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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Lo incontrai per la prima volta, alcuni anni fa, in un mio programma in radio e quando attaccò a cantare -in studio, dal vivo!- le canzoni di Pietro Basentini, rimasi folgorato dal suo “vocione”.

Quella stessa voce possente, Nicola Fiore -pensionato dell’Enel, con un ruolino di marcia importante anche da sindacalista- oggi vuole che arrivi alla orecchie giuste. Quelle che fingono di non ascoltare i problemi della Cultura e dello Spettacolo potentino.

Oltre a essere il padre della promessa esibitasi anche a “The Voice of Italy” (il figlio Rocco), Nicola è infatti (dal 2018) il presidente del “Teatro Minimo di Basilicata”, collettivo ben noto in città e pluri-premiato.

d: Ricordiamolo ai lettori: cos’è il “Teatro Minimo di Basilicata”?

r: Il Teatro Minimo di Basilicata è una compagnia amatoriale, nata una ventina di anni fa, per volontà dell’attuale direttore artistico, Dino Becagli. Si può dire che è un gruppo di sognatori.

d: Di…sogn-attori?

r: Sogn-attori (sorride) -bello,sì- che hanno continuato a mettere in scena opere che sono soprattutto legate al territorio.

d: Nella vita lei ha fatto tutt’altro, è stato dipendente Enel, dirigente nel sindacato Cisl…come si collega tutto ciò al discorso artistico?

r: Ho iniziato ancor prima dell’Enel, poiché cantavo e suonavo in chiesa. Era il 1969, e nella chiesa di San Michele, con padre Pellegrino, noi fummo i primi a iniziare l’esperienza della “messa dei giovani”, cantata e suonata con le chitarre.

d: Poi è diventata la prassi.

r: Sì, ma noi dovemmo superare non poche difficoltà nel far comprendere ai frati stessi che quella era una cosa destinata al successo, nonché utile a coinvolgere i giovani. Questi ultimi sono il filo conduttore di tutte le cose che hanno caratterizzato la mia vita e il mio impegno, compresa questa ultima del teatro. Ho ormai una certa età, e a questa esperienza ci arrivo anche tardi, ma ho l’impressione che mal si comprenda come il teatro possa diventare uno strumento formidabile per i ragazzi.

d: Lei lavorò anche nella tv privata lucana, quella degli inizi.

r: Sì, a BRT, dal 1977 al 1988, come vice-direttore affianco ad Alfredo Tramutoli, un’altra delle grandi personalità culturali della nostra città. Come le dicevo, le mie sono state tutte esperienze “sociali”.

d: In tv cantava pure, se non sbaglio.

r: Sì, mi è sempre stata riconosciuta questa capacità (sorride). Cantavo le canzoni di De Andrè.

d: Poi è stato interprete di Pietro Basentini, ma ci arriviamo. Lei accennava alle difficoltà di fare teatro in casa nostra: ciò l’ha spinta, nei giorni scorsi, a scrivere una lettera aperta, pubblicata da alcune testate. Perché proprio adesso, dopo vent’anni di Teatro Minimo?

r: Perché in questa vicenda siamo un po’ “questuanti di attenzioni”. Abbiamo cercato sempre di mediare con le difficoltà, burocratiche o nei rapporti con le istituzioni, chiedendo non soldi, bensì attenzioni. Cosa che nel tempo è venuta sempre più scemando: c’è una dissociazione fra ciò che si dice (le istituzioni) e ciò che poi si fa.

d: E adesso, cioè oggi, la misura è colma?

r: Adesso abbiamo deciso di rendere note alla cittadinanza quali sono le difficoltà che incontra chi intende interessarsi a un teatro “di livello”; già, perché “amatoriale” non significa “cosa fatta a perdita di tempo”. Noi facciamo teatro di livello.

d: Nella lettera lei parla di “indifferenza e mancanza di ascolto da parte delle istituzioni”.

r: Sì, e subito dopo, in quella stessa lettera, dico che da vent’anni siamo ospiti di alcuni benefattori. Noi non abbiamo una sede.

d: Al Comune di Potenza l’avete chiesta?

r: In tutti i modi. E sappiamo pure che il Comune ha tanti contenitori “dormienti”, in disuso.

d: E non vi rispondono?

r: Dicono sempre che stanno facendo un “censimento”, che vedranno, eccetera. In altre città questo tipo di problema non solo è stato risolto, ma addirittura promosso!

d: Si riferisce anche a quest’ultima amministrazione comunale?

r: Certo, perché tra l’altro coincide con il mio mandato da presidente. Abbiamo chiesto a tutti nell’amministrazione, assessore e sindaco compresi. Il sindaco addirittura non ci ha nemmeno risposto. Non so bene come fare. Si è in attesa che facciano un qualche bando.

d: E l’assessore?

r: Ci ha risposto parlando del “censimento”. Eppure il Comune ha dei locali che sono già nella loro disponibilità.

d: Vuoti?

r: Vuoti.

d: Voi cercate un locale a costo zero?

r: Ma anche pagando un canone, purché noi si abbia la certezza di essere collocati. Siamo stati ospiti per ben dieci anni di Ilario Ungaro, condividendo una sede con altre quattro associazioni. Adesso siamo a casa di chi capita.

d: Tornando alla lettera, lei diceva che le istituzioni non riescono a rendersi conto delle “ricadute negative” che provocano sul tessuto culturale della regione. Quali sono queste ricadute negative?

r: Tenga conto che il Teatro Minimo restituisce al territorio tutto ciò che dal territorio preleva, in termini di conoscenza, di radici, di approfondimenti, di elaborazioni e di creazioni. Abbiamo fatto delle cose bellissime, ma nessuno si rende conto di quanto sudore ci sia prima di andare sul palcoscenico. E quando parlo delle istituzioni, non mi riferisco solo al Comune di Potenza, ma a tutte, anche a quelle scolastiche.

d: Persino la scuola nicchia?

r: Qualche anno fa preparammo “Il Cantico delle Creature”, incentrandolo sulla salvaguardia del pianeta; lo proponemmo a tutte le scuole e all’ufficio scolastico regionale, chiedendo un contributo ai ragazzi di 3, 5 euro. Non essendo del tutto gratuita, non poterono sostenere la nostra iniziativa! Si immagini in quali condizioni ci troviamo a operare. Di più: la storia si è ripetuta col nostro recente spettacolo su Dante, “Tal era io”. Lo abbiamo proposto a quasi tutti gli istituti superiori, ma l’unico che ha mandato tutti gli studenti, pensi un po’, è stato un istituto tecnico, l’ “Einstein”. E molti di loro a teatro non ci erano mai venuti. Proprio il Liceo Classico, invece, non ha mandato nessuno!!! E sono stati contattati tutti allo stesso modo. Sono queste le cose che fanno venire meno la passione. E pensare che il Teatro Minimo di talenti ne ha scoperti tanti e che alcune nostre opere sono state premiate dal Presidente della Repubblica (come “Il treno dell’oblio”, sulla grande tragedia di Balvano).

d: Nello spettacolo sulle brigantesse (“Le Regine dei boschi”) lei cantava alcuni brani di Pietro Basentini. Ritiene che questo personaggio fondamentale della musica popolare locale sia stato dimenticato dalle istituzioni (al pari di Michele di Potenza)?

r: Guardi, io dico sempre che bisogna provarle, certe difficoltà, per capire cosa si avverte nel tentare di superarle. Noi abbiamo SCELTO il percorso del teatro amatoriale, proprio perché la cultura la vogliamo divulgare, soprattutto ai giovani. Se le scuole non aprono le loro porte, c’è poco da fare.

d: Se potesse prendere sottobraccio il sindaco di Potenza, cosa gli direbbe?

r: Di sederci tutti attorno a un tavolo e di ragionare insieme sui progetti, ognuno portando i propri talenti.

d: Conviene -come dicono molti suoi colleghi- che il Centro stia dormendo, se non addirittura morendo?

r: Sono d’accordo. La soluzione potrebbe essere ridare vita a quegli angoli dimenticati, tipo i vicoletti, e insediare lì le associazioni culturali. In Centro ci passano molti giovani. Una volta l’attività per farli entrare nella chiesa, si svolgeva tutta FUORI della chiesa stessa. Si tratterebbe dunque di “deviare” questo flusso di ragazzi. Il centro storico muore perché non c’è una visione sul suo utilizzo, visione da cui tratterebbero vantaggio tutti.

d: Lei è il padre di Rocco Fiore, che ha partecipato a “The Voice”. Quale consiglio gli ha dato?

r: Di andar via da Potenza. Questa città non è nella condizione di valutare i talenti di cui dispone.

d: La domanda tormentone: esistono i raccomandati della cultura e dello spettacolo in città e in regione?

r: Devo presumere di sì. Non ho certezze, conosco però le difficoltà che incontriamo NOI quando ci accingiamo a chiedere un qualche contributo. Se per un contributo pubblico di 3mila euro, mi si chiedono “pezze giustificative” di 6mila, capisce bene che questi 6mila euro io innanzitutto li devo avere; e dovendo agire sempre in economia, ciò porta il più delle volte a dover rinunciare a quei contributi.

d: Li chiedete e non ve li danno?

r: No, non li chiediamo proprio. Il Comune e la Regione potrebbero promuovere dei “festival del teatro”, e POI magari premiare i migliori: già sarebbe diverso.

d: La canzone che la rappresenta?

r: “Via del campo”, di De Andrè.

d: Il Libro?

r: Oggi direi “Con parole precise” di Carofiglio, perché vorrei che, da ora in avanti, ci fosse davvero assonanza tra ciò che si promette e ciò che si fa.

d: Il film?

r: L’ultimo film su Dante, quello con Castellitto. Nello spettacolo che abbiamo fatto noi, invece, io ho interpretato Boccaccio.

d: Mettiamo che fra cent’anni, nella sede del Teatro Minimo (ma mi auguro che non ci voglia tanto!), scoprano una targa a suo nome: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Non vorrei una targa, ma che mi si associasse, nel ricordo, all’aver fatto qualcosa di utile per la società.

 

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Nella vita “normale” (che brutta parola) fa il ristoratore, ma a Potenza (e non solo, come vedremo) ormai tutti lo conoscono come “Gianluca U’ Sfiammat”.

Il quarantenne Antonio Sabia, seppur di suo molto diverso dal personaggio che spopola sui social ormai da anni, ha sempre la battuta pronta che colpisce nel segno, specie quando la dice con la faccia “seria”.

d: Non saprei sei intervistare prima Antonio e poi Gianluca, o tutti e due insieme.

r: Ormai sono sovrapponibili.

d: Quindi anche nella vita privata qualche “sfiammata” la fa.

r: Persino alcuni parenti mi chiamano Gianluca. Convivo tranquillamente con questa cosa.

d: Lei tuttavia nel mondo del cabaret ha esordito col trio La Faina.

r: Sì! Con Simone e Gerardo. Sono onorato nel dire che forse abbiamo fatto più cose a livello nazionale che locale.

d: Gianluca ‘U Sfiammat però è un personaggio interamente suo. Com’è nato?

r: L’aneddoto è simpatico. Con Simone e Gerry dovevamo condurre un programma su Radio Carina e stavamo cercando un personaggio che avesse radici strettamente territoriali. Una sera, poco prima di andare in onda, andammo a mangiare una cosa al volo a un takeaway. A un tratto si palesa questo tizio, con uno slang “potentino-americaneggiante”, con questo tono biascicato e un ritmo dell’eloquio molto lento, e ci dice: «Mi frà, sent’, ma ‘stu pezz d’ pizza cum ‘u ver? Secondo me è un po’ secco: s’allappa ‘n’ganna!». Questa parlata ci ha aperto un mondo e la utilizzammo per prova quella sera stessa. Il giorno dopo sui social era già un grande successo. Gianluca è “sfiammato” perché dice roba sconclusionata, e a volte anche a sproposito.

d: Quella persona se n’è poi accorta che tuttora la sta imitando?

r: E’ un po’ difficile, perché penso che ce ne siano così tanti…

d: Quindi il “coatto” potentino esiste?

r: Bravo, esatto. E’ il “coatto” potentino.

d: Qual è l’identikit del “coatto” nostrano? Ha una sua “stanzialità territoriale”?

r: Una “stanzialità territoriale” ce l’ha, perché l’incontro spesso, mi ci fermo a parlare. A volte il copione ti viene facile, perché lo leggi nella realtà. I ragazzi dai 12 anni fino ai 30 conservano questa “matrice coatta lucana”, che però va accentuandosi sempre più in taluni, che poi non riescono più a uscire dal personaggio. Dai 30 a in su diventano veri “professionisti”, che padroneggiano una lingua tutta loro.

d: Forzano la mano o sono veramente così?

r: Sono così. E chi ha che fare con questo tipo di Potentino –specie se non è Lucano- incontra anche difficoltà “comunicative” (sia detto con simpatia). Come accennavo, trattasi di una “morfologia linguistica” che si è congelata nel tempo, per fortuna. A questa hanno aggiunto degli slang nazional-popolari, americaneggianti, roba anglofona.

d: “Gianluca” lo si incontra più nel Centro, in periferia, o nelle contrade?

r: Più in Potenza Centro.

d: Quindi quel modo di parlare (al netto degli slang esterofili) è un linguaggio che si praticava nei nostri vecchi quartieri?

r: Sì. Alcuni lemmi o espressioni letterarie arcaiche li ho ritrovati anche nei testi delle commedie in vernacolo, quelle di Gigino Labella o di Dino Bavusi. Questi ragazzi di oggi hanno dunque ripescato un linguaggio, riportandolo a nuova vita. E’ una cosa molto bella. Quelli di fuori si ammazzano dalla risate. E poi Gianluca ormai si è evoluto in un personaggio rappresentativo di un intero, certo qual Sud. Sui social mi seguono da diverse regioni, anche del Nord.

d: Ma cosa direbbe ‘U Sfiammat ad Antonio Sabia che lo imita?

r: Bella domanda. Probabilmente direbbe “Nun m’u fa verè!”. Proprio perché io nella vita non sono così, quel tipo di società non l’ho mai frequentata –se non marginalmente- e a scuola sono sempre stato un secchione. Più che altro è stato il mondo dello sport a darmi accesso a queste cose.

d: Nel mondo sello sport ci sono molti Sfiammati?

r: Esatto. Gioco ancora oggi a calcio, nonostante due operazioni, e so bene che in quel mondo c’è molto machismo, con alcuni rituali. C’è quello che, mentre gioca, si tocca continuamente le palle, perché ha bisogno di ricaricarsi! (Risate) Oppure c’è quell’altro che, sotto le docce, inevitabilmente fra i confronti sui “centimetri”. E’ un mondo sottotraccia, anche se qualcuno nega. Ma da lì vengono le viscere di ognuno di noi.

d: Lei parla di “machismo”, tuttavia nei suoi video più recenti il personaggio sembra molto più effeminato.

r: Sì, è vero. Nutro un profondo rispetto, ma anche tanto piacere nel guardare al mondo di contaminazione, quello che mischia sapientemente etero e gay, che è pieno di colore. Il colore è arte, è fantasia, è staccarsi dalla realtà. Questo mondo ha il coraggio di vestirsi in modo diverso, di parlare un linguaggio diverso. E’ una parte della società (bistrattata negli anni, senza voler essere retorici) che mi piace rappresentare. Grandi artisti, viventi e non, avevano questa ambiguità sessuale, in special modo per tentare di mischiare mondi e parlare un linguaggio diverso, laddove la “dottrina” ci vuole invece tutti inquadrati.

d: Non c’è mai qualcuno che si offende?

r: E’ successo solo una volta, un fraintendimento però doloroso. Mi ha fatto capire quanto la rete sia drammatica. In occasione del Festival di Sanremo di tre anni fa, postai una foto e feci un commento, citando una tipica canzone lucana (che si canta spesso a San Gerardo) a proposito delle “femmine senza menne”, (brano che esiste da decenni e per il quale non si è mai scandalizzato nessuno!). Pur non volendo certamente offendere –ci mancherebbe- fui attaccato duramente da qualcuno. Chi mi segue sa che io rappresento benissimo il mondo femminile, che adoro, e che trovo assai più interessante di quello maschile (che è fatto veramente di quattro cose). I miei “fan”, oltretutto, sono solo al 30% uomini, e al 70% donne.

d: Social a parte, è facile fare spettacoli qui in città e in regione?

r: E’ complicatissimo. Lo spettacolo è notoriamente relegato agli spettacoli di piazza estivi, che non sono certo la parte predominante del discorso. Almeno per me. Quando ho la possibilità di confrontarmi con la politica, il mio impegno è volto a incentivare l’utilizzo e la creazione di contenitori culturali (teatri, saloni…). Manca però il pubblico di riferimento: oggi è davvero difficile vendere un biglietto a teatro, e uno è costretto a giocarsela sul piano delle conoscenze personali.

d: Quindi non è sempre colpa solo della politica.

r: No. La politica però potrebbe portare all’interno dei citati contenitori (…le strutture ci sono) quegli spettacoli che solitamente vengono fruiti gratuitamente. C’è infatti da dire che il pubblico, quando non paga, non ha mai una fruizione “completa” dello spettacolo. Occorre quindi “sporcarsi le mani”, e onorare un impegno, sapere che per entrare bisogna pagare. E la politica dovrebbe propendere a favore di questa soluzione.

d: Esistono i “raccomandati” dello spettacolo qui da noi, quelli “agganciati” con la politica?

r: Se dico “no”, qualcuno mi taccerà di esserlo io stesso; se dico “sì”, qualche “potente” potrebbe rinfacciarmi di non aver fatto i nomi o di essere invidioso.

d: Quindi diciamo… “nì”?

r: No. Non credo che esistano i raccomandati, perché qui siamo molto “autoreferenziali” (ci diciamo bravi da soli), e le cose che facciamo restano qui: fuori non se le compra nessuno (a parte qualcuno che ce la fa). A volte è vero, però, che c’è una politica che si “fidelizza” con qualcuno, per una questione di mero comodo.

d: Parliamo di quelli che ce l’hanno fatta. Un aggettivo per Arisa.

r: Multiforme.

d: Peppone?

r: Autentico. Lo ha dimostrato in alcune interviste.

d: Se Gianluca potesse prendere sottobraccio il sindaco, cosa gli direbbe?

r: Siccome ci conosciamo, a Guarente direi: «Mario, meh, mettiti i guantoni, che ‘amma ‘i a sfrecà doi uagliò ca fumano!» (risate)

d: Al governatore Bardi?

r: «Vitù, mettiti ind’ ‘a macchina, ca t’ facc’ verè ‘nbò’ la Basilicata com’è…».

d: A proposito di un altro “Vitù”, una volta mi raccontò un aneddoto simpaticissimo.

r: Sì. In una campagna elettorale dei primi anni Duemila, il sindaco di Potenza incontrò al Park Hotel alcuni cittadini. Il salone era gremito. Per farla breve, dopo che Vito Santarsiero ebbe a lungo disquisito di stadio e di centro storico, un tizio alzò la mano r: («Mo aggia parlà io»), e trascinando una vecchia sedia di legno, si posizionò, sedendosi con la spalliera fronte-palco. Si umettò le labbra e disse. «Vitù, mo ‘amm parlat' d’ quest’ e di quell’altro, MA QUAND METTEMM MAN’ A BUCALETT'???». Ci fu un fragore clamoroso! Un dettaglio: il tizio era in tuta e mocassini! Eccezionale.

d: Battute e aneddoti a parte, cosa vorrebbe per Potenza, come cittadino?

r: Io col sindaco ci scherzo su questo, ma è la verità: in alcuni punti Potenza sembra Sarajevo bombardata. Vorrei una città più “verde”, tanto più che siamo una città di montagna, a 800 metri! E poi, in centro storico, che io trovo davvero bellissimo, chiudono attività e ristoranti; ma va detto che a volte, anche le persone che ci vivono via Pretoria la vorrebbero in versione “dormitorio”. E invece le attività devono poter lavorare e offrire momenti di svago.

r: d: Il libro che la rappresenta?

“Il gabbiano Jonathan Livingston”.

d: Il film?

r: Senz’altro “Big Fish” di Tim Burton.

d: La canzone?

r: L’ho scoperta non da molto, ma non riesco a non commuovermi ogni volta: “Il vestito da torero”, di Brunori Sas.

d: Fra cent’anni, cosa vede scritto sulla lapide di Antonio/Gianluca?

r: Premesso che a Potenza ci sono morti di serie A e morti di serie B (a seconda delle presenze registrate al funerale e del parlare che se ne fa dopo) e che io spero di essere uno da funerale di serie B (perché in realtà non mi piace attirare l’attenzione): «Era proprio nu bravo uagliò».

d: Un saluto a chi ci segue, anche su Lucania Tv?

r: Si vedono i pornazzi su Lucania Tv? Sì? E allora la saluto con affetto e la seguirò con interesse. Cari amici, vi saluto, con questa mano… ricordatevi di questa mano.

di Antonella Sabia

 

 

 

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Solamente un mese fa si è svolta una due-giorni di nuoto “stellare” per la città di Potenza, il Primo HalloSwiMeeting, che ha visto la presenza nel capoluogo lucano di campioni azzurri del calibro di Gregorio Paltrinieri, Benedetta Pilato e il nostro Domenico Acerenza. Con Roberto Urgesi, Presidente Federazione Italiana Nuoto (FIN) Basilicata, anche presidente della società Basilicata Nuoto 2000, squadra di pallanuoto potentina militante in Serie B, partendo da questo grande evento abbiamo fatto una panoramica sulla situazione dell’impiantistica e le difficoltà delle società di nuoto lucane.

d: Quali sono state le maggiori difficoltà di portare a Potenza, nella piscina di Montereale, questi grandi atleti, solitamente abituati ad altre platee e impianti sportivi?

r: Devo essere subito dissacratore, nel senso che è stato più semplice di quello che si possa immaginare. Lo slancio ce lo siamo dati in maniera vicendevole noi della FIN e il Comune di Potenza in occasione del Gran Gala del Nuoto di settembre. , ero fortemente intenzionato a organizzare un grande evento per dare riscontro alle cose buone che stiamo facendo, per la maggiore fuori dal territorio cittadino. Penso alle manifestazioni a carattere nazionale che organizziamo a Scanzano dove c’è l’unica piscina olimpionica della regione, che è scoperta e all’aperto, ma soprattutto è all’interno di un villaggio turistico, pertanto, nei mesi estivi diventa impossibile utilizzarla. È nata quindi come una sfida, fare qualcosa di importante a Potenza, e grazie anche all’importante supporto che l’assessore Blasi e il sindaco del Comune di Potenza, Mario Guarente, siamo riusciti in pochissimo tempo ad organizzare questa due-giorni, a dimostrazione che il mio impegno di portare in alto la Basilicata, sempre e ovunque, come presidente regionale, ruolo che ricoprono ormai da 10 anni, sta dando i suoi frutti. Infatti, oggi, quando mi siedo ai tavoli romani, la Basilicata non è più considerata come fanalino di coda, ma tutti riconoscono le nostre capacità, e questo meeting ha dimostrato ove ce ne fosse bisogno, che anche nella nostra città si possono buone cose.

d: Abbiamo sognato in grande, ma rimane il fatto che il tutto si è svolto all’interno di una piccola struttura, con capacità limitata e vasche da 25 m. Al di là dei meriti organizzativi, quali sono le difficoltà oggettive che si incontrano?

r: Il nuoto vive due fasi diverse nella sua stagione, da ottobre a marzo si gareggia in vasca corta che è universalmente riconosciuta (il 4 dicembre, infatti, partono i Campionati del Mondo), da marzo in poi, nella stagione che conta, si gareggia solo in vasca olimpionica e questo diventa un problema molto serio per noi. Questi grandi atleti hanno apprezzato la nostra organizzazione e la bellezza della nostra piscina, perché era stata attrezzata in una maniera assolutamente degna, ma chiaramente ci siamo dovuti fermare ad un numero massimo di iscritti, 200 atleti, mentre a Scanzano possiamo ospitarne fino a 1000. Siamo convinti, e non da ora, che lo sport può essere un grande attrattore di turismo, noi sportivi quando organizziamo questi grandi eventi (e in Basilicata c’è più di qualcuno che li sa organizzare), ci occupiamo di vero e proprio marketing turistico-sportivo, se così vogliamo chiamarlo, perché la gente che viene da noi, conosce la nostra terra e poi sceglie di ritornarci in un secondo momento. Quest’anno dovremmo riprendere il Trofeo delle Regioni (una sorta di Campionato Nazionale Esordienti), sempre a Scanzano, una manifestazione alla quale partecipano i 10 migliori atleti esordienti d’Italia, cioè tra i 12-14 anni.

d: Tornando all’aspetto federale, le vostre società affiliate cosa lamentano e quali problematiche riscontrano più frequentemente?

r: Chiaramente le società che spingono verso l’agonismo, lamentano la mancanza cronica di un impianto importante, che poi è questa benedetta piscina olimpionica, che inevitabilmente serve. Negli ultimi 12 mesi, poi, specialmente i gestori delle piscine sono fortemente preoccupati del caro bollette.

d: Ma in Basilicata quante piscine ci sono tra pubbliche e private?

r: Sulla carta sono circa una ventina, ma al momento attive sono meno della metà, alcune chiuse altre che hanno difficoltà ad aprire appunto per problematiche legate alla gestione, e non sanno fino a quando potranno reggere.

d: Nel caso specifico della piscina comunale di Potenza, come si conciliano diverse società che ne fruiscono?

Sono nove le società affiliate che purtroppo hanno accesso a degli spazi esigui, inoltre ci sono alcune società che vorrebbero costituirsi e affiliarsi alla FIN, ma poi tendono verso gli Enti di Promozione Sportiva.

d: Come sono i rapporti con l’amministrazione?

r: Abbiamo intavolato un discorso già da tempo, la nostra richiesta è quella di rivedere un po’ l’attuale gestione della piscina, intanto perché quest’anno la piscina è stata riaperta solamente a fine settembre, dopo aver provveduto a fare dei lavori, ma in generale ogni anno è così. All’assessore Blasi abbiamo proposto diverse soluzioni, tra cui una gestione pubblico-privata della piscina, in particolare relativamente alla suddivisione delle fasce orarie, che garantiscono l’accesso alla piscina anche a persone che non si vogliono legare a nessuna società e pagano semplicemente il biglietto d’ingresso.

d: Come risponde a questo l’amministrazione?

r: Stiamo ragionando, il dialogo è stato intavolato da tempo, non è una cosa facile e sicuramente non sarà di facile risoluzione, ma mi auguro che si possa arrivare quanto prima, per consentire alla Federazione di avere degli spazi adeguati a proporre sia l’attività di base che attività di vertice.

d: Riapriamo il capitolo piscina olimpionica: è un sogno possibile e realizzabile?

r: Questa storia ormai la conoscono anche fuori dai nostri confini regionali, e spesso mi viene chiesto a che punto stiamo sulla questione. Adesso questa amministrazione ha iniziato a mettere un punto su un pezzo di carta, significa aver messo a punto un progetto di fattibilità per la piscina olimpionica, individuato su un’area nei pressi di via Appia. È un punto di partenza, non si può dormire sugli allori perché adesso ci sono altri passi fondamentali da fare: il finanziamento e il progetto esecutivo, entrambi estremamente importanti. Noi saremo sempre dietro a spingere affinché la sensibilità che hanno dimostrato con queste prime mosse, possa portare un valore aggiunto a tutta la nostra città per poi diventare concretezza. Personalmente, con la mia squadra di pallanuoto, la Basilicata nuoto 2000, sono vent’anni che sto peregrinando tra le piscine fuori regione. Giochiamo le nostre partite in casa a Napoli, quindi a 170 km da Potenza, proprio perché non abbiamo un impianto degno.

d: Giocare un campionato di vertice a 200 km da casa, si traduce anche nella perdita di atleti?

r: Certo, assolutamente, la Pallanuoto ha la necessità di avere almeno una piscina da 30 m, e infatti, oggi la squadra è composta per la maggiore da atleti di Napoli perché per ovvie ragioni, molto spesso legate alla scuola, molti ragazzi di Potenza non si possono permettere il lusso di andare 3-4 giorni a settimana a Napoli. Ed è vero, abbiamo perso tanti atleti negli anni oltre ad aver perso poi di riflesso tanto marketing in termini di sponsor. Aggiungerei infine, che perdiamo anche in termini di tifoseria, all’inizio organizzavo degli autobus ma poi col tempo diventa pesante anche dover viaggiare.

 

 

 

 

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Lasocietà con sede a Potenza commercializzerà il Gpl prodotto a Tempa Rossa.

 

È stato firmato un accordo fra TotalEnergies EP Italia e la lucana Petrol Rete per la vendita diretta del Gpl di Tempa Rossa. Dopo analoga intesa raggiunta a maggio con un altro operatore del settore, una nuova impresa del territorio potrà commercializzare il prodotto proveniente da Tempa Rossa.

La firma del contratto è avvenuta nella sede di Potenza di TotalEnergies. Erano presentiil direttore commercialediTotalEnergies EP Italia,Giulio Mascarucci e l’amministratore di Petrol Rete,Vito Romano.

“L’accordo con Petrol Rete - ha dichiarato il direttore commerciale di TotalEnergies EP Italia, Giulio Mascarucci- si inserisce nel solco del nostro impegno a sostenere il territorio e le sue imprese”.

“Sono soddisfatto di questa intesa, che consentirà a Petrol Rete di commercializzare una parte del Gpl di Tempa Rossa”, ha affermato l’amministratore delegato della Petrol Rete, Vito Romano.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Ci accoglie nel suo “salotto musicale” in via Torraca a Potenza, indossando un maglioncino nero a collo alto da esistenzialista, con una cicca stropicciata tra le labbra. Si direbbe dunque che Toni De Giorgi ha anche il look adatto per essere il presidente del Jazz Club Potenza, da lui fondato.

Un bicchiere di vino con gli ospiti (noi), e poi si siede al piano ed esegue il primo “standard” che ci racconta di aver imparato, “Georgia” di Ray Charles.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: La mia “esistenza” nasce dagli studi di pianoforte negli anni Ottanta. Poi, avendo dato vita a molte formazioni, ho collaborato con molti musicisti. Da lì mi è poi venuta l’idea di aprire un “salotto” (ho sempre avuto il pallino di raccogliere quante più persone possibili) ove ascoltare dei concerti, o semplicemente bere un bicchiere di vino e stare insieme. Il Jazz Club nasce -come associazione culturale vera e propria- a gennaio scorso, ma in realtà ci sto lavorando da una decina d’anni, da quando organizzai i primi concerti con la mia “Tumbao School”.

d: Il jazz è la musica d’improvvisazione per eccellenza. A lei cosa ha insegnato? A improvvisare anche nella vita?

r: Questo di sicuro. Ma a improvvisare nel modo giusto…

d: Non ad “arronzare”, come si dice da noi.

r: (ride) Esatto. Perché la musica ha comunque una disciplina e delle regole precise da rispettare. Altrimenti non è più musica.

d: Immagino che il Club viva delle sue adesioni.

r: Sì, siamo arrivati intorno ai 160 soci, e sono loro i maggiori sostenitori. Non ho chiesto contributi ad alcuno. Mai.

d: Dalla politica non ha mai ricevuto soldi?

r: Mai.

d: Non li ha voluti? Non ve li hanno dati?

r: Principalmente non li ho voluti chiedere. Perché –come sa- se chiedi alla politica…poi devi avere un legame. E io sono da sempre uno spirito libero e l’arte dev’essere slegata da certe situazioni. Ma, ripeto, questo è possibile grazie agli amici che aderiscono.

d: Lei dice: se chiedi alla politica poi devi ridare.

r: Di solito è così. A Potenza so che è così. In tanti anni ho visto molte cose…per cui ho scelto di essere una persona libera. La Cultura dev’essere di tutti, e non una cosa “indirizzata” (tipo “Devi fare questo perché io ti ho dato quello”).

d: Esistono i “raccomandati” della musica in Basilicata?

r: Sì, qualcuno c’è.

d: Come funziona?

r: Non lo so, ma so che esistono dei personaggi che chiedono alla politica dei fondi per andare avanti. E infatti io sto cercando di valorizzare musicisti locali (non solo nel jazz), bravi, ma che altrimenti non hanno spazi e che quindi poi devono andare a “bussare” a qualcuno. E’ una cosa che non riesco a concepire. La politica dovrebbe avere un ampio raggio di vedute, e valorizzare musicisti, artisti, pittori, che ci sono, e sono eccezionali. In tanti anni, collaborando con un’altra associazione, abbiamo visto che queste persone ci sono, ma è come se si arrampicassero sugli specchi, perché alla politica manca la visione e l’interesse, al contrario di ciò che accade nelle altre città.

d: Al Di Meola, grandissimo jazzista internazionale –originario anche di Potenza- è venuto a suonare proprio nel Capoluogo. Secondo lei, da parte delle istituzioni, ha avuto la giusta accoglienza?

r: Non lo so. So soltanto che noi -come Jazz Club- abbiamo voluto omaggiare il musicista con una targa, perché la mamma era di Potenza. Non credo che la politica abbia pensato a… non so, non credo.

d: Al concerto era presente qualcuno del Comune, o delle istituzioni, in veste ufficiale?

r: C’era talmente tanta gente, non saprei dirle.

d: Quali sono le difficoltà nel proporre un certo tipo di musica, a Potenza e in Basilicata?

r: Prima di tutto non ci sono gli spazi. Non ci sono persone attente a queste realtà e diventa tutto difficile. A meno che non si sia musicisti, è difficile che qualcuno si avvicini a questi ragazzi che hanno voglia di fare (e non hanno possibilità economiche), salvo che non ci siano i soliti grossi nomi di mezzo. Fare dischi e concerti, fra stampe, bollini Siae e quant’altro, costa. Delle realtà bellissime, ripeto, per fortuna ci sono: ragazzi, anche nei paesi, che hanno studi di registrazione. Ma vanno aiutati.

d: La politica (assessorato comunale, uffici regionali) può avere un ruolo in tutto questo?

r: Hanno L’OBBLIGO.

d: E finora non l’hanno rispettato?

r: Solo in parte. Come dicevo, non hanno vedute ampie, non conoscono la realtà artistica locale e regionale. La “percezione” ce l’hanno solo per alcuni personaggi. Si fermano lì e non guardano oltre.

d: Troppa esterofilia?

r: Esatto, anche.

d: Dicevamo lo stesso, però, che Al Di Meola forse non ha ricevuto riconoscimenti…

r: Non lo so. NOI ci siamo mossi. Ma lo abbiamo fatto anche con Dado Moroni, uno dei più grandi pianisti in Italia, e con altri.

d: In questi anni ci ha rimesso anche dei soldi?

r: Eh, sì. Un po’ sì. Siamo partiti che eravamo in dieci.

d: Il momento di maggiore soddisfazione?

r: Quando vengono i musicisti, protagonisti dei nostri concerti, perché molti jazz club hanno chiuso. In Basilicata siamo in tutto tre o quattro. Ci confrontiamo molto con l’Associazione dei Jazz Club Italiani (di cui da quest’anno facciamo parte) e sappiamo che il problema è esteso a tutta l’Italia, ove molte strutture –anche con ristorante etc.- hanno chiuso, anche a causa della Pandemia e della Crisi. Pertanto mi fa particolarmente piacere quando i musicisti –gente che gira- si compiacciono per l’accoglienza ricevuta in questo Club. Sono nate anche alcune amicizie.

d: C’è stato un momento in cui, invece, ha pensato “Chi me l’ha fatto fare?”.

r: Ai primi concerti, perché un po’ ci stavo rimettendo. Le persone, appena sentivano la parola “jazz”, dicevano “No grazie”. Poi pian piano le cose sono cambiate.

d: Il più grosso personaggio che ha fatto venire a Potenza?

r: Il già citato Dado Moroni, ma anche Tommy Smith e molti altri.

d: Di solito che impressione hanno della nostra città?

r: Guardi, proprio Tommy Smith (grande sassofonista americano), ha fotografato tutto il Centro, da Porta Salsa fino alla Ragioneria. Sono foto bellissime. qui al Club è voluto venire a piedi, perché stava in centro storico. Gli è piaciuto moltissimo.

d: Quali sono le caratteristiche del “popolo del jazz” potentino? Nel profano a volte c’è lo stereotipo di intellettuali un po’ snob…

r: No, no, è finito quel periodo. La gente ha capito che se ci sono cose belle – e a Potenza ci sono- poi partecipa. E se tu fai delle cose…così così, se ne accorge! Non ci vengono più. A Potenza se sbagli una volta sei fregato.

d: Se potesse prendere il presidente della Regione e il sindaco sottobraccio, cosa direbbe loro?

r: Direi loro di fare meno passerelle, e di vedere la realtà. Potenza è una città storica, con tanti personaggi storici che ci sono venuti, e quindi culturalmente partiamo bene, ma questa tradizione pian piano è svanita. La cosa bella però è che ci sono ancora persone che combattono, perché coltivare l’arte è un modo di vivere. Quello di gente che, come me, si rifiuta di tornare a casa la sera e sedere in pantofole davanti alla tv.

d: Lottate contro la “Potenza dormitorio”.

r: Sì. E’ la musica, l’arte, che ti spinge a farlo.

d: Ma come semplice cittadino cosa migliorerebbe?

r: Guardi, direi che quando muore un centro storico, muore tutta una città. Con “Gocce d’Autore”, per sei sette anni, in un piccolo vicolo del Centro, abbiamo fatto diverse manifestazioni (tra queste la Giornata del Libro, nel corso della quale mi avvalsi di un pianoforte con le ruote, per portare la musica e la letteratura nei negozi).

d: Perché il Centro sta morendo?

r: Non saprei, forse perché non ci sono più gli uffici, non c’è utenza: una volta il centro storico era pieno, mattina e sera, perché ci veniva anche la gente dai paesi.

d: Come definire la Potenza di oggi in chiave jazz?

r: Potenza potrebbe essere uno Swing, perché nell’anima dei Potentini c’è quella voglia di vivere e di confrontarsi. Ripeto, ci sono ragazzi davvero in gamba.

d: Il libro che la rappresenta?

r: Sicuramente un saggio su Chet Baker.

d: Il film?

r: I “Blues Brothers”. Lo vidi da ragazzino –quando studiavo solo musica classica ed ero quasi un prete (ride)- e fu una vera folgorazione.

d: La canzone?

r: La prima che metterei su un piatto è sempre Billie Holiday, ma il primo “standard” che ho studiato è stato “Georgia on my mind” di Ray Charles. Mi piacciono però anche i cantautori come Fossati.

d: Mettiamo che fra cent’anni, qui al Jazz Club, scoprano una targa a suo nome, cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Posso dirlo in Potentino? «Meh, hai fatto ‘na cosa bella!» (risate)

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LO SPECIALISTA RISPONDE

 

Otto domande al direttore dell’Unità Operativa di Neurologia del San Carlo, il dr. Nicola Paciello

 

Chi è il neurologo e quali patologie tratta?

Il neurologo è uno specialista, da non confondere con lo psichiatra, perché cura le patologie organiche del cervello a cominciare da ictus cerebrale, sclerosi multipla, epilessia, malattia di Parkinson, le demenze e tutte le malattie del sistema nervoso periferico, quali le neuropatie, la sclerosi laterale amiotrofica, la miastenia gravis, oltre alle patologie neurodegenerative del cervello.

Quando è necessaria e in che cosa consiste la visita neurologica?

Qualora dovesse presentarsi qualunque sintomo inquadrabile come anomalia del sistema nervoso che può essere un disturbo della vista, una cefalea, una perdita di coscienza, un disturbo di forza di un braccio, un disturbo di sensibilità, un disturbo di equilibrio. La visita neurologica consiste in un’accurata anamnesi sulla storia clinica del paziente, perché molte malattie neurologiche possono avere un esordio molto insidioso, poi si effettua un esame obiettivo neurologico su tutti gli organi dipendenti dal sistema nervoso centrale, per valutare la coordinazione motoria, la forza, il linguaggio e le sensibilità profonde, i nervi cranici e i riflessi osteo-tendinei, cioè un esame molto approfondito sul paziente. In neurologia abbiamo un’unica grande fortuna, cioè che ad un’anomalia in una parte del sistema nervoso centrale corrisponde un segno clinico e un sintomo da parte del paziente.

Ci sono delle cause che sono scatenanti più di altre o sintomi che devono farci preoccupare maggiormente?

Sicuramente una difficoltà per esempio nel linguaggio, un disturbo di forza ad esordio acuto, una perdita di coscienza improvvisa sine materia, senza anomalie della pressione arteriosa, un’anomalia della marcia: sono dei sintomi che assolutamente ci devono mettere in allarme. Le cause scatenanti sono dipendenti dalla patologia che andiamo a trattare, cioè nell’ictus cerebrale, la pressione alta e il diabete sono dei fattori di rischio che possono condurre ad un fatto vascolare al cervello.

In medicina solitamente si parla molto di prevenzione, vale anche per la neurologia? In che modo si fa, esistono screening appositi?

Assolutamente sì, soprattutto per quanto riguarda le patologie cerebrovascolari, perché i fattori di rischio sono numerosi, per esempio un paziente che ha una fibrillazione atriale, quindi un anomalia del ritmo cardiaco della quale è a conoscenza, è un paziente ad elevato rischio cardio embolico, quindi di sviluppare la patologia vascolare. Così come un paziente forte fumatore, uno con diabete di lungo corso o ipercolesterolemia anche se solo familiare: tutti questi sono fattori di rischio che possono essere assolutamente modificati.

Un capitolo a parte va dedicato all’Alzheimer, rientrante tra le patologie trattate dalla neurologia.

Nel caso specifico dell’Azienda ospedaliera San Carlo, abbiamo un’unità di valutazione per l’Alzheimer a cui fanno capo sia neurologi, sia geriatri, sia psicologi: un team multidisciplinare proprio perché la patologia riveste più branche.

L’Alzheimer è una malattia degenerativa, c’è qualcosa che a oggi ancora non sappiamo e quali passi avanti si stanno facendo?

Sono stati fatti numerosi passi in avanti, poi noi abbiamo la fortuna di avere un nostro conterraneo, il dr. Marcello D’Amelio, che è stato ospite gradito a Pignola qualche mese fa in una manifestazione in cui anch’io ero partecipe, perché ha scoperto delle vie di trasmissione del sistema nervoso centrale che sono implicate nella genesi dell’Alzheimer. Quindi adesso sappiamo che l’Alzheimer non è più quello che consideravano una volta, cioè solo una patologia dell’adulto che va verso la senescenza, ma possono esserci anche esordi più precoci. La ricerca sta facendo numerosi passi in avanti, ci sono tutta una serie di farmaci come le cellule staminali e gli anticorpi monoclonali, alcuni di questi sono già in “fase due” di studio, quindi il futuro è aperto al miglioramento della cura di questi pazienti. Allo stato attuale abbiamo dei farmaci che possono andare a reintegrare un po’ la circuiteria colinergica che è deficitaria nell’Alzheimer, in qualche modo supplire alla funzione che viene persa. Chiaramente, più precoce è la diagnosi, più i farmaci hanno una loro efficacia reale di rallentare un po’ la storia naturale della malattia…Anche se la cura definitiva ancora non ce l’abbiamo.

Quali tecnologie vengono incontro alla Neurologia?

Abbiamo tre campi di utilizzo: le neuroimmagini, l’esame gold standard per il paziente, la risonanza magnetica dell’encefalo e del midollo spinale. Adesso abbiamo diverse tecniche della risonanza magnetica: in diffusione per vedere precocemente le lesioni ischemiche; la risonanza magnetica di perfusione; poi quella funzionale per vedere alcune anomalie, per esempio nella cura di tumori cerebrali per trovare circuiti implicati. Poi c’è tutto il discorso della Neurofisiopatologia, quindi l’Elettromiografia, l’Elettroencefalogramma; qui a Potenza abbiamo anche la possibilità di fare la video EEG con lo studio del sonno e i potenziali evocati. Poi c’è la parte relativa alla Neurosonologia, cioè l’Ecodoppler, l’Ecodoppler-transcranico, tutte indagini diagnostiche che noi possiamo effettuare qui al San Carlo. Abbiamo la fortuna di avere un’ottima Medicina Nucleare che ci aiuta con gli esami di Scintigrafia cerebrale, per esempio nella diagnosi della malattia di Parkinson, con traccianti per i recettori dopaminergici che si chiama “DaTscan”, un esame che conferma la genesi degenerativa della patologia. In questo momento abbiamo quindi numerosi macchinari in uso.

Cosa si sente di dire ai pazienti lucani che molto spesso scelgono di curarsi fuori?

Proprio negli ultimi tempi mi è capitato un esempio calzante: un paziente in cura da noi con una patologia estremamente complicata, ha scelto di richiedere un secondo parere fuori, e dopo essersi rivolto a un neurologo di un prestigioso ospedale lombardo (tra l’altro un mio collega, ci conosciamo e lavoriamo per protocolli condivisi), questo direttore gli ha consigliato di rimanere in cura presso la Neurologia della Basilicata, proprio perché ha riconosciuto il prestigio di questa eccellenza sul territorio. L’expertise che abbiamo è obiettivamente molto capace, e in Basilicata siamo in grado di fare diagnosi di pressoché tutte le patologie neurologiche. Chiaramente c’è poi un discorso legato alla genetica, con alcune patologie estremamente rare, che possono essere inquadrate attraverso esami diagnostici che al San Carlo non si fanno ancora, ma sono piccolissime fette della Neurologia.

(a cura di Antonella Sabia)

 

 

 

 

 

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di Walter De Stradis

L’

aggettivo che Rocco Stella usa più spesso è “incredibile”, e si può dire che il vice sindaco di Sasso di Castalda, Pz (impegnato prevalentemente nei settori Cultura e Ambiente), ne abbia ben donde: dal suo splendido borgo (amministrato attualmente dalla giunta di Rocchino Nardo) hanno origine molte cose di grande rilievo, a cominciare dal fiume Basento, per giungere a tutta una nutrita serie di personaggi di spessore assai elevato. Non ultimo, Sasso sarà (questa sera) per la seconda volta la sede di una prestigiosa kermesse musicale, il “Festival di Potenza” di Mario Bellitti.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Rispondendo soprattutto alla mia coscienza. Jean-Paul Sartre, che ho studiato all’università, diceva che una delle cose più importanti della vita è potersi guardare allo specchio la mattina.

d: Molti personaggi illustri, a livello nazionale e internazionale, sono originari di questo posto: Rocco Petrone, Mariele Ventre, Mimmo Beneventano, Don Giuseppe De Luca…

r: …e tanti altri.

d: Cosa c’è qui di speciale, l’acqua, l’aria?

r: (sorride) Mah, in effetti forse è questione di luogo, e sicuramente anche di geni. Anche se credo che queste siano risorse comuni a tutta la Lucania.

d: Vero, ma non tutti i comuni lucani possono vantare contemporaneamente così tante personalità di spicco.

r: Sì, ha ragione, spicchiamo per questa particolarità.

d: Cominciamo allora a parlarne, iniziando da Rocco Petrone, che era direttore di lancio nientemeno che alla NASA…

r: Sì, si occupò dell’Apollo 11, che portò i primi uomini sulla Luna. Di Petrone siamo particolarmente orgogliosi e commossi ogni volta che ne parliamo: lui nacque da genitori praticamente analfabeti e perse il padre in tenerissima età. La sua è dunque, mi sia concesso, una storia “dalle stalle alle stelle”, perché uno che convince Kennedy, in un famoso “briefing” a investire sull’allunaggio …è una cosa straordinaria.

d: C’è quel filmato di Piero Angela in cui racconta di quando conobbe Petrone e di come questi si presentò in dialetto lucano, dicendo «Io sono di Sasso di Castalda».

r: In realtà lo disse con un accento simil-napoletano: «Je song’ ‘e Sasso ‘e Castaldo». Una volta c’era una commistione di dialetti, anche perché all’epoca far credere di essere originari di Napoli, piuttosto che della Basilicata (che non si sapeva nemmeno dove fosse), conferiva un’altra dimensione.

d: Poi c’è Mariele Ventre, la celeberrima “maestra” dello Zecchino D’Oro.

r: Una grande pedagogista e musicista. Fu anche una messaggera di pace, ha portato la pace nel mondo: la sorella Maria Antonietta mi racconta che nel 1971 Mariele, con le sue canzoni e con i suoi bambini, fu la prima a portare la pace fra Israele e Palestina, recandosi proprio in Isarele e cantando per entrambi i popoli.

d: Lo Zecchino D’Oro era comunque un contesto in cui si incontravano le culture.

r: Adesso ci sembra una cosa normale, ma all’epoca era una questione molto delicata, e mettere e far cantare insieme bambini nella propria lingua e in lingue diverse era una cosa incredibile, anche “ardita” in un certo qual senso.

d: In questa direzione è anche molto interessante l’epistolario di Mariele Ventre.

r: Ecco. Aveva la capacità di comunicare con parole semplici e con tutti: ha scritto più di 20mila lettere. Rispondeva a TUTTI i bambini. Il suo è un insegnamento prezioso, specialmente oggi.

d: Emissario di pace fu anche Don Gisueppe De Luca, un ecclesiastico influentissimo.

r: Parliamo di un personaggio a dir poco immenso, specie per un paese come Sasso, grazie alla sua esperienza e cultura incredibili. E’ stato anche un po’ l’ambasciatore segreto del Vaticano e ha corrisposto con due papi, prima che divenissero tali: Paolo VI e Giovanni XXIII, di cui poi è stato consigliere. E’ stato infatti “ghost writer” di molti dei discorsi di quel Pontefice, ed è stato uno di quelli che ha avuto maggior peso sull’apertura della Chiesa, il famoso “ecumenismo”, altra cosa che oggi ci sembra normale, quando invece a quei tempi non ci voleva molto perché uno fosse etichettato come “eretico”. Don De Luca ci insegnava che «anche negli atei troviamo lo stigma di Dio, del Creato».

d: Tra l’altro questa figura è dietro anche a delle storiche risoluzioni di pace, in momenti di gravi crisi internazionali.

r: Incredibile. Per qualcuno è una goccia nel mare della diplomazia, qualcun altro ritiene sia stata una cosa rivoluzionaria. In occasione degli 80 anni del Papa (era il 1960), De Luca invitò il suo amico Togliatti a pregare a sua volta Krusciov (capo dell’ex URSS) affinchè inviasse un telegramma al Pontefice. Questa cosa è stata poi replicata, nel 1962, in occasione della crisi dei missili a Cuba.

d: Anche Mimmo Beneventano, rimettendoci la vita, è stato testimone di un messaggio importantissimo.

r: Altro personaggio incredibile. Quando penso a lui penso a Brecht che dice “Sfortunato quel paese che ha bisogno di eroi” e Mimmo, quasi profeticamente, prevedeva la sua morte, a seguito del suo impegno alle falde del Vesuvio, nel comune di Ottaviano, lottando contro camorra organizzata e speculazione edilizia. Al suo impegno è stato dedicato il Parco del Vesuvio nonché le prime assemblee antimafia e i primi coordinamenti anticamorra, in quanto prima non si riteneva che fosse un’organizzazione criminale al pari della Mafia.

d: Il vostro paese in che modo cerca di fare tesoro, dal punto di vista culturale e –perché no- turistico, di tutti questi personaggi?

r: Per quanto riguarda Rocco Petrone, la precedente amministrazione ha creato uno degli attrattori di maggior successo in Basilicata, il Ponte alla Luna, che ha valorizzato un luogo fino a quel momento ritenuto abbandonato (un po’ come i Sassi di Matera). Stiamo inoltre ristrutturando il palazzo di Mariele Ventre che diventerà un centro musicale e un museo (il “Palazzo del suono e della musica”). Con il nipote di papa Giovanni, Marco Roncalli, stiamo realizzando un docu-film su Don Giuseppe De Luca, anche la Curia di Potenza e la Regione Basilicata paiono interessati, perché si tratta di valorizzare non solo Sasso, ma anche i paesi vicini. La chiave è proprio questa, valutare anche un interesse territoriale e non solamente localistico, perché qui parliamo di “Basilicata Occidentale”: Don Giuseppe De Luca ha a che fare anche con Brienza ed esiste già un parco che abbraccia anche Potenza (includendo la Trinità, ove ha operato lo zio di De Luca, Don Vincenzo D’Elia).

d: A proposito di Beneventano abbiamo citato la famosa frase “Sfortunato quel paese che ha bisogno di eroi”: -al netto delle differenze fra Basilicata e Campania, specie in riferimento alla criminalità- di quale tipo di eroi necessita la nostra regione?

r: La Basilicata ha bisogno di essere amministrata. E di vivere una vita normale, non eccezionale. I nostri comuni devono essere amministrati e quelli che sono stati eletti devono fare delle scelte, concrete e sul campo. Non possono abdicare. E questo vale anche a livello regionale. La stagnazione non favorisce la nostra regione e le persone che la abitano.

d: Perché dice che c’è bisogno “di vivere una vita normale, non eccezionale”?

r: Perché a volte si vuole strafare… Noi siamo abituati alla lentezza, abbiamo una storia contadina, fatta di stagionalità, di percorsi lenti. Non dobbiamo stravolgere questo ritmo, ancestrale, che ci è stato comunicato dall’antichità e dal nostro territorio. Che ha bisogno di lentezza.

d: E cos’è che oggi la stravolge?

r: Una certa modernità, un po’ troppo esageratamente tecnologica.

d: Questo tuttavia è un problema globale.

r: Sì, che però potrebbe riguardare i nostri borghi: noi possiamo sopravvivere solo se preserviamo questa atmosfera, questa tranquillità che abbiamo ereditato dai nostri avi. Mi riferisco sia all’aspetto architettonico, sia ambientale. Non dobbiamo stravolgere, rispettando natura e ambiente, in sintonia con quello che già c’è.

d: Il numero di Topolino ambientato nei Sassi e nel Pollino ha avuto uno straripante successo.

r: Sono occasioni da cogliere. La pubblicità, quando non è sguaiata, bensì giusta, e soprattutto legata a elementi nazional-popolari (quale può essere un “semplice” fumetto) è una cosa bella e utile. Ci auguriamo che lo stesso accada anche per Sasso e altri territori lucani.

d: Qual personaggio vorrebbe come “testimonial” per Sasso?

r: Beh, io mi ritrovo non in Topolino, bensì in Paperino. Come tutti siamo portati a sbagliare, ma riconosco in noi la capacità di capire l’errore. La cosa tragica sarebbe perseverare.

d: Se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Tante cose, una di queste sarebbe quella di parlare con le persone. Soprattutto con quelle che hanno bisogno: c’è tanta gente che non riesce a pagare le bollette, a trovare un lavoro, per sé e per i figli. La gente vive di piccole cose, e molte volte la politica emana un grido troppo roboante, riservato a poche persone. Invece bisogna tornare ad ascoltare. Sarebbe una cosa molto “British”, nella mia permanenza a Londra ho scoperto che lì ti fanno tante domande, ti ascoltano.

d: Quindi vorrebbe un Bardi più “British”.

r: Assolutamente sì, un Bardi che ascolta di più e che deve decidere dopo aver ascoltato. Sasso, di suo, avrebbe bisogno di un maggiore flusso turistico, sostenibile e responsabile, che coinvolga tutti, perché le persone che si sentono coinvolte oggi sono poche. Noi siamo Bandiera Arancione e le persone che ci sono dovrebbero essere empatiche, orgogliose di questo luogo eccezionale. L’Italia PUÒ ripartire dai piccoli borghi: io penso che saranno la spina dorsale, il nuovo centro da cui ricominciare.

d: Il libro che la rappresenta?

r: “Il nome della rosa” di Umberto Eco.

d: Il film?

r: “Basilicata Coast to Coast”, lo vidi a Monaco e dovetti fare la fila al botteghino.

d: La canzone?

r: Sono molto legato a Battiato, direi “Centro di gravità permanente”.

d: Mettiamo che fra cent’anni scoprano una targa a suo nome al Comune di Sasso: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: «Una persona che ha cercato di fare quello che ha capito, e soprattutto lo ha fatto in buona fede, cosciente anche dei possibili sbagli»

 

 

 

 

 

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S
i è formato alla corte di Mogol, ma non è mai diventato “un cortigiano” della musica. Col cantautore Raffaele Tedesco, originario di Moliterno (Pz), continua la nostra “rubrica nella rubrica”, ovvero l’analisi della realtà musicale lucana, così come vista dai suoi protagonisti.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: Beh, domanda impegnativa. Sicuramente la mia esistenza è legata musica.

d: Quando ha capito che avrebbe fatto il musicista e il cantautore?

r: Credo da subito, perché nella mia famiglia si è sempre respirata arte, il mio prozio –Michele Tedesco- è stato un pittore di grandissimo rilievo tra le fila dei Macchiaioli.

d: Al quale, tra l’altro, rassomiglia, a guardare alcuni ritratti.

r: Qualcosa c’è. Era lo zio di mio nonno, falegname di professione e a sua volta violinista di passione. Come dicevo, l’arte c’è sempre stata in famiglia e mi è stata tramandata. Pensi che la prima volta che salii su un palco avevo tre anni, era ad una sorta di Zecchino d’oro dell’epoca. Non ho mai pensato, in realtà, di fare altro.

d: Fare musica in Basilicata, in particolare, significa investire più che mai su se stessi...

r: Certo, fino ai diciotto anni mi sono esibito nei locali del Sud Italia, poi verso la metà degli anni Novanta Mogol mi scelse e mi ritrovai al CET. Divenni membro di un gruppo vocale e strumentale che si chiamava “Cime di Rap” (nome più che altro goliardico, suggerito da una mia amica, grande cantante barlettana).

d: Il periodo al quale si riferisce è lo stesso durante il quale il CET di Mogol ha intrapreso una collaborazione con la nostra Regione?

r: No, in realtà la mia collaborazione è nata prima. Solo in seguito sono partite delle borse di studio per aspiranti musicisti. Io mi sono iscritto, ho pagato, ma ci fu comunque una selezione, in quanto non prendevano tutti. Dopo il corso, ci fu l’idea di promozionare la scuola con dei gruppi. Ebbi dunque l’opportunità di suonare nei più importanti teatri d’Italia e di partecipare a trasmissioni Rai nazional-popolari, particolarmente seguite dal pubblico. Fu una lunga collaborazione col CET, durata dal 1995 al 2003.

d: Si narra delle famose partite di calcio organizzate da Mogol al CET. Lei ha mai partecipato?

r: Certamente, anche perché ho sempre giochicchiato a calcio. Ricordo che Mogol abbandonava interviste o lezioni per rincorrere un pallone. Non se ne perdeva una.

d: Qual è l’insegnamento più importante che le ha lasciato Mogol?

r: Che fare il musicista è un lavoro, ma forse questo aspetto non viene ancora percepito.Infatti ancora oggi spesso ti chiedono “Fai altro nella vita?”, oppure “Suoni? E allora facci una canzone, và”… Comunque, dopo il 2003 ho avuto un contratto discografico con la Warner Chappell Music italiana, leader nel mercato editoriale, e le mie canzoni sono state usate come colonne sonore di trasmissioni Rai. Le ho cantate io stesso. Il mio primo disco si intitola “La strada”.

d: Quindi c’è anche tutto un discorso legato ai diritti d’autore…

r: Il discorso del diritto di autore si è un po’ azzerato con l’arrivo delle App, che hanno complicato il mercato.

d: Giungiamo così al nocciolo della questione: quanto è difficile scegliere un lavoro come questo, specie in Basilicata?

r: In realtà in questa regione qualsiasi lavoro si faccia comporta delle difficoltà notevoli. C’è sempre la famosa differenza tra chi opera e vive in altre realtà, già tra Milano (dove recentemente ho cantato un brano inedito, in occasione della presentazione del fumetto su Dalla Chiesa) e Roma ci sono delle differenze molto forti, figuriamoci al Sud.

d: Ritiene che se si fosse buttato nel Folk, come molti dei suoi colleghi, avrebbe avuto maggiori opportunità?

La Basilicata è, storicamente, la patria del folk. Tuttavia, ognuno deve fare la musica che sente. Io sono un appassionato delle canzoni d’autore e non mi vedrei proprio a fare altro.

d: È più difficile però proporsi come musicista d’autore rispetto a chi sceglie le tradizioni popolari?

r: Direi di sì, anche perché stiamo attraversano un momento culturale assolutamente difficile. Un presidente della Regione, un assessore, un sindaco dovrebbe avere gli stessi strumenti –ammesso che ci siano per le altre attività- per valutare e valorizzare una giusta proposta musicale. Generalmente la carica “alla Cultura” è considerata quasi inutile, e di conseguenza non ci sono gli strumenti atti a valorizzare al meglio una proposta.

d: Quindi lei crede che la politica, regionale o locale, abbia delle responsabilità in una non adeguata promozione della musica lucana?

r: Credo sia un problema generale, che in Basilicata c’è, certamente. La politica anziché essere al servizio dell’arte e della musica se ne impossessa solo quando le conviene.

d:...e quand’è che le conviene?

r: Per poter poi dire magari, “Questo l’ho fatto fare io!”. Ma ci sono tante cose che possono essere convenienti per un politico. Non c’è una valutazione oggettiva, e come dicevo, a volte mancano gli strumenti. Se il politico di turno ha trenta euro di budget, sicuramente li dà a chi fa il musicista come terza professione: chi è musicista professionista non ci può venire, per trenta euro. Ma al politico in realtà non interessa cosa fa uno e cosa fa l’altro, per lui ”chi viene, viene” va bene. Spesso succede questo.

d: Esistono secondo lei nella musica lucana i raccomandati della politica?

r: Beh, probabilmente sì, come esistono per tutte le altre attività, credo.

d: Ma è vero che per suonare in Basilicata bisogna per forza interagire con la politica (il che non è un fatto negativo in sé, poiché –come dicevamo- la politica molto spesso gestisce gli eventi)?

r: Mmm, dipende da cosa si va a fare, per alcuni eventi sicuramente sì.

d: Quali sono le differenze che nota suonando in Basilicata e in altre regioni?

r: In Basilicata, ahimè, spesso ci si ritrova di fronte a un pubblico che poco conosce la canzone d’autore. E’ più difficile qui in Basilicata portare avanti una proposta del genere.

d: Torniamo al famoso discorso dell’imbracciare un tamburello.

r: Sì, certamente è più facile, anche se il mio non è un atto d’accusa. In Puglia e Campania invece c’è sicuramente anche un ascolto diverso.

d: Se potesse prendere il presidente della Regione sottobraccio, cosa gli direbbe?

r: Beh, le cose da dire sarebbero tante! (sorride). Rimanendo nel mio ambito, gli proporrei di dare più importanza all’arte, di dare più fondi alla musica, pur comprendendo che ci sono delle priorità. Qualcuno più importante di me disse “Senza cultura non c’è progresso”.

d: E se potesse “cantargli” qualcosa, che titolo le viene in mente? Cosa si può adattare alla momento che vive la nostra terra?

r: (Sorride) C’è una canzone che si adatterebbe a lui, come a tutta la classe politica: “Sono solo canzonette”, di Bennato. Specialmente per la parte in cui dice: «Guarda invece che scienziati, che dottori, che avvocati, che folla di ministri e deputati! Pensa che in questo momento, proprio mentre io sto cantando, stanno seriamente lavorando». Dice tutto: «Non mettetemi alle strette/Sono solo canzonette».

d: Secondo lei il panorama musicale lucano cosa ha da offrire in realtà? Cosa andrebbe promozionato di voi autori lucani? Spesso si parla dei successi ottenuti dalla promozione musicale che avviene nelle altre regioni…

r: Bisognerebbe portare la musica nelle scuole. Molti problemi nascono da lì e la musica in quell’ambiente sarebbe una grande conquista.

d: Educare dunque a un uso “consapevole” della musica?

r: Assolutamente sì. La musica italiana è nota nel mondo per la sua melodia, si pensi alla canzoni classiche napoletane –o persino ai Ricchi e Poveri!- e poi ci sono i testi che parlano di nobili sentimenti. Una tradizione che all’estero ci invidiano. Non ho nulla contro il Rap o la Trap, ma non ci appartengono, non c’entrano nulla con la musica italiana. Non sento più la melodia e oltretutto i testi sono zeppi di violenza e volgarità. Ci siamo un po’ dimenticati di quei sani valori, basti pensare che la Ricordi, la più grande casa discografica italiana, è stata venduta ai Tedeschi!

d: Questa estate ha portato in giro –anche fuori regione- uno spettacolo dedicato ai “due Lucio”, ovvero Dalla e Battisti. È stato difficile cambiare registro?

No, perché la mia passione per la musica è nata proprio grazie a loro. Questo spettacolo tra l’altro è già rodato, poiché in replica da molti anni.

d: C’è stato poi lo spettacolo con Fabrizio Bosso, qui a Potenza.

r: E’ nato anche un docufilm. Ha dato quel qualcosa in più alla mia musica. Il mio ultimo disco, “Che fortuna la musica”, tratta proprio di libertà espressiva e improvvisazione. Quella con Bosso è stata una bella esperienza, ho conosciuto una bella persona oltre che un grande artista.

d: Le è invece mai capitato di rimanere deluso dopo aver conosciuto di persona un artista famoso?

r: Be’, sì. Il grande artista è colui che è realmente consapevole di esserlo, dunque assume un atteggiamento assolutamente rilassato con gli altri. Se il musicista non è sereno con se stesso, lo è anche con gli altri, e questo l’ho notato anche in alcuni artisti di grande fama. Ricordo invece quando vidi Guccini a Sanremo. Lo chiamai e fu lui a venirmi incontro.

d: La canzone che la rappresenta?

r: “A muso duro” di Bertoli.

d: Il Film?

r: “Shine”, degli anni Novanta. Quello del famoso pianista.

d: Il libro?

“Il macchiaiolo lucano”, di Mimmo Mastrangelo.

d: Tra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r: «Raffaele Tedesco, una persona onesta».

 

 

 

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Un omaggio alla Basilicata attraverso la valorizzazione di alcuni incantevoli angoli del territorio. Una guida ai luoghi da scoprire e visitare, destinata sia al turista in viaggio tra le bellezze della regione che agli stessi lucani. Si intitola “13 borghi da scoprire” il booklet di 32 pagine realizzato su iniziativa della JV Tempa Rossa (TotalEnergies EP Italia, Shell E&P Italia e Mitsui E&P Italia B). La guida, ricca di immagini scattate da fotografi locali e testi a cura di Maria Teresa Merlino, racconta al lettore veri e propri gioielli nascosti della Basilicata con cenni a storia, cultura e tradizioni dei 13 borghi della Concessione Gorgoglione. 

Un’utile guida - disponibile sul sito internet di TotalEnergies EP Italia e distribuita nei 13 Comuni in prossimità del Natale - anche per i tanti lucani residenti fuori regione che, durante le festività di fine anno, tornano in Basilicata. 

“13 borghi da scoprire”: un piccolo ma concreto contributo della Joint Venture Tempa Rossa allo sviluppo turistico del territorio in cui opera. 

Per scaricare e leggere “13 borghi da scoprire” link https://www.dropbox.com/s/4cwvsw80n2vqoku/13%20borghi%20da%20scoprire.pdf?dl=0

 

CLIKKA SULLA FOTO PER GUARDARE IL VIDEO ANDATO IN ONDA SU LUCANIA.TV1_LOCANTORE.jpeg

 

 

 

 

 

 

A seguito della sfiducia tributata al segretario regionale Raffaele La Regina, ci sarà sicuramente un commissario regionale: tale procedura è prevista dallo statuto del Partito Democratico. Contestualmente alla sfiducia, è stato però chiesto di insediare subito la commissione congressuale, in modo tale da dare “subito” una nuova guida regionale al partito.

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