambio, ma nessuno deve decidere al posto tuo.

d: In effetti pare che oggi siano in aumento alcune forme di violenza psicologica nel rapporto uomo-donna, ancora prima che fisica.

r: Sì, è un discorso psicologico che dovrebbe partire già dalla scuola. A volte infatti si può essere segnati anche da una semplice paura subita da piccoli (io mi spaventai in acqua e questa cosa mi è rimasta). Cosa voglio dire? Che i docenti dovrebbero insegnare per prima cosa la vita, supportando il ragazzo in ciò che non riesce ad esprimere. L’ascolto, la condivisione, il supporto, valgono tantissimo. E’ ciò che ho sempre cercato di insegnare alle mie figlie, il vicendevole supporto. Io sono stata nell’angolo, e nessuno ha mai capito che avevo bisogno di una carezza, di essere ascoltata circa il perché del mio silenzio, del mio odiarmi, dell’incapacità di dialogare con gli altri. Io non riuscivo ad aprirmi, ma il dialogo è tutto.

d: Il consiglio da dare a chi subisce violenza, fisica o psicologica, è dunque quello di aprirsi.

r: Sì, dialogare subito, raccontare, denunciare (è la prima cosa); tentare e trovare una persona adatta con la quale aprirsi, per poter uscire da questi tunnel, che inizialmente sono mentali. Poi, certo, c’è anche la violenza fisica, dolorosissima, ma se si cerca la via del dialogo si trova sempre una persona che ti aiuta. Non è un caso se ai ragazzi io ho lasciato anche il mio numero personale e mi sono messa a disposizione. Non mi vesto da esperta, ci mancherebbe: sono semplicemente una persona che empaticamente vuole donare tanto.

d: Siamo circondati da mezzi di comunicazione, ma in realtà si “parla” pochissimo.

r: Ecco perché io mi sono inventata un lavoro, legato anche a questo, al sociale. Le persone, quando vengono da me, prima ancora dell’acquisto, hanno il supporto, l’ascolto, anche se si tratta semplicemente di cercare quell’abito giusto che ti faccia stare bene. Io vado in giro, ma i clienti mi chiamano anche, e fissiamo un appuntamento.

d: Come e perché ha scelto questa peculiare modalità di vendita di abiti “ambulante”?

r: Amo la natura e un giorno sono stata ispirata da un prato verde. E così ho visualizzato questo van e un allestimento vintage per vendere i capi. Tutto ciò si è tramutato nel mio furgone, attrezzato di tutto (c’è anche il camerino), che mi consente di girare, ma anche di farci entrare i clienti, di tutte le taglie. Nel mio furgone ci sono abiti più particolari, così come ci sono quelli più ordinari, per tutti i gusti insomma.

d: Quando va in giro… cos’è che la fa arrabbiare di questa Basilicata?

r: La mancanza di calore.

d: Noi Lucani, Meridionali, siamo freddi?

r: Voglio dire, tanto calore c’è, ma c’è anche il pregiudizio, troppo. Si punta troppo il dito senza conoscere. Prima bisogna ascoltare, poi giudicare.

d: Il motto del libro è “Alza la testa e cercalo tu il raggio di sole”. Sarebbe a dire: “Aiutati, che Dio t’aiuta”.

r: Sì. Io ne sono l’esempio lampante, perché mi sono creata un lavoro e sto andando avanti con le mie forze. Ho fatto un progetto col Microcredito e ho preso i fondi da Sviluppo Basilicata. Io parto da zero, e dico zero.

d: Ieri (mercoledì – ndr), c’è stato l’esordio in tv sella serie dedicata ad Elisa Claps. Che impressione le ha fatto?

r: Oggi per me è una giornata molto di triste, e –in vista della nostra intervista- ho dovuto fare uno sforzo per rientrare in me, perché mi immergo troppo nelle situazioni. Io ho fatto anche da comparsa nella scena del funerale e già lì per me è stato pesantissimo respirare quella situazione, una storia che abbiamo vissuto tutti sulla nostra pelle. Ho dunque sofferto molto vedendo la puntata, ma posso dire che era tutto perfetto: attori, regista, tutto.

d: La parte che l’ha colpita di più?

r: Il personaggio di Danilo Restivo. Mi vengono i brividi per come l’hanno raffigurato. L’attore era davvero calato nella parte.

d: L’ha visto con le sue figlie?

r: Sì, con quella di quindici anni. Le ho detto: «Sappi che mamma sarà sempre con te, non abbandonare mai la mia mano, qualsiasi cosa accada. Mamma è la persona che ti amerà più di tutti e quindi, qualsiasi cosa dovesse accadere, non nascondermi nulla, raccontami tutto. E non ti fidare di nessuno».

d: E invece la città di Potenza quale insegnamento deve trarre da questa storia?

r: Quello di cui parlavo prima: il giudizio, l’omertà. Stiamo scherzando? Questa storia ci ha fatto capire quanto siamo piccoli. Ne vogliamo parlare? Meglio di no, va.

d: Cosa c’è nel futuro di Grace?

r: Continuare con allegria nel portare avanti la mia attività. L’ho aperta da un anno e mezzo circa e ho conosciuto persone meravigliose; alcuni miei clienti sono diventati miei amici. Porto calore e colore (già vedere il mio furgone verde mette allegria), anche perché cerco di metterci cose divertenti (lo stand di biancheria con le magliette appese, ad esempio). A Potenza c’è un bar, in via del Seminario Maggiore, che mi accoglie ogni giorno (e che ringrazio col cuore) organizzando sempre eventi. A dicembre è venuto anche il Bibliomotocarro, e lì finalmente ci siamo incontrati!

 

 

 

 

 

684dffc6-f4c1-4d43-bde3-699136e42570.jpgdi Rosa Santarsiero

 

 

Si è tenuto ieri, presso la sala B del Consiglio regionale della Basilicata, un incontro di estremo rilievo sul tema della dipendenza affettiva.
La serata di sensibilizzazione “Io che non vivo senza te”, questo il nome scelto dagli organizzatori, è frutto degli sforzi congiunti dell'associazione “Famiglie fuori gioco” e della Consigliera regionale di parità effettiva, l'avvocata Ivana Enrica Pipponzi.
Durante l'incontro sono intervenute, infatti, oltre alla stessa Consigliera di parità della Regione Basilicata Pipponzi, anche le dottoresse Cecilia Caggianese e Roberta Santopietro, entrambe psicologhe presso l'associazione “Famiglie fuori gioco” e l'avvocata Rossana Mignoli, Consigliera regionale di parità vicaria.
Il tema della dipendenza affettiva oggi riveste un ruolo di primo piano nella società, poiché nonostante ai lati salubri e romantici può sfociare, talvolta, in vere e proprie condotte patologiche che si consumano all'interno delle mura domestiche. È anche e soprattutto questo il motivo che ha spinto gli organizzatori ad organizzare un tavolo tecnico congiunto su una tematica destinata ad assumere in futuro sfaccettature sempre più allarmanti.

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

“José Libertella – Vita, Passione e Tango” (2023, Abrazos): il libro scritto dal cultore ed esperto melfitano Nicola Corona, ritrae il musicista José Libertella in compagnia di molti vip: Anthony Quinn, Placido Domingo, la Principessa Diana, Eric Clapton (che volle a tutti i costi farsi un “selfie” con lui, anche se l’interessato non sapeva chi fosse!). Tuttavia, qui nella sua terra d’origine, (come al solito) nessuno sa chi è. Eppure, come sottotitola il libro (scritto a quattro mani col figlio del musicista, Mariano), Libertella, originario di Calvera (da cui emigrò piccolissimo), è nientemeno che “Il musicista lucano che ha salvato il Tango dall’oblio”.

Come già accaduto col francese Brassens (i cui nonni materni erano di Marsico Nuovo), è dunque grazie a uno scrittore che “scopriamo” i natali lucani di un altro grandissimo della musica mondiale. Fortunatamente, il supporto delle istituzioni locali (Comune di Calvera e Regione Basilicata), non si è fatto desiderare, e Nicola Corona ha potuto organizzare una serie di eventi qui in Basilicata (che si concluderanno questa sera al centro sociale di Malvaccaro a Potenza), dedicati al magnifico artista, in compagnia di alcuni importanti tangheri argentini, quali l’editore del volume, il ballerino (anch’egli di origine italiana) Daniel Canuti; la maestra e danzatrice Edith Paez, e non ultima la cantante Laura Colangelo, il cui cognome tradisce origini aviglianesi, non a caso protagonista di un’accoglienza particolarmente calorosa, tributatale dai compaesani del suo bisnonno Giuseppe.

Laura l’abbiamo incontrata, insieme agli altri protagonisti citati e al “maestro di cerimonie” Nicola Corona (che si è prestato anche come interprete), al ristorante “Mimì” nel centro storico di Potenza, ove non sono mancate anche esibizioni estemporanee (assai gradite dagli avventori) dei nostri prestigiosi ospiti.

d: Nicola Corona, davvero Libertella ha “salvato” il Tango? E come?

r: Riassumere in poche parole non è facile. Sabato e domenica scorsa abbiamo fatto due manifestazioni a Calvera in onore di Libertella, che a luglio avrebbe compiuto 90 anni (è morto a Parigi a 71 anni). Questo musicista è fondamentale, innanzitutto per aver fondato, nel 1973, il celebre “Sexteto Mayor”, che poi ha girato per il Mondo. Pensi che hanno suonato in 820 città diverse, di fatto “salvando” il Tango, che stava morendo.

d: E’ davvero strano sentire che questa musica, così iconica, famosa e presente dappertutto, a un certo punto stesse addirittura “morendo”.

r: Eh sì. Negli anni Sessanta e Settanta stava diventando come il Fado a Lisbona, o il Flamenco in Andalusia, cioè una cosa di nicchia, ascoltabile solo in quei posti. Mentre oggi il Tango lo trovi sotto casa.

d: Ma non è stato sempre così.

r: No, perché, dopo il grande successo degli anni Venti, Trenta e Quaranta, si era avviato a una fase di grande declino. La nuova musica, il Pop e il Rock, a partire dagli anni Sessanta, avevano soppiantato il Tango.

d: E in che modo Libertella lo riportò in auge?

r: Facendo degli spettacoli col celebre sestetto (“Tango argentino” e “Tango Pasión”, rispettivamente del 1983 e del 1992), dei musical tangheri, riunendo i migliori musicisti e i migliori ballerini. Partirono da Parigi, proprio laddove il Tango, negli anni Venti, aveva avuto la sua legittimazione: nato nei bassifondi, era infatti disprezzato dall’aristocrazia di Buenos Aires. Oggi, invece, in quella città, Libertella è oggetto di una vera e propria venerazione. E poi era una persona buona, altruista, che spronava molto i giovani musicisti.

d: Ciononostante, qui da noi Libertella è praticamente sconosciuto. Qual è stato il ruolo delle istituzioni locali in questa sua opera di “riscoperta”?

r: Con il Comune di Calvera e l’associazione culturale che io presiedo (Alma Latina), abbiamo presentato un progetto alla Regione Basilicata (attraverso l’ufficio che si occupa dei Lucani nel Mondo), il cui finanziamento ha reso possibile far venire alcuni personaggi di Buenos Aires qui in Italia. A nostra volta poi andremo in Argentina. Nel frattempo abbiamo scoperto un’altra cosa: il papà della qui presente Laura Colangelo, Josè Colangelo, è un grande pianista, e l’anno prossimo cercheremo di portare qui anche lui (e ne scriveremo insieme la biografia).

d: Veniamo dunque proprio a Laura Colangelo, celebrata cantante argentina, le cui origini sono aviglianesi.

r: Sì, il mio bisnonno era di Avigliano. A un certo punto, una volta trasferitosi in Argentina, conobbe la mia bisnonna e andarono a vivere nel quartiere Mataderos, un rione popolare di Buenos Aires. Di lavoro lui faceva l’operaio giornaliero.

d: A che punto il Tango è entrato nella vostra famiglia?

r: Mio nonno suonava il “bandoneon” (la particolare fisarmonica che suonava anche Libertella – ndr), ma non professionalmente, in quanto lavorava in una fabbrica della Dunlop. Fu così che mio padre, nato nel 1940, iniziò a suonare il piano, per accompagnarlo. In breve tempo, a diciassette anni, mio padre cominciò a suonare professionalmente nelle migliori orchestre, e a ventitré anni fu chiamato dall’orchestra di Leopoldo Federico, che accompagnava un grandissimo cantante, Julio Sosa, uruguaiano, detto “El Varón del Tango”, per la sua voce possente. Purtroppo costui, che aveva la passione per le auto e la velocità, morì in un incidente, e quando scomparve mio padre, addoloratissimo, fu chiamato da Anibal Troilo, la cui orchestra era forse la più amata di Buenos Aires. E ne divenne l’ultimo pianista.

d: Lei è dunque figlia d’arte.

r: Sì, ho iniziato da piccolina. Entrai nell’orchestra di mio padre. Feci quattro tournée in Giappone, e poi andai a vivere alcuni anni a Miami, ove mi sono avvicinata al Pop in spagnolo. Successivamente sono tornata, in pianta stabile, a Buenos Aires, e il mio nuovo disco si chiama “Tango Ancestral”, una specie di “ritorno alle origini”.

d: Questa è la sua prima volta in Italia. E ieri sera (mercoledì – ndr) ha ricevuto una targa ad Avigliano. Il paese era come se lo immaginava?

r: Non saprei, ero molto emozionata, e l’amore della gente mi ha davvero commossa. Il sindaco mi ha donato anche il certificato di nascita del mio bisnonno. Ad Avigliano sono stata accolta come una figlia.

d: Conosce la nostra musica tradizionale? La Tarantella...

r: Certamente, sì. L’ho ascoltata da piccola e l’ho anche ballata.

d: Ci può essere una qualche similitudine col Tango?

r: Più che col Tango, direi con la nostra danza folcloristica, perché la Tarantella è allegra, mentre il Tango è nostalgico.

d: Daniel Canuti, lei è editore del libro di Corona, ma è anche ballerino.

r: La casa editrice Abrazos è stata una conseguenza della mia storia di ballo in Germania. Quando ho capito che c’era tanta gente che praticava il Tango, ho deciso di iniziare a pubblicare biografie di artisti, inizialmente in Tedesco, ma poi anche in Italiano, Inglese, Francese e Spagnolo. In Italiano ho già pubblicato una decina di titoli sulla storia del Tango, ai quali si aggiunge questo bel libro propostomi da Nicola Corona. Ha fatto davvero un grande lavoro.

d: Anche lei è un argentino di origine italiana (suo padre era di Faenza), ma che impressione le ha fatto ritrovarsi a Calvera, paese nativo di uno dei più grandi artisti del Tango?

r: E’ stata una grande emozione, perché lì c’è anche la casa natale di Libertella. Noi più giovani proviamo un grande senso di gratitudine nei suoi confronti, perché è stato un ponte tra la tradizione e quel Tango più “moderno” che si sente in giro oggi. E dietro questo vero e proprio boom, suo e del Sexteto Mayor, ci siamo inseriti in tantissimi, dal punto di vista del ballo, della composizione, dell’interpretazione.

d: A lei Edith Paez, che è ballerina e maestra, chiedo di indicarci un film realmente rappresentativo, perché sa, qui in Italia, il primo che viene in mente è “Ultimo Tango a Parigi”, che non c’entra molto col ballo.

r: (sorride) Direi i film di Tita Merello (quelli originali e le versioni più moderne), un’altra grande italiana del Tango. Poi c’è “Tango” di Carlos Saura e “Lezioni di tango” di Sally Potter.

d: Nicola Corona, nella prefazione al suo libro, il presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, afferma che «Pepe Libertella si affianca ad altri grandi lucani del Tango, da Rosita Melo, figlia di due emigrati di Rionero in Vulture (…), al ballerino Miguel Angel Zotto e al suo compianto fratello Osvaldo, di una famiglia emigrata da Campomaggiore, al musicista potentino Luis Mottolese, di cui si sa ben poco (…)». Come mai questo rapporto speciale della Basilicata col Tango?

r: Sì, è una vera e propria miniera. Perché il Tango non è solo ballo di tradimento e passione, è nostalgia, espressione di popoli sradicati. E non è un caso che la maggior parte degli artisti del Tango siano di origine italiana (guai, però, a chiamarli “Italiani”, perché loro si sentono, giustamente, “Argentini”), e molti sono del Meridione. Tenga conto, ad esempio, che agli inizi del Tango si suonava l’arpa, e c’erano i Viggianesi a farlo, ma tutti gli italiani venivano definiti “Tanos” (abbreviazione di “Napolitanos”). Melo e Zotta sono già conosciuti, ora dobbiamo indagare su questo Mottolese, ma c’è anche un’altra cantante, uruguagia, che si chiama Ana Karina Rossi ed è originaria di Rotonda. C’è dunque ancora tanto da scavare.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Giuliano Brancati, film-maker potentino, aveva solo tredici anni quando Elisa Claps scomparve (barbaramente uccisa), e ne aveva trenta quando iniziò a mettere mano al docufilm di cui è regista e che oggi torna in distribuzione in una versione riveduta: “Cruciverbaschemalibero – Elisa Claps segreto di Stato”. Ma la sua acuta sensibilità aveva iniziato a lavorarci da molti anni prima, da dietro la finestra di casa sua, a Montereale.

«Dal 17 ottobre alle 21 sul sito elisaclapssegretodistato.it si potrà accedere, registrandosi, alla visione del docufilm (più alcuni extra non rientrati nel montaggio finale). E' un progetto Hara produzioni, distribuito da Sofra Multimedia con le musiche originali di un artista lucano, Enrico Condelli. Faremo anche delle proiezioni in qualche sala, e stiamo attendendo risposte da parte di qualche casa di distribuzione, valutando anche l’eventualità di una sottotitolazione in inglese. Ci sono inoltre la pagina Facebook ed Instagram per poter seguire lo sviluppo della comunicazione del progetto, di cui il docufilm è un primo step.»

d: E’ giusto dire che il suo docufilm sul caso Claps, uscito già alcuni or sono (nel 2016), oggi torna in una versione “riveduta e corretta”?

r: In un certo senso sì. Però preferirei parlare di “Elisa Claps”, più che del “caso Claps”. Per troppo tempo, a torto o a ragione, è statosolo un “caso”. In realtà io ho cominciato ad occuparmi, anzi, ad affezionarmi a questa vicenda, perché conoscevo bene la famiglia e, di vista, Elisa. Abitavo a ridosso del tabaccaio di famiglia, ove lavorava Antonio, il padre.

d: Il suo documentario, che è un’indagine di taglio giornalistico, si propone di essere comunque diverso da ciò che si era visto fino a quel momento. A lei interessa insomma la dimensione sociale, i cambiamenti che “Elisa Claps” (visto che non vuole parlare di “caso”) ha indotto nella comunità potentina.

r: Sì, e non solo quella potentina, credo. Io ho raccolto una serie d’interviste fatte dal 2010 al 2012. L’ultima fu quella con Gildo Claps (la benedizione sua e della famiglia è stata fondamentale per la realizzazione del documentario). Uscimmo col film una prima volta nel 2016; era in un cinema di Potenza e la sala era piena. La cosa mi fece piacere perché era una reazione emotiva, molto forte. Proprio quel clamore, che ci fu i primi anni dopo il ritrovamento delle spoglie di Elisa, mi diede la carica per fare qualcosa di diverso. Io ero infatti disturbato dalla bulimia mediatica, e come me tante altre persone, anche se mi rendo conto che era necessaria una sovraesposizione sulla vicenda, perché per troppo tempo molte cose si erano taciute. Tuttavia, vedevo questo affollarsi di cameramen che inseguivano Gildo, e alcuni cercavano anche di intervistare il padre Antonio, senza che fossero nemmeno giornalisti. Mi ricordo di un articolo di un quotidiano locale. che parlava di bambini di quinta elementare che in classe tagliavano le ciocche di capelli. La memoria e le coscienza di molte persone erano, insomma, usurate. E io allora ho cercato di fare proprio questo, riprendere con la telecamera l’emotività della città, anche se nel documentario ci sono comunque interviste necessarie e strutturali alla definizione del caso, per chi magari non è di Potenza.

d: Quindi lei è andato in giro a intervistare soprattutto gente comune...

r: Sì, ma ci sono anche delle interviste “cardine”: il preside del liceo che frequentava Elisa, l’allora referente provinciale di Libera, Rosario Gigliotti, Paride Leporace, all’epoca direttore de Il Quotidiano, ed altri “attori”. Io li chiamo così e ciò spiega anche il perché del termine “docu-FILM”: la vicenda sembrava scritta da una regia, piena di colpi di scena.

d: E’ c’è stata, una “regia”, secondo lei?

r: Mmm, diciamo che la “regia” è relativa anche a come si guarda il film. In un primo momento c’è stata una “regia”, la cui sceneggiatura era la disattenzione; poi la successiva “regia” può essere stata l’interesse a coprire; ma è lo spettatore che deve dare delle rispose.

d: Quindi in questo lavoro lei non sposa una linea “teorica” rispetto a un’altra. Chi guarda deve darsi più risposte o porsi più domande?

r: Ha centrato il punto. Il docufilm lo feci vedere all’ex direttore della cineteca di Bologna, che mi disse: «Guarda, come opera prima, è fatta bene, tuttavia ti limiti a gettare un sasso nello stagno, senza seguire alcuna linea concentrica». E io gli risposi che quello era proprio l’andamento della vicenda: tanti sassi nello stagno, tante caselle bianche, alle quali non si è potuto dare una risposta. Io ho le mie, di risposte -e posso dare anche qualche suggestione- ma è lo spettatore a dover riempire il cruciverba. Ci sono delle verità giudiziarie e ci sono delle verità storiche. Se ci sono state delle coperture su Danilo Restivo (e io personalmente credo, in virtù di alcuni dettagli, che ci siano state) nessuno lo può dire. Pertanto è un cruciverba che rimane a schema libero.

d: In quegli anni, subito dopo il ritrovamento nel Sottotetto, lei ha tastato il polso della città: che immagine ne viene fuori? Come sa, alcuni dei vari “attori” hanno spesso parlato di “città omertosa”.

r: In quei mesi, e per almeno un paio d’anni, Potenza era una bomba a orologeria di emotività. C’era quella dei giovani, che mi ha trainato, la manifestazione che ci fu tre giorni dopo il ritrovamento delle spoglie di Elisa; si parlava di più di diecimila persone e io mi commuovevo con la telecamera, avevo pudore a non riprendere i familiari. Stavo tra la folla, mi prendeva da dentro e cercavo però di essere a margine, perché volevo vedere quell’emotività. E i giovani mi hanno trascinato, perché...se questa storia non la vediamo alla luce del risveglio della coscienza collettiva e civile, non ha una vero significato. Le persone omertose ci sono, come in ogni città, ma io a Potenza ho visto delle persone libere, vere, anche quando chiedevano di togliere quei fiori davanti alla chiesa della Trinità. Io spesso ero lì nei pressi ed ero felice se il “curatore fallimentare” del “giardino di Elisa”, ovvero quel signore che si occupava delle piantine, le innaffiava. Ciò faceva sì che i giornalisti, anche da fuori, venissero e riprendessero, senza che l’attenzione calasse. Il fiore, il seme, la coscienza civile, è fondamentale in questa storia. Anzi, posso raccontarle un aneddoto?

d: Certo.

r: E’ un “aneddoto”, che però proviene dalla scientifica, e che si sposa con ciò che sentivo. Come dicevo, Elisa e il risveglio della società civile per me erano un seme di verità. Lo stesso Don Cozzi dal palco della manifestazione (il 20 marzo) aveva detto “Primavera vuol dire verità e giustizia”. Nel sottotetto della Trinità fu trovato un reperto interessante, me lo ricordava il giornalista Fabio Amendolara qualche giorno fa. Si tratta di semi di “acero” che hanno una specie di “codina” che permette loro di volare, una foglia dunque. Questi reperti, la cui analisi fu affidata a un botanico, si trovavano in grembo ad Elisa. Il che lascia ritenere che il primo vero ritrovamento del corpo sia avvenuto nel 2008, in quanto quei reperti (risalenti al 2008, appunto) sarebbero passati tramite quella fessura praticata da qualcuno nel sottotetto per far defluire i miasmi della decomposizione. Quei semi della natura, nel mio immaginario, sono i semi della verità di questa vicenda.

d: Torniamo alle origini, ovvero al giorno in cui le venne l’idea del docufilm.

r: Sì. Ricordo le passeggiate di Antonio Claps sotto il mio balcone: dal giorno dopo la scomparsa della figlia, cominciò a camminare, avanti e indietro, dalla sua tabaccheria al mio palazzo (erano quindici metri), per tutto il giorno, fumando. Una scena che mi faceva soffrire molto, perché pensavo: «quest’uomo “cerca” la figlia in pochi metri quadrati». E per tanti anni l’avrà “cercata” anche nella Settimana Enigmistica, anche da qui il titolo del docufilm, che è dedicato a lui, in particolare. E’ infatti un “personaggio” che mi è rimasto nel cuore, col suo silenzio. Per anni sono entrato in quella tabaccheria (per i quaderni da piccolo, e le sigarette da più grande), e lui faceva sempre un cruciverba. Alzava lo sguardo, ti serviva, e poi ci tornava su. E questo per me era una schiaffo, il non dare risposte a quel silenzio. Pensi che una volta mio padre gli chiese, in mia presenza, se ci fossero novità sulla sparizione di Elisa, e lui lo guardò dritto negli occhi e rispose: «Avvocato Brancati, se vogliamo andare d’accordo, non mi chieda mai più di mia figlia». Io provai vergogna.

d: Il dolore era troppo forte.

r: Sì, il dolore era forte, ma lui, col suo silenzio, probabilmente voleva gridare la rabbia e l’indignazione.

d: Lei ha postato anche una foto molto bella sui social: ritrae il signor Antonio, di spalle, sul ponte di Montereale, nell’ultimo giorno di apertura del suo negozio.

r: Sì. Quel giorno, sapendo che era stato il suo ultimo come tabaccaio, accelerai il passo, perché volevo salutarlo lì, nel tabacchino, ma lo trovai già sul ponte. E mi permisi di scattare quella foto, perché per me raccontava, in maniera delicata e non invasiva, il silenzio che lui portava con sé.

d: In questo “cruciverba a schema libero”, quali sono le “caselle nere” sulle quali non si può e non si potrà mai scrivere nulla?

r: E’ una domanda che mi viene voglia di rigirarla, io, agli “attori”, visibili e invisibili, di questa storia. Le caselle nere in un cruciverba sono i confini entro cui potersi muovere, ma sono le caselle bianche a dover essere scritte. Quelle caselle bianche possono essere dunque riempite. Magari non apparterranno a una verità giudiziaria, ma a un altro tipo. Io rimango in ascolto, e resto curioso di ciò che accadrà a livello emotivo, dopo la fiction Rai che uscirà a breve e dopo il podcast di Sky TG24. Quest’ultimo, attraverso il lavoro di Pablo Trincia, mi ha “rispolverato” quella coscienza che avevo dieci anni fa. Ha ridato voce a questa storia, non facendo vedere, ma facendo immaginare, che forse è anche più importante.

 

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I prodotti dell’agroalimentare lucano hanno intercettato nuovi spazi di mercato anche in Danimarca, grazie a una serie di incontri mirati con aziende del posto, organizzati nell’ambito della terza fase di Lucanica 2.0, il progetto promosso da TotalEnergies EP Italia con i partners della JV Tempa Rossa, Shell Italia E&P e Mitsui E&P Italia B, in collaborazione con la società di consulenza Octagona.
Dopo le missioni in Belgio e in Olanda degli scorsi mesi, il gruppo di imprenditori aderenti al programma di internazionalizzazione, produttori di olio, pasta, vino e altri simboli della gastronomia made in Basilicata, ha partecipato il 9 e 10 ottobre, ad una due giorni di incontri a Copenhagen con aziende con un interesse a intraprendere rapporti commerciali.
Valorizzando l’esperienza delle precedenti missioni, in cui le imprese partecipavano a eventi organizzati fra Pmi lucane e operatori del settore per favorire l’acquisizione in loco di nuovi contatti, in Danimarca si è ulteriormente migliorata l’efficacia degli scambi, calendarizzando gli incontri specifici e individuali tra le aziende lucane e quelle danesi e svedesi sulla base di un reciproco interesse alla collaborazione, già verificato prima della missione.
Il 9 ottobre, nell’ambito del Progetto Lucanica 2.0, è stato organizzato l’evento “Lucanian agrofood specialties” durante il quale le imprese lucane aderenti al progetto hanno incontrato importatori e buyers locali in diversi incontri B2B; all’evento ha partecipato anche Luca Cavinato, vicesegretario Generale della Camera di commercio italiana in Danimarca con una presentazione sul settore Food & Beverage danese.
Nel pomeriggio è iniziato il tour fra le aziende locali, con le visite a Husted Vin, una delle più importanti enoteche di Copenhagen e a Supermarco, grande rivendita di prodotti dell’agroalimentare italiano in Danimarca, conosciuto come “Il Tempio del cibo italiano”. Il giorno successivo, tappe al mercato alimentare di TorvehallerneKBH, all’enoteca di vini italiani Dante Vine, al punto vendita di prodotti e vini di tutta Europa, Loegimosevin, Mad & Delikaytesser e al centro commerciale Foetex.
Gli incontri con le aziende danesi sono stati preceduti da un meticoloso lavoro per l’individuazione e la selezione dei potenziali partner commerciali, mirato a favorire l’incontro fra le imprese lucane e quelle danesi.

“La Danimarca - afferma il vicesegretario generale della Camera di Commercio Italiana a Copenaghen, Luca Cavinato - è un Paese interessante per le aziende che vogliono posizionarsi sul mercato estero, perché rappresenta un ponte per la Scandinavia e il Nord Europa, con 20 milioni di abitanti e una grandissima capacità di spesa. In Danimarca troviamo tra i migliori ristoranti al mondo e moltissimi sono italiani. Processi amministrativi agevoli e l’assenza di dazi - prosegue - facilitano l’importazione e la vendita. Suggerisco per il futuro anche eventi di incoming in Basilicata”.

Secondo Paolo Dorati, importatore italiano e titolare di Dorati Catering e Pasta Lab insieme al socio Danilo Rustaggia “in Danimarca negli ultimi anni si registra un’evoluzione nei segmenti alimentare e vinicolo, grazie anche ai molti italiani che stanno aprendo qui ristoranti. Per questo trovo efficaci gli eventi B2B che favoriscono l’incontro tra aziende”.

John Viuf della società danese Gourmeture importa prodotti italiani da tredici diverse aziende di regioni come Lombardia, Lazio, Marche e Calabria, ed ora è pronto ad aprirsi anche alle imprese lucane: “Sono sempre alla ricerca di nuovi prodotti italiani ed è molto utile - spiega - incontrare le aziende qui a Copenaghen. Ho contatti di vendita con 350 negozi locali e penso che ci saranno opportunità interessanti per i prodotti lucani, soprattutto per i salumi e la pasta”.

Alvaro Eusepi e Paolo Grasso sono importatori italiani in Svezia delle società Italianissimo e Horex. “I salumi e i prodotti da forno - afferma Eusepi - sono particolarmente interessanti e potrebbero avere una buona collocazione nel mercato svedese”. “L’evento Lucanica 2.0 - evidenzia Grasso - è stato interessante anche per il mercato svedese, visto che Copenaghen è collegata e facilmente raggiungibile da Malmö”.

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Presidente dell’impresa sociale “Le Rose di Atacama” (operante in ambito accoglienza migranti), anche in virtù del nome “garibaldino”, Anita Enrica Sassano si definisce “una combattente”. Il suo obiettivo, in quest’anno di presidenza del Rotary Club “Torre Guevara” di Potenza (la nomina è avvenuta a luglio scorso), è anche e soprattutto quello di dar vita a cose nuove, dando un taglio più “sociale” al suo mandato: «Nel mio lavoro mi occupo proprio di questo, ma essendo anche la seconda donna a guidare questo Club, la mia sarà anche un’impronta al femminile. Ci occuperemo quindi di violenza sulle donne e della tratta delle immigrate, anche in ambito nazionale».

d: Perchè, secondo lei com’è stato il Rotary finora?

r: No, sempre e comunque interessante. Tenga conto anche che io sono una “new entry”, e nel giro di un paio d’anni sono diventata presidente. Essendo comunque il Rotary formato da tanti professionisti, si era fatto molto nell’ambito delle professioni per così dire “standard”, ma oggi ci apriremo a tutto un nuovo mondo (sociale, nuove professioni), confidando anche di aumentare le adesioni al femminile, bilanciando una percentuale che è ancora bassa rispetto a quella maschile.

d: Lei è presidente dell’impresa sociale “Le rose di Atacama”, che si occupa proprio di accoglienza ai migranti. Tra l’altro siamo alla vigilia di un evento importante, in quanto la Città di Potenza si appresta ad accogliere altri cinquanta profughi di guerra. In settimana c’è stato anche uno scritto polemico (sul Quotidiano del Sud del 04/10) di Pietro Simonetti (ex membro del Tavolo sul caporalato), il quale, nel commentare un’indagine avventa nel Metapontino (proprio a proposito di sfruttamento), chiedeva conto dei progetti finanziati con il Pon Legalità nel 2018, e di cui, a suo dire, anche a livello nazionale, non si conoscono rendiconti e spese effettuate.

r: Posso parlare per me: il Pon Legalità noi lo abbiamo gestito e abbiamo fatto regolarmente la rendicontazione con la Regione Basilicata. Ci siamo aggiudicati una regolare gara e abbiamo gestito a Palazzo San Gervasio e nel Metapontino. Il rendiconto l’ho fatto io personalmente -pertanto questa cosa mi lascia un po’ perplessa- e inoltre so come lavorano altri colleghi. Mi sembrerebbe strano, inoltre, se la Regione non avesse completato la rendicontazione: probabilmente, non è stato ultimato tutto ciò che è “complementare” alla rendicontazione (monitoraggio e altre azioni), ma di sicuro i soldi sono stati utilizzati. Questo è certo.

d: In Basilicata c’è u­n problema più radicato per quanto attiene al caporalato?

r: Il problema ci sarà sicuramente e ne abbiamo avuto sentore quando abbiamo gestito nel Metapontino, proprio in ambito Pon Legalità. Noi tuttavia il fenomeno lo arginavamo, in quanto portavamo noi stessi i ragazzi al lavoro; pertanto, si può dire che quando c’è in atto un progetto, un controllo c’è, ma quando poi quel progetto finisce, i ragazzi che rimangono, probabilmente, saranno oggetto del problema caporalato. Dico “probabilmente”, perchè non abbiamo una contezza e si capisce bene pure che chi lavora in quel settore non può mettere a rischio la sicurezza dei propri operatori per appurare se vi siano i caporali o meno. Queste cose si fanno con le forze dell’ordine.

d: Il volto del Capoluogo sta cambiando in virtù delle diverse etnie che ormai vivono a Potenza. Ma la città, a sua modo di vedere, è pronta e attrezzata per questa convivenza?

r: Più che pronta. Noi stessi -e la gente magari queste cose le ignora- accogliamo venticinque minori non accompagnati in via del Gallitello, che ormai è una zona centrale, ma nessuno se n’è mai lamentato, anzi, posso dire che non se ne sono nemmeno accorti. Cerchiamo di fare integrazione: io ho ragazzi che fanno tirocini di inserimento lavorativo, e quando si aprirà il centro per la formazione degli adulti andranno a scuola. Al di là dunque di problemi specifici, magari attinenti ad altri ambiti, credo ci sia una buona integrazione, certo, si può fare di più, ma la città è abbastanza attrezzata (altrimenti il Comune non avrebbe aderito a un progetto per accogliere altre cinquanta persone).

d: E i Potentini sono davvero “accoglienti”, come si sente dire spesso?

r: Parlando di minori stranieri, si deve lavorare ancora sull’idea dell’affido (col Garante dell’Infanzia avevamo proposto al Consiglio regionale una legge sull’affiancamento con le famiglie dei minori stranieri non accompagnati). Bisogna dare inoltre supporto alle scuole in ambito di mediazione linguistica, poiché la tipologia di migrante è anche cambiata: oggi stanno arrivando anche Turchi, che non parlano Inglese o Francese.

d: In un articolo che uscirà sul nostro giornale (lo trovate a pagina 9 – ndr), l’opinionista Mimmo Guaragna invita a regalare una bicicletta agli immigrati che risiedono in una struttura vicino Potenza, onde consentire loro di raggiungere il capoluogo, per avere relazioni e magari cercare un lavoro. L’integrazione può nascere da queste piccole cose?

r: (scuote la testa).

d: Non è d’accordo?

r: Mmm, non nello strumento, perché prima di dare una bicicletta a un ragazzo bisogna istruirlo, in quanto il mezzo richiede un’educazione stradale specifica; ci vogliono inoltre dispositivi di sicurezza, come il casco etc. E poi, il lavoro? Quale? Dove? L’aiuto concreto, in questa fase, è dar loro un minimo sostegno economico utile a prendere un treno, un autobus, per raggiungere il posto di lavoro, magari, ma non per venire a farsi una passeggiata in via Pretoria.

d: Però anche quello aiuta.

r: Sì, ma guardi, noi abbiamo una comunità di ragazzi in provincia, e diamo loro il permesso e un biglietto per venire a Potenza una volta a settimana (perché è giusto svagarsi il sabato sera); ma chi lo fa senza autorizzazione, viene rimproverato, perché in settimana bisogna fare le attività nelle strutture: corsi d’Italiano, formazione professionale, anche uscire a fare la spesa, imparando come si spendono i soldi.

d: Un altro nostro opinionista, l’onorevole Nicola Savino, sostiene che i giovani immigrati possono essere una risorsa per salvare i nostri borghi che stanno morendo...

r: (Scuote di nuovo la testa)

d: Neanche questo?

r: Ma perchè io nel settore ci lavoro dal 2013 e l’ho visto in tutti gli aspetti! Certo, gli immigrati possono essere una risorsa, ma bisogna dar loro gli strumenti per poter vivere nei borghi, a cominciare dal lavoro.

d: Non a caso Savino parla di insegnare loro le vecchie “arti e mestieri”...

r:...bisogna tornare alle vecchie scuole professionali, fare i corsi di formazione. Certo, così i borghi si possono rimpinguare...

d:...lei dice “bisogna prima fare questo e quello”, perchè, non si sta facendo?

r: No! Io lo faccio, per questo lo dico. Infatti proprio poco fa ho chiuso una telefonata a proposito di un corso di informatica da avviare. Abbiamo inserito un ragazzo che, tramite un corso con l’Enel, è stato poi assunto. Insomma, si può fare tutto, ma va fatta una progettazione integrata. Non si tratta solo di “accoglienza”; oggi abbiamo terminato un progetto in Africa, facendo formazione sull’edilizia; faremo venire dei ragazzi per inserirli nelle imprese edili. Così si lavora.

d: Però, da come parla e da come si accalora, percepisco che c’è qualcosa che la fa arrabbiare.

r: Tutti parlano di “immigrazione”, ma io mi posso permettere di farlo; io, con tutti i miei collaboratori, abbiamo visto i primi Africani arrivare, nel nostro centro di accoglienza; era il 2013 e da allora abbiamo visto di tutto, di più. Mi fa arrabbiare il fatto che molti parlano, ma non sanno cos’è l’integrazione, e a volte sparano a zero sui nostri ragazzi e non sanno cosa vivono nei loro paesi. Io in Africa ci sono stata, e so il significato delle parole “emigrazione economica”: lì la vita spesso ha un valore pari a zero. Ho visto la povertà e pertanto giustifico anche chi viene da noi per mera questione economica. Hanno BISOGNO di venire in Italia per trovarsi un lavoro e vivere dignitosamente. E noi dobbiamo accogliere. E’ chiaro, che nei gruppi che arrivano ci sono anche persone che una volta qui sono versate nel malaffare (come ce ne sono già anche fra noi), ma credo che vada data una possibilità effettiva, perché c’è gente che vive davvero male.

d: Fra le tante, c’è stata una storia che l’ha segnata in modo particolare?

r: Un’esperienza molto toccante è stata l’accogliere una ragazza che, a seguito di una violenza, era rimasta incinta. Le abbiamo offerto supporto psicologico in virtù del quale alla fine ha deciso di tenerlo, il bambino, che è poi nato nel centro di accoglienza. Di questo sto parlando: di dare una possibilità. Quella ragazza oggi lavora a Potenza ed è integrata. Ragazzi che ho preso a quattordici anni, oggi ne hanno più di venti e sono rimasti a Marsico, benvoluti dalla comunità.

d: A proposito di violenza sulle donne, che nei casi più gravi sfocia nel femminicidio, siamo nel pieno del trentennale della morte di Elisa Claps, con polemiche (apertura della Trinità) e dibattiti annessi...

r: Certo, quello è il caso più noto, ma posso dirle che a Potenza ci sono tantissimi casi di violenza domestica (anche se per fortuna non si concludono con l’omicidio). So che Telefono Donna riceve telefonate di continuo. Il più delle volte si tratta di violenza psicologica, il che rende necessario attivare al Comune un punto d’ascolto con psicologo e assistente sociale.

d: A che si deve, a suo avviso, l’aumento di questi fenomeni?

r: A parte quella tipologia di donne già per carattere disposte alla sottomissione, credo che il maschio stia cambiando. E’ più insicuro. Ciò è dovuto al miglioramento della collocazione sociale e lavorativa della donna, che ha acquisito più potere e più autorevolezza. E aggiungo che al Rotary è arrivato il momento di un governatore donna...

d: Una definizione, di una parola sola, per la Meloni, prima premier donna.

r: "Studia".

d: E' un invito?

r: No, voglio dire che è una che studia. Almeno questo. E' molto studiata, anche nella gestualità, rispetto a quello che era il suo ruolo precedente.

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

“Lavoradio” è il nome del programma radiofonico (oggi podcast digitale), col quale il giornalista e orientatore potentino Vito Verrastro ha per anni fornito (e fornisce tuttora) notizie sul mondo dell’occupazione a quanti –ed è un dettaglio fondamentale- sono dotati di “orecchie per ascoltare”.

d: Lei, unico lucano, di recente è stato nominato “Digital EU Ambassador”. Un incarico maturato in ambito di Commissione europea (tramite la DgCnect di Bruxelles). Di che si tratta?

r: Diciamo cosi, siamo delle “antenne” territoriali -in tutto una quindicina in Italia- ciascuna con la voglia e la capacità di trasferire alle comunità (locali e interregionali) ciò che accade a Bruxelles, sul piano della tecnologia e dell’innovazione digitale (incluso l’attuale, grande dibattito sull’Intelligenza Artificiale). Siamo tutti volontari, ma si tratta di un incarico prestigioso che è conferito a chi ha già un proprio seguito sul territorio.

d: Entriamo subito nel vivo, a proposito di lavoro e di digitalizzazione. La Pandemia ci ha dimostrato, tramite la modalità dello smart working, che alcuni tipi di impieghi e professioni è possibile e conveniente svolgerli a casa...

r: Lo “smart” o “remote working” ci ha fatto capire che alcune rigidità (di spazi, di tempi, di modalità) potevano essere abbattute. Questa cosa si concretizza in un’enorme opportunità, c’è infatti un movimento crescente, in tutto il mondo, di “nomadi digitali”; di persone cioè che hanno a disposizione la Rete e che determinate tipologie di lavoro possono svolgerle da qualunque posto. La libertà è enorme: possono lavorare da remoto, ma anche di notte, la mattina presto, in base cioè alle caratteristiche di ognuno. In questa modalità si lavora infatti per obiettivi, e non a compartimenti stagni, come accadeva prima e come accade ancora adesso per molti impieghi. E’ chiaro, l’operaio in fabbrica ha ancora dei turni di lavoro, ma anche quello oggi è un “operaio 4.0”, in quanto deve dialogare con la macchina. Il lavoro infatti è sempre più automatizzato: meccanici ed elettrauto stanno diventando “meccatronici”. La tecnologia oggi è assai pervasiva, entrando nel 93/94% dei nostri impieghi.

d: Nella Basilicata della “fuga dei cervelli”, il nomadismo digitale è un possibile argine al fenomeno?

r: Sappiamo che in Italia -e non solo- le aziende sono alla caccia di talenti, ma spesso hanno difficoltà a trovarli (ed è un paradosso), pertanto stanno allargando il loro raggio d’azione, cercandoli ovunque. Ciò significa che io-Lucano, con le competenze giuste, posso lavorare per aziende di Milano, Torino o New York. Tutto questo fino a dieci anni fa era impensabile.

d: In Basilicata si sta approfittando di questa possibilità?

r: Beh, c’è tutto un cambiamento culturale da mettere in atto, che non è veloce come quello tecnologico. Se però Scuola e Università continuano a dirci che le dinamiche sono quelle di vent’anni fa, è difficile che si cambi registro.

d: Ma tecnologicamente, almeno, siamo al passo con le altre regioni?

r: Nelle aree in cui c’è la banda larga, ritengo di sì, assolutamente. Se io voglio, oggi, posso formarmi qui da Potenza, accedendo ai corsi gratuiti della Harvard University. Se poi voglio quella certificazione, mi costa in tutto 50/60 dollari, nulla di proibitivo. Certo, è in Inglese, e proprio per questo ci vogliono le competenze per recepire quel messaggio.

d: Volendo dunque, un Lucano potrebbe tranquillamente lavorare a distanza per un’industria americana. Alla luce di tutto ciò, come leggere quelle polemiche –anche recenti- sui professionisti “non lucani” che occupano posizioni lavorative di rilievo nella nostra regione, tanto nel pubblico quanto nel privato?

r: Per me la territorialità conta pochissimo, la sfida vera si gioca sulle competenze. Oggi, se sei competente, a prescindere dalla tua provenienza, hai uno sbocco lavorativo maggiore, rispetto a qualche anno fa quando, sì, la territorialità contava di più.

d: Diceva che c’è difficoltà a trovare talenti. Cosa vuol dire?

r: I cambiamenti sono veloci; la sfida si è spostata dal piano dell’occupazione a quello dell’“occupabilità”. E’ un concetto, quest’ultimo, che in Italia non sta passando. A sentire anche i dibattiti recenti, in Italia l’“occupabilità” sembra meramente coincidere con “l’età da lavoro”, mentre è qualcosa di molto più complesso. Si tratta della capacità di lavorare su se stessi, profondamente e continuamente, onde acquisire competenze e rimanere appetibili per un mercato del lavoro che cambia in fretta. Faccio un esempio: mio figlio ha studiato per diventare sviluppatore web; ha fatto un percorso di sei mesi di full immersion, e nove di tirocinio, ma oggi buona parte della sua competenza è fatta di Intelligenza Artificiale! Questo per dire che i lavori cambiano in fetta e se non si acquisiscono competenze, pur se collocati temporaneamente nel mercato, a un certo punto si rischia di rimanere fuori.

d: La parola d’ordine, mi pare di capire, è sempre e comunque “aggiornamento”. E vale per tutti.

r: La linea della formazione, nel secolo scorso, partiva dalla scuola dell’obbligo, arrivava all’università e si fermava lì. Oggi, invece, parte dal primo giorno d’asilo e si chiude dopo la pensione. Ci sono infatti tanti pensionati che continuano a lavorare e ad aggiornarsi. A parte il discorso delle pensioni che sono troppo basse, queste persone hanno capito che il processo formativo deve continuare e dev’essere una specie di compagno di vita. Questo vale per tutte le professioni, operai compresi, tranne, probabilmente, i dipendenti pubblici, che sono iper-garantiti (occupando un posto di lavoro che difficilmente verrà loro tolto).

d: Quindi il dipendente pubblico non si aggiornerà…

r: …a meno che non sia costretto, ma a mio avviso l’iper-garantismo non arriverà a questo. Tutti gli altri sono invece su un tapis roulant acceso a velocità media. Se non ti aggiorni, il tapis roulant ti porta addirittura indietro.

d: Vorrei commentare con lei gli ultimi dati Istat, freschi freschi, del censimento permanente della Basilicata. L’anno di riferimento è il 2021. «La popolazione legale, al 31 dicembre 2021 ammonta a 541.168 residenti, in calo dello 0,7% rispetto al 2020 (-3.962 individui) e del 6,4% rispetto al 2011». Il problema principale è l’assenza di lavoro?

r: E’ anche interessante leggere i dati sul mercato del lavoro lucano, presenti nel bollettino mensile Excelsior, realizzato dalle Camere di commercio, mediante delle domande rivolte alle imprese (“di quali e quante professionalità avete bisogno”?). Leggendo scopriamo che il nostro è un mercato piccolo, di numeri, ed è povero, nel senso che solo 2/3 laureati su 10 vengono assorbiti nel mercato locale. Il 50% circa del mercato chiede infatti operai specializzati. Il nostro è un mercato nel quale al 70/80% i contratti sono a tempo determinato. E quindi è naturalissimo cercare sbocchi all’esterno. Tuttavia, pur essendo un fattore innegabile, l’invecchiamento può tramutarsi in un vantaggio. L’invecchiamento progressivo, infatti, apre a una serie di professioni che stanno sotto il cappello della “silver economy” (l’“economia d’argento”), che tuttavia non è stata ancora percepita come un vantaggio.

d: Mi faccia un esempio pratico.

r: Ci sono i classici servizi di cura della persona (badanti, infermiere etc.), ma c’è tutta un’area di persone di 60/70 anni che vogliono rimanere attive e al passo coi tempi: per un giovane “smart”, che ha voglia di fare, quella è una potenziale platea sterminata di persone da alfabetizzare, poiché non vogliono essere tagliate fuori dai processi digitali.

d: Altro dato Istat: «Diminuiscono, rispetto al 2011, le persone in cerca di occupazione (-39,9%), in particolare per la componente maschile (circa 8mila unità in meno, pari a -40,3%), e gli occupati (533 persone in meno), ma solo fra gli uomini (-1,9%)».

r: Questi dati, innegabili, certificano che intanto qualcosa si è inceppato nel rapporto persona-lavoro; ma i report di importanti aziende internazionali ci dicono che solo il 5% delle persone nel mondo si sente coinvolta nel proprio lavoro. Ciò implica che molti degli occupati di tre/quattro anni fa se ne sono andati, e ora si stanno riposizionando (magari anche in proprio), ripensando al proprio ruolo, alla ricerca di un nuovo lavoro che per loro abbia maggiore senso. Questo tipo di domande, circa le gratificazioni offerte dal nostro lavoro, abbiamo cominciato a farcele dopo il Covid.

d: Non siamo lontani dalle elezioni regionali: in tema di lavoro e di innovazione, quale dovrebbe essere la prima pratica sul tavolo degli aspiranti governatori?

r: L’orientamento. Ne manca completamente la cultura, e non solo in Basilicata. E ciò implica innanzitutto una migliore conoscenza di sè, dei propri valori e delle proprie aspettative, onde reagire fattivamente ai veloci cambiamenti di un mercato sempre più frastagliato. Se mancherà la cultura dell’orientamento, sarà facile andare in crisi di fronte alle prime difficoltà.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Due persone, due lucani, diversi per sesso, età, provenienza, istruzione, formazione e linguaggio, ma che sono accomunati dalla scelta della musica “folk” (seppur in due accezioni, anche qui, differenti) come mezzo per raccontare il loro paese e la loro regione. Li abbiamo incontrati lo stesso giorno, il 14 settembre scorso, mentre a Sasso di Castalda le campane suonavano, perché c’era la festa del Crocifisso, e a Tito (a pochi chilometri, sempre in provincia di Potenza) suonavano e basta.

La giovane è Chiara D’Auria, trentenne lucana che negli ultimi anni ha insegnato Lettere a Milano, ma che a un certo punto ha deciso di tornare nella su Tito, anche per “spingere” il suo cd d’esordio, il primo mai registrato in dialetto titese, intitolato significativamente “Fèssë a cchi muórë” (Liburia).

Il veterano è il settantenne Michele Doti, di Sasso di Castalda, muratore per una vita, e musicista “da piazza” da oltre cinquant’anni. Anche lui ebbe una, più breve, esperienza al Nord (in Piemonte), ma la decisione cruciale fu la stessa di Chiara: tornarsene al proprio paese, perché, può sembrare anche strano, ma si vive meglio.

CHIARA D’AURIA: «Il lucano tutta questa voce non ce l'ha»

d - TITO (Pz) - Come mai, tra Rap, Trap, Maneskin e quant’altro, una giovane come lei -oggi come oggi- decide di fare un disco folk in dialetto locale?

La domanda è legittima. La mia non è mai stata una scelta fatta a tavolino. Semplicemente, quello che avevo da raccontare, ha spinto affinché prendesse questo tipo di forma. E questo perché il dialetto è la lingua dell’anima: è la prima lingua che ho ascoltato in casa, nei momenti più intimi della mia famiglia, la lingua che parlo quando sono a mio agio, con gli amici storici. E’ la maniera più genuina con la quale ho potuto esprimere le mie storie, che poi sono quelle del popolo, che narrano della mia terra, della mia gente, guardandone la storia dal basso. E non potevo raccontare diversamente.

d - Il disco s’intitola “Fèssë a cchi muórë” e cioè “Fesso chi muore”. Perché?

E’ “fèssë” chi muore da rassegnato spiritualmente, chi muore spiritualmente, senza aver mai provato a cambiare le cose (per quel che si può). Qui nelle nostre zone spesso ci lamentiamo, senza pensare che tutti dovremmo assumerci una responsabilità e fare qualcosa.

d - Spesso leggiamo intellettuali affermare che i Lucani sono un popolo di rassegnati: è davvero così?

A me fa molto male quando incontro dell’immobilismo, che c’è, ed è altrettanto vero che c’è rassegnazione perché da qui si scappa, c’è la fuga di noi giovani. Tuttavia io non critico, in quanto io per prima sono andata via per studiare e lavorare fuori, tra Napoli e Milano. So dunque che è facile parlare, ma è pur vero che in questo modo lasciamo la nostra terra in mano agli altri, non difendiamo determinati valori e non c’è evoluzione.

d - E quali sono i valori che un lucano dovrebbe difendere con le unghie e con i denti?

Si tratta di portare in giro, con orgoglio, la nostra tradizione, ma non atteggiandosi a “conservatori”, bensì proiettandola in un’evoluzione. E’ importante conoscere la propria storia, ascoltando gli anziani, i portatori di questo patrimonio culturale dal quale io ho attinto molto. Quando stavo a Milano, e di tanto in tanto tornavo qui a Tito per vedere i miei cari, avvertivo la necessità di parlare con mio nonno. Vivendo in una metropoli iniziavo a sentirmi smarrita, sentivo disperdere la mia identità. Volevo dunque riappropriarmi delle mie radici, ma non volevo che il tutto si limitasse all’oretta del pranzo domenicale. E così iniziai proprio ad uscirci, con mio nonno, a parlare con i suoi amici in piazza, a registrare le loro storie, a prendere appunti. Insomma, sono andata alla ricerca di chi aveva memoria, un po’ come facevano alcune artiste degli anni Cinquanta e Sessanta, non solo in Italia (Caterina Bueno e Rosa Balistreri), ma anche all’estero, donne come Violeta Parra e Mercedes Sosa. Sono questi i miei modelli, subisco molto il fascino di queste “guerrigliere culturali”, che danno voce a chi non ce l’ha. E in effetti, i Lucani non hanno tutta questa voce: sono ovunque nel mondo, abbassano la testa, fanno sacrifici (e sono noti per questo), ma sono molto silenziosi. Lo diceva anche Sinisgalli. Oddio, non è un problema, questo, ma come dicevo, la mia paura è disperderci, dimenticare, perdere la memoria di ciò che siamo.

d - Le canzoni del disco sono scritte da lei, ma vi sono anche echi di canti popolari, di filastrocche?

Sì. Una cosa del genere la ritroviamo nel brano “Pigliada d’uógghi”. Il titolo fa riferimento a una formula per scacciare il malocchio. La faceva mia nonna a mia madre, ma allora io ero piccola e quindi non la ricordavo. E così, per riappropriarmene, facendo finta di avere il mal di testa a seguito di una “pigliata ad occhio”, mi sono recata da una signora che ancora pratica il rito. E così quella formula, che calzava a pennello, è diventata proprio il ritornello della mia canzone.

d - Parliamo degli altri temi del disco, che all’ascolto appare caratterizzato da una certa valenza “sociale”.

Mi interessava immortalare l’anima della gente lucana, raccontandoci per quello che siamo, miserie e storture comprese, senza abbellire. I temi riguardano il territorio lucano, ma sono estendibili al Meridione. Vi troviamo la “zitella” del paese che oggi (ed ecco l’evoluzione), dal punto di vista di una ragazza lucana del 2023, quale io sono, diventa un uccello di bosco che non si è lasciato acchiappare dalla prima mano gelida che voleva ghermirla. C’è poi l’emigrante, un uomo di nome Nicola, che se n’è andato in America per aiutare la famiglia; il suo è un dissidio interiore, e la sera, ballando nelle quadriglie organizzate dai compaesani, si sente in colpa per moglie e figli rimasti a casa. Ecco, questo è un altro atteggiamento tipico nostro: il Lucano lavora, lavora, lavora, e poi poco sa godersi la vita. Intanto, la moglie di Nicola, rimasta sola in paese, diventa la “cleptomane”, perché non le sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere.

d - Il suo è stato un ritorno, volontario, in Basilicata: ha mai pensato che qui sarebbe stato più difficile promuovere un disco? E’ difficile fare musica in Basilicata? Le istituzioni aiutano?

E’ difficile fare musica qui, ma ci ho pensato dopo. Questo non è un disco fatto per avere successo o per diventare famosa. L’ho fatto per diventare parte attiva, e questo mi fa sentire bene, perché sto facendo qualcosa per il territorio, poi quel che succede succede. Sì, è difficile fare musica in Basilicata e trovare spazio. Mi fa tanta rabbia questa cosa, ma questa rabbia è solo carburante per abbattere dei muri.

MICHELE DOTI: «Vivere felici anche senza un soldo»

SASSO DI CASTALDA (Pz) - Michele, le iqui a Sasso di Castalda è il cantante folk “storico”.

Sì, da cinquant’anni ho ancora la fortuna di cimentarmi nelle piazze. E anche questa sera eccomi qui a cimentarmi nel mio bellissimo paese. Questa sera (14 settembre – ndr) qui si celebra la Festa del Santo Crocifisso, l’ultima della stagione...

d - Il suo gruppo, “I ragazzi del Melandro”, esiste dunque dagli anni Settanta.

Sì, dal maggio del 1971. Sono stati cinquantadue anni gloriosi, ricchi di soddisfazioni. Stasera siamo al gran completo. Siamo da sempre un gruppo amatoriale, non prendiamo niente, e chi ci vuol chiamare ci pagherà soltanto le spese di viaggio e ci offrirà il pranzo. Siamo tutti in pensione e lo facciamo con piacere.

d - Il gruppo “storico” è rimasto sempre lo stesso?

Eravamo i “Ragazzi” del Melandro e oggi, se ci guarda a uno a uno, abbiamo tutti la testa bianca, ma siamo rimasti esattamente gli stessi.

d - Come nacque il gruppo?

Da una mia pazza idea, con la voglia della fisarmonica, e poi pian piano nacque il gruppo, un po’ per gioco. In partenza eravamo in tre, in quattro col professore Aguglia, che non c’è più: un siciliano bravissimo al clarinetto, che viveva a Brienza. Fui suo allievo per sette lunghi anni, ma nel 1978 Gesù se lo chiamò in Cielo. E io presi in mano la situazione.

d - Perchè lei definisce la sua musica “Folk di pastasciutta”?

Perchè in casa discografica mi dissero che gli artisti di solito si mettevano un altro nome, e siccome il soprannome di famiglia, da secoli, era “asciutto”...

d - Lei ci ha aggiunto la pasta.

Esatto! (sorride)

d - I vostri brani sono tradizionali o sono stati scritti da voi?

Personalmente curo il genere folk, ho scritto una trentina di pezzi, pubblicati in tre cd. Sono tutti cantati, organetto e fisarmonica. Quelli del gruppo, invece, sono specializzati nelle più belle canzoni del ‘900, da “Generale” a “Tanta voglia di lei” a “Io vagabondo”.

d - E le canzoni dei contadini, quelle dei vostri nonni...?

Quelle le curo io. Con il mio “quattro bassi”, faccio le canzoni più belle (risalenti agli anni Cinquanta e Sessanta) della buonanima Donato Beneventano, un grande della musica folk, per Sasso, la Lucania, e in tutto il mondo.

d - Di cosa parlano queste canzoni? Di amore? Di lavoro?

Sono tutte belle. Si parla anche di come si viveva ai tempi di Mussolini, c’è la tradizionale tarantella, quella dei “Zitielli”, c’è la polka lucana, che è sempre la più bella e tutti la suonano, c’è “Lu pastore” (che viveva sulle montagne e trascurava la moglie), e tante altre. Le canto tutte, e sono una più bella dell’altra.

d - Se non sbaglio lei era muratore.

Esatto, muratore nato. L’ho fatto sin da piccolo. Con la fisarmonica cominciai a cimentarmi nel lontano 1966, e poi, a furia di insistere, fondai il gruppo che suonerà questa sera.

d - Ha sempre vissuto qui a Sasso?

Il primo anno da sposato me ne andai nel Piemonte, ma dopo un solo anno, capii che non era necessario stare lontano, e che si poteva vivere bene anche qui, se mi fossi organizzato. E così è stato.

d - Quindi diciamolo: è bello vivere in questi paesi.

E’ bello, sì, soprattutto se sei un autodidatta...io cominciai a scrivere le mie canzoni e poi ho fatto migliaia di serate, matrimoni etc. Mi diverto da morire e insieme a me si divertono anche gli altri. La vita in questi piccoli borghi? Bisogna anche saperla prendere, accontentarsi, perché non si può avere tutto. Certo, anche a me è mancato qualcosa...

d - …ma ci può essere un vantaggio nello scegliere di vivere qui, piuttosto che a Potenza, Matera, Salerno...

Il vantaggio c’è sicuramente. Qui ho fondato le mie radici, basta che mi guardi attorno e mi accorgo che tutti mi vogliono bene, come io ne voglio a loro. Anche non avendo un euro in tasca, come può capitare tante volte, non ci sono problemi, vivi contento comunque.

 

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Domani venerdì 22 Settembre, dalle ore 9, avrà luogo presso la “Fondazione Stelline”, Corso Magenta 61, Milano, l’evento “L’opportunità delle pari opportunità”, un’importante occasione per ricordare a tutte le aziende, PA e non, l’opportunità delle Pari Opportunità.

Interverranno le istituzioni con Ivana Pipponzi, consigliera regionale per la Parità della regione Basilicata, Sonia Alvisi, consigliera regionale per la Parità della settimana regione Emilia Romagna, Marco Barbieri, segretario generale Confcommercio Milano, Lodi, Brianza, Anna Maria Gandolfi, consigliera regionale per la Parità della regione Lombardia, Anna Limpido, consigliera regionale per la Parità della regione Friuli Venezia Giulia, e Luisa Quarta, coordinatrice Gruppo Donne Manager Manageritalia.

A seguire gli interventi dell’ente di certificazione IMQ con la Dott.sa Francesca Valenti (Head of Sales – BU Management Systems ) e la società di formazione DTHINS con il Dott. Ciccione. Organizzazione, presentazione e coordinamento a cura del Dott. Stefano De Martin e del Dott. Fabrizio Fiorini della società 4SHIVA.

Così la nostra Consigliera regionale di Parità, avv. Pipponzi: «Affronterò il tema del Rapporto biennale sulla situazione del personale, come disciplinato dal neo articolo 46 del Codice sulle Pari opportunità. Si tratta di un documento prezioso che sono tenuti a redigere, obbligatoriamente, le aziende, pubbliche e private, con oltre cinquanta dipendenti. La compilazione e la pubblicazione di questo Rapporto ha come obiettivo sensibilizzare e consolidare una cultura della parità, vista non solo sotto l'aspetto della equità sociale, ma anche quale motore di crescita e di sviluppo. Serve altresì a far emergere situazioni di discriminazione sul posto di lavoro, ma anche a indurre le imprese a riconsiderare le proprie politiche aziendali in chiave sempre più “gender and family friendly”, e in questo modo a migliorare la propria reputazione e immagine aziendale».

L’iscrizione è gratuita, con possibilità di partecipazione in presenza o da remoto.

Per iscriversi: https://lnkd.in/ddF28634

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

«Elisa era una creatura di luce, l’amica che tutti vorrebbero. Aveva grandi sogni, grandi ideali, s’indignava di fronte alle ingiustizie sociali».

Lo scopo, dichiarato, del libro della giornalista lucana Mariagrazia Zaccagnino, “Sono io Elisa Claps” (Edigrafema) è proprio quello di restituire una dimensione, quella più importante, quella umana, a chi per trent’anni è stato solo un nome, vergato nei rapporti di polizia, negli atti d’indagine su un omicidio, negli articoli di stampa o nei romanzi.

d: Avendo a lungo militato in “Libera”, ed essendo molto vicina alla famiglia, lei conosce molto bene il caso Claps, ma qual è la genesi di questo libro molto particolare? Trattandosi di un testo che riporta i passaggi di un diario personale, ritengo che l’iniziativa venga anche dai familiari.

r: Certo. Conosco la famiglia Claps da quindici/sedici anni, e ciò in virtù del mio lavoro, ma anche della mia militanza in “Libera”, associazione che li ha sempre supportati nella ricerca della verità. E della giustizia. Ma quando conosci Filomena, Gildo e tutti gli altri, non puoi non affezionarti, perché sono persone splendide. Nonostante ciò che hanno vissuto, o forse proprio in virtù di quello, non hanno perso quell’animo buono, che poche persone hanno. Il rapporto, dunque, è andato molto oltre il lavoro, tramutandosi in una grandissima amicizia, soprattutto con Filomena che -da quando sono madre anch’io- è diventata il mio modello. Nel corso delle visite di questi anni, lei mi raccontava cose di Elisa “inedite”, ovvero l’aspetto intimo e familiare. Mi parlava, insomma, di Elisa viva, perché di Elisa viva si è parlato davvero poco: noi l’abbiamo conosciuta sempre dal 12 settembre 1993 in poi. Tutto ciò che è stato raccontato (articoli di giornale, inchieste, libri e ora anche fiction) parla di Elisa da morta. Elisa ha vissuto nella luce per sedici anni, ed è stata nel buio -di un sottotetto- per diciassette. In questo libro cerchiamo di riportarla alla luce.

d: L’idea del libro è stata sua o di mamma Filomena?

r: Io credo che lei avesse questo desiderio, ma non aveva il coraggio di chiedermelo, sapendo che sono una madre lavoratrice. E’ fatta così: si preoccupa prima degli altri, e poi –forse- di se stessa. Però mi diceva sempre: “«Prima o poi ti farò leggere i diari di Elisa». Soltanto lei, che li aveva custoditi gelosamente, aveva letto quelle pagine. Nemmeno i fratelli...

d:...quindi le hanno lette tramite il suo libro?

r: Sì. Rispettando la privacy della sorella, non avevano mai sfogliato quei quaderni. Io lo capisco, perché in quelle pagine, come tutte le adolescenti, Elisa raccontava i suoi pensieri, la sua quotidianità, le sue paure, i turbamenti e anche i primi interessi per amiche e amici. Ci sono dunque alcune emozioni che è giusto che rimangano tra lei e la mamma.

d: Quindi non ha pubblicato tutto?

r: Assolutamente no. Ho fatto una selezione. Quando Filomena mi ha consegnato i diari, sono stata un tantino timorosa, e infatti li ho lasciati in un armadio per qualche giorno. Ogni tanto aprivo e li guardavo, ma non avevo il coraggio di sfogliarli, proprio perché mi sembrava di entrare troppo nella privacy di una persona, che tra l’altro non c’è più e che quindi non mi ha autorizzata a leggere. Però l’ha fatto la madre e quindi ho capito che era una cosa che potevo fare. Leggendo, ho scoperto una ragazza incredibile. E pertanto ho capito subito perché la famiglia ha sempre sostenuto che Elisa non sarebbe MAI andata via di sua volontà. Un’ipotesi, quella dell’allontanamento volontario, che era l’unica che NON andava seguita.

d: E perché l’ha capito leggendo il diario di Elisa?

r: Perché Elisa era INNAMORATA della famiglia. Era una ragazza solare, entusiasta, felice, serena. Non era un’adolescente con problematiche tali da spingerla ad allontanarsi per cercare una propria dimensione. Lei non desiderava evadere. Certo, voleva la sua libertà, ma da adulta. Aveva infatti molti sogni, studiare, diventare medico, realizzarsi nella vita professionale. Ma non aveva alcun desiderio, né bisogno, di allontanarsi. Oltre che della famiglia, Elisa era innamorata anche della città, vi si trovava benissimo.

d: Cosa le piaceva di Potenza?

r: Si sentiva...protetta, stranamente, nella sua dimensione. Quando Gildo suggeriva di andare via e cercare altro, Elisa diceva «Ma no, si sta così bene a Potenza».

d: Elisa si sentiva “protetta” da Potenza; ritiene che la città a un certo punto l’abbia tradita?

r: La città L’HA tradita. Quando è scomparsa, soltanto la famiglia e le amiche d’infanzia non hanno creduto alla tesi dell’allontanamento volontario. Come spesso accade, Elisa è stata ri-vittimizzata dopo la sua scomparsa. Nel libro c’è un capitolo che s’intitola “Quante volte ti hanno ucciso”, perché Elisa non è stata uccisa solo nel 1993. Non soltanto le forze dell’ordine, quelle della prima fase, non hanno battuto la pista investigativa più consona, ma anche la città, dal canto suo, ha cercato di “giustificare” la scomparsa, affermando cose non vere, ovvero che Elisa un po’ se l’era cercata, che se la faceva coi militari, che era incinta etc. Addirittura, un ex capo della squadra mobile, in una intercettazione telefonica disse: «Da quella famiglia sarei scappata anch’io». E quindi quale fiducia potevano avere i Claps nelle forze dell’ordine, se chi è deputato alle indagini parte con un pregiudizio del genere?

d: Il libro raccoglie passaggi dei diari di Elisa, ma l’autrice è lei. Cosa c’è di Mariagrazia Zaccagnino in questo testo?

r: Amo dire che è un libro scritto a sei mani: ci sono quelle di Elisa (i diari), quelle di Mamma Filomena (i suoi ricordi) e poi le mie. Cerco di fare un po’ da collante tra queste due anime che si rincorrono e dialogano. Faccio poi alcuni necessari cenni al contesto storico e giudiziario.

d: Vorrei che commentasse alcuni titoli di giornale risalenti a ieri (12 settembre – ndr). Alcuni sono dei virgolettati. Il primo: “La comunità ha lasciato sola la famiglia Claps”. Un po’ ha già risposto.

r: Sì, in un primo momento è stato così, ma oggi la famiglia Claps sente forte l’abbraccio della città, che esce fuori anche dai confini regionali.

d: La comunità ha forse avuto bisogno, anch’essa, di tempo per capire?

r: Sicuramente sì. Il trascorrere del tempo sicuramente ha aiutato: a volte, per capire bene qualcosa, bisogna allontanarsi e mettere a fuoco. In questo ha aiutato anche la ricostruzione di Pablo Trincia col suo podcast, perché ha aiutato a riannodare i fili. Tanta gente che magari prima ignorava molti aspetti, adesso non potrà più dire di non conoscere. E’ come se la città avesse preso piena consapevolezza di ciò che è accaduto, e anche del fatto che la famiglia Claps era stata lasciata effettivamente sola. Nelle manifestazioni come quella di ieri (la marcia organizzata da Ulderico Pesce ndr), all’inizio c’erano solo i Claps, don Cozzi e qualche altro vicino di casa. Oggi le sale sono piene.

d: Altro titolo: “Una città mafiosa che ancora giudica i Claps”.

r: Più che di “mafia”, vera e propria, io parlerei di “atteggiamento mafioso”, che si concretizza nell’omertà, in un atteggiamento omertoso. Si tratta di un girarsi dall’altra parte, un “questa cosa non mi riguarda”. Tuttora, c’è ancora uno “zoccolo duro” che resiste nel non prendere consapevolezza e nel non immedesimarsi nel dolore di questa famiglia. C’è anche chi ha pensato che la famiglia abbia potuto lucrare su questa storia. Fandonie. Pensi che Gildo -poichè Elisa voleva fare il medico- aprirà un laboratorio di analisi a suo nome, in Africa (e vi contribuirò anch’io coi diritti d’autore di questo libro). Le malelingue ci sono sempre, dunque, ma sicuramente si sono ridotte.

d: Uno degli ultimi sviluppi di questa vicenda è stata la riapertura al culto della Trinità. Qual è la sua posizione in merito?

r: La famiglia Claps non era contraria alla riapertura in sé e neanche io. Il fatto è che c’era un’attività di mediazione che andava avanti da tempo e che a un certo punto ha conosciuto una battuta di arresto. La curia potentina ha deciso di riaprire. Se la decisione fosse spettata a me, io avrei riconvertito lo stabile, o l’avrei riaperto dopo un’ammissione di responsabilità. Non parliamo di “colpe”, necessariamente, ma di “responsabilità” sì. Faccio un esempio: Papa Francesco ha chiesto scusa per i preti pedofili. Non è certo lui sul banco degli imputati, ma è lui che ha la responsabilità della Chiesa. La dottoressa Barbara Strappato, capo della mobile di Potenza all’epoca del ritrovamento del corpo di Elisa, prendendo le mani di Filomena tra le sue, chiese scusa alla famiglia Claps in quanto rappresentante dello Stato e delle forze dell’ordine (e anche qui, come vede, c’era stato un cambio di atteggiamento, rispetto a quando quell'altro capo della mobile aveva detto «da quella famiglia sarei scappata anch’io»). La chiesa dunque poteva essere riaperta? Sicuramente, ma tutto doveva passare da un atto di riconciliazione. La riconciliazione, per come la vedo io -da credente- passa attraverso l’ammissione della colpa, la remissione dei peccati passa attraverso l’ammissione delle responsabilità.

d: Sempre a proposito di “riconciliazione”, spesso -in alcuni editoriali- si è letta la frase “ricucire lo strappo” (nella comunità potentina). Cosa ne pensa.

r: Io credo sia possibile, anche perché ho visto l’abbraccio e il coinvolgimento, addirittura un “mea culpa” per non aver compreso prima la gravità della situazione, il non essere entrati nella carne viva del dolore di questa famiglia. La città si può “ricucire”, ma non servono i “punti di vista”.

d: E cosa, allora?

r: Una responsabilità, il non avere più un atteggiamento omertoso. Ci vuole consapevolezza.

d: Da tutta questa storia, cosa deve imparare la nostra città, una volta per tutte?

r: Non ho da insegnare nulla, ma a me questa storia ha insegnato a non mollare mai. La famiglia Claps, in questi anni, ha “congelato” la sua vita. Gildo si è improvvisato investigatore privato, e se Danilo Restivo è stato processato e condannato, si deve anche a questo. Fu infatti Gildo a scoprire che in Inghilterra c’era stato un omicidio che aveva delle similitudini col caso Claps...

d: Cosa ne pensa di coloro che comunque hanno deciso di tornare a frequentare la Trinità?

r: Io penso che ci sono tanti modi per dialogare con Dio. Non credo sia necessario andare in un tempio piuttosto che in un altro. Non condanno chi in quella chiesa ci va, ma ritengo che poi debba avere anche il coraggio di guardare i Claps negli occhi. Io, personalmente, in quella chiesa non ci entrerò

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