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Il Presidente del Consiglio regionale della Basilicata ha ricevuto il Primo ballerino del Teatro alla Scala di Milano. “La Basilicata continua a esprimere eccellenze capaci di distinguersi nel mondo e di diventare ambasciatrici di valori autentici”

Il Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata, Marcello Pittella, ha ricevuto questa mattina, presso la Sala Basento della Presidenza, Claudio Coviello, Primo ballerino del Teatro alla Scala di Milano e originario di Potenza. Un incontro che si inserisce nel quadro delle iniziative istituzionali volte a valorizzare le eccellenze lucane e a rinsaldare il legame tra il territorio e i suoi protagonisti affermatisi a livello internazionale.

“Accogliere Claudio Coviello in questa sede istituzionale – ha affermato a margine dell’incontro - rappresenta per noi un motivo di grande orgoglio. Il suo percorso, costruito con rigore, talento e una straordinaria determinazione, è la dimostrazione concreta di come le energie migliori della nostra terra possano affermarsi nei contesti più prestigiosi a livello internazionale. La Basilicata continua a esprimere eccellenze capaci di distinguersi nel mondo e di diventare ambasciatrici dei nostri valori più autentici. Il suo successo non è soltanto personale, ma assume un significato collettivo: parla ai nostri giovani, indica loro che investire nella formazione, nella disciplina e nella passione può aprire orizzonti importanti. Allo stesso tempo, interpella le istituzioni, chiamate a creare condizioni sempre più favorevoli affinché questi percorsi possano nascere e svilupparsi anche partendo dal nostro territorio”.

“L’incontro di oggi - ha sottolineato Pittella – consegnando una targa al giovane potentino, assume il valore simbolico di un riconoscimento istituzionale a una carriera costruita con rigore e passione, ma anche di uno stimolo a rafforzare il dialogo tra istituzioni e protagonisti della cultura, affinché esperienze di successo possano tradursi in occasioni di sviluppo per l’intera comunità regionale”.

Claudio Coviello ha espresso gratitudine per l’accoglienza e il riconoscimento ricevuto nella sua terra. “Tra tutti i riconoscimenti che ho avuto, quello di oggi ha un significato speciale. Essere premiati nella propria regione è per me e per la mia famiglia fonte di grande emozione e soddisfazione. Ai giovani voglio dire che il talento è importante, ma non basta: servono testa, passione e sacrificio. Ogni ora di allenamento, ogni rinuncia e ogni momento di impegno contribuiscono a costruire il percorso verso gli obiettivi. È la combinazione di talento, disciplina e dedizione che permette di realizzare i propri sogni, anche nei contesti più prestigiosi del mondo”.

 

 

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Le Consigliere di parità regionale, Ivana Pipponzi e provinciale, Simona Bonito, plaudono all’iniziativa regionale di promozione della salute femminile attraverso lo screening gratuito della fertilità, proposta dal consigliere Lacorazza, votata all’unanimità dal Consiglio regionale e supportata con attenzione dall’Assessore Cosimo Latronico. Lo stesso vale per la PdL a firma Fazzari e Morea e a tutte le proposte volte a sostenere la tutela delle donne. Si tratta di un passo concreto e innovativo per sostenere le donne lucane, dichiarano le consigliere, offrendo strumenti di prevenzione e informazione che consentono di fare scelte consapevoli sulla propria salute e sul proprio futuro.

Per le Consigliere, questa iniziativa rappresenta non solo un sostegno alla salute riproduttiva, ma anche un vero strumento di empowerment femminile, contribuendo a rimuovere barriere economiche e informative che spesso limitano l’accesso ai servizi sanitari. Investire nella prevenzione significa valorizzare la dignità, l’autonomia e le opportunità di ogni donna.

Condividiamo – continuano – la proposta di voler accompagnare l’iniziativa con azioni mirate di sensibilizzazione e informazione sui territori. Per questo, confermiamo la nostra piena disponibilità, come già dichiarato in IV commissione, ad avviare una cabina di regia regionale, che coinvolga istituzioni, associazioni e operatori locali, per sviluppare campagne informative mirate, facilitare l’accesso ai servizi e promuovere percorsi educativi rivolti a giovani donne e comunità locali.
Iniziative come questa sono un modello di politica concreta a favore delle donne, e la nostra istituzione continuerà a lavorare con determinazione affinché i diritti alla salute e all’informazione diventino strumenti reali di uguaglianza e partecipazione attiva nella vita sociale ed economica della Basilicata.

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di Walter De Stradis

 

Angelo Lacerenza, classe 1987, è uno storico e scrittore originario di Avigliano. Impegnato anche in politica, si definisce “pertiniano”, vicino alla tradizione socialista di Sandro Pertini, Pietro Nenni e Giacomo Matteotti, ed è segretario organizzativo del Partito Socialista nel suo comune. Con il saggio “Il brigantaggio meridionale dopo l’Unità d’Italia: tra storiografia, identizzazione e mitizzazione” (Pisani Teodosio Edizioni - 2025) ha ottenuto, ex aequo, il “Premio Tommaso Pedio” per la saggistica storica e la cultura lucana nell’ambito della 54ª edizione del Premio Letterario Basilicata. Un riconoscimento che si inserisce in un dibattito mai sopito su identità, memoria e narrazione del Mezzogiorno.

Lacerenza arriva al brigantaggio da una traiettoria che non è solo accademica. Dice che il punto di partenza è l’oggi, un’Italia che continua a interrogarsi su sé stessa e sulle sue fratture. Spiega che il suo libro nasce “per un semplice motivo”: il ritorno ciclico della divisione Nord-Sud, “quel tema, per me scomodo”, che riaffiora nonostante il processo unitario, “con tutti i compromessi, le problematiche, le storture”. L’urgenza, sostiene, è reagire a una narrazione che continua a separare, “un’ossessione per le due Italie”.

Dentro questo quadro colloca anche le spinte opposte: da un lato la retorica padana, dall’altro i movimenti neo-meridionalisti. Parla del senatùr Bossi (recentemente scomparso) e della “volontà di un’Italia padana” e ricorda come i meridionali -prima dei fenomeni migratori attuali- siano stati a lungo percepiti come “i selvaggi”, “gli africani”. Da qui, dice, nasce “un sentimento di rivalsa” che però rischia di replicare la stessa logica divisiva.

Quando entra nel merito del libro, Lacerenza insiste sulla complessità del fenomeno. Rifiuta qualsiasi lettura univoca: “quando parliamo di brigantaggio non facciamo solo riferimento ad un qualcosa”. È un intreccio di fattori “politici, culturali, sociali, economici”, una vera “fenomenologia”. E soprattutto non è confinato al post-unitario: “il brigantaggio è un fenomeno molto antico”, riconducibile già al banditismo dell’antica Roma. Anche il termine, ricorda, nasce nel Medioevo per indicare mercenari, “sbandati” pronti a cambiare campo “per soldi, per visioni personali”.

Da qui la prima frattura rispetto all’immaginario corrente. Non c’è un solo brigante. Ci sono anche quelli “al servizio dei potenti” (un po' come “i bravi” di Manzoni? Gli chiediamo. Lui dice di sì), strumenti di controllo sociale, utili a mantenere “l’egemonia e il potere dei signorotti”. Una funzione politica esplicita, che rompe la narrazione romantica.

È proprio sulla mitizzazione che Lacerenza concentra uno dei passaggi più netti. Riconosce che esiste “un aspetto romantico, affascinante, inquietante anche”, una figura del brigante come “eroe ribelle”, quasi “partigiano resistente”. Ma avverte che questa costruzione è -perlomeno parzialmente- frutto di “mitopoiesi”, l’arte di inventare, di trattare favole”. Non nega il valore del mito: “è una fonte”. Ma aggiunge che il compito dello storico è distinguere, “capire dove arriva e finisce la finzione e dove inizia la verità”.

Alla domanda se in Basilicata abbia prevalso una narrazione o l’altra, la risposta è diretta: “il più delle volte è stata propagandata la finzione”. Parla apertamente di una semplificazione che riduce il brigantaggio a “movimento di ribellione sociale” in senso pieno e totalizzante. La sua posizione si colloca altrove, dentro una lettura più articolata che riprende le analisi di Rosario Villari: il brigantaggio come “fenomeno ibrido, contraddittorio e complesso”.

Dentro questo quadro convivono elementi diversi: la “rivolta popolare” motivata dal “malcontento”, dalla povertà, ma anche “una criminalità ordinaria, una forma di banditismo pura, delinquenziale, di mestiere, che generava distruzione, disperazione tra la popolazione”. E ancora una dimensione politica precisa: il reazionarismo. “I briganti hanno combattuto per i Borboni”, ricorda, opponendosi al nuovo Stato unitario e “appoggiando sostanzialmente ancora una monarchia assoluta, in un periodo in cui le monarchie stavano cambiando, si stavano 'costituzionalizzando'. Non solo ribellione sociale, dunque, ma anche difesa di un ordine precedente”.

Quando il discorso si sposta sul presente, Lacerenza individua un altro livello: l’uso pubblico del brigantaggio. Cita la “spettacolarizzazione” della Storia bandita, che a suo avviso ha funzionato perché si è collocata “in un’ottica più folcloristica che storica”. Non la condanna: riconosce che produce “ricchezza, turismo locale”. Ma segnala uno scarto: “si potrebbe smarcare un po’ dal folklore e ritornare un po’ alla storia”.

Lo stesso meccanismo vale per l’iconografia. Figure come Carmine Crocco, spiega, vivono oggi attraverso immagini che circolano “dentro e fuori dal web”, appiccicate ai muri di Potenza, di Rionero e oltre. È un processo noto: “i totalitarismi del Novecento” costruivano consenso anche così. Oggi quelle immagini servono “in parte per strumentalizzare l’opinione pubblica”, ma anche per “generare un’identità collettiva”. Il brigante diventa simbolo, entra nelle curve e sulle bandiere calcistiche (come quelle degli Ultras potentini o dei tifosi vulturini), negli striscioni, nella memoria condivisa.

È qui che si innesta la retorica dello “spirito dei briganti”. Lacerenza insiste su “uno stimolo di propaganda”, utile a rafforzare l’identità meridionale. Ma mette in discussione la sua aderenza alla realtà: “non so fino a che punto noi lucani siamo questi ribelli”. Anzi, osserva che oggi “subiamo tutto, e subiamo anche molto in silenzio”. L’immagine del ribelle, dunque, “si è abbastanza affievolita”.

La distanza tra mito e presente emerge ancora di più quando si parla di politica concreta. Alla domanda su cosa dovrebbe mobilitare i lucani, pesino in piazza, la risposta è netta: il lavoro. “Il lavoro non si tocca”, dice, e insiste sul rischio dello spopolamento. Non è solo desiderio di cambiare, ma “mancanza di possibilità e di opportunità”. Qui il linguaggio cambia registro: “Abbiamo le competenze”, ma se non vengono valorizzate “perdiamo l’occasione di fare politica”, quella “costruttiva, responsabile”. Altrimenti, resta “solo la retorica, le chiacchiere”.

Il passaggio finale torna su un piano personale e metodologico. Alle presentazioni del libro, dice, a volte viene accusato di essere poco “meridionalista”, ma assicura di essere cresciuto pure lui dentro il mito: “sono nato con il fascino del brigante”. Cita Ninco Nanco, compaesano, simbolo di un immaginario che “colpiva la pancia”. Poi però descrive uno scarto: “ti distacchi dalla pancia” e inizi a chiederti “chi erano realmente i briganti”. Da lì lo studio, gli archivi, i libri. E la consapevolezza dei “limiti storici di quel fascino”.

Il punto, conclude, è evitare “semplificazioni, banalizzazioni”. Tenere insieme le contraddizioni. Anche quando l’identità collettiva continua a ripetersi, come in quella canzone di Bennato e D'Angiò: “Brigante se more”. Una formula potente, dice, perché “racchiude la memoria collettiva”. Ma proprio per questo, implicitamente, da maneggiare con cautela.

 

 

 

 

 

 

di Walter De Stradis

 

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Il paradosso delle risorse lucane è il punto da cui parte Paolo Cillis, avvocato penalista quarantunenne, sindaco di Pietragalla (Pz), al secondo mandato. Non usa giri di parole quando gli chiediamo di commentare le ultime notizie, che ci vedono macro-esportatori di acqua (e “vittime” di interruzioni idriche) e macro-fornitori di petrolio (con la benzina tra le più care d’Italia): acqua e petrolio, conferma Cillis, restano “due tesori” che non si sono tradotti in sviluppo. A suo giudizio, “c’è stata probabilmente una politica non lungimirante” e, soprattutto, è mancato ciò che rende produttiva una risorsa: “la presenza del bene non è di per sé foriera di sviluppo, ma c’è bisogno di infrastrutture”. Il nodo, insiste, è tutto lì: “queste infrastrutture non hanno viaggiato di pari passo”, e in questo scarto si colloca la responsabilità di chi ha governato.

Sul piano sociale, Cillis ridimensiona la retorica della felicità che beneficia nazioni come la Finlandia e preferisce parlare di un clima più complesso, per quel che ci riguarda. Più che tristezza, dice, “c’è un po’ di preoccupazione”. Il costo della vita e la mancanza di lavoro incidono direttamente sulla percezione quotidiana: “sono temi che non possono mettere di buon umore le persone”. Eppure, accanto a questo, individua una cifra caratteristica: “i lucani, i meridionali in generale, sono una popolazione resiliente”. Una parola, abusata (gli facciamo notare), che però non vuole svuotare: “la resilienza… spesso viene utilizzata in maniera impropria”, avverte, e va riempita di contenuti concreti. Resta però la convinzione che quella capacità di resistenza significhi anche “voglia di riscatto” e soprattutto “non arrendersi”.

Il tema delle aree interne, cuore della Basilicata, si inserisce in questo quadro. Disoccupazione e spopolamento sono problemi strutturali, e il sindaco evita soluzioni facili: “magari avessimo la ricetta”. Rivendica però il lavoro quotidiano degli amministratori locali: “i sindaci… le provano tutte per cercare di dare un minimo di vivibilità”. Non nasconde le responsabilità storiche: “veniamo da una politica degli anni ’70-’80, la politica del posto fisso, dell’assistenzialismo, che non ha aiutato”. Ma, nonostante tutto, mantiene una linea di fiducia: “sono convinto che all’orizzonte il cielo è meno plumbeo”.

Nel rapporto con i cittadini emerge la dimensione più concreta del ruolo. Cillis la descrive con un paradosso: “è molto più difficile fare il sindaco in un comune come il nostro che in un comune come Roma”, perché qui “la relazione è cortissima”. Non ci sono filtri: “quando esci a fare una passeggiata… il cittadino ti ferma per esporti il suo problema”. Il lavoro resta la richiesta principale, “la più difficile alla quale dare risposta”, ma accanto a questa ci sono le esigenze quotidiane: “dal fosso davanti casa allo sfalcio dell’erba, alla neve d’inverno”. Tutto passa dal contatto diretto, e tutto richiede attenzione: “ognuna di queste richieste merita di essere ascoltata”.

Sul versante dello sviluppo, il sindaco chiarisce subito che non ci sono corse ai titoli simbolici che vanno di moda adesso: “Pietragalla non sta concorrendo per premi o Capitali varie”. Ma rivendica una presenza attiva: “Pietragalla c’è ed è sul pezzo”. Il merito, precisa, non è dell’amministrazione in sé, ma di una comunità coesa: “c’è un forte spirito identitario”. In questa direzione si muove anche il lavoro in corso, con un piano strategico turistico e culturale. Qui entra in gioco Matera, neo Capitale Mediterranea del Dialogo, vista come leva di sistema: “è un vettore importante per tutta la regione”. Se si riuscirà a valorizzarne la visibilità, dice, “anche per noi piccoli comuni… ci potrà essere uno sviluppo”.

Tuttavia, Matera era già stata Capitale Europea della Cultura 2019, e il giudizio del sindaco pietragallese è comunque equilibrato: “tutto è perfettibile”, ma resta un passaggio decisivo. “È stato un momento importante e ancora oggi si vedono i benefici”, afferma. Anche Pietragalla ne ha risentito positivamente: “lo sviluppo turistico di Matera ha portato anche un piccolo flusso verso il nostro paese”. Un flusso che prima, sottolinea, “non c’era”. A questo si è aggiunto un effetto inatteso durante la pandemia: “il Covid… sotto il profilo turistico è stato un momento importantissimo”, perché ha favorito il turismo di prossimità. Da qui nuove attività e nuove opportunità: “sono nate cooperative di accoglienza turistica, B&B, trattorie”.

Al centro dell’attrattività locale ci sono i Palmenti, che Cillis definisce senza esitazioni “un unicum al mondo”. Non solo per il numero – “oltre 100” – ma per la loro struttura: “sono tutti coperti”, una caratteristica che li rende distintivi da altre strutture simili. La loro valorizzazione è già in atto: “siamo stati spesso sulle reti nazionali”, e rappresentano “una risorsa… per l’intera regione”. Sul dibattito, anche curioso, che li ha accostati a scenari fantastici (le case degli Hobbit), il primo cittadino mantiene una posizione pragmatica: “io non l’ho mai ritenuto un’offesa”, pur riconoscendo e comprendendo “i puristi che hanno eccepito” per difendere la memoria storica di quei luoghi di lavoro. In ogni caso, gli facciamo notare che un “Signore degli anelli” hollywoodiano girato lì non sarebbe certo una catastrofe, e Cillis annuisce .

Lo sguardo finale è tuttavia sulla condizione generale della regione, che definisce senza enfasi: “un chiaroscuro, un momento difficile, con degli alti e dei bassi, ma ripeto, sono fiducioso per il futuro”. La sua collocazione politica è dichiarata con altrettanta semplicità: “sono un moderato… mi colloco al centro”, addirittura un “democristiano fuori tempo”, pur essendo “più vicino al centro-destra”.

Anche su temi sensibili, come quello dei vitalizi regionali, mantiene una linea pragmatica: “la Basilicata non si salva risparmiando quei soldi”, tuttavia vi riscontra criticità precise: “esteticamente non è stato il massimo” e soprattutto contesta “la retroattività e la reversibilità”. Se la prima è stata corretta, “rimane la reversibilità… ed è una cosa davvero antiestetica”.

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

«Non sono tanto a mio agio con queste cose», ci confessa il pluri-primo cittadino di San Fele (Pz), seduto al tavolo del ristorante. Ma come, gli domandiamo, uno che è al suo quinto mandato, è in soggezione per un'intervista? «No -risponde- è perché quando mangio mi metto la tovaglia al collo!».

San Fele, poco più di tremila abitanti nel Potentino, è entrato nel contest mediatico del “Borgo dei Borghi”, competizione televisiva RAI che ogni anno assegna visibilità nazionale a piccoli centri italiani. A sostenerne la candidatura è il sindaco Donato Sperduto, al quinto mandato, figura amministrativa con una lunga esperienza politica locale e una parallela attività privata come panettiere. Già. Una combinazione che restituisce il profilo di un amministratore radicato nel territorio, ma anche incline a utilizzare strumenti comunicativi per rafforzarne l’immagine.

La partecipazione al concorso (per votare è sufficiente accedere, fino al 22, al sito della trasmissione, www.rai.it/borgodeiborghi) viene presentata come qualcosa che va oltre la dimensione strettamente locale. «San Fele rappresenta nel suo insieme l’intera Basilicata», osserva Sperduto, insistendo su un’idea di sintesi territoriale che tiene insieme qualità della vita, tradizione, religiosità e patrimonio ambientale. Alla domanda su cosa significhi, concretamente, vincere, il sindaco risponde senza esitazioni: «all’atto pratico molta visibilità in termini di visitatori turistici». Una visibilità che, nelle sue intenzioni, dovrebbe riverberarsi su un territorio più ampio, contribuendo a sostenere un’area che continua a fare i conti con problemi strutturali. Tra questi, lo spopolamento resta il dato più evidente. Il suo comune, ci dice, è il secondo in Italia quanto a emigrazione,

I numeri che cita sono netti: dai circa 12 mila abitanti di inizio Novecento ai 3.500 attuali. Un calo accompagnato da una forte emorragia che ha portato migliaia di sanfelesi all’estero. «Se considerate che solo a Sydney ci sono 5.000 sanfelesi, sono più nel mondo che in paese», osserva, evocando una diaspora che ha radici profonde e cicliche. Non una scelta, ma una necessità: «è quest’ultima cosa… le emigrazioni sono state accentuate, ripetute, ciclicamente». Il risultato, oggi, è un equilibrio demografico fragile, aggravato dal calo delle nascite.

In questo contesto, il turismo viene indicato come una possibile leva, ma non priva di limiti. Le cascate di U Uattanniere rappresentano il principale attrattore, con circa 40 mila accessi annui. Tuttavia, si tratta soprattutto di visitatori giornalieri. «Sono visitatori, non sono turisti che pernottano», precisa il sindaco, individuando qui uno dei nodi principali: la difficoltà di trasformare il passaggio in permanenza.

Negli ultimi anni, qualcosa si è mosso. «La ristorazione va bene, i bed and breakfast funzionano», osserva, segnalando una ripresa di alcune attività economiche. Ma il quadro resta incompleto, e la necessità di un salto di qualità viene riconosciuta apertamente. Da qui l’idea di diversificare l’offerta, restaurando un mulino, sopravvissuto tra i tanti portati via dal vento del tempo e introducendo soluzioni come le “star-box”, piccole strutture in legno pensate per il pernottamento immerso nella natura. «Siamo una delle poche regioni dove passeremo dall’acqua alle stelle», dice, con una formula che sintetizza il tentativo di ampliare l’esperienza turistica oltre la dimensione paesaggistica tradizionale.

Il discorso si sposta inevitabilmente sui giovani e sul lavoro. Qui il sindaco adotta un registro più diretto: «il lavoro ce lo dobbiamo anche creare noi stessi». È una posizione che ridimensiona il ruolo delle grandi imprese (non è che dobbiamo avere per forza la Fiat e basta») e apre alla possibilità di nuove forme di occupazione. Il riferimento esplicito è al lavoro da remoto, considerato uno strumento potenzialmente utile per ripopolare i borghi: «pur rimanendo qui si può lavorare in tutto il mondo». Una visione che richiama dinamiche già in atto altrove, ma che in Basilicata incontra ancora ostacoli legati a infrastrutture e contesto socio-economico.

Non manca un passaggio sulla stagione dei riconoscimenti culturali, a partire dall’esperienza di Matera, passata (Capitale Europea della Cultura) e presente (Capitale Mediterranea del Dialogo). Sperduto ne riconosce l’impatto: «Matera ha fatto tantissimo, è trainante». Ma tutti questi titoli che ci sono in giro, a cui di tanto in tanto anche i piccoli comuni (come il suo) ambiscono (“capitale del libro” etc.), alla fine servono? Gli chiediamo. Qualcosa fanno, risponde. Tuttavia, evita di attribuire a questi titoli un valore risolutivo, soprattutto rispetto al problema dello spopolamento. «Arrestare le emorragie… è un problema anche culturale», sottolinea, riportando la questione su un piano più ampio, che riguarda mentalità e prospettive delle nuove generazioni.

Più articolato il passaggio sul petrolio, tema centrale nel dibattito regionale. A fronte delle critiche sull’utilizzo delle royalties (e sul caro-benzina proprio nel Texas d'Europa), il sindaco propone una lettura meno negativa. «Questi soldi non sono stati buttati», afferma, elencando alcuni ambiti di investimento: università, sanità, occupazione forestale. Utilizzati bene? Il giudizio complessivo resta sintetico, ma chiaro: «più sì che no». Una posizione che riconosce margini di miglioramento -in particolare sull'aumento graduale, nel tempo, delle royalties stesse- ma respinge l’idea di un fallimento complessivo: «Se ci sono quarantacinque forestali solo a San Fele, che grazie a questi fondi continuano ad avere un reddito, è certo qualcosa».

Sul piano politico-amministrativo, emerge anche la vicenda della sua nomina alla presidenza del Parco Regionale Naturale del Vulture, poi annullata dal TAR. I giornali scrissero che lui non aveva i requisiti. Sperduto oggi è consulente di Bardi per le aree interne del Marmo-Melandro, Vulture e Alto Bradano (ma non ha potuto ancora espletare, ci dice, per motivi personali e privati), ma c'è chi ha stigmatizzato anche questo: se non poteva fare il presidente del Parco, non può fare nemmeno il consulente sulle stesse materie. Sperduto ridimensiona la questione, definendo «una baggianata» l’interpretazione secondo cui non avrebbe avuto i titoli. Nella sentenza del TAR non c'è scritto, afferma. Rivendica invece la legittimità della scelta normativa che individuava i sindaci come papabili consiglieri o presidenti del Parco, inserendola in una logica di contenimento dei costi: affidare il ruolo a un sindaco già stipendiato (e non a al solito “trombato” alla cerca del guiderdone) avrebbe evitato ulteriori spese per l’ente. «Il presidente lo può fare chiunque, perché è un atto politico», sostiene, sottolineando come la nomina che lo riguardava fosse coerente con l’impianto normativo. Il suo approccio, su questo come su altri temi, resta tuttavia improntato a una certa distanza dal dibattito pubblico: «non sono abituato a controbattere, tanto meno sui giornali. E' andata così e stop. Mi sono dedicato ad altro».

A definire ulteriormente il profilo del sindaco contribuisce la sua attività quotidiana. «Mi alzo alle quattro, faccio il pane e poi vado al Comune», racconta, senza attribuire alla cosa un valore simbolico particolare, ma come semplice continuità con la propria storia familiare. «Ne sono orgoglioso», aggiunge, in riferimento al lavoro ereditato dal padre, nella piccola frazione di Santa Maria di Pierno, che è un santuario mariano, l'unico della diocesi di Melfi.

In chiusura, l’appello al voto per il concorso televisivo si intreccia con una visione più ampia: «se vince San Fele vince la Basilicata». Alla domanda su una possibile colonna sonora, la risposta cade su “Magica favola”, il brano sanremese della lucana Arisa. Una scelta che è tutto un programma.

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di Walter De Stradis

 

Seduto al “Ristoro di Emanuele”, tra pile di libri (scritti da lui), Ezio Di Carlo è un uomo che rifugge le etichette formali. Al suo quinto mandato (non consecutivo) da sindaco di Balvano (eletto l’ultima volta nel 2021) preferisce in qualche modo la concretezza del camice alla fascia tricolore. «Nasce sicuramente prima il medico, con sacrifici e con tanti anni di studio. Quando mi chiedono se chiamarmi sindaco o dottore, preferisco nettamente dottore». Rimane il fatto che il concittadino ha una doppia scusa per fermalo per strada. «La gente si rivolge a me per qualunque cosa, trasformando inevitabilmente il comune in ambulatorio e l’ambulatorio in casa comunale».

La sua narrazione si snoda tra aneddoti surreali e critiche -anche pungenti-al sistema sanitario moderno. All’epoca del Terremoto del 1980 (lui era un giovane sindaco DC) furono distribuite tende per dare riparo alla popolazione. «Una persona venne al Comune e mi disse: “Dottore, vi chiedo un favore. A quella tenda si è rotto lo zippo, fatemela cambiare”». Fin qui nulla di strano, se non fosse che nella tenda non dormiva la famiglia, ma «dei pulcini e dei polli», mentre lui, il tizio, continuava a starsene a casa propria.

Oggi l’attenzione è rivolta alla tecnologia che invade la pratica medica: il suo WhatsApp è un catalogo di consulti digitali, dove la diagnosi passa per fotografie inviate dalle figlie di pazienti troppo timide per mostrare un presunto “fuoco di Sant’Antonio” nelle parti intime. Tuttavia, dietro questa modernità, Di Carlo scorge un declino preoccupante: «Si sta facendo di tutto perché la gente si rivolga soltanto privatamente ai medici». Denuncia le “attese bibliche” e la fuga dei giovani talenti all’estero, spinti da stipendi inadeguati e da una ricerca scientifica ridotta al lumicino in Italia. Per lui, la soluzione non è nei rimborsi spese ai medici in pensione, ma in una reale valorizzazione del lavoro ambulatoriale. La perdita di fiducia nei confronti del sistema pubblico è, a suo dire, evidente. Carenze di personale, giovani dottori lasciati soli, paesi che restano per lunghi periodi senza medico di base: sono tutte crepe di un sistema che fatica a reggere. «Se un medico deve fare sei ore di ambulatorio per venti visite, deve essere messo in condizione di farle». Anche la questione delle liste d’attesa resta centrale. «Ti dicono: “Tieni la ricetta? Allora la prenotazione è fra un anno”. Ma se la fai in intramoenia, la fai in dieci giorni». Il risultato è evidente: il cittadino finisce per pagare.

Passando dalla medicina alla gestione della “cosa pubblica”, Di Carlo non usa mezzi termini per descrivere quella che definisce la “patologia di Balvano”: l’incapacità di chi detiene il potere temporaneo di comprendere che esso è un servizio e non un’arma. Nonostante i 79 anni dell’epoca, ha scelto di ricandidarsi nel 2021 per spirito di dovere, trovandosi però ad affrontare un clima politico che definisce “infuocato”, segnato da un’opposizione che «punta a distruggere più che a costruire, attraverso continui accessi agli atti volti a paralizzare l’ufficio tecnico proprio nel momento cruciale dei fondi PNRR». Nonostante frizioni anche interne alla maggioranza («dovute ai condizionamenti esterni»), rivendica con fermezza i risultati ottenuti: «Quello che è stato fatto in 4 anni è il doppio di quello che ha fatto in 15 chi ci ha preceduto», spaziando dalle opere pubbliche alle attività culturali.

La storia di Balvano è però indissolubilmente legata a grandi nomi e a grandi tragedie. Di Carlo ricorda con gratitudine il ruolo di Emilio Colombo, che lo aiutò nel portare lo stabilimento Ferrero in paese, una scelta dettata anche dalla commozione della signora Ferrero per i bambini vittime del Sisma. «La storia ci ha dato ragione», osserva, ricordando come lo stabilimento abbia portato lavoro non solo al suo comune, ma anche agli altri. Anzi, c’è un rammarico fresco: l’“infornata”, come la chiama lui, di nuovi dipendenti dalla Campania, che «ha nuociuto ai cittadini di Balvano». I motivi? Saltando a piè pari le cattiverie dell’intervistatore («Non sarà la presenza di un Governatore napo-lucano?»), il sindaco non li conosce. O almeno così dice.

Intanto, difende l’operato della sua amministrazione in ambito cave, sottolineando come l’aumento dei canoni di estrazione sia stato fatto nell’interesse della collettività e non di pochi. Ma il suo sguardo si fa un tantinello malinconico quando parla della sua attività di scrittore e pittore. Sebbene la letteratura sia per lui un “completamento” che mantiene la mente viva, ammette con onestà e rammarico che forse neanche la metà dei suoi concittadini ha letto i suoi libri. «Peccato. Lo scopo era di far conoscere a loro stessi la vita che hanno vissuto e che ho vissuto io insieme con loro», (ricordando le corse notturne col pigiama sotto i pantaloni, per soccorrere qualche paziente in difficoltà). Il colloquio non può che concludersi con il ricordo del 23 novembre 1980, una data incisa nella sua anima e celebrata in una poesia che ha fatto il giro del mondo, dal New York Post alla stampa nazionale. Quella tragedia, pur nel suo orrore, per il sindaco diede a Balvano una “scossa benevola”: «Ci ha stimolato a reagire, alla sopravvivenza e a migliorare tutto ciò che è vita». L’anno successivo al terremoto nacquero infatti 42 bambini, contro gli appena 8 dell’anno scorso, segno di una reazione vitale che oggi sembra affievolirsi a causa dello spopolamento.

Alla fine, oltre i mandati e le opere pubbliche, Ezio Di Carlo desidera una sola cosa: essere ricordato semplicemente «come medico che ha dedicato la propria vita al paese suo, pur avendo avuto tantissime occasioni di fare l’aiuto, di fare il primario come urologo, addirittura di essere dirigente in un centro dialisi fuori Balvano».

 

 

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Neo-cinquantenne, potentino verace, laureatosi alla Cattolica di Roma (Policlinico “Gemelli”) e specializzatosi in Urologia, decise di tentare un concorso pubblico dalle nostre parti a seguito di «un vero e proprio richiamo» della sua terra. Nel 2007 Roberto Falabella divenne quindi dirigente medico al San Carlo di Potenza, ove oggi, da tre anni, dirige l’Unità Operativa Complessa di Urologia.

d - L’urologia non riguarda solo gli uomini: quali sono oggi le principali patologie che afferiscono alla sua UOC e come è cambiata l’epidemiologia negli ultimi anni?

r - Sì, l’urologo non è il medico del maschio: si occupa dell’apparato urinario maschile e femminile e del genitale maschile. Noi siamo un reparto di un’azienda ospedaliera regionale, DEA (Dipartimento di Emergenza e Accettazione) di secondo livello, quindi ci occupiamo di urologia a 360 gradi, di tutte le patologie. Tuttavia, l’epidemiologia negli ultimi tempi è cambiata molto, sono tante le patologie oncologiche (tumore della prostata, del rene e della vescica) che afferiscono alla nostra U.O.C. Ci occupiamo, inoltre di ipertrofia prostatico-ostruttiva, di calcolosi, di incontinenza, ma sostanzialmente siamo un reparto a forte vocazione oncologica.

d - Un ambientalista a questo punto le chiederebbe se la cosa può aver a che fare con le estrazioni petrolifere.

r - In realtà non è mai stato dimostrato un legame e ciò pone una persona che fa il mio lavoro in un atteggiamento di distacco dal dire una cosa del genere. Di sicuro, l’esposizione ad agenti cancerogeni sicuramente non aiuta, però la diretta associazione estrazioni/ambiente/tumori non è stata ancora certificata.

d - In che modo l’invecchiamento della popolazione lucana incide sulla domanda di prestazioni urologiche?

r - L’invecchiamento aumenta sicuramente la possibilità di avere una patologia in generale e in questo l’urologia la fa da padrona. Il fenomeno pone un incremento della possibilità di incidenza dei tumori, in particolare quello della prostata -che è un cancro che si sviluppa principalmente negli over 50- e soprattutto anche l’ipertrofia prostatica benigna.

d - Non vorrei chiedere all’oste se il vino è buono, ma quali sono le aree di eccellenza o le procedure distintive della UOC di Urologia del San Carlo?

r - In modo “pilatesco” le posso dire che noi cerchiamo di fare il meglio in tutto; tuttavia è indiscutibile che ci siano alcuni punti della nostra attività che ci fanno riconoscere a livello nazionale come centro non dico “di eccellenza”, parola spesso abusata e non bella- ma sicuramente “di riferimento”; ed è bello che ce lo dicano gli altri e non noi stessi. Sicuramente, in questo senso l’attività robotica è la punta di diamante: siamo centro di riferimento nazionale per la cura del tumore della prostata e del tumore del rene.

d - L’ospedale dispone di tecnologie avanzate di ultima generazione. Sono sufficienti rispetto ai bisogni del territorio?

r - Senza timore di essere smentito, a livello di strumentazione la mia unità operativa è dotata della massima tecnologia a disposizione in tutto il mondo urologico. Io in questo sono stato molto fortunato. L’azienda mi è stata molto vicina perché è stata acquistata la piattaforma robotica, tutti i laser di ultima generazione, i più moderni per la cura di tante patologie in ambito urologico. No, non abbiamo, veramente, nulla da invidiare ad alcun ospedale. Magari, se c’è qualcosa che non va, dobbiamo cercare noi medici di fare del nostro meglio.

d - La UOC soffre di carenze di personale medico o infermieristico? Quanto è complesso oggi reclutare specialisti in urologia? Sa, spesso si sente qualche assessore dire che i bandi si fanno, ma vanno deserti…

r - Qualcosa sta cambiando. Nei miei diciannove anni in Urologia qui a Potenza ho vissuto tante fasi in questo senso. Quella peggiore l’abbiamo vissuta probabilmente tra il 2018 e il 2022, e sicuramente la Pandemia non ha aiutato. Eravamo in forte carenza di organico e in grossa difficoltà nel coprire i servizi. Devo ammettere che negli ultimi tre anni sono stati banditi due concorsi per la mia Unità Operativa, e siamo riusciti ad “acquistare” cinque giovani di grandissimo valore, che hanno aumentato non solo l’organico, ma soprattutto la competenza. Pertanto, in questo momento siamo al livello delle UO migliori in circolazione.

d - La formazione continua del personale è adeguatamente supportata?

r - Quello è un mio impegno personale. Sono sempre stato dell’opinione che non esiste il medico giovane che viene in UO ”a fare le cartelle” -come diciamo noi- rimanendo a guardare gli altri che operano. Io ho avuto la fortuna di cominciare a operare molto giovane, quindi uno dei miei impegni principali è quello di insegnare ai ragazzi, insieme agli altri colleghi più anziani. Senza contare che qui c’è in ballo una sfida universitaria importante. Noi abbiamo l’obbligo di formare i nostri giovani, altrimenti -se non aumentiamo l’attrattività- nel nostro ospedale sarà difficile cercare di fornire un’assistenza corretta alla popolazione. In questo ci credo molto.

d - Qual è la situazione attuale delle liste d’attesa per visite ed interventi urologici? Sindacati, opposizione e governo regionale spesso danno ciascuno letture diverse dei dati pubblicati, e il cittadino non sempre capisce dove sta la verità.

r - Non sarebbe corretto dire che va tutto bene, le criticità ovviamente ci sono, ci sono tanti problemi. L’esperienza del mio reparto dice che esistono due tipi di liste d’attesa. Una è chirurgica, e grazie all’aiuto della mia azienda -che mi ha messo a disposizione tante sedute operatorie- siamo riusciti a contenere tantissimo le attese (e sono in grado di sfidare con i numeri chiunque voglia verificare questo dato), sia oncologiche sia non oncologiche. Il discorso è un po’ diverso (e non è sicuramente in secondo piano) con le liste per le visite urologiche. Significa avere un accesso all’ospedale, e siamo stati sicuramente in grossa difficoltà da questo punto di vista. Però bisogna sempre guardare in prospettiva: l’avere acquistato nuovi medici e il doverlo fare ancora nei prossimi mesi, ci mette in obbligo di aumentare l’offerta per cercare di colmare questo gap. Pertanto io sono molto fiducioso e sarà un nostro obiettivo principale quello di ridurre -di molto- anche la liste d’attesa per le visite ambulatoriali.

d - Non è mancato chi ha detto che “l’ingolfamento” dipende anche da quei cittadini che prenotano visite ed esami di continuo, anche per un nonnulla, e poi magari non si presentano neanche e senza preavviso.

r - Questo è un fenomeno che esiste dappertutto, però –obiettivamente- prendersela con i cittadini non mi sembra il caso. Noi abbiamo il dovere di fornire un servizio come si deve; se c’è qualcosa che non va, ripeto, la colpa è la nostra, dei professionisti come me, che magari devono cercare di fare qualcosina di più. Soltanto in questa direzione si riesce a migliorare.

d - Ci sono differenze tra prestazioni oncologiche e patologie benigne in termini di tempi di accesso a Urologia?

r - Quella dovrebbe essere proprio la norma: per una patologia oncologica l’attesa dovrebbe essere assolutamente inferiore. E devo dire, come accennavo, che in questo siamo un pochino carenti per entrambe le cose. Ma vogliamo migliorare: adesso che assumeremo una/due persone (fra maggio e giugno), contiamo di aumentare quasi del 15-20% l’offerta di visite. In questo modo vogliamo ridurre le liste d’attesa per le prime visite e le visite di controllo urologiche. E’ un impegno che abbiamo preso con la nostra direzione strategica.

d - I finanziamenti regionali sono coerenti con i bisogni reali della popolazione?

r - Sinceramente non lo so. Ciò che bisognerebbe cercare è di ottimizzare sempre le risorse. Non significa risparmiare, ma semplicemente investire nel modo giusto e in questo sicuramente la politica può avere un suo ruolo; però molto dobbiamo fare anche noi. Mi dovete perdonare, io non sono un santo, ma vedo la medicina come una presa di responsabilità da parte del professionista. Se c’è qualcosa che non va in Urologia, la responsabilità è la mia. Quindi, obiettivamente, gli investimenti si devono fare, ma in qualche modo devono essere anche mediati e suggeriti dai professionisti chiamati in causa. Io la vedo così, magari mi sbaglierò.

d - Se potesse prendere Bardi sotto braccio cosa gli direbbe?

r - Bella domanda. Gli direi di continuare a puntare sempre di più sull’Università. A mio avviso quella è la chiave di volta per cercare di far salire di livello la sanità lucana. Formare medici in Basilicata, dare la possibilità di laurearsi e specializzarsi qui significa far rimanere i giovani e aumentare la popolazione.

d - Il libro e la canzone che la rappresentano?

r - Anche se ormai sono diventato un po’ vecchio, da ragazzo mi sentivo rappresentato dal libro di Kerouac, “Sulla strada”. Per quanto riguarda la musica, beh, io sono uno della generazione “grunge”, quindi citerei i Nirvana.

d - Il film? …e non mi dica “Il ginecologo della mutua”!!!

r - (risate) Tra parentesi, quel film lo abbiamo visto, e apprezzato, tutti! Comunque direi “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino.

d - La domanda che non le ho fatto?

r - Se consiglierei a mia figlia di rimanere qui in Basilicata.

d - Bene. La risposta?

r - La mia risposta è che bisogna lavorare tanto per convincermi a far rimanere mia figlia in Basilicata.

 

 

 

 

 

 

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A partire dal primo marzo sul portale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nella sezione “Servizi Lavoro”, sarà disponibile il modello telematico per la presentazione del Rapporto sulla situazione del personale maschile e femminile relativa al biennio 2024-2025. Lo rende noto la Consigliera di parità della Regione Basilicata, Ivana Pipponzi.
La redazione del rapporto è un obbligo per le aziende, pubbliche e private, che hanno in organico più di 50 dipendenti. Per quelle con un numero inferiore di lavoratori e lavoratrici la presentazione è su base volontaria e comporta vantaggi nella partecipazione a bandi di gara o per ottenere la certificazione di parità.
Il programma del Ministero, spiega Pipponzi, permette di aggiornare i dati già inseriti nel Rapporto del precedente biennio. A supporto degli utenti l’URP Online del Ministero ha attivato una sezione dedicata.
Il termine per l’invio del Rapporto biennale 2024-2025 scade il 30 aprile 2026.
La mancata trasmissione del Rapporto da parte delle aziende con più di 50 dipendenti comporta le sanzioni amministrative previste dall’art. 11 del D.P.R. 19 marzo 1955, n. 520, fino alla sospensione dei benefici goduti dall’azienda se l’inosservanza si protrae. In caso di Rapporto non veritiero o incompleto è prevista una sanzione pecuniaria da 1000 a 5000 euro.
Fino 30 aprile le aziende che intendono partecipare a procedure pubbliche per le quali sia richiesta la presentazione del Rapporto biennale potranno allegare quello del biennio 2022/2023, integrando poi la documentazione con il nuovo Rapporto entro il termine previsto.
Le aziende che non hanno completato il caricamento dei dati del biennio scorso hanno tempo fino al 15 marzo 2026 per finire la procedura.

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

Sono circa due mesi che Hind Rajab -la bimba uccisa diventata simbolo del massacro di Gaza- guarda noi Potentini, e tutti quelli che passano in via Verdi e in Viale Dante, dall’alto del palazzo sul quale è stata raffigurata dal celebre artista Jorit, al secolo Ciro Cerullo. Le dinamiche che hanno portato alla realizzazione del murale sono ormai note ai più in città; ugualmente, però, abbiamo voluto incontrare colui che ha fortemente voluto questo piccolo miracolo di arte, sensibilità e coscienza civile: l’architetto Antonio Maroscia. E abbiamo fatto bene. Infatti, “non finisce qui”, come avrebbe detto Corrado.

d - Architetto, la storia del murale di Jorit, raffigurante Hind, i potentini ormai la conoscono, ma facciamo lo stesso un piccolo “recap”.

r - L’operazione è più semplice di quello che appare. In realtà anche questa è stata una sfida, però, oggi che è compiuta, posso dire di essere soddisfatto e pronto ad affrontarne altre. Quella del murale è una sfida vinta perché ha dovuto affrontare varie problematiche e criticità, ma poi tutte si sono ricucite in un unico obiettivo. Vede, molte volte noi viviamo la città nelle sue espressioni, o comportamentali dei cittadini, o comportamentali degli amministratori, o nella fisicità dei luoghi. E molte volte costruire un rapporto sinergico tra la volontà degli uomini e la fisicità della nostra Potenza appare un’operazione quasi impossibile. Però poi, rimboccandosi le maniche, tutto diventa possibile; quando parliamo di “rigenerazione urbana”, vuol dire essenzialmente vedere la città in un altro modo, con la positività, accendendo riflettori su quello che può essere recuperato e spegnendo i riflettori su quello che non deve essere recuperato, in quanto frutto –forse- di alcuni errori che bisognerebbe riparare

d - Quando e come le è venuta l’idea di questa operazione?

r - L’idea è venuta semplicemente osservando la storia della Palestina e soprattutto le vicende più drammatiche, che in qualche modo ci hanno messo in condizione di capire quanto siamo inermi e impotenti.

d - Un’operazione che non ha comportato l’esborso di fondi pubblici.

r - Con i tanti amici che hanno creduto in questa mia idea, abbiamo compreso che era molto più interessante essere protagonisti anche della spesa economica, senza gravare né sul finanziamento pubblico né su forme di richieste, che poi sarebbero state subordinate ad altri scopi o condizionate.

d - Strumentalizzate.

r - Esatto. Il mio mondo del lavoro è fatto di operatori economici, ma anche di tanti cittadini. La sfida era questa: mettere in piedi il portafoglio dei miei amici imprenditori insieme al piccolo portafoglio del risparmiatore. Io lavoro molto con alcune comunità, nel caso specifico siamo qui in viale Dante, e quindi proprio con quella di Sant’Anna ho affrontato tante iniziative.

d - Nel quartiere si dice che l’ex Parroco e anche Don Cozzi abbiano pagato in qualche modo il loro pensiero sulla Palestina.

r - In parte lo credo anch’io, perché tutti sono convinti che ognuno deve stare nel recinto che ha costruito o che gli altri hanno costruito. Forse anche Don Franco e Don Marcello dovevano starci, però io trovo che non ci sia cosa più bella di avere dei preti o degli amici di strada. Sulla strada si incontrano delle persone più autentiche.

d - Leviamoci subito il dente: lei è il fratello dell'ex presidente del Consiglio regionale. In merito al murale, qualcuno ha mai ironizzato o speculato su questo aspetto?

r - E’ stato così. Io rivendico la mia appartenenza e rivendico la mia ideologia, ma soprattutto la mia coscienza e quindi la mia volontà di aggregare tutti quelli che avevano lo stesso sentire su alcune problematiche. Gaza è un problema che aggrega tanti, addirittura soggetti diversi, e proprio quando quest’idea partiva era il periodo della Flottila; io, con tanti amici e tanti ragazzi, avevamo immaginato di poter partire anche noi, ma come potevamo farlo? E allora l’unico modo era di tracciare, come un’avventura, un percorso. Per noi era come salire sulla Flotilla. Poi se la Flottilla è di sinistra o di destra non lo so, ma il risultato è che dovevamo rimarcare che in questa città esiste una presenza attiva, che in qualche modo sente il problema di Gaza.

d - Sono passati più o meno due mesi da quando è stato finito il murale. Ha detto di essere soddisfatto. Nessun rammarico?

r - E’ andato tutto benissimo, perché l’artista che ho selezionato era quello più vicino ai problemi della Palestina, e quindi in qualche modo è stato il completamento del progetto. Lui ha messo non solo la sua arte, non solo la sua capacità, ma anche la sua passione; siamo stati tutti uniti e sono stato molto contento di aver completato il messaggio attraverso l’iniziativa di rappresentare al Don Bosco, il giorno dell’inaugurazione, la proiezione del film-documentario. E’ stato un momento molto bello, molto toccante, molto triste e tutti hanno capito bene la storia di Hind. Ed è ancora più interessante che oggi Hind appartenga a questa città, perché tutti i giovani, i grandi, gli anziani che abitano nel quartiere, ma soprattutto i bambini che vanno a scuola, tutti ormai conoscono la sua storia e la salutano come una compagna del loro percorso di vita. Quindi ogni giorno e ogni notte lei sta lì che li aspetta e li aspetta col sorriso

d - Sicuramente, questo, è un affare di bellezza. Di quanta bellezza ha ancora bisogno questa città?

r - Questo è un concetto molto complesso e molto lungo da affrontare. Io vorrei subito sgombrare il campo da una banalissima valutazione sulla bellezza, dicendo che questa città non ha bisogno di bellezza, ma ha bisogno di un’altra cosa, che va oltre. Io lo sto capendo giorno per giorno e non è un approccio filosofico il mio: io voglio che sia ancora architettonico. La bellezza è superata da una nuova idea, che è l’armonia. Oggi la bellezza è persino pericolosa, perché può essere strumentalizzata e può diventare persino un luogo comune. Oggi credo che un risultato più alto della bellezza sia l’armonia, non solo di quello che è visibile, ma di quello che non è visibile, ovvero i comportamenti. Mettere comportamenti in armonia con l’armonia del visibile è complicatissimo, e questa è la svolta anche della città.

d - Sta parlando di armonia fra i cittadini, armonia fra i cittadini e la politica, armonia fra i politici? Prima le ho fatto vedere il video della gazzarra di martedì (tra Latronico e Chiorazzo, nel corso dell’assemblea sui “vitalizi” - ndr) in consiglio regionale.

r - Noi dobbiamo fare i conti col concetto che la politica è rappresentata dagli uomini, quindi, bene o male, quello che succede non è un problema della politica, quello che succede è un problema degli uomini che abbiamo selezionato. Io sono convinto che troppe cose non vanno nel modo migliore perché non c’è volontà di armonia, perché ognuno pensa a delle operazioni personalistiche, di propaganda. Le offro due temi come esempio, molto tristi e molto pesanti: il primo è la faccenda della “Alcide De Gasperi”, la scuola materna delle suore, quelle che noi conosciamo da 70 anni (e che molto probabilmente dovranno lasciare definitivamente la città dal prossimo 1 agosto – ndr); l’altro è quello delle gare gestite dall’amministrazione comunale, in cui esistono situazioni che non possono ritenersi avviate nel percorso dell’armonia. Armonia vuol dire persino etica, e quindi come si può arrivare a un rapporto di armonia tra le persone, se non si segue il solco dell’etica? Quindi anche questa è una sfida, però è importante che i cittadini siano consapevoli che tutto rientra in un’operazione complessa. Ogni cosa che fa parte di atteggiamenti di personalismi, io la definisco un po’ “cultura meloniana” (e non è una critica politica, è solo una rappresentazione). Si tratta della necessità di svolgere tutto, anche l’amministrare, con un primo obiettivo che è la propaganda, per raggiungere altri scopi; ma l’unico vero obiettivo deve essere il bene dei cittadini e della città. E prima di conoscere la fisicità della città, bisognerebbe conoscere i guai delle persone che ci vivono, ecco perché dico che è un’operazione apparentemente persa, ma le sfide continuano.

d - Qual è la maggiore “disarmonia” in città? Lei ha accennato ai “guai” della gente.

r - Le problematiche sono sempre riferite al fatto di non riuscire più a far leva su quella che è la vera energia della collettività, perché il processo di disgregazione è per certi versi naturale, ma per altri versi fa comodo ed è voluto, e quindi, domanda: a chi fa comodo questo processo di disgregazione della forza della comunità locale?

d - A chi deve poi proporre la soluzione.

r - E’ chiaro, e non basta l’energia dei cittadini. L’energia è tale quando è collettiva, ecco perché l’idea di trovare i beni o i problemi comuni mette in condizione di costruire un nuovo fronte, un fronte in cui l’interesse della collettività diventa più alto della facile propaganda.

d - Lei ha detto che non si fermerà. Cosa bolle in pentola?

r - Cosa bolle in pentola? Bisogna trovare i nuovi metodi e le nuove formule per conquistare delle cose. Battere percorsi già scontati e per certi versi già perdenti ci mette in condizione di perdere solo energia, mentre bisogna capire quali sono i nuovi percorsi utili a conquistare delle cose. Io non credo molto nelle “sollecitazioni” alla politica e a chi amministra. Tutto deve partire ancora una volta dal basso, perché bisogna ancora una volta spiegare che quelli che abbiamo messo lì a governare sono a nostro servizio, non noi a servizio loro.

d - Che scossa –possibilmente non di terremoto- ci vorrebbe a Potenza?

r - Partendo dal basso, si potrebbe mettere in moto un’idea di una città diversa. La città diversa è la città vivibile, che per certi versi potrebbe essere anche unica. E allora bisogna censire in un modo diverso quelle che sono le energie, non solo quelle della cittadinanza e della comunità, ma anche le bellezze nascoste, quelle coperte di polvere. Visto che l’amministrazione non riesce a farlo, bisogna mettersi insieme, come abbiamo noi fatto per mettere su il portafoglio e l’idea del murale insieme al condominio. Bisogna trovare persone che riescano a togliere un po’ di polvere. Togliendo la polvere, possono uscire delle cose molto interessanti in questa città.

d - Un esempio concreto?

r - La riqualificazione di tanti luoghi. L’aspetto più interessante può essere una nuova cultura del saper vedere quello che apparentemente non si vede, quindi è un’educazione nuova a vedere i posti, le circostanze, e i valori del sociale che diventano energia per una città diversa.

d - Energie insospettabili.

r - Insospettabili, sì.

 

 

 

 

DE_STRADIS_E_TRIUNFO.jpgdi Walter De Stradis

 

 

 

 

«Il patronato di S. Valentino ad Abriola iniziò nel 1616. La ricorrenza si festeggia il 16 agosto, mentre quella liturgica è il 14 di febbraio, con messa propria, processione con le reliquie e accensione dei falò nella notte». (dal libro di Giuseppe Pronesti “San Valentino Romano ad Abriola”).

Romano Triunfo, che compirà sessant’anni questa domenica, al terzo mandato da sindaco nel piccolo e grazioso borgo lucano, è un fiume in piena. E’ martedì, e si è già a pieno regime per la festa di San Valentino, che dura una settimana. Lui si muove tra telefono, volantini, brochure… e giornalisti. Certo che avere un patrono così “famoso”, crea non poche responsabilità. E non solo per le celebrazioni.

d- Sindaco, mentre parliamo, è martedì 10 febbraio, ma siamo già nel pieno dei festeggiamenti di San Valentino. Il tema di quest’anno è “The Power of Love”.

r - “La forza dell’amore”. Con l’amore si fa tutto. Con il cuore si fa tutto.

d- L’evento ormai ha una dimensione che va oltre quella regionale, è un fatto nazionale.

r - Gli eventi sono iniziati sabato scorso con il percorso delle luminarie. L’11 c’è l’inaugurazione di tutto il percorso del videomapping. Poi si arriva a venerdì, col primo Festival dell’amore, con ospiti di una rilevanza nazionale. Il 14, sabato, è il clou, proprio il giorno di San Valentino. Partiremo alle ore 10 con l’inaugurazione dello screening sul microbiota intestinale, un’analisi che offriremo a 40 cittadini di Abriola. In più, omaggeremo di un buono sconto (per effettuare questa analisi) anche le coppie che compiono il 25esimo o il 50esimo anniversario di matrimonio, e altri cittadini che si candideranno. Poi, naturalmente, arriviamo con l’evento religioso alle 11, la Santa Messa, celebrata dal Monsignor Davide Carbonaro e dal nostro padre, don Dino. A seguire ci sarà la processione, con il Santo che gira nei rioni. Ci saranno animazioni e la pausa pranzo. Ritorniamo nel pomeriggio con la celebrazione religiosa, alle 17.30, in cui saranno anche omaggiate le coppie che stanno insieme da diversi anni. Al termine ci sarà un percorso con il parroco, le autorità civili e politiche, per ogni quartiere ove ci saranno “i fucanoj”, i tradizionali falò (abbinati a un percorso di prodotti tipici locali). Attorno ai “fucanoj” ci si stringe: il tema dell’amore, insomma, c’è sempre. Infine, si terminerà con il brindisi di mezzanotte, l’amore stellato. L’ospite di punta di quest’anno è Miss Italia, Katia Buchicchio, originaria del nostro territorio, di un paese qui vicino, Anzi.

d- Che tipo di presenze vi aspettate?

r - I turisti arrivano anche da altre regioni d’Italia, addirittura alcuni anche dall’estero. Diciamo che i posti letto che abbiamo non sono sufficienti a ospitare tutti; ho sentito un po’ gli operatori del territorio e hanno già le strutture piene. Pertanto i visitatori si riversano anche nei territori limitrofi: Pignola, Potenza…insomma, riempiamo anche altre strutture. Oltretutto possiamo vantare il comprensorio turistico-sciistico di Sellata-Pierfaone, l’unico impianto in Basilicata (e forse persino nel Mezzogiorno), che in questo momento sta funzionando. Stiamo inoltre mettendo in campo un nuovo impianto di attrazione turistica, la “neve plast”, una pista sintetica, che va ad integrare l’offerta sulla neve

d- Sulle locandine vedo il logo della Regione e dell’Apt.

r - Questo evento viene soprattutto patrocinato con il fondo operativo Val D’Agri (soldi che derivano dall’estrazione petrolifera). Noi, come comitato P.O., insieme alla Regione, socio di maggioranza, e altri 35 comuni, abbiamo destinato una parte di queste risorse per le attività turistiche e di promozione culturale del territorio. Altrimenti non avremmo potuto farlo. Un’altra piccola risorsa viene dai Beni intangibili della Regione.

d- La Festa funziona bene ed è consolidata. Tuttavia, la domanda che si fa in questi casi è: “Sì, ma nel resto dell’anno..?”. Sa bene che i nostri borghi si riempiono con gli eventi, con le sagre estive, ma poi negli altri mesi spesso ci si deve confrontare con spopolamento, carenza di servizi e collegamenti.

r - Da quando sono sindaco io, ho declinato la festività di San Valentino tutto l’anno. Il “ritorno” deve esserci sempre, perché la Festa -che è comunque un importante momento di raccoglimento devozionale per la comunità- è una vetrina di presentazione, di promozione di quelle che sono le caratteristiche, i prodotti del territorio e la sua conformazione. Certamente, i visitatori arrivano anche durante l’anno e noi dobbiamo essere pronti; i servizi ci sono, vanno messi un po’ a sistema, migliorati. La Basilicata è una regione turistica, ricca di storia, di risorse culturali, bisogna quindi lavorare sul turismo, sull’ospitalità, bisogna creare i posti letto. Purtroppo a volte è proprio quello che manca. Certo, grazie alle strutture alberghiere presenti, c’è l’ospitalità, ma se si rende necessaria l’iniziativa privata del singolo cittadino, questi avverte un po’ di sfiducia. Sa, la pressione fiscale è quella che è. La Regione, devo dire, e devo anche apprezzare, fa tanti sforzi per impegnare risorse, ma vanno messe a sistema; perché ognuno, ogni territorio, giustamente, cerca di prendere il più possibile. Si investe tanto sulla promozione del turismo, ma bisogna migliorare su viabilità, infrastrutture, collegamenti.

d- Di recente la Regione ha stanziato dei fondi (45 milioni) proprio per le strade comunali.

r - Sì, grazie anche all’assessore Pasquale Pepe, che devo ringraziare. Si vede che è stato sindaco! Conosce bene le dinamiche dei territori. Oltre a quelli infrastrutturali, sono importanti anche i collegamenti immateriali, come la fibra ottica -che sta arrivando- ma devono migliorare, proprio perché nei nostri territori si può vivere, ci si può lavorare da remoto. Quindi, chi vuole può scommettere in Basilicata, io sono fiducioso.

d- E quindi: “Venite (o rimanete) a vivere ad Abriola perché…”?

r - Perché ci sono i servizi, i collegamenti… Certo, va migliorata un po’ la viabilità, siamo a 25 km da Potenza, non è tanto lontano, ma ci stiamo lavorando, abbiamo preso anche un finanziamento. Certamente i numeri per creare un’attività non ci sono, ma tutto ciò diventa possibile se i servizi li mettiamo a sistema, e li promuoviamo in modo giusto.

d- E i rapporti con gli altri sindaci come sono?

r - Buoni…

d- No, perché, a volte il “campanilismo” non è solo un concetto astratto.

r - Purtroppo il campanilismo c’è, io lo vedo. Io sono Presidente dell’Unione di sei Comuni (Abriola, Calvello, Anzi, Laurenzana, Brindisi di Montagna e Trivigno), un’associazione spontanea… e da quando sono state tolte le comunità montane, purtroppo è venuta a mancare un po’ questa cosa. La forma di coesione c’è, ma a volte nasce su iniziative spontanee. Per dire: ho preso un finanziamento di 3 milioni di Euro per il miglioramento di un tratto di strada qui sotto, che collega i comuni della Val Camastra, Anzi, Abriola, Calvello. Ci siamo messi insieme col comune di Anzi e l’abbiamo presentato. L’Unione dei Comuni nasce per fare coesione, ma si fa fatica a volte, perché c’è il campanilismo: i cittadini non sempre comprendono quando un comune deve cedere qualcosa all’altro o viceversa. Tra comuni abbiamo un buon rapporto, ragioniamo insieme (c’è il parco Appennino-Lucano-Val D’Agri-Lagonegrese). La montagna ci deve anche unire.

d- C’è chi sostiene che la prassi, di solito è: chi conosce meglio l’assessore regionale, chi ha migliori rapporti, vince.

r - Beh, non è proprio così, perché quando vengono emessi dei bandi regionali o ministeriali bisogna presentare le proposte progettuali. I rapporti istituzionali ci possono anche essere, ma se non ci sono le condizioni progettuali, le idee non vengono finanziate.

d- Il suo rapporto con Bardi? Molti suoi colleghi lamentano di non averlo mai neanche visto.

r - Io con il Presidente ho un buon rapporto, anche telefonico, devo dirlo.

d- Finalmente abbiamo un buon rapporto.

r - Io ho trovato disponibilità. Tre anni fa erano scaduti i termini di vita tecnica ventennale della Seggiovia sciistica. A fine anno, io rischiavo di chiudere gli impianti; mi sono rivolto al Presidente, e lui -insieme alla Giunta e ai collaboratori della programmazione e bilancio- ha trovato una soluzione per darmi un sostegno economico, E’ pur sempre un Presidente, sono tanti i problemi e quindi non è facile, non è che tutti i giorni possiamo interloquire con lui; però ci sono anche i collaboratori che ci aiutano a facilitare il rapporto.

d- Evito di chiederle –ingenuamente- se la politica va fatta con “amore”, ma è certo che molti cittadini hanno visto la faccenda dei “mini-vitalizi” (la cosiddetta “pensioncina” di 600 euro per i consiglieri regionali, approvata di recente –ndr) come un atto di “dis-amore” nei loro confronti. Lei che idea si è fatto?

r - Diciamo che ogni attività ha un suo corso, merita ognuno una copertura. Io lo vedo come sindaco: noi non abbiamo copertura previdenziale. Anche se c’è una norma, io faccio il libero professionista e verso alla mia cassa di previdenza. Potrei attingere dal Comune, ma siccome ha risorse limitate, non l’ho mai fatto. La Regione ha la possibilità, ma devono forse rivedere un po’ la norma. Chi oggi fa un’attività politica sa che non può essere un’attività occasionale, bensì costante, per il territorio, a contatto con le istituzioni. E quindi bisogna ragionare, verificare qual è la dimensione e cosa può essere utile. Una “pensione d’oro” per un solo mandato certo sarebbe ingiusta, ma può esserci un minimo contributivo per migliorare la condizione pensionistica di un domani.

d- Mettiamo che tra cent’anni qui al Municipio scoprano una targa a suo nome: cosa vorrebbe ci fosse scritto?

r - Mah, vorrei essere ricordato per quello che sto facendo. Oggi è difficile gestire un ente, perché scontiamo l’esiguità delle risorse finanziarie. Vi dico solo un aspetto: abbiamo una spesa corrente, spese di funzionamento dell’ente, un bilancio corrente di 1.400.000/1.500.000 Euro; il Ministero trasferisce 550.000 Euro, il resto li devo recuperare io.

d- Con le tasse e…

r - Tasse non le possiamo mettere a nessuno, consideri che ad Abriola non abbiamo l’addizionale comunale, perché sono pochi i cittadini. Recuperiamo con dei progetti, con i fondi del P.O. Val D’Agri (dal 2021, con l’assessore Cupparo e il Presidente Bardi, abbiamo trovato una soluzione -anche con il parere favorevole della Corte dei Conti- per poter utilizzare una piccola parte per le spese di funzionamento dei servizi degli uffici comunali). Altri fondi li recuperiamo dalla Tari, dall’Imu … e poi mi devo inventare io un po’ di progetti con il Ministero (tutti rientranti nelle spese di funzionamento).

d- Una canzone adatta a “titolare” il momento che vive il suo paese?

r - “Sono ancora qua” (sorride)

   

  

 

 

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