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di Walter De Stradis

 

 

 

 

 

«Sono quasi cinquant’anni che frequento l’ambito sportivo, ho iniziato facendo l’arbitro di pallavolo nel lontano 1973. Con l’Asci, negli anni Ottanta, siamo stati la prima società a fare la serie A femminile di pallavolo, mia moglie giocava nella nazionale coreana e mio figlio ha militato in serie A col Civitanova. In età matura, poi, sono approdato allo “sport sociale”».

Si presenta così Domenico “Mimmo” Lavanga, potentino, una vita nella Rai locale come tecnico, oggi presidente regionale del CSI (Centro Sportivo Italiano), nonché della “Fondazione Marisol Lavanga – Ente Terzo Settore”, intitolata all’amata figlia, prematuramente scomparsa a causa di una malattia oncologica. Nella sua quotidianità, dunque, sport e valori sociali si intrecciano senza soluzione di continuità.

«Il CSI, per sua natura, si occupa di promuovere l’attività sportiva, ma con una differenza rispetto alle federazioni, che è quella di promuovere lo sport “sociale”, piuttosto che l’attività “agonistica”. Insomma, si cerca di mettere al centro la persona, e non il risultato, prestando dunque attenzione all’inclusione e alla parità di genere. Il motto del CSI è infatti “educare attraverso lo sport”. In Basilicata la nostra è una realtà in forte crescita, perché c’è sempre più bisogno di uno sport “sociale”. Ci sono tre comitati territoriali (Potenza, Matera e Melfi) e come presidente regionale rappresento ben 188 società, che praticano ogni tipo di sport. A giugno di quest’anno i tesserati lucani erano 11.500. E’ come se fossimo una piccola città: mi sono preso la briga di controllare e questo numero equivale agli abitanti della città di Venosa!».

d: Potenza è stata anche “capitale” Europea dello Sport. Ci sono state polemiche per come si è presentata all’importante appuntamento, ovvero sulla presenza e soprattutto sulla “tenuta” di adeguate strutture sportive.

r: Potenza Città Europea dello Sport è stata una bella intuizione, capitata però nel periodo brutto del Covid. Tante manifestazioni non si sono potute fare. Tuttavia, se il discorso lo guardiamo dal punto di vista dello sport agonistico, la città è chiaramente in sofferenza per quanto riguarda l’impiantistica. Per quanto attiene, invece, allo sport sociale, ritengo che gli impianti cittadini POSSANO essere sufficienti (se includiamo anche a quelli delle scuole, di competenza del Comune e di competenza della Provincia). Numericamente, dunque, gli spazi ci sarebbero.

d: Però?

r: Il problema è come vengono gestiti e come vengono assegnati. Si è rimasti fermi a vecchie logiche, che privilegiano l’attività agonistica rispetto a quella sociale.

d: E’ dunque un ragionamento politico, questo.

r: Assolutamente sì. E’ una cosa che ho lamentato negli anni: nelle città un po’ più “evolute”, dell’impiantistica si occupano le consulte sportive, fatte dagli addetti ai lavori; nella nostra città ti devi rapportare con l’assessore di turno, che dovrebbe avere un livello “più alto” di mansioni, e non certo occuparsi di dare in gestione cosa a chi. Anche quando le strutture vengono date alle federazioni, beh, c’è sempre un litigio, e va a finire che nella palestra dove si può fare la pallavolo si va a praticare la danza, e viceversa. E’ dunque un problema di gestione, e non di numeri.

d: La sede del CSI è presso il Parco Baden Powell di Potenza, attualmente “in balia” dei cinghiali. La questione generale sta acquisendo dei connotati anche risibili: come mai non se ne viene a capo?

r: Quello dei cinghiali nel nostro parco è un problema reale, tanto più che c’è di mezzo anche una scuola, con bambini dai tre ai dodici anni. Questi animali di recente sono più volte entrati nel Baden Powell; in autunno/inverno cadono le ghiande ed essi trovano terreno fertile. La recinzione c’è, ma i cinghiali scavano e aggirano il problema. Anche in qualità di socio della cooperativa Venere, mi sono trovato di fronte a un caso di “impotenza istituzionale”. La prima volta, i cinghiali entrarono nel parco di pomeriggio (e non di sera, come di solito succede), mentre si teneva il mercatino dell’usato. Chiamai tutti: vigili del fuoco, carabinieri, carabinieri forestali, polizia. Nessuno di loro aveva la competenza per intervenire. Alla fine arrivarono gli agenti della Polizia Locale, lamentando però che la competenza fosse della Regione Basilicata!

d: Il classico scarica-barile.

r: E ti confronti con un problema reale, che al momento ti porta ad adottare soluzioni spiacevoli (chiudere il parco alle 16 e 30). Sulla questione è poi intervenuto il sindaco, con un’ordinanza di abbattimento (si tratta di narcotizzare i cinghiali e poi catturarli), ma il problema non si è risolto. Per la verità, da quando nel parco è entrata la Protezione Civile, gli animali non si sono fatti più vedere, avendo probabilmente fiutato la trappola (sorride). E’ un problema grave, ma credo che le disposizioni debba darle la Regione.

d: Cambiamo argomento, e passiamo alla mission della Fondazione “Marisol Lavanga”, che si occupa dei diritti dei minori, malati oncologici. Lei è presidente di questa fondazione -intitolata alla memoria della sua giovane figlia, promettente atleta, scomparsa prematuramente a causa di una malattia oncologica- che si occupa dei diritti dei minori affetti da tali patologie, cercando soprattutto di arginare il fenomeno della migrazione sanitaria.  

r: Il problema della migrazione sanitaria C’E’ in Basilicata, è grave e attanaglia un po’ tutta la sanità. In ambito oncologico, siamo la sola regione (insieme a Val D’Aosta e Molise, mi sembra), in cui non c’è un reparto di chirurgia pediatrica. Il che comporta, in caso di necessità, il dover “emigrare” altrove, aggiungendo al dolore di avere un figlio malato, lo spaesamento di doversi confrontare con grosse città, Roma, Padova, Milano, ove magari non sai nemmeno dove acquistare una bottiglia d’acqua minerale. Vorrei raccontarle un fatto. Prima di dare vita alla Fondazione, avviammo un Comitato promotore, utile a raccogliere i fondi necessari per crearla. Il 16 giugno scorso (giorno del compleanno di Marisol), costituimmo la Fondazione, e il giorno stesso mi arrivò la telefonata di un amico, che mi parlava di una bambina di Satriano di Lucania, la quale, a seguito di un arresto cardiaco, era stata portata con l’eliambulanza al Bambin Gesù di Roma. La speranza era quella di un trapianto. Il senso della chiamata era quello di trovare una sponda per rendere le cose più facili a una mamma disoccupata e a un padre imbianchino precario. Ci interfacciammo dunque con un’associazione amica, l’Arcoiris, che ha un’apposita casa in loco, ove è ospitata ancora oggi quella famiglia. Abbiamo fatto varie iniziative insieme (anche grazie alla generosità dei cittadini di Satriano) e la bambina ha avuto il trapianto e adesso è nel suo decorso. Si tratta insomma, di quel tipo di cose per le quali vorremmo dare un contributo maggiore.  

d: Se potesse prendere l’attuale Presidente della Regione sottobraccio, cosa gli direbbe, anche in via confidenziale?

r: Beh. Se parliamo di tumori, molto probabilmente la nostra è una regione in cui c’è una maggiore incidenza, specie in Val D’Agri. Non so se è stato istituito il registro dei tumori, ma -visto che il discorso è collegato- con quei coi fondi del petrolio sarebbe opportuno migliorare, sul serio, le strutture sanitarie nostre. In passato un po’ di eccellenze le avevamo: il Crob ERA un’eccellenza, venuta meno col passare degli anni, anche a causa della “concorrenza” (creazione dell’oncologia a Potenza etc.). La migrazione sanitaria, che riguarda molto il settore di cui ci occupiamo noi, significa anche soldi dei Lucani che vanno riversati nelle altre regioni. Il san Carlo, il Crob, il Madonna delle Grazie, di base, sono strutture eccellenti, che invece di produrre reddito (con un servizio migliore, potremmo accogliere noi gli utenti delle altre regioni), sono tenute vuote o mal funzionanti. E ciò produce la migrazione sanitaria.

d: Quelle strutture sono Ferrari guidate come se fossero delle auto normali?

r: Sì, diciamo che necessiterebbero di un buon pilota.

d: Fra poco si voterà anche per il sindaco di Potenza: cosa suggerirebbe ai candidati?

r: Sono nato e cresciuto in questa città, ma più si va avanti e più la trovo imbarbarita. Le strade, il verde pubblico, l’illuminazione, sono peggiorati, c’è una trascuratezza generale. Al di là del fatto estetico, manca il miglioramento culturale, si registra l’assenza di eventi che possano richiamare anche personaggi importanti. Faccio questa analisi da semplice cittadino che vede la città smarrita, non più in grado di dar vita a confronti costruttivi, in cui si fanno ormai solo manifestazioni “spot”, che lasciano il tempo che trovano.

 

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di Walter De Stradis

 

 

Sabato scorso, al Centro Teatrale Polivalente di Malvaccaro, lui era fra gli ospiti d’onore della 22esima edizione del Festival di Potenza; eppure, quando il patron Mario Bellitti, finite le prove, gli ha detto che c’era un giornalista in attesa di intervistarlo, Gianni Donzelli, voce degli Audio 2, si è schernito e, puntandosi il dito sul petto, ha mormorato: «A me? E vabè». Nonostante (o magari proprio in virtù) delle migliaia di copie di album venduti e dei dischi d’oro e di platino ricevuti, forse la migliore sintesi di quanto lui stesso ci ha detto di lì a qualche minuto, a proposito di passione e umiltà, è proprio questa.

«La mia generazione è quella di un adolescente che viveva un periodo, negli anni Settanta, in cui in Italia e nel mondo c’era il meglio del meglio dal punto di vista musicale. Nell’ultima ventina d’anni, le cose sono molto cambiate: la musica, come arte, ma intesa soprattutto come passione, è come se fosse un po’ morta. A mio avviso, si è persa l’immaginazione, la fantasia».

d: L’immaginazione non è più al potere, insomma?

r: Non si agisce più col cuore, tanto per cominciare. Col mio socio (Vincenzo Leomporro - ndr), prima di fondare gli Audio 2 nel 1992-93, abbiamo fatto, boh, una quindicina d’anni di gavetta? Sì, di sacrifici, anche economici (nastri e cassette, viaggi avanti e dietro tra Napoli, Roma e Milano). Perché c’era appunto la passione. Oggi il concetto di gavetta, tra i più giovani, non è proprio più concepito.

d: Oggi c’è l’ambizione di poter arrivare subito a quei quindici minuti di fama di cui parlava Warhol.

r: Si preferisce arrivare subito a quei quindici minuti, piuttosto che fare quindici anni di gavetta. Ripeto, per la maggior parte di questi ragazzi è un discorso di partecipazione e fantasia che manca; ma non è solo colpa loro, bensì di tutto il sistema, delle produzioni. Questi giovani magari sono anche più furbi e intelligenti rispetto a quanto lo eravamo noi, ma vengono illusi di poter arrivare subito in tv e diventare famosi. Ma quello è spettacolo, non è musica.

d: Di recente, proprio un personaggio importante dei “talent show” (Morgan – ndr), avrebbe denunciato presunte “cricche” di potere musicale che orienterebbero carriere e quant’altro. Cosa ne pensa?

r: Per volontà mia, sono completamente dissociato, provenendo da un’altra generazione e da tutt’altro “modus” -“vivendi” e “operandi”- rispetto alla maniera d’intendere la musica.

d: Ma oggi, in Italia, un giovane realmente armato di talento e di buone ambizioni, ha effettivamente la possibilità di fare carriera o deve per forza scendere a compromessi?

r: Ripeto, non c’è più il concetto di musica come la più bella e importante forma d’arte. E’ diventato tutto un sistema per creare “movimenti”, in cui la musica è al 90% show, spettacolo, e per il resto, forse, musica vera e propria.

d: Come Audio 2 siete esplosi anche in virtù del timbro vocale che lei ha, molto “alla Battisti”. Quando ha scoperto di avere questa caratteristica?

r: Nel passaggio tra bambino e adolescente: dalla sera alla mattina, mi risvegliai con questa voce, sorprendendo me stesso e mia madre. Naturalmente, ero già appassionato di Battisti, e, approfondendolo, scoprii questa somiglianza. Una cosa impressionante: credo vada avanti dal 1975, anche prima degli Audio 2.

d: Alla fin fine lei collaborò anche con Mogol, in qualche modo riformando (virtualmente) una coppia mitica.

r: Sì, con lui abbiamo iniziato a collaborare fattivamente nel 2007; ma Mogol aveva ascoltato una demo in cui cantavo in Inglese maccheronico, e -non sapendo nemmeno che fossi io- ne era rimasto folgorato. L’idea era quella di fare un solo brano insieme, ma poi ne risultò un intero album di dieci canzoni, che vinse il disco d’oro nel 2009.

d: Di grande successo è stata anche la vostra collaborazione con Mina, col famoso brano “Acqua e sale”, presente nel disco “Mina C e l e n t a n o ” , del 1998. E’ stato quello il suo momento più alto come autore?

r: Ce r t a m e n t e , perché in quel caso scrivemmo sia “Acqua e sale”, sia altre due canzoni. In realtà era stata proprio Mina a scoprirci, nel 1992, tramite “Neve” (brano che poi avrebbe inciso). Le inviammo la cassettina e dopo quarantacinque giorni esatti chiamò a casa mia.

d: Anche lei rimase incredulo, come accadde al suo collega Tullio Pizzorno (autore di diversi testi per Mina e presente anche lui al Festival di Potenza -ndr)?

r: No, perché in quel periodo facevo anche un altro lavoro (in un’azienda aeronautica vicino la mia città, Napoli, per poter mantenere la famiglia) e non ero a casa. Rispose mia moglie, ma non capì che si trattava di Mina, in quanto lei si era presentata come “Anna Maria Mazzini”, il suo vero nome. E dovetti subire anche una scenata di gelosia, perché mia moglie sentì questa voce bella, settentrionale, e pensò a chissà cosa. Non si ricordava bene il nome, ma mi disse: «Ha chiamato questa tua “amica”. Ma chi è? Parlava come una mitragliatrice!». Dopo alcuni suoi tentativi di ricordarne il cognome («“Manzoni”? “Mazzella”?»), capii che si trattava di “Mazzini” e mi andarono di traverso i tortellini in brodo che stavamo mangiando! Il giorno dopo mi misi in ferie, in attesa che -come Mina aveva annunciato- mi richiamasse, e munito di panini, caffè e sigarette, mi misi di guardia vicino al telefono (ecco, a questo mi riferivo quando parlavo di passione, sogno, immaginazione, ma anche di umiltà: per me fino a quel momento sarebbe stato impensabile che una come Mina chiamasse di persona!). La telefonata tuttavia non arrivò, e me ne tornai in ufficio disilluso. Ma una sera lei chiamò. Mi paralizzai come Fracchia, e non riuscii a dire una parola. In una telefonata di sette/otto minuti, non capii niente. Ricordo che, poco prima di chiudere, Mina mi chiese quanti anni avessi. Impiegai due, tre giorni per intuire il motivo di quella domanda: nella sua mente, evidentemente, c’era già l’idea di farci produrre dal figlio Massimiliano (cosa poi avvenuta per i nostri primi sei album). Se invece di trentuno, di anni ne avessi avuto cinquanta, sarebbe stata una cosa poco credibile.

d: Il fatto di cantare “alla Battisti”, invece, le ha mai creato qualche problema?

 

 

 

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Donzelli al Festival di Potenza

 

 

r: Beh, forse all’inizio i più scettici pensarono che io scimmiottassi, che facessi finta, che giocassi su Battisti (che era scomparso dalla scena pubblica, pur continuando a fare dischi). Poi, all’uscita dell’album degli Audio 2, non mancò chi si disse sicuro che quello fosse proprio Battisti, sotto falso nome per non pagare le tasse. Qualcun altro disse che si trattava del figlio Luca. Tempo dopo venni a sapere che qualcun altro ancora, tramite l’oscilloscopio, un analizzatore di spettro, aveva campionato e confrontato la voce mia e quella di Lucio, per capire se si trattava effettivamente di Battisti. Risultò che, all’80/90%, in alcune bande di frequenza, effettivamente c’erano delle cose uguali!

d: E nessuno disse che lei era il figlio illegittimo di Battisti? (risate)

r: No, questo mai. Però, nonostante il grande successo, ci fu qualcuno che si disse convinto che saremmo durati solo un anno. E invece abbiamo vinto il Telegatto, dischi d’oro e dischi di platino, abbiamo fatto la colonna sonora del primo film di Pieraccioni, e abbiamo scritto ben tredici canzoni per Mina, di cui tre sono presenti nel disco con Celentano, il più venduto della storia italiana.

d: E a questo punto, allora, cosa sognano, ancora, Donzelli e gli Audio 2?

r: Le dirò, ogni tanto sogno un bello spaghettino col pomodoro fresco. Sono rimasto un uomo semplice, com’ero agli inizi. In realtà, per carattere, ho sempre la sensazione di non aver fatto ancora niente, nonostante tutto quello di cui stiamo parlando-. Pertanto ho sempre la voglia di buttarmi a fare questo o quello, come se avessi appena iniziato. La musica per me è sempre ossigeno e anche le piccole cose mi offrono stimolo. Sono un Gemelli ascendente Acquario: se mi fermo due secondi mi vengono i mal di testa.

 

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di Walter De Stradis

Alle nostre spalle campeggia un quadro (nella foto sopra) che è stato esposto nella Rocca Paolina a Perugia, nel mese di ottobre. Rappresenta la potenza dell’amore che riesce a sottomettere la potenza della “tigre”. «Ho voluto raccontare -ci spiega l’autore- ciò che la nostra società ha spesso dimenticato, con tutti i fatti di violenza che ci sono, ovvero che l’amore è l’unica cosa che può cambiare il mondo. L’ho donato a un grandissimo poeta lucano».

Il sessantenne Alberto Barra, nativo di Potenza, ma residente a Satriano di Lucania, è un avvocato che a un certo punto si è completamente abbandonato al suo “sangue”, che oltre a recare il “gruppo” di Montereale (come ci dirà), ha anche l’RH positivo della pittura e della poesia. Con lui, che è molto richiesto tanto per la cultura “alta” (mostre, convegni etc.), -si notino le iperboli- tanto per quella “bassa” (copertine di cd etc.), abbiamo fatto il primo tentativo di un’intervista “pittorica”.

«A sette anni -ci racconta- già scrivevo versi e a dieci già dipingevo, anche se mio padre non voleva che diventassi un’artista. Ma io ho continuato, perché è qualcosa di intimo: mia nonna aveva messo dentro di me il seme dell’arte sopra ogni cosa. Ho vissuto tanti anni in Lombardia e lì ho fatto l’artista in compagnia di un fior fiore di personaggi, ma credo sia valsa la pena tornare in Basilicata; a me non interessa essere “noto”, quanto raccontare delle cose, e questo si po’ fare ovunque. E’ vero, qui non si può ancora vivere di arte, e proprio perché i miei quadri sono stati stimati con valori alti, preferisco regalarli all’operaio o al bancario che non se li può permettere. Ma non è vero, però, che i rapporti fra gli artisti lucani sono sempre improntati all’individualismo: il poeta Carmine Donnola, ad esempio, ha scritto dei versi “su” un mio quadro. Per crescere, è importante frequentarsi. Ho illustrato “Tutta la Commedia”, cercando di enfatizzare la vita di Dante e di renderla accessibile a tutti. Ho fatto copertine di libri, ma anche di cd, come quello dei Renanera, miei cugini, che me l’avevano chiesta con “urgenza”: ho afferrato al volo il pennello ed è stato uno splendore di cosa».

 

 

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Il 25 novembre si è celebrata la Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne (istituita nel 199 dall'Onu), per ricordare le vittime e alimentare la cultura e la consapevolezza contro maltrattamenti e abusi, fisici, morali, psicologici. E per combattere le discriminazioni e le diseguaglianze di genere.

Tra le forme di violenza esercitate sulle donne vi sono anche le discriminazioni e le violenze che avvengono nei luoghi di lavoro. Questi fenomeni privano le persone della loro dignità e sono incompatibili con il lavoro dignitoso e rappresentano una minaccia reale alle pari opportunità.

La Consigliera Regionale di Parità, avv. Ivana Pipponzi, in diretta su “Basilicata in Podcast”, il servizio di informazione della Regione Basilicata, ha ricordato l'importanza di vigilare sui luoghi di lavoro affinché siano garantiti i diritti fondamentali dei lavoratori e nello specifico delle lavoratrici: «Quando parliamo di “femminicidio” -ha affermato Pipponzi- ci riferiamo alla massima forma di espressione di violenza sulle donne, che è la più grave forma di discriminazione di genere, come ci ricorda anche la Corte Europa dei Diritti dell'Uomo. La violenza sulle donne assume varie sfaccettature, a partire dallo stalking per arrivare a tutte le modalità di violenza domestica; mi riferisco alla violenza psicologica, alla violenza economica. Accanto a questo, vi sono anche le violenze che le donne subiscono in ambito lavorativo: le molestie verbali, le molestie sessuali, incluse tutte le altre forme di discriminazione, come i divari salariali, la mancata concessione di flessibilità oraria, di part-time, la mancata progressione di carriera, i licenziamenti per maternità».

La Consigliera regionale di Parità riveste anche il ruolo di pubblico ufficiale e pertanto ha l'obbligo si segnalare all'Autorità giudiziaria i reati di cui viene a conoscenza: «Per contrastare le violenze e le discriminazioni di genere sul posto di lavoro -spiega ancora Pipponzi- il Codice “Pari Opportunità” ha previsto e disciplinato la figura della Consigliera di Parità, che agisce in qualità di Authority, di garante, nella verifica dell'attuazione della normativa sulla parità e sulle pari opportunità in ambito lavorativo, e agisce nello specifico per contrastare le discriminazioni e le violenze che le lavoratrici subiscono sul posto di lavoro; e in questo senso opera come pubblico ufficiale. E' possibile pertanto ricorrere alla Consigliera di Parità per segnalare una discriminazione o una violenza che si pensa di aver subito in ambito lavorativo, e in questo caso la Consigliera di Parità convocherà la parte datoriale per tentare una conciliazione e soprattutto per far rimuovere immediatamente la discriminazione di genere che la lavoratrice ha subito. Quando si tratta di un reato, e mi riferisco alle violenze e alle molestie sessuali sul posto di lavoro, la Consigliera di Parità ha l'obbligo di segnalare immediatamente all'Autorità Giudiziaria il reato di cui è venuta a conoscenza. E' pertanto possibile rivolgersi all'ufficio della Consigliera di Parità fissando un appuntamento o recandosi personalmente per denunciare la discriminazione, violenza o molestia subita in ambito lavorativo. Proprio per facilitare l'emersione di questi casi di discriminazione che le lavoratrici subiscono, e per le quali le stesse accusano anche il fenomeno della “vittimizzazione secondaria” (il timore di non essere credute, ovvero quello di perdere il lavoro a seguito della denuncia) è stato realizzata, nell'ambito del sito della Consigliera Regionale di Parità (http://consiglieradiparita.regione.basilicata.it/), una pagina dedicata alle segnalazioni. E' stata denominata “Io ti ascolto”, proprio perché siamo convinte che le donne debbano essere innanzitutto ascoltate, e dunque credute, nelle loro esternazioni e denunce, proprio per scongiurare vittimizzazioni o peggio. Noi ci siamo, siamo dalla parte delle lavoratrici, sempre disponibili ad ascoltarle e a sostenerle».

L'intervista è possibile ascoltarla al link

https://open.spotify.com/episode/5LjwrARqcR0nMxZPtqY4xM?si=-y8DRSNoRSKOQyOsjjRoew

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di Walter De Stradis

 

 

 

Spiritosa, con la testa inchiodata sulle spalle, riflessiva. Giovanissima (diciotto anni), "Miss Sorriso" e dunque "Miss Basilicata +" finalista (ovvero tra le prime venti) a Miss Italia, la potentina Aurora Laguardia pare molto focalizzata su ciò che si aspetta da se stessa, dai suoi coetanei e dalla sua terra.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - Credo che tutti abbiamo uno scopo nella vita, il mio è quello di diventare attrice, anzi, direi che è la mia essenza. E’ il motivo per cui mi sveglio ogni giorno e trovo la forza di vedere la bellezza nella vita.

d - E lei cosa sta facendo di concreto affinché questo accada?

r - Studio recitazione da teatro, da quando ero piccolina. Dopo la scuola mi piacerebbe entrare in un’accademia di cinema, ma nel frattempo studio anche le lingue e mi piace molto recitare in inglese. Mi preparo anche monologhi, perché adoro anche scrivere, prendere un’emozione qui, metterne un’altra qua.

d - In questo suo viaggio verso la realizzazione (le auguriamo) di un sogno, che ruolo riveste l’aver partecipato a Miss Italia?

r - Un inizio, una formazione, l’avvio di un percorso utile ad approcciarsi al mondo del lavoro, tramite persone che ogni giorno ti dicono ciò che devi fare. E’ anche un abituarsi a obbedire e a fare le cose con calma.

d - Sembra stia parlando di una caserma!

r - (sorride) E’ una cosa che mi ha aiutato a seguire le regole, in maniera positiva, ad avere una routine, perché io sono una a cui piace fare un pochino di testa sua. Questa esperienza mi ha dato inoltre la possibilità di incontrare ragazze da tutte le regioni d’Italia (e non è una cosa scontata), ed è molto bello, molto formativo. E vorrei aggiungere che, oltre all’approccio del lavoro, mi ha dato anche molta autostima. Sì.

d - Una Miss che ha bisogno di autostima, sulle prime potrebbe sembrare una contraddizione.

r - Mi rendo conto. Il punto è che io ho sempre avuto molta stima per il mio carattere, la mia personalità e il mio modo di pensare (ed è tuttora così), anzi, credo che l’autostima debba partire proprio da questo, ancor prima del lato estetico: piacersi per come si affronta la vita ogni giorno. Pertanto, avevo sempre puntato su questo, lasciando andare un pochino l’ambito estetico. E invece, con Miss Italia, ho capito che potevo amarmi anche per quello, e apprezzarmi, anche. Non è vero, quindi, che le Miss si piacciono in primo luogo per ciò che appare sullo specchio. L’autostima estetica cerco di costruirla ogni giorno.

d - A microfoni spenti, banalmente, riconosco di averle fatto anch’io la solita domanda: “immagino che adesso debba stare sempre a dieta”. A quel punto lei mi ha brevemente accennato che in passato ha avuto qualche problema di natura alimentare.

r - Già, in questo mio percorso è una domanda che mi sono sentita rivolgere tantissime volte, ed è uno stereotipo che va un pochino abbattuto. E, sì, ho sofferto di disturbi alimentari, dal primo al quarto anno delle superiori, e non me ne vergogno a parlarne, perché non è nato da un mio “capriccio” (anche se non oserei mai chiamarlo così), bensì dal bullismo che mi facevano gli altri da piccolina. Ero un pochino più in carne, e a un certo punto dissi “basta”, e iniziai a cambiare; ma per volere degli altri, non per me stessa, e questa è la cosa più deleteria che potessi fare. Mi ha tolto tanto, addirittura un pezzo di adolescenza. Pertanto, quando ho iniziato il percorso di Miss Italia, cosa che mi avrebbe obbligato a un confronto con i corpi di altre ragazze, anche più magre di me, mi sono trovata di fronte a un bivio: mettermi a dieta, onde assomigliare il più possibile alle altre, o fare la cosa più giusta (per me e per tutti gli altri) e cioè essere d’esempio per quelle ragazze che riescono a essere il massimo che possono essere, attraverso le loro normali, e sane, abitudini quotidiane. Oggi direi che c’è una cultura molto brutta riguardo alla nutrizione, all’alimentazione...

d -...quando la sia abbina a un certo discorso estetico...

r -...esattamente. Credo sia responsabilità anche dei social.

d - Proprio su Facebook lei ha pubblicato una sua poesia, dedicata alla Basilicata, in cui si legge di una terra che “vive nascosta”, “senza mai porsi in prima fila”. Lei però ci è andata, in prima fila, a rappresentare la Basilicata.

r - Sì, le finaliste a Miss Italia erano quaranta, due per ogni regione; da quaranta siamo poi passate a venti, e alla fine ero proprio io a rappresentare la Basilicata.

d - Ma perché la sua terra, invece, non si pone mai in prima fila?

 

 

 

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r - Eh, bella domanda. Credo che la ragione principale sia una bassa autostima.

d - I Lucani sono un popolo di rassegnati, come spesso si legge?

r - Sì, sono rassegnati. Crediamo di non poter mai arrivare in alto...

d -...e da cosa dipende, dalle delusioni della politica, da decenni di sofferenza...

r -...dalla sofferenza sicuramente, ma anche dal fatto che non siamo troppo ambiziosi.

d - Proseguo: “La mia terra che urla, ma in alto le orecchie son tappate”.

r - Noi urliamo, ma non ci ascoltano.

d - Chi?

r - Beh...mmm, purtroppo, il Paese. Molte volte non ci ascolta.

d - “La mia terra è poesia (…) ma non viene studiata”. Negli ultimi anni tante telecamere si sono accese sulla Basilicata, quale aspetto lei ritiene non sia stato studiato a sufficienza?

r - I giovani. Sì, quando mi chiedono quale sia l’aspetto più bello della mia regione, io rispondo sempre “i giovani”. Ritengo che noi giovani lucani siamo in possesso di una mentalità che in altre regioni non c’è. Abbiamo un’anima molto poetica, ma allo stesso tempo sappiamo che dobbiamo lavorare molto più degli altri, per arrivare in alto, perché qui non ci sono le opportunità sotto casa. Faccio l’esempio di mio fratello: studia medicina, al test d’ingresso si è classificato tra i primi in Italia, e questo perché si è esercitato su quei test sin dal primo anno delle superiori!

d - Lei scrive anche che “noi Lucani non contiamo”, perché “tanto vince il più forte”. E’ una visione anche realistica, ma forse, anche la sua, un pochino rassegnata.

r - Io non ho una visione rassegnata, quella frase era molto retorica, perché è quello che scatta nella mentalità di noi Lucani quando siamo messi di fronte a una sfida: “Tanto non contiamo nulla, quindi che partecipiamo a fare?”.

d - Lei poi aggiunge, riferendosi ancora alla sua terra, “voglio portarti in alto (…) senza omertà”. Sempre sulla sua pagina Facebook lei ha scritto anche delle cose sul caso Claps: ritiene ci sia stata omertà?

r - La vicenda la conoscevo, ovviamente, già prima delle serie tv, come tutti, essendo cresciuta con le interviste e quant’altro. Sì, C’E’ stata omertà, ed è stata quella a uccidere Elisa, due volte: lei e la sua famiglia. E ciò che mi fa più male è che molte persone che manifestano oggi, sono state zitte ieri.

d - Quindi in questo c’è stata anche un po’ di ipocrisia?

r - Sì, ma sono stata comunque felicissima delle manifestazioni, perché evidentemente la comunità, a un certo punto, ha capito che doveva unirsi e stare al fianco della famiglia Claps. Alla manifestazione degli studenti non ho potuto partecipare, essendo impegnata con Miss Italia, ma posso dire che è stata anche una mia idea, nel senso che -prima ancora della fiction- l’avevo sottoposta, scrivendogli, a un mio amico che è rappresentante d’istituto. Naturalmente, non so se sia stata proprio la mia idea a generare quella manifestazione. Non potendo parteciparvi, come dicevo, andai in bagno e mentre le altre si truccavano e si preparavano, io la seguivo tramite telefonino, e alla fine mi è colato il trucco! (sorride)

d - A proposito di femminicidio, il 25 novembre (oggi, per chi legge), si tiene la Giornata contro la violenza sulle donne, a pochi giorni dalla morte della povera Giulia. La sorella, di fronte alle telecamere, ha parlato di una società ancora troppo “patriarcale”. Mi interessa il parere di una giovane come lei: i suoi coetanei di Potenza, alcuni di loro, le hanno mai dato l’impressione di essere talvolta aggressivi o comunque di sottostimare la donna in quanto tale?

r - Non parlerei di aggressività, bensì di un “patriarcato” molto velato, nascosto, nella mia generazione. Riconosco che siamo messi molto meglio rispetto al passato, ma ritengo che ci sia comunque un “patriarcato” molto nascosto, perché credo esista un certo senso di “superiorità” rispetto alla donna. Questo sì, qualche volta l’ho respirato anch’io. Ma i ragazzi, tante volte, non se ne rendono nemmeno conto, lo danno quasi per una cosa scontata.

d - Da cosa occorre cominciare?

r - Ecco. Alla base di tutto c’è la scuola. E’ vero, è un compito anche della famiglia, ma la scuola, in quanto istituzione, deve formare, educare alla parità.

d - E questo accade o no?

r - Nel mio caso accade, perché ho la fortuna di avere professori molto bravi e attenti. Ma, in generale, se quelli sono i risultati, penso che c’è bisogno ancora di una forte educazione, rivolta non solo alla parità, ma anche al non odiare.

d - Se potesse prendere sottobraccio il presidente della Regione, cosa gli direbbe?

r - A rischio di ripetermi: di fare più cose per i giovani.

d - Il film, il libro e la canzone che la rappresentano?

r - “Forrest Gump”; “Le metamorfosi” di Ovidio; “Titanium” di Sia & David Guetta.

d - Di solito a questo punto chiedo, “Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?”, ma lei è così giovane... cercherò di riformulare, non so, parlando di targhe...

r - (sorride)...no no, è più semplice la domanda originale, scongiuri permettendo.

d - E dunque?

r - “Ad Aurora Laguardia, che, attraverso il suo talento, è riuscita a dare una mano agli altri”.

 

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di Walter De Stradis

Nel 2022 si sono verificati in Basilicata 914 incidenti stradali, che hanno causato la morte di 46 persone e il ferimento di altre 1.355. Ce lo dice l’Istat, e se ce lo dice, forse lo si deve anche allo spirito di non-rassegnazione della professoressa Rosalba Romano, presidente dell’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada, sede di Potenza.

d - A livello nazionale l’Aifvs nasce nel 1998 come comitato, e nel 2000 diventa onlus (oggi aps). La sede di Potenza nasce poco dopo, nel 2001, a seguito di un evento infausto, la morte di suo marito.

r - Sì, anche perché –parliamoci chiaro- finché non succede qualcosa, noi siamo disinformati. Io non immaginavo che esistesse un’associazione del genere, anche perché nata da poco, all’epoca. Volevo capire il perché di quell’incidente mortale e pertanto iniziai a usare il computer, alla ricerca delle cause dei sinistri stradali, a cominciare proprio da quella strada, la 407 Basentana, che di incidenti ne aveva prodotti tanti e in quello stesso punto (nei pressi dello scalo di Vaglio): niente guard-rail e tre incidenti nelle precedenti ventiquattro ore. Era il 30 marzo 2001.

d - E così lei si rivolse all’associazione.

r - Li chiamai una prima volta che era mezzanotte (in quel periodo stavo sempre incollata al computer, per capire e studiare, e oggi potrebbero darmi tante lauree, da ingegneria a giurisprudenza). Come dicevo, non sapevo dell’esistenza dell’associazione, né che avesse tante sedi (oggi siamo a circa 100 in tutta Italia). Non mi ero resa conto dell’ora, e pertanto non mi rispose nessuno, ma poi mi richiamarono. In breve tempo mi ritrovai ad aprire una sede qui a Potenza.

d - Quanti sono i soci nel Potentino?

r - Più di un migliaio (anche se non conosco nel dettaglio chi rinnova e chi no, poiché ricevono il bollettino direttamente a casa). A Rotondella c'è un’altra sede, che fa capo alla provincia di Matera. Posso dire che dopo vent’anni circa, tutti ormai mi conoscono e sanno ciò che faccio; vado spesso nelle scuole a fare educazione stradale. I cittadini mi segnalano incidenti e insidie e –tramite foto e quant’altro- io subito scrivo a chi di dovere.

d - Un migliaio circa di iscritti si traduce in un numero considerevole di incidenti avvenuti negli anni.

r - Sono tanti, tanti. Però tacciono. Mi spiego: nel 2007/2008 mi recai all’Istat locale per conoscere questi dati e mi fu risposto che non esisteva alcun registro. A quel punto chiesi in che modo allora mandavano i dati a Roma, anche perché erano inferiori a quelli che risultavano a me.

d - Quali erano i motivi di questa discrasia?

r - Essenzialmente due. Uno: se una persona non muore entro trenta giorni dall’incidente, non è più ritenuta deceduta a seguito di sinistro. Due: dovrebbero essere TUTTI a comunicare, polizia stradale, carabinieri, ospedali, anzi, questi ultimi dovrebbero avere un registro apposito. Per anni è mancata questa comunicazione puntuale e io ho dovuto lottare. Scrissi decine di articoli, e finalmente mi telefonò l’ufficio Istat di Potenza e mi informò che avevano a disposizione i dati. Perfino un viceprefetto mi chiese come mai io avessi certi dati, differenti da altri, e io risposi semplicemente che c’erano gli articoli di giornale a raccontare, con foto, gli incidenti stradali.

d - Quali sono le strade più pericolose della Basilicata?

r - Facciamo prima a dire quali NON lo sono! Tra la Potenza-Melfi, la Basentana, la Salerno-Reggio Calabria, non saprei proprio quale scegliere.

d - E quali le cause? La conformazione, i lavori interminabili…

r - …beh, sulla Salerno-Reggio, ormai siamo giunti a ottant’anni di lavori! Ma il problema –soprattutto in Basilicata- è che noi non siamo come gli antichi Romani, che foravano le montagne pur di fare le strade dritte, ma ancora facciamo certi “aggiusti”, che sono soltanto delle pezze. Ma la pericolosità resta.

d - E la situazione delle strade di Potenza qual è? Le polemiche sulla loro tenuta sono frequenti.

r - Eh, adesso la situazione è ancora più brutta, perché manutenzione non ce n’è, né di strade né di marciapiedi. Senza contare i permessi che il Comune dà per le bancarelle, che occupano i marciapiedi, creando difficoltà ai pedoni. Accade a san Gerardo, in pazza XVIII Agosto, e io ho le foto. Dico, stiamo scherzando? E lo sbaglio non lo fa certo San Gerardo. Se tu ti fai fotografare mentre bevi vino a garganella dalla damigiana..beh, questo non è un bel segnale per i giovani. Ma mi riferisco anche alle ragazze. Sono tutti minorenni e nessuno controlla. In questo senso, anche il pranzo dei Portatori del Santo, a mio modo di vedere, è una schifezza.

d - Fra le cause degli incididenti di solito si annovera anche la guida in stato di ebbrezza.

r - C’è l’abuso di alcol, droghe e farmaci. Tutti al primo posto fra le cause. E poi ci sono le strade, che sono quello che sono, ma che, rispetto alle distrazioni, rappresentano una con-causa. Ma c’è di mezzo anche la segnaletica.

d - In che senso?

r - Si mette un segnale nuovo? Bene, non si toglie quello vecchio. E la gente rimane confusa.

d - Ma voi, come associazione, per quanto riguarda l’Autovelox “delle polemiche” in Varco d’Izzo (alle porte di Potenza), non siete contrari.

r - Assolutamente no, non siamo contrari. E cioè: SE si ha il permesso della Prefettura, SE la strada è dotata di tutte le sicurezze (per cui la confluenza è visibile agli automobilisti), noi siamo a favore dell’Autovelox. Così come siamo a favore delle multe. Tuttavia, se l’amministrazione comunale sta affrontando tante cause, con tanta gente che non vuole pagare e che alla fine ottiene pure ragione, beh, bisogna avere l’umiltà di ammettere di aver sbagliato; l’umiltà di dire “va bene, facciamo prima la confluenza”. Per la verità, in questo momento non so a che punto sono i lavori da quelle parti, e se hanno sistemato. Ma quel che deve essere chiaro è che la nostra Associazione non ha MAI messo a disposizione i propri legali per i cittadini che non volevano pagare le multe.

d - A proposito di rapporti con la pubblica amministrazione, in un articolo di qualche tempo fa, avete affermato che, in questi venti anni, dalle istituzioni locali avete ricevuto, come sostegno, solo QUATTROMILA EURO. Ma com’è possibile?

r - Eh! E’ il motivo per cui posso elencare con precisione chi me li ha dati (e sono QUASI quattromila euro): l’ex sindaco di Satriano, Miglionico, ci donò 2mila euro (e ha pure intitolato una stradina alle Vittime della strada); l’ex sindaco di Potenza, Vito Santarsiero, mi aiutò economicamente (previa fattura) ad allestire due eventi sulla sicurezza stradale, dandomi 500 euro una volta e 600 l’altra; l’ex sindaco di Anzi, Petruzzi, pagò un evento musicale inserito all’interno di una giornata dedicata alla sicurezza stradale, mettendo a disposizione un gazebo: 600 euro. E questo è tutto.

d - Lei ha combattuto pure per avere una sede, che per dieci anni è stata in casa sua. Da qualche anno l’Associazione si trova in un piccolo locale in Piazza XVIII Agosto, ma il “bello” è che alla fine lei ha dovuto comprarlo.

r - Sì, perché era andato all’asta e o chiudevo l’Associazione o me lo compravo.

d - A un certo punto il Comune vi aveva sfrattato?

r - Sì, il locale era comunale e mi avevano avvisato di doverlo lasciare, perché doveva andare all’asta. Mi sono dunque trovata di fronte a una scelta. Quel locale ce l’aveva dato (in fitto) il sindaco Vito Santarsiero. Poi, sotto De Luca, avevo già ricevuto un primo avviso di vendita da parte dell’assessore al patrimonio, ma lo stesso sindaco mi invitò a stare tranquilla e a non muovermi, in assenza di una proposta di acquisto. Poi c’è stato il Covid e subito dopo mi è arrivato di nuovo lo sfratto. A quel punto ho cercato di trovare un accordo prima che arrivasse all’asta. Ma alla fine l’ho dovuto comprare (avvalendomi del diritto di prelazione).

d - Con soldi dell’associazione?

r - No, di tasca mia. Ho dovuto richiedere un prestito, che pagherò per vent’anni.

d - In uno dei volantini che mi ha dato si legge una frase forte: «Uccisi sulla strada, calpestati nei tribunali».

r - Chi muore non ha voce nei tribunali. Per cui, se i testimoni ci sono (e sono onesti), un minimo di giustizia si ottiene; diversamente, i processi e le cause di risarcimento sono molto complessi, perché spesso mancano gli elementi. In ogni caso, si tratta di iter lunghissimi ed estenuanti, che danneggiano ancora di più i familiari. Alle fine, se ci si riesce, l’unica giustizia ottenuta è quella di aver ridato dignità a chi è morto sulla strada.

d - Questa domenica a Bella si tiene la Giornata del Ricordo delle Vittime della Strada.

r - E’ una giornata mondiale, promossa dall’Onu. In tutto il mondo si tengono messe, si ergono monumenti, si intitolano strade. Si tratta di commemorare per cambiare. Se c’è un monumento, tutti guardano e capiscono quanti morti ci sono. A Bella sarà una giornata emozionante e ringrazio il sindaco e tutta l’amministrazione comunale per questo.

d - E poi è importante la prevenzione.

r - La prevenzione si fa a scuola, io faccio corsi anche di trentasei ore, avvalendomi di esperti e con le forze dell’ordine. Non si tratta di fare lezioni frontali, intimando ai ragazzi di non fare questo o quello, ma avvalersi di video, di foto, di “opuscoli della memoria”.

d - Cosa chiede, infine, ai politici locali?

r - Quando vado a parlare con ciascuno di loro, e mi riferisco soprattutto alla realtà di Potenza, hanno un atteggiamento di condivisione, in linea teorica, ma poi –nei fatti- non hanno la forza e il coraggio di sostenere, anche economicamente, l’associazione. Non è giusto che debba sostenerla in toto la sottoscritta

d - E le quote associative?

r - Le quote degli iscritti vanno alle tesoreria nazionale. In occasione delle festività qui a Potenza facciamo piccole raccolte fondi, e devo ringraziare chi mi sostiene, ma è poca cosa. Io, dove arrivo mi fermo, perché il mio stipendio di insegnante quello è. I miracoli non li posso fare.

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FOTO ESPOSITO

 

 

In aggiunta e in aggiornamento rispetto a quanto pubblicato nell'edizione di sabato 11 novembre del settimanale Controsenso, rendiamo noto che Il dirigente dell' 'U.D. MANUTENZIONE DEL PATRIMONIO E VIABILITA' del Comune di Potenza, ha istituito Il limite di velocità pari a 20 Km/h, su Via Angilla Vecchia, dall’intersezione di Via Giuseppe Mazzini e fino all’intersezione con via Ravenna.
L' ufficio Territoriale del Governo di Potenza-Ufficio di Gabinetto, a seguito di incontro con il coordinatore del “Comitato Via Mazzini Libera e Pensante” ha segnalato all'Unità di Direzione la pericolosità del passaggio pedonale presente presso l’accesso della Villa Comunale di Santa Maria, in via Angilla Vecchia, chiedendone di valutare ogni possibile iniziativa finalizzata a garantire una maggiore sicurezza della zona;
Considerato che la predetta strada soprattutto nella parte iniziale dove insiste l’ingresso della predetta Villa Comunale è percorsa da “utenti deboli” (pedoni, anziani, disabili e bambini);Ritenuto necessario adottare gli opportuni provvedimenti al fine di tutelare l’incolumità pubblica e la sicurezza stradale, prevedendo l’istituzione su Via Angilla Vecchia, dall’intersezione di Via Giuseppe Mazzini e fino all’intersezione con via Ravenna del limite massimo della velocità consentita ai veicoli a 20 Km/h;

IL COMUNE DISPONE
dall’apposizione della relativa segnaletica stradale
l’istituzione del limite di velocità pari a 20 Km/h, su Via Angilla Vecchia, dall’intersezione di Via Giuseppe Mazzini e fino all’intersezione con via Ravenna,reso noto con apposita segnaletica

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

 

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essant’anni, vagamente somigliante ad Anthony Quinn, l’ingegner Vincenzo Ciani è il Direttore regionale dei Vigili del Fuoco, nonché comandante provinciale, pro-tempore, di Potenza. E’ uno dei tre dirigenti generali lucani, su un totale di venticinque, presenti nell’organigramma nazionale del Corpo: il che, parole sue, è un fatto di per sé in “contro-tendenza”.

d - Direttore, il suo, dopo una lunga carriera svolta altrove, è un ritorno in Basilicata...

r - Sì, sono originario di Atella, ove ho vissuto fino alla fine del liceo. Poi sono andato a studiare al Politecnico di Torino, per poi entrare nei Vigili del Fuoco nel 1990. Prima di approdare a Potenza (nel dicembre dello scorso anno), ho svolto una prima parte della mia carriera a Torino, ricoprendo anche l’incarico di vice-comandante; ho poi ho avuto un incarico di reggenza al comando di Novara; nominato primo dirigente sono stato comandante a Foggia; ho fatto tre anni a l’Aquila, sei anni a Bari. Dopo una breve esperienza al Ministero a Roma, nel 2020, con la promozione a dirigente generale ho avuto l’incarico in Molise. A dicembre scorso ho assunto l’attuale ruolo in Basilicata, e dal giugno successivo, per la vacatio della figura dirigenziale del comandante provinciale di Potenza, ricopro pro-tempore anche quella funzione.

d - Fino alla nuova nomina.

r - Che non si prevede a breve, ma che credo si concretizzerà prima della primavera dell’anno prossimo.

d - Immagino che per lei sia un carico di lavoro aggiuntivo.

r - Sì, perché uno si ritrova a svolgere un duplice incarico di coordinamento e di natura operativa. Ed è abbastanza innaturale.

d - La scorsa estate è uscito un comunicato della Uil Pa Vigili del Fuoco che sostanzialmente chiedeva un incremento delle dotazione di personale per i distaccamenti di Potenza e Matera, e più in generale un aggiornamento dei mezzi e delle attrezzature. Lei che situazione ha trovato?

r - La carenza di personale è una problematica abbastanza diffusa nell’intera organizzazione nazionale dei VdF, anche se negli ultimi anni si sta riducendo sensibilmente. Per onestà debbo anche rappresentare che, nel rientrare a Potenza, non conoscevo il locale ambito lavorativo, non avendoci mai lavorato. Tuttavia ho potuto notare che il gap tra risorse teoriche ed effettive, nell’ambito di realtà più piccole, è meno accentuato che altrove.

d - Beh, una cosa buona.

r - Sì. Qui c’è un rapporto vigili/popolazione che è di uno su mille, laddove ammonta a uno su millecinque/duemila in altri ambiti regionali. Conoscendo altre situazioni, diciamo dunque che possiamo lamentarci, ma molto meno rispetto ad altri. Vero è che qui abbiamo una viabilità problematica, ma allo stesso tempo ci sono centri abitati molto più contenuti e minore densità abitativa. Per quanto riguarda la dotazione strumentale, negli ultimi tempi (anche in ragione delle disponibilità rinvenienti dal Pnrr), stiamo in buona parte colmando le carenze che avevamo, abbiamo una buona quantità di mezzi e non ritengo che siamo messi male. Abbiamo vissuto tempi molto peggiori. Anche se, in sincerità, debbo registrare sul territorio la forte carenza di personale amministrativo, di supporto logistico dei nostri uffici. Ad esempio, qui a Potenza ovviamente gli impiegati ci sono, ma, pur essendo previsto in organico, non c’è un funzionario amministrativo, e tutto ciò si tramuta in maggiori incombenze a carico del dirigente. Ed è una cosa strana, devo dire, perché certi sbilanciamenti burocratici di solito si verificano al Nord.

d - Dei VdF qui in Basilicata si parla molto d’estate, a proposito della questione incendi, ma adesso il problema -assai acuto e drammatico in Centro e Nord Italia- è quello idrogeologico. Il tema è dunque quello dei rischi e della prevenzione. Quale può essere un quadro, preventivo, della situazione in Basilicata?

r - Da parte nostra, per quanto riguarda le contingenze ancora in atto in Veneto e Toscana, abbiamo un gruppo di nove uomini, inviati subito a Prato già dalle prime battute (e sono stati anche già avvicendati, ovviamente). Questo modus operandi, la colonna mobile regionale, organizzato a livello nazionale, ci consente di partire in qualsiasi momento, nel raggio di mezzora, al verificarsi di un evento emergenziale in Italia. Sono già preordinati, personale e mezzi. Questo particolare dispositivo, ovviamente, ci consente anche di RICEVERE supporto, qualora un’emergenza si dovesse verificare da noi.

d - Facendo corna, se un alluvione, una situazione particolarmente grave dovesse verificarsi qui, arriverebbero vigili del fuoco da altre regioni.

r - Indubbiamente. Ed essendo la Basilicata più centrale rispetto a regioni come la Sicilia, all’occorrenza avremmo un più celere supporto, da Puglia, Calabria, Campania, Molise.

d - Ma quali sono i rischi in Basilicata?

r - Quelli di una regione che -per sua natura- ha ancora delle condizioni idro-geologiche abbastanza precarie. C’è una presenza diffusa di fronti franosi storici, con una tendenza all’accentuarsi sia dei fenomeni meteorologici sia di problematiche riguardanti la cura del territorio. Mi spiego: negli ultimi decenni si è persa la cultura della cura, del vivere il territorio come facevano i nostri antenati. Il territorio noi lo “frequentiamo” solo in occasione della coltivazione, della raccolta, mentre una volta si “viveva”, il che consentiva di irreggimentare le acque all’occorrenza del verificarsi di una piccola frana o smottamento. Insomma, la mano dell’uomo in qualche modo compensava, oggi invece ci accorgiamo del problema solo nel momento in cui si verificano precipitazioni consistenti, che mettono in evidenza ciò che è avvenuto sul territorio.

d - Quindi cosa può fare, quotidianamente, il cittadino per “esorcizzare” i citati, infausti eventi?

 

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r - Innanzitutto avere consapevolezza che ogni nostra azione ha un riflesso sulla natura. Basti pensare che noi siamo qui a Potenza, in un ambito urbanizzato, e una volta non c’era tutta questa superficie impermeabilizzata, e quindi una buona parte della quota d’acqua percolava (come si dice in gergo tecnico). E invece oggi questa quota, per effetto dell’urbanizzazione (asfaltatura, pavimentazione etc.), non drena più ed è quindi tutta acqua che ci ritroveremo a valle. Tutto ciò, anche rispetto al fatto che ultimamente piove in maniera più accentuata, deve farci riflettere, aumentare la nostra consapevolezza. E’ pur vero che rispetto ad altri ambiti, tipo la Toscana, noi qui abbiamo il vantaggio di non essere in pianura; avere un territorio con variazioni d’altitudine in qualche modo dovrebbe agevolare la irreggimentazione delle acque. Ma debbo dire, ahimè, che in tanti casi comunque ciò non accade e riusciamo ad essere penalizzati anche avendo a disposizione un territorio come questo.

d - E questo dipende da cosa? Dal nostro comportamento?

r - Da un comportamento non consono e non coerente con le azioni e le misure da adottare.

d - Lei, come già il governatore Vito Bardi, è un ufficiale che torna nella sua regione dopo aver lavorato a lungo altrove...

r - …beh, il presidente della Regione, rispetto a me, ha sicuramente frequentato maggiormente la Basilicata. In passato io ci venivo solo per le feste e per trovare i parenti, mentre oggi mi ritrovo a conoscere ex novo alcune aree, come la zona Sud e la provincia di Matera. Allo stesso modo sto riscoprendo un possibilità di vivere le questioni e il territorio, legata a tempi diversi. E’ un po’ come imboccare la statale o la provinciale, piuttosto che viaggiare in autostrada.

d - Qui la vita è più “lenta”?

r - Però hai la possibilità di apprezzare di più le cose. E’, se vuole, anche un modus vivendi un po’ asincrono rispetto al mondo esterno, ma si tratta di un’asincronia positiva.

d - Cos’è invece che la fa arrabbiare della Basilicata?

r - La rassegnazione. Quella che spesso si ritrova nelle persone più anziane, mentre nei più giovani vedo una certa vitalità. Le risorse ce le abbiamo, dobbiamo avere solo la consapevolezza dei nostri mezzi e delle nostre potenzialità. Il mio incarico qui in Basilicata è biennale, ma cercherò di rinnovarlo.

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Le attività della Fondazione Alessandra Bisceglia di Lavello,a sostegno di chi soffre di patologie rare come le anomalie vascolari, saranno al centro di un’iniziativa di carattere scientifico e divulgativo che si svolgerà giovedì 9 novembre a Barletta, in Puglia. Il convegno, dal titolo “Verso l’autonomia possibile, come affrontare l’impatto di una malattia rara” è promosso dal Rotary Club di Barletta, in collaborazione con la FondazioneViVa Ale Onlus e si svolgerà nei locali del Brigantino 2, con inizio alle ore 20.30. Dopo i saluti del presidente del Rotary Club di Barletta, Francesco Piazzolla e della presidente della Fondazione ViVa Ale, Serena Bisceglia, la responsabile del Coordinamento Malattia Rare Regione Puglia, Giuseppina Annichiarico introdurrà i lavori con il suo intervento dal tema “Evoluzione delle malattie rare: la svolta italiana”. La responsabile delle relazioni istituzionali della Fondazione Alessandra Bisceglia, Raffaella Restaino, si soffermerà invece sulle tante attività svolte quotidianamente a sostegno delle persone affette da patologie rare, con la sua relazione dal titolo “Fondazione ViVa Ale, un impegno alla luce di un sorriso”. Di “Malattia - Autonomia - Armonia” parlerà quindi il professor Cosmoferruccio De Stefano, direttore del Comitato scientifico della Fondazione Alessandra Bisceglia. Il convegno sarà concluso, dopo un dibattito fra i presenti in sala, dall’assistente del Governatore del Rotary, Massimo Cassanelli.

 

 

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

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(foto LUIGI CECERE)

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La splendida e accorsata manifestazione “Il Borgo”, che annualmente si tiene nel cuore di Accettura (Mt), quest’anno (il 31 ottobre scorso) si è conclusa col concerto del “re della pizzica” Antonio Castrignanò. Il noto musicista di Calimera, Lecce (che di frequente ha partecipato agli eventi del comune lucano, particolarmente attivo in tema di tradizioni), è un esponente di un genere che si potrebbe definire “taranta-world”, in cui i ritmi indiavolati della musica d’identità salentina si mischiano con tutti quegli altri, nel mondo, che parlano “la stessa lingua”. Quella dell’Uomo.

d: A guardarla lei è ancora giovane, ma a leggere il suo “curriculum”, ha già avuto una carriera impressionate. Ci spiega l’arcano?

r: (sorride) Il mistero si spiega con un’età che maschero bene. Ho quarantasei anni, in realtà, ma ho cominciato abbastanza giovane -nei primi anni Novanta- a percorrere le vie della musica “di riproposta”, al fianco di un grande personaggio e noto ricercatore, scomparso da poco, Luigi Chiriatti.

d: Lui era stato uno dei protagonisti delle cosiddette “indagini sul campo”.

r: Sì, aveva iniziato negli anni Settanta, a sua volta guidato da un’altra mente folle, Rina Durante. E così, lui che aveva già questo legame forte con i “cantori”, mi ha aperto le porte, facendomi andare a fondo in qualcosa che già mi apparteneva, in quanto la musica popolare fa parte di un tessuto sociale.

d: In cosa si concretizza, ancora oggi, la “modernità” della musica di riscoperta? Perché è ancora importante diffonderla?

r: E’ un dialogo ancestrale con la propria terra (così come lo definiva il poeta Antonio Verri), che, anche con tutti i cambiamenti possibili, non finirà mai. E la nostra è una terra ricca di sonorità, di rituali, di simboli che non sono certamente dovuti al caso, bensì a una conoscenza profonda dell’animo umano e di questo rapporto così misterioso tra la Terra e l’Uomo.

d: Il Tarantismo, che è alla base di certe musiche, è quel fenomeno culturale e antropologico che ha a che fare, notoriamente, con la “guarigione” dal “morso” del ragno. Il nostro Antonio Infantino rileggeva questo rito alla luce dei “veleni” attuali, il lavoro nelle fabbriche, il razzismo etc. Quali sono, per lei, le “tarantole” di oggi?

r: E’ sicuramente un malessere interiore che l’uomo ha sempre avuto nel corso della storia. Ognuno di noi, nella propria, vita, attraversa dei momenti bui. Il Tarantismo è sostanzialmente fondato su questo, ma la sapienza, di diverse ere storiche, ha saputo conoscere e affrontare questo malessere umano, di volta in volta dando un significato profondo alle cose. Oggi il Tarantismo può essere sicuramente legato alla solitudine, tipica della società moderna, che allontana l’individuo da se stesso; laddove invece il Tarantismo, per sua natura, era portato a “inglobare” l’individuo che stava soffrendo, a riportarlo alla “normalità” attraverso una ritualità, e ad accoglierlo nuovamente nella comunità. Questo è un insegnamento che il Tarantismo ci ha lasciato e di cui tutt’oggi si avverte l’esigenza, ovvero la socialità, lo stare insieme, rafforzare lo spirito dell’individuo.

d: E il ballo sfrenato, magari quello di un suo concerto, oggi può davvero aiutare a “scaricare” certi malesseri?

r: Sicuramente sì. Certo, in questi casi non c’è un vero rituale con un codice da rispettare (e ognuno trova un benessere a modo proprio), ma sicuramente questa musica, questo ritmo che storicamente viene da lontano –e che è stato protagonista di diverse esperienze di “guarigione”- può sicuramente aiutare ciascuno di noi a liberarsi delle “tossine” della società moderna.

d: Lei è anche un esponente della Notte della Taranta, evento culturale importantissimo, quello del “concertone”, ma sul quale circolano anche polemiche, a proposito di una “autenticità” che sarebbe compromessa e sacrificata sull’altare dei numeri e delle presenze turistiche. Cosa ne pensa?

r: Diciamo che io “sono stato” un esponente, fino a qualche anno fa, di questo evento (ho fatto sedici edizioni di fila, fino al 2018 incluso). E poi, forse proprio in ragione delle motivazioni che qualcuno avanza, ho preferito avere un percorso artistico personale, lontano da quelle che possono essere le “minacce” di un evento così grosso, che deve confrontarsi con tantissime realtà. Infatti, un evento così importante a livello nazionale ha anche una grossa responsabilità, che è quella di allontanare questa musica dalla narrazione sbagliata di se stessa; specie in questo momento storico, in cui è al contrario molto importante andare alla radice e al senso di questa cultura musicale, che attraversa sì il Tarantismo, ma anche il lavoro, le comunità, i canti d’amore, forte di una modalità espressiva per ogni canto. Generalmente, invece, la televisione -che è entrata di prepotenza nella Notte della Taranta- è portata ad appiattire tutte queste “ricchezze”. Ecco perché, a un certo punto, ho preferito scendere da quel palcoscenico e percorrere le mie intuizioni parallelamente.

d: Quale può essere una “interpretazione sbagliata” che le dà fastidio?

r: Il folklore. Quello non inteso come “sapere del popolo”, ma fare l’intrattenitore e lo zimbello per il turista di turno, col fazzoletto e la gonnellina. Sono cose che allontanano dal senso profondo di questa cultura musicale. Ma è solo un esempio tra tanti, in negativo. Io però preferirei parlare di ciò che “dovrebbe essere”, ovvero del senso profondo di un canto di carrettieri, o di un canto d’amore o di una pizzica tarantata.

d: Un tempo, infatti, la musica “commentava” tutte le fasi della vita, “dalla culla alla bara”, per citare De Martino.

r: Assolutamente sì, e ciò non accadeva a caso, ma con delle modalità precise che si sono tramandate nel corso di millenni. Quindi, semplificare o appiattire magari è doveroso per una tv commerciale, ma ne consegue però che il contenitore giusto non è quello. E’ importante che una cultura venga conosciuta e raccontata nella maniera giusta, allontanando le interpretazioni sbagliate.

d: La sua è una “nuova canzone popolare”, con testi socialmente impegnati: immigrazione, lavoro. La “world music” propriamente detta, dunque, non è solo la riproposizione di cose antiche, ma anche l’innesto con nuovi contenuti?

r: E’ una via, questa, che secondo me va percorsa, perché la musica di tradizione orale ha sempre raccontato la quotidianità (le difficoltà, le gioie, i dolori); attraverso i canti, tutto veniva conservato, espresso e trasformato, anche. E quindi, per me è importante cantare l’oggi della società moderna, ma con una matrice riconoscibile, territoriale, con l’identità che ci è stata trasferita. E’ inutile, quasi, continuare solo ed esclusivamente a cantare testi che non si ritrovano più nella quotidianità. Mio figlio di otto anni non sa che la mia terra è stata a lungo votata alla coltivazione del tabacco, e quindi “Fimmine fimmine ca sciatu allu tabaccu” non sa neanche cosa volesse dire. E’ importante dunque raccontare le cose a quella maniera, ma anche accendere i riflettori, socialmente, su quello che sta accadendo OGGI, o solo ieri, nel Salento, conoscere quali sono le difficoltà dei lavoratori della terra di OGGI, che spesso e volentieri sono le stesse di cinquant’anni fa. Io vengo da una famiglia contadina che mi racconta le stesse cose che gli immigrati vivono oggi: gente che dormiva a terra, che si alzava alle tre e che veniva sfruttata. La musica HA questo dovere e la musica popolare è sempre stata un grido socialmente utile a rompere gli argini e a rivendicare una dignità. Lo ha sempre fatto ed è bene che conservi questa funzione.

d: Il suo ultimo disco s’intitola “Babilonia”, che è un termine che ricorre molto nella musica reggae (e nel cd c’è anche un brano con Don Rico dei Sud Sound System), che sta a indicare il sistema corrotto mondiale.

r: No, l’ho inteso in maniera diversa, innanzitutto facendo riferimento a un momento storico molto confusionario, quello pandemico (che ha anche ritardato l’uscita del disco). Ho usato quel titolo perché quest’album racconta la bellezza delle differenze, che non creano sempre e solo confusione; in questo disco, il mio dialetto incontra quello di altre personalità, nazionali e internazionali, che raccontano le stesse tematiche. “Babilonia”, oggi, può essere tanto un giro intorno al mondo, quanto una passeggiata nel mercato rionale, ricco com’è di una vivacità sonora che viene dall’India, dal Marocco, dal Pakistan. E c’è l’abbiamo sotto casa. E la cosa bella e misteriosa, che mi affascina tantissimo, è che questi suoni raccontano tutti le stesse difficoltà. E’ un discorso che ha a che fare con l’essere persona umana.

d: Spesso, qui in Basilicata, vista la ricchezza e diversificazione delle nostre tradizioni, ci domandiamo se sarà mai possibile creare un evento di vaste proporzioni, simili a quelle della Notte della Taranta.

r: Personaggi come il maestro, filosofo, musicista (e mille altre cose) Antonio Infantino avevano già scavato un percorso in questa direzione, e soprattutto lui aveva attorno a sé la vivacità della gioventù, che è colei che ha il dovere, l’obbligo, di ereditare un passato e raccontarlo poi al futuro. Io vi auguro che questo accada, ma credo che sia un percorso lungo che territorialmente deve maturare. Personaggi del genere, con una mente così vivace, possono avviare il percorso di costruzione di un evento che non sia solo musica, ma narrazione di un territorio a trecentosessanta gradi.

d: Grazie di cuore.

r: Grazie a voi. “Ci balla la pizzica nu more mai”.

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