di Walter De Stradis

 

 

 

de_stradis_e_mazzeo_cicchetti.jpgHa la “S” che sibila un pochino, ma non usa “serpentine” per arrivare al punto. Il dottor Enrico Mazzeo Cicchetti è attualmente presidente dell’UNITRE di Potenza, ma ha una lunghissima esperienza con la sanità (tuttora collabora col KOS), settore che –parole sue- ha anche cercato di cambiare “per la via maestra”.

d - Dottore, attualmente lei è presidente UNITRE, sezione di Potenza. Specialista in chirurgia oncologica, digestiva e d’urgenza, ha diretto l’U.O.C. di Chirurgia Senologica e Plastica e il Dipartimento di Chirurgia dell’Ospedale San Carlo di Potenza. È stato presidente della sezione provinciale di Potenza della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, componente del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Italiano di Medicina Sociale, in rappresentanza del Ministro della Salute, presidente dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della provincia di Potenza. In politica è stato capogruppo di Italia dei Valori al Consiglio regionale della Basilicata. Ne ha fatta bene almeno una, di tutte queste cose?

r - Spero di sì. Insomma, ho dato il mio meglio.

d - Di cosa si sente più orgoglioso?

r - Soltanto un dato: quando ho fatto alcune cose, ho lasciato le situazioni meglio di come le avevo trovate. All’ospedale il reparto di chirurgia senologica l’ho fondato io, insieme ad altri colleghi. L’ho diretto io dal primo giorno. All’Ordine dei Medici sono stato solo nove anni, perché credo nel limite dei mandati e quindi non mi sono più ripresentato. Però l’ho cambiato radicalmente: era una cosa troppo personalistica e quasi medievale.

d - E la politica?

r - E’ l’unico obiettivo che non ho centrato.

d - Voleva fare l’assessore e non ci è riuscito?

r - No, non volevo fare l’assessore. Io volevo contribuire, con la mia esperienza, a cambiare la situazione della sanità lucana, che sicuramente è penosa, ma non da oggi. Lo è ormai da trent’anni, perché non si assumono decisioni e non si adottano provvedimenti. Il mio compito era entrare in politica per la via maestra, andando alle elezioni senza un partito dietro, e proporre un cambiamento.

d - E…?

r - …E mi sono scontrato col fatto che i boss della politica di quel tempo, avendo la consapevolezza che la sanità rappresenta il 60-70% del bilancio regionale, non volevano un assessore alla sanità che non controllassero. Tant’è vero che mi misero a presiedere la commissione bilancio, nemmeno la commissione sanità! Per dire: “Tu non ti devi occupare della sanità”. E i risultati di oggi sono forse anche figli di quella ignavia.

d - La riforma della sanità territoriale prevista dal Dm 77 sta generando forti polemiche in Basilicata. Ritiene che il modello delle Case di Comunità possa funzionare in una regione fatta di piccoli comuni e aree interne?

r - È una riforma che, se ben applicata, può risolvere i problemi. L’organizzazione attuale dei medici di famiglia non funziona, perché il medico di medicina generale è relegato a un lavoro burocratico e non fa appieno il medico, salvo dovute eccezioni. Quindi diventa poco appetibile per i giovani. Un dottore che si è laureato dopo tanti anni e ha fatto anche un corso di formazione non vuole chiudersi in un paese a fare ricette e burocrazia. Se invece tu lo inserisci in una Casa di Comunità e gli metti a disposizione radiologia e laboratorio analisi, si sente più medico.

d - Allora perché i sindaci si sono arrabbiati?

r - Non conosco i dettagli delle scelte regionali.

d - I territori però parlano di “desertificazione sanitaria” più che di “razionalizzazione”.

r - Io non ho capito le ragioni dei sindaci. Il medico di base oggi, anche in comunità grandi, è difficile trovarlo. La Basilicata, in prospettiva, non ha un incremento di popolazione. Quindi la situazione peggiorerà. Si tratta di organizzare la sanità sul territorio in un modo molto diverso.

d - Lei cosa farebbe se fosse oggi assessore?

r - Le Case di Comunità le farei assolutamente, perché servono anche a decongestionare l’ospedale. Oggi siamo al punto che i medici di base non fanno visite a domicilio. Se una persona ha la febbre o un mal di pancia, tutti rispondono: “Vai all’ospedale”. Non è corretto. L’ospedale viene intasato e perde tempo e personale utili a fare le cose più importanti.

d - Diceva prima che la sanità lucana è in una situazione penosa.

r - La sanità è al collasso perché negli ultimi anni le riforme sanitarie non sono state fatte. L’ultima riforma fu quella di Bubbico, che però era anch’essa un piano sanitario “a cornice”, come quello fatto da Latronico. Solo che Bubbico fece una cosa buona: potenziò l’ospedale di Matera per riequilibrare la sanità tra le due città. Però il riordino del sistema sanitario non è mai stato fatto. Anche questo piano dice che è “a cornice”: è come scrivere il titolo di un tema e rimandare lo svolgimento.

d - Quindi ha ragione Lacorazza quando dice che un vero Piano manca ancora?

r - Lacorazza ha ragione, però anche lui…dico, quando il suo partito governava, dov’era il piano? Hanno fatto la stessa cosa. La politica di basso profilo non vuole i piani, perché i piani vincolano le scelte. È più comodo decidere di volta in volta e “ad personam”.

d - Quanto pesa oggi la carenza di personale sanitario? È il vero nodo della crisi?

r - No. Noi non abbiamo pochi medici rispetto agli altri Paesi europei. Il problema è che abbiamo un’emorragia di medici verso l’estero, perché il sistema sanitario italiano non è accogliente, sia per la formazione dei giovani sia dal punto di vista retributivo.

d - Come valuta il rapporto attuale tra ospedale hub e sanità territoriale? L’integrazione esiste davvero?

r - Macchè, non c’è integrazione. Uno dei problemi è che ci sono duplicazioni di reparti che non hanno ragione di esistere, perché noi abbiamo pochi numeri. Faccio un esempio: Urologia sia a Potenza sia a Rionero non ha senso in una regione così piccola. Prenda il Crob: possiamo mantenere un reparto con tre medici e tecnologia robotica per fare 50 interventi?

d - Il San Carlo e la sanità lucana un tempo erano considerati un’eccellenza del Mezzogiorno. Cosa si è perso?

r - Il San Carlo ha avuto una grande tradizione, soprattutto nella cardiochirurgia e cardiologia (Tesler e Accorsi) e anche nella chirurgia. Oggi c’è una ripresa, perché la funzionalità dei reparti dipende dalle persone che ci lavorano dentro. Se trovi persone di qualità il reparto va bene, altrimenti no. Negli anni passati abbiamo avuto un primario che avrebbe dovuto continuare l’attività di chirurgia robotica e invece in quattro anni fece zero esami. Questo ha allontanato l’utenza. In sanità non si può sbagliare la scelta degli uomini, soprattutto ai vertici.

d - Molto spesso interferisce la politica?

r - Non “molto spesso”: quasi sempre. Tant’è vero che se un primario non lavora bene può essere mandato via, ma spesso ciò non accade per ragioni di copertura politica. Però più che politica, è una copertura partitica. Perché la politica in sé è una cosa bella.

d - Il campanilismo pesa nella sanità?

r - Se per campanilismo intendiamo che i sindaci difendono i loro territori, mi sembra legittimo. Il problema è che quando si fa un cambiamento non bisogna dare soltanto la sensazione che si chiude qualcosa, ma bisogna spiegare bene cosa si propone in alternativa. Se poi si comincia a fare la lotta soltanto perché una cosa la si fa qui piuttosto che lì, non ci sarà mai la sanità efficiente.

d - Passando all’esperienza di presidente UNITRE Potenza, quanto è importante oggi il tema dell’invecchiamento attivo in una regione che perde giovani e registra un forte calo demografico?

r - La popolazione lucana invecchia e si sta verificando un fenomeno che aumenterà: gli anziani raggiungono i figli fuori regione. Alcuni miei colleghi hanno venduto casa a Potenza e hanno raggiunto i figli altrove. Però una persona vive bene in un posto quando ha servizi sanitari, scolastici e sociali. Per gli anziani c’è anche la necessità di mantenersi attivi. L’Università della Terza Età di Potenza ha 230 iscritti, 14 corsi e 14 laboratori. Le persone sono chiamate a partecipare a interessarsi anche di mondi lontani: c’è il medico che si occupa di diritto; chi faceva l’insegnamento elementare si occupa di astronomia o di medicina. C’è una ricerca continua che mantiene viva la mente.

d - Oltre a questo, cosa può dare UNITRE al territorio?

r - Può dare cultura e conoscenza del territorio stesso. Noi ci concentriamo molto sulla storia locale, perché dobbiamo capire che siamo un popolo con una tradizione e che questa tradizione è un valore.

d - Qual è oggi la sua maggiore preoccupazione per il futuro della Basilicata?

r - Lo spopolamento. Fa crollare il valore degli immobili, allontana le persone, anche gli anziani. È un problema molto serio. Però si combatte con le infrastrutture. Dal dopoguerra agli anni Novanta –epoca DC- sono state fatte grandi opere: le dighe, la Basentana, la Sinnica, la Val d’Agri, la Bradanica e così via. Negli ultimi quarant’anni quali grandi infrastrutture sono state fatte? Le royalty petrolifere vengono usate per ripianare i bilanci, soprattutto della sanità, mentre dovrebbero servire a lasciare infrastrutture ai posteri. Ne basterebbero alcune: il raddoppio della Potenza-Melfi, il raddoppio della Potenza –Matera, il tunnel che collega la Val D’Agri con il Vallo di Diano. Oggi però manca persino la progettazione. Il fatto è che abbiamo un problema di qualità delle classi dirigenti.

d - Se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r - Gli direi di vivere di più la Basilicata. Come diceva Papa Francesco: “Il prete deve avere il profumo delle pecore”. Vale anche per i politici. Non si può fare politica come un commissario: bisogna mischiarsi al popolo, altrimenti i processi non si comprendono. Ho la sensazione che lui abbia questo problema. È al secondo mandato, ma io nella mia vita non l’ho mai incontrato.

d - Il film, il libro e la canzone che la rappresentano?

r - Sono di scuola romana: le canzoni di Venditti sono la colonna sonora della mia vita. Il libro che renderei obbligatorio per tutti i lucani è “Cristo si è fermato a Eboli”. Il film sicuramente “Il dottor Živago”, legato a un ricordo personale: lo vidi da ragazzo a Salerno –dove frequentavo le medie- e mio nonno, preoccupato per il ritardo, venne a cercarmi al cinema. Gli spiegarono che quel film durava tre ore e mezza.

 

 

 

 

DE_STRADIS_E_SILEO.jpgdi Walter De Stradis

 

 

Il 13 maggio prossimo il Giro d’Italia passerà di nuovo per la Basilicata, ma la storia del ciclismo lucano, per Vincenzo Sileo, coincide quasi con la propria biografia personale. Nell’intervista al delegato regionale della FCI Basilicata, la passione sportiva si intreccia con il racconto di una lunga esperienza vissuta “dentro” il movimento, tra gare, organizzazione, formazione tecnica e battaglie per mantenere viva una disciplina che, in una regione piccola e complessa come la Basilicata, continua comunque a produrre numeri da non sottovalutare. Sileo ricorda che il Comitato regionale della Federazione Ciclistica Italiana “in Basilicata è stato istituito negli anni ’50” e che, da allora, “ha sempre svolto attività sul territorio”, attraversando diverse stagioni e varie presidenze, da Camardese a Di Chiara, da Rocco Sanza fino a Panebianco. Senza contare Nicola Rossiello, padre dell’editore di Controsenso: “faceva parte del comitato regionale ed era un giudice di gara, presidente della commissione regionale giudici di gara della Basilicata. Anche lui era sempre attivo sul territorio“.
Sileo, dal canto suo, racconta di essersi avvicinato al ciclismo da ragazzino, affascinato dal “Giro di Lucania organizzato da Rocco Sanza” e soprattutto dall’arrivo dei grandi campioni. “Mi è rimasta impressa la partenza del Giro di Sardegna con Eddy Merckx”, dice, ricordando Potenza invasa dal grande ciclismo negli anni di Emilio Colombo presidente del Consiglio. Da lì nasce tutto. “La passione è cresciuta”, fino alle prime gare disputate nonostante le resistenze familiari. “I miei genitori non vedevano di buon occhio l’utilizzo della bici, per paura”. A quindici anni il tesseramento con una società lucana, poi le competizioni, ma soprattutto “La mia passione mi portava ad essere molto attratto dalla parte tecnica”. Frequenta la Scuola dello Sport del CONI all’Acqua Acetosa, diventa tecnico della strada e della pista, lavora con la Federazione nazionale nelle attività dedicate alle regioni del Sud e costruisce una struttura tecnica regionale con l’obiettivo di far crescere i giovani lucani. “Volevo evitare questo fatto che arrivavamo noi... e noi eravamo destinati a essere sacrificati”.
Da lì iniziano anche gli incarichi istituzionali. Presidente regionale dal 1997 al 2004, poi componente del settore tecnico nazionale della Federazione per otto anni. Nel frattempo, però, la Basilicata perde il proprio Comitato regionale a causa della modifica dello statuto CONI che impone almeno trenta società affiliate per mantenere l’organismo territoriale. Nasce così la figura del delegato regionale, ruolo che oggi ricopre da sei anni. Eppure, nonostante le difficoltà, il movimento continua a crescere. “Quando sono stato nominato avevamo 24 società, quest’anno 30”, sottolinea, spiegando che il numero consentirebbe nuovamente di ricostituire il Comitato regionale. “Abbiamo una bella realtà ed è ben diffusa sul territorio”.
Uno dei temi centrali dell’intervista riguarda il rapporto tra Basilicata e grandi eventi. Per Sileo il territorio lucano possiede caratteristiche ideali per il ciclismo. “Le tappe che si svolgono in Basilicata hanno sempre un grande successo”, perché anche senza grandi montagne “le nostre salite lasciano il segno”. Accanto alle gare su strada, il delegato evidenzia anche le infrastrutture presenti e quelle in fase di sviluppo. Cita il velodromo di Oppido Lucano, dove è nato un centro di avviamento al ciclismo su pista gestito dalla società LIOI, e il progetto del Parco Rossellino di Potenza, destinato al ciclismo fuoristrada, ciclocross e mountain bike.
Sul piano degli eventi, oltre al Giro d’Italia, la Basilicata mantiene un calendario intenso. Gare nazionali di fuoristrada, competizioni giovanili, granfondo, manifestazioni cicloturistiche. Ma il grande nodo resta il ritorno del Giro di Basilicata, sospeso nel 2017 e poi travolto dalla pandemia. “Non è solo una questione economica, che pure c’è”, chiarisce. Pesano soprattutto sicurezza, organizzazione e servizi. “Con le ultime disposizioni sulle manifestazioni itineranti è un mondo molto difficile”. Nonostante questo, il progetto non è stato abbandonato. Anche perché oggi vede “una richiesta di ciclismo e di utilizzo della bici” crescente da parte di cittadini e amministrazioni. Nel frattempo si prova a costruire alternative credibili, come il Trofeo dell’Aglianico di Maschito, corsa nazionale di tre giorni giunta alla sesta edizione e aperta anche a squadre straniere. L’obiettivo, però, resta sempre lo stesso: “È inutile organizzare 50 corse e poi non avere un ragazzo della Basilicata che possa emergere”.
Ed è qui che il discorso si sposta inevitabilmente sugli atleti lucani. Il riferimento immediato è a Domenico Pozzovivo e Alessandro Verre, gli unici nomi capaci negli ultimi anni di arrivare davvero al grande ciclismo. Sileo invita però a guardare il contesto. “Noi siamo una regione piccola”, ricorda, spiegando che il ciclismo di vertice “è al Centro-Nord” e che molti giovani non sono disposti a trasferirsi fuori regione. Da qui nasce l’idea di creare condizioni minime per permettere ai giovani di restare in Basilicata almeno fino al completamento della scuola superiore. “Prima di mandare i ragazzi fuori siamo molto attenti”. Quest’anno, ammette, “non abbiamo nessun lucano al Giro d’Italia”, e per lui “questo è un segnale”. Pozzovivo, ricorda, “ne ha fatti 18”, diventando un caso quasi unico.
Sul rapporto con il Giro d’Italia, Sileo chiarisce che la Federazione ha un ruolo marginale nell’organizzazione della corsa rosa. “Gazzetta dello Sport è organizzata in modo così meticoloso che non ha bisogno”, spiega, precisando che i rapporti principali sono tra gli organizzatori e le amministrazioni locali. Tuttavia, qualche idea personale l’avrebbe avuta. “Forse qualche iniziativa collaterale in più si sarebbe potuta fare, ma riconosco che non è facile organizzarle”..
Ampio spazio anche al tema della mobilità urbana e del cicloturismo. Gli chiediamo se Potenza sia una città a misura di ciclista, Sileo risponde con prudenza, ma senza pessimismo. “Con le dovute attenzioni sì”. Per anni, racconta, si è pensato che una città collinare fosse incompatibile con la bicicletta. Oggi, però, “con le e-bike si può fare anche un trattino in salita”. Difende iniziative come il bike-sharing, la pista verso il Pantano e la "corsia preferenziale" del Gallitello che "attenzione, però, non è una pista ciclabile”. Il punto centrale, per lui, resta la sicurezza. “La gente ha riscoperto la bici, però la vuole usare in condizioni sicure”.
Ancora più forte è la convinzione sul potenziale del cicloturismo. “È una buona leva per promuovere la nostra regione”. Negli ultimi anni, sostiene, i dati dimostrano una crescita dei viaggi in bici in Basilicata. La Federazione sta investendo nella formazione delle guide cicloturistiche, in collaborazione con Regione e APT, per offrire ai visitatori non soltanto percorsi, ma anche narrazione del territorio, tradizioni e identità locali.
Nel finale emerge una visione molto concreta del futuro. Sileo considera utilissime le biciclette elettriche, soprattutto “per una città come Potenza”, e individua come priorità la creazione di ciclodromi provinciali, spazi sicuri per i giovani. “Le famiglie devono sapere che i loro figli fanno sport in condizioni di sicurezza”. I progetti esistono, i contatti con le istituzioni anche. “I soldi bisogna trovarli”, dice con realismo. Ma il bilancio complessivo, nonostante tutto, resta positivo. “Il ciclismo in Basilicata soffre le difficoltà che soffrono tutti gli sport”, conclude, “ma diciamo che siamo nella media, ci manteniamo”.

 

 

 

 

 

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Nella partita della rappresentanza, la presenza delle quote rose nelle amministrazioni pubbliche lucane ha segnato un punto importante. Il sindaco di Colobraro Nicola Lista, ieri 7 maggio, ha nominato assessore Maria Angela Valicenti, mettendo la parola fine a una vicenda arrivata anche davanti al giudice amministrativo per iniziativa della consigliera comunale Concetta Sarlo, che in questi mesi si è molto battuta perché, per una questione di rispetto delle regole e di civiltà, nella giunta fosse presente una donna.
“Una battaglia vinta ma il cammino per la parità e l’inclusione della componente femminile nei processi istituzionali è ancora lungo”, commenta la Consigliera di parità della Regione Basilicata, Ivana Pipponzi.
La questione della composizione della giunta comunale di Colobraro, fino a ieri tutta al maschile, era stata subito sollevata dopo le nomine avvenute il 24 aprile scorso, in quanto illegittima.
La Consigliera, esercitando i poteri di controllo e vigilanza attribuiti al suo ufficio, in una nota aveva diffidato “l’amministrazione comunale ad annullare con urgenza e in autotutela il decreto sindacale e a nominare contestualmente la nuova giunta rispettando la quota di genere”. Dopo diverse contestazioni e un ricorso, pendente davanti al Tar della Basilicata, che avrebbe dovuto pronunciarsi il 10 giugno, il sindaco ha ritenuto di chiudere il caso prevedendo l’ingresso di una donna nella sua giunta.
“Il 24 e il 25 maggio in Basilicata si voterà in dieci Comuni per eleggere i sindaci e i consiglieri. Ricordo – sottolinea Pipponzi – che nei Comuni al di sotto dei tremila abitanti, dove non si applica la legge Delrio, la rappresentanza di genere nelle istituzioni deve essere sempre prevista. In queste amministrazioni non sono vincolanti le regole che prevedono la presenza del sesso meno rappresentato in misura non inferiore al 40 per cento dei componenti dell’organo collegiale. Se il sindaco, però, ritiene di derogare al principio della pari rappresentatività, è tenuto a motivare chiaramente la sua scelta. E se lo Statuto comunale lo prevede, è possibile attingere a un assessore esterno facendo ricorso a un interpello rivolto al genere meno rappresentato”.
Nei Comuni con oltre 3.000 abitanti, invece, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento con un arrotondamento aritmetico. “Anche per queste amministrazioni comunali  vale la regola della necessità di documentare l’istruttoria messa in campo per garantire la rappresentanza di genere. Vigileremo perché queste norme non rimangano sulla carta ma vengano attuate. La presenza femminile negli organi di vertice delle amministrazioni pubbliche e private – conclude Ivana Pipponzi – non è pura formalità, ma è un principio basilare garantito dalla nostra stessa Costituzione per affermare pari dignità ed equilibrio sociale”.

 

fonte: https://agr.regione.basilicata.it/post/pipponzi-su-quote-rosa-negli-enti-locali/

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

A luglio dello scorso anno, in una bella mattina luminosa, il sindaco e altri rappresentanti comunali attraversarono il Centro di Potenza da un capo all’altro, “a bordo” di una carrozzina, insieme a diversi portatori di handicap. Telesca sfoggiava anche gli occhiali da sole. Lo scopo della passeggiata, organizzata dall'attivista “anti-barriere” Flavio Olita e dal Forum Giovani, era quello di fare "vedere" agli amministratori –r chiaramente-, gli ostacoli e le difficoltà che la parte vecchia del Capoluogo riserva alle persone con disabilità. Dalla conversazione che abbiamo avuto con lo stesso Olita, abbiamo percepito che la scelta sindacale degli occhiali scuri forse non era la più...adeguata.

d - Da quella passeggiata che lei fece con il sindaco di Potenza è passato del tempo. Sono migliorate le cose o …?

r - L’obiettivo era proprio cercare di far capire quali sono le difficoltà che ogni giorno le persone con disabilità vivono in città. L’auspicio era che, facendo provare sulla propria pelle — perché sia gli amministratori sia i cittadini si sono seduti sulla sedia a rotelle per testare le difficoltà — si potesse iniziare a muovere qualcosa. Purtroppo, però, nulla di ciò che è stato evidenziato quel giorno è cambiato: le difficoltà sono rimaste identiche.

d - Ho capito, quella “passeggiata in carrozzina” è stata più che altro una passerella utile per i politici. Questo lo dico io.

r - La passeggiata si è svolta nel centro storico, che è sicuramente uno dei punti più importanti della città, ma anche uno di quelli con maggiori difficoltà. Le criticità sono diffuse anche nel resto della città, ma lì sono più concentrate. Siamo partiti da Piazza Matteotti e la prima tappa è stata Largo Duomo: per accedervi la strada è completamente sconnessa, a causa delle basole che andrebbero riviste. Dopodiché siamo tornati in Piazza Matteotti e abbiamo proseguito verso la piazza principale, fermandoci prima davanti a Piazza Duca della Verdura, una piazza storica dove da sempre esiste il problema: per accedervi ci sono soltanto le scale. Questa è una criticità segnalata più volte in passato e doveva essere una delle prime su cui intervenire: almeno, questa era stata la promessa.

d - Cos’altro avete rilevato?

r - Nel centro storico abbiamo rilevato anche l’accesso alla Villa del Prefetto: la strada è molto ripida, oltre a essere dissestata, in via 4 Novembre. Inoltre siamo arrivati fino in fondo a via Pretoria, a Portasalza: da lì scendere verso via Mazzini è molto complicato, soprattutto per quanto riguarda i marciapiedi, che oltre a essere dissestati in alcuni punti risultano proprio inaccessibili. Si è quindi costretti ad andare in strada e, ad esempio, raggiungere Montereale diventa impossibile, perché alla fine di via Pretoria ci sono solo scale e dai marciapiedi non è possibile passare.

d - Si ricorda chi erano gli amministratori che vi hanno accompagnati in quell’occasione?

r - C’erano il sindaco, la vicesindaca, diversi assessori e anche consiglieri sia di maggioranza sia di opposizione.

d - In quell’occasione avevano preso degli impegni?

r - Sì, prendendo atto delle difficoltà, dissero che avrebbero iniziato a valutare cosa poter fare per sistemare la situazione.

d - Tipo in Piazza Duca della Verdura fare una rampa?

r - Sì, in Piazza Duca della Verdura: o una rampa oppure la soluzione più semplice, come un montascale.

d - Abbiamo detto che da allora non è successo nulla, ma ha avuto altre interlocuzioni? L’hanno ricontattata?

r - No, non sono stato ricontattato. Quello che dico sempre è che le persone che vivono queste difficoltà sono a disposizione degli amministratori: sono disponibile a dare consigli su cosa bisogna fare, perché soltanto chi lo vive lo capisce davvero.

d - Lei è stato audito anche in quarta commissione regionale.

r - In Regione ho parlato della questione dell’università, perché purtroppo l’Unibas è un’università inaccessibile. Il polo del Francioso, essendo più vecchio, presenta sicuramente ancora più difficoltà, ma anche quello di Macchia Romana, più recente, denuncia comunque tantissimi problemi. Io ho iniziato nel 2021, iscrivendomi a Informatica, e ho frequentato con non poche difficoltà, perché c’erano molte porte tagliafuoco, sempre chiuse, e gli ascensori si trovano dietro queste porte; ad esempio le pulsantiere sono posizionate ad altezze inadeguate. Anche le aule non erano a norma: il primo giorno non ho potuto seguire perché non c’era alcuna postazione per me. Trattandosi di un’aula a gradoni, potevo stare solo vicino alla cattedra, ma senza banco. Lo stesso vale per l’aula di informatica, dove le sedie erano fissate a terra e non potevo accedere a nessun banco.

d - Ha parlato con la politica e anche con l’università, che aveva annunciato interventi. Però, di fatto, lei non ha più potuto frequentare, se non sbaglio.

r - No, non ho più potuto. Le audizioni regionali si sono svolte a febbraio 2024: sono state evidenziate tutte le criticità e anche una serie di norme non rispettate. Alla prima audizione l’università non si è presentata; dopo una settimana si è tenuta una seconda audizione e questa volta l’università si è presentata, ma più per dare giustificazioni che soluzioni. Si era concordato con il presidente della quarta commissione consiliare, Gino Giorgetti, che l’università avrebbe presentato una sorta di elenco degli interventi da realizzare e che la Regione si sarebbe impegnata a trovare una somma, anche consistente, pari a un milione di euro in più da destinare all’università (che già riceve 14 milioni di euro all’anno dalla Regione). Tuttavia, queste somme non sono mai state investite per l’abbattimento delle barriere.

d - Quindi le risulta che questo milione sia arrivato oppure no?

r - No, questo milione non è arrivato, perché l’università non ha presentato la lista degli interventi e quindi la Regione non ha erogato nulla. Da allora ho cercato di monitorare la situazione e di impegnarmi per risolverla.

d - Si è sentito con qualcuno in questi due anni?

r - Sì, il dialogo con l’università è stato complicato, perché la mia segnalazione è stata percepita più come un attacco che come un’opportunità, mentre in realtà sarebbe una grande occasione per migliorarsi. Ho continuato a interfacciarmi con il presidente della quarta commissione, Giorgetti. Dopo il cambiamento del presidente non ho più seguito quel canale, anche perché ho intrapreso altre strade: ad esempio con la senatrice Giusiy Versace, che si è impegnata in prima persona su questo tema. Siamo stati ricevuti dal rettore a giugno 2025 e in quell’occasione sono state nuovamente evidenziate le difficoltà e quanto fatto fino a quel momento: loro avevano iniziato ad aprire le porte tagliafuoco, un passo importante, e a installare montascale per facilitare l’accesso alle aule. Rimane però centrale il problema del tutor: l’università mette a disposizione solo il tutor “alla pari”, cioè uno studente che aiuta nello studio, ma non è ciò di cui ho bisogno. Io avrei bisogno di un tutor “alla persona”, che mi accompagni negli spostamenti. È stato previsto un bonus annuale di 1500 euro, insufficiente per coprire questi costi. Esiste anche un bando da 10.000 euro per disabilità gravissime, ma riguarda solo quattro categorie specifiche stabilite dal ministero, nelle quali la mia non rientra, pur essendo la mia una disabilità gravissima (la distrofia muscolare di Duchenne – ndr).

d - Ovviamente noi siamo qui per pubblicare risposte e/o repliche. È riuscito a creare una rete attorno alle sue segnalazioni o c’è il solito problema tipicamente potentino?

r - Sì, in effetti c’è questo problema. Alcune realtà mi supportano, come il Forum dei Giovani di Potenza, con cui abbiamo collaborato anche per il progetto “Barriere Zero Potenza per Tutti” e per la passeggiata. Tuttavia, creare una rete con persone che vivono le mie stesse difficoltà è più complicato. Sono in contatto con il Garante della disabilità, Stefano Mille, con cui condivido esperienze e iniziative.

d - Se potesse incontrare oggi il sindaco, cosa gli direbbe?

r - Gli direi che la situazione non va bene e che bisogna iniziare a fare qualcosa. Capisco che l’abbattimento delle barriere comporti costi elevati; molti marciapiedi a Potenza dovrebbero essere rifatti, ma alcuni vengono ancora realizzati in modo inaccessibile, nonostante esistano linee guida come il PEBA (Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche - ndr). Ad esempio, l’intervento in corso Garibaldi è stato realizzato correttamente, mentre quelli precedenti in via Vaccaro e via Raffaele Acerenza non rispettavano queste linee guida. Il mio appello è iniziare concretamente ad agire, perché fare promesse e non mantenerle è un segnale negativo, soprattutto su un tema così importante, che incide sulla socializzazione e sulla possibilità di vivere pienamente la propria vita.

d - Ha parlato di socializzazione: lei è anche presidente del Subbuteo Club Potenza.

r - Sì, l’associazione esiste da circa un anno e nasce con uno scopo ben preciso: inclusione e socializzazione. L’abbiamo fondata io, mio padre e un nostro amico. Mio padre e lui giocavano da bambini a Subbuteo e, dopo circa 40 anni, hanno riscoperto questa passione. Io ne ero sempre rimasto affascinato e abbiamo deciso di fondare l’associazione proprio perché è un gioco che posso praticare anche io e le altre persone con disabilità. Abbiamo realizzato un “tavolo dell’inclusione”, diverso dagli altri perché ha un unico sostegno centrale, così da permettere a chi utilizza la sedia a rotelle di muoversi agevolmente attorno e giocare.

d - Per concludere: c’è una frase, una canzone, un film o un libro che secondo lei rappresenta questa intervista?

r - Sì, la frase di una canzone di Marracash: “riescono ad andare su Marte, ma non a far la cura alla sclerosi al mio amico”. Riusciamo a fare grandi cose, ma per chi vive difficoltà quotidiane spesso non viene fatto nulla, o comunque non abbastanza.

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Il Presidente del Consiglio regionale della Basilicata ha ricevuto il Primo ballerino del Teatro alla Scala di Milano. “La Basilicata continua a esprimere eccellenze capaci di distinguersi nel mondo e di diventare ambasciatrici di valori autentici”

Il Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata, Marcello Pittella, ha ricevuto questa mattina, presso la Sala Basento della Presidenza, Claudio Coviello, Primo ballerino del Teatro alla Scala di Milano e originario di Potenza. Un incontro che si inserisce nel quadro delle iniziative istituzionali volte a valorizzare le eccellenze lucane e a rinsaldare il legame tra il territorio e i suoi protagonisti affermatisi a livello internazionale.

“Accogliere Claudio Coviello in questa sede istituzionale – ha affermato a margine dell’incontro - rappresenta per noi un motivo di grande orgoglio. Il suo percorso, costruito con rigore, talento e una straordinaria determinazione, è la dimostrazione concreta di come le energie migliori della nostra terra possano affermarsi nei contesti più prestigiosi a livello internazionale. La Basilicata continua a esprimere eccellenze capaci di distinguersi nel mondo e di diventare ambasciatrici dei nostri valori più autentici. Il suo successo non è soltanto personale, ma assume un significato collettivo: parla ai nostri giovani, indica loro che investire nella formazione, nella disciplina e nella passione può aprire orizzonti importanti. Allo stesso tempo, interpella le istituzioni, chiamate a creare condizioni sempre più favorevoli affinché questi percorsi possano nascere e svilupparsi anche partendo dal nostro territorio”.

“L’incontro di oggi - ha sottolineato Pittella – consegnando una targa al giovane potentino, assume il valore simbolico di un riconoscimento istituzionale a una carriera costruita con rigore e passione, ma anche di uno stimolo a rafforzare il dialogo tra istituzioni e protagonisti della cultura, affinché esperienze di successo possano tradursi in occasioni di sviluppo per l’intera comunità regionale”.

Claudio Coviello ha espresso gratitudine per l’accoglienza e il riconoscimento ricevuto nella sua terra. “Tra tutti i riconoscimenti che ho avuto, quello di oggi ha un significato speciale. Essere premiati nella propria regione è per me e per la mia famiglia fonte di grande emozione e soddisfazione. Ai giovani voglio dire che il talento è importante, ma non basta: servono testa, passione e sacrificio. Ogni ora di allenamento, ogni rinuncia e ogni momento di impegno contribuiscono a costruire il percorso verso gli obiettivi. È la combinazione di talento, disciplina e dedizione che permette di realizzare i propri sogni, anche nei contesti più prestigiosi del mondo”.

 

 

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Le Consigliere di parità regionale, Ivana Pipponzi e provinciale, Simona Bonito, plaudono all’iniziativa regionale di promozione della salute femminile attraverso lo screening gratuito della fertilità, proposta dal consigliere Lacorazza, votata all’unanimità dal Consiglio regionale e supportata con attenzione dall’Assessore Cosimo Latronico. Lo stesso vale per la PdL a firma Fazzari e Morea e a tutte le proposte volte a sostenere la tutela delle donne. Si tratta di un passo concreto e innovativo per sostenere le donne lucane, dichiarano le consigliere, offrendo strumenti di prevenzione e informazione che consentono di fare scelte consapevoli sulla propria salute e sul proprio futuro.

Per le Consigliere, questa iniziativa rappresenta non solo un sostegno alla salute riproduttiva, ma anche un vero strumento di empowerment femminile, contribuendo a rimuovere barriere economiche e informative che spesso limitano l’accesso ai servizi sanitari. Investire nella prevenzione significa valorizzare la dignità, l’autonomia e le opportunità di ogni donna.

Condividiamo – continuano – la proposta di voler accompagnare l’iniziativa con azioni mirate di sensibilizzazione e informazione sui territori. Per questo, confermiamo la nostra piena disponibilità, come già dichiarato in IV commissione, ad avviare una cabina di regia regionale, che coinvolga istituzioni, associazioni e operatori locali, per sviluppare campagne informative mirate, facilitare l’accesso ai servizi e promuovere percorsi educativi rivolti a giovani donne e comunità locali.
Iniziative come questa sono un modello di politica concreta a favore delle donne, e la nostra istituzione continuerà a lavorare con determinazione affinché i diritti alla salute e all’informazione diventino strumenti reali di uguaglianza e partecipazione attiva nella vita sociale ed economica della Basilicata.

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di Walter De Stradis

 

Angelo Lacerenza, classe 1987, è uno storico e scrittore originario di Avigliano. Impegnato anche in politica, si definisce “pertiniano”, vicino alla tradizione socialista di Sandro Pertini, Pietro Nenni e Giacomo Matteotti, ed è segretario organizzativo del Partito Socialista nel suo comune. Con il saggio “Il brigantaggio meridionale dopo l’Unità d’Italia: tra storiografia, identizzazione e mitizzazione” (Pisani Teodosio Edizioni - 2025) ha ottenuto, ex aequo, il “Premio Tommaso Pedio” per la saggistica storica e la cultura lucana nell’ambito della 54ª edizione del Premio Letterario Basilicata. Un riconoscimento che si inserisce in un dibattito mai sopito su identità, memoria e narrazione del Mezzogiorno.

Lacerenza arriva al brigantaggio da una traiettoria che non è solo accademica. Dice che il punto di partenza è l’oggi, un’Italia che continua a interrogarsi su sé stessa e sulle sue fratture. Spiega che il suo libro nasce “per un semplice motivo”: il ritorno ciclico della divisione Nord-Sud, “quel tema, per me scomodo”, che riaffiora nonostante il processo unitario, “con tutti i compromessi, le problematiche, le storture”. L’urgenza, sostiene, è reagire a una narrazione che continua a separare, “un’ossessione per le due Italie”.

Dentro questo quadro colloca anche le spinte opposte: da un lato la retorica padana, dall’altro i movimenti neo-meridionalisti. Parla del senatùr Bossi (recentemente scomparso) e della “volontà di un’Italia padana” e ricorda come i meridionali -prima dei fenomeni migratori attuali- siano stati a lungo percepiti come “i selvaggi”, “gli africani”. Da qui, dice, nasce “un sentimento di rivalsa” che però rischia di replicare la stessa logica divisiva.

Quando entra nel merito del libro, Lacerenza insiste sulla complessità del fenomeno. Rifiuta qualsiasi lettura univoca: “quando parliamo di brigantaggio non facciamo solo riferimento ad un qualcosa”. È un intreccio di fattori “politici, culturali, sociali, economici”, una vera “fenomenologia”. E soprattutto non è confinato al post-unitario: “il brigantaggio è un fenomeno molto antico”, riconducibile già al banditismo dell’antica Roma. Anche il termine, ricorda, nasce nel Medioevo per indicare mercenari, “sbandati” pronti a cambiare campo “per soldi, per visioni personali”.

Da qui la prima frattura rispetto all’immaginario corrente. Non c’è un solo brigante. Ci sono anche quelli “al servizio dei potenti” (un po' come “i bravi” di Manzoni? Gli chiediamo. Lui dice di sì), strumenti di controllo sociale, utili a mantenere “l’egemonia e il potere dei signorotti”. Una funzione politica esplicita, che rompe la narrazione romantica.

È proprio sulla mitizzazione che Lacerenza concentra uno dei passaggi più netti. Riconosce che esiste “un aspetto romantico, affascinante, inquietante anche”, una figura del brigante come “eroe ribelle”, quasi “partigiano resistente”. Ma avverte che questa costruzione è -perlomeno parzialmente- frutto di “mitopoiesi”, l’arte di inventare, di trattare favole”. Non nega il valore del mito: “è una fonte”. Ma aggiunge che il compito dello storico è distinguere, “capire dove arriva e finisce la finzione e dove inizia la verità”.

Alla domanda se in Basilicata abbia prevalso una narrazione o l’altra, la risposta è diretta: “il più delle volte è stata propagandata la finzione”. Parla apertamente di una semplificazione che riduce il brigantaggio a “movimento di ribellione sociale” in senso pieno e totalizzante. La sua posizione si colloca altrove, dentro una lettura più articolata che riprende le analisi di Rosario Villari: il brigantaggio come “fenomeno ibrido, contraddittorio e complesso”.

Dentro questo quadro convivono elementi diversi: la “rivolta popolare” motivata dal “malcontento”, dalla povertà, ma anche “una criminalità ordinaria, una forma di banditismo pura, delinquenziale, di mestiere, che generava distruzione, disperazione tra la popolazione”. E ancora una dimensione politica precisa: il reazionarismo. “I briganti hanno combattuto per i Borboni”, ricorda, opponendosi al nuovo Stato unitario e “appoggiando sostanzialmente ancora una monarchia assoluta, in un periodo in cui le monarchie stavano cambiando, si stavano 'costituzionalizzando'. Non solo ribellione sociale, dunque, ma anche difesa di un ordine precedente”.

Quando il discorso si sposta sul presente, Lacerenza individua un altro livello: l’uso pubblico del brigantaggio. Cita la “spettacolarizzazione” della Storia bandita, che a suo avviso ha funzionato perché si è collocata “in un’ottica più folcloristica che storica”. Non la condanna: riconosce che produce “ricchezza, turismo locale”. Ma segnala uno scarto: “si potrebbe smarcare un po’ dal folklore e ritornare un po’ alla storia”.

Lo stesso meccanismo vale per l’iconografia. Figure come Carmine Crocco, spiega, vivono oggi attraverso immagini che circolano “dentro e fuori dal web”, appiccicate ai muri di Potenza, di Rionero e oltre. È un processo noto: “i totalitarismi del Novecento” costruivano consenso anche così. Oggi quelle immagini servono “in parte per strumentalizzare l’opinione pubblica”, ma anche per “generare un’identità collettiva”. Il brigante diventa simbolo, entra nelle curve e sulle bandiere calcistiche (come quelle degli Ultras potentini o dei tifosi vulturini), negli striscioni, nella memoria condivisa.

È qui che si innesta la retorica dello “spirito dei briganti”. Lacerenza insiste su “uno stimolo di propaganda”, utile a rafforzare l’identità meridionale. Ma mette in discussione la sua aderenza alla realtà: “non so fino a che punto noi lucani siamo questi ribelli”. Anzi, osserva che oggi “subiamo tutto, e subiamo anche molto in silenzio”. L’immagine del ribelle, dunque, “si è abbastanza affievolita”.

La distanza tra mito e presente emerge ancora di più quando si parla di politica concreta. Alla domanda su cosa dovrebbe mobilitare i lucani, pesino in piazza, la risposta è netta: il lavoro. “Il lavoro non si tocca”, dice, e insiste sul rischio dello spopolamento. Non è solo desiderio di cambiare, ma “mancanza di possibilità e di opportunità”. Qui il linguaggio cambia registro: “Abbiamo le competenze”, ma se non vengono valorizzate “perdiamo l’occasione di fare politica”, quella “costruttiva, responsabile”. Altrimenti, resta “solo la retorica, le chiacchiere”.

Il passaggio finale torna su un piano personale e metodologico. Alle presentazioni del libro, dice, a volte viene accusato di essere poco “meridionalista”, ma assicura di essere cresciuto pure lui dentro il mito: “sono nato con il fascino del brigante”. Cita Ninco Nanco, compaesano, simbolo di un immaginario che “colpiva la pancia”. Poi però descrive uno scarto: “ti distacchi dalla pancia” e inizi a chiederti “chi erano realmente i briganti”. Da lì lo studio, gli archivi, i libri. E la consapevolezza dei “limiti storici di quel fascino”.

Il punto, conclude, è evitare “semplificazioni, banalizzazioni”. Tenere insieme le contraddizioni. Anche quando l’identità collettiva continua a ripetersi, come in quella canzone di Bennato e D'Angiò: “Brigante se more”. Una formula potente, dice, perché “racchiude la memoria collettiva”. Ma proprio per questo, implicitamente, da maneggiare con cautela.

 

 

 

 

 

 

di Walter De Stradis

 

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Il paradosso delle risorse lucane è il punto da cui parte Paolo Cillis, avvocato penalista quarantunenne, sindaco di Pietragalla (Pz), al secondo mandato. Non usa giri di parole quando gli chiediamo di commentare le ultime notizie, che ci vedono macro-esportatori di acqua (e “vittime” di interruzioni idriche) e macro-fornitori di petrolio (con la benzina tra le più care d’Italia): acqua e petrolio, conferma Cillis, restano “due tesori” che non si sono tradotti in sviluppo. A suo giudizio, “c’è stata probabilmente una politica non lungimirante” e, soprattutto, è mancato ciò che rende produttiva una risorsa: “la presenza del bene non è di per sé foriera di sviluppo, ma c’è bisogno di infrastrutture”. Il nodo, insiste, è tutto lì: “queste infrastrutture non hanno viaggiato di pari passo”, e in questo scarto si colloca la responsabilità di chi ha governato.

Sul piano sociale, Cillis ridimensiona la retorica della felicità che beneficia nazioni come la Finlandia e preferisce parlare di un clima più complesso, per quel che ci riguarda. Più che tristezza, dice, “c’è un po’ di preoccupazione”. Il costo della vita e la mancanza di lavoro incidono direttamente sulla percezione quotidiana: “sono temi che non possono mettere di buon umore le persone”. Eppure, accanto a questo, individua una cifra caratteristica: “i lucani, i meridionali in generale, sono una popolazione resiliente”. Una parola, abusata (gli facciamo notare), che però non vuole svuotare: “la resilienza… spesso viene utilizzata in maniera impropria”, avverte, e va riempita di contenuti concreti. Resta però la convinzione che quella capacità di resistenza significhi anche “voglia di riscatto” e soprattutto “non arrendersi”.

Il tema delle aree interne, cuore della Basilicata, si inserisce in questo quadro. Disoccupazione e spopolamento sono problemi strutturali, e il sindaco evita soluzioni facili: “magari avessimo la ricetta”. Rivendica però il lavoro quotidiano degli amministratori locali: “i sindaci… le provano tutte per cercare di dare un minimo di vivibilità”. Non nasconde le responsabilità storiche: “veniamo da una politica degli anni ’70-’80, la politica del posto fisso, dell’assistenzialismo, che non ha aiutato”. Ma, nonostante tutto, mantiene una linea di fiducia: “sono convinto che all’orizzonte il cielo è meno plumbeo”.

Nel rapporto con i cittadini emerge la dimensione più concreta del ruolo. Cillis la descrive con un paradosso: “è molto più difficile fare il sindaco in un comune come il nostro che in un comune come Roma”, perché qui “la relazione è cortissima”. Non ci sono filtri: “quando esci a fare una passeggiata… il cittadino ti ferma per esporti il suo problema”. Il lavoro resta la richiesta principale, “la più difficile alla quale dare risposta”, ma accanto a questa ci sono le esigenze quotidiane: “dal fosso davanti casa allo sfalcio dell’erba, alla neve d’inverno”. Tutto passa dal contatto diretto, e tutto richiede attenzione: “ognuna di queste richieste merita di essere ascoltata”.

Sul versante dello sviluppo, il sindaco chiarisce subito che non ci sono corse ai titoli simbolici che vanno di moda adesso: “Pietragalla non sta concorrendo per premi o Capitali varie”. Ma rivendica una presenza attiva: “Pietragalla c’è ed è sul pezzo”. Il merito, precisa, non è dell’amministrazione in sé, ma di una comunità coesa: “c’è un forte spirito identitario”. In questa direzione si muove anche il lavoro in corso, con un piano strategico turistico e culturale. Qui entra in gioco Matera, neo Capitale Mediterranea del Dialogo, vista come leva di sistema: “è un vettore importante per tutta la regione”. Se si riuscirà a valorizzarne la visibilità, dice, “anche per noi piccoli comuni… ci potrà essere uno sviluppo”.

Tuttavia, Matera era già stata Capitale Europea della Cultura 2019, e il giudizio del sindaco pietragallese è comunque equilibrato: “tutto è perfettibile”, ma resta un passaggio decisivo. “È stato un momento importante e ancora oggi si vedono i benefici”, afferma. Anche Pietragalla ne ha risentito positivamente: “lo sviluppo turistico di Matera ha portato anche un piccolo flusso verso il nostro paese”. Un flusso che prima, sottolinea, “non c’era”. A questo si è aggiunto un effetto inatteso durante la pandemia: “il Covid… sotto il profilo turistico è stato un momento importantissimo”, perché ha favorito il turismo di prossimità. Da qui nuove attività e nuove opportunità: “sono nate cooperative di accoglienza turistica, B&B, trattorie”.

Al centro dell’attrattività locale ci sono i Palmenti, che Cillis definisce senza esitazioni “un unicum al mondo”. Non solo per il numero – “oltre 100” – ma per la loro struttura: “sono tutti coperti”, una caratteristica che li rende distintivi da altre strutture simili. La loro valorizzazione è già in atto: “siamo stati spesso sulle reti nazionali”, e rappresentano “una risorsa… per l’intera regione”. Sul dibattito, anche curioso, che li ha accostati a scenari fantastici (le case degli Hobbit), il primo cittadino mantiene una posizione pragmatica: “io non l’ho mai ritenuto un’offesa”, pur riconoscendo e comprendendo “i puristi che hanno eccepito” per difendere la memoria storica di quei luoghi di lavoro. In ogni caso, gli facciamo notare che un “Signore degli anelli” hollywoodiano girato lì non sarebbe certo una catastrofe, e Cillis annuisce .

Lo sguardo finale è tuttavia sulla condizione generale della regione, che definisce senza enfasi: “un chiaroscuro, un momento difficile, con degli alti e dei bassi, ma ripeto, sono fiducioso per il futuro”. La sua collocazione politica è dichiarata con altrettanta semplicità: “sono un moderato… mi colloco al centro”, addirittura un “democristiano fuori tempo”, pur essendo “più vicino al centro-destra”.

Anche su temi sensibili, come quello dei vitalizi regionali, mantiene una linea pragmatica: “la Basilicata non si salva risparmiando quei soldi”, tuttavia vi riscontra criticità precise: “esteticamente non è stato il massimo” e soprattutto contesta “la retroattività e la reversibilità”. Se la prima è stata corretta, “rimane la reversibilità… ed è una cosa davvero antiestetica”.

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

«Non sono tanto a mio agio con queste cose», ci confessa il pluri-primo cittadino di San Fele (Pz), seduto al tavolo del ristorante. Ma come, gli domandiamo, uno che è al suo quinto mandato, è in soggezione per un'intervista? «No -risponde- è perché quando mangio mi metto la tovaglia al collo!».

San Fele, poco più di tremila abitanti nel Potentino, è entrato nel contest mediatico del “Borgo dei Borghi”, competizione televisiva RAI che ogni anno assegna visibilità nazionale a piccoli centri italiani. A sostenerne la candidatura è il sindaco Donato Sperduto, al quinto mandato, figura amministrativa con una lunga esperienza politica locale e una parallela attività privata come panettiere. Già. Una combinazione che restituisce il profilo di un amministratore radicato nel territorio, ma anche incline a utilizzare strumenti comunicativi per rafforzarne l’immagine.

La partecipazione al concorso (per votare è sufficiente accedere, fino al 22, al sito della trasmissione, www.rai.it/borgodeiborghi) viene presentata come qualcosa che va oltre la dimensione strettamente locale. «San Fele rappresenta nel suo insieme l’intera Basilicata», osserva Sperduto, insistendo su un’idea di sintesi territoriale che tiene insieme qualità della vita, tradizione, religiosità e patrimonio ambientale. Alla domanda su cosa significhi, concretamente, vincere, il sindaco risponde senza esitazioni: «all’atto pratico molta visibilità in termini di visitatori turistici». Una visibilità che, nelle sue intenzioni, dovrebbe riverberarsi su un territorio più ampio, contribuendo a sostenere un’area che continua a fare i conti con problemi strutturali. Tra questi, lo spopolamento resta il dato più evidente. Il suo comune, ci dice, è il secondo in Italia quanto a emigrazione,

I numeri che cita sono netti: dai circa 12 mila abitanti di inizio Novecento ai 3.500 attuali. Un calo accompagnato da una forte emorragia che ha portato migliaia di sanfelesi all’estero. «Se considerate che solo a Sydney ci sono 5.000 sanfelesi, sono più nel mondo che in paese», osserva, evocando una diaspora che ha radici profonde e cicliche. Non una scelta, ma una necessità: «è quest’ultima cosa… le emigrazioni sono state accentuate, ripetute, ciclicamente». Il risultato, oggi, è un equilibrio demografico fragile, aggravato dal calo delle nascite.

In questo contesto, il turismo viene indicato come una possibile leva, ma non priva di limiti. Le cascate di U Uattanniere rappresentano il principale attrattore, con circa 40 mila accessi annui. Tuttavia, si tratta soprattutto di visitatori giornalieri. «Sono visitatori, non sono turisti che pernottano», precisa il sindaco, individuando qui uno dei nodi principali: la difficoltà di trasformare il passaggio in permanenza.

Negli ultimi anni, qualcosa si è mosso. «La ristorazione va bene, i bed and breakfast funzionano», osserva, segnalando una ripresa di alcune attività economiche. Ma il quadro resta incompleto, e la necessità di un salto di qualità viene riconosciuta apertamente. Da qui l’idea di diversificare l’offerta, restaurando un mulino, sopravvissuto tra i tanti portati via dal vento del tempo e introducendo soluzioni come le “star-box”, piccole strutture in legno pensate per il pernottamento immerso nella natura. «Siamo una delle poche regioni dove passeremo dall’acqua alle stelle», dice, con una formula che sintetizza il tentativo di ampliare l’esperienza turistica oltre la dimensione paesaggistica tradizionale.

Il discorso si sposta inevitabilmente sui giovani e sul lavoro. Qui il sindaco adotta un registro più diretto: «il lavoro ce lo dobbiamo anche creare noi stessi». È una posizione che ridimensiona il ruolo delle grandi imprese (non è che dobbiamo avere per forza la Fiat e basta») e apre alla possibilità di nuove forme di occupazione. Il riferimento esplicito è al lavoro da remoto, considerato uno strumento potenzialmente utile per ripopolare i borghi: «pur rimanendo qui si può lavorare in tutto il mondo». Una visione che richiama dinamiche già in atto altrove, ma che in Basilicata incontra ancora ostacoli legati a infrastrutture e contesto socio-economico.

Non manca un passaggio sulla stagione dei riconoscimenti culturali, a partire dall’esperienza di Matera, passata (Capitale Europea della Cultura) e presente (Capitale Mediterranea del Dialogo). Sperduto ne riconosce l’impatto: «Matera ha fatto tantissimo, è trainante». Ma tutti questi titoli che ci sono in giro, a cui di tanto in tanto anche i piccoli comuni (come il suo) ambiscono (“capitale del libro” etc.), alla fine servono? Gli chiediamo. Qualcosa fanno, risponde. Tuttavia, evita di attribuire a questi titoli un valore risolutivo, soprattutto rispetto al problema dello spopolamento. «Arrestare le emorragie… è un problema anche culturale», sottolinea, riportando la questione su un piano più ampio, che riguarda mentalità e prospettive delle nuove generazioni.

Più articolato il passaggio sul petrolio, tema centrale nel dibattito regionale. A fronte delle critiche sull’utilizzo delle royalties (e sul caro-benzina proprio nel Texas d'Europa), il sindaco propone una lettura meno negativa. «Questi soldi non sono stati buttati», afferma, elencando alcuni ambiti di investimento: università, sanità, occupazione forestale. Utilizzati bene? Il giudizio complessivo resta sintetico, ma chiaro: «più sì che no». Una posizione che riconosce margini di miglioramento -in particolare sull'aumento graduale, nel tempo, delle royalties stesse- ma respinge l’idea di un fallimento complessivo: «Se ci sono quarantacinque forestali solo a San Fele, che grazie a questi fondi continuano ad avere un reddito, è certo qualcosa».

Sul piano politico-amministrativo, emerge anche la vicenda della sua nomina alla presidenza del Parco Regionale Naturale del Vulture, poi annullata dal TAR. I giornali scrissero che lui non aveva i requisiti. Sperduto oggi è consulente di Bardi per le aree interne del Marmo-Melandro, Vulture e Alto Bradano (ma non ha potuto ancora espletare, ci dice, per motivi personali e privati), ma c'è chi ha stigmatizzato anche questo: se non poteva fare il presidente del Parco, non può fare nemmeno il consulente sulle stesse materie. Sperduto ridimensiona la questione, definendo «una baggianata» l’interpretazione secondo cui non avrebbe avuto i titoli. Nella sentenza del TAR non c'è scritto, afferma. Rivendica invece la legittimità della scelta normativa che individuava i sindaci come papabili consiglieri o presidenti del Parco, inserendola in una logica di contenimento dei costi: affidare il ruolo a un sindaco già stipendiato (e non a al solito “trombato” alla cerca del guiderdone) avrebbe evitato ulteriori spese per l’ente. «Il presidente lo può fare chiunque, perché è un atto politico», sostiene, sottolineando come la nomina che lo riguardava fosse coerente con l’impianto normativo. Il suo approccio, su questo come su altri temi, resta tuttavia improntato a una certa distanza dal dibattito pubblico: «non sono abituato a controbattere, tanto meno sui giornali. E' andata così e stop. Mi sono dedicato ad altro».

A definire ulteriormente il profilo del sindaco contribuisce la sua attività quotidiana. «Mi alzo alle quattro, faccio il pane e poi vado al Comune», racconta, senza attribuire alla cosa un valore simbolico particolare, ma come semplice continuità con la propria storia familiare. «Ne sono orgoglioso», aggiunge, in riferimento al lavoro ereditato dal padre, nella piccola frazione di Santa Maria di Pierno, che è un santuario mariano, l'unico della diocesi di Melfi.

In chiusura, l’appello al voto per il concorso televisivo si intreccia con una visione più ampia: «se vince San Fele vince la Basilicata». Alla domanda su una possibile colonna sonora, la risposta cade su “Magica favola”, il brano sanremese della lucana Arisa. Una scelta che è tutto un programma.

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di Walter De Stradis

 

Seduto al “Ristoro di Emanuele”, tra pile di libri (scritti da lui), Ezio Di Carlo è un uomo che rifugge le etichette formali. Al suo quinto mandato (non consecutivo) da sindaco di Balvano (eletto l’ultima volta nel 2021) preferisce in qualche modo la concretezza del camice alla fascia tricolore. «Nasce sicuramente prima il medico, con sacrifici e con tanti anni di studio. Quando mi chiedono se chiamarmi sindaco o dottore, preferisco nettamente dottore». Rimane il fatto che il concittadino ha una doppia scusa per fermalo per strada. «La gente si rivolge a me per qualunque cosa, trasformando inevitabilmente il comune in ambulatorio e l’ambulatorio in casa comunale».

La sua narrazione si snoda tra aneddoti surreali e critiche -anche pungenti-al sistema sanitario moderno. All’epoca del Terremoto del 1980 (lui era un giovane sindaco DC) furono distribuite tende per dare riparo alla popolazione. «Una persona venne al Comune e mi disse: “Dottore, vi chiedo un favore. A quella tenda si è rotto lo zippo, fatemela cambiare”». Fin qui nulla di strano, se non fosse che nella tenda non dormiva la famiglia, ma «dei pulcini e dei polli», mentre lui, il tizio, continuava a starsene a casa propria.

Oggi l’attenzione è rivolta alla tecnologia che invade la pratica medica: il suo WhatsApp è un catalogo di consulti digitali, dove la diagnosi passa per fotografie inviate dalle figlie di pazienti troppo timide per mostrare un presunto “fuoco di Sant’Antonio” nelle parti intime. Tuttavia, dietro questa modernità, Di Carlo scorge un declino preoccupante: «Si sta facendo di tutto perché la gente si rivolga soltanto privatamente ai medici». Denuncia le “attese bibliche” e la fuga dei giovani talenti all’estero, spinti da stipendi inadeguati e da una ricerca scientifica ridotta al lumicino in Italia. Per lui, la soluzione non è nei rimborsi spese ai medici in pensione, ma in una reale valorizzazione del lavoro ambulatoriale. La perdita di fiducia nei confronti del sistema pubblico è, a suo dire, evidente. Carenze di personale, giovani dottori lasciati soli, paesi che restano per lunghi periodi senza medico di base: sono tutte crepe di un sistema che fatica a reggere. «Se un medico deve fare sei ore di ambulatorio per venti visite, deve essere messo in condizione di farle». Anche la questione delle liste d’attesa resta centrale. «Ti dicono: “Tieni la ricetta? Allora la prenotazione è fra un anno”. Ma se la fai in intramoenia, la fai in dieci giorni». Il risultato è evidente: il cittadino finisce per pagare.

Passando dalla medicina alla gestione della “cosa pubblica”, Di Carlo non usa mezzi termini per descrivere quella che definisce la “patologia di Balvano”: l’incapacità di chi detiene il potere temporaneo di comprendere che esso è un servizio e non un’arma. Nonostante i 79 anni dell’epoca, ha scelto di ricandidarsi nel 2021 per spirito di dovere, trovandosi però ad affrontare un clima politico che definisce “infuocato”, segnato da un’opposizione che «punta a distruggere più che a costruire, attraverso continui accessi agli atti volti a paralizzare l’ufficio tecnico proprio nel momento cruciale dei fondi PNRR». Nonostante frizioni anche interne alla maggioranza («dovute ai condizionamenti esterni»), rivendica con fermezza i risultati ottenuti: «Quello che è stato fatto in 4 anni è il doppio di quello che ha fatto in 15 chi ci ha preceduto», spaziando dalle opere pubbliche alle attività culturali.

La storia di Balvano è però indissolubilmente legata a grandi nomi e a grandi tragedie. Di Carlo ricorda con gratitudine il ruolo di Emilio Colombo, che lo aiutò nel portare lo stabilimento Ferrero in paese, una scelta dettata anche dalla commozione della signora Ferrero per i bambini vittime del Sisma. «La storia ci ha dato ragione», osserva, ricordando come lo stabilimento abbia portato lavoro non solo al suo comune, ma anche agli altri. Anzi, c’è un rammarico fresco: l’“infornata”, come la chiama lui, di nuovi dipendenti dalla Campania, che «ha nuociuto ai cittadini di Balvano». I motivi? Saltando a piè pari le cattiverie dell’intervistatore («Non sarà la presenza di un Governatore napo-lucano?»), il sindaco non li conosce. O almeno così dice.

Intanto, difende l’operato della sua amministrazione in ambito cave, sottolineando come l’aumento dei canoni di estrazione sia stato fatto nell’interesse della collettività e non di pochi. Ma il suo sguardo si fa un tantinello malinconico quando parla della sua attività di scrittore e pittore. Sebbene la letteratura sia per lui un “completamento” che mantiene la mente viva, ammette con onestà e rammarico che forse neanche la metà dei suoi concittadini ha letto i suoi libri. «Peccato. Lo scopo era di far conoscere a loro stessi la vita che hanno vissuto e che ho vissuto io insieme con loro», (ricordando le corse notturne col pigiama sotto i pantaloni, per soccorrere qualche paziente in difficoltà). Il colloquio non può che concludersi con il ricordo del 23 novembre 1980, una data incisa nella sua anima e celebrata in una poesia che ha fatto il giro del mondo, dal New York Post alla stampa nazionale. Quella tragedia, pur nel suo orrore, per il sindaco diede a Balvano una “scossa benevola”: «Ci ha stimolato a reagire, alla sopravvivenza e a migliorare tutto ciò che è vita». L’anno successivo al terremoto nacquero infatti 42 bambini, contro gli appena 8 dell’anno scorso, segno di una reazione vitale che oggi sembra affievolirsi a causa dello spopolamento.

Alla fine, oltre i mandati e le opere pubbliche, Ezio Di Carlo desidera una sola cosa: essere ricordato semplicemente «come medico che ha dedicato la propria vita al paese suo, pur avendo avuto tantissime occasioni di fare l’aiuto, di fare il primario come urologo, addirittura di essere dirigente in un centro dialisi fuori Balvano».

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