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di Walter De Stradis

 

 

Per queste Festività si vestirà

nuovamente di rosso, «non per

fare il Gabibbo o il pomodoro»,

come dice lui, ma per tornare

a essere nuovamente Babbo

Natale, in alcuni spettacolini per bambini

che sta portando in giro (e la barba bianca,

ci tiene a sottolineare, sarà rigorosamente

vera, cioè la sua). Sarà anche per

questo, che l’attore Mattia Sonnino -che

stiamo vedendo in tv nel nuovo serial

di “Sandokan”- ai tempi del suo esordio

nella fiction “Blanca” lo ringraziò, a lui,

Gigi Pirozzi, che nel 2006 era stato suo

insegnante in un corso di recitazione

tenutosi qui a Potenza. Come se gli avesse

quasi “regalato” una carriera.

Cinquant’anni di palcoscenico e una

vita passata a fare “radiografi e” alla

realtà lucana, sia letteralmente (come

tecnico di radiologia alla Luccioni), sia

metaforicamente, attraverso l’occhio

critico e popolare del teatro amatoriale:

Luigi “Gigi” Pirozzi, colonna portante

della storica compagnia teatrale potentina

“La Maschera”, spesso recita in aviglianese

(specie quando i testi sono scritti dal sodale

Tonino Nella, originario della “Capitale”),

a volte in potentino, altre ancora in

napoletano (è nativo di Giugliano), ma

sempre e comunque mette in scena la

saggezza, le risate e forse anche le lacrime

della gente di Basilicata.

La sua timidezza di bambino, in qualche

modo poi “esorcizzata” con gli spettacoli, la

ricorda bene: «Alle elementari nascondevo

le mani sotto le gambe per paura che il

maestro le vedesse alzate e credesse volessi

fare il volontario per l’interrogazione!».

Attraverso il suo personaggio più celebre,

Vito Summa (“Il solito Vito”, protagonista

di sketch anche in Rete) -«un uomo

semplice, ma pieno di buon senso, che

osserva e critica la realtà con saggezza

popolare»-, Pirozzi ha girato la Basilicata

«davanti e di dietro», e persino la Svizzera,

regalando risate e un senso di “famiglia” ai

conterranei.

Interrogato sulla situazione in Basilicata,

il solito Vito Summa la vede «scura, nera

proprio». Il suo appello –in aviglianese diretto

alla politica e agli amministratori è

chiaro («ma datela ‘na mano a ‘sti poveri

giovani!»). Pirozzi si commuove anche

un po’ pensando ai bambini che piangono

a causa delle guerre, e chiede a Babbo

Natale che i suoi nipoti non debbano vivere

tra i confl itti. Per la Basilicata, l’augurio è

che «non abbandonino questa terra», non

siano costretti, cioè, citando l’esempio di

un nipote che ha trovato lavoro addirittura

dalle parti della Cecoslovacchia.

Quest’anno “La Maschera” è tornata

(Maria Luigia Bombino completa il trio)

ed è andata in scena con “Ed… IA tra

di voi!!!”, testo di Tonino Nella. Una

commedia sull’Intelligenza Artifi ciale in

cui una coppia chiede all’IA un tragitto…

e l’IA gli compare davanti in carne e ossa.

«Mi spaventa un po’, sì», confessa Gigi.

«Rischiamo di perdere posti di lavoro.

Nella commedia persino per il cambio di

stagione si chiedeva aiuto all’IA!».

Non senza un culmine grottesco:

l’Intelligenza Artifi ciale che suggerisce alla

moglie di eliminare il marito da cui vuole

divorziare. Ma alla fi ne c’è una salvezza in

zona Cesarini: «Bisogna tornare a usare la

nostra intelligenza: cuore e mente devono

guidarci verso l’altro».

Pirozzi, che fa teatro dal 1975, vede oggi

un aumento di giovani e compagnie, ma

il percorso è comunque in salita. «Le

spese oggi sono molte, troppe tasse, tra

affissione, vigili del fuoco e la stampa dei

manifesti». Negli anni ‘70, negli ‘80, era

tutto più facile. Oggi, anche uno spettacolo

gradito come il loro si chiude «quasi in

pareggio». Quando propose alla Regione

di creare qualcosa sul brigantaggio, si vide

offrire «una cifra irrisoria».

Consoliamoci col Natale, và, visto

che Pirozzi da qualche anno coordina

i laboratori teatrali dell’Associazione

Nuova Era. Quest’anno saranno con lui

due elfi pasticcioni –Elfo Angelo (Angelo

Galasso) e Elfo Filippo (Filippo Gilio)– e

sua sorella Maria Teresa Pirozzi, nei panni

della Befana-moglie («…e haggie passat’

nu guaio!»).

Hanno già un fi tto calendario: Corleto

Perticara (14 dicembre), Ruoti per “Il

Borgo dei Golosi” (20-21 dicembre),

Sanchirico il 23 dicembre con lo spettacolo

“La Lettera più Magica del Mondo”.

L’anno scorso, al castello di Brindisi di

Montagna, un bambino ormai cresciutello

che non credeva più a “Santa Claus”

sentenziò: «Lui (Pirozzi – ndr) è un Babbo

Natale bello e sa recitare». Se glielo

avesse detto Fellini, forse gli avrebbe

fatto meno eff etto. Per l’attore, tuttavia, il

tempo per il cinema c’è anche stato, con la

partecipazione al fi lm “Del perduto amor

(1998) di Michele Placido (a seguito di

un doppio provino, a Potenza e a Irsina)

e a “Non vi sedete troppo” (2005, regia di

Gampiero Francese) con La Riccotta. Ma

per l’arte cinematografi ca, l’opaca “lastra”

certifi ca che per poter continuare «bisogna

avere amicizie, sì amicizie…non vorrei

dire “leccare”».

Prima di salutarci, tira fuori un ultimo

ricordo: una cena a Castelluccio Inferiore

durante una festa di paese. Era tardi e chiese

al Comitato se poteva portare qualcosa

a casa. «No, tu mangi qui con noi», gli

dissero. E lui si abbuffò, ovviamente.

Perché il teatro popolare vive così: piatti

di carta condivisi, abbracci dietro le quinte,

battute che in piazza fanno ridere tutti

«perché noi ci aiutiamo molto con i gesti.

La comicità lucana è la spontaneità, le

pause, la mimica». E pazienza se, rispetto

ai Campani e alla loro grande tradizione

nella commedia, «siamo un po’ più chiusi

e montanari».

 

 

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di Walter De Stradis

 

 

C’è un posto,
tra Rionero e
R i p a c a n d i d a ,
dove il tempo non
scorre: fermenta.
È un vecchio casale di pietra, avvolto
nella luce obliqua del Vulture, ove
Carmine Crocco -poi consegnato alla
storia come il “generale dei briganti”-
per un periodo lavorò da guardiano.
Oggi questo luogo è l’antro vibrante
e ordinato di botti, bottiglie, quadri e
ricordi dove "crea" Francesco Sasso,
ottantasette anni, conosciuto da tutti come
“Il Professore” (persino la fi glia ce lo
annuncia così). Un soprannome che non
è certo un vezzo: «Mi sono portato dietro
ventiquattro anni di insegnamento, fatti a
mio modo, non secondo i canoni noiosi di
una scuola sì attiva, ma non innovativa» .
E mentre lo racconta, Sasso ha il portamento
e la gentilezza di un personaggio
d’altri tempi. Non è diffi cile scorgere
in lui una sorprendente somiglianza
con William Hartnell, il primo attore
a interpretare il “Doctor Who”, oltre
sessant’anni fa, nell’omonima, celebre
serie tv britannica: stesso sguardo arguto,
stessa compostezza da gentiluomo
edoardiano. E come “il Dottore” con
la sua cabina telefonica blu, anche il
Professore sembra trasportare chiunque
gli stia accanto in un altro tempo.
La storia dell’azienda della famiglia Sasso,
oggi diretta dalla fi glia Eugenia, comincia
nel 1922: «La Camera di Commercio ci
ha dato una medaglia d’oro per questo
percorso… siamo a 103 anni di vita
della famiglia Sasso per questo lavoro»
Il Professore è cresciuto dentro
il vino, e il vino dentro di lui:
«Mi sono nutrito di profumi,
fermentazioni che salivano dal
basso della cantina fi n dentro casa»
Suo padre –racconta– lavorava in modo
empirico, ma con intuizioni geniali, tanto
che «molti scrittori lucani hanno parlato di
lui come riferimento di serietà e passione»
Una eredità forte, che porterà
Sasso a lasciare -e non nasconde
anche un pizzico di rammarico- la
scuola nel 1983 (il “Gasparrini” di
Melfi , ove insegnava economia) per
dedicarsi completamente alla vigna.
Gli occhi gli brillano ancora, però,
quando rievoca uno dei ricordi
più intensi della sua carriera:
«La cosa più bella era vedere qualcuno
emozionarsi davanti a un bicchiere
di vino. Io mi emozionavo due volte»
Negli anni Ottanta esporta il suo
vino a Berlino, quando il Muro è
ancora lì. In quella città spezzata e
viva, accade un episodio inatteso:
«Un signore da un tavolo si alza e viene
verso di me: “Herr Sasso è qua?”» ricorda.
Era l’attore Horst Buchholz, il celebre
interprete de “I magnifi ci sette” (ma anche
del medico fi ssato con gli indovinelli
ne “La vita è bella” di Benigni): «Mi
disse che quando andava a teatro, il suo
mondo si apriva totalmente, con mezza
bottiglia del mio vino prima di entrare».
Sasso, pur in preda all’emozione, aveva
risposto con una battuta: «Ma è possibile
che devo venire a Berlino e mi devo
incontrare con lei? Quando in Italia
ogni quindici giorni danno il suo fi lm?!».
Un riconoscimento inatteso e potente,
quello del grande attore tedesco, suggellato
dall’amicizia e da una promessa:
ventiquattro bottiglie di un nuovo vino,
tutte fi rmate. Dal Professore. Una sorta
di “autografo al contrario”, dunque.
Per Sasso il suo Vulture non è solo un
territorio: è una geologia dell’anima.
«Il Vulture è un massiccio montano
che è una ricchezza infi nita…
una barriera naturale con un
microclima imprescindibile. Ma
non tutti l’hanno capito, ancora».
Qui, milioni di
anni di eruzioni
hanno lasciato
un patrimonio
m i n e r a l e
che parla
d i r e t t a m e n t e
alla vigna: «Non
puoi pensare
a un grande
vino con una
vigna giovane.
A b b i a m o
bisogno di
catturare i
minerali, e
i minerali si catturano nel tempo»
E quando racconta del suo Roinos
2001, lo fa come di una creatura viva:
«L’estratto secco era 48, un massimo
espresso in Italia… un vino con la
potenzialità di vivere oltre 60 anni». A
Verona, il giornalista Paolo Massobrio
ne rimase folgorato, scrivendo che era il
vino nuovo più sorprendente della fi era.
Il Professore non ha dubbi: «Una delle
componenti importanti dell’evoluzione di
un vino è il tempo. Se sai aspettare». Lo
dimostra raccontando la storia dell’ultima
Riserva di Roinos, premiata a Firenze.
Il vino era pronto dopo cinque anni,
ma lui decise di aspettarne altri cinque:
«“Perché questa fretta?”, dissi
a mia fi glia. Non è una sfi da a
qualcuno. È una sfi da al vino, capire
quali sono le sue potenzialità»
E in questa Basilicata che, come spesso
si dice, vive un non-tempo tutto suo,
Sasso trova una perfetta corrispondenza:
«Non è vero che da tutte le parti si può fare
un grande vino. Qui il terreno, i minerali,
il clima: tutto parla la lingua del Vulture»
E se oggi un politico varcasse la soglia
del suo casale, cosa gli off rirebbe?
«Non gli off rirei mai il mio massimo…
andrei sui vini più facili, più diretti. Sarà
poi la sua curiosità a capire se vuole
andare più in profondità. Un veneto una
volta mi chiese come mai vendessi un
“Eubea” -che è un vino di base- così buono.
E ovviamente la risposta fu semplice:
se io vengo conosciuto con un vino di
base insignifi cante o appena suffi ciente,
ne va del mio nome. E io non lo voglio
perdere per colpa di un vino mediocre».
Alla fi ne, mentre ci accompagna tra le
botti, i numerosi riconoscimenti (ultimo
quello dei “100 grandi vini” tributato
a Firenze dall’Associazione Italiana
Sommelier) e i quadri, mentre ci mostra
oggetti che sembrano aver assorbito
decenni di vendemmie, è impossibile
non pensare di essere saliti anche noi
su una sorta di TARDIS (la “macchina
del tempo” nella citata trasmissione
della BBC) enologica: niente cabine
blu, ma legno antico, odore di mosto
e il sorriso gentile di un uomo che,
come il celebre Doctor Who, viaggia
attraverso il tempo. il suo, quello del
Vulture, quello del vino. Un tempo che
profuma di fermentazioni, di cenere
vulcanica, di attese lunghe dieci anni.
Un tempo che forse solo l’Aglianico del
Vulture, e chi lo custodisce da un secolo,
può insegnare.

 

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di Walter De Stradis

L’

idea delle bocce come passatempo per quattro pensionati curvi sotto un pergolato non regge più. E lo dimostra (anche) il fatto che in Basilicata questo sport ha una presidente di Federazione donna –l’unica in Italia– che tra l’altro mostra una competenza, persino puntigliosa, e una passione che sorprendono chiunque pensi ancora a certi cliché da cinema in bianco e nero neo-realista. Angela Laguardia, invece, ci parla di ragazzi, donne, atleti con disabilità, gare affollate e strutture piene ogni settimana. E lo fa con un sorriso e un’espressione bonaria e “self-confident”, dietro gli occhiali: quella di chi ha dovuto spiegare molte volte perché le bocce non sono un reperto folkloristico, ma un mondo vivo.

La sua storia non inizia in famiglia, come accade spesso in questo sport. «Non ho nonni né genitori bocciofili», racconta. «Mi ci sono imbattuta per caso. Mi incuriosiva vedere quelle persone anziane così abili nel portare la boccia vicino al pallino, non è affatto semplice come sembra». È stata proprio quella combinazione di precisione, studio delle traiettorie e calma a conquistarla, lei che viene dalla comunicazione (altra sua passione) e oggi lavora in uno studio di medicina del lavoro. E se tanto mi dà tanto, non è certo un caso che abbia scritto –un altro primato- l’unico libro esistente sul mondo delle bocce lucano; s’intitola “Mai lunga” (un’espressione ricorrente nel corso delle gare), ma non è un punto di arrivo. La fatidica cerca di foto, documenti e testimonianze, per Laguardia non si è fermata.

Alla Federazione Italiana Bocce (la sezione lucana della FIB consta di 700 tesserati e 17 società), per lei sono già sei anni di mandato da presidente regionale, due elezioni vinte e un primato che nessun’altra aveva ancora raggiunto. «Devo ringraziare chi ha creduto in me. Cercavano un approccio diverso, forse serviva un cambio di stile, un po’ di aria nuova». È diretta anche quando parla degli stereotipi di genere. Le dico che arriverà un giorno in cui la mia domanda (“ne ha mai sofferto?") diventerà obsoleta, ma è ancora presto. «In dirigenza nessun problema. In campo, invece, capita che qualcuno pensi che le donne siano tecnicamente inferiori. Non è vero, ma paghiamo una tradizione meno lunga degli uomini. Siamo ancora ferme a un rapporto 1 atleta donna su 50, ma per fortuna le cose stanno cambiando».

A Potenza, però, un argomento che accende gli animi è il nuovo bocciodromo di Villa Santa Maria. Il progetto di riqualificazione ha riempito di commenti social e comunicati stampa. Il sindaco attuale, parlando di finanziameto "recuperato", si è in qualche modo “intestato” i lavori; l’opposizione cittadina (ieri al governo) ha rimbrottato, reclamandone la paternità. Il cartello sul cantiere, recita letteralmente “Contratto n. 1539 del 30/08/2023 (quando c’era ancora la vecchia giunta - ndr). Data inizio lavori 11/04/2025 (con la nuova giunta – ndr)”. Angela non si tira indietro: «Anche io mi opposi a quell’uscita del sindaco. Il progetto è in effetti della precedente amministrazione (che ringraziamo per la lungimiranza). Per fortuna, comunque, i fondi PNRR, che avevano una scadenza, non sono andati persi». I lavori, spiega, stanno procedendo bene e l’impianto dovrebbe essere consegnato il prossimo anno. Nel frattempo gli atleti della storica società “La Potentina” giocano a Montereale, “ospiti” dei colleghi della stessa città. «Io sono tesserata con La Potentina, ma come presidente giro dappertutto: mi considero un jolly».

Si tira il coletto della maglia a sentir parlare di “sport minore”. «Chi lo dice non ha mai visto una gara. Tra formazioni lucane e atleti da Calabria, Campania e Puglia, si crea un movimento enorme. Facciamo una ventina di gare l’anno (in cui diventa fondamentale, in contemporanea, ogni bocciodromo della regione), tutte molto partecipate». Insomma, un piccolo “ecosistema sportivo” che spesso resta invisibile agli occhi dei non addetti ai lavori, ma che tiene in piedi società, impianti, volontari e un’organizzazione costante.

Il rapporto con le istituzioni, spiega, non è uniforme: ci sono realtà dove il dialogo funziona (come a Potenza e a Matera), altre dove gli impianti sono bloccati perché necessitano di manutenzione o sono nuovi e fermi lo stesso (indica Rapolla e Brienza). Non sempre, dice, è per cattiva volontà («non sempre», sottolinea). «Però abbiamo bisogno di attenzione». Ogni tanto arrivano anche notizie curiose: «Ci chiamano dai Comuni per informarci su un costruendo “campo di bocce” e poi scopri che intendono una pista scoperta, di terra battuta. Non serve a niente. Per giocare sul serio (agonisticamente) servono coperture, almeno due piste e un fondo sintetico. Sennò si gioca un paio di mesi l’anno e il resto del tempo il campo è inutilizzabile. Di giocatori “stagionali” non ne abbiamo proprio bisogno».

Nonostante le difficoltà, il suo sguardo sul futuro è positivo. «Stiamo aspettando le bocciofile di Bella e Brienza. Cresciamo ogni anno: più società, più donne, più ragazzi». E, come spesso accade, c’è anche il trillo di una nota personale. «Le bocce mi hanno insegnato l’autocontrollo. Fermarmi un momento, pensare prima di agire. Non che prima fossi un uragano, ma questo sport ti obbliga a ragionare con calma».

Alla fine, come da “ricetta” delle interviste “a pranzo”, c’è spazio anche per una domanda sulla città. Se potesse “bocciare” qualcosa di Potenza? «Il disordine e il grigiore del centro storico. Dopo il Terremoto si è costruito troppo e troppo in fretta. Si è soffocata la bellezza che c’era».

 

 

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Già assessore comunale allo Sport al Comune di Potenza (con De Luca sindaco), nell’aprile scorso è stato eletto («non “nominato”», ci tiene a precisare), presidente del CONI Basilicata (che «è “un ente pubblico”», anche questo ci tiene a precisarlo). Il 53enne Giovanni Salvia, potentino di corso Garibaldi («non certo un “quartiere sportivo”») a proposito della politica, dice «non escludo il ritorno» un po’ alla Califano, ma per il momento è concentrato nella sua “mission” al Comitato Olimpico Nazionale della sua regione.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - Io penso sempre di perseguire ciò che sento dentro, nel bene e nel male, Perseguo sempre i miei valori, a prescindere, quindi mi viene riconosciuto che sono una persona perbene.
d - Quando e come nasce la sua passione per lo sport? C’è stato un personaggio, un momento particolare?
r - Nasce da ragazzo. Ho sempre fatto sport. Ho iniziato arti marziali e nuoto a 4/5 anni, poi ho fatto pallacanestro, atletica (sono stato anche campione regionale del salto triplo); poi sono tornato alla pallacanestro; ma ciò che mi ha forgiato davvero è stato l’arbitraggio calcistico. Sono tuttora nel settore tecnico nazionale dell’AIA, ho arbitrato per 20 anni. L’AIA mi ha dato tanto, perché -per quanto il mondo del pallone ne dica di ogni sugli arbitri- costoro hanno un livello di lealtà, di lavoro, di formazione, di competenza altissimi.

d - Non c’è un personaggio dello sport potentino a cui è particolarmente legato?

r - Sicuramente Donato Sabia. Ricordo ancora Los Angeles 1984 (il mio mito personale era Carl Lewis), perché l’amico di mia sorella faceva la finale delle Olimpiadi, arrivando quinto, tra l’altro. E poi quando l’ho conosciuto personalmente, le prime domande sono state proprio su quella esperienza.
d - Potenza ricorda in maniera adeguata i suoi personaggi sportivi?

r - Io credo di no. Ma è anche vero che Donato un po’ ha pagato la sua timidezza. In ogni caso, a Potenza c’è un po’ di memoria corta. Forse nei posti piccoli paradossalmente c’è più gelosia.
d - A un incontro col Presidente del Regione, Vito Bardi, lei ha dichiarato che intende dare voce a tutte le discipline, anche quelle “meno visibili” e avviare i tavoli tecnici per rafforzare la rete sportiva regionale. Com’è il rapporto con le istituzioni?

r - Devo dire ottimo. Mi aiuta il fatto di essere stato in politica. Avendo sempre avuto dei buoni rapporti con tutti (sono una persona leale), ho buoni contatti bipartisan. Per esempio, c’è in atto una proposta di legge da parte del Comitato Italiano Paralimpico -che è all’interno della Commissione regionale- e mi ha chiamato Piero Lacorazza; mi sono costruito un bel rapporto anche con lui. Questo per dire che per me lo sport DEVE essere trasversale. Dispiace che chi mi ha preceduto -o per motivi di stanchezza, per età o per interpretazione diversa- non abbia calcato su questo punto, perché secondo me c’è molta possibilità.

d - L’impiantistica sportiva, è un po IL tema. Quali sono le strutture che lei ritiene urgenti da realizzare o da ristrutturare?

r - Il problema è grave per mille motivi, ma lo semplifico. Gli enti hanno sempre meno forza, ormai già da decenni, e quindi la manutenzione ordinaria (che poi diventa straordinaria) spesso non viene eseguita, per cui anche le infrastrutture che abbiamo sono spesso inadeguate. Ovviamente le normative cambiano e anche gli sport si evolvono, per cui i campi di pallacanestro -per esempio- non sono più gli stessi di 15 anni fa; hanno bisogno di metratura, lunghezza e larghezza; questo ha fatto diventare vetuste tante palestre. A Potenza c’è solo il Palapergola ove giocare basket a un certo livello. Sappiamo, su un altro fronte, il problema di Lagonegro...siamo messi bene soltanto su Policoro, con il Palaercole e l’altro palazzetto, infatti abbiamo tanti grandi eventi. Le piste da sci, dal canto loro, hanno un problema di accatastamento della parte sciabile; abbiamo un problema sulla diga di Senise, dove potremmo avere una pista di canottaggio straordinaria, dove verrebbero le nazionali del nord (il delegato regionale che è un pugliese, Rizzo, mi ha dato la disponibilità), ma c’è anche lì un problema di accatastamento. Spesso nel passato questi accatastamenti venivano fatti senza completare l’iter procedurale burocratico; oggi quell’atto viene richiesto per poter prendere dei soldi e quindi tanti comuni hanno questo problema. Bisogna lavorarci. Come CONI Basilicata sto organizzando una proposta, insieme con i parlamentari lucani.

d - Quei pochi davvero “lucani”.

r - (Sorride). Giusta sottigliezza, la sua. Comunque, ho già avuto modo di sottolineare come il bando “Sport e Periferie” tagli fuori alcune regioni, inclusa la nostra. Quello è un bando che dà una “premialità”, per contrastare il tasso di criminalità, tasso di abbandono delle scuole. Noi questi dati così alti non ce l’abbiamo (e menomale). Quindi ci classifichiamo naturalmente dietro. E allora ho detto al ministro: perché non pensare a un nuovo bando (e questa sarà la proposta), una nuova legge, che preveda il finanziamento di impianti sportivi non più per “risanare” dalla criminalità etc., ma come argine di spopolamento e dare dunque premialità ai luoghi ove si perdono i giovani? Io immagino che la grande struttura o la media struttura, perché deve essere giustamente dimensionata, possa rivelarsi un argine, mettendo insieme le comunità e dando anche lavoro, perché lo sport può essere turismo, promozione territoriale e altro.
d - A proposito di strutture, le piace il decorso che sta prendendo la questione della piscina olimpionica a Potenza?

r - Lei sa che ho cercato un’interlocuzione con tutti i soggetti e ho siglato dei protocolli, che non devono però essere carta straccia. Mi manca quello con il Comune di Potenza, ma ho parlato col sindaco. Lui mi ha detto la sua visione e io gli ho detto che l’importante è che la piscina si faccia, poi dobbiamo essere bravi nella gestione, perché comunque ha dei costi. Basta che si faccia, anche se la mia idea personale è che la Cip Zoo poteva essere il top: è una zona comunque deturpata e se non vogliamo farci sport, allora facciamoci altro! Però c’è lì un problema burocratico (il bilancio regionale eccetera). Ripeto, se non va bene dove era stata pensata precedentemente, basta che si faccia. Io ci tengo che non vadano persi questi soldi (stesso discorso sull’ex palazzetto Coni). L’idea ultima del sindaco di recuperare il contenitore Macchia Giocoli? Io conosco quella zona: c’è anche tutta la particella del bosco eccetera, quindi recuperare più spazi -non solo la piscina- può essere un’idea; poi bisognerebbe averne una, di idea, anche su Lavangone -la vedo onestamente difficile- e un’altra sulla piscina attuale. Il sindaco mi ha proposto di recuperare un altro palazzetto; secondo me sarebbe intelligente, perché là abbiamo un’altezza incredibile, quindi con meno soldi potremmo recuperare uno spazio.

d - La legge regionale sullo sport: lei dice che è un po’ vecchiotta e che è il caso di rifarla.

r - È stato il mio cavallo di battaglia alle elezioni al CONI (ci tengo a precisare che la mia non è una “nomina”), perché per me i rapporti istituzionali sono fondamentali. La legge regionale va rimodernata perché sicuramente vetusta. La mia proposta di legge è condivisa con la mia Giunta e con il Consiglio, quindi con tutte le federazioni e gli enti di promozione. E’ sul tavolo del governatore Bardi, a cui ho chiesto un iter più veloce del solito.

d - Qual è la cosa più vetusta che bisogna rinnovare?

r - Nella legge erano nominate strutture non più esistenti e gli enti di promozione non erano valutati. Parliamo di norme vecchie di vent’anni e passa. Il Piano di promozione triennale dà dei contributi a chi fa attività sportiva, ma questa norma si applica sempre sulla base di vent’anni fa. In realtà era prevista una commissione che si sarebbe dovuta riunire, per quanto meno proporre delle novità, dei rinnovamenti, ma questa commissione prevedeva 80 persone! Questa è una delle riforme che ho chiesto: se c’è il Presidente del CONI, è inutile che ci siano tutte le federazioni; se ci sono i rappresentanti dell’ANCI, è inutile che ci siano tutti i sindaci. Poi abbiamo rilanciato sul fatto che c’è già l’ente pubblico CONI, che ha una scuola regionale di formazione sportiva; e allora utilizziamo quella!

d - Quindi la sua è una legge che “asciuga” un po’ di cose.

r - Asciuga, ma ci sono anche proposte, come una nuova legge sugli eventi sportivi (che non esiste). Dobbiamo tutti riconoscere che con lo sport c’è promozione del territorio e turismo, gli esempi sono Scanzano (con il nuoto) e tanti altri. Però io sono stanco -e l’ho detto ai presidenti di federazione- che ognuno di loro debba fare la corsa al politico, se ci riesce. Alla politica piace giocare “uno contro uno”, ma se giochi “uno contro uno”, crei dipendenza. Tu magari ci riesci e altri dieci no. Non va bene. Io ho detto che voglio fare quasi il rappresentante sindacale: dobbiamo essere uniti, basta battaglie personali.

d - Quindi bisogna dialogare con la politica, ma non dipendere dalla politica.

r - Proprio così, e se fossimo uniti -e lo saremo- saremmo molto più forti, con più voce in capitolo. Quindi occorre una legge che stabilisca che ci sarà un minimo di contributo per i grandi eventi, che ovviamente dovranno essere riconosciuti da una commissione, quindi con dei criteri oggettivi, non per amicizia.

d - Tito è “Comune Europeo dello Sport 2028”: non bisogna rifare gli errori di “Potenza Città Europea dello Sport”?

r - Guardi, quello è solo un titolo. E’ come se io le fornissi una cartella vuota e poi deve essere lei bravo a riempirla. Per quanto riguarda Potenza, io all’epoca ero in amministrazione e ci tenni ad avvisare l’allora sindaco che si era appena insediato (prima c’era stato De Luca, con cui ero assessore, e avevo parlato anche con lui). E’ un titolo, tra l’altro creato da un’associazione, che prevede un’iscrizione, ergo è a pagamento (fra iscrizione e un ulteriore versamento in caso di vittoria, qualche migliaio di euro in tutto). Poi viene dato il titolo, ma è tutto lì, non ci sono fondi. Qualcuno all’epoca pensò erroneamente che fosse paragonabile a quello di Matera Capitale della Cultura! E invece è un titolo che non prevede nulla, e -ripeto- non è meritorio, perché se fosse meritorio, onestamente, guardando alle strutture presenti, Potenza non avrebbe potuto ottenerlo, tantomeno Tito.

d - E allora come si ottiene quel tipo di titolo? (Risposte o repliche sono benaccette - ndr)

r - Non lo so. E’ strano. Ho sempre sconsigliato il sindaco Guarente, perché si tratta di una scatola vuota. Poi, se la vuoi usare come promozione e comunicazione... va bene riempirla, però non è un titolo meritorio. Se lo fosse, oggi non saremmo qui a parlare di Lavangone etc. Non ho parlato con l’amministrazione di Tito, altrimenti li avrei sconsigliati. Però riconosco che può essere anche una scelta: cioè uno può pensare “io lo pago, però poi me ne servo, soprattutto da un punto di vista comunicativo, utilizzando dei fondi miei o intercettando dei fondi, facendo dei grandi eventi”. Diversamente sono soldi buttati.

d - Fra cent’anni scoprono una targa a suo nome su al CONI, cosa le piacerebbe ci fosse scritto?
r - “Ha dato il massimo, rispetto a ciò che credeva, per lo Sport”.

 

 

 

 

 

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Le molestie e le violenze nei luoghi di lavoro continuano. Il fenomeno, però, non emerge in tutta la sua evidenza. Solo una bassa percentuale di lavoratrici denuncia, principalmente a causa della vittimizzazione secondaria, cioè di quelle situazioni che si verificano nei tribunali come sui media o in altri contesti in cui le donne diventano vittima una seconda volta, o perché temono il giudizio familiare o sociale.

Se ne è discusso nella seconda e ultima giornata di formazione rivolta ai dipendenti e alle dipendenti della Camera di commercio della Basilicata, avviata dall’Ente camerale con la Consigliera regionale di Parità, Ivana Pipponzi.

Nel suo intervento la Consigliera ha sottolineato l’obbligo degli Stati membri, tra cui l’Italia, di recepire la Convenzione n. 190 e la Raccomandazione n. 206 emanate dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che rimarcano l’importanza di garantire un ambiente di lavoro dignitoso.

Richiamando, poi, l’attenzione su normative come la Convenzione di Istanbul e il movimento Me Too, Pipponzi ha evidenziato le gravi conseguenze delle molestie sulla salute dei lavoratori.

“In molti casi non si ha il coraggio – ha detto – di segnalare il comportamento lesivo, manca la coscienza del rischio che corre il dipendente o la dipendente che lo subisce, soprattutto in assenza di un codice di condotta aziendale che affronti queste problematiche.

Le misure di prevenzione e protezione sono più che mai necessarie. Alle molestie e alle violenze – ha continuato – bisogna contrapporre politiche di tolleranza zero e meccanismi di supporto per le vittime. Le aziende pubbliche e private si adoperino per garantire meccanismi di denuncia sicuri ed efficaci e utilizzino la certificazione della parità di genere come strumento di impegno sul tema. Gli atteggiamenti molesti sono più frequenti di quello che si pensa. Chiediamo di assicurare dignità a tutti i lavoratori e le lavoratrici. Un clima sereno e di benessere incide sulla persona, sulle sue motivazioni e, di conseguenza, sulla produttività”.

fonte: https://agr.regione.basilicata.it/post/pipponzi-tolleranza-zero-contro-molestie-e-violenze/?fbclid=IwY2xjawOCcrBleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBzNFRYSE9yNFBsWjM1aGQ0c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHmpEOOvbNuAWws9ec6FOw1zfG0mlc8NJ0IWYZrDoakhs2stxNXJYoYrmhNmY_aem_70XZfUumB7El24FcFMyefQ

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

 

Si domanda se il governatore Bardi li abbia visti tutti, i 131 comuni della regione che amministra, ma lui li ha sicuramente visitati uno per uno, macchina fotografica al collo, per raccontare un mondo che scompare. Michele Luongo, 63 anni, documentarista fotografico originario di Tito (Potenza), da anni è seguito da migliaia di persone sui social per la sua serie “Il mio viaggio: la Basilicata”: un archivio di volti, strade e paesi –spesso in un evocativo b/n- che restituisce l’anima più autentica e fragile della regione.

«Il documentarista non è solo un fotografo», spiega. «È qualcuno che sente il dovere di fissare nel tempo ciò che sta svanendo». Dal 1982 Luongo scatta per passione, non per mestiere. «Non ho guadagnato un centesimo in quarant’anni. Volevo documentare la Basilicata prima che cambiasse per sempre». Dopo una pausa negli anni Novanta, è tornato a fotografare nel 2011, dedicandosi interamente al progetto che lo ha portato a percorrere ogni borgo, dall’Appennino al Pollino.

Nel suo obiettivo finiscono anziani seduti sulle scale, vicoli silenziosi, portali incastonati nella pietra, ma anche le ultime forme di convivialità: donne che fanno la pasta la domenica mattina, chiacchiere sull’uscio, gesti di ospitalità spontanea. «La Basilicata sta perdendo la sua abitudine allo stare insieme. Oggi i vicoli sono deserti, i paesi sono svuotati. Persino a Tito, dove sono nato, la sera non c’è più nessuno per strada. Lo stesso accade a Brienza, Avigliano, Satriano. Non c’è più quello “struscio” che faceva comunità».

Luongo parla di servizi sanitari di prossimità che scompaiono, e usa il termine “post-moderno” per descrivere i nuovi centri ricostruiti dopo il terremoto del 1980, dove il cemento ha cancellato un pezzo d’identità. «Pochi paesi hanno conservato il loro volto originario: Guardia Perticara, Carbone, Calvera. Altrove vedi solo desolazione».

Nel viaggio attraverso la regione, Luongo ha trovato un filo comune: lo spopolamento. «Mi criticano perché fotografo solo gli anziani, ma io loro trovo nei paesi!», sospira. È una Basilicata di finestre chiuse, di piazze silenziose e di una politica lontana. «La gente vuole parlare, raccontare, chiedere, ma nessuno la ascolta. Manca la comunicazione dal basso, manca la prossimità».

Eppure, tra queste fotografie di malinconia, emergono anche segni di gentilezza antica. « A Castronuovo una signora mi ha portato l’ombrello sotto la pioggia e mi ha invitato in casa per un caffè». Diversa, aggiunge, la situazione nel Capoluogo, la città, Potenza: «Se fai le foto in Centro, ti chiedono “perché?”. Nei paesi sono più aperti, si fanno fotografare e basta. E poi ho sentito io stesso potentini “veraci” sminuire la loro città agli occhi del turista che chiedeva informazioni, chiosando: “Ma che siete venuti a fare, qui non c’è niente!”. A Matera hanno saputo valorizzarsi, non c’è da fare campanilismi. Potenza avrebbe tanto da raccontare, se solo ci si credesse davvero. Perché non organizzare le visite in Apecar anche da noi, come accade in alcuni paesi?».

Nel suo viaggio Luongo ha raccolto anche grida di dolore: «In tanti comuni ho trovato anziane che mi parlavano dei figli lontani, dei nipoti mai conosciuti. Una signora di Cersosimo, sulla porta, mi diceva: “Figlio mio, io qua sto tutti i giorni, la strada qua è senza uscita, aspetto sempre che il Patraterno mi prenda!”. Eppure vorrei un giorno fotografare piazze piene di gente, segno che i giovani sono tornati, che la convivialità è rinata».

Sogna una Basilicata che riparta dai suoi borghi, dai castelli, dalla cultura diffusa. «Paese che vai, castello che trovi», dice con orgoglio e rammarico insieme. E lamenta l’assenza di un assessorato regionale alla cultura. Nel frattempo, il suo viaggio continua.

E magari –la chiosa è nostra- qualche volta Bardi potrebbe chiedergli un passaggio.

(tutte le foto sono concessione di Michele Luongo)

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di Walter De Stradis

 

 

 

«Grazie, per questo invito. Anche perché oggi trovare una persona che ti offre da mangiare è fantastico. Merce rara, mangerò la pasta col pane».

Per Carmine Davide Pace, trentaquattro anni, è la prima intervista in assoluto. Ma all’esponente di Europa Verde (che ha esordito in consiglio comunale eletto a sostegno del sindaco Telesca con “Insieme per Potenza”), evidentemente la presenza di spirito non manca.

d - Lei è stato eletto in consiglio comunale con “Insieme per Potenza”, però poi è transitato in “Europa Verde”. I motivi di questa “transumanza”?

r - (Sorride) Io riesco ad approdare in consiglio comunale grazie a un’idea, un’intuizione di Gaetano Fierro, che ovviamente ringrazio moltissimo per tutto quello che ha fatto per me. Tuttavia, una volta entrato, è cresciuta in me quell’esigenza di avere interlocuzioni anche con Roma, nell’interesse della città. Quindi, Fierro doveva accettare questo mia voglia, come buon figlio, di camminare con le mie gambe e cominciare a fare altre esperienze.

d - E si è arrabbiato, Tanino?

r - Tantissimo. Mi ha detto: “Sei uno s…”. Non gli do tutti torti, e lo ringrazierò sempre, ma ciò che ti può dare la struttura di un partito, non te lo può dare una realtà civica.

d - Una cosa che mi ha incuriosito del suo curriculum è che lei ha tutte le patenti, praticamente dalla A alla Z.

r - Sì, A, B, C, D, BE, CE, DE. Vede, io nasco da nonno contadino e papà imprenditore, in campagna, con la natura, sulle colline di Tito, Frascheto. Quindi da bambino ho imparto tutto quello che è la campagna, le mucche, le galline. Dopodiché, già dai 14 anni ho cominciato a bazzicare in azienda (edilizia, ristrutturazione, condotti, adotti, manutenzioni). E ho dovuto prendere tutte queste patenti (la D l’ho presa perché andavamo a fare le mangiate con gli operai!).

d - A parte il suo impiego in Acquedotto Lucano, leggo sempre nel suo curriculum che lei è esperto di questioni idrauliche e idriche. Colgo l’occasione per rivolgerle un quesito che i potentini si pongono da anni: come mai, quando piove, Potenza si allaga in quella maniera indecente?

r - Facciamo prima una piccola precisazione: acque potabili e fogne sono competenza di Acquedotto Lucano, e io non sono autorizzato a rilasciare dichiarazioni, attestazioni o documentazioni. A livello di acque bianche (nonché caditoie e canali) la competenza però è totalmente del Comune di Potenza. Venendo alla sua domanda, la colpa è un po’ di tutti, cittadini e istituzioni. Noi oggi non possiamo accettare che l’acqua di Montocchio passi da Via Serre e poi vada a finire a Don Bosco, Fondovalle e zona industriale. Il cittadino oggi si è fatto la casa, se l’è recintata, e scarica -tramite il canale- tutto su strada, oppure in fognatura. I vecchi canali che ci hanno passato i nostri nonni non ci sono più, perché oggi noi abbiamo creato un “imbuto”. Quei canali vanno recuperati dal Comune, censiti, magari parlando con i nostri nonni. Ogni particella, come usava una volta, dovrebbe prendere parte dell’acqua della strada, passarla alla particella di sotto, fino alla particella che va a confinare con i canali principali. Quando piove, invece, i canali principali sono vuoti, e l’acqua l’abbiamo solo sulle strade. Quando Gallitello si allaga, il Basento è vuoto, e non è normale. E poi, ci deve essere l’attenzione dell’assessorato: anche quando asfaltiamo dobbiamo stare attenti; le caditoie non le dobbiamo chiudere, dobbiamo pulirle, fare un servizio di manutenzione (che purtroppo non si può fare quasi mai, anche a causa dello scarso personale ACTA).

d - Essendo dei Verdi, si presume lei abbia una sensibilità ambientale. Qual è a suo avviso la situazione di Potenza?

r - Direi che occorre fare un censimento, un’anagrafe, delle piante presenti sul suolo del Comune. Le piante che sono state abbattute –com’è capitato oggi- devono avere un codice, un nome, altrimenti, nel momento in cui andiamo a reimpiantarne una nuova, anch’essa è “anonima”, e magari nell’arco di cinque anni rischia di sparire (perché c’è troppa acqua, o perché c’è la siccità) e nessuno ne ha cognizione. E dobbiamo pure convincerci che l’abbattimento deve essere l’ultimissima ipotesi. E’ vero, gli ultimi predisposti dall’assessore Beneventi erano per conclamati casi di sicurezza pubblica, ma in ogni caso ti piange il cuore nel vedere una pianta di cento anni buttata giù. Ma quest’ultima, a sua volta, deve dare vita a una o due piante, ma occorre che qualcuno controlli.

d - Potenza è una “città verde” secondo lei?

r - Per me sì, siamo messi bene, ma dobbiamo continuare, perché a ogni pianta che abbattiamo c’è una folla che ci attacca e ci mangia (come successo vicino Malvaccaro).

d - Però a Potenza c’è questa contraddizione: si parla sempre di diminuire il traffico veicolare e di incentivare l’uso dei mezzi pubblici –anche per ragioni ambientali- ma il trasporto pubblico, a sentire le lamentele, non funziona bene.

r - Ha le sue pecche il trasporto pubblico, però, diciamocelo, il potentino ama la macchina, in una famiglia ci sono più macchine che persone! E infatti se lei nota, i servizi pubblici sono vuoti. Bisogna contemperare le due diverse esigenze. Quello che migliorerei io è l’impostazione della chiamata. Ad esempio, nelle contrade, l’assessore Giunzio sta già lavorando a un sistema digitale che individua le segnalazioni (come da Giarrossa, dove abito), con un computer, generando poi un orario in cui partirà la navetta per raggiungere la città. Però ovviamente dobbiamo lasciare queste benedette macchine a casa.

d - Le contrade potentine da sempre lamentano di essere considerate “periferia” piuttosto che parte integrante della città. Da abitante delle contrade, immagino che abbia fatto anche lei la campagna elettorale lì.

Sì, sono il secondo più votato (ma sono sempre piccoli numeri). Giarrossa è stata sempre protagonista delle campagne elettorali. Con Guarente è stata addirittura fondamentale. Politicamente, se la sono contesa parecchie persone. Nonostante questo, è stata abbandonata da vent’anni. Io sto cercando di portare un mio contributo serio, come nel caso dei lampioni, però a volte abbiamo difficoltà a cambiare una lampadina! L’asfalto è arrivato con l’amministrazione precedente, ma solo in prossimità della campagna elettorale. Noi abbiamo aspettato dieci anni, forse di più, sin dai tempi di De Luca, e ora abbiamo una grande difficoltà, perché dobbiamo fare un tratto di strada (il sindaco attuale ha dato piena disponibilità). Insomma, Giarrossa è in uno stato disastrato.

d - Tutti vanno a chiedere i voti nelle contrade e poi se ne scordano, perché?

r - Beh sì, ma non è il caso di questa amministrazione, e del sottoscritto, che si batte per tutte le contrade. Ma sa, a volte, noi abbiamo avuto candidati da settecento voti a Giarrossa, che poi non sono riusciti a mettere una lampadina. La gente chiede a proposito della fogna, della pulizia dei canali, del problema dell’R4 (oggi se hai un immobile puoi solo abbatterlo, e non sistemarlo).

d - E questa amministrazione cosa ha fatto?

r - Il sindaco è riuscito a centrare l’obiettivo dell’attraversamento della fogna, le concessioni da parte delle Ferrovie dello Stato. Adesso Acquedotto Lucano deve stanziare dei soldi per completare tutto il progetto. A breve faremo il rifacimento –atteso da vent’anni- di un tratto di strada principale che collega Frascheto con Giarrossa (anche il comune di Tito ci darà una mano). Ma chiaramente, come consigliere, io devo dare risposta a tutti quanti, non solo alle contrade.

d - Quale potrebbe essere secondo lei un’idea di crescita per Potenza?

r - La città non è a misura di disabile. Basta guardare in giro, non se ne vedono. Ci sono, però non li vediamo. Noi non li mettiamo in condizione di uscire di casa e questo è gravissimo. Per prima cosa, allora, dobbiamo sistemare le strade, che sono distrutte. Però abbiamo fatto già molto: c’è il progetto di Via Vaccaro, dove abbiamo rifatto tutti il marciapiede (viene anche da un progetto della vecchia amministrazione). Però ci sono ancora zone che sono abbandonate.

d - Come viene percepita, secondo lei, l’amministrazione Telesca?

r - Sarà perché circa il 70% delle persone ha votato Telesca, ma io non vedo proprio un “cattivo consenso” (a parte quelli di destra che criticano per partito preso). In tutte le zone riusciamo a dare risposte, il sindaco è dappertutto, lo trovi sia nelle contrade, sia alle inaugurazioni; cerca di essere presente su tutti i territori. Le risposte vanno date alle contrade, è vero, ma su in città diciamo che ci siamo, ci sono cantieri ovunque. Non manca chi critica anche per questo!

d - Un domani, come consigliere comunale, per cosa vorrebbe essere ricordato?

r - Per il contatto capillare con le persone. Forse mi affollo di pensieri, ma io mi metto a totale disposizione di ogni cittadino che mi contatta. Però vorrei essere soprattutto ricordato per la soluzione dei problemi. Giarrossa, come le dicevo, è una contrada che è stata abbandonata. Voglio essere ricordato per la strada che sono riuscito a mettere, per l’installazione di lampioni, su zone che non ne hanno uno! Forse è proprio il ruolo del consigliere: il consigliere deve andare casa per casa, il consigliere deve lavorare. C’è un problema ad esempio a Corso Garibaldi: una fogna di cui un signore chiede -da anni- la pulizia, e quella persona non l’ascolta nessuno. Quindi manca forse il ruolo del consigliere che sì, deve portare avanti i regolamenti, i finanziamenti, ma deve uscire dal palazzo, deve stare su strada.

donRobertoFaccenda

Andare oltre il “contenitore”. Certamente, a primo impatto, di Don Roberto Faccenda colpiscono il baffo, l’orecchino e pure gli anelli, gli intercalari in dialetto salernitano e la passione granata che lo accompagnano anche sull’altare. Fuori dagli schemi, indubbiamente, ma dopo qualche secondo emerge l’intensità e la passione con le quali vive il suo essere sacerdote. Riconoscere, interpretare, scegliere. Lungo queste direttive ci ha condotto nel racconto del suo libro “A(r)marsi con cinque ciottoli”, una sorta di percorso di riconoscimento del suo mondo interiore, presentato nella parrocchia di Bucaletto (dove ha concelebrato anche Messa), ospitato da Don Salvatore e Don Luigi.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Capigliatura un po’ “punk” (per usare un termine ormai desueto) ed eloquio particolarmente forbito: la trentaseienne melfitana Alessia Araneo è consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle. Sogna una Basilicata un po’ meno “resiliente” e un po’ più “resistente”.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - Ho studiato filosofia nel tentativo di provare a placare un po’ di inquietudini personali che nascono proprio da questa domanda: da dove vengo, verso dove mi muovo e perché sono qui. Non sono pervenuta a una risposta. Però ho scelto che senso dare al mio esistere: condivisione, cooperazione, solidarietà e amore.

d - Lei oggi è fresca di Commissione: come mai la relazione consiliare dell’assessore alla salute, Cosimo Latronico, ha scatenato tante reazioni e polemiche, come non se ne vedevano da tempo? Perchè vi ha fatto tanto incazzare quello che ha detto?

r - Penso che questa reazione sia dettata da un profondo scollamento tra quello che viene narrato e il vissuto delle lucane e dei lucani. Perché oggi basta prenotare un qualsiasi esame diagnostico per comprendere la drammaticità dei problemi. Io non penso: ah, se ci fossi stata io, avrei risolto tutto con una bacchetta magica. No, perché abbiamo dei problemi strutturali che evidentemente si sono stratificati e depositati negli anni, (carenza di medici etc). Tuttavia l’onestà intellettuale di rimettere questi problemi a un Consiglio, di riconoscere delle difficoltà onde poter capire insieme… ecco questo non è successo. Al contrario, perseverare, nell’ostentare sicurezza, rassicurazioni, “vedremo, faremo, miglioreremo”, credo che abbia profondamente irritato.

d - Se aspetta che un assessore ammetta delle difficoltà, può attendere a lungo.

r - Ma io penso che il cittadino abbia più occhi della politica in queste circostanze; soprattutto magari anche nelle fasce più svantaggiate; chi è costretto a rivolgersi alle strutture pubbliche e non vi trova risposte, non accetta la narrazione del “vedremo, faremo”, perché nel frattempo magari ha un’ernia da operare, o un parto da portare a termine e non sa bene se troverà ospitalità nelle strutture pubbliche. E mentre qualcuno, l’assessore in questo caso, mi racconta che invece vedremo e faremo, il paziente muore. Quando c’è un dramma che colpisce trasversalmente e universalmente la popolazione, allora la propaganda tenta a decollare: non dico che siamo ai limiti della pandemia Covid-19, ma qui parliamo di 60.000 persone che rinunciano alle cure. E’ come se tutta la città di Matera lo facesse, no?

d - E da cosa bisogna ripartire, secondo lei?

r - Dalla partecipazione. Si sta scrivendo il Piano sanitario regionale, bene. Proprio in quarta commissione sanità, abbiamo ascoltato i due presidenti degli ordini dei medici di Potenza e di Matera. Sa cosa ci raccontano? “Siamo stati chiamati come UDITORI e SPETTATORI alla presentazione delle linee guida del Piano”. Praticamente alla stregua delle ultime persone che possano dire due paroline sulla sanità. E’ stato presentato trionfalmente questo risultato, il “faremo il piano sanitario regionale”. L’ultimo è stato fatto, diceva il consigliere Napoli, nel 2012. Ed è rimasto in vigore fino al 2015. E chi era il Presidente della Regione nel 2015? Forse il loro braccio, ormai, di partito? Forse il loro alleato politico, che è il presidente Pittella? Quindi il problema lo avete in casa, in più governate da sei anni e mezzo! E mi dite pure che sarà il piano sanitario regionale “più partecipato della storia”? Sono venuti in commissione i vari esponenti di tutti gli enti di ricerca coinvolti, a dire “questo sarà un piano di prossimità”. Bene, però mi si dice anche “Fateci pervenire le vostre idee”; ma come faccio a farti pervenire un’idea di sanità, non avendo a disposizione quel patrimonio di conoscenze che invece un Dipartimento sanità dovrebbe avere a disposizione? Pertanto è una fallace e fittizia apertura democratica al coinvolgimento diretto; siamo a fine ottobre e ancora questa bozza di Piano noi non l’abbiamo vista. A fine dicembre il piano sarà bello e confezionato, e noi non potremo fare altro che fare gli spettatori!

d - Perché Bardi ha ri-vinto le elezioni allora? Solo per il bonus gas?

r - Penso che indubbiamente la misura del bonus gas abbia spinto parecchio; segno di una Basilicata attraversata da tanti drammi sociali. Io sono assolutamente favorevole a qualsiasi forma di sostegno al reddito, ma sono in totale disaccordo rispetto alle modalità di applicazione che ha avuto il bonus. Quella misura sicuramente racconta in parte un po’ di propaganda e in parte il grido di dolore di una terra che ha bisogno, ma che pure però avrebbe tutte le possibilità per vivere dignitosamente. E’ indubbio, però, che ci sono delle responsabilità anche da parte del centro-sinistra, perché siamo arrivati lunghi, forse con un po’ di affanno, e quello avremmo dovuto risparmiarcelo.

d - Lei ha fatto cenno alla “maledizione della Basilicata”: tante risorse, tante possibilità a confronto di tanto spopolamento, tanta disoccupazione e anche tanta rassegnazione. Lei come se la spiega “filosoficamente” questa dicotomia dell’anima lucana?

r - Io non utilizzo l’espressione «potremmo essere la Svizzera», perché ne ho piene le scatole, ma siamo comunque una risorsa sprecata, una promessa mancata, e questo mi fa male. La Basilicata è macro fornitrice d’acqua: siamo quelli che vendono l’acqua e siamo anche quelli che la disperdono di più, con picchi che vanno dal 50 al 70%. Il petrolio? In parte restituisce qualcosa al territorio, però non ci consente di decollare. In questa terra noi abbiamo svenduto tutti i beni primari, tutte le risorse che ingolosiscono mezza Italia.

d - Che cos’è mancato?

r - Il protagonismo politico. L’acqua è bene comune, va ceduta alle regioni vicine, ok, ma non facendo pagare alle Lucane e ai Lucani e al comparto agricolo o ai processi industriali lucani.

d - Protagonismo uguale coraggio.

r - E’ capacità di negoziare ai tavoli e di dire: la Basilicata esiste. Noi abbiamo degli accordi da rinnovare con le compagnie petrolifere e abbiamo una grande sfida che si profila all’orizzonte che si chiama decommissioning, la dismissione dei pozzi petroliferi. Ora, perché andare a trattare con Stato e compagnie petrolifere; chi lo fa, a che titolo lo fa, come lo fa e quando lo fa? Perché se io aspetto altri dieci anni per andare a trattare le condizioni di dismissione -se non alzo oggi il mio potere contrattuale- poi ci vado in braghe a questo tavolo! Bene, volete il petrolio? Allora però dobbiamo alzare un attimino la posta, dobbiamo capire che cosa resterà su questo territorio. Perché io non vorrei che tra 15 anni ci ritroviamo con un problema sanitario: ad oggi io non ho un dato completo su quanto queste strutture abbiano impattato sulla popolazione. Ci ritroveremo quindi con un sottosuolo inquinato, probabilmente non andranno neanche a dismettere gli oleodotti perché la trattativa dovrebbe iniziare ora. E ci troveremo con un problema occupazionale, perché in Val d’Agri e non solo, tantissime famiglie dipendono da quelle fonti di reddito e quindi io se non tratto adesso queste condizioni di dismissione, tra 15 anni io mi troverò con il cappello in mano a chiedere l’elemosina a Eni, Schell e Total: “per favore toglieteci almeno gli oleodotti”.

d - Ma forse col cappello in mano già ci siamo andati. O no?

r - Probabilmente sì. Perché se poi vado a trattare per avere la molecola del bonus gas gratis -che poi mi ritorna con la controindicazione del conguaglio- senza un minimo di distinzione per chi può permetterselo o chi non può permetterselo, vuol dire che non ho trattato abbastanza.

d - Se potesse prendere Bardi sotto braccio, cosa gli direbbe?

r - “Impari ad amare la nostra terra”. Io non penso che ci sia un disegno mefistofelico, però questo forse mi preoccupa di più: alle volte noto proprio un disinteresse nei confronti di questo territorio; perché non lo vivono abbastanza, perché non lo conoscono abbastanza, forse perché non lo amano sufficientemente. Io ho deciso di tornare in Basilicata e vivere in Basilicata, e oggi per una ragazza della mia generazione è una sfida. Ma non leggo uguale passione, uguale attaccamento e uguale radicamento.

d - I suoi “battibecchi” consiliari con Pittella sono diventati “virali”. Oggi, quando vi incontrate nei corridoi, vi salutate?

r - Sono rapporti civili. La buona educazione non la nego a nessuno per formazione lucana. Politicamente, siamo molto diversi. Se ripenso al nostro famoso “confronto” in Consiglio, penso che il presidente Pittella manifesti una frustrazione, una mortificazione nell’indossare i panni del presidente del Consiglio: è abituato a fare il mattatore, è abituato a fare il “gladiatore”. Io ci ho fatto caso e la proscenica qualcosa la insegna: quando parla il presidente Bardi o anche l’assessore Cicala o Latronico, difficilmente Pittella sta alle loro spalle; e credo che ciò manifesti un’insofferenza a stare in quei panni; perché in quei panni lui avrebbe dovuto garantire il mio intervento e la mia possibilità di esprimermi. Non l’ha fatto, ed è tornato a fare il famoso “gladiatore”; ma non puoi fare il gladiatore se devi essere il mio garante. Devo dire che poi però mi ha porto le sue scuse e questo è importante

d - Il libro che la rappresenta?

r - Ne dico due: “La critica della ragion pura” di Kant; l’altro è “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Pirsig

d - Il film?

r - Ancora due titoli: “La terrazza” di Ettore Scola e “Il posto delle fragole” di Bergman.

d - La canzone?

r - “Com’è profondo il mare” di Dalla.

d - Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r - «Ha amato tanto».

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Nella giunta Guarente è stato assessore alla viabilità e al centro storico di Potenza, ma oggi, dai banchi dell’opposizione (“Noi Moderati”) la nuova amministrazione la chiama “loro”. Il cinquantunenne Massimiliano Di Noia, afferma inoltre che nei suoi giorni –e anche notti- da assessore, rispondeva sempre quando il cittadino lo chiamava sul telefonino; oggi, invece, con "loro", mancherebbe proprio il rapporto “one-to-one”.

d - Oggi Consigliere comunale di opposizione, ieri assessore alla viabilità. Ieri aveva delle responsabilità che oggi magari critica. Nella dialettica politica, le “rinfacciano” mai i suoi due anni di governo?

r - La questione è semplice. I voti sono abbastanza importanti per la compagine di centro-destra per la quale ero Assessore, quindi 520 preferenze testimoniano un “premio” della cittadinanza al lavoro svolto. Tuttavia, ricoprire un ruolo in contrapposizione alla maggioranza oggi risulta difficile, come cadere dalle stelle alle stalle, in quanto loro hanno una maggioranza “bulgara” rispetto a quella che avevamo noi. Di conseguenza, loro comandano e noi possiamo solo controllare, peraltro, avendo anche degli atteggiamenti dispotici nei nostri confronti, come a dire: “La maggioranza siamo noi, comandiamo noi”.

d - “Articolo quinto, chi tiene in mano ha vinto”?

r - Praticamente sì, usando il linguaggio della gente comune. Il problema fondamentale è che loro –in campagna elettorale- hanno professato dei cambiamenti magistrali e radicali rispetto al nostro governo, ma oggi ci ritroviamo esclusivamente di fronte alla prosecuzione degli interventi e della programmazione che NOI abbiamo iniziato illo tempore; cose che avevamo previsto di portare avanti con la nostra ricandidatura e riconferma.

d - Mi fa un esempio pratico di ciò che avevate programmato voi e che adesso sta portando avanti la nuova amministrazione?

r - Per ciò che riguarda il “mio” assessorato (viabilità), loro non hanno programmato nulla, non hanno speso neanche i soldi di fine 2024-inizio 2025, i proventi delle multe del famoso autovelox Varco d’Izzo; i vari interventi sulle strade rurali e su quelle cittadine -che hanno tanto millantato- non sono né più né meno che la MIA programmazione all’assessorato alla viabilità; quindi i cinque progetti da me previsti e programmati con gli uffici (che mi seguivano in ogni passo e in ogni dove) fanno parte ora della continuità amministrativa. Inoltre, hanno professato con i loro comunicati stampa e con i loro social di dover iniziare - prima dell’inizio delle scuole- i lavori sulla zona che riguarda il liceo scientifico di via Sabbioneta. Ormai siamo a ottobre, non si è iniziato nulla e di conseguenza credo che non si inizierà (le problematiche riguardanti il flusso veicolare sarebbero immense).

d - Lei è ancora convinto che quell’autovelox sia utile, necessario, legittimo?

r - Guardi, si parla tanto di incidenti stradali e di pericolosità delle strade: lì si è ritenuto di doverlo mettere (il Comune insieme all’ANAS e al Ministero degli Interni), onde evitare che ci fossero incidenti; e anche se la casistica non ci dava questa importanza sul tratto in questione, si è ritenuto di dover ammonire i cittadini ad andare più piano (anche perché c’è un ingresso dalle complanari sull’autostrada, che in presenza di un limite a 100-130 km non sarebbe possibile, e di conseguenza è stato posto il limite di 70 km).

d - Quindi fa bene il Comune a tenerlo ancora?

r - Il Comune fa bene a tenerlo lì dove ci sono delle problematiche riguardanti gli incidenti stradali o la salvaguardia dei cittadini e degli automobilisti tutti.

d - Il suo collega consigliere, ma di maggioranza, Rocco Pepe, qui da noi ha affermato che al Comune ci sarebbe un problema anche di uffici: per varie ragioni (compreso mancato turn-over etc.) non si riuscirebbe ad andare “al passo” della politica. Le risulta questa cosa?

r - Guardi, no. Con me, gli uffici erano davvero presenti, puntuali, tant’è che i risultati li abbiamo avuti: in città e nel peri-urbano non si asfaltava da 20 anni. E il sottoscritto, grazie agli uffici, grazie sicuramente ai fondi provenienti dalle contravvenzioni, ha potuto procedere a delle programmazioni onde poter far risultare la città più percorribile dai mezzi veicolari.

d - Negli ultimi giorni sono apparsi diversi articoli di stampa che si interrogano sulle modalità di affidamento di alcuni lavori pubblici riguardanti in particolare la scuola Sinisgalli: il condizionale in questi casi è d’obbligo, ma c’è stato più di un comunicato da parte dell’opposizione per chiedere chiarezza sull’assegnazione dei lavori. Però c’è stata anche una polemica in rete, con la quale si accusava voi della minoranza di esservi mossi solo “a rimorchio” della stampa, e non prima.

r - Sì, noi andiamo “a rimorchio”, come dicono le persone, ma purtroppo non è che possiamo metterci a fare i censori di tutte le attività che fanno gli uffici, di conseguenza la Giunta, che propone e fa gli affidamenti diretti o indiretti o tramite gara o interesse pubblico. Il problema fondamentale è: o partecipiamo alle commissioni (a vedere e a discutere degli argomenti quotidiani che ci vengono proposti) o facciamo i controllori. Ma noi non facciamo la "polizia giudiziaria" che controlla determinate cose; così come ci arrivano gli spunti, così li prendiamo, li valutiamo e decidiamo se opportuno agire, facendo da megafono e da supporto a chi ci suggerisce determinate situazioni. E quindi le portiamo avanti con quello che ci è concesso: con le interrogazioni, con le interpellanze e tutto ciò che riguarda la sfera dell’amministrazione. Entrare in altre branche che non ci competono non è nelle nostre intenzioni.

d - Quindi poi avete verificato in qualche modo o vi siete limitati a chiedere?

r - Abbiamo fatto un’interrogazione e attendiamo risposta, come a tante altre; a proposito di altre interrogazioni, peraltro, non ci hanno soddisfatto le loro risposte.

d - Ci fa un esempio?

r - Riguardo alla questione della piscina olimpionica: abbiamo fatto una prima interrogazione, non ci ha soddisfatto il risultato. Volevamo capire per quale motivo non la si volesse fare lì dove c’è già un progetto (via Appia – ndr), già dei fondi stanziati dalla Meloni (circa due anni fa); già lo stallo disponibile; già fatta la previsione tecnico-economica della spesa. Il sindaco ha detto ufficialmente che questa piscina -fin quando ci sarà lui- non potrà essere fatta lì. Oggi, poi, ci troviamo con un affidamento diretto ai tecnici -di nuovo da parte dell’amministrazione Telesca- per valutare, di nuovo, se è possibile la fattibilità tecnico-economica nello stesso stallo dove lui già aveva detto che non la voleva fare. Delle due, l’una: si deve fare lì o non si deve fare? Che senso ha fare un ulteriore affidamento, quando già c’era, da parte di tecnici preposti, la fattibilità tecnico-economica sullo stallo, che noi abbiamo lasciato in passato?

d - Quindi avete fatto un’interrogazione e non vi hanno risposto.

r - Ancora no.

d - Politicamente cosa imputa in via principale a questo nuovo sindaco?

r - Il fatto che in campagna elettorale si era professato di fare -nei primi cento giorni- delle azioni a favore dei cittadini e della comunità tutta. Oggi, sinceramente, fatico non solo io, ma anche i cittadini, a trovare fatti, alla mano, pratici e pragmatici.

d - Ancora una volta, mi faccia un esempio.

r - Non dovevano più intervenire i bus in città. Si sta cercando di fare un progetto sul terminal Potenza Nord, quello sullo stallo delle FAL, però ad oggi ancora nulla. I cento giorni sono passati, tanta progettazione, tanta proclamazione, ma poi nell’atto pratico quando e cosa facciamo? Vogliamo dei fatti certi.

d - Però i video del sindaco sono tanti sui social, qualcosa conterranno o no?

r - Sì, contengono tanto pseudo-fare nel breve, ma, fondamentalmente, ditemi voi se c’è stato qualcosa di concreto.

d - Fra le carenze della città che spesso i potentini lamentano c’è quella del “centro storico in agonia”. Lei però, da assessore, aveva proprio quella delega.

r - Certo, il problema è lo spopolamento del centro storico. Da assessore ho convocato varie volte le associazioni per le eventuali proposte (utili sia la cittadinanza sia agli esercizi commerciali), ma purtroppo o sono andate deserte o non ci sono state comunque delle proposte. Quando eravamo giovani noi, c’erano le attività che rendevano attrattivo il Centro in tema di acquisti; oggi è molto più complicato, con la carenza dei parcheggi (perché sicuramente il potentino è abituato ad arrivarci con una sosta molto comoda); ci sono quelli a pagamento, ma anche i residenti vogliono –giustamente- il parcheggio per loro che ci abitano e ci vivono.

d - Ma lei cosa ha fatto nei suoi due anni da Assessore perché la situazione migliorasse?

r - Nulla. Non ho avuto possibilità.

d - E l’impedimento qual è stato?

r - Io sono uno pragmatico, ma non ci sono attrazioni, nel Centro. Hanno parlato, anche negli anni passati, di rimettere gli uffici, ma se andiamo a fare un’analisi, gli uffici ci sono. Tuttavia, i locali commerciali chiudono alle 13 e riaprono alle 17, gli uffici chiudono mediamente alle 14, e come fa un dipendente che vuole fare degli acquisti dopo il lavoro?

d - Quindi passa la palla al negoziante e al cittadino?

r - No, ma vediamo di capire quali sono le attività da mettere in campo. Prima, per esempio, c’erano dei negozi di abbigliamento esclusivi in centro storico…

d - Sì, ma se lei sostanzialmente dice che è stato impossibilitato, anche l’attuale assessore può dire lo stesso.

r - Sicuramente, e io infatti non condanno l’assessore; non condanno neanche i cittadini, mica li possiamo obbligare. Io ci ho provato: volevo fare un contenitore, con tutte le attività, per dicembre e le Festività. D’altronde io ho inventato -da consigliere- il “temporary store”, così come l’imposta di soggiorno (da destinare a determinate dinamiche del Centro, all’attività commerciale e turistica). Grazie a questa misura, abbiamo avuto un introito l’anno scorso -se non sbaglio- da 60-70 mila euro, che potevano essere usati; tant’è che, insieme all’opposizione, abbiamo suggerito di interpellare qualche tecnico che potesse darci delle soluzioni per il Centro. Vediamo se questa nostra proposta viene accettata dall’attuale maggioranza; però delle iniziative sono state comunque fatte, da me. Penso al regolamento dei parcheggi: tant’è che i disabili oggi non pagano

d - Riassumendo: il centro storico torna a vivere se…?

r - …Se tutti gli agenti, gli attori in campo, si mettono attorno a un tavolo. Ripeto, noi ci abbiamo provato, però purtroppo i proprietari dei negozi i fitti non li abbassano. Ne soffre l’attrattività dell’offerta e l’iniziativa. Oggi ci sono solo forse quindici negozi aperti in Centro, ma che cosa offrono? La colpa non è degli esercenti, non è del cittadino…

d - E’ un concorso di colpa?

r - Sì, c’è di mezzo internet, ci sono i parcheggi carenti… perché il centro storico è vivo solo in alcune situazioni, concerti, sagre e tutto il resto; però i commercianti in quei giorni non guadagnano. Quindi lo popoliamo, ok, però poi i residenti dicono: “Fino a un certo orario, perché poi si fa caos”. Quindi che dobbiamo fare? L’amministrazione attuale non la condannano, così come la nostra: occorre trovare una soluzione che sta nel mezzo, per risolvere tutte le esigenze e non scontentare nessuno.

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