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L'idea di realizzare una zipline nel Vallone Santa Lucia a Potenza nasce con un obiettivo preciso: dotare il capoluogo lucano di un'attrazione capace di intercettare nuovi flussi turistici e contribuire a cambiare la percezione di una città che, pur ricca di storia, cultura e paesaggi, è rimasta finora ai margini dei grandi circuiti del turismo esperienziale.

Un'infrastruttura di questo tipo non rappresenterebbe soltanto un'attrazione in sé, ma potrebbe diventare il punto di partenza di un sistema più ampio, capace di creare sinergie con le altre eccellenze della Basilicata. Chi scegliesse di vivere l'adrenalina della zipline a Potenza potrebbe essere invogliato a proseguire il viaggio verso Maratea, magari trascorrendo una giornata o un soggiorno nello splendido scenario del Lido Macarro. Allo stesso modo, i tanti visitatori della costa tirrenica potrebbero trovare nella zipline un motivo in più per conoscere anche l'entroterra lucano.

È questa la logica del turismo moderno: non competizione tra territori, ma collaborazione. Per raccontare cosa significhi costruire negli anni una realtà imprenditoriale capace di diventare un punto di riferimento ben oltre i confini regionali, abbiamo incontrato Peppe e Laura, componenti della famiglia del Macarro.

Lo stabilimento, ci spiegano, sorge nella suggestiva Cala di Don Nicola, meglio conosciuta come Macarro, a Marina di Maratea. Nato nel 1979, offre da oltre quarant'anni servizi balneari e assistenza ai bagnanti, consolidando un'esperienza che gli ha consentito di diventare una delle realtà più apprezzate della costa lucana. La spiaggia, insignita della Bandiera Blu, è incastonata tra pareti rocciose e immersa nella macchia mediterranea, con un'ampia area verde ombreggiata che rappresenta una delle caratteristiche più apprezzate dagli ospiti.

Ma il Macarro è soprattutto una storia di famiglia.

Laura racconta che tutto ebbe inizio grazie all'intuizione della zia Linda, che avviò l'attività con pochi ombrelloni e una gestione semplice, quasi familiare, frequentata inizialmente da un ristretto gruppo di amici. Con il passare degli anni, grazie all'impegno costante dell'intera famiglia, quel piccolo stabilimento è cresciuto fino a trasformarsi nella realtà conosciuta oggi.

Emblema di questa storia è anche una semplice frisella, preparata appositamente per il Macarro da un forno di Laino, in Calabria, utilizzando farina integrale. Un prodotto genuino che, nel tempo, è diventato uno dei simboli dell'accoglienza del lido, conquistando il palato di tanti visitatori e contribuendo a creare un'identità riconoscibile, fatta di tradizione e autenticità.

Guardando al domani, Peppe e Laura preferiscono mantenere uno sguardo concreto. Più che inseguire programmi a lungo termine, spiega che oggi la priorità è vivere pienamente il presente, continuando ad accogliere con entusiasmo gli amici e i turisti che ogni estate scelgono il Macarro. Per il futuro, aggiunge, ci sarà tempo.

Il tema centrale dell'intervista diventa però quello della collaborazione tra imprese e territori. Alla domanda se sia più efficace fare squadra oppure procedere ognuno per conto proprio, i due gestori evidenziano come lavorare per la crescita della propria attività significhi, inevitabilmente, contribuire anche alla crescita dell'intero territorio. Pur parlando dell'esperienza del Macarro, sottolineano che la vera forza dell'azienda risiede nella famiglia e nel gruppo di lavoro, formato anche dai collaboratori che ogni stagione condividono sacrifici e responsabilità. È proprio questo spirito di squadra, vissuto soprattutto nei momenti più impegnativi, a rappresentare uno degli elementi che hanno permesso al lido di consolidarsi negli anni.

Un messaggio che si trasforma anche in un consiglio rivolto ai giovani che desiderano intraprendere un'attività imprenditoriale. Peppe e Laura invitano a credere nelle proprie idee e a non smettere mai di inseguire i propri sogni, anche quando il contesto economico appare difficile. Laura, in particolare, ricorda come lei e sua sorella fossero ancora bambine quando la zia immaginò quel piccolo stabilimento balneare e come, insieme al padre, allo zio e all'intera famiglia, abbiano scelto di portare avanti quel progetto fino a trasformarlo in una realtà conosciuta ben oltre i confini della Basilicata. Proprio per questo, il suo invito ai giovani è quello di non scoraggiarsi davanti alle difficoltà, ma di perseverare con determinazione.

È una testimonianza, la loro, che si lega perfettamente all'idea della zipline di Potenza. Perché il turismo non cresce grazie a un'unica attrazione, ma attraverso una rete di esperienze complementari, capaci di valorizzarsi reciprocamente. Così come il Macarro è diventato negli anni un simbolo dell'accoglienza di Maratea grazie alla visione e alla tenacia di una famiglia, allo stesso modo una nuova attrazione nel capoluogo potrebbe rappresentare un tassello importante di un'offerta turistica integrata, nella quale Potenza, Maratea e tutte le eccellenze lucane smettano di essere realtà isolate per diventare tappe di un unico grande viaggio alla scoperta della Basilicata.

Alfonso “Claudio” Rossiello

 

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di Walter De Stradis

 

Jimmy Bruno, minuto, con una coppolina schiacciata sugli occhi, si siede al tavolo del Gran Caffè in Piazza Prefettura, a Potenza, davanti a un cappuccino. Rassomiglia a un Baretta (il detective italo americano della tv dei Settanta) un po’ più âgé. Ha settantatré anni, lo sguardo lucido dei veterani del jazz, un braccio tatuato e le mani segnate da sessant’anni e passa di contatto quotidiano con le corde della chitarra. Quella sera (mercoledì scorso) si tiene il suo concerto -regalato alla Città che lo ospita- nel Cortile del Campanile della Chiesa di San Michele. Insomma, il suono puro e senza concessioni del Bebop nel cuore del centro storico potentino. Eppure, la presenza del leggendario chitarrista americano a Potenza, accompagnato dalla fidanzata di origini lucane, la cantante Jennifer Stigliani Bowen e dal cugino acquisito -e interprete d’occasione- don Gerardo "Dino" Lasalvia, non è una semplice tappa di una tournée. È, nelle parole dello stesso musicista, una “vacanza” in un luogo che l’ha rapito.

«I nonni della mia fidanzata erano della Basilicata, di Tolve e di Brindisi di Montagna, ove la scuola elementare è dedicata al bisnonno di lei, Andrea Pisani. Ho fatto poi la conoscenza di don Dino a un matrimonio di famiglia. Abbiamo stretto una lunga amicizia, frequentandoci nel corso della sua permanenza negli USA».

Nato a Philadelphia nel 1953 all’interno del quartiere italo-americano, Bruno è cresciuto in quello che definisce un vero e proprio “block” operaio isolato dal resto della città, dove la lingua, il cibo e i codici di comportamento erano rigorosamente quelli d’origine. Una bolla culturale ed etnica che ha condizionato radicalmente i suoi primi passi.

«La mia famiglia, i miei cugini, i miei nonni sono di qui, del sud Italia... I miei genitori erano della prima generazione, quindi erano nati in America».

Sangue catanese da parte paterna (da cui eredita il cognome) e napoletano da parte di madre.

L’approccio alla musica non è stato un lusso accademico, ma una naturale estensione del contesto domestico. Entrambi i genitori erano musicisti: il padre suonava la chitarra e la madre era cantante. Fu proprio il padre a mettergli in mano lo strumento all’età di sette anni, avviandolo a una disciplina quotidiana e inflessibile.

Lavorare come musicista professionista nel dopoguerra, tuttavia, esponeva la famiglia a dinamiche sociali ambigue all’interno della stessa comunità italo-americana.

«Mio padre come musicista lavorava molto, fin da giovanissimo, affrontando turni notturni e rientri all’alba. I vicini di casa, operai con turni tradizionali, faticavano a comprendere come un uomo potesse vestirsi elegantemente, in giacca e cravatta, a orari insoliti, associando spesso e volentieri lo stile di vita del musicista ad attività illecite o malavitose. Addirittura pensavano fosse un mafioso».

L’aspetto forse più straordinario della storia della famiglia Bruno risiede però nell’apertura culturale che caratterizzava la loro casa negli anni Cinquanta, in un periodo storico in cui l’America era profondamente lacerata dalla segregazione razziale e da forti tensioni sociali. Gli immigrati italiani a Philadelphia, pur integrati a livello lavorativo, non erano noti per la loro tolleranza verso la popolazione afroamericana. Il padre di Jimmy, al contrario, scardinò completamente le convenzioni del quartiere anteponendo la stima artistica e umana a qualsiasi pregiudizio etnico. Suonò a lungo con musicisti neri, offrendo loro supporto e collaborazione professionale in un’epoca in cui anche i semplici spostamenti logistici erano rischiosi per un artista afroamericano.

«Mio padre ha sempre suonato con gente di colore, negli anni 50 soprattutto... Nat King Cole ha suonato con mio padre, che gli ha fatto anche un po’ da battistrada, sostanzialmente, finché è diventato famoso. Ed ho un ricordo personale: quando avevo dieci anni... mio padre ospitava per mangiare molti musicisti neri, prima di andare per concerti. E mia madre preparava gli spaghetti anche per loro. Anche la notte».

Questa ostentata fratellanza musicale e l’abitudine di invitare colleghi afroamericani nella propria abitazione per cena provocarono una reazione immediata e durissima da parte del vicinato. I residenti del blocco, preoccupati che la presenza di cittadini neri potesse svalutare il valore commerciale delle proprietà e alterare il tessuto sociale del quartiere, tentarono un vero e proprio boicottaggio: “se tu continui a frequentare questi neri, nessuno comprerà più la tua casa”. (Bisogna sapere che in America le case vengono vendute in molta velocità, si cambia spesso domicilio).

«Per un anno mio padre ha detto: ‘Ok, accetto la sfida’, e per dodici mesi nessuno ci ha rivolto la parola, perché gli italiani erano famosi per non avere un buon concetto dei neri».

Questo ambiente poroso, capace di fondere il rigore melodico italiano con la rivoluzione ritmica e armonica afroamericana, è stato il terreno fertile su cui Bruno ha costruito una carriera monumentale. Ha suonato e condiviso palcoscenici con i pilastri assoluti del jazz mondiale: Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Stan Getz ed Ella Fitzgerald. La sua produzione discografica, a partire dal 1991 sotto la guida di Carl Jefferson per la storica etichetta Concord Jazz, lo ha consacrato a livello internazionale. Album come il cult del 2001 Midnight Blue e riletture magistrali di standard come Stella by Starlight sono diventati punti di riferimento per la critica, ponendo il suo lavoro sullo stesso piano di giganti come Bobby Watson, Scott Hamilton e Joey DeFrancesco.

Accanto all’attività concertistica, Bruno ha sviluppato un profondo percorso accademico, insegnando nelle università americane. Il suo ruolo, ci spiega, a volte si è concentrato proprio sulla spiegazione dell’evoluzione formale del jazz, illustrando come i musicisti bianchi abbiano assimilato, strutturato e codificato una tradizione nata come prettamente nera, contribuendo a trasformandola in un linguaggio universale.

Il concerto a Potenza, patrocinato dal Comune e programmaticamente intitolato “Songs my father taught me” (“Le canzoni che mi ha insegnato mio padre”), ha riflettuto fedelmente questa duplice anima. Bruno ha strutturato la scaletta concentrandosi su una selezione di love songs (alcune delle quali cantate splendidamente proprio da Jennifer) rilette in chiave soft jazz, mantenendo la pulizia formale e l’eleganza tipica delle grandi serate di Broadway.

Al termine dell’evento, l’impatto con la realtà lucana ha lasciato un segno evidente sul musicista, colpito non solo dall’acustica e dall’architettura del centro storico, ma da un senso di sicurezza e comunità che faticava a ritrovare nelle metropoli statunitensi.

«Di Potenza mi piace soprattutto la gente. Mi sento molto sicuro».

La visita al Teatro Stabile, poi, e l’incontro con il pianoforte storico di Leoncavallo, hanno sigillato un’esperienza che va oltre la gratificazione professionale.

«A volte penso, vorrei essere nato in quel momento. In quel tempo. Perché mi piace scrivere».

Seduto al tavolo del caffè, con la sua voce roca e incredibilmente “cool”, Jimmy Bruno sintetizza così il senso di una sosta che ha il sapore di un cerchio che si chiude. Tra la rigidità dei blocchi di Philadelphia e la pietra antica di Potenza, la sua chitarra ha dimostrato, ancora una volta, che la musica non è altro che il mezzo più preciso per ricordare da dove si è partiti.

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di Walter De Stradis

 

 

C’è una Rionero in Vulture che tutti conoscono. E poi ce n’è un’altra, invisibile, scavata nel tufo, fatta di cunicoli, pozzi, vecchie botti e silenzi. Una città sotterranea che, in molti casi, sopravvive dietro il portone di un palazzo del centro storico o addirittura sotto il garage di una casa costruita decenni dopo. Una “Rionero segreta”, insomma, e questa è quasi una storia da romanzo d’appendice, se non fosse che è tutta vera.

A guidare questo viaggio è Gennaro Gruosso, 56 anni, imprenditore edile rionerese. Per passione, recupera ciò che il tempo stava cancellando: le antiche cantine del paese. Non per nostalgia fine a se stessa, ma perché considera quei luoghi un pezzo fondamentale della memoria collettiva.

«Il mio scopo è trasmettere ai più giovani tutta la nostra cultura del paese. Quello che hanno tramandato a me, voglio trasferirlo anche agli altri».

Una missione personale, iniziata quindici anni fa ma coltivata, in realtà, fin dall’infanzia.

Il primo ricordo è quello di un bambino che scende nelle grotte insieme ai nonni e ai genitori per prendere il vino. La luce elettrica non c’era.

«Andavamo con la candela. Avevo timore quando entravo: mi affascinavano, ma mi spaventavano pure. Poi me le sognavo illuminate. Lo raccontavo a mia madre e lei mi diceva: “È un buon segno”. Da grande quella luce l’ho messa davvero».

È una frase che, forse più di ogni altra, spiega il senso del suo lavoro: illuminare luoghi rimasti per decenni nell’ombra.

Le tre cantine visitate –due in via Matteotti e una in via Generale Pennella- raccontano una storia diversa da quella dei musei tradizionali.

Non ci sono vetrine né percorsi sterilizzati. Ci sono damigiane verdi, torchi, bilance, ferri da lavoro, pentole annerite dal fuoco, antichi attrezzi agricoli e utensili domestici recuperati uno a uno. Oggetti che parlano della civiltà contadina, ma anche della quotidianità di un paese costruito intorno alla vite.

Accanto a tutto questo, nella “grotta” in via Pennella, Gruosso ha inciso direttamente nel tufo volti e bassorilievi dedicati a personaggi della storia rionerese, trasformando alcune pareti in una sorta di galleria scolpita nella roccia.

L’impressione è quella di attraversare una memoria ancora viva, non una semplice collezione.

La scoperta più sorprendente arriva in una delle cantine di via Matteotti. Non è un ambiente unico, ma un sistema verticale di ambienti sovrapposti. “Una cattedrale”, come l’ha definita quello che è un po’ il mentore di Gennaro, il professor Sasso. Si entra in una grotta, poi si sale in quella superiore, quindi ancora oltre. Un’architettura nata con una logica precisa: sfruttare la gravità durante la vinificazione.

«Sopra c’erano i palmenti, dove si pigiava l’uva. Poi il vino scendeva nella cantina sottostante, dove c’erano le botti e avveniva l’affinamento. Prima era più comodo arrivare da sopra con gli asini.»

Il vino, insomma, attraversava il paese dall’alto verso il basso come una linfa sotterranea, un sangue spremuto dall’uva.

Nella stessa cantina si apre però anche un pozzo alimentato dalla falda acquifera naturale. Gruosso ne parla con l’entusiasmo di chi lo osserva da anni.

Eppure davanti a queste meraviglie magari ci si passa tutti i giorni, senza accorgersene. Una delle cantine si raggiunge attraversando il portone di un vecchio edificio del centro. C’è scritto ancora “Catena” sul cancello in ferro battuto. Un’altra, quella in via Pennella, si nasconde sotto una moderna abitazione: si entra dal garage e si scende in un mondo scavato secoli prima.

È la conseguenza della conformazione di Rionero, costruita “a livelli”, dove il sottosuolo continua a custodire ciò che in superficie è stato modificato.

«Mi raccontava un anziano di Rionero che portavano i carcerati a scavare queste cantine». È un racconto che appartiene alla memoria popolare e che contribuisce ad alimentare il fascino di questi luoghi.

La passione di Gruosso, come accennato, nasce dalla famiglia. I nonni e i genitori erano tutti contadini e il lessico della campagna era il linguaggio quotidiano della casa:“spudantura”,’”allazzatura” e così via. «A Rionero si dice: “la vigna è tigna”, perché ci devi stare sempre vicino, è complicata, se l’abbandoni un po’ perdi tutto quello che hai fatto». Ancora oggi lui coltiva la vigna e produce qualche centinaio di litri di vino per hobby. Non ha mai voluto trasformare quella passione in un’attività economica. La ragione è legata a un ricordo preciso. Da bambino vide una grandinata distruggere il raccolto.

«Avevo dieci anni. Mio padre piangeva. Tutto il lavoro di un anno era finito. Aveva fatto anche debiti per compare il materiale necessario, pensando di ripagarlo con la vendemmia. Quella scena mi è rimasta dentro.»

Per questo il vino è rimasto una passione. «Se grandina, pazienza. Non perdo il lavoro di un anno.»

Le tre cantine/grotte visitate rappresentano solo una piccola parte di un patrimonio enorme. Gruosso stima che a Rionero esistano migliaia di antiche cantine.

«Ce ne saranno circa tremila. Di queste, almeno duemilaottocento sono abbandonate.»

Numeri difficili da verificare con precisione, ma sufficienti a dare la misura di un patrimonio diffuso e ancora in gran parte inesplorato. Alla domanda su cosa potrebbe fare la politica per sostenere questo lavoro, la risposta è netta.

«Non mi interessa. Mi aiuto da solo. Quello che posso fare, lo faccio senza l’aiuto di nessuno. Sono fiero di quello che ho realizzato.»

Non è una dichiarazione polemica, quanto la fotografia di un metodo: recuperare una cantina dopo l’altra, con pazienza, per pura passione, senza attendere finanziamenti o riconoscimenti.

Chi arriva fin lì, intanto, resta stupito. «Vedono una cosa che non si aspettano possa esistere a Rionero.»

Ed è forse questa la chiave di tutta la storia.

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di Walter De Stradis

 

Ottobre 2018 - Kabir Bedi, il volto di Sandokan per intere generazioni di spettatori, è in Basilicata alla ricerca di location per una produzione di Bollywood. Tra i luoghi visitati c’è anche il Parco della Grancia, scenario ogni anno dello spettacolo storico “La Storia Bandita”. È qui che qualcuno gli racconta una storia curiosa. L’attore indiano si diverte, si appassiona all’idea e accetta persino di indossare la giacca di scena di Carmine Crocco, il più celebre brigante lucano, imbracciando una vecchia “scuppetta” e puntandola all’obiettivo dei fotografi. Ma quale storia aveva ascoltato?

In realtà si trattava del racconto di un racconto: il ricordo di alcuni presenti che richiamavano le lezioni di un professore melfitano, oggi difficile da identificare, portatore di una teoria tanto audace quanto affascinante. Secondo questa interpretazione, infatti, la Tigre di Mompracem, il personaggio più celebre creato da Emilio Salgari nel 1883, sarebbe in realtà una trasfigurazione letteraria di Carmine Crocco. Proprio lui.

La teoria (non si sa se basata su un qualche documento o su una elaborata “deduzione” personale) sostiene che Salgari, lettore attento delle vicende del brigantaggio postunitario e da sempre incline a schierarsi con i popoli oppressi contro i dominatori, abbia trasferito nel Sud-est asiatico conflitti e personaggi che affondavano le proprie radici nel Mezzogiorno d’Italia.

I sostenitori di questa suggestiva ipotesi, da prendere con le pinze, si spingono però oltre. Il nome Sandokan sarebbe il risultato di una combinazione tra SANtomauro, cognome della madre di Crocco, DOnatelli, soprannome del brigante, e la lettera K, a significare l’iniziale del cognome. Il fedele Yanez, portoghese, troverebbe il proprio corrispettivo in Borges (il generale carlista spagnolo che nel 1861 raggiunse la Basilicata per coordinarsi con Carmine Crocco nella lotta contro il Regno d’Italia), mentre la sfortunata Marianna, “La Perla di Labuan”, richiamerebbe la figura della brigantessa Maria Giovanna Tito, compagna del Generale dei Briganti. E il conflitto tra gli inglesi e la Tigre della Malesia non sarebbe altro che una rilettura romanzata dello scontro tra i briganti meridionali e il nuovo Stato sabaudo.

Naturalmente, quando si cerca di sostenere una tesi, soprattutto in campo letterario, le coincidenze possono moltiplicarsi facilmente. Tuttavia l’ipotesi Sandokan-Crocco possiede un fascino indiscutibile. E soprattutto presenta un elemento raro: la sua originalità. Così originale, che persino Felice Pozzo, considerato il massimo esperto e studioso italiano dell’opera salgariana, non ne ha mai sentito parlare.

Contattato telefonicamente per una scrupolosa verifica, lo studioso vercellese propone invece una diversa chiave di lettura, che sarebbe peraltro ampiamente condivisa dagli specialisti. Il modello storico di Sandokan sarebbe Giuseppe Garibaldi, osservato però non nel ruolo dell’Eroe dei Due Mondi celebrato dal Risorgimento, bensì nel periodo delle sue avventure sudamericane, quando combatté, a mo' di "corsaro" (ovvero come comandante navale irregolare), al fianco di alcune forze indipendentiste.

In questa prospettiva, i “Tigrotti” della Malesia non sarebbero i “Lupi” lucani, bensì gli uomini che seguirono il biondo eroe di Caprera nelle sue campagne oltreoceano. E Yanez, il “fratellino” d’elezione di Sandokan, troverebbe il proprio equivalente nel fidato Nino Bixio, sia pure con qualche inevitabile approssimazione.

Nel corso della conversazione, Pozzo elenca una lunga serie di parallelismi storici e narrativi che sembrano rafforzare questa interpretazione. A suo giudizio si tratta dell’ipotesi più accreditata tra gli studiosi di Salgari. Senza escludere, naturalmente, altre influenze letterarie. Tra queste, concorda con lo scrivente, figura anche il Capitano Nemo di Jules Verne: un principe indiano privato del proprio regno dal colonialismo europeo e trasformatosi in ribelle dei mari, figura che presenta più di una somiglianza con la Tigre di Mompracem.

Eppure la suggestione che dietro Sandokan possa celarsi, almeno in parte, il volto di Carmine Crocco continua a esercitare il proprio richiamo. Perché la storia della letteratura comunque insegna prudenza davanti alle intuizioni apparentemente improbabili. Del resto, fino agli anni Settanta del Novecento quasi nessuno collegava il Dracula di Bram Stoker a un personaggio storico realmente esistito. Soltanto dopo la pubblicazione di “In Search of Dracula”, nel 1972, gli studiosi Radu Florescu e Raymond T. McNally resero popolare l’associazione tra il celebre vampiro e il voivoda valacco Vlad III Tepeș.

Oggi quel legame è entrato nell’immaginario collettivo. Chissà che un giorno qualcuno non decida di indagare con la stessa ostinazione anche la pista che magari potrebbe condurre dal Borneo alle montagne della Basilicata. Hai visto mai.

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di Walter De Stradis

 

C'è un suo
q u a d r o ,
bello come
il sole, che
s ' i n t i t o la
"Pioggia di colori", o
qualcosa del genere, ma che
somiglia parecchio anche
alla "pioggia di codici" del
film "Matrix". Lui strizza
l'occhio e sorride. Per
Oreste Ramaglia, artista
e imprenditore del Parco
Ricevimenti Pierfaone,
la pittura non è stata una
scelta improvvisa, ma un
richiamo silenzioso che lo
accompagna da sempre.
Un sogno custodito nel
tempo, coltivato con
pazienza e trasformato,
pennellata dopo pennellata,
in una forma autentica di
espressione.
La sua storia comincia
da lontano. Da bambino
immaginava già di fare
qualcosa di artistico, anche
se la vita lo ha portato
inizialmente verso studi
tecnici. Quella vocazione,
però, non si è mai spenta.
«È una cosa innata»,
racconta, spiegando come
il desiderio di dipingere sia
rimasto sempre vivo nel
suo cuore.
Un episodio, in particolare,
sembra aver lasciato un
segno profondo nel suo
percorso. «A dieci anni,
mi mandarono in collegio
a Maratea insieme a mio
fratello. La nostalgia di
casa si trasformò presto
in creatività: ogni giorno
realizzavo un piccolo
disegno da conservare per
la mamma. Alla fine dei
periodi trascorsi lontano,
a Natale o a Pasqua, le
consegnavo quel piccolo
tesoro fatto di fogli e
colori».
Fu proprio in collegio che
incontrò insegnanti capaci
di riconoscere e alimentare
quella sensibilità artistica.
Non soltanto disegno
e acquerello, ma anche
tecniche più elaborate
come lo sbalzo del rame.
Un’esperienza che oggi
ricorda con affetto e
gratitudine.
Pur definendosi
autodidatta, Ramaglia
considera la pittura una
forma di immersione
totale. «Quando dipingo,
tutto il resto scompare.
L’artista si concentra
esclusivamente su ciò che
sta nascendo sulla tela,
fino all’ultima pennellata.
È lì che comprende se
un’opera ha raggiunto il
suo equilibrio».
La svolta è arrivata circa
vent’anni fa, quando ha
deciso di prendere sul
serio quella passione e
di utilizzarla anche come
strumento di crescita
personale. Da allora ha
iniziato a esporre le proprie
opere e a condividerle con
il pubblico, trovando nei
social network una vetrina
importante. I riscontri
positivi non si sono fatti
attendere.
Le sue tele colpiscono
immediatamente per la
forza cromatica. Colori
accesi, vivaci, quasi
esplosivi. Una scelta che
nasce da una precisa volontà
comunicativa. Ramaglia
desidera trasmettere
leggerezza, gioia e serenità.
Chi osserva un suo quadro,
nelle sue intenzioni, deve
percepire «sempre qualcosa
di bello».
Non ama rinchiudersi
in definizioni troppo
rigide. Se proprio dovesse
descrivere il proprio stile,
lo chiamerebbe «spontaneo
realismo», una formula
personale che lascia intuire
il desiderio di rappresentare
la realtà senza perdere la
libertà dell’istinto creativo.
Non sorprende, allora,
che le pareti del Pierfaone
siano diventate una sorta di
galleria permanente. Dopo
oltre trent’anni trascorsi a
gestire la struttura immersa
nel verde della Sellata,
l’artista ha sentito il
bisogno di renderla ancora
più accogliente. «Volevo
dare un po’ di colore a
queste pareti», spiega,
raccontando la volontà di
animare gli spazi e regalare
alle persone un’atmosfera
allegra e stimolante.
Tra le opere più
significative emerge “Il
Mistero”, una tela ispirata
all’origine dell’universo.
Ramaglia guarda con
fascinazione al Big Bang,
alla nascita della Terra
e ai grandi interrogativi
cosmici. Anche qui i colori
diventano protagonisti
assoluti: giallo, rosso e
blu si fondono in una
rappresentazione simbolica
delle energie primordiali.
Accanto alla dimensione
cosmica c’è quella
spirituale. Ne è un esempio
la sua reinterpretazione
della celebre “Creazione di
Adamo” di Michelangelo,
arricchita dall’inserimento
di elementi contemporanei
e da una personale lettura
simbolica.
Ma la produzione di
Ramaglia non si limita ai
temi universali. Grande
spazio occupano infatti
i ritratti. Dalle figure
femminili dai tratti morbidi,
ispirate in parte alle
suggestioni di Modigliani,
fino ai volti iconici di
Charlie Chaplin, Totò e
John Lennon.
Nel suo percorso non
manca neppure il dialogo
con altri artisti. Ramaglia
cita con stima figure come
Raimondo Andreolo e
Domenico Dragonetti,
protagonisti della scena
artistica lucana, con i quali
ha costruito rapporti di
collaborazione e amicizia.
Tuttavia, non crede che
esista una vera e propria
scuola pittorica lucana:
«Ogni artista segue
una ricerca personale e
sviluppa un linguaggio
autonomo».
A ispirarlo quotidianamente
è soprattutto la Basilicata.
La definisce «un polmone
verde dell’Italia», un luogo
capace di offrire silenzio,
aria pulita e una natura
ancora incontaminata.
Da oltre trent’anni vive
immerso tra faggi, querce
e sottobosco, e proprio
da quel paesaggio trae
molte delle sue suggestioni
artistiche. Nei suoi
quadri compaiono boschi
attraversati dalla luce,
scorci innevati e prospettive
che restituiscono tutta
la forza evocativa della
montagna lucana.
Quando il discorso si
sposta sul ruolo dell’arte
nella società, il pittore
assume toni quasi civili.
«La bellezza può unire
le persone e creare
punti di incontro anche
dove esistono differenze
profonde. Persino in
politica. L’arte è una cosa
universale, abbraccia
tutti», afferma. Una
convinzione che va oltre
la pittura e diventa una
visione del mondo.
Forse è proprio questa
l’essenza dell’opera di
Oreste Ramaglia: usare
il colore non soltanto per
decorare una tela, ma
per costruire ponti. Tra
memoria e presente, tra
natura e immaginazione,
tra persone diverse. Con la
stessa semplicità con cui,
da bambino, riempiva fogli
di disegni pensando alla
mamma lontana.

 

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ZIPLINE_SANTA_LUCIA.jpgCon questo mio
intervento desidero
s o t t o p o r r e
u f f i c i a l m e n t e
all’attenzione della
Città di Potenza una proposta
progettuale che ritengo possa
rappresentare un’importante
opportunità di valorizzazione
urbana, turistica ed economica
per il capoluogo lucano.
L’idea, battezzata “Fly Potenza”,
consiste nella realizzazione di
una zipline urbana che si sviluppi
sul Vallone di Santa Lucia,
seguendo idealmente il tracciato
del cosiddetto Ponte Attrezzato
e sfruttando una delle aree più
suggestive e caratteristiche della
città.
Descrizione dell’intervento
La proposta prevede
l’installazione di una “zipline”
con stazione di partenza in
corrispondenza dell’ingresso
delle scale mobili di Via Mazzini/
Porta Salza e stazione di arrivo
in Rione Cocuzzo, all’estremità
opposta del percorso del
cosiddetto “Ponte Attrezzato”,
per meglio dire “Scala Mobile
Santa Lucia”.
Una “zipline” è un’infrastruttura
di trasporto aereo
monodirezionale non
motorizzato, in cui un carrello
(“pulley”) scorre lungo un cavo
portante inclinato, consentendo il
trasferimento di un carico umano
tra due punti a differente altezza.
Dal punto di vista tecnico, questa
particolare “zipline” sarebbe
costituita da uno o più cavi in
acciaio ad alta resistenza lungo i
quali il visitatore, opportunamente
imbracato e assistito da personale
qualificato, potrebbe effettuare
una traversata aerea del Vallone
di Santa Lucia in totale sicurezza.
L’esperienza consentirebbe
di sorvolare il vallone da una
prospettiva assolutamente inedita,
offrendo una vista panoramica sul
tessuto urbano, sulle aree verdi
circostanti e sull’intero sistema
infrastrutturale che collega i
diversi livelli della città.
L’utente vivrebbe una vera e
propria esperienza immersiva,
caratterizzata da una
combinazione di emozione,
spettacolarità e scoperta del
territorio.
I tour operator organizzeranno
pacchetti specifici; gli sposi
"voleranno" in abiti da
matrimonio; ci saranno sistemi di
video proiezione e iluminazione
giganti.
Integrazione con il sistema di
mobilità esistente
Uno degli aspetti più interessanti
della proposta riguarda il viaggio
di ritorno.
Una volta raggiunta la stazione di
arrivo in Via Tammone, i visitatori
potrebbero ritornare al punto di
partenza utilizzando il sistema
di scale mobili già esistente e
pienamente funzionante.
Tale soluzione consentirebbe di
integrare perfettamente la nuova
attrazione con le infrastrutture
urbane presenti, evitando la
necessità di realizzare ulteriori
impianti dedicati al rientro e,
al tempo stesso, valorizzando
un patrimonio pubblico già
disponibile.
Le scale mobili rappresentano
infatti uno degli elementi distintivi
della mobilità urbana potentina,
ma risultano
ancora oggi
sottoutilizzate
rispetto alle loro
potenzialità.
L’inserimento
della “zipline”
contribuirebbe
ad aumentarne
l ’ u t i l i z z o ,
trasformandole
in parte
i n t e g r a n t e
dell’esperienza
turistica.
Valorizzazione
del Vallone
di Santa Lucia
Il Vallone di
Santa Lucia
costituisce uno
degli spazi più
interessanti e
meno valorizzati della città. La
realizzazione di una “zipline”
consentirebbe di trasformare
tale area in un nuovo punto di
interesse turistico capace di
attirare visitatori provenienti
dalla Basilicata, dalle regioni
limitrofe e dal resto del Paese.
L’iniziativa permetterebbe inoltre
di promuovere un’immagine
innovativa di Potenza,
associandola a forme di turismo
esperienziale oggi sempre più
richieste dal mercato.
Le moderne strategie di sviluppo
territoriale dimostrano infatti che
le attrazioni iconiche e ad alto
contenuto emozionale possono
diventare potenti strumenti di
marketing urbano e di promozione
territoriale.
Uitile si rileverà anche
l'istituzione di servizi-navetta in
Piazza Zara, Rione Cocuzzo e
area Ex Cip Zoo.
Ricadute economiche
e occupazionali
Ritengo che un intervento di
questo tipo possa generare
importanti benefici economici per
la città.
La presenza di un attrattore
turistico unico nel suo genere
all’interno di un contesto urbano
come quello potentino sarebbe
in grado di incrementare i flussi
turistici e di favorire una maggiore
permanenza dei visitatori sul
territorio.
Ciò comporterebbe ricadute
positive per numerosi settori
economici, tra cui:
• strutture ricettive;
• attività di ristorazione;
• esercizi commerciali;
• servizi turistici;
• attività culturali e
ricreative;
• organizzazione di eventi.
È inoltre ragionevole ipotizzare
che, nel medio periodo, l’area
interessata dall’intervento possa
stimolare la nascita di nuove
iniziative imprenditoriali legate
all’accoglienza, al tempo libero e
all’intrattenimento.
“Fly Potenza” potrebbe quindi
fungere da catalizzatore per un più
ampio processo di rigenerazione
urbana e sviluppo economico
dell’intera zona.
Una visione per il futuro
della città
Potenza possiede caratteristiche
morfologiche uniche nel
panorama nazionale. Le forti
differenze di quota, la presenza
di valloni urbani e il sistema
di collegamenti verticali
rappresentano elementi che
potrebbero essere trasformati da
limiti percepiti a punti di forza e
di attrazione.
La proposta qui presentata
nasce dalla convinzione che la
città abbia bisogno di progetti
innovativi, capaci di generare
entusiasmo, attrarre visitatori e
rafforzare il senso di identità del
territorio.
Una “zipline” urbana sul Vallone
di Santa Lucia potrebbe diventare
un simbolo moderno della
città, un’infrastruttura turistica
distintiva e un esempio concreto
di come sia possibile valorizzare
le peculiarità del territorio
attraverso interventi mirati e
sostenibili.
Confido pertanto che la
cittadinanza possa concretamente
valutare l’opportunità di
approfondire la fattibilità
tecnica, economica e ambientale
dell’iniziativa. Allo scopo
installerò dei gazebo in giro per
la città per raccogliere l'adesione
esplicita dei cittadini di tutte le
età.
Su lato pratico, appronteremo
uno studio preliminare volto
a verificarne la concreta
realizzabilità.
Alfonso Rossiello

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di Walter De Stradis

 

Ormai non può più rinunciare alle rotondità della sua silhouette, dice, altrimenti poi sarebbe costretto a modificare tutte le insegne. A Potenza infatti basta dire “Biagione”. Il cognome spesso arriva in un secondo momento. Da oltre quarant’anni il volto e il nome di Biagio Picerno sono associati a un marchio che ha attraversato generazioni, crisi economiche, cambiamenti del commercio e trasformazioni urbane: Il Mondo di Biagione.

Ma dietro le insegne colorate, i negozi disseminati in Basilicata e un franchising che nei suoi anni migliori ha sfiorato i cinquanta punti vendita, c’è una storia che comincia molto lontano dagli scaffali e dalle casse. Comincia nelle campagne di Balvano.

Biagione racconta di avere soltanto tre anni quando perde il padre, colpito da un fulmine mentre cercava di mettere al riparo gli animali durante un temporale. Una tragedia che lascia sola una giovane madre con quattro figli piccolissimi. Uno di loro, Fernando, oggi consigliere regionale, sarebbe nato addirittura due mesi dopo la morte del padre.

È il primo snodo di una vicenda che lui stesso riconduce alla figura materna.

«Lei è stata la nostra forza»: una donna che non si risposa, lavora, cresce i figli e li trasferisce a Potenza perché studiare restando a Balvano, in quegli anni, sarebbe stato quasi impossibile.

Le immagini che conserva dell’infanzia sembrano arrivare da un’altra epoca. Lui e i fratelli trasportati nei grandi cesti sistemati sui fianchi dell’asino, lungo sentieri di montagna che costeggiavano il dirupo: «Chi capitava sul lato del burrone chiudeva gli occhi per la paura», ricorda sorridendo. Nella casa di campagna, racconta, attorno alla “fucuagna”, dormiva perfino l’asinello.

Tempo dopo, l’avventura imprenditoriale nasce quasi per necessità.

«Era difficile trovare un posto fisso, soprattutto senza raccomandazione». Così, nel 1978, arriva la decisione di aprire una piccola salumeria a Potenza. Un negozio di pochi metri quadrati comprato a debito, con 33 milioni di lire frutto di una piccola rete di aiuti, fatta di parenti, prestiti e fiducia.

Poi, a metà anni Ottanta, si parte col primo mitico negozio “tutto a mille lire”; Biagione osserva il mercato, gira altre regioni alla ricerca di prodotti nuovi, cerca occasioni che gli altri non vedono. Racconta di essersi sempre mosso per portare novità in città e, lentamente, diventare un punto di riferimento per fornitori e clienti.

Dall’America scorge il modello dei negozi “tutto a un dollaro”. In Italia sono gli anni delle difficoltà economiche e della stretta dei consumi. E si arriva a ridosso di Tangentopoli. Lui adatta quell’intuizione alla realtà locale. «La pubblicità la faceva la gente», niente internet, ovviamente, niente social network. Bastava il passaparola.

Il successo è immediato. Il segreto non è il margine sul singolo prodotto ma il volume delle vendite. «Guadagnavamo sulla quantità», spiega. E così quel piccolo esperimento commerciale diventa uno dei primi modelli di discount popolare del territorio.

A sentirlo oggi, però, il Mondo di Biagione non nasce soltanto dall’idea del “tutto a mille lire”. Nasce soprattutto dalla capacità di adattarsi.

Quando altri commercianti iniziano a chiedergli la merce, lui apre un ingrosso. Quando i negozi aumentano, decide di affidarli in gestione continuando a fornire i prodotti. «Nel piccolo è nato il franchising».

Negli anni Duemila la rete arriva a contare quasi cinquanta punti vendita. Oggi gli affiliati sono circa venticinque, più i punti vendita diretti, in un mercato molto diverso e in cui l’offerta di Picerno si è evoluta e differenziata dai tempi eroici del “tutto a mille lire”. «Siamo cresciuti, da anni ormai abbiamo un assortimento a 360 gradi, trattiamo dal non-food ai casalinghi, ai giocattoli, agli alimentari».

Per Biagione la concorrenza è diventata più aggressiva. Parla di liberalizzazione e di aperture “selvagge” (specie di natura estera), di mercato frammentato, di clienti che non aumentano nella stessa misura delle attività commerciali. E qui arriva uno dei passaggi più interessanti dell’intervista, quando racconta una conversazione con il professore potentino Luigi Serra. Picerno si stava lamentando della crisi. Serra gli rispose con una definizione che dice di non avere più dimenticato: «Crisi significa ricerca».Una parola che gli cambia prospettiva. «Quando è facile, è facile per tutti», ma le vere capacità, sostiene, emergono proprio quando il mercato si complica.

Lo sguardo si allarga poi alla città.

Potenza, secondo lui, è cresciuta enormemente rispetto alla fine degli anni Settanta. Ricorda una città che terminava quasi ai confini del centro storico e una periferia che appariva lontanissima, specie quando andava a caricare la merce al Gallitello. Oggi però vede anche un rischio: quello di aver progressivamente svuotato il cuore cittadino. Parla da commerciante, ma anche da uomo che il centro storico lo ha vissuto. «Abitavo alle spalle del Comune, quando c’erano i parcheggiatori col cappello». Ricorda i pullman che arrivavano fino a piazza Prefettura, i parcheggi, il movimento continuo delle persone: «Via Pretoria era via Pretoria». Quando il discorso si sposta sulla Basilicata, emerge un’altra convinzione: il commercio da solo non basta.

Secondo Picerno la vera sfida è creare lavoro attraverso la produzione. Cita l’agricoltura, la pastorizia, le eccellenze locali. Fa l’esempio delle fragole del Metapontino e dei prodotti che potrebbero essere realizzati direttamente sul territorio invece di arrivare dall’esterno, come quel pecorino che ha un marchio locale «ma viene fatto in Sardegna». «È la produzione locale che realmente fa crescere una regione», sostiene.

Poi, quasi a sorpresa, il racconto torna alla dimensione privata.

Alla madre, irriducibile, che ogni mattina andava a svegliarlo per aprire il negozio. Agli anni della giovinezza, quando ammette di aver avuto un breve periodo da “malandrino, ma nel senso buono”, trascorso più a gironzolare che a studiare. E cita perfino una sua poesia in dialetto, ironica e autoironica, scritta quando la voglia di lavorare era ancora tutta da costruire: «Provai a faticare, ma non avevo sentimento, la vita mia era tutta un giuocamento».

Ma da allora, ne è passata di acqua, sotto i ponti. «Considerato da dove sono partito, oggi sono più che realizzato, io come i miei altri fratelli». Ma ci tiene parecchio a parlare delle persone che lo hanno accompagnato.

La madre, naturalmente. Ma anche la moglie Rosa, accanto a lui da quasi quarantacinque anni, il figlio Fortunato, conosciuto da tutti come Massimo, e la nuora.

«Dietro il successo di Biagione ci sono tre donne importanti», conclude.

Il racconto di Biagio Picerno non è soltanto la storia di un commerciante che ha costruito un marchio riconoscibile. È il percorso di una famiglia che attraversa mezzo secolo di Basilicata, passando dalle opacità della campagna alle insegne luminose di un successo diffuso sul territorio.

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di Walter De Stradis

 

Dal 2023 è la presidente della Lucana Film Commission: Margherita Romaniello, potentina, arriva al ristorante da sola (cosa non frequentissima, con chi ricopre ruoli importanti) e appare subito come una persona votata al pragmatismo. Non a caso in questa intervista a tutto campo, ci racconta cosa significa trasformare l’amore per il proprio territorio in un’industria stabile, muovendosi tra kolossal internazionali, la sfida della contemporaneità e la necessità di formare maestranze locali pronte a tutto. Nel senso buono.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - La mia esistenza è quella di fare qualcosa: far star bene me stessa e, mentre faccio star bene me, riuscire a far star bene anche chi mi sta intorno. Questo attraverso le mie attività, attraverso la mia condotta e, magari, anche attraverso il mio lavoro.

d -Qual è stato il suo incontro con il cinema? C’è stato un momento in cui il mondo del cinema l’ha fulminata?

r - Io ho cominciato a lavorare in APT nel 2006 e da subito, quando non esisteva neanche lontanamente una Film Commission, né l’idea di costituirla nell’immediato, ho intercettato alcuni progetti che raccontavano la Basilicata attraverso il cinema. La primissima cosa che ho fatto appartenente al mondo, diciamo, del cinema è stato un incontro con Francis Ford Coppola, che era in Basilicata per ristrutturare Palazzo Margherita, da poco ultimato. Ci siamo incontrati per una conoscenza comune e io ci ho provato, diciamo quasi senza crederci, a proporgli di girare uno spot per la Basilicata. Lui ha accettato dopo, diciamo, un po’ di trattative. Quindi abbiamo realizzato uno spot che raccontava la sua esperienza di lucano nei ricordi, ma con una radice ancora molto profonda. Da lì ci siamo poi trovati a lavorare con il cinema in una serie di altri eventi, e questo mi ha fatto capire che il cinema era davvero un volano incredibile anche per promuovere la nostra regione.

d -Quello col cinema è stato dunque un momento della maturità?

r - Sì, perché io in passato, diciamo, non avevo mai avuto direttamente a che fare con quel mondo, piuttosto con il mondo dell’arte e della comunicazione. Di conseguenza, le immagini hanno sempre rappresentato una parte importante del mio lavoro, ma il cinema in senso stretto ho cominciato a capirlo dopo averlo toccato con mano e aver visto quello che veramente lasciava sul territorio. Anche mio padre era un grande appassionato e mia madre è una cinefila: lei conosce pellicole che nessuno ha visto, lei potrebbe veramente essere al mio posto, poiché possiede una grande conoscenza anche della storia dei grandi film. Questo è un amore che, comunque, ho respirato da sempre.

d -Lei ha già anticipato che con Coppola ha capito cosa il cinema potesse fare anche per il territorio. La domanda è: il cinema può essere davvero una leva economica per la Basilicata o è un settore che continua a restare episodico?

r - È una leva, e non soltanto una leva, è una realtà. Il cinema comprende tutto il comparto, la televisione, anche format che non sono canonicamente di cinema, ma che sono comunque dei progetti. Quando vedono la luce nel nostro territorio, immediatamente, già solo per il fatto di esistere sulla nostra terra, lasciano ricchezza in modo diretto e in modo indiretto. Questo perché quel progetto, attraverso chi lo produce, sceglie di vivere in Basilicata e il territorio viene immediatamente occupato dal punto di vista lavorativo. Sulle maestranze, sulla logistica e sulle infrastrutture tutto questo ha una ricaduta immediata, perché intanto, mentre si produce, si crea economia. Quando quel prodotto viene poi immesso nel mondo della distribuzione, e quindi viene portato al cinema, trasmesso in televisione o mandato sulle piattaforme, ridà nuovamente altra ricchezza: sia attraverso la riconoscibilità di quel territorio, sia perché in quel territorio arrivano tutte quelle persone che, dopo aver visto un film o una serie sul piccolo o grande schermo, tornano o vogliono rivivere dal vivo quell’emozione, desiderando toccare quei luoghi che hanno visto sullo schermo.

d -Ha detto che cinema significa anche lavoro, ma a questo proposito: ci sono i professionisti in Basilicata? Riusciamo a trattenerli o c’è anche in questo settore, come in tutti gli altri, la fuga verso altre realtà appetibili?

r - Intanto diciamo che c’è una grande professionalità che non sempre si riesce ad esprimere, perché è una realtà che si fa fatica anche a censire. Noi, per esempio, abbiamo costituito un database molto professionale, una vera production guide sul nostro sito, dove sono presenti tutti coloro che fanno parte di questo settore. Con un’alberatura molto vasta, abbiamo inserito circa cinquanta figure professionali. I professionisti si iscrivono sulla nostra production guide inserendo tutti i dati e tutto il curriculum che possa attestare una loro reale formazione, affinché sia effettivamente un lavoro. Per noi è molto importante, quando arrivano le produzioni, poter trattare con loro e dire: «Dovete assumere le nostre professionalità», le quali, però, dal canto loro devono essere comprovate. Questo significa avere la garanzia che chi fa questo mestiere ha i numeri per poterlo fare (e non faccia altro o si diletti), perché una cosa è un hobby, un’altra cosa è il lavoro, che presuppone una formazione e quindi una professionalità acquisita.

d -Ma ci sono delle figure professionali che mancano nella nostra filiera regionale?

r - Sicuramente, anche perché c’è stata poca formazione fino a un certo punto e quindi, diciamo, c’era più improvvisazione. La formazione, chiaramente, noi l’abbiamo calibrata anche in base a delle analisi di mercato, cioè a quello che le produzioni vogliono trovare sul territorio, che è una branca importante. Poi c’è tutta la parte che il produttore si porta con sé e che quindi non cerca sul territorio (parlo, per esempio, degli sceneggiatori o dei capi reparto). Anche lì bisogna fare un lavoro, perché per esempio lo sceneggiatore è una figura che crea il progetto, quindi è difficile che arrivi in Basilicata un progetto non ancora scritto. A quel punto la figura professionale dello sceneggiatore – e comunque tutta la fase, diciamo, creativa – si deve formare in Basilicata per produrre in Basilicata e per far nascere i progetti in Basilicata.

d -Come si può fare questa formazione?

r - Noi la facciamo. Dal settembre del 2023, da quando sono diventata presidente, abbiamo intanto creato una serie di protocolli con Cinecittà, per esempio. Cinecittà ha i più importanti e antichi centri di formazione per i mestieri del cinema, quindi abbiamo tenuto dei corsi con loro. Poi abbiamo lanciato un bando con gli enti accreditati della Regione per figure professionali come gli addetti al montaggio. Abbiamo avuto dei corsi per l’art style cinematografico e per la sartoria, e proprio in questi giorni abbiamo stretto un protocollo d’intesa con l’Università per delle masterclass e dei corsi non brevi, quindi con una durata giusta per formare queste figure.

d -La Lucana Film Commission oggi punta più sull’attrazione di grandi produzioni o sulla crescita di una filiera locale stabile?

r - Entrambe le cose. Una cosa non può essere sganciata dall’altra. La filiera locale cresce quando si confronta con realtà grandi, e le realtà grandi servono per creare grandi numeri, consentendo di avere magari quattrocento persone di una troupe che lavorano e restano per settimane sul territorio, assorbendo la forza lavoro locale. Inoltre, restituendo un’immagine in grande stile del territorio, funzionano localmente da richiamo per altre produzioni.

d -Senta, ne approfitto: su Mel Gibson c’è stata un po’ di polemica sui social per il fatto che abbia spostato il “campo base” del suo nuovo film (il seguito di “The Passion”) da Matera alla Puglia. Ho letto dei commenti dei materani che in qualche modo facevano anche un “mea culpa” a proposito dei nuovi prezzi legati all’accoglienza, che sono cambiati rispetto a vent’anni fa. Lei cosa può dirci?

r - La produzione di Mel Gibson ha tenuto un profilo molto diverso da quello di vent’anni fa. Vent’anni fa “The Passion” era quasi un film indipendente, che ha concentrato buona parte del suo lavoro a Matera. Questo “The Resurrection” è un kolossal che ha, oltretutto, un discorso contemporaneo e più a-temporale vastissimo, perché parte da Adamo ed Eva; e, come tale, ha avuto tantissime location e molte ricostruzioni virtuali effettuate, per esempio, in una grandissima spianata alle porte di Roma, dove hanno ricostruito le scene anche grazie alla realtà aumentata, che è una cosa dei nostri tempi. Poi non è che lui non abbia girato a Matera, ha girato a Matera: non ha girato TUTTO a Matera, ma anche l’altra volta aveva girato un po’ anche altrove. Queste sono scelte produttive di base, cioè non è che bisogna darsi delle colpe. Probabilmente loro hanno fatto delle analisi costi-benefici rispetto alle scelte di produzione, ma la Basilicata è stata comunque lo scenario di diverse sequenze di questo film che, ripeto, essendo un Kolossal ha tantissime location. In ogni caso si parlerà anche di Matera e si parlerà anche di Basilicata perché, quando uscirà questo lavoro, l’eco mediatica dell’aver girato in Basilicata, seppur in misura minore, sarà comunque di grande vantaggio per tutti.

d -C’è il rischio che la Basilicata venga raccontata sempre attraverso stereotipi visivi – paesaggi arcaici, ruralità, spiritualità – invece che nella sua contemporaneità? Sono tormentato da quelle scene di 007, girate tra le strade di Matera, con le pecore e le processioni con donne vestite di nero.

r - Ricordiamo però anche che quello che rimane di quel film. Iintanto è la bellezza della nostra costa, perché ci sono dei paesaggi che che sono magnetici. Poi gli americani viaggiano un po’ anche per stereotipi, quindi l’Italia – non Matera, ma l’Italia – è questo: città d’arte dove fare le loro scorribande con le automobili. Diciamo che a loro piace un po’ questo, far vedere che sono dei supereroi anche in luoghi lontani dal tempo. Questo è un piccolo scotto da pagare per un film che, però, per trentotto minuti ha parlato di Basilicata. Dài, glielo possiamo far passare.

d -C’è una Basilicata particolare che le interessa vedere sullo schermo?

r - La Basilicata che vogliamo si veda è la Basilicata che noi dobbiamo difendere e amare: una terra unica, che sa far convivere la sua parte antica con quella contemporanea. Da questo deriva il successo, per esempio, di una serie come “Imma Tataranni”, che regala una contemporaneità a Matera, la quale è sempre stata vista come un luogo ancestrale, un luogo dove ambientare episodi biblici.

d -Ma non sarà che a volte a noi lucani per primi, cioè agli autori lucani per primi, conviene perpetrare un’immagine sempre uguale a se stessa?

r - Ecco, se c’è una cosa che noi cerchiamo di non fare nella Commission è proprio calcare troppo il pedale su una Basilicata eccessivamente arcaica. Quest’ultima è comunque un patrimonio da salvaguardare e dobbiamo rispettarla perché fa parte della nostra storia, però dobbiamo saper utilizzare sempre due binari.

d -Una Film Commission deve essere soprattutto un ufficio tecnico per le produzioni o un soggetto culturale con una propria linea editoriale?

r - Intanto siamo una fondazione e, come tale, abbiamo dei criteri di attività, degli obblighi e tantissime missioni da compiere. Di conseguenza siamo entrambe le cose. Siamo un ufficio tecnico nel senso più stretto del termine, nel senso che siamo un apparato amministrativo con dei propri regolamenti, che sono delle vere e proprie linee guida entro le quali ci si deve muovere. Siamo una fondazione, ed essere un ente, tra l’altro totalmente partecipato dal pubblico – noi abbiamo la Regione come socio fondatore nonché di maggioranza, e poi abbiamo le province e i comuni come altri soci – richiede entrambe le cose. Ci vuole la parte amministrativa, altrimenti saremmo un’associazione culturale, e siamo il soggetto giuridico che deve, attraverso il cinema, provare a promuovere e incentivare la cultura.

d -Si sa, in Basilicata la politica è molto invasiva. Quanto è difficile mantenere l’autonomia culturale lavorando dentro dinamiche istituzionali e politiche?

r - Non esiste questo problema, anzi. La Commission ha totale libertà nelle sue mansioni e la Regione sa bene che, se c’è un ente che attraverso il cinema e l’audiovisivo può promuovere il proprio territorio, lo supporta e non ci dice mai «fate questo o fate quello». Anzi, sono io che magari voglio raccontare loro quello che stiamo facendo ma assolutamente – lo dico fieramente – possiamo fare ciò che è in linea con i nostri obiettivi, e con gli strumenti e i fondi di cui siamo dotati riusciamo a farlo.

d -Esiste una critica ingiusta, secondo Lei, che viene fatta alla Lucana Film Commission?

r - Non lo so se c’è qualche critica. Sicuramente ci sarà e magari qualcuno avrà anche ragione a farcela, perché nessuno è perfetto. Quello che posso dire è che noi cerchiamo di fare il massimo per questo territorio. Io non mi risparmio, non ho sabati né domeniche e cerco di esserci, ovunque venga richiesta la mia presenza, se ha un senso che io ci sia. Lavoriamo molto, e se poi qualcuno rimane scontento, non possiamo accontentare tutti, anche perché non abbiamo né i capelli turchini né la bacchetta magica. Però di certo posso dire che cerchiamo di fare tutto il possibile per supportare e sostenere soprattutto chi, dell’audiovisivo, ne fa il proprio lavoro in Basilicata.

d -Ma oggi, nel mondo di internet, dei social ecc., il problema vero è fare il film o creare il pubblico?

r - Entrambe le cose. Il pubblico cambia perché cambia il modo di fruire di un’opera. Quindi, se fino a trent’anni fa per i film esisteva quasi solo il cinema, vent’anni fa ha iniziato anche internet a trasmettere pellicole e oggi abbiamo i nostri tablet che rimandano immagini. Questo ci mette nelle condizioni di dover cambiare anche il modo di vedere, per esempio, la sala. Noi abbiamo creato un format che si chiama “Meet us at cinema” con cui cerchiamo – e devo dire che ci stiamo riuscendo – di ristorare pian piano le sale quando portiamo i nostri eventi. Andiamo a dare loro respiro: abbiamo stabilito un rapporto per cui la sala ci fornisce un servizio che noi gli riconosciamo, quindi diventa un po’ un soggetto alla pari con noi. Poi portiamo i prodotti che, a loro volta, riportano la gente in sala. In quel momento in cui riportiamo le persone al cinema, ricostruiamo il piacere di ritrovarsi. Facciamo domande, teniamo delle masterclass con i talent in sala e vediamo che anche l’esercente è contento e ci ringrazia. Questo significa che non esiste una formula magica, ma esiste un modo di calibrare la domanda che cambia con l’offerta, la quale deve cambiare a sua volta.

d -Il successo cinematografico di Matera (che probabilmente ha avuto una svolta proprio con quel primo film di Mel Gibson) ha beneficiato davvero tutta la regione o ha creato uno squilibrio territoriale? Adesso, per esempio, ci sarà questo film su Federico II con Melfi protagonista.

r - Mmm, io non parlerei di squilibrio, direi che Matera è la vetrina più internazionale ad oggi della Basilicata. Non è uno squilibrio, ma è un po’, diciamo, un gioco delle parti, cioè il cinema va dove sa già di trovare qualcosa. Quello che noi stiamo facendo non è spostare il focus, ma ampliare. Cioè, senza togliere il giusto protagonismo a una Matera che è un unicum – di cui noi dobbiamo andare fieri sempre – dobbiamo ampliare il raggio di attenzione. Di conseguenza, quando una produzione ci chiede di girare in Basilicata, comincia adesso a chiederci di trovare altre location. Questo avviene perché Matera ormai viaggia da sola; ma ciò non significa che non abbia bisogno della nostra attenzione, perché l’avrà sempre, essendo una realtà pronta e matura cinematograficamente. Ora dobbiamo accompagnare tutto ciò che è cinematografico in Basilicata a diventarlo realmente.

d -Potenza è cinematografica? Vengono in mente le parole del regista de “La notte più lunga dell’anno”, Simone Aleandri, che nel 2021 venne a Potenza a fare il suo film. Quando lo intervistavamo, disse che Potenza per lui era una città da film noir, con questi palazzi, questi uffici.

r - Certo. Ogni cinema ha il suo pubblico. Potenza ha una peculiarità che non è quella che può avere una città d’arte o una città metropolitana. Ha una verticalità, ha uno scheletro di palazzi ma anche un centro storico molto bello. Ha tanto verde. Quindi sicuramente una commedia contemporanea, un film contemporaneo, anche un noir, una black comedy o qualsiasi altra cosa può essere realizzata qui. Diciamo che Matera ha una sua specificità. Potenza, non avendo una sua specificità, paradossalmente è anche più versatile.

d -Siamo alle domande finali. Il libro, il film e la canzone che la rappresentano?

r - Non mi rappresenta, ma il film a cui sono più legata per tanti motivi è “Basilicata Coast to Coast”, perché ha fatto esplodere tante cose, ha segnato un punto di svolta nel mio lavoro e perché lo stavo promuovendo in un cinema di Roma il giorno prima di sposarmi a Maratea. Quindi, diciamo, sono molto legata a questo film. La canzone che mi piace molto si chiama “Following the Sun” (Seguire il sole) dei Super-Hi. Ogni volta che la sento, se ho qualche problema, mi fa sentire subito bene e mi fa pensare subito a cose positive. Per quanto riguarda il libro che mi rappresenta, o perlomeno un libro che mi è piaciuto moltissimo leggere, è “Cent’anni di solitudine”. E’ un libro come piace a me, attraversa tanti racconti, tante narrazioni e, pur non avendo alcun legame diretto con la mia vita, ha accompagnato una parte della mia esistenza. Mi viene in mente che, forse ancora di più, sono legata anche a “I pilastri della terra” di Ken Follett.

d -Fra cent’anni scoprono una targa asuo nome alla Lucana Film Commission. Cosa vorrebbe che ci fosse scritto?

r - «Margheritа Romaniello, che ha cercato di rendere la Lucana Film Commission uno strumento potente per raccontare l’amore per il suo territorio».

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di Walter De Stradis

 

 

Quando gli diciamo che il Russell Crowe di oggi un pochino gli somiglia, lui ribatte sostenendo che la gente lo paragona piuttosto a “quello che di recente ha fatto Sandokan”. Non c’è niente da fare, Massimo D’Onofrio è legato a doppio filo con i Turchi. Ah, e il suo costume da “Civuddin” ("C'vuddiné"), il “Gran Turco” della storica Parata potentina, se l’è fatto realizzare che una ragazza persiana.

d - Cominciamo dalle presentazioni per chi la conosce solo come “Civuddin”.

r - Sono Massimo D’Onofrio, 53 anni, conosciuto da tutti come “Massimino du Pogg’”. Perché la mia infanzia, la mia adolescenza, le ho vissute a Poggio Tre Galli. Era un quartiere, all’epoca, in via di espansione e c’era molta gioventù. E poi, manco a farlo apposta, sono passato all’altro Poggio, dove abito attualmente con mia moglie e la mia famiglia: Poggio Cavallo.

d - Lei è uno degli ultimi artigiani di Potenza, fa i calzolaio.

r - Sì. Ho frequentato il liceo scientifico, mi sono diplomato. Veramente mi piacevano molto le armi, volevo… avevo fatto domanda come maresciallo dei Carabinieri. Feci il concorso, passai tutte le prove, fui addirittura tra i primi dieci nei quiz nazionali, però poi arrivò l’ultimo esame, quellO del colloquio con lo psicologo, e mi disse che non andavo bene per incompatibilità tra peso e altezza.

d - E fu lo psicologo a dirle questo?

r - Sì, era il dottore. Vabbè, forse non era psicologo, ma era l’ultimo esame. Quindi poi abbandonai questa idea e andai a fare il militare. Dopodiché decisi di mettermi a lavorare con mio padre. Mio padre già aveva questa bottega, attività di famiglia dal 1960, sempre in Viale Dante. Forse è uno dei negozi più storici, più longevi di Potenza.

d - Non siete rimasti in molti, voi artigiani.

r - Diciamo che io, a 53 anni, forse sono il più giovane, quindi figurati gli altri, che sono tutti più anziani. Quindi, ahimè, è un mestiere destinato a scomparire, anche perché c’è questo usa e getta continuo, non c’è più la mentalità di riparare. Diciamo che, anche se siamo rimasti in pochi, si lavora, però sulla quantità, sulla piccola riparazione. Poi ti devi comunque adoperare: fare borse, valigie, cinture… devi diversificare.

d - Possiamo fare una fotografia del tipo di persone che oggi preferiscono aggiustare le scarpe o le borse piuttosto che ricomprarle?

r - Sembrerà strano, ma chi aggiusta le scarpe è di un ceto sociale medio-alto, perché acquista scarpe di qualità e quindi le vuole conservare. Purtroppo il meno abbiente, o consumatore medio, invece va in questi grossi centri commerciali, in queste catene cinesi, compra, le porta un mese o due mesi e le butta. In questo modo fanno solo spazzatura. E diciamo che non va bene, perché con una piccola riparazione, che ci spendi 5-6 euro, le scarpe le porti un altro mese, o due mesi, e comunque vuol dire tanto. Anche gli anziani sono abituati a riparare le scarpe, e poi, va bene, la fortuna nostra sono le donne, con questi tacchetti a spillo che se li “mangiano” in mezza giornata. Devo dire che un buon 80% sono loro.

d - Come ha visto cambiare il quartiere, da quando andava nella bottega con suo padre?

r - Mmm… purtroppo il quartiere, mi dispiace dirlo, si è impoverito. Ormai è diventato solo una strada di passaggio. È colpa anche dei parcheggi, perché li hanno messi tutti a pagamento e poi adesso, con la chiusura pure delle scale mobili, siamo veramente rimasti proprio abbandonati. Ormai hanno tolto pure i pullman dei paesi… hanno tolto il passaggio, quindi siamo rimasti proprio soli. C’è stato un periodo in cui Viale Dante veniva descritta come un rione di serie A, quindi i prezzi erano saliti alle stelle, e i negozianti si sono trovati a pagare dei fitti troppo esosi. E così hanno chiuso.

d - Lei frequenta ancora molto il suo quartiere di origine…

r - Sì, ho continuato a frequentare la parrocchia di Santa Cecilia, dove ho fatto tutte le funzioni. Poggio Tre Galli è diventato un rione all’avanguardia, c’è tutto, sembra di vivere in un’altra città. Purtroppo a discapito del Centro. Cioè si è sviluppato il Poggio perché c’è la possibilità di poter arrivare davanti ai negozi con le macchine, i parcheggi sono liberi, ci sta questo Parco dell’Europa Unita riqualificato molto, molto bene.

d - Venendo alla Parata dei Turchi, da sei anni lei è uno dei personaggi principali: Civuddin, il Gran Turco. Come è avvenuto l’arruolamento?

r - Devo dire che la domanda me l’ha fatta una mia cara amica, Maria Rosalia Lauria. Mi sarebbe sempre piaciuto partecipare, però quella cosa di metterti un pochettino in gioco nella tua città mi veniva un tantino difficile. Lei ha detto: “Perché non fai questa domanda?”. Ha fatto tutto lei. Quindi mi ritrovai di fronte a una commissione: c’erano gli storici, c’era Rosario Avigliano, c’erano diverse persone che non ricordo. O per la mia fisicità, o per la mia simpatia, comunque mi hanno scelto.

d - Nessun provino? L’hanno semplicemente guardata?

r - Sì, mi hanno guardato. La barba non era proprio così lunga, però l’ho sempre portata.

d - La prima volta c’era il Covid.

r - Ed è stata un’esperienza, tra virgolette, surreale, perché abbiamo girato in una via Pretoria vuota, deserta. Gli operatori erano tutti con le mascherine, … L’anno dopo è stato il vero esordio. Forse perché venivamo dal Covid, ma c’è stato veramente qualcosa di eccezionale. Una Parata bellissima, proprio per la qualità della gente.

d - Si dice che il ruolo del Gran Turco sia il più comodo. Lei sta tutto il tempo seduto, fermo a salutare.

r - No, le emozioni sono tantissime. Già la prima volta che indossai questo abito, provai veramente un senso di responsabilità. Perché, non so se vi è capitato anche a voi, ma fin da bambini, quando andavi alla Processione dei Turchi, aspettavi il Civuddin. La gente mormorava: “Mo' viene, mo' viene”. E quindi faceva sempre questo effetto. Passare da quest’altro lato è stato qualcosa di emozionante, di impegnativo. E niente, ritengo —anche per le acclamazioni— che questo modo di fare mio sia anche piaciuto. Perché la buonanima di Alberigo, il mio predecessore, comunque era una persona un pochettino austera, un pochettino severa, non rideva. Mi ritengo, in confronto, più solare….i bambini si vogliono fare la foto… Le persone mi fanno tanti complimenti, anche per strada. C’è sempre però qualcuno che in effetti mi sfotte: “Tu stai sempre comodo, spaparanzato, non fai niente”.

d - Il suo è un ruolo molto ambito. L'anno scorso ci furono anche delle polemiche, perché sembrava che per lei fosse arrivato il momento di farsi da parte. Ma il Comune fece marcia indietro, a furor di popolo.

r - Sì, è un ruolo molto ambito perché, effettivamente, dopo il Santo è il personaggio più in vista della Parata. E quindi, essendo in vista, sei soggetto a interviste, fotografie…. E tuttora oggi c’è tanta gente che vorrebbe fare Civuddin.

d - Quindi ancora arrivano richieste formali e informali?

r - C’è gente che fa la domanda e io l’anno scorso l’ho detto: “Non è un posto fisso, non è che ho preso il posto alla Prefettura: mi hanno scelto, la gente mi ha voluto”. L’unica cosa che dissi all’assessore però fu: “Datemi una motivazione seria per la mia sostituzione”. Loro risposero che era una questione di alternanza e che c’erano altre richieste.

d - Poi ha praticamente costretto l’Amministrazione a tornare sui suoi passi.

r - Confesso di essere molto social. Se sento di avere ragione, lo scrivo. Ho fatto partire un post su Facebook e da questo si è scatenato veramente un putiferio, positivo nei miei confronti. L’opinione pubblica si è schierata tutta a mio favore. Mi dispiace però che la faccenda sia stata strumentalizzata dalle forze politiche di opposizione, che montarono un caso. Tant’è che il sindaco pensò a una soluzione con due figuranti, ma l’altro alla fine non si presentò, forse dubbioso delle reazioni del pubblico. Non puoi mai capire la massa come reagisce.

d - Quest'anno, invece, non c'è stata questione alcuna. Lei è il Civuddin indiscusso.
r - Eh sì, perché lo stesso assessore —l’anno scorso è stato il primo anno che l’abbiamo fatto insieme — ha capito che comunque sono un personaggio che piace, che piace alla gente, quindi non conveniva cambiare.

d - I politici che fanno i figuranti… come idea le piace?

r - Devo dire che comunque c’è gente che l’ha sempre fatto, non è che sono politici e si vogliono mettere in mostra. Per dire, un Fernando Picerno l’ha fatto da sempre, anche quando non era un politico, o altri… La cosa che mi dispiace è che certe volte la gente si va anche a raccomandare per avere un vestito bello… per avere un ruolo bello… Perché tu, se vuoi fare la Parata, e vuoi fare qualcosa per Potenza, puoi fare anche il contadino… non per forza la principessa. Per me tornare indietro adesso non avrebbe senso, ma quando presentai domanda per Civuddin, se mi avessero proposto un altro ruolo avrei accettato.

d - A proposito di essere molto “social”, mi pare che lei abbia fatto un post del genere: “Quasi quasi scrivo i nomi delle donne sposate che mi messggiano in privato”.

r - (ride) No, no, no, è una battuta. Sono sposato da 25 anni, c’è mia moglie che mi sopporta. Spesso, in uno dei miei “sketch” online, c’è anche lei.

d - Che cosa è cambiato nella sua vita da quando è Civuddin?

r - No, sinceramente… forse un po’ di popolarità in più, però comunque già ero abbastanza conosciuto, vivendo il Potenza Calcio, e poi la pallavolo tra mia moglie e mia figlia; poi proprio il lavoro che faccio, mi porta a contatto con molta gente.

d - Fa parte degli Ultras?

r - Per la verità io sono un vecchio Strakaos. Ricordo con piacere le trasferte siciliane, mangiate comprese.

d - Senta, di Potenza cos'è che non le piace?

r - A me non piace il potentino che si lamenta solo perché si deve lamentare. E anche il fatto di dire “a Potenza non c’è niente” è sbagliato. Girando, come ho fatto io, ti rendi conto che le altre realtà, le altre città, non è che abbiano tanto di meglio! Ti devi anche adoperare un po’! A Potenza ci sono tante società di pallavolo, basket… perché questi qua che si lamentano non vanno in palestra??? È inutile stare sempre davanti a un computer, a un telefonino. Se vai la sera a Poggio Tre Galli, c’è tanta di quella gente. Potenza c’è, Potenza è viva.

d - Se lei potesse cambiare una cosa, però?

r - Un tantino i servizi pubblici, la viabilità, queste cose qua. La gente è stanca di pagare, sembra che non si debba parcheggiare da nessuna parte. Arrivano e ti fanno multe, ormai è tutto a pagamento.

d - Un film, un libro o la canzone che la rappresentano?

r - Allora, sicuramente il film è “Il gladiatore”.

d - Il Russell Crowe di oggi in effetti un pochino le somiglia!

r - (Risate)Eh, ma infatti! …anche se qualcuno mi dice che rassomiglio più a quel turco che ha da poco fatto Sandokan, Can Yaman. Poi, vabbè, sono un fedelissimo di Vasco. Inoltre sono un grande lettore di fumetti, adoro Diabolik e Dylan Dog. I libri? Beh, non c’è il tempo. La sera, quando torni, fa stanchezza, non riesci nemmeno a leggere la prima pagina che ti viene sonno… Però, sì, i fumetti sì.

 

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“Auguro buon lavoro ai sindaci eletti in quest’ultima tornata elettorale. Un plauso particolare alle donne che guideranno i Comuni di Cersosimo, Corleto Perticara, Salandra e Tursi e a tutte le consigliere elette di cui una parte sarà ulteriormente valorizzata nella composizione delle giunte”. Così la consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi, commentando i risultati delle elezioni del 24 e 25 maggio in Basilicata.

“Sempre più donne sono individuate per competere alla carica di sindaco. Addirittura – aggiunge Pipponzi – in un comune lucano abbiamo assistito a una competizione tutta al femminile per l’elezione a primo cittadino, riprova che un passo avanti dal punto di vista culturale è stato compiuto. Il punto di vista delle donne non è un semplice adeguamento normativo al principio del rispetto delle “quote rosa” ma un valore aggiunto alle scelte politiche e di gestione del territorio.  Invito, perciò, i sindaci eletti in questa tornata elettorale a comporre le giunte valorizzando la presenza delle donne, come stabiliscono le norme che obbligano a prevedere la rappresentanza di genere nelle giunte, negli enti e negli organismi collegati, seppure con modalità differenti in relazione al numero di abitanti”.
“Mi auguro che questo principio sia rispettato anche oltre le previsioni di legge. Il punto di vista della componente femminile, è ampiamente dimostrato, garantisce – conclude la Consigliera di parità – una visione fondamentale per portare avanti l’attività amministrativa insieme a quella necessaria sensibilità paritaria fondamentale per assicurare ai cittadini la piena partecipazione alla vita pubblica”.

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