di Antonella Sabia

 

 

 

 

mons_fanelli_04_01_24.jpgCompletiamo le nostre interviste di fine/inizio anno con i vescovi lucani, pubblicando quella realizzata con Monsignor Ciro Fanelli, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa.

d - Cosa ci portiamo dietro del 2023?

r - Il 2023, purtroppo, è stato un anno in cui l’umanità ha sofferto molto a causa di conflitti e di guerre, ma anche per le crescenti situazioni di povertà a livello mondiale e locale. Di non secondaria importanza è stato il problema legato alle difficoltà nel gestire in maniera efficace e umana il flusso migratorio. Dinanzi a queste “voragini” non si può rimanere indifferenti; esse devono scuotere fortemente le coscienze e orientarle verso una maggiore responsabilità morale e civica, così da creare subito le condizioni necessarie per costruire una maggiore coesione sociale e una più visibile solidarietà. Dinanzi a questi drammi umanitari, data la loro complessità, sono convinto che bisogna intervenire su più livelli, ma soprattutto è necessario promuovere il dialogo, come strumento non solo specifico della diplomazia, ma anche della politica. Senza dialogo non ci si può incamminare verso orizzonti di reale fraternità e di concreta amicizia sociale.È necessario un cambio di mentalità, che facciapassare da una cultura incentrata sull’indifferenza e sullo scarto, ad una più solidaristica ed inclusiva.

d - La regione sarà chiamata alle urne nei prossimi mesi, qual è il suo auspicio e/o la sua richiesta ai politici che si apprestano a rappresentarci?

r - L’impegno dei politici locali è chiamato a essere eticamente significativo e realmente efficace nella risoluzione dei problemi della nostra gente. La politica è chiamata sempre, ma soprattutto nei momenti complessi e difficili, a perseguire con tenacia il bene comune e a disegnare una progettualità adeguata ai bisogni concreti della regione, in modo tale da ridare futuro e opportunità di rinascita culturale, sociale ed economica a tutte le componenti della società civile, ma in modo particolare alle fasce più deboli, valorizzando tutti gli ambiti produttivi del territorio. Il lavoro dovrà essere sicuramente la grande emergenza da non trascurare. I dati statistici, che in questi giorni vengono diffusi da diversi organi di stampa, se da un lato evidenziano le criticità della nostra regione, dall’altra possono costituire, in un certo qual modo, la mappa realistica delle priorità su cui effettivamente lavorare sinergicamente per assicurare un serio rilancio regionale, dal calo demografico fino alle questione economiche così da garantire giustizia sociale per tutti.

d - In questi anni sei anni di Ministero come è cambiata la vita in quei territori, anche post pandemia?

r - La pandemia, purtroppo, non è stata sicuramente un bene per nessuno. Essa ha accelerato molti processi negativi che hanno spesso distrutto in profondità nelle singole persone la serenità, la fiducia nell’altro e la tensione positiva verso il futuro. A livello sociale, invece, uno degli effetti negativi più gravi causati dalla pandemia, a mio parere, è stato quello di aver minato le condizioni per guardare alla possibilità di costruire una società coesa e attenta ai bisogni concreti dei più deboli ed emarginati. In questa fase post pandemia l’impegno da parte di tutti dovrebbe consistere nell’aiutare la società auscire da due mali: le paure fobiche e gli ingiustificati egoismi; questo impegno deve diventare un vero imperativo etico, altrimenti assisteremo ai continui e dilaganti atteggiamenti di inciviltà e di criminalità, come ad esempio il dilagare del femminicidio. La pandemia ha, purtroppo, ritardato per tante realtà, anche quelle ecclesiali, il raggiungimento di alcuni traguardi importanti; per la mia diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa, ad esempio, tra le esperienze forti che sono state bloccate dalla pandemia vi è stata la visita pastorale. Ma, nonostante tutto, lo scorso 1° ottobre 2023 ho iniziato la visita pastorale, partendo da Rionero in Vulture, facendomi “pellegrino del Vangelo” per raggiungere le 33 le parrocchie della diocesi. Incontrare, ascoltare e condividere esperienze sarà in concreto il ritmo della visita pastorale in ogni singola comunità. Questo cammino di Chiesa, a Dio piacendo, terminerà nel 2025. Nei vari incontri già fatti, ho riscontrato da parte di tutti un grande desiderio di ripartire, di stare insieme, di “rivivere”, sia pure in modo nuovo, l’appartenenza vitale alla propria comunità, insieme a tanta voglia di partecipare. Ma ho constatato anche che sono presenti molti timori e stanchezze: ci si si sente più soli; il contesto sociale attuale, con tutte le sue criticità, non aiuta a uscire da queste solitudini sociali, determinando - per tanta gente- condizioni di vita spesso insostenibili. Il calo demografico, che è super evidente nei piccoli centri, non manca di far percepire i suoi effetti negativi anche nelle città più grandi. L’assenza dei giovani nei nostri paesi abbassa anche il livello di resilienza sociale delle comunità. Bisogna perciò reinvestire sulle persone, sulla formazione e costruire una progettualità ad ampio respiro e condivisa.

d - Guerre, vecchi conflitti che si riaccendono, e purtroppo episodi ripetuti di femminicidio, ma anche povertà, disoccupazione e spopolamento. Papa Francesco ripete spesso che “Nessuno si salva da solo”, in che modo fronteggiare questi mali del secolo?

r - “Nessuno si salva da solo” è un concetto che Papa Francesco ha sempre ripetuto sin dall’inizio del suo pontificato. È un principio che non può ridursi ad uno slogan, ma deve essere declinato in tutte le dimensioni del vivere umano, da quello più immediato, che sono le relazioni interpersonali, a quello più complesso che coinvolge cultura, politica, economia e finanza. Se questo criterio di inclusione solidale, che è un valore altamente etico, non diventa il criterio guida delle decisioni e delle scelte personali e sociali, sarà difficile uscire dal labirinto in cui ci troviamo a vivere.

d - Da spettatore ha assistito ai riflettori che si sono riaccesi a Potenza intorno al caso Claps, la riapertura della Trinità e le tante accuse verso la chiesa, come istituzione più in generale. Un suo commento in merito.

r - Il caso Claps è innanzitutto l’atroce e terribile sofferenza della famiglia di Elisa, alla quale va tutta la mia solidale vicinanza. E’ una sofferenza che chiede rispetto. Personalmente credo che questa dolorosa e drammatica vicenda che ha colpito Elisa e la sua famiglia esige tante attenzioni, tutte importanti. Ma tra queste attenzioni l’impegno per smascherare ogni colpevole atteggiamento omertoso deve essere prioritario. La riapertura della Chiesa ha suscitato polemiche. Ma le polemiche non devono fermare il dialogo su ogni versante. Le polemiche non portano da nessuna parte. L’orizzonte per comprendere il senso della riapertura della Chiesa è stato offerto da papa Francesco quando ha affermato che quel luogo di culto è chiamato a “custodire la memoria di Elisa” e a diventare “un luogo per la preghiera silenziosa, l’adorazione, la ricerca del confronto interiore e spirituale e per la promozione di una serena riflessione sulla sacralità della vita”, affinché mai più si ripetano tali esecrabili e mostruosi delitti.

d - Cosa si augura per il nuovo anno per i lucani e per i fedeli della sua Diocesi?

r - Cosa augurare per i lucani? Innanzitutto che ogni comune della Basilicata sia concretamente attenzionato dai decisori e che ogni cittadino possa trovare lo spazio e le opportunità nella propria terra per crescere umanamente, professionalmente, socialmente, che venga posto nella condizione di ridare un volto nuovo alla Basilicata. È giunto anche il tempo per la nostra regione che vengano realmente valorizzate le grandi risorse naturali e umane di cui è dotata. L’agenda sociale della Chiesa italiana per il 2024 prevede un appuntamento di grande rilievo: la 50a Settimana sociale dei cattolici italiani, che si svolgerà a Trieste, sul tema “Partecipazione e democrazia”. Questo binomio è fondamentale se si desidera raggiungere una vera rinascita culturale, sociale e politica. Per la nostra diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa il 2024 sarà un tempo speciale sia perché stiamo vivendo, come dicevo, l’esperienza forte e coinvolgente della visita pastorale, che intende confermare il cammino di fede in ogni comunità parrocchiale, ravvivando l’entusiasmo apostolico degli operatori pastorali, e sia perché, avendo messo a tema l’Eucaristia per il prossimo triennio, possiamo sperimentare in concreto che la comunità cristiana, quando nasce e rinasce nell’Eucaristia, può essere, come richiede il Vangelo, nonostante le sue fragilità e limiti, “luce” e “sale” della terra in cui vive e opera.

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«Stiamo vivendo la drammaticità del momento presente attraverso i tanti focolai di guerra che stanno divampando su tutta la terra. Quante brutalità! Quanto sangue versato inutilmente! Quanta innocenza trucidata! Quante donne violate e spezzate! Quanta fatica per tracciare strade di pace sulle quali far scorrere giustizia e fraternità! Ma penso anche al devastante terremoto in Turchia e Siria, del Marocco e dell’Afganistan, al naufragio di Steccato di Cutro, alla lotta per il cambiamento climatico, le inondazioni e incendi in Libia e Somalia. In questo clima di grande tensione e paura tutti sentiamo il desiderio di “Pace” che abbia come fondamento la giustizia. Se ci sono ingiustizie, guerre, disuguaglianze, stermini, morti innocenti, malattie varie, clima impazzito con le conseguenze che tutti conosciamo, è solo perché l’uomo si è dimenticato di essere uomo e pretende di essere padrone della vita personale, degli altri, di interi popoli. Le nostre piccole ma preziose comunità sono intrise di valori umani e spirituali, sempre capaci di costruire nuovi ponti umani ogni volta che la storia, per la ottusa presunzione degli uomini, li distrugge; coltivare l’accoglienza, il cuore che si dilata verso i bisogni e le necessità degli altri, la fatica e il sacrificio;rendere viva una terra amata, baciata e mai disprezzata».

Inizia con questa riflessione la nostra tradizionale intervista di fine anno con Monsignor Antonio Giuseppe Caiazzo, arcivescovo di Matera-Irsina, vescovo di Tricarico.

d - Quali sono le maggiori criticità del territorio lucano in termini di povertà, disoccupazione, giovani che partono?

r - Alla luce del Natale di Gesù che stiamo celebrando, anche nelle nostre realtà, diventa impegno concreto per sostenere e salvaguardare una Sanità che appare sempre più a corto di ossigeno, quindi malata e in procinto di collassare; di una economia che ritorni a mettere la persona al centro e prima del profitto e dell’interesse; di una politica che superi lotte e beghe interne, capace di mettersi in cammino per incontrare ed ascoltare la gente, sentire le problematiche, le esigenze, e rendersi conto, guardando con i propri occhi le tante criticità presenti dappertutto, ma in particolare nelle nostre aree interne. Ascoltare e condividere quanto le nuove generazioni ci chiedono, sapendo intercettare il loro linguaggio, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle piazze, progettando e investendo energie e denaro affinché si vinca la tentazione sempre più impellente di lasciare la nostra amata terra. E ancora, con lo stesso sguardo dei pastori verso la grotta di Betlemme, riaffermare il valore della vita come sacra, per vincere la tentazione di servire la morte in nome di un falso progresso e un errato senso di civiltà e libertà. In questa logica non mi stancherò mai di ripetere che tutti abbiamo bisogno di essere educati per riconciliarci con la natura, tornando ad amare e rispettare la nostra madre terra dalla quale siamo stati impastati e alla quale ritorneremo. La Basilicata è la terra d'Italia con il più alto numero di siti potenzialmente inquinati in proporzione al numero degli abitanti. Lo spettro che ritorna dell’incubo nucleare, con l’individuazione di 10 siti sul nostro territorio dove smaltire le scorie radioattive, ci preoccupa non poco e ci interroga seriamente.

d - Cosa auspica in vista delle prossime elezioni regionali?

r - La necessità di una Basilicata più capace di essere: solidale, inclusiva, partecipata, giovane, operosa, in salute, attraente. Alla luce di queste considerazioni mi auguro che il confronto avvenga più sui programmi che sulla dialettica spesso sterile, inconsistente, accusatoria e senza una reale progettazione. I candidati degli opposti schieramenti dovranno necessariamente vincere la tentazione del populismo e ascoltare il grido della gente di questa terra, che chiede rispetto, bene comune e crescita umana, crescita economica.

d - Anche se dalla finestra, continuiamo ad assistere a guerre, vecchi conflitti che si riaccendono, e purtroppo episodi ripetuti di femminicidio che si consumano in ambito familiare. Come si fa a fare i conti con queste sofferenze e guardare con occhi di speranza?

r - Papa Francesco spesse volte ci ha ricordato: “Nessuno si salva da solo”.È quanto ci chiedono i bambini sfruttati, uccisi, violentati nell’animo e nel corpo, in tutte le parti del mondo, così come le donne considerate oggetto di desiderio e di possesso che, in nome di un amore malato, vengono uccise. È quanto ci chiedono i tanti bambini mai nati ed abortiti come gli anziani soli e parcheggiati. Nessuno si salva da solo, nessuno può essere escluso dalla vita: tutti apparteniamo a questa grande famiglia che è l’umanità. Ce lo chiedono quanti hanno fame e sete di giustizia, quanti, come Maria e Giuseppe, si sentono stranieri e non accolti.A Natale non si diventa più buoni! È il falso messaggio pubblicitario che ha il fine unico del guadagno! Natale è ogni giorno! È l’occasione quotidiana che a noi viene concessa per uscire dall’indifferenza, dall’apatia, dal silenzio omertoso, e diventare operativi indicando, senza nessuna pretesa ma con convinzione, orizzonti e mete lontani da raggiungere, speranza che diventa certezza di una umanità senza guerre, povertà, ingiustizie. Come credenti sappiamo che Gesù è la vera Pace e che il pane va spezzato e condiviso sempre e che la guerra del grano non può diventare uno strumento di ricatto per ottenere la vile vittoria. L’acqua non può essere negata per costringere alla resa, senza nessuna pietà, gli innocenti, scudi umani immolati; che l’elettricità non può essere interrotta anche per le culle di neonati costretti ad una agonia inenarrabile. Nel mondo non c’è pace perché manca l’amore. C’è solo violenza che ha la pretesa di seppellire i diritti più elementari della convivenza umana. È così in Terra Santa e Palestina, in Ucraina come in tante altre parti dell’Africa, del mondo intero.

d - Vicenda Elisa Claps, la Chiesa della Trinità di Potenza è stata riaperta al culto ad agosto, prima celebrazione il 2 novembre. Il caso è tornato alla ribalta negli scorsi mesi, in seguito alla serie TV in onda su RaiUno. Una sua riflessione in merito.

Ribadisco quanto detto nel comunicato del 6 novembre scorso. Vicini con la preghiera e, comprendendo il dolore della famiglia di Elisa Claps perché è anche il dramma di tutti e di quanti cercano la verità, la giustizia e rifuggono compromessi omertosi, ma l’affermazione di questo insopprimibile diritto non giustifica violenze di nessun tipo. Rimango, però, profondamente colpito dai gravi giudizi espressi nei confronti dell’Arcivescovo Ligorio che so uomo mite e seminatore di pace e fraternità. Ritengo che, come ha indicato lo stesso Papa Francesco, sia compito della comunità cristiana elaborare proposte e percorsi di riconciliazione, di guarigione e di purificazione che trovino anche nella preghiera e soprattutto nell’Eucaristia il centro, la sorgente, lo stile e il vertice. 

d - Il suo augurio ai Materani e ai Lucani tutti per l’anno che verrà.

r - Un semplice augurio che diventa impegno. Lo faccio con le parole di S. Teresa di Calcutta e di Gianni Rodari:

Cosa posso dirvi per aiutarvi a vivere meglio in questo anno?

Sorridetevi
gli uni gli altri;

sorridete a vostra moglie
a vostro marito
ai vostri figli
alle persone con le quali lavorate
a chi vi comanda;
sorridetevi a vicenda;
questo vi aiuterà a crescere nell’amore
perché il sorriso è il frutto dell’amore.

O anno nuovo, che vieni a cambiare
il calendario sulla parete,
ci porti sorprese dolci o amare?
Vecchie pene o novità liete?
Dodici mesi vi ho portati,
nuovi di fabbrica, ancora imballati;
trecento e passa giorni ho qui,
per ogni domenica il suo lunedì;
controllate, per favore:
ogni giorno ha ventiquattr’ore.
Saranno tutte ore serene
se voi saprete usarle bene.
Vi porto la neve: sarà un bel gioco
se ognuno avrà la sua parte di fuoco.
Saranno una festa le quattro stagioni
se ognuno avrà la sua parte di doni.

 

 

 

 

 

 

 

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di Antonella Sabia

 

 

 

C

ome di consueto, affidiamo alle parole dell’arcivescovo di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo, l’augurio di speranza, per prepararci ad un Santo Natale e all’arrivo di un nuovo anno.

d - Che anno è stato, per lei, il 2023?

r - Si sono succeduti tanti eventi, personalmente, la conclusione del mio mandato pastorale come vescovo. Ho compiuto l’11 febbraio, 25 anni, di cui 6 vissuti nella diocesi di Tricarico, 13 a Matera, per poi giungere a Potenza. C’è stata poi nuova attenzione per il caso della famiglia Claps; abbiamo cercato un dialogo e speriamo in un futuro di poter essere più aperti e approfonditi a questo dialogo.

d - Mi ha anticipato, negli ultimi mesi grazie all’attenzione mediatica tra serie tv e podcast, la vicenda della nostra concittadina è tornata agli onori della cronaca, e Potenza ha avuto nuovamente i riflettori puntati, anche relativamente alla riapertura “silenziosa” della Chiesa della Trinità. Qual è la lettura da parte sua di quanto è successo?

r - Un dialogo con la famiglia c’era, eravamo convenuti all’apertura della chiesa, alla celebrazione delle messe. Forse poi a causa di un fraintendimento dall’una e dall’altra parte… In occasione del Natale ho scritto anche una lettera, indirizzata alla comunità per il tramite della stampa, in cui emerge da parte mia una possibilità di riconciliazione con la famiglia Claps, poiché crediamo molto nel dialogo.

d - Da parte sua, si sente di aver sbagliato in qualcosa?

r - Umanamente sono tante le cose che possono accadere, chi non sbaglia? Nessuno porta con se la ragione assoluta, tantomeno è in torto assoluto. Dico sempre, se eventuali difficoltà ci sono state nelle comunicazioni, possiamo recuperare.

d - Pensando a Filomena, una madre a cui da trent’anni è stato privato di festeggiare il Natale con la propria figlia, quale augurio si sente di rivolgerle?

r - Dal primo momento che ci siamo incontrati e conosciuti, ho sempre mostrato attenzione e delicatezza nei confronti di questa donna, madre che si è vista privata di una figlia in un modo così. Perciò dico: attenzione umana prima di tutto, poi espressione anche di una carità che si fa viva quando c’è una forte presenza di dolore. Sarebbe fondamentale, per questo, trovare un modo per riprendere un dialogo, che ci permetta di arrivare a una convenzione di intenti.

d - Allargando invece lo sguardo oltre i confini, continuano guerre tra grandi paesi o conflitti storici che si riaccendono, che affliggono il mondo intero. Seppur lontani minano spesso quel sentimento di speranza che in fondo tutti i nutriamo. Con quali occhi dobbiamo guardare al futuro?

r - Anzitutto dobbiamo sperare che queste persone vivano in pace con se stessi, bisogna recuperare in ogni uomo la pace interiore perché quando un essere è in pace, a sua volta genera pace. I conflitti nascono nel momento in cui l’uomo non è più così somigliante a Dio, ma vuole prevaricare i diritti dell’altro, scalfire la giustizia. Mancando diritto e giustizia non ci può essere pace. Allora va il richiamo agli uomini di potere, che devono decidere e tener conto del popolo, perché non ci siano morti innocenti, dall’una e dall’altra parte. Mi auguro che ci sia una maggiore consapevolezza da parte di tutti, una ricomposizione di pace personale e che ci siano delle riflessioni fondate sulla giustizia, ma aperte a un incontro di misericordia e amore nei confronti del prossimo.

d - Due mesi fa ha annunciato le dimissioni, rimettendo il suo mandato nelle mani del Papa: cosa si augura per il futuro di questa Arcidiocesi?

r - Compiuti gli anni stabiliti dal Codice di diritto canonico, quindi 75 anni, essendo nato nel 1948, ho rimesso il mandato nelle mani del Santo Padre, Udine e Potenza attendono ancora il nuovo mandato. Penso che sia fondamentale la continuità, ma anche l’innovazione che ognuno porta con sé, come capacità di responsabilità e di esperienza illuminata a dare il meglio di se stessi per servire la Chiesa, supplire a tutti i bisogni che possono esserci.

d - In chiusura, vogliamo rivolgere un augurio per queste festività natalizie alla comunità e anche un messaggio di speranza per l’anno che verrà?

r - Si recuperi l’umanità. Potenza ha un potenziale non indifferente, per cui bisogna assumersi tutte le dovute responsabilità, ognuno nel settore in cui è specializzato, nessuno deve fare delle deleghe rispetto alle proprie responsabilità. In secondo luogo, siamo chiamati a esercitare, tra qualche mese, un grande potere come popolo, le elezioni politiche: al di là dei partiti, la speranza è che la politica diventi un impegno per quegli uomini capaci di servire la comunità, e non di servirsi della comunità. Paolo VI parlava di “Servizio alto della Carità”.

Pertanto l’auspicio per la nostra città, e per tutta la regione, è quello che chi verrà eletto in forma democratica, si assuma delle responsabilità, prenda a cuore le sorti di questa comunità, di una regione che per 25 anni ho conosciuto, potuto sperimentare tutto il suo fascino e tutte le sue ricchezze. E ancora l’auspicio è che si possa lavorare a una progettualità intuitiva e lungimirante, non a forme di sussistenza “a pioggia” per accontentare la gente, ma offrire una linea dedicata particolarmente ai giovani affinché non si sentano più costretti ad abbandonare questa terra. Lì dove si mettono le radici, c’è humus per tutta la vita. E il Lucano, è Lucano per la sua forte identità, umanità e ricchezza interiore.

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di Walter De Stradis  

 

 

 

 

E’ nata in un campo d’internamento civile in India, nel 1946 ("per gentile concessione” degli Inglesi che, penetrati in Persia in tempo di guerra, avevano fatto prigioniero praticamente tutto il corpo diplomatico, compresi i suoi genitori), ma si professa “sfortunata”, in realtà, perché in quel paese vi è rimasta pochissimo e non si ricorda niente! Basterebbe questo a dare un’idea della passione viscerale che la professoressa Novella Capoluogo Pinto, presidente di Universum Basilicata, nutre per la Cultura. La sua Panda verde, col bagagliaio colmo delle pubblicazioni della sua associazione, ne è un’ulteriore conferma.

d - Professoressa, il suo nuovissimo libro, l’ultimo di una serie abbastanza lunga, s’intitola “Ho le vertigini – Diario degli ultimi sei anni” (Universosud). Il testo racconta l’ultima fase nella convivenza con un uomo molto amato (suo marito, scomparso da poco), ma afflitto da una grave malattia.

r - Nel libro parlo soprattutto di me, di tutto ciò che ho provato standogli vicino in questi ultimi sei anni. Mio marito, a un certo punto, era molto “freddo” nei confronti della malattia, dicendo cose del tipo “Ma che mi curo a fare? Si tratta solo di rimandare di qualche mese, tanto vale morire subito”. E io soffrivo terribilmente perché, anche mezzo morto, avrei voluto continuare a tenermelo vicino. A un certo punto, però, mi chiese anche di aiutarlo a morire, e non perché soffrisse, ma perché non si accettava più: era un uomo bellissimo, diventato l’ombra di se stesso.

d - In questo percorso, che ruolo hanno avuto le nostre istituzioni sanitarie? Si è mai sentita in qualche modo lasciata sola o...

r - No. L’urologo -che da più di vent’anni, seguiva Pino- era addolorato, in quanto questo tumore non si era mai visto con l’ecografia, e i valori del sangue, fino al 2017, non si erano mai alterati. Improvvisamente, però, gli salì il PSA, e il dottore gli rifece l’ecografia e il tumore non si vide. Lo portò lui stesso a fare la risonanza magnetica, con urgenza, e venne fuori un carcinoma di tre centimetri e mezzo. Da qui il dolore del dottor Lorusso: assurdamente, il tumore si era annidato in un punto della prostata che non si vedeva mai all’ecografia! E non c’erano stati segnali: Pino era stato bellissimo fino agli ultimi due anni. Ma purtroppo, a quel punto il cancro era inoperabile. Mio marito è stato poi seguito dal dottor Dinota, come oncologo, anch’egli un medico straordinario, che instaura un rapporto meraviglioso col paziente.

d - Qual è lo scopo di pubblicare un diario come questo? Cosa si aspetta dal suo libro?

r - Ecco. Volevo che restasse traccia di questi sentimenti, miei e di mio marito, per i miei figli. Non immaginavo, però, l’apprezzamento tributato a questo mio lavoro da Alberto Barra e Yvette Marchand, miei carissimi amici, e successivamente anche da Andrea Galgano, Francesco Potenza...

d - Sta citando poeti e pittori...

r - Sì, mi hanno davvero sbalordita, perché mi hanno fatto delle recensioni bellissime.

d - Ma cosa deve arrivare a un lettore che non sia uno dei suoi figli?

r - Credo... il messaggio di un amore davvero grande e in qualche modo anche particolare. Pino la malattia l’ha affrontata male, e ha spesso avuto bisogno (com’è naturale) di sfogarsi -anche in maniera assai dura- su chi gli era vicino, in questo caso io. Io non credo di avere grandi meriti, ma penso che una persona che ama alla fine si comporta come mi sono comportata io.

d - E’ questo il grande messaggio del libro.

r - Anche perché oggi le persone non sopportano più niente, non hanno più pazienza, per nessuna cosa.

d - L’amore è anche pazienza, soprattutto nei momenti di difficoltà estrema.

r - Sì.

d - Lei è presidente di “Universum Basilicata”, una prestigiosa associazione che si occupa di arte e cultura e che promuove, da molto tempo, il premio di poesia “Universum”, diventato negli anni uno dei più importanti in ambito letterario.

r - A marzo faremo la cerimonia di premiazione dell’undicesima edizione. Abbiamo avuto persino una concorrente dal Paraguay e dal Venezuela, mentre dall’Europa arrivano continuamente...

d - Quanto è duro mantenere una realtà del genere in Basilicata? Ha avuto anche lei difficoltà di interlocuzione con le istituzioni per ottenere sostegno?

r - Bah, io mi reputo molto fortunata. Intanto perché ho il sostegno della Banca di Credito Cooperativo...

d -...che però è un privato.

r - Sì, ma è importante comunque. Specie perché, da alcuni anni, siamo costretti a pagare il Teatro Stabile (e quest’anno non so manco se riusciremo ad averlo, perchè ci sono i lavori). Però è bello far vedere questa “bomboniera” ai concorrenti che vengono da fuori, è una cosa che mi riempie d’orgoglio.

d - Quindi tutto bene.

r - Sì, io sono contenta, perché tra le quote d’iscrizione e il contributo della banca, riesco a portare avanti ogni anno le iniziative, come la pubblicazione dell’antologia del concorso.

d - Quindi, soldi a Comune, Regione etc., non ha mai avuto bisogno di chiederli?

r - No, ma so che non me li avrebbero dati, per cui … (ride).

d - Adesso diranno che la prevenuta è lei.

r - E vabè, no, so che ci sono problemi per avere qualcosa, soprattutto a livello comunale. Tant’è vero che mi fanno pagare il Teatro! Darmi la sala sarebbe già un contributo sufficiente, no? E invece, per tre ore di pomeriggio, ho pagato 225 euro (per le associazioni, la giornata intera costa 450).

d - Ritengo che possano esserci norme nazionali per lo mezzo, ma il suo messaggio in ogni caso è che le associazioni meritevoli andrebbero comunque agevolate.

r - Semplicemente per un fatto: noi portiamo gente a Potenza. Gente che viene, che so, da Pordenone, da Sondrio, da Varese, ho concorrenti dalla Lombardia, dal Friuli e dal Veneto, persone che non verrebbero a Potenza per nessun altro motivo. Vengono per il Premio, anche perché noi i premi non li spediamo.

d - Più in generale Potenza com’è messa? Sa, l’ultima persona che ho intervistato, come tanti in precedenza, lamentava una città un tantino “sonnolenta”.

r - Il fenomeno è molto discontinuo: noi abbiamo avuto casi in cui la sala era pienissima, mentre l’altra sera alla Galleria Civica, alla presentazione del mio libro, molte persone che aspettavo non sono venute, perchè in concomitanza c’erano altri eventi. In ogni caso, da parte mia, cerco di dare visibilità agli autori locali (specie se sono iscritti alla Universum Basilicata); operiamo sul territorio regionale, andando anche molto nei paesi. In genere si può dire che le persone vengono, ma non c’è questa affluenza enorme, anche -ripeto- a seguito della compresenza di vari eventi.

d - Quindi intanto non è vero che gli eventi non ci sono. Ma è anche vero che da noi c’è più gente che scrive che gente che legge?

r - Questo sì, sicuramente, ma dappertutto. I nostri soci leggono (sorride), ma in genere si scrive tanto e si legge poco.

d - Lei è anche fiduciaria provinciale della Federazione di Scherma. E’ una cosa che va avanti addirittura dal 1972, mi accennava prima.

r - Sì, quando ebbi l’incarico ne fui felice, perché è stata la passione di una vita. La Schermisitica Lucana la fondammo nel 1979, quando Pino ebbe il titolo di maestro dall’Accademia. La scherma non è come i giochi di squadra: nel basket possono arrivare duecento ragazzi e l’istruttore dà un pallone ciascuno e tutti si mettono a palleggiare. Nella scherma, invece, la lezione si può fare solo a tre/quattro, mentre gli altri debbono stare seduti a osservare. E il maestro è più un educatore, che un istruttore.

d - Adesso mi faccia un “affondo”, uno sul sindaco di Potenza e uno sul presidente della Regione.

r - Al primo chiederei di procedere, quanto più rapidamente possibile, alla ristrutturazione della palestra del Coni, ove avevamo la nostra sala di scherma e si poteva lavorare bene. Oggi ci ritroviamo sotto la piscina di Montereale, in quel corridoio di una sessantina di metri, nato per la corsa veloce. E’ un arrangiamento: assieme al palazzetto Coni, Potenza ha perso tantissimo. Al presidente della Regione direi di stare un po’ più vicino al settore Cultura. Per esempio, quando il Presidente del consiglio regionale era Lacorazza, beh, lui era uno che stava davvero vicino alla Cultura. Da quando non c’è più lui, ho perso completamente le tracce di quella istituzione, ma immagino abbiano altri problemi, pertanto la mia non è una critica.

d - Ma con la Cultura si mangia o no?

r - No. (Sorride). La Cultura è un amore.  

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Sono 15 gli studenti dell’Istituto Tecnico Tecnologico “16 agosto 1860” di Corleto Perticara che TotalEnergies EP Italia ha premiato con una borsa di studio per i risultati ottenuti nell’anno scolastico 2022/2023.

Le borse di studio, tra le iniziative di responsabilità sociale promosse sul territorio da TotalEnergies EP Italia insieme ai partners della JV Tempa Rossa, Mitsui E&P Italia B e Shell E&P Italia, sono state consegnate dal direttore Affari Istituzionali Relazioni Esterne e CSR di TotalEnergies, Stefano Scisciolo e dai rappresentanti delle istituzioni scolastiche e locali.

Borse di studio e stage formativi in azienda per gli studenti più meritevoli sono parte dell’atto di liberalità sottoscritto da TotalEnergies e Istituto Tecnico Tecnologico “16 agosto 1860”, con l’obiettivo di valorizzare l’impegno degli studenti durante l’intero anno scolastico.

“L’Istituto Tecnico Tecnologico è una scuola storica, che ha favorito la formazione di tanti talenti corletani (medici, professori, ingegneri, imprenditori e professionisti di ogni categoria); per questa ragione l’amministrazione e TotalEnergies si impegnano in modo costante e continuo per evitare la chiusura di un plesso così importante per il territorio” - ha dichiarato il sindaco di Corleto Perticara, Mario Montano - “I rappresentanti dell’amministrazione comunale hanno partecipato con profondo orgoglio alla cerimonia di premiazione, augurando ai cittadini del futuro il miglior prosieguo negli studi”.

“L’iniziativa di conferire delle borse di studio agli studenti più meritevoli, nata lo scor-so anno con l’aspettativa di consolidarla negli anni, è al suo secondo appuntamento”- ha dichiarato Stefano Scisciolo, direttore Affari Istituzionali Relazioni Esterne e CSR di TotalEnergies - “L’obiettivo della Compagnia resta quello di poter offrire un supporto concreto a genitori e studenti nell’ambito del diritto allo studio, promuovendo ancora una volta la formazione e la meritocrazia come strumento di sviluppo perso-nale e sociale”.

"Continua la virtuosa interazione della scuola con il territorio - ha aggiunto la dirigente dell’Istituto Tecnico Tecnologico “16 agosto 1860”, Michela Antonia Napolitano - offrendo agli studenti diverse opportunità per il presente e per il futuro".

Nello specifico, la JV Tempa Rossa ha premiato gli studenti del primo, secondo, terzo e quarto anno con la media aritmetica più alta al termine dell’anno scolastico 2022-2023, mentre, per le quinte classi, le borse sono andate ai tre alunni che hanno ottenuto il voto più alto all’esame di stato. I beneficiari, a seconda delle classi di appartenenza, potranno destinare le borse (dai 400 ai 3.000 euro) all’acquisto di testi scolastici, materiale elettronico di supporto alla didattica o per un soggiorno di studio all’estero per lo svolgimento di un corso di lingua. Gli studenti che hanno conseguito la maturità, invece, potranno impiegare la somma per le spese legate alla frequentazione dell’Università; in alternativa, avranno l’opportunità di partecipare a uno stage formativo di sei mesi negli uffici di TotalEnergies.

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

 

«Sono quasi cinquant’anni che frequento l’ambito sportivo, ho iniziato facendo l’arbitro di pallavolo nel lontano 1973. Con l’Asci, negli anni Ottanta, siamo stati la prima società a fare la serie A femminile di pallavolo, mia moglie giocava nella nazionale coreana e mio figlio ha militato in serie A col Civitanova. In età matura, poi, sono approdato allo “sport sociale”».

Si presenta così Domenico “Mimmo” Lavanga, potentino, una vita nella Rai locale come tecnico, oggi presidente regionale del CSI (Centro Sportivo Italiano), nonché della “Fondazione Marisol Lavanga – Ente Terzo Settore”, intitolata all’amata figlia, prematuramente scomparsa a causa di una malattia oncologica. Nella sua quotidianità, dunque, sport e valori sociali si intrecciano senza soluzione di continuità.

«Il CSI, per sua natura, si occupa di promuovere l’attività sportiva, ma con una differenza rispetto alle federazioni, che è quella di promuovere lo sport “sociale”, piuttosto che l’attività “agonistica”. Insomma, si cerca di mettere al centro la persona, e non il risultato, prestando dunque attenzione all’inclusione e alla parità di genere. Il motto del CSI è infatti “educare attraverso lo sport”. In Basilicata la nostra è una realtà in forte crescita, perché c’è sempre più bisogno di uno sport “sociale”. Ci sono tre comitati territoriali (Potenza, Matera e Melfi) e come presidente regionale rappresento ben 188 società, che praticano ogni tipo di sport. A giugno di quest’anno i tesserati lucani erano 11.500. E’ come se fossimo una piccola città: mi sono preso la briga di controllare e questo numero equivale agli abitanti della città di Venosa!».

d: Potenza è stata anche “capitale” Europea dello Sport. Ci sono state polemiche per come si è presentata all’importante appuntamento, ovvero sulla presenza e soprattutto sulla “tenuta” di adeguate strutture sportive.

r: Potenza Città Europea dello Sport è stata una bella intuizione, capitata però nel periodo brutto del Covid. Tante manifestazioni non si sono potute fare. Tuttavia, se il discorso lo guardiamo dal punto di vista dello sport agonistico, la città è chiaramente in sofferenza per quanto riguarda l’impiantistica. Per quanto attiene, invece, allo sport sociale, ritengo che gli impianti cittadini POSSANO essere sufficienti (se includiamo anche a quelli delle scuole, di competenza del Comune e di competenza della Provincia). Numericamente, dunque, gli spazi ci sarebbero.

d: Però?

r: Il problema è come vengono gestiti e come vengono assegnati. Si è rimasti fermi a vecchie logiche, che privilegiano l’attività agonistica rispetto a quella sociale.

d: E’ dunque un ragionamento politico, questo.

r: Assolutamente sì. E’ una cosa che ho lamentato negli anni: nelle città un po’ più “evolute”, dell’impiantistica si occupano le consulte sportive, fatte dagli addetti ai lavori; nella nostra città ti devi rapportare con l’assessore di turno, che dovrebbe avere un livello “più alto” di mansioni, e non certo occuparsi di dare in gestione cosa a chi. Anche quando le strutture vengono date alle federazioni, beh, c’è sempre un litigio, e va a finire che nella palestra dove si può fare la pallavolo si va a praticare la danza, e viceversa. E’ dunque un problema di gestione, e non di numeri.

d: La sede del CSI è presso il Parco Baden Powell di Potenza, attualmente “in balia” dei cinghiali. La questione generale sta acquisendo dei connotati anche risibili: come mai non se ne viene a capo?

r: Quello dei cinghiali nel nostro parco è un problema reale, tanto più che c’è di mezzo anche una scuola, con bambini dai tre ai dodici anni. Questi animali di recente sono più volte entrati nel Baden Powell; in autunno/inverno cadono le ghiande ed essi trovano terreno fertile. La recinzione c’è, ma i cinghiali scavano e aggirano il problema. Anche in qualità di socio della cooperativa Venere, mi sono trovato di fronte a un caso di “impotenza istituzionale”. La prima volta, i cinghiali entrarono nel parco di pomeriggio (e non di sera, come di solito succede), mentre si teneva il mercatino dell’usato. Chiamai tutti: vigili del fuoco, carabinieri, carabinieri forestali, polizia. Nessuno di loro aveva la competenza per intervenire. Alla fine arrivarono gli agenti della Polizia Locale, lamentando però che la competenza fosse della Regione Basilicata!

d: Il classico scarica-barile.

r: E ti confronti con un problema reale, che al momento ti porta ad adottare soluzioni spiacevoli (chiudere il parco alle 16 e 30). Sulla questione è poi intervenuto il sindaco, con un’ordinanza di abbattimento (si tratta di narcotizzare i cinghiali e poi catturarli), ma il problema non si è risolto. Per la verità, da quando nel parco è entrata la Protezione Civile, gli animali non si sono fatti più vedere, avendo probabilmente fiutato la trappola (sorride). E’ un problema grave, ma credo che le disposizioni debba darle la Regione.

d: Cambiamo argomento, e passiamo alla mission della Fondazione “Marisol Lavanga”, che si occupa dei diritti dei minori, malati oncologici. Lei è presidente di questa fondazione -intitolata alla memoria della sua giovane figlia, promettente atleta, scomparsa prematuramente a causa di una malattia oncologica- che si occupa dei diritti dei minori affetti da tali patologie, cercando soprattutto di arginare il fenomeno della migrazione sanitaria.  

r: Il problema della migrazione sanitaria C’E’ in Basilicata, è grave e attanaglia un po’ tutta la sanità. In ambito oncologico, siamo la sola regione (insieme a Val D’Aosta e Molise, mi sembra), in cui non c’è un reparto di chirurgia pediatrica. Il che comporta, in caso di necessità, il dover “emigrare” altrove, aggiungendo al dolore di avere un figlio malato, lo spaesamento di doversi confrontare con grosse città, Roma, Padova, Milano, ove magari non sai nemmeno dove acquistare una bottiglia d’acqua minerale. Vorrei raccontarle un fatto. Prima di dare vita alla Fondazione, avviammo un Comitato promotore, utile a raccogliere i fondi necessari per crearla. Il 16 giugno scorso (giorno del compleanno di Marisol), costituimmo la Fondazione, e il giorno stesso mi arrivò la telefonata di un amico, che mi parlava di una bambina di Satriano di Lucania, la quale, a seguito di un arresto cardiaco, era stata portata con l’eliambulanza al Bambin Gesù di Roma. La speranza era quella di un trapianto. Il senso della chiamata era quello di trovare una sponda per rendere le cose più facili a una mamma disoccupata e a un padre imbianchino precario. Ci interfacciammo dunque con un’associazione amica, l’Arcoiris, che ha un’apposita casa in loco, ove è ospitata ancora oggi quella famiglia. Abbiamo fatto varie iniziative insieme (anche grazie alla generosità dei cittadini di Satriano) e la bambina ha avuto il trapianto e adesso è nel suo decorso. Si tratta insomma, di quel tipo di cose per le quali vorremmo dare un contributo maggiore.  

d: Se potesse prendere l’attuale Presidente della Regione sottobraccio, cosa gli direbbe, anche in via confidenziale?

r: Beh. Se parliamo di tumori, molto probabilmente la nostra è una regione in cui c’è una maggiore incidenza, specie in Val D’Agri. Non so se è stato istituito il registro dei tumori, ma -visto che il discorso è collegato- con quei coi fondi del petrolio sarebbe opportuno migliorare, sul serio, le strutture sanitarie nostre. In passato un po’ di eccellenze le avevamo: il Crob ERA un’eccellenza, venuta meno col passare degli anni, anche a causa della “concorrenza” (creazione dell’oncologia a Potenza etc.). La migrazione sanitaria, che riguarda molto il settore di cui ci occupiamo noi, significa anche soldi dei Lucani che vanno riversati nelle altre regioni. Il san Carlo, il Crob, il Madonna delle Grazie, di base, sono strutture eccellenti, che invece di produrre reddito (con un servizio migliore, potremmo accogliere noi gli utenti delle altre regioni), sono tenute vuote o mal funzionanti. E ciò produce la migrazione sanitaria.

d: Quelle strutture sono Ferrari guidate come se fossero delle auto normali?

r: Sì, diciamo che necessiterebbero di un buon pilota.

d: Fra poco si voterà anche per il sindaco di Potenza: cosa suggerirebbe ai candidati?

r: Sono nato e cresciuto in questa città, ma più si va avanti e più la trovo imbarbarita. Le strade, il verde pubblico, l’illuminazione, sono peggiorati, c’è una trascuratezza generale. Al di là del fatto estetico, manca il miglioramento culturale, si registra l’assenza di eventi che possano richiamare anche personaggi importanti. Faccio questa analisi da semplice cittadino che vede la città smarrita, non più in grado di dar vita a confronti costruttivi, in cui si fanno ormai solo manifestazioni “spot”, che lasciano il tempo che trovano.

 

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di Walter De Stradis

 

 

Sabato scorso, al Centro Teatrale Polivalente di Malvaccaro, lui era fra gli ospiti d’onore della 22esima edizione del Festival di Potenza; eppure, quando il patron Mario Bellitti, finite le prove, gli ha detto che c’era un giornalista in attesa di intervistarlo, Gianni Donzelli, voce degli Audio 2, si è schernito e, puntandosi il dito sul petto, ha mormorato: «A me? E vabè». Nonostante (o magari proprio in virtù) delle migliaia di copie di album venduti e dei dischi d’oro e di platino ricevuti, forse la migliore sintesi di quanto lui stesso ci ha detto di lì a qualche minuto, a proposito di passione e umiltà, è proprio questa.

«La mia generazione è quella di un adolescente che viveva un periodo, negli anni Settanta, in cui in Italia e nel mondo c’era il meglio del meglio dal punto di vista musicale. Nell’ultima ventina d’anni, le cose sono molto cambiate: la musica, come arte, ma intesa soprattutto come passione, è come se fosse un po’ morta. A mio avviso, si è persa l’immaginazione, la fantasia».

d: L’immaginazione non è più al potere, insomma?

r: Non si agisce più col cuore, tanto per cominciare. Col mio socio (Vincenzo Leomporro - ndr), prima di fondare gli Audio 2 nel 1992-93, abbiamo fatto, boh, una quindicina d’anni di gavetta? Sì, di sacrifici, anche economici (nastri e cassette, viaggi avanti e dietro tra Napoli, Roma e Milano). Perché c’era appunto la passione. Oggi il concetto di gavetta, tra i più giovani, non è proprio più concepito.

d: Oggi c’è l’ambizione di poter arrivare subito a quei quindici minuti di fama di cui parlava Warhol.

r: Si preferisce arrivare subito a quei quindici minuti, piuttosto che fare quindici anni di gavetta. Ripeto, per la maggior parte di questi ragazzi è un discorso di partecipazione e fantasia che manca; ma non è solo colpa loro, bensì di tutto il sistema, delle produzioni. Questi giovani magari sono anche più furbi e intelligenti rispetto a quanto lo eravamo noi, ma vengono illusi di poter arrivare subito in tv e diventare famosi. Ma quello è spettacolo, non è musica.

d: Di recente, proprio un personaggio importante dei “talent show” (Morgan – ndr), avrebbe denunciato presunte “cricche” di potere musicale che orienterebbero carriere e quant’altro. Cosa ne pensa?

r: Per volontà mia, sono completamente dissociato, provenendo da un’altra generazione e da tutt’altro “modus” -“vivendi” e “operandi”- rispetto alla maniera d’intendere la musica.

d: Ma oggi, in Italia, un giovane realmente armato di talento e di buone ambizioni, ha effettivamente la possibilità di fare carriera o deve per forza scendere a compromessi?

r: Ripeto, non c’è più il concetto di musica come la più bella e importante forma d’arte. E’ diventato tutto un sistema per creare “movimenti”, in cui la musica è al 90% show, spettacolo, e per il resto, forse, musica vera e propria.

d: Come Audio 2 siete esplosi anche in virtù del timbro vocale che lei ha, molto “alla Battisti”. Quando ha scoperto di avere questa caratteristica?

r: Nel passaggio tra bambino e adolescente: dalla sera alla mattina, mi risvegliai con questa voce, sorprendendo me stesso e mia madre. Naturalmente, ero già appassionato di Battisti, e, approfondendolo, scoprii questa somiglianza. Una cosa impressionante: credo vada avanti dal 1975, anche prima degli Audio 2.

d: Alla fin fine lei collaborò anche con Mogol, in qualche modo riformando (virtualmente) una coppia mitica.

r: Sì, con lui abbiamo iniziato a collaborare fattivamente nel 2007; ma Mogol aveva ascoltato una demo in cui cantavo in Inglese maccheronico, e -non sapendo nemmeno che fossi io- ne era rimasto folgorato. L’idea era quella di fare un solo brano insieme, ma poi ne risultò un intero album di dieci canzoni, che vinse il disco d’oro nel 2009.

d: Di grande successo è stata anche la vostra collaborazione con Mina, col famoso brano “Acqua e sale”, presente nel disco “Mina C e l e n t a n o ” , del 1998. E’ stato quello il suo momento più alto come autore?

r: Ce r t a m e n t e , perché in quel caso scrivemmo sia “Acqua e sale”, sia altre due canzoni. In realtà era stata proprio Mina a scoprirci, nel 1992, tramite “Neve” (brano che poi avrebbe inciso). Le inviammo la cassettina e dopo quarantacinque giorni esatti chiamò a casa mia.

d: Anche lei rimase incredulo, come accadde al suo collega Tullio Pizzorno (autore di diversi testi per Mina e presente anche lui al Festival di Potenza -ndr)?

r: No, perché in quel periodo facevo anche un altro lavoro (in un’azienda aeronautica vicino la mia città, Napoli, per poter mantenere la famiglia) e non ero a casa. Rispose mia moglie, ma non capì che si trattava di Mina, in quanto lei si era presentata come “Anna Maria Mazzini”, il suo vero nome. E dovetti subire anche una scenata di gelosia, perché mia moglie sentì questa voce bella, settentrionale, e pensò a chissà cosa. Non si ricordava bene il nome, ma mi disse: «Ha chiamato questa tua “amica”. Ma chi è? Parlava come una mitragliatrice!». Dopo alcuni suoi tentativi di ricordarne il cognome («“Manzoni”? “Mazzella”?»), capii che si trattava di “Mazzini” e mi andarono di traverso i tortellini in brodo che stavamo mangiando! Il giorno dopo mi misi in ferie, in attesa che -come Mina aveva annunciato- mi richiamasse, e munito di panini, caffè e sigarette, mi misi di guardia vicino al telefono (ecco, a questo mi riferivo quando parlavo di passione, sogno, immaginazione, ma anche di umiltà: per me fino a quel momento sarebbe stato impensabile che una come Mina chiamasse di persona!). La telefonata tuttavia non arrivò, e me ne tornai in ufficio disilluso. Ma una sera lei chiamò. Mi paralizzai come Fracchia, e non riuscii a dire una parola. In una telefonata di sette/otto minuti, non capii niente. Ricordo che, poco prima di chiudere, Mina mi chiese quanti anni avessi. Impiegai due, tre giorni per intuire il motivo di quella domanda: nella sua mente, evidentemente, c’era già l’idea di farci produrre dal figlio Massimiliano (cosa poi avvenuta per i nostri primi sei album). Se invece di trentuno, di anni ne avessi avuto cinquanta, sarebbe stata una cosa poco credibile.

d: Il fatto di cantare “alla Battisti”, invece, le ha mai creato qualche problema?

 

 

 

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Donzelli al Festival di Potenza

 

 

r: Beh, forse all’inizio i più scettici pensarono che io scimmiottassi, che facessi finta, che giocassi su Battisti (che era scomparso dalla scena pubblica, pur continuando a fare dischi). Poi, all’uscita dell’album degli Audio 2, non mancò chi si disse sicuro che quello fosse proprio Battisti, sotto falso nome per non pagare le tasse. Qualcun altro disse che si trattava del figlio Luca. Tempo dopo venni a sapere che qualcun altro ancora, tramite l’oscilloscopio, un analizzatore di spettro, aveva campionato e confrontato la voce mia e quella di Lucio, per capire se si trattava effettivamente di Battisti. Risultò che, all’80/90%, in alcune bande di frequenza, effettivamente c’erano delle cose uguali!

d: E nessuno disse che lei era il figlio illegittimo di Battisti? (risate)

r: No, questo mai. Però, nonostante il grande successo, ci fu qualcuno che si disse convinto che saremmo durati solo un anno. E invece abbiamo vinto il Telegatto, dischi d’oro e dischi di platino, abbiamo fatto la colonna sonora del primo film di Pieraccioni, e abbiamo scritto ben tredici canzoni per Mina, di cui tre sono presenti nel disco con Celentano, il più venduto della storia italiana.

d: E a questo punto, allora, cosa sognano, ancora, Donzelli e gli Audio 2?

r: Le dirò, ogni tanto sogno un bello spaghettino col pomodoro fresco. Sono rimasto un uomo semplice, com’ero agli inizi. In realtà, per carattere, ho sempre la sensazione di non aver fatto ancora niente, nonostante tutto quello di cui stiamo parlando-. Pertanto ho sempre la voglia di buttarmi a fare questo o quello, come se avessi appena iniziato. La musica per me è sempre ossigeno e anche le piccole cose mi offrono stimolo. Sono un Gemelli ascendente Acquario: se mi fermo due secondi mi vengono i mal di testa.

 

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di Walter De Stradis

Alle nostre spalle campeggia un quadro (nella foto sopra) che è stato esposto nella Rocca Paolina a Perugia, nel mese di ottobre. Rappresenta la potenza dell’amore che riesce a sottomettere la potenza della “tigre”. «Ho voluto raccontare -ci spiega l’autore- ciò che la nostra società ha spesso dimenticato, con tutti i fatti di violenza che ci sono, ovvero che l’amore è l’unica cosa che può cambiare il mondo. L’ho donato a un grandissimo poeta lucano».

Il sessantenne Alberto Barra, nativo di Potenza, ma residente a Satriano di Lucania, è un avvocato che a un certo punto si è completamente abbandonato al suo “sangue”, che oltre a recare il “gruppo” di Montereale (come ci dirà), ha anche l’RH positivo della pittura e della poesia. Con lui, che è molto richiesto tanto per la cultura “alta” (mostre, convegni etc.), -si notino le iperboli- tanto per quella “bassa” (copertine di cd etc.), abbiamo fatto il primo tentativo di un’intervista “pittorica”.

«A sette anni -ci racconta- già scrivevo versi e a dieci già dipingevo, anche se mio padre non voleva che diventassi un’artista. Ma io ho continuato, perché è qualcosa di intimo: mia nonna aveva messo dentro di me il seme dell’arte sopra ogni cosa. Ho vissuto tanti anni in Lombardia e lì ho fatto l’artista in compagnia di un fior fiore di personaggi, ma credo sia valsa la pena tornare in Basilicata; a me non interessa essere “noto”, quanto raccontare delle cose, e questo si po’ fare ovunque. E’ vero, qui non si può ancora vivere di arte, e proprio perché i miei quadri sono stati stimati con valori alti, preferisco regalarli all’operaio o al bancario che non se li può permettere. Ma non è vero, però, che i rapporti fra gli artisti lucani sono sempre improntati all’individualismo: il poeta Carmine Donnola, ad esempio, ha scritto dei versi “su” un mio quadro. Per crescere, è importante frequentarsi. Ho illustrato “Tutta la Commedia”, cercando di enfatizzare la vita di Dante e di renderla accessibile a tutti. Ho fatto copertine di libri, ma anche di cd, come quello dei Renanera, miei cugini, che me l’avevano chiesta con “urgenza”: ho afferrato al volo il pennello ed è stato uno splendore di cosa».

 

 

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Il 25 novembre si è celebrata la Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne (istituita nel 199 dall'Onu), per ricordare le vittime e alimentare la cultura e la consapevolezza contro maltrattamenti e abusi, fisici, morali, psicologici. E per combattere le discriminazioni e le diseguaglianze di genere.

Tra le forme di violenza esercitate sulle donne vi sono anche le discriminazioni e le violenze che avvengono nei luoghi di lavoro. Questi fenomeni privano le persone della loro dignità e sono incompatibili con il lavoro dignitoso e rappresentano una minaccia reale alle pari opportunità.

La Consigliera Regionale di Parità, avv. Ivana Pipponzi, in diretta su “Basilicata in Podcast”, il servizio di informazione della Regione Basilicata, ha ricordato l'importanza di vigilare sui luoghi di lavoro affinché siano garantiti i diritti fondamentali dei lavoratori e nello specifico delle lavoratrici: «Quando parliamo di “femminicidio” -ha affermato Pipponzi- ci riferiamo alla massima forma di espressione di violenza sulle donne, che è la più grave forma di discriminazione di genere, come ci ricorda anche la Corte Europa dei Diritti dell'Uomo. La violenza sulle donne assume varie sfaccettature, a partire dallo stalking per arrivare a tutte le modalità di violenza domestica; mi riferisco alla violenza psicologica, alla violenza economica. Accanto a questo, vi sono anche le violenze che le donne subiscono in ambito lavorativo: le molestie verbali, le molestie sessuali, incluse tutte le altre forme di discriminazione, come i divari salariali, la mancata concessione di flessibilità oraria, di part-time, la mancata progressione di carriera, i licenziamenti per maternità».

La Consigliera regionale di Parità riveste anche il ruolo di pubblico ufficiale e pertanto ha l'obbligo si segnalare all'Autorità giudiziaria i reati di cui viene a conoscenza: «Per contrastare le violenze e le discriminazioni di genere sul posto di lavoro -spiega ancora Pipponzi- il Codice “Pari Opportunità” ha previsto e disciplinato la figura della Consigliera di Parità, che agisce in qualità di Authority, di garante, nella verifica dell'attuazione della normativa sulla parità e sulle pari opportunità in ambito lavorativo, e agisce nello specifico per contrastare le discriminazioni e le violenze che le lavoratrici subiscono sul posto di lavoro; e in questo senso opera come pubblico ufficiale. E' possibile pertanto ricorrere alla Consigliera di Parità per segnalare una discriminazione o una violenza che si pensa di aver subito in ambito lavorativo, e in questo caso la Consigliera di Parità convocherà la parte datoriale per tentare una conciliazione e soprattutto per far rimuovere immediatamente la discriminazione di genere che la lavoratrice ha subito. Quando si tratta di un reato, e mi riferisco alle violenze e alle molestie sessuali sul posto di lavoro, la Consigliera di Parità ha l'obbligo di segnalare immediatamente all'Autorità Giudiziaria il reato di cui è venuta a conoscenza. E' pertanto possibile rivolgersi all'ufficio della Consigliera di Parità fissando un appuntamento o recandosi personalmente per denunciare la discriminazione, violenza o molestia subita in ambito lavorativo. Proprio per facilitare l'emersione di questi casi di discriminazione che le lavoratrici subiscono, e per le quali le stesse accusano anche il fenomeno della “vittimizzazione secondaria” (il timore di non essere credute, ovvero quello di perdere il lavoro a seguito della denuncia) è stato realizzata, nell'ambito del sito della Consigliera Regionale di Parità (http://consiglieradiparita.regione.basilicata.it/), una pagina dedicata alle segnalazioni. E' stata denominata “Io ti ascolto”, proprio perché siamo convinte che le donne debbano essere innanzitutto ascoltate, e dunque credute, nelle loro esternazioni e denunce, proprio per scongiurare vittimizzazioni o peggio. Noi ci siamo, siamo dalla parte delle lavoratrici, sempre disponibili ad ascoltarle e a sostenerle».

L'intervista è possibile ascoltarla al link

https://open.spotify.com/episode/5LjwrARqcR0nMxZPtqY4xM?si=-y8DRSNoRSKOQyOsjjRoew

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di Walter De Stradis

 

 

 

Spiritosa, con la testa inchiodata sulle spalle, riflessiva. Giovanissima (diciotto anni), "Miss Sorriso" e dunque "Miss Basilicata +" finalista (ovvero tra le prime venti) a Miss Italia, la potentina Aurora Laguardia pare molto focalizzata su ciò che si aspetta da se stessa, dai suoi coetanei e dalla sua terra.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - Credo che tutti abbiamo uno scopo nella vita, il mio è quello di diventare attrice, anzi, direi che è la mia essenza. E’ il motivo per cui mi sveglio ogni giorno e trovo la forza di vedere la bellezza nella vita.

d - E lei cosa sta facendo di concreto affinché questo accada?

r - Studio recitazione da teatro, da quando ero piccolina. Dopo la scuola mi piacerebbe entrare in un’accademia di cinema, ma nel frattempo studio anche le lingue e mi piace molto recitare in inglese. Mi preparo anche monologhi, perché adoro anche scrivere, prendere un’emozione qui, metterne un’altra qua.

d - In questo suo viaggio verso la realizzazione (le auguriamo) di un sogno, che ruolo riveste l’aver partecipato a Miss Italia?

r - Un inizio, una formazione, l’avvio di un percorso utile ad approcciarsi al mondo del lavoro, tramite persone che ogni giorno ti dicono ciò che devi fare. E’ anche un abituarsi a obbedire e a fare le cose con calma.

d - Sembra stia parlando di una caserma!

r - (sorride) E’ una cosa che mi ha aiutato a seguire le regole, in maniera positiva, ad avere una routine, perché io sono una a cui piace fare un pochino di testa sua. Questa esperienza mi ha dato inoltre la possibilità di incontrare ragazze da tutte le regioni d’Italia (e non è una cosa scontata), ed è molto bello, molto formativo. E vorrei aggiungere che, oltre all’approccio del lavoro, mi ha dato anche molta autostima. Sì.

d - Una Miss che ha bisogno di autostima, sulle prime potrebbe sembrare una contraddizione.

r - Mi rendo conto. Il punto è che io ho sempre avuto molta stima per il mio carattere, la mia personalità e il mio modo di pensare (ed è tuttora così), anzi, credo che l’autostima debba partire proprio da questo, ancor prima del lato estetico: piacersi per come si affronta la vita ogni giorno. Pertanto, avevo sempre puntato su questo, lasciando andare un pochino l’ambito estetico. E invece, con Miss Italia, ho capito che potevo amarmi anche per quello, e apprezzarmi, anche. Non è vero, quindi, che le Miss si piacciono in primo luogo per ciò che appare sullo specchio. L’autostima estetica cerco di costruirla ogni giorno.

d - A microfoni spenti, banalmente, riconosco di averle fatto anch’io la solita domanda: “immagino che adesso debba stare sempre a dieta”. A quel punto lei mi ha brevemente accennato che in passato ha avuto qualche problema di natura alimentare.

r - Già, in questo mio percorso è una domanda che mi sono sentita rivolgere tantissime volte, ed è uno stereotipo che va un pochino abbattuto. E, sì, ho sofferto di disturbi alimentari, dal primo al quarto anno delle superiori, e non me ne vergogno a parlarne, perché non è nato da un mio “capriccio” (anche se non oserei mai chiamarlo così), bensì dal bullismo che mi facevano gli altri da piccolina. Ero un pochino più in carne, e a un certo punto dissi “basta”, e iniziai a cambiare; ma per volere degli altri, non per me stessa, e questa è la cosa più deleteria che potessi fare. Mi ha tolto tanto, addirittura un pezzo di adolescenza. Pertanto, quando ho iniziato il percorso di Miss Italia, cosa che mi avrebbe obbligato a un confronto con i corpi di altre ragazze, anche più magre di me, mi sono trovata di fronte a un bivio: mettermi a dieta, onde assomigliare il più possibile alle altre, o fare la cosa più giusta (per me e per tutti gli altri) e cioè essere d’esempio per quelle ragazze che riescono a essere il massimo che possono essere, attraverso le loro normali, e sane, abitudini quotidiane. Oggi direi che c’è una cultura molto brutta riguardo alla nutrizione, all’alimentazione...

d -...quando la sia abbina a un certo discorso estetico...

r -...esattamente. Credo sia responsabilità anche dei social.

d - Proprio su Facebook lei ha pubblicato una sua poesia, dedicata alla Basilicata, in cui si legge di una terra che “vive nascosta”, “senza mai porsi in prima fila”. Lei però ci è andata, in prima fila, a rappresentare la Basilicata.

r - Sì, le finaliste a Miss Italia erano quaranta, due per ogni regione; da quaranta siamo poi passate a venti, e alla fine ero proprio io a rappresentare la Basilicata.

d - Ma perché la sua terra, invece, non si pone mai in prima fila?

 

 

 

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r - Eh, bella domanda. Credo che la ragione principale sia una bassa autostima.

d - I Lucani sono un popolo di rassegnati, come spesso si legge?

r - Sì, sono rassegnati. Crediamo di non poter mai arrivare in alto...

d -...e da cosa dipende, dalle delusioni della politica, da decenni di sofferenza...

r -...dalla sofferenza sicuramente, ma anche dal fatto che non siamo troppo ambiziosi.

d - Proseguo: “La mia terra che urla, ma in alto le orecchie son tappate”.

r - Noi urliamo, ma non ci ascoltano.

d - Chi?

r - Beh...mmm, purtroppo, il Paese. Molte volte non ci ascolta.

d - “La mia terra è poesia (…) ma non viene studiata”. Negli ultimi anni tante telecamere si sono accese sulla Basilicata, quale aspetto lei ritiene non sia stato studiato a sufficienza?

r - I giovani. Sì, quando mi chiedono quale sia l’aspetto più bello della mia regione, io rispondo sempre “i giovani”. Ritengo che noi giovani lucani siamo in possesso di una mentalità che in altre regioni non c’è. Abbiamo un’anima molto poetica, ma allo stesso tempo sappiamo che dobbiamo lavorare molto più degli altri, per arrivare in alto, perché qui non ci sono le opportunità sotto casa. Faccio l’esempio di mio fratello: studia medicina, al test d’ingresso si è classificato tra i primi in Italia, e questo perché si è esercitato su quei test sin dal primo anno delle superiori!

d - Lei scrive anche che “noi Lucani non contiamo”, perché “tanto vince il più forte”. E’ una visione anche realistica, ma forse, anche la sua, un pochino rassegnata.

r - Io non ho una visione rassegnata, quella frase era molto retorica, perché è quello che scatta nella mentalità di noi Lucani quando siamo messi di fronte a una sfida: “Tanto non contiamo nulla, quindi che partecipiamo a fare?”.

d - Lei poi aggiunge, riferendosi ancora alla sua terra, “voglio portarti in alto (…) senza omertà”. Sempre sulla sua pagina Facebook lei ha scritto anche delle cose sul caso Claps: ritiene ci sia stata omertà?

r - La vicenda la conoscevo, ovviamente, già prima delle serie tv, come tutti, essendo cresciuta con le interviste e quant’altro. Sì, C’E’ stata omertà, ed è stata quella a uccidere Elisa, due volte: lei e la sua famiglia. E ciò che mi fa più male è che molte persone che manifestano oggi, sono state zitte ieri.

d - Quindi in questo c’è stata anche un po’ di ipocrisia?

r - Sì, ma sono stata comunque felicissima delle manifestazioni, perché evidentemente la comunità, a un certo punto, ha capito che doveva unirsi e stare al fianco della famiglia Claps. Alla manifestazione degli studenti non ho potuto partecipare, essendo impegnata con Miss Italia, ma posso dire che è stata anche una mia idea, nel senso che -prima ancora della fiction- l’avevo sottoposta, scrivendogli, a un mio amico che è rappresentante d’istituto. Naturalmente, non so se sia stata proprio la mia idea a generare quella manifestazione. Non potendo parteciparvi, come dicevo, andai in bagno e mentre le altre si truccavano e si preparavano, io la seguivo tramite telefonino, e alla fine mi è colato il trucco! (sorride)

d - A proposito di femminicidio, il 25 novembre (oggi, per chi legge), si tiene la Giornata contro la violenza sulle donne, a pochi giorni dalla morte della povera Giulia. La sorella, di fronte alle telecamere, ha parlato di una società ancora troppo “patriarcale”. Mi interessa il parere di una giovane come lei: i suoi coetanei di Potenza, alcuni di loro, le hanno mai dato l’impressione di essere talvolta aggressivi o comunque di sottostimare la donna in quanto tale?

r - Non parlerei di aggressività, bensì di un “patriarcato” molto velato, nascosto, nella mia generazione. Riconosco che siamo messi molto meglio rispetto al passato, ma ritengo che ci sia comunque un “patriarcato” molto nascosto, perché credo esista un certo senso di “superiorità” rispetto alla donna. Questo sì, qualche volta l’ho respirato anch’io. Ma i ragazzi, tante volte, non se ne rendono nemmeno conto, lo danno quasi per una cosa scontata.

d - Da cosa occorre cominciare?

r - Ecco. Alla base di tutto c’è la scuola. E’ vero, è un compito anche della famiglia, ma la scuola, in quanto istituzione, deve formare, educare alla parità.

d - E questo accade o no?

r - Nel mio caso accade, perché ho la fortuna di avere professori molto bravi e attenti. Ma, in generale, se quelli sono i risultati, penso che c’è bisogno ancora di una forte educazione, rivolta non solo alla parità, ma anche al non odiare.

d - Se potesse prendere sottobraccio il presidente della Regione, cosa gli direbbe?

r - A rischio di ripetermi: di fare più cose per i giovani.

d - Il film, il libro e la canzone che la rappresentano?

r - “Forrest Gump”; “Le metamorfosi” di Ovidio; “Titanium” di Sia & David Guetta.

d - Di solito a questo punto chiedo, “Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?”, ma lei è così giovane... cercherò di riformulare, non so, parlando di targhe...

r - (sorride)...no no, è più semplice la domanda originale, scongiuri permettendo.

d - E dunque?

r - “Ad Aurora Laguardia, che, attraverso il suo talento, è riuscita a dare una mano agli altri”.

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