- Scritto da Redazione
- Sabato, 10 Ottobre 2026 08:02

A pochi passi dal Centro di Potenza, in uno spazio inaugurato soltanto nel 2023 dal costo di 5,6 milioni di euro, ci si trova davanti a vestiti abbandonati, rifiuti, macchie sul pavimento, odori sgradevoli e muri ricoperti di graffiti.
Il cosiddetto “Terzo Comodo”,già in passato oggetto di discussione pubblica a pochi giorni dall’inaugurazione, si riconferma un sito particolarmente problematico.
La domanda, allora, viene quasi spontanea: come può uno spazio relativamente nuovo assumere così rapidamente l'aspetto di un luogo abbandonato?
E soprattutto: perché non siamo capaci di prenderci cura degli spazi che utilizziamo ogni giorno?
Il problema non è soltanto estetico. Quando un luogo pubblico viene trascurato, cambia anche il modo in cui viene vissuto. Soprattutto nelle ore serali, un passaggio isolato, sporco e poco frequentato può trasmettere una sensazione di insicurezza, indipendentemente dal fatto che in quel luogo si siano verificati o meno episodi spiacevoli.
È un meccanismo difficile da interrompere: un luogo trascurato tende a essere percepito come un luogo di nessuno.
E quando qualcosa sembra non appartenere a nessuno, diventa più facile smettere di sentirsi responsabili.
Ci sentiamo liberi di abbandonare un rifiuto nelle strade e nei luoghi che frequentiamo ogni giorno perché siamo convinti che quello spazio non ci appartenga, che possiamo sporcarlo perché qualcun altro penserà a sistemarlo.
Ma quel qualcuno siamo tutti, direttamente o indirettamente.
È l'operatore che dovrà pulire. È l'amministrazione che dovrà intervenire. Sono le risorse pubbliche che serviranno per farlo. E, soprattutto, sono gli altri cittadini che dovranno attraversare quello stesso luogo.
Il problema reale è la normalizzazione di questo modo di fare.
Se vediamo dieci mozziconi a terra, l'undicesimo sembra quasi non avere più importanza. E se quei rifiuti fossero di chi vive ai margini?
Davanti a vestiti abbandonati, sacchetti e altri oggetti lasciati sulle scale, qualcuno potrebbe pensare immediatamente a persone senza dimora, migranti, persone che vivono in condizioni di marginalità o, più genericamente, a soggetti che utilizzano questi spazi come rifugio.
È una possibilità.
Ma anche ammettendo che alcuni di quei rifiuti siano stati lasciati da persone che vivono situazioni di disagio, questo non cancella il problema e non lo rende più accettabile.
Anzi, dovrebbe farci porre una domanda ulteriore: cosa sta facendo una città davanti a chi vive ai suoi margini?
Dall'altra parte, però, sarebbe altrettanto facile e altrettanto sbagliato scaricare tutto sui cittadini.
Perché un'amministrazione non può limitarsi a inaugurare un'opera.
Un'opera pubblica non termina il giorno del taglio del nastro. Pulizia, manutenzione, illuminazione, controllo, riparazione dei danneggiamenti e progettazione degli spazi fanno parte della vita dell'opera.
Non basta quindi chiedere ai cittadini di comportarsi bene .Bisogna anche fare in modo che comportarsi bene sia la conseguenza del senso di appartenenza al proprio territorio. Perché il valore di un'opera pubblica non è soltanto quello economico.
E questo porta a una domanda ancora più scomoda: in una città nella quale alcuni spazi vengono sistematicamente danneggiati, quanto è ancora possibile progettare liberamente? Per evitare che una panchina venga distrutta, dovremmo eliminarla?
Per impedire che qualcuno utilizzi una nicchia come rifugio o lasci rifiuti, dovremo progettare spazi completamente aperti e privi di angoli?
Forse la vera sfida non è costruire spazi impossibili da vandalizzare.
È costruire spazi che abbiano abbastanza valore sociale da essere difesi da chi li utilizza. Naturalmente non basta chiedere al singolo cittadino di raccogliere ciò che trova per terra. Non possiamo trasformare il cittadino nell'operatore ecologico della città. Ma dobbiamo pretendere che non aggiunga un altro rifiuto.
Dobbiamo pretendere che segnali un problema invece di considerarlo inevitabile.
E dobbiamo contemporaneamente pretendere che l’amministrazione risponda alle segnalazioni, mantenga gli spazi, intervenga rapidamente e progetti pensando non soltanto al giorno dell'inaugurazione, ma anche a quello successivo.
È doveroso però attribuire il problema a tutta la collettività,non ad una singola categoria o ad un singolo individuo.
Il degrado è spesso il risultato finale di più responsabilità che si incontrano nello stesso luogo. Una città diventa invivibile quando smettiamo di considerarla nostra.
Noà Cappiello
- Scritto da Redazione
- Sabato, 10 Ottobre 2026 07:55

di Walter De Stradis
| «P |
oche chiacchiere: dati di fatto». Luigi Modrone, amministratore unico di SEL, Società Energetica Lucana, pur molto spigliato e comunicativo, non ama le interviste, ci dice. Ma a fine pranzo, ammette che l'esperienza è stata «una terapia psicologica».
d - Come giustifica la sua esistenza?
r - Intanto, avevo una ventina o trentina di cose che volevo fare nella vita. Una di queste era essere intervistato da Controsenso. Ero invidioso di tutti i miei colleghi, più o meno famosi, alcuni molto più famosi di me. Volevo essere intervistato da Walter.
d - Speriamo che il senso della sua vita sia anche altro.
r - Il senso della mia vita è «Memento audere semper»: ho sempre osato. Ho cercato di fare cose e, mi creda, ho sempre cercato di fare del bene a chi mi circonda e anche a chi non mi conosce. Nella mia attività politica ho cercato sempre di fare del bene, senza mai pensare a me stesso. Mai!
d - Visto che ha tirato fuori la politica: quando fu nominato alla SEL, la Lega esultò. Quanto ha influito la politica sulla sua nomina?
r - Io ho fondato Noi con Salvini in Basilicata, cercando di creare una nuova classe dirigente. E credo che ci siamo riusciti. Non parlo di me: penso, per esempio, che abbiamo il miglior assessore del Centro-Sud degli ultimi trentacinque-quarant'anni, Pasquale Pepe. È un fatto riconosciuto.
d - Il nuovo Colombo, quasi?
r - Il nuovo Colombo, esatto. Sta facendo tanto per la Basilicata, come Emilio Colombo ha fatto tanto per questa regione. Per me è già un grande successo: abbiamo l'uomo giusto al posto giusto. E abbiamo amministratori come Francesco Fanelli, Tataranno a Matera, sindaci a Montescaglioso, Oppido, Cancellara... Siamo pieni di sindaci. Questo ho cercato di fare: rinnovare la classe dirigente lucana con giovani che, quando fondai Noi con Salvini, avevano trentasette, quarant’anni. Il centrosinistra ha invece saltato quella generazione, per tanti motivi: i grandi e i vecchi non mollavano. Noi, nel centrodestra, abbiamo cercato di creare una nuova classe dirigente. Poi sarà il popolo a decidere. La democrazia è sovrana. Due anni fa ci ha premiato di nuovo in Regione, mentre non lo ha fatto al Comune di Potenza. Vedremo.
d - Torniamo alla sua nomina. La Lega c’entra o no?
r - Alcune nomine sono “intuitu personae”, nomine della Presidenza. Probabilmente ero nel circuito delle nomine possibili, ma il mio nome non nasce ieri, né sette anni fa con la SEL. Io sono un imprenditore: ho fatto impresa e vengo dal privato, non dal pubblico. Ho gestito un’azienda riconosciuta da tutti come un’azienda perbene, fatta da persone perbene: la Infissi Modrone. Non abbiamo debiti con nessuno, se non con le banche...
d - Con le banche e con il Padreterno. (risate)
r - Con le banche e con il Padreterno. Come tutti. Ho gestito un’azienda privata e credo che questo sia stato un elemento a mio vantaggio. Poi, per la mia nomina, sono stato anche portato in giudizio. TAR, Consiglio di Stato e Cassazione hanno detto che avevo il curriculum e il “pedigree” giusto e che era tutto in regola. Mi hanno passato al pettine fine e ho avuto ragione.
d - Veniamo all'attualità politica. Futuro Nazionale è diventato una sorta di incubo per la Lega e non solo?
r - È un incubo, ma probabilmente passeggero. Qualcuno dei dirigenti leghisti parla di "fruscio di scopa nuova". Indubbiamente quelle idee non ci appartengono, non appartengono al centrodestra. Oggi, guardando i sondaggi, la coalizione di centrodestra senza Futuro Nazionale è equivalente a quella di centrosinistra. Poi in campagna elettorale vedremo e non sarò certo io a decidere. Alcuni argomenti, però, sono troppo facili da sostenere quando si è all'opposizione. Poi, quando devi confrontarti con il governo, voglio vedere quanto è facile parlare di "remigrazione". Sono bravi tutti all'opposizione. Loro fanno i loro giochi, ma giocano molto pesante.
d - Spieghiamo allora ai lettori, con parole semplici, cos'è SEL.
r - La Società Energetica Lucana è una piccola struttura: undici dipendenti, non cinquanta o sessanta. Non è un carrozzone. C'è un solo dirigente, che è il direttore generale. E soprattutto va rimarcato un dato: chiudiamo sempre in attivo, con 250-300 mila euro di utile. Non graviamo sulla collettività, ci autofinanziamo con gli impianti che abbiamo. Viviamo di nostro. Mettiamo in campo dei soldi, avendo però anzi difficoltà burocratiche, nonostante siamo una società in house pubblica e quindi, teoricamente, dovremmo avere anche corsie preferenziali.
d - E cosa fa concretamente SEL?
r - Tre cose principali. La prima: siamo stazione aggregante per l'acquisto di energia e gas. In sostanza, siamo l'acquirente unico in Basilicata. I Comuni che non acquistano attraverso di noi rischiano di pagare di più e quindi danni erariali, perché noi facciamo acquisti aggregati e gare da cinquanta, settanta, ottanta milioni di euro. È ovvio che possiamo spuntare un prezzo migliore rispetto a un Comune di settemila abitanti che acquista da solo. Quest’anno abbiamo ottenuto un ottimo prezzo e stiamo chiudendo le convenzioni con i Comuni. Anche gli enti pubblici, come l’Ospedale, che per statuto devono stare con SEL, avranno un beneficio rispetto all'anno scorso: non un aumento, ma una piccola diminuzione. È un piccolo risparmio per la comunità lucana ottenuto facendo le gare con criteri e scrupolo.
d - Le altre due cose?
r - La seconda è aiutare i Comuni nell'efficientamento energetico. SEL gestisce undici impianti fotovoltaici e un impianto idroelettrico a Satriano, realizzati con risorse della società e attraverso una convenzione con la Regione. Il meccanismo è semplice: attraverso le royalty e la vendita dell'energia si crea un ritorno economico. Noi recuperiamo le spese sostenute e realizziamo un piccolo utile; il Comune, invece, deve utilizzare quelle risorse per interventi di efficientamento. A Tito, per esempio, con quei soldi è stata realizzata una scuola pubblica a Tito Scalo ad alto efficientamento energetico, quindi a basse emissioni e con un grande risparmio.
d - Un circolo virtuoso.
r - Esatto. Poche chiacchiere: dati di fatto.
d - E la terza?
r - Le Comunità energetiche. Per anni abbiamo aspettato i decreti applicativi che tardavano ad arrivare. Ora gli ostacoli si stanno togliendo e SEL è il front office, l'unica società in house della Basilicata che si propone come riferimento regionale per le comunità energetiche. Perché conviene farle con SEL? Perché siamo una società pubblica che non deve fare profitti, ma soltanto autofinanziarsi. Ci interfacciamo con i Comuni e cerchiamo di evitare che si affidino al primo che promette la soluzione di tutti i mali e poi, dopo qualche mese, arrivano i problemi. Nel mondo dell'energia capitano anche i cosiddetti "faccendieri". SEL deve essere una barriera, più che di legalità, di trasparenza.
d - La Basilicata produce molta più energia di quanta ne consumi. Come possiamo fare perché questo surplus produca un vantaggio maggiore per i lucani?
r - Alle tre cose di prima ne aggiungo una quarta. Due-tre anni fa SEL ha gestito per la Regione un bando straordinario destinato a chi non aveva il bonus gas, cioè alle famiglie che non avevano l'allaccio. Abbiamo finanziato tre kilowatt di fotovoltaico o mini-eolico, con contributi dai cinquemila ai diecimila euro, anche per i condomini. È stata una ricaduta concreta per i cittadini. Perché la vera transizione energetica dobbiamo pensarla in prospettiva. Abbiamo petrolio e gas, ma fra venti, venticinque o trent'anni, secondo diversi studiosi, queste risorse tenderanno a esaurirsi. Dobbiamo evitare che la Basilicata diventi una valle deserta. La transizione la stiamo facendo con il fotovoltaico sui Comuni, abbattendo le bollette e consentendo anche di costruire scuole più efficienti; con l'idroelettrico, attraverso interventi importanti a Satriano, dove ne faremo anche uno più grande a valle, e con un intervento a Sarconi.
d - Avete undici parchi fotovoltaici e nuovi investimenti. Quanto producono?
r - Abbiamo due megawatt di potenza installata e produciamo circa 2,5 gigawattora. È una produzione importante. E adesso stiamo lavorando anche su Potenza, ove efficienteremo le scale mobili più lunghe d'Europa.
d - A cui manca un pezzo, la scala mobile Prima. Non è la parte interessata dal vostro progetto, però è diventata quasi oggetto di una guerra politica tra Comune e Regione. Chi paga il prezzo della chiusura è il cittadino.
r - Io so che i soldi ci sono e che la Regione cercherà di dare le risorse necessarie per riaprire la scala mobile. Una guerra politica tra sinistra e destra? Non direi. Io ne sono un esempio. Sono stato nominato da un governo di centrodestra e ora proprio SEL farà un intervento di oltre tre milioni di euro. Efficienteremo il tratto che parte da Santa Lucia, realizzeremo parcheggi fotovoltaici come quelli dell'ospedale San Carlo, che sono sempre SEL, e interverremo anche sulla scala mobile e sulla copertura, cercando di eliminare le infiltrazioni. Cercheremo inoltre di evitare la "cannibalizzazione" delle rampe: ci sono impianti fermi perché i pezzi di ricambio costano troppo e vengono utilizzati per riparare altri tratti.
d - Quando potremmo vedere la prima pietra?
r - Ci auguriamo all'inizio del 2027. Oggi abbiamo un incontro importante con il Comune di Potenza. L'intervento sarà di circa tre milioni di euro e dovrà produrre un beneficio per il Comune e, naturalmente, anche per SEL.
d - Parliamo di rinnovabili. La sfida è produrre energia senza trasformare la Basilicata in un puntaspilli.
r - Su questo avete ragione. Vediamo fotovoltaici ed eolico verso Avigliano, sul Monte Carmine... A me sembrano i mulini a vento di Don Chisciotte. Quelli sono interventi privati realizzati senza criterio, anche perché la legge lo permettava, in passato mancava una pianificazione che consentisse di stabilire dove e come intervenire. Una società pubblica come SEL certe cose non le farà mai. A Calvello, per esempio, realizzeremo un intervento di efficientamento e fotovoltaico in un luogo dove si può fare senza togliere nulla all'agricoltura e senza compromettere quello sviluppo conservativo del territorio che l'uomo ha costruito nei secoli. Una società pubblica deve essere scrupolosa. E deve dimostrare che si possono fare le cose perbene. SEL è una delle società in house più in salute: non è un carrozzone, non grava sulla collettività e ora potrà anche aprire una fase assunzionale per cinque persone. Perché possiamo pagarle. Purtroppo l'APEA, la struttura "sorellina" della SEL della Provincia di Potenza, è stata chiusa. Ecco, i carrozzoni vanno evitati. Questa dovrebbe essere la differenza rispetto alle vecchie amministrazioni: fare le cose perbene, non gravare sulle tasse dei cittadini e, possibilmente, alleggerirne i costi. Questo lo dicono i bilanci della Società.
d - Chiudiamo con un autoritratto in tre opere: il libro, il film e la canzone che la rappresentano.
r - La canzone è "Il mantio canto libero" di Lucio Battisti. Il libro "Il codice dell'anima" di James Hillman. Il film "Fight Club", con Brad Pitt, perchè tratta di una sfida con se stessi.
d - Tra cinque anni la ritroveremo ancora amministratore unico, oppure consigliere regionale, assessore...?
r - Non mi piace presentarmi in prima persona.
d - È più un politico da officina?
r - Sì. Mi piace fare le campagne elettorali. Sono un politico di officina. Questo ho imparato a fare: organizzare per gli altri, organizzare i partiti. Ho una certa timidezza nel manifestare me stesso, ma nell'organizzare per gli altri sono una macchina da guerra, di "occhettiana" memoria.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 03 Ottobre 2026 08:15
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di Walter De Stradis
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smettila di darmi del lei, non sei mica così tanto più giovane di me!». mi dice, sorridendo, a un certo punto. Vincenzo Taddei ha sessantotto anni e un curriculum politico, lungo come un braccio, che ha coltivato sin da quando fu sindaco ventiduenne nella sua Castelmezzano (Pz). Dal recente congresso di Forza Italia, il già deputato e senatore azzurro è uscito vice-segretario regionale.
d - Come giustifica la sua esistenza?
r - Per chi crede, come me, la risposta è abbastanza chiara: c’è Uno che ha deciso per noi. C’è un disegno che a volte si esplica, altre volte bisogna intuirlo e altre ancora semplicemente accade. Siamo qui per un disegno divino, per svolgere, tra virgolette, un compito, fare un’esperienza e dare un contributo insieme agli altri.
d - E quando ha capito che avrebbe fatto politica?
r - Dico subito una cosa: a differenza di quanto si possa pensare, la politica non è una professione. È una passione che ti prende e che, come tutte le passioni, difficilmente riesci ad abbandonare. Da ragazzo frequentavo il liceo scientifico a Potenza, eravamo nella fase post-’68 e c’era molto fermento. Venivo dall’Azione Cattolica e per me fu quasi naturale aderire al movimento giovanile della Democrazia Cristiana. Da lì è partito un percorso. Quando inizi a fare politica non pensi alle responsabilità istituzionali o di partito che potrai avere domani. Io dico sempre che ognuno di noi ha tre età: quella anagrafica, quella biologica e quella spirituale.
d - Un’età politica no?
r - Mi spiego. L’età anagrafica è quella che sta scritta all’anagrafe e non puoi modificarla. Quella biologica dipende dalle condizioni fisiche di ciascuno. Poi c’è l’età spirituale e, da questo punto di vista, mi considero un privilegiato: ho ancora la stessa voglia e la stessa passione di allora. In politica ho avuto tanti ruoli, ma anche quando non ne ho avuti ho sempre fatto politica. Penso al medico: finché ci sono persone che vanno nel suo studio a chiedere una consulenza, continua a svolgere la sua professione. In politica è la stessa cosa: finché una comunità ti riconosce credibilità e consenso, puoi continuare a dare il tuo contributo.
d - Lei dunque, quando non aveva incarichi istituzionali, lavorava....
r -...ho lavorato per dieci anni alla Cassa del Mezzogiorno. Quando fu sciolta, nel 1995, i dipendenti furono assegnati a diversi ministeri. Io scelsi il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, perché aveva una sede in Basilicata, il Provveditorato regionale delle opere pubbliche.
d - Veniamo all’esito de congresso di Forza Italia. Non è mancata qualche voce secondo cui sarebbe stata necessaria una guida più giovane.
r - Ma guardi, non c’è dubbio. Tant’è che nella nuova segreteria abbiamo previsto una presenza significativa dei giovani. Abbiamo un bel movimento giovanile, con ragazzi e ragazze che stanno maturando e crescendo e che dovranno, in prospettiva, prendere in mano il partito. In questa fase si è ritenuto opportuno mettere insieme una figura istituzionale, quella del presidente Bardi, e una figura di esperienza politica come la mia, anche per i ruoli parlamentari e istituzionali che ho ricoperto. Dobbiamo gestire una fase di transizione, poi vedremo. Io sono convinto che prima o poi dovremo dare piena possibilità ai nostri giovani. Ma le generazioni non vanno recise: una forza politica popolare, democratica e rappresentativa delle proprie comunità deve avere al suo interno giovani, adulti, meno giovani e anziani.
d - Rottamare non è buono, insomma.
r - No, non ha senso. Ognuno deve dare il proprio contributo. La società è diversificata e una forza politica che voglia essere davvero rappresentativa deve avere al suo interno le diverse generazioni e tutti i generi.
d - L’altra polemica riguarda Bardi segretario regionale: c’è chi legge questa scelta come una rampa di lancio verso le Politiche.
r - Il presidente Bardi è stato molto chiaro. Ha detto pubblicamente: “Sono stato eletto dai lucani per fare il presidente della Giunta regionale e rimarrò a fare il presidente della Giunta regionale”. Io stesso ho fatto un comunicato su questo.
vMa lei sa che le parole sono una cosa e i fatti un’altra.
r - Ad oggi è così, non c’è nessuna richiesta da parte sua, né di altri, perché assuma un ruolo parlamentare. Questo comporterebbe lo scioglimento anticipato del Consiglio regionale. Non vedo questa eventualità e non penso che ci sarà in futuro, anche perché Bardi è una persona seria e responsabile. Avendo dichiarato pubblicamente questa volontà, la manterrà.
d - Curiosamente, mesi prima del congresso si parlava di un passo indietro di Elisabetta Casellati. All’epoca avevate tutti smentito. Poi, però, in pratica è successo.
r - Sì, in quelle dichiarazioni concordammo tutti. Vede, avevamo riconosciuto all’unanimità l’ottimo lavoro svolto dalla Casellati in Basilicata. È una delle figure più importanti del panorama di Forza Italia: è stata la prima donna presidente del Senato, candidata alla Presidenza della Repubblica, componente del CSM e, nell’ultimo governo Berlusconi, era stata indicata come ministra della Giustizia. Per noi è stato un onore averla come candidata nel 2022. In questi quattro anni ha lavorato insieme a noi e abbiamo ottenuto risultati significativi. Il problema era però anche logistico: tra Padova e Potenza ci sono mille chilometri. Il segretario regionale deve avere una presenza puntuale sul territorio. Per questo abbiamo lasciato a lei la decisione se rimanere o meno.
d - Lei parla di un ottimo lavoro, ma sicuramente si riferisce alle cose di partito; ma cosa ha fatto concretamente Casellati per la Basilicata? I lucani l’hanno vista due/tre volte.
r - Essendo una persona che non viene dal territorio, ha dovuto prima conoscerlo. Le questioni che le abbiamo sottoposto, sia particolari sia generali, sono state affrontate nel ruolo che ricopriva. È una persona abituata a occuparsi dei massimi sistemi: prima presidente del Senato, poi ministra delle Riforme istituzionali. Ha lavorato molto per il Paese e anche la legge elettorale che sarà approvata nei prossimi giorni l’ha vista protagonista per conto del governo. In questo lavoro gli interessi della Basilicata sono stati naturalmente compresi. Dal punto di vista del partito, inoltre, la sua credibilità è stata importante per attrarre candidature di rilievo e acquisire consensi alle ultime elezioni amministrative.
d - Passiamo al petrolio, tema che interessa molto da vicino i lucani. Il decreto del governo prevede anche un commissario nel caso in cui le procedure di estrazione rallentino. C’è chi teme un aumento delle estrazioni. Bardi sostiene invece che il tetto esiste già e non è mai stato raggiunto.
r - Partiamo da un punto: non c’è nessun aumento del tetto previsto dagli accordi del 1998, guarda caso sottoscritti da un governo di centrosinistra a livello nazionale e da un governo di centrosinistra in Basilicata. C’erano D’Alema presidente del Consiglio e il presidente della Regione Di Nardo. Noi, dall’opposizione, concordammo che fosse un buon accordo. Quel tetto rimane. Negli ultimi anni, per una serie di problematiche, le estrazioni sono diminuite. Tutto può accadere, ma quel limite non deve essere superato. Quanto alla salute e all’ambiente, la priorità deve essere assoluta. C’è anche il progetto LucaS, che va nella direzione di un monitoraggio continuo e permanente degli impianti e delle estrazioni petrolifere. Si può fare tutto, ma ambiente e salute dei cittadini vengono prima.
d - Se dovesse fare un bilancio di ciò che il petrolio ha dato alla Basilicata e di ciò che eventualmente ha tolto, quale sarebbe?
r - Dal 2013 in poi abbiamo avuto nel Paese una serie di governi instabili e questo non ha favorito ragionamenti di lungo periodo. Ma vorrei ricordare che quando eravamo al governo aumentammo le royalties dal 7 al 10 per cento. Era previsto che quel 3 per cento andasse direttamente ai lucani attraverso il cosiddetto bonus carburante. Successivamente il centrosinistra, in particolare l’allora capogruppo del Pd in Parlamento Roberto Speranza, modificò la normativa, destinando quel 3 per cento alla Regione Basilicata. Molte iniziative e molti bandi per incentivare le attività produttive sono stati finanziati proprio con quelle risorse. Nel frattempo, però, l’estrazione di petrolio è diminuita. E c’è un’altra questione: l’articolo 16 del decreto liberalizzazioni del 2012 prevedeva un fondo alimentato dal gettito fiscale delle aziende che effettuano le estrazioni in Basilicata. Ogni anno queste aziende, Eni in particolare, producono un gettito significativo per lo Stato. Noi avevamo previsto di utilizzare quel fondo per finanziare quanto stabilito dal Memorandum. L’articolo 16, però, è rimasto inattuato. Io credo che oggi ci siano le condizioni per attuarlo e istituire finalmente quel fondo, attraverso un confronto aggiornato tra Regione e governo nazionale. Perché l’idea era quella lì: un 7% per le attività sul territorio e un 3% era per il bonus carburante. Il Memorandum (voglio ricordare che uno degli artefici era il sottosegretario Viceconte) prevedeva grandi investimenti. Nel 2011 il governo Berlusconi diede una prima tranche di 600 milioni per opere infrastrutturali in Basilicata: il completamento della Tito-Brienza, con 120 milioni, l’ammodernamento della Potenza-Bari e quello della ferrovia Potenza-Melfi. L’articolo 16 dovrebbe consentire di alimentare ulteriormente questo meccanismo.
d - All’epoca la carta benzina venne definita dal centrosinistra un “contentino”. Oggi c’è il bonus gas. Siamo andati avanti o siamo tornati indietro?
r - Il bonus gas è un fatto estremamente positivo. Siamo in una fase di emergenza energetica determinata dalle note questioni geopolitiche internazionali e i lucani hanno avuto la possibilità di beneficiare di questa misura. L’aumento del costo dell’energia ne ha attenuato gli effetti, ma il bonus ha comunque contribuito a ridurre l’impatto negativo sulle famiglie.
d - Ci sono state, però, anche questioncelle antipatiche, come i conguagli.
r - Eh sì, dal punto di vista organizzativo ci sono state difficoltà, ma tutte le cose sono emendabili. Tant’è che si è lavorato e si sta lavorando. E vorrei ricordare che accanto al bonus gas col governo Bardi abbiamo introdotto un’altra iniziativa importante: gli incentivi per realizzare impianti fotovoltaici nelle case lucane. Il fotovoltaico consente di abbattere significativamente sia la bolletta elettrica sia quella del gas. Sono stati inoltre implementati altri strumenti per rendere accessibile questa misura. Su questo versante credo che stiamo facendo cose positive per difendere famiglie e imprese.
d - Con Bardi c’è piena condivisione? C’è stato un periodo in cui lei veniva definito addirittura “l’anti-Bardi”.
r - (Sorride) No, no. Diciamo che proveniamo da due storie diverse. Bardi ha una storia professionale di altissimo profilo e viene da un altro mondo. Io, invece, sin da ragazzo ho fatto politica: sono stato amministratore pubblico, funzionario pubblico e sindaco del mio paese, Castelmezzano. Ho sempre fatto attività politica e, per alcuni versi, ho una sensibilità diversa dalla sua.Ma quando il partito nazionale ha deciso di mettere insieme queste due esperienze, credo abbia fatto una scelta estremamente positiva. Sono convinto che insieme ci contamineremo in senso positivo e faremo cose positive per la Basilicata e per Forza Italia.
d - Un libro che la rappresenta?
r - Sono un appassionato di romanzi storici. Ho letto e riletto una bellissima serie di libri di Max Gallo su Napoleone.
d - Un film?
r - Mi piace moltissimo l’ambiente dell’America degli anni Trenta. Direi “C’era una volta in America” e “Cotton Club”. Sono film che ho visto più volte, perché ogni volta scopri particolari che prima non avevi notato.
d - E la canzone?
r - Non sono particolarmente appassionato di musica, ma sono molto legato a Lucio Battisti, Baglioni e Venditti. Recentemente sono stato a Matera per un concerto di Venditti. Diciamo che questa è la musica italiana che sento più vicina.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 26 Settembre 2026 08:07

Ci sono lucani che, quando arriva il momento di scegliere, scelgono di andare via.
E poi ci sono lucani che guardano esattamente nella direzione opposta.
La storia di NUAP Nutrition è la storia di quattro persone che hanno fatto questa scelta consapevolmente.
Francesco e Giovanni Telesca, insieme a Valentina Esposito e Donatella Galasso, hanno costruito un'azienda che oggi produce integratori e prodotti per la nutrizione in uno stabilimento a Tito.
Prima ancora di essere soci sono quattro persone con percorsi differenti e caratteri diversi. Insieme nel tempo hanno sviluppato competenze di ogni genere che hanno utilizzato per far crescere il loro progetto.
Un progetto che non è solo il progetto di un’azienda, è un progetto di vita,con obiettivi ben più nobili della produzione e del guadagno.
Hanno studiato in Basilicata, presso la nostra università e hanno scelto di creare qualcosa che all'inizio dei loro percorsi non avevano nemmeno immaginato.
Francesco è sorridente anche quando racconta di sacrifici, problemi e difficoltà. È la testimonianza di quella leggerezza e quella tenacia che probabilmente gli hanno permesso di non farsi scoraggiare. Giovanni ha un atteggiamento diverso: quasi paterno. È quello che sembra maggiormente sentire il peso delle decisioni, delle responsabilità, delle conseguenze. Valentina ha modi gentili, quasi discreti, ma dietro quella gentilezza c'è una competenza che è parte fondamentale dell'azienda. Ha studiato Geologia e oggi si occupa, tra le altre cose, delle formulazioni, delle etichette e di moltissimi aspetti tecnici e organizzativi.
Hanno profili e personalità diverse che convivono bene e gli permettono di non fossilizzarsi.
Sono persone che non si scoraggiano,anche quando sono costretti a portare il lavoro dentro casa,anche quando non hanno ferie o vacanze. Vivono per il loro progetto.
La loro storia comincia nel 2016, in un piccolo laboratorio ricavato nel garage di casa.
La domanda iniziale è apparentemente semplice: perché un prodotto destinato a migliorare l'alimentazione e la performance deve necessariamente arrivare da fuori?
E soprattutto: cosa c'è davvero dentro quello che compriamo?
Francesco e Giovanni che sono appassionati di salute e benessere e conoscevano già il mondo dell'integrazione si sono infatti chiesti da dove provenissero le materie prime dei prodotti che assumevano e quanto fossero realmente controllati.
Dopo 10 anni di ricerche e tentativi, nel 2020 nasce Grinlux S.r.l., startup innovativa che integra ricerca, sviluppo e produzione nel settore nutraceutico.
Nel 2021 ottengono il primo brevetto. Nel 2022 si trasferiscono in una sede più grande, progettata per ospitare un impianto produttivo.
È così che un progetto nato con poche risorse e investimenti personali arriva a uno stabilimento produttivo a Tito, dove oggi l'azienda segue internamente le diverse fasi del processo. È la stessa NUAP a descrivere il proprio percorso come una crescita costruita attraverso ricerca, sperimentazione, fallimenti e miglioramento continuo.
Uno dei risultati più importanti di questo percorso è il brevetto legato all'estrazione e alla purificazione delle proteine del siero del latte attraverso il cosiddetto NEM, Natural Extractive Method.
Un processo sviluppato a basse temperature che rappresenta uno dei risultati della ricerca portata avanti dall'azienda,che diventa la base dei loro prodotti.
Nel percorso di NUAP sono state sviluppate diverse formulazioni e soluzioni pensate per modificare il modo tradizionale di assumere prodotti proteici,come ad esempio le compresse proteiche,un prodotto totalmente nuovo e non presente sul mercato.
Dietro ogni sperimentazione o processo burocratico c'è soprattutto la necessità di imparare a fare praticamente tutto.
Nuap si allontana cosi dall'immagine dell'imprenditore raccontato attraverso slogan,numeri e fotografie.
<<Più abbiamo imparato, più abbiamo capito quanto ci fosse ancora da imparare>>.
Ciò che però ci fa comprendere la forza e la resilienza di questa azienda è un particolare importante:quando il progetto comincia a prendere forma, dal Veneto arriva una proposta che avrebbe potuto cambiare rapidamente il destino dell'azienda. «Ci hanno proposto di trasferirci lì, in Veneto, a Padova, nella zona industriale, ci misero a disposizione struttura, macchinari. C'erano banche che ci finanziavano tranquillamente sulla base dell'idea» racconta Giovanni. «Abbiamo voluto rimanere in Basilicata, creare qualcosa qui e cercare di sviluppare il nostro territorio».
C'è una frase che forse racconta meglio di molte altre il modo in cui guardano a quello che stanno facendo.
«La nostra ambizione non è quella del mero guadagno, del mero business, del mero arricchimento personale, ma è proprio per far crescere il territorio».
È una frase che va guardata alla luce di quello che hanno fatto.
Perché esiste un certo modo di fare impresa nel quale il successo diventa rapidamente una forma di distanza.
«Noi abbiamo fatto praticamente tutto».«Abbiamo fatto tante cose da soli perché se avessimo dovuto chiedere agli altri non ce l'avremmo fatta a livello economico».
Quello dell'integrazione è infatti un settore affollato e molto in voga negli ultimi anni. Ci sono grandi aziende, marchi internazionali, prodotti conosciuti e una concorrenza che non lascia molto spazio all'improvvisazione.
NUAP ha scelto di giocare la propria partita sulla ricerca, sulla formulazione, sulla selezione delle materie prime e sul controllo della produzione. Quello sui cui spesso i lucani puntano,quello che sappiamo fare meglio.
I prodotti sono partiti dalle palestre e dalle farmacie del territorio e oggi vengono distribuiti anche attraverso il canale online.
Rimanere in Basilicata quindi non significa chiudersi, significa costruire qui e farsi conoscere ovunque.
Soprattutto per dimostrare che essere lucani non significa necessariamente essere piccoli, per ribaltare una narrazione che nel nostro territorio conosciamo fin troppo bene:quella secondo cui il talento e le risorse, prima o poi, devono partire.
Restare non è necessariamente meglio che partire, è una scelta forse un po’ di cuore.
Noi che siamo abituati a raccontare chi parte, ogni tanto dovremmo raccontare anche chi resta,in primo luogo chi non resta passivamente e arricchisce la nostra regione.
Noi lucani dovremmo imparare a guardare alla nostra terra e alle nostre eccellenze con uno sguardo di ammirazione,senza cercare necessariamente l’oro altrove.
NOA' CAPPIELLO
- Scritto da Redazione
- Sabato, 26 Settembre 2026 08:04
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di Walter De Stradis
| E’ |
sindaco di Vaglio di Basilicata dal 2023, dopo un quinquennio sui banchi dell’opposizione. Francesco Santopietro, cinquantatré anni, responsabile dell’area amministrativo-contabile della Casa Circondariale di Potenza, è stato eletto con 777 voti. Non si definisce scaramantico, ma ammette che, di tanto in tanto, “si guarda anche questo lato”.
d - Sindaco, partiamo dalla Dea Mefite. Vaglio ha un patrimonio archeologico straordinario: può diventare davvero il motore turistico ed economico del paese, oltre a interessare gli studiosi?
r - Io credo proprio di sì. Il punto è che noi un attrattore ce l’abbiamo già e non dobbiamo inventarcene un altro. Abbiamo il santuario di Rossano dedicato alla Dea Mefite, l’abitato di Serra di Vaglio, il centro storico, il borgo medievale, i sentieri, i tratturi. È un patrimonio che nel tempo tutte le amministrazioni hanno cercato di valorizzare e che appartiene profondamente alla nostra comunità. Adesso vogliamo puntare con decisione su questo. Il progetto “Mefite: Radici Lucane, Futuro Europeo”, che abbiamo candidato alla Regione per circa cinque milioni di euro, non riguarda soltanto Vaglio. L’idea è mettere in rete i santuari legati ai popoli italici presenti in Lucania, con Vaglio al centro. Il santuario di Rossano era un tempio confederale, dove arrivavano le diverse popolazioni lucane. E quello che abbiamo noi è un luogo straordinario: altri santuari dedicati alla Mefite sono ricordati dalle fonti storiche, ma questo è quello che ancora oggi possiamo vedere e leggere fisicamente.
d -Insomma, tutto il vostro progetto di sviluppo sembra ruotare intorno alla Dea.
r - Abbiamo candidato anche una video-installazione immersiva sulla Dea Mefite da realizzare nel museo di Vaglio. Quest’anno abbiamo dedicato alla Mefite una rappresentazione teatrale e abbiamo fatto partire anche un premio letterario, con scadenza il 15 dicembre. Persino il recupero dei tratturi rientra in questa visione: abbiamo ripulito e riqualificato percorsi abbandonati da decenni, che servono alle aziende agricole ma possono diventare anche percorsi per il trekking, il cicloturismo e l’escursionismo lento. Li abbiamo chiamati “Sentieri dell’acqua antica”. È una progettazione complessiva: archeologia, cultura, natura, turismo ed enogastronomia devono stare insieme.
d -Sì, ma tutto questo come può tradursi in occupazione, soprattutto per i giovani?
r - È la sfida vera. I sentieri, per esempio, significano escursioni e quindi guide turistiche. Le aziende agricole e gli agriturismi possono diventare luoghi di accoglienza per chi sceglie questo tipo di turismo. Poi c’è il museo, ci sono gli scavi archeologici da gestire e tutto quello che può nascere attorno a questi luoghi.Abbiamo anche partecipato a un bando regionale per la creazione di una Cooperativa di comunità, insieme al Comune di Campomaggiore, di cui siamo capofila. La cooperativa si è costituita e ha già iniziato a lavorare: alcuni ragazzi di Vaglio sono stati assunti e si sono occupati, tra l’altro, della manutenzione dei tratturi. Prossimamente vorremmo affidarle anche la gestione e l’apertura degli scavi archeologici nel periodo estivo, insieme a eventi, spettacoli, degustazioni e percorsi turistici.
d -Ad agosto c’è stato “Vaglio Terra di cultura e sapori”. Ogni estate torna però la discussione sul turismo delle sagre, dei macro-attrattori e delle “altalene”: c’è chi dice che così la Basilicata rischia di diventare un parco giochi, un grande “eventificio”, dove si mangia, si fa una festa e poi tutto finisce lì.
r - Capisco la critica, ma per esempio, rispetto ai cosiddetti macro-attrattori, come altalene o ponti tibetani, noi abbiamo già il nostro: il nostro patrimonio archeologico. Non abbiamo bisogno di costruire qualcosa di artificiale, abbiamo bisogno di far conoscere quello che abbiamo e di creare intorno ad esso un’economia. “Vaglio Terra di cultura e sapori” può anche essere chiamata sagra, ma io preferisco “percorso”, proprio per la sua peculiarità. Una manifestazione enogastronomica, una passeggiata, un percorso servono a far conoscere un territorio e i suoi prodotti. E, se è vero magari, che non ha prodotto una grande implementazione proprio di prodotti agricoli, è altrettanto vero che negli ultimi anni da noi sono cresciute anche aziende che lavorano stabilmente, producono e propongono prodotti del nostro territorio. Quest’anno abbiamo voluto dare un ulteriore significato alla manifestazione legandola proprio alla Dea Mefite.
d -Facciamo un’ipotesi: domani arriva qualcuno molto famoso, diciamo Jovanotti, e propone di venire a pedalare tra i siti archeologici di Vaglio, ma chiede 30 mila euro. Lei quei soldi glieli darebbe?
r - Ben venga. Sono favorevole a un’operazione del genere. Può sembrare una cifra enorme, ma oggi il turismo viaggia anche attraverso la comunicazione. Se una persona che ha milioni di follower viene a Vaglio e racconta quello che vede, può creare una partecipazione che noi, da soli, facciamo molta più fatica a ottenere. Guardiamo a Castelmezzano e Pietrapertosa: hanno una comunicazione ormai nazionale e internazionale. Naturalmente tutto questo costa, ma nel tempo può diventare un moltiplicatore.
d -Però un turista deve prima riuscire ad arrivarci, a Vaglio. E la ex SS7 Appia, per esempio, non è proprio un bel biglietto da visita.
r - Le infrastrutture sono fondamentali, questo è fuori discussione. Ma penso anche che la Basilicata non debba inseguire necessariamente il turismo mordi e fuggi, quello che ha bisogno di arrivare rapidamente, vedere qualcosa e ripartire. Noi dobbiamo puntare sul turismo lento: persone che vengono qui per fermarsi una settimana, dieci giorni, staccare il cellulare e vivere il territorio.
d -Sì, però almeno la strada deve essere decente.
r - Certamente. E sulla ex SS7 sono anni che segnalo le criticità. Lo facevo già quando ero consigliere, scrivendo alla Regione e alla Provincia.
d -E le dicevano “i soldi scarseggiano”.
r - Sì, ma è pur vero che ci sono delle priorità rispetto a strade messe peggio. Tuttavia, il problema si è progressivamente aggravato. Ho chiesto più volte incontri e interventi, abbiamo rappresentato le esigenze della comunità e nel frattempo si è costituito anche un comitato di cittadini. Adesso, finalmente, qualcosa si muove. La progettazione del ponte è stata completata e abbiamo ricevuto la comunicazione che a breve la Provincia procederà con l’affidamento dei lavori. Anche un altro tratto della SS7 è stato appaltato e la gara è stata conclusa. Naturalmente ci sono i tempi tecnici. La burocrazia, purtroppo, non è dalla nostra parte, non è dalla parte della politica e non è dalla parte dei cittadini. Ci sono le procedure, l’anticorruzione, l’Anac, il mercato elettronico, le pubblicazioni, le manifestazioni di interesse. Sono tutti strumenti che servono a garantire trasparenza, ma hanno tempi che spesso non coincidono con quelli della politica o dei cittadini.
d -Però purtroppo a volte l’avviso di garanzia arriva al sindaco, non alla burocrazia.
r - (ride) Noi sindaci dobbiamo cercare di fare la nostra parte nel rispetto delle regole, ovvero dare l’indirizzo politico, con trasparenza. Per me è fondamentale. Abbiamo implementato anche la pagina WhatsApp del Comune e attraverso i nostri canali pubblichiamo avvisi, notizie e attività dell’amministrazione. Abbiamo ottenuto un risultato importante sull’area industriale: siamo primi in graduatoria in un bando del Dipartimento Infrastrutture e, con il finanziamento, avremo oltre un milione di euro per riqualificarla. È una zona che può diventare una prospettiva concreta di sviluppo, creando condizioni migliori per artigiani, aziende e nuove imprese. Poi c’è la Cooperativa di comunità, che già oggi rappresenta un’occasione di lavoro per alcuni giovani. E bisogna guardare anche alle infrastrutture future, compreso il possibile tunnel di Pazzano, che potrebbe rendere quell’area un punto di interscambio e avere ricadute anche logistiche. Naturalmente serve uno sviluppo complessivo della zona.
d -Veniamo al petrolio. In questi giorni si parla molto della richiesta del Governo di accelerare sulle attività in Basilicata, pena... “il commissario”. Qual è la posizione di Vaglio?
r - È una questione che viene da lontano. In passato sono stati sottoscritti accordi pensando che potessero produrre immediatamente sviluppo, ma non è andata così. Quanto alla posizione del Governo, non la leggo necessariamente in senso negativo: significa che la Regione deve esprimere i propri pareri e fare le proprie attività nei tempi previsti, sia quando sono favorevoli sia quando sono contrari. Il problema è che in passato ci sono stati troppi stalli e momenti di inerzia. Dal canto mio, già quando ero all’opposizione, avevo presentato una mozione per dichiarare “off limits” dalle estrazioni il territorio di Vaglio, che rientra nella zona di coltivazione Serra San Bernardo, insieme ad altri Comuni (c’è Trivigno, Cancellara, Oppido, Acerenza, Tolve, e anche in parte Tricarico). Nel giugno 2025, quando il Ministero ha concesso un nuovo periodo di ricerca all’Eni, abbiamo presentato un’altra mozione, sollecitata da me, inviata al Ministero, alla Regione e agli altri enti. Ora si parla della ripresa delle ricerche nel pozzo Monte Grosso 2, tra Potenza e Brindisi. E sottolineo una cosa: ricerca non significa automaticamente estrazione. Intanto, coi colleghi sindaci stiamo preparando una conferenza stampa per rendere pubbliche le esigenze delle nostre comunità.
d -Ma la sua posizione, in concreto, qual è?
r - Oggi come oggi è ancora no alle estrazioni. Prima di tutto vengono la salute, l’ambiente e la salvaguardia delle nostre comunità. Non siamo più disposti ad accettare cambiali in bianco, cioè promesse vaghe. Vogliamo sapere quali sono le prospettive, quali gli accordi, quali le garanzie per la salute e per il territorio e quale sarebbe il ritorno economico e occupazionale per le comunità.
d -Quindi siete passati dal “no” secco, al “pagare moneta, vedere cammello”?
r - No. Il nostro no, oggi, rimane. Però abbiamo capito che dobbiamo stare al tavolo. Lo abbiamo visto anche con le rinnovabili: spesso il parere dei sindaci non è vincolante. Possiamo dire no a un parco eolico o a un impianto fotovoltaico, ma poi l’impianto può essere realizzato comunque. Per questo vogliamo partecipare alle decisioni e conoscere i dati. Anche quanto viene effettivamente estratto deve essere verificato: non può essere soltanto un’autodichiarazione delle compagnie, deve esserci una certificazione di un ente terzo o della Regione.
d -E se un domani arrivassero garanzie sulla salute, sull’ambiente e posti di lavoro?
r - La comunità dovrà decidere. Noi, Brindisi di Montagna, Trivigno e gli altri territori interessati. Si potrebbe arrivare a una consultazione pubblica, a consigli comunali aperti. Ma oggi la nostra responsabilità è garantire salute, ambiente, sviluppo e lavoro.
d -Ultima domanda. Se potesse prendere Bardi sottobraccio e parlargli in dialetto, cosa gli direbbe?
r - Diamoci una mossa (sorride).
- Scritto da Redazione
- Sabato, 19 Settembre 2026 07:44

Tornare non significa necessariamente ritrovare tutto come lo si era lasciato. A volte significa, al contrario, accorgersi di quanto sia cambiato il modo di vivere in una città.
È l’esperienza di Francesca Biscione, 37 anni, potentina, rientrata in Basilicata dopo molti anni trascorsi fuori regione.
Dopo il liceo scientifico ha studiato Marketing e Comunicazione internazionale. Poi è arrivato il lavoro nel mondo delle grandi aziende Tech, tra Google a Dublino e Salesforce , una vita costruita tra città ed esperienze diverse, da Malaga a Londra.
Con l’arrivo della pandemia da Covid-19 cambia però anche il modo di lavorare. Le aziende tecnologiche comprendono che molte professioni possono essere svolte da remoto e per Francesca si apre la possibilità di tornare a casa in Basilicata senza dover rinunciare al proprio lavoro.
Il problema è che per Francesca lavorare da Potenza non significava automaticamente sentirsi parte della città.
“Ho avuto il trauma di tornare, perché avevo viaggiato tanto e avevo avuto esperienze totalmente diverse”, racconta. “Lavorando da casa non avevo nemmeno colleghi e sentivo la solitudine”.
Per due o tre anni prova a fare i conti con una situazione che, almeno inizialmente, sembrava riguardare soltanto lei. Dopo un po’ arriva una consapevolezza diversa: forse non è l’unica.
Comincia così a cercare altre persone. Lavoratori da remoto, persone rientrate in Basilicata dopo anni fuori, fuorisede che condividono una stessa difficoltà: costruire relazioni che vadano oltre i gruppi e gli hobby già esistenti.
“Potenza la vedevo come una città per bambini e per anziani. La fascia di età tra i 30 e i 50 anni mi sembrava molto chiusa in gruppi, ed era difficile avere rapporti costanti”.
Spaziodromo nasce da qui. Non come contenitore per un unico evento, ma come tentativo di costruire una presenza costante. Appuntamenti che tornano, settimana dopo settimana, creando occasioni semplici per incontrarsi.
“L’idea era creare un bacino di attività ricorrenti nel tempo, con una scadenza settimanale, così che almeno una volta a settimana ci fosse un’occasione per incontrarsi. Conoscendo altre persone le cose vengono da sé”.
Il primo obiettivo è quindi la socialità. Il secondo è non fermarsi alla socialità.
Per Francesca, dopo tanti anni fuori, tornare non può significare semplicemente riprendere le vecchie abitudini. E nemmeno ridurre il tempo libero alla stessa sequenza di locali, cene e uscite del fine settimana.
“Non volevo dare adito all’usanza di quella fascia di potentini che vuole solo andare a mangiare la pizza il sabato sera”, dice.
Da qui la scelta di inserire nella programmazione anche attività culturali. Un terreno più difficile, perché proprio la fascia di età a cui Spaziodromo si rivolge spesso non conosce o non frequenta determinati appuntamenti.
La soluzione è provare a cambiare il modo in cui la cultura viene proposta.
Tra le iniziative c’è un format che associa un genere musicale a una bevanda, creando un contesto più informale per ascoltare e conoscere qualcosa di nuovo. Anche la musica lirica, per esempio, può diventare un’occasione diversa se tolta dall’immagine del teatro e portata attorno a un tavolo.
“Magari la lirica non ti interessa e a teatro non ci vai. Ma se abbini la musica al bere e al mangiare, stando seduti al tavolino, sei più invogliato”.
L’ultimo appuntamento ha raccolto circa cento persone. Un numero che, per un’iniziativa costruita attorno a un genere musicale spesso considerato lontano dal pubblico più giovane, racconta anche la possibilità di intercettare interessi nuovi quando vengono proposti in una forma diversa.
Spaziodromo è partito ad Aprile. Nel consiglio direttivo, insieme a Francesca, ci sono il fratello e una cugina, anche loro rientrati in Basilicata. Accanto a loro, altri dieci ragazzi hanno partecipato alla fondazione dell’associazione. In pochi mesi i soci sono diventati 142.
Le iniziative sono diverse: gite fuori porta, visite nei borghi della Basilicata, mostre, appuntamenti culturali. L’idea è portare le persone fuori dalla routine quotidiana e, soprattutto, far conoscere ciò che esiste anche a pochi chilometri da casa.
“Ci sono tante realtà, ma siamo incastrati in una routine”, spiega Francesca. “Più fai conoscere altre realtà, più le persone diventano curiose e le allontani dalla loro zona di comfort, facendo capire che c’è un mondo molto variegato”.
La questione, però, non riguarda soltanto il tempo libero. Per Spaziodromo c’è anche il tema del lavoro e della permanenza sul territorio.
L’associazione sta cercando spazi di coworking dove i lavoratori da remoto possano lavorare insieme, trasformando una condizione che spesso produce isolamento in un’altra possibilità di incontro. Non soltanto una scrivania condivisa, ma un punto dal quale far partire attività, conoscenze e relazioni.
Perché se una persona può lavorare ovunque, la domanda diventa anche: perché dovrebbe scegliere di restare proprio qui?
È uno degli interrogativi a cui Spaziodromo prova a rispondere. Francesca racconta di un ragazzo di Villa d’Agri che, credendo nel progetto dell’associazione, ha scelto di rimanere in Basilicata invece di trasferirsi a Salerno, come aveva inizialmente pensato.
Non basta un’associazione, naturalmente, a risolvere il problema dello spopolamento. Ma creare una rete può incidere sulle scelte quotidiane: conoscere persone, scoprire luoghi, incontrare professionisti con percorsi diversi e accorgersi che anche in Basilicata esistono possibilità che spesso rimangono fuori dal proprio campo visivo.
“Non possiamo esistere solo a San Gerardo”, sottolinea Francesca. “Bisogna fare attività più divulgative”.
Inoltre c’è un altro aspetto che riguarda chi decide di tornare. Le persone che rientrano portano con sé competenze, esperienze e professionalità maturate altrove. Per una città come Potenza, secondo Francesca, possono rappresentare una risorsa non soltanto culturale e sociale, ma anche economica.
“Bisogna sfruttare per Potenza il vantaggio di avere queste persone che hanno dei profili validi. Sono lavoratori, hanno uno stipendio, fanno girare l’economia a Potenza, ma possono portare tanto anche a livello umano e professionale”.
Spaziodromo non vuole convincere qualcuno che Potenza sia una città diversa da quella che è, ma provare ad allargare ciò che è possibile fare, conoscere e costruire dentro la città.
Francesca è tornata a casa con un lavoro che poteva svolgere da qualsiasi parte del mondo. Ha scoperto che la difficoltà non era più scegliere dove lavorare, ma trovare un motivo per sentirsi parte del posto in cui aveva scelto di vivere.
Spaziodromo prova a costruire il motivo per restare.
Noà Cappiello
- Scritto da Redazione
- Sabato, 19 Settembre 2026 07:18

di Walter De Stradis
Ha raccontato la macchina amministrativa di Potenza per ventitré anni, poi ci è entrata dentro. Assessora alla Programmazione e Digitalizzazione per una intuizione di Smaldone, oggi è al centro del nodo più caldo: un Comune da 60mila abitanti che eroga servizi per 100mila, una Regione che non risponde, trasporti e assistenza a rischio. Ecco il bilancio senza filtri.
d - Come giustifica la sua esistenza?
r - Ho lavorato al Comune di Potenza per ventitré anni, sono stata capo ufficio stampa, quindi conosco bene la macchina amministrativa. Ho cominciato negli anni Novanta. Poi, per scelte personali, sono andata in Regione, chiedendo il trasferimento all’ufficio stampa. La politica l’ho sempre seguita da spettatrice, mai praticata direttamente. Alle elezioni comunali si era candidato mio marito nella lista di Smaldone. Quelle elezioni sono state veramente delle primarie del centrosinistra, con Telesca, Giuzio e Smaldone. Alla fine si è andati sull’unico candidato che aveva preso le preferenze e il centrosinistra ha vinto. Quando sono stata chiamata da Smaldone per fare l’assessore, sono rimasta abbastanza stupita.
d - Avrebbe dovuto chiamare suo marito?
r - Probabilmente avrebbe dovuto chiamare mio marito (sorride). Poi, per bilanciare la giunta, c’era bisogno di donne, le famose quote rosa, e pensarono a me: un po’ per l’esperienza maturata al Comune, un po’ perché ero del centrosinistra e perché negli ultimi anni avevo seguito la politica. Così mi sono ritrovata assessore alla Programmazione e alla Digitalizzazione. All’inizio ho accolto il ruolo con tanta paura, perché era completamente diverso dal mio lavoro: sono una giornalista professionista e ho sempre fatto quello. Però sono curiosa per natura e mi sono subito gettata nella nuova esperienza. Programmazione e digitalizzazione non sono settori facili e richiedono studio e letture, cosa che mi piace molto, quindi sono entrata subito nel meccanismo.
d - L’hanno capito tutti, questo chiamiamolo salto del Rubicone?
r - No. Non l’hanno capito le persone alle quali ero stata vicina per tanti anni, compresa una piccola parte del PD che si era candidata con Smaldone. Loro pensavano a una persona esterna, perché i candidati del PD nelle due liste di Smaldone non erano stati eletti. A me non ci pensava nessuno. Neanche loro.
d - Senta, se Lei dovesse fare un titolo sull’amministrazione di cui fa parte, quale sarebbe?
r - «È un’amministrazione che vuole volare alto», ma che ha tanti problemi e non ha perso l’entusiasmo per risolverli e volare alto.
d - E quali sono questi problemi?
r - Problemi sicuramente economici. Il Comune di Potenza, da sempre, ha problemi economici e la Regione ha sempre aiutato le varie amministrazioni, perché questa non è una città di sessantamila abitanti: è una città che serve oltre centomila abitanti per trasporti, scuole, mensa e assistenza all’autonomia. In quei settori stiamo avendo grandi problemi perché non abbiamo avuto finanziamenti dalla Regione. È anche vero che è la prima volta che ci troviamo con un’amministrazione regionale di un’area politica diversa da quella comunale.
d - Questa è la risposta alla domanda del perché non avete avuto i finanziamenti?
r - Credo che ci sia una miopia da parte della Regione nel non comprendere che le amministrazioni vanno e vengono. Chi subisce i problemi dei mancati finanziamenti e della mancata erogazione dei servizi sono i cittadini.
d - Tipo la scala mobile «Prima».
r - Noi ci siamo insediati a luglio 2024 e la scala mobile arrivava a fine vita a ottobre. Lo sapevano quelli di prima e lo abbiamo saputo noi quando ci siamo insediati e abbiamo immediatamente scritto alla Regione: servivano sei milioni e mezzo per rifare la gara e cambiare le strutture. Abbiamo fatto le richieste, ma non abbiamo ricevuto risposta. Abbiamo quindi impegnato fondi comunali per una proroga, perché ci era stato assicurato dalla Regione che i finanziamenti sarebbero arrivati. A ottobre non sono arrivati. Sono stati promessi più volte, anche con conferenze stampa e comunicati, ma quei sei milioni e mezzo non li abbiamo visti. Quando arriveranno, bisognerà fare una gara europea. Se va bene, dopo due anni avremo la riapertura della scala mobile. Nel frattempo una struttura così importante resterà chiusa e si deteriorerà ulteriormente: probabilmente, alla fine, non basteranno neanche i sei milioni e mezzo.
d - Quindi il messaggio che mandiamo ai cittadini è questo: ci sono dei problemi che non vengono risolti per una questione di «maglia»?
r - Noi non riusciamo a far comprendere alla Regione che, ad oggi, al Comune di Potenza ha dato, mi pare, solo 600 mila euro. L’amministrazione Guarente aveva avuto, se non sbaglio, 40 milioni di euro e il PNRR le aveva consentito di realizzare molti progetti. Noi ci siamo trovati in riequilibrio e non possiamo fare prestiti, ma chiediamo alla Regione finanziamenti per i servizi, non per fare chissà cosa. Sul TPL, per esempio, andremo avanti fino a ottobre con i fondi stanziati e con quelli che avevamo, ma a ottobre il problema si riproporrà. Non siamo in condizioni di poter portare avanti il servizio di trasporto urbano.
d - Quindi il prossimo candidato sindaco dovrà dire in campagna elettorale: «Io farò questo e questo, SE la Regione mi darà i soldi»?
r - No. Ci sono cose che si fanno a prescindere, perché abbiamo i fondi ordinari. Ce ne sono altre, come il trasporto e l’assistenza alla comunicazione dei bambini nelle scuole, che hanno bisogno di un aiuto dalla Regione perché siamo capoluogo di regione. Matera ha anche la tassa di soggiorno, che rappresenta una fonte di fondi liberi. Noi non siamo una città turistica. Con quei pochi fondi che abbiamo dalla tassa di soggiorno, per esempio, abbiamo potuto acquistare l’Open Stage, il totem installato in piazza Prefettura. Sono piccole cose. Per il resto è fisiologico che la Regione aiuti il capoluogo per garantire i servizi ai cittadini.
d - Quindi la linea di comunicazione Sindaco-Presidente è interrotta?
r - Non è interrotta. Il Sindaco parla con il presidente e il Presidente dice: «Sì, faremo, faremo, faremo». Ma questo «faremo» non si concretizza mai.
d - Cosa bisognerebbe fare per prima cosa, avendo questi soldi?
r - Sicuramente la scala mobile Prima è una priorità. Il trasporto locale è una priorità, perché è un servizio ai cittadini. Ma ci sono anche altri interventi. Per esempio, la Strategia territoriale che abbiamo realizzato con l’area urbana e i sindaci dei centri limitrofi: inizialmente erano stati stanziati 15 milioni di euro e avevamo candidato un progetto per collegare Potenza con i centri limitrofi dal punto di vista turistico. Eravamo pronti per gli affidamenti, ma abbiamo scoperto che sei milioni sono stati tolti. Non possiamo quindi procedere e, visto che la Strategia territoriale ha un tempo entro il quale deve essere realizzata, se i soldi non tornano è tutto fermo.
d - Uno degli argomenti sempre dibattuti è la sicurezza del centro storico. Il volto della città è inevitabilmente cambiato: ci sono giovani stranieri di prima e seconda generazione, ormai stabilmente presenti nel tessuto urbano. In molti, sui social, puntano il dito anche in quella direzione. E, al contempo, c’è il problema della vitalità stessa del centro storico.
r - Credo che, dal punto di vista della sicurezza, la sinergia attivata dall’amministrazione comunale con il Prefetto, le forze dell’ordine e la polizia locale, presente anche con uomini in borghese, abbia portato i suoi frutti. C’è stato un ridimensionamento degli episodi che si verificavano nei vicoli e in una parte precisa del centro storico. Certo, tutti i centri storici soffrono questa situazione. Non è che noi siamo esenti.
d - Insomma, c’è un problema «Maranza» o no?
r - Io non parlerei di «Maranza». Parlerei di ragazzini che probabilmente hanno questo atteggiamento e di alcuni extracomunitari che hanno creato problemi, probabilmente perché assoldati da elementi che avevano necessità legate alla droga. Mi pare che in parte il problema non sia risolto e non sia facile. Bisogna stare sempre con gli occhi aperti, però è stato abbastanza ridimensionato. I negozi? È cambiata la modalità di acquisto di tutti noi: compriamo online e vediamo corrieri che portano pacchi in continuazione. Sarebbe stato interessante che i negozi chiusi avessero mantenuto una vetrina nel centro storico, adeguandosi ai tempi e vendendo online. Ci sono negozi anche a Gallitello che fanno milioni di fatturato vendendo online anziché al dettaglio. Bisognava adattarsi alla nuova modalità. Poi è chiaro che il problema è riportare la gente nel centro storico durante il giorno.
d - Sembra che nessuno abbia la ricetta, manco fosse la proverbiale bacchetta magica.
r - Una cosa di cui si parla da sempre è riportare gli uffici del Comune nel centro storico. Noi lo stiamo facendo. Contiamo a breve di portare quelli di Sant’Antonio La Macchia al Palazzo degli Uffici. Il Demanio ci ha già autorizzato e credo che siamo sui mille metri quadrati. Una parte degli uffici arriverà anche nella scuola di via del Popolo/via Roma, dove un piano è vuoto. L’Ufficio Cultura è tornato negli uffici del Teatro Stabile. Ma non basterà. I proprietari dei locali dovrebbero avere buon senso e abbassare i fitti, perché tenerli alti significa non volerli affittare. E i commercianti devono, come dicevo, osare un po’ di più.
d - Ma Lei, assessore Costanza, cosa ha fatto per la sua città?
r - La Programmazione e la Digitalizzazione non sono un settore visibile come la viabilità o l’ambiente, temi dei quali si parla tutti i giorni sui giornali. In questi due anni ho candidato progetti per oltre 56 milioni di euro. Non è poca cosa, considerando che i fondi del PNRR arrivati a Potenza erano circa 43 milioni e neanche tutti sono stati impegnati. Il compito della programmazione è trasformare le idee politiche in progetti finanziati e cantierabili. Su questo molte cose sono state fatte: la mensa alla scuola La Vista, il giardino di Murate, il fosso di Verderuolo, la palestra di Macchia Giocoli. Abbiamo recuperato anche il CONI e la Torraca, progetti che rischiavano di perdere i fondi perché erano stati concepiti con costi molto superiori alle risorse ottenute dal PNRR. Abbiamo dovuto ridimensionarli e farli partire, con qualche intoppo, ma quando si fanno progetti di tanti milioni può succedere. Aggiungo che da oggi ho il nuovo dirigente alla programmazione, sono felice perché finora abbiamo avuto solo interim. E’ Antonio Bernardo, già alla Regione: si occupava di fondi europei, persona preparatissima
d - Una cosa che si poteva fare meglio?
r - In merito alla Torraca, io non avrei candidato una scuola, perché nel centro storico credo che tutti questi bambini non ci siano. Se avessi potuto ragionare sui fondi del PNRR, lì avrei fatto un parcheggio multipiano: sarebbe stato il luogo ideale. Abbiamo dovuto portare avanti molti dei progetti candidati dalla vecchia amministrazione. Alcuni li abbiamo persi perché erano stati progettati con fondi maggiori di quelli ottenuti ed era impossibile realizzarli. Abbiamo candidato i numeri civici e la digitalizzazione dell’Archivio storico. E poi c’è lo studentato che apre il 28 settembre. È vero, l’ha fatto l’Arcidiocesi, ma c’era la possibilità di candidare il progetto e serviva una struttura. Noi non l’avevamo. Sono andata a parlare con il Vescovo e con i suoi assistenti: «Voi avete il Vescovado vuoto, perché non pensate, anche con il nostro aiuto, di candidarlo?». Così è stato e ora viene inaugurato con 42 posti letto. L’obiettivo era portare i giovani il più possibile nel centro storico. La porta dello studentato è di fronte alla nuova scala mobile-ascensore, che è terminata e che porterà direttamente all’Università di Macchia Romana.
d - Di solito a fine anno, a metà del percorso, c’è il rimpasto di giunta. Lei che percentuale si dà di essere ancora assessore a gennaio 2027?
r - Io non mi do percentuali. Credo che il compito di un assessore sia lavorare fino all’ultimo giorno. Tante cose buone abbiamo fatto, altre sono state candidate e vorremmo vederne la fine, perché sono veramente tante. Un assessore è un collaboratore del sindaco, è alla fiducia del sindaco e deve lavorare senza pensare agli eventuali rimpasti. Quando ho firmato l’incarico, quella sera quasi a mezzanotte, ci dissero che dopo due anni e mezzo era fisiologico un rimpasto. Io non sono quella che muove le foglie. Credo che a parlare saranno il Sindaco, Smaldone e Giuzio. Dovranno essere loro a decidere. Non so i partiti: in questo momento partiti dietro non ne vedo. Ci sono persone che appartengono o sono simpatizzanti di partiti, ma ci sono liste civiche. Bisognerà capire. Toccherà anche al sindaco fare delle scelte.
d - Il film, il libro e la canzone che la rappresentano?
r - Il film è «La vita è bella». Il libro «Flotilla» di Arturo Scotto e la canzone «Bella» di Jovanotti.
d - Quello della pedalata materana da trentamila euro.
r - Sì, ma voglio sottolineare che Margherita Sarli (che stimo moltissimo) all’Apt sta facendo davvero grandi cose. Ho visto il Caravaggio ed è una cosa meravigliosa. Poi, che dire, il passaggio di questi artisti... certo, quel giorno c’è clamore, ma poi... Insomma, io non so se l’avrei fatto.
- Scritto da Redazione
- Venerdì, 18 Settembre 2026 11:22

La forza dirompente della musica per promuovere la “cultura della parità di genere”, abbattere gli stereotipi e contro ogni forma di discriminazione. Un format già sperimentato con successo già da qualche anno e ora riproposto nel nuovo protocollo d’intesa firmato oggi dalla Consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi, e dal presidente dell’Orchestra 131 della Basilicata, Pasquale Scavone.
La collaborazione nata a maggio 2023, con un primo accordo, si è rafforzata negli anni e ha lasciato tracce visibili nella promozione culturale della musica in generale e di quella sinfonica e classica. Tra tutte, il “Premio Musicale di Parità” ad oggi, primo ed unico Premio che coniuga “musica e parità”. Ideato da Antonietta Tummolo, Manager Culturale dello Staff dell’Ufficio della Consigliera, rappresenta una novità assoluta nel panorama nazionale, un’opportunità per i talenti e soprattutto per avvicinare le donne al mondo delle professioni musicali.
Il rinnovo è la conferma di una cooperazione culturale che vuole crescere, strutturarsi ancora di più, impegnata ad approfondire ed individuare insieme occasioni ed opportunità attraverso la Musica per tutte le comunità lucane che trovano rappresentatività già nel nome “Orchestra 131 della Basilicata”. “Per questo e tanto altro che sveleremo presto, perché sono già allo studio del mio Staff – sono queste le parole della Consigliera Pipponzi – rinnovare questo Protocollo è motivo di orgoglio, onore e responsabilità, La Musica è un bene universale dell’Umanità, anima le Comunità, riconosce i talenti, coltiva le passioni e le capacità, è un arricchimento mai unilaterale”.
“Quando, come in questo caso di continuità, si verificano convergenze di vedute, volontà a provare nel metterle in atto e insieme – dice il presidente dell’Orchestra 131 della Basilicata, Pasquale Scavone – si offre un messaggio di fiducia, si creano le condizioni per crescere e migliorare, consapevoli di quanto la Cultura della Musica possa riuscire a fare meglio ancora se insieme ad altri partner, come in questo caso di particolare significato. I nostri musicisti sono professionisti, nella gran parte giovani e lucani, una bella sfida da vincere per renderli protagonisti del proprio futuro, possibilmente qui”.
Il protocollo, a costo zero, durerà tre anni e impegna i firmatari organizzare e promuovere, ciascuna attraverso i propri canali istituzionali, iniziative congiunte, quali eventi culturali e musicali in genere.
- Scritto da Redazione
- Giovedì, 17 Settembre 2026 15:42

“La notizia della scomparsa di Margherita Perretti mi riempie di un dolore profondo. Con lei se ne va una figura di spessore umano e istituzionale, un punto di riferimento per la tutela dei diritti e la promozione della parità di genere nella nostra regione”. Così la Consigliera regionale di parità della Basilicata, Ivana Pipponzi, nell’esprimere il proprio cordoglio per la scomparsa dell’imprenditrice lucana, vice presidente di Confindustria Basilicata. già Presidente della Commissione Regionale per le Pari Opportunità (CRPO). “Negli anni in cui Margherita ha guidato la Commissione regionale per le Pari opportunità – dice Pipponzi – abbiamo condiviso un percorso intenso e appassionato. Abbiamo lavorato fianco a fianco in tantissime iniziative, convegni e progetti concreti sul territorio per affermare la cultura del rispetto, il contrasto alle disparità e il valore delle donne nella società e nel mondo del lavoro. Un lavoro di squadra costante e proficuo, alimentato da una stima reciproca mai venuta meno. Ricordo con grande affetto la sua determinazione gentile, la sua competenza e la sua instancabile dedizione. La sua scomparsa – conclude Pipponzi – lascia un vuoto incolmabile, ma la sua eredità morale e le sue tante battaglie continueranno a essere per noi un esempio da seguire. Alla famiglia e a tutte le persone a lei vicine giunga la mia più sentita e affettuosa vicinanza”.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 12 Settembre 2026 09:12

POTENZA - C’è un luogo in cui il confronto non significa necessariamente scontro e in cui persone provenienti da mondi completamente diversi possono imparare a conoscersi, rispettarsi e, qualche volta, diventare persino amici. Quel luogo è l’Accademia Arti Marziali di Potenza, realtà ormai profondamente radicata nel rione Cocuzzo e impegnata non soltanto sul fronte sportivo, ma anche su quello sociale ed educativo.
A raccontare questa esperienza è il maestro e fondatore Massimiliano Monaco, che da anni porta avanti un’idea precisa: le arti marziali non devono essere considerate soltanto una disciplina agonistica, ma possono rappresentare uno strumento concreto per accompagnare bambini, ragazzi e adulti nella crescita, nella gestione delle emozioni e nella costruzione di relazioni sane.
L’attività coinvolge bambini dai 4-6 anni fino agli adulti e agli anziani. Un arco generazionale molto ampio che dimostra come lo sport possa diventare un punto d’incontro tra generazioni e condizioni sociali differenti.
Si consolida così anche il legame con il quartiere, dove attualmente ha sede l’Accademia, e con i tanti giovani che ogni giorno lavorano per farlo rifiorire. Una sinergia nata anche grazie all’impegno del Comitato Festa del Serpentone, che ha voluto coinvolgere attivamente la realtà sportiva guidata da Monaco, condividendo un obiettivo comune: costruire un quartiere dinamico, vivo e a misura di comunità.
Per questo motivo l’Accademia Arti Marziali non rappresenta soltanto una società sportiva. È un presidio sociale, un punto di incontro e una porta aperta sul territorio.
La Festa Beata Vergine Maria, che si è svolta il 6, il 7 e l’ 8 settembre, ne è stata una dimostrazione concreta. I ragazzi dell’Accademia hanno partecipato attivamente a un momento di comunità, portando fuori dalla palestra quella stessa idea di sport che ogni giorno viene vissuta sul tatami.
“Il contesto sociale mette a dura prova le società sportive”, spiega Monaco. L’Accademia ha quindi scelto di costruire una rete di collaborazione con altre realtà del territorio. Tra queste c’è l’associazione partner Punto Luce, attraverso la quale viene sostenuta anche la partecipazione di ragazzi appartenenti a famiglie in difficoltà economica. Circa il 10% degli associati può usufruire di questo tipo di sostegno, con le spese per i ragazzi coperte grazie alla rete di collaborazione.
Per Massimiliano Monaco inoltre la prospettiva deve essere completamente ribaltata.“La lotta è uno sport di confronto, non di scontro”. Con un insegnante preparato, una disciplina come la lotta può diventare uno strumento per imparare l’autocontrollo, il rispetto dell’altro, la disciplina e la gestione della propria forza. Ed è proprio per questo, che può rappresentare un’opportunità anche per ragazzi che attraversano una fase di difficoltà. La battaglia, in questo caso, è soprattutto culturale: combattere il pregiudizio secondo cui arti marziali e violenza siano la stessa cosa.
Monaco porta come esempio la storia di un ragazzo che vive una situazione familiare complessa all’interno del rione, un contesto che nel tempo aveva influenzato anche i suoi modi di fare e di relazionarsi. L’ingresso in Accademia gli ha permesso di trovare un ambiente diverso, un luogo sicuro. E proprio quella sicurezza gli ha consentito, gradualmente, di aprirsi. “In certi contesti il rischio è che si sfoci nella ghettizzazione” osserva Monaco. Ed è proprio questo uno dei rischi che l’Accademia cerca di evitare: non creare uno spazio separato per i ragazzi in difficoltà, ma renderli parte integrante del gruppo. Attraverso l’allenamento, rabbia e frustrazione possono essere incanalate in un contesto nel quale si impara a gestirle. Secondo l’esperienza raccontata dal fondatore, nei ragazzi si possono osservare cambiamenti importanti sul piano dell’equilibrio personale e della capacità di relazionarsi, fino ad arrivare, in alcuni casi, a ottenere risultati sportivi significativi anche all’estero. Storie che mostrano come lo sport possa rappresentare anche uno strumento di prevenzione rispetto ad altre forme di disagio, dalle difficoltà nelle relazioni all’avvicinamento a sostanze o alcol.
L’Accademia partecipa anche a progetti di carattere federale rivolti a persone con disabilità, lavorando con ragazzi autistici, con ragazzi ipovedenti e con altre condizioni. Il principio è quello dell’integrazione: i ragazzi vengono inseriti nella rete e nei gruppi, adattando i sistemi di allenamento alle loro necessità.“Bisogna educare gli abili alla disabilità”. Non è soltanto la persona con disabilità a dover imparare a stare nel gruppo. E l’inclusione può arrivare fino all’agonismo. Due atleti con disabilità hanno partecipato a gare e, ci dice Monaco, uno di loro è riuscito a conquistare la medaglia d’oro in Coppa del Mondo.
L’attenzione dell’Accademia riguarda anche il modo in cui i ragazzi imparano a gestire le proprie emozioni. Situazioni delicate che mostrano quanto sia importante un percorso educativo. Non basta dire a un ragazzo o a una ragazza che un determinato comportamento è sbagliato. Occorre insegnare a riconoscere ciò che si sta provando e trovare un modo per gestirlo senza trasformarlo in un’azione dannosa. Lo sport può diventare uno degli strumenti attraverso cui costruire questa consapevolezza. Su questo fronte si inseriscono anche le iniziative sociali e formative realizzate in collaborazione con le realtà del territorio, comprese attività di aggiornamento sulla gestione dei soggetti non collaborativi. Anche in questo caso il tema centrale è la gestione del conflitto, per sottolineare come dietro determinati comportamenti possano esserci percorsi di disagio, fragilità e contesti difficili sui quali è possibile intervenire prima che la situazione degeneri.
C’è infine una considerazione che riassume forse tutta la filosofia di Massimiliano Monaco. Non esistono contesti completamente sani, nei quali tutto funziona, né contesti completamente sbagliati nei quali chi cresce è inevitabilmente destinato a sbagliare.“C’è chi anche in un contesto sbagliato non sbaglia”. E, allo stesso tempo, anche nei contesti sani si può sbagliare. Questa è la funzione che l’Accademia cerca di assumere: offrire uno spazio nel quale non esistano etichette definitive, nel quale un ragazzo possa arrivare con le proprie difficoltà senza essere identificato soltanto con esse. Uno spazio nel quale la rabbia possa diventare energia, la solitudine possa trasformarsi in amicizia, la differenza possa diventare conoscenza e il confronto possa insegnare il rispetto. E soprattutto si impara che nessuno può crescere completamente da solo, che una comunità è necessaria. Una scuola di vita che non vuole dividere tra forti e deboli, abili e disabili, persone in difficoltà e persone senza problemi, ma mettere tutti nella condizione di incontrarsi. Perché il vero obiettivo, prima ancora di una medaglia, è riuscire a costruire una persona capace di stare bene con se stessa e con gli altri.
Noà Cappiello








