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Le molestie e le violenze nei luoghi di lavoro continuano. Il fenomeno, però, non emerge in tutta la sua evidenza. Solo una bassa percentuale di lavoratrici denuncia, principalmente a causa della vittimizzazione secondaria, cioè di quelle situazioni che si verificano nei tribunali come sui media o in altri contesti in cui le donne diventano vittima una seconda volta, o perché temono il giudizio familiare o sociale.

Se ne è discusso nella seconda e ultima giornata di formazione rivolta ai dipendenti e alle dipendenti della Camera di commercio della Basilicata, avviata dall’Ente camerale con la Consigliera regionale di Parità, Ivana Pipponzi.

Nel suo intervento la Consigliera ha sottolineato l’obbligo degli Stati membri, tra cui l’Italia, di recepire la Convenzione n. 190 e la Raccomandazione n. 206 emanate dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che rimarcano l’importanza di garantire un ambiente di lavoro dignitoso.

Richiamando, poi, l’attenzione su normative come la Convenzione di Istanbul e il movimento Me Too, Pipponzi ha evidenziato le gravi conseguenze delle molestie sulla salute dei lavoratori.

“In molti casi non si ha il coraggio – ha detto – di segnalare il comportamento lesivo, manca la coscienza del rischio che corre il dipendente o la dipendente che lo subisce, soprattutto in assenza di un codice di condotta aziendale che affronti queste problematiche.

Le misure di prevenzione e protezione sono più che mai necessarie. Alle molestie e alle violenze – ha continuato – bisogna contrapporre politiche di tolleranza zero e meccanismi di supporto per le vittime. Le aziende pubbliche e private si adoperino per garantire meccanismi di denuncia sicuri ed efficaci e utilizzino la certificazione della parità di genere come strumento di impegno sul tema. Gli atteggiamenti molesti sono più frequenti di quello che si pensa. Chiediamo di assicurare dignità a tutti i lavoratori e le lavoratrici. Un clima sereno e di benessere incide sulla persona, sulle sue motivazioni e, di conseguenza, sulla produttività”.

fonte: https://agr.regione.basilicata.it/post/pipponzi-tolleranza-zero-contro-molestie-e-violenze/?fbclid=IwY2xjawOCcrBleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBzNFRYSE9yNFBsWjM1aGQ0c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHmpEOOvbNuAWws9ec6FOw1zfG0mlc8NJ0IWYZrDoakhs2stxNXJYoYrmhNmY_aem_70XZfUumB7El24FcFMyefQ

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

 

Si domanda se il governatore Bardi li abbia visti tutti, i 131 comuni della regione che amministra, ma lui li ha sicuramente visitati uno per uno, macchina fotografica al collo, per raccontare un mondo che scompare. Michele Luongo, 63 anni, documentarista fotografico originario di Tito (Potenza), da anni è seguito da migliaia di persone sui social per la sua serie “Il mio viaggio: la Basilicata”: un archivio di volti, strade e paesi –spesso in un evocativo b/n- che restituisce l’anima più autentica e fragile della regione.

«Il documentarista non è solo un fotografo», spiega. «È qualcuno che sente il dovere di fissare nel tempo ciò che sta svanendo». Dal 1982 Luongo scatta per passione, non per mestiere. «Non ho guadagnato un centesimo in quarant’anni. Volevo documentare la Basilicata prima che cambiasse per sempre». Dopo una pausa negli anni Novanta, è tornato a fotografare nel 2011, dedicandosi interamente al progetto che lo ha portato a percorrere ogni borgo, dall’Appennino al Pollino.

Nel suo obiettivo finiscono anziani seduti sulle scale, vicoli silenziosi, portali incastonati nella pietra, ma anche le ultime forme di convivialità: donne che fanno la pasta la domenica mattina, chiacchiere sull’uscio, gesti di ospitalità spontanea. «La Basilicata sta perdendo la sua abitudine allo stare insieme. Oggi i vicoli sono deserti, i paesi sono svuotati. Persino a Tito, dove sono nato, la sera non c’è più nessuno per strada. Lo stesso accade a Brienza, Avigliano, Satriano. Non c’è più quello “struscio” che faceva comunità».

Luongo parla di servizi sanitari di prossimità che scompaiono, e usa il termine “post-moderno” per descrivere i nuovi centri ricostruiti dopo il terremoto del 1980, dove il cemento ha cancellato un pezzo d’identità. «Pochi paesi hanno conservato il loro volto originario: Guardia Perticara, Carbone, Calvera. Altrove vedi solo desolazione».

Nel viaggio attraverso la regione, Luongo ha trovato un filo comune: lo spopolamento. «Mi criticano perché fotografo solo gli anziani, ma io loro trovo nei paesi!», sospira. È una Basilicata di finestre chiuse, di piazze silenziose e di una politica lontana. «La gente vuole parlare, raccontare, chiedere, ma nessuno la ascolta. Manca la comunicazione dal basso, manca la prossimità».

Eppure, tra queste fotografie di malinconia, emergono anche segni di gentilezza antica. « A Castronuovo una signora mi ha portato l’ombrello sotto la pioggia e mi ha invitato in casa per un caffè». Diversa, aggiunge, la situazione nel Capoluogo, la città, Potenza: «Se fai le foto in Centro, ti chiedono “perché?”. Nei paesi sono più aperti, si fanno fotografare e basta. E poi ho sentito io stesso potentini “veraci” sminuire la loro città agli occhi del turista che chiedeva informazioni, chiosando: “Ma che siete venuti a fare, qui non c’è niente!”. A Matera hanno saputo valorizzarsi, non c’è da fare campanilismi. Potenza avrebbe tanto da raccontare, se solo ci si credesse davvero. Perché non organizzare le visite in Apecar anche da noi, come accade in alcuni paesi?».

Nel suo viaggio Luongo ha raccolto anche grida di dolore: «In tanti comuni ho trovato anziane che mi parlavano dei figli lontani, dei nipoti mai conosciuti. Una signora di Cersosimo, sulla porta, mi diceva: “Figlio mio, io qua sto tutti i giorni, la strada qua è senza uscita, aspetto sempre che il Patraterno mi prenda!”. Eppure vorrei un giorno fotografare piazze piene di gente, segno che i giovani sono tornati, che la convivialità è rinata».

Sogna una Basilicata che riparta dai suoi borghi, dai castelli, dalla cultura diffusa. «Paese che vai, castello che trovi», dice con orgoglio e rammarico insieme. E lamenta l’assenza di un assessorato regionale alla cultura. Nel frattempo, il suo viaggio continua.

E magari –la chiosa è nostra- qualche volta Bardi potrebbe chiedergli un passaggio.

(tutte le foto sono concessione di Michele Luongo)

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di Walter De Stradis

 

 

 

«Grazie, per questo invito. Anche perché oggi trovare una persona che ti offre da mangiare è fantastico. Merce rara, mangerò la pasta col pane».

Per Carmine Davide Pace, trentaquattro anni, è la prima intervista in assoluto. Ma all’esponente di Europa Verde (che ha esordito in consiglio comunale eletto a sostegno del sindaco Telesca con “Insieme per Potenza”), evidentemente la presenza di spirito non manca.

d - Lei è stato eletto in consiglio comunale con “Insieme per Potenza”, però poi è transitato in “Europa Verde”. I motivi di questa “transumanza”?

r - (Sorride) Io riesco ad approdare in consiglio comunale grazie a un’idea, un’intuizione di Gaetano Fierro, che ovviamente ringrazio moltissimo per tutto quello che ha fatto per me. Tuttavia, una volta entrato, è cresciuta in me quell’esigenza di avere interlocuzioni anche con Roma, nell’interesse della città. Quindi, Fierro doveva accettare questo mia voglia, come buon figlio, di camminare con le mie gambe e cominciare a fare altre esperienze.

d - E si è arrabbiato, Tanino?

r - Tantissimo. Mi ha detto: “Sei uno s…”. Non gli do tutti torti, e lo ringrazierò sempre, ma ciò che ti può dare la struttura di un partito, non te lo può dare una realtà civica.

d - Una cosa che mi ha incuriosito del suo curriculum è che lei ha tutte le patenti, praticamente dalla A alla Z.

r - Sì, A, B, C, D, BE, CE, DE. Vede, io nasco da nonno contadino e papà imprenditore, in campagna, con la natura, sulle colline di Tito, Frascheto. Quindi da bambino ho imparto tutto quello che è la campagna, le mucche, le galline. Dopodiché, già dai 14 anni ho cominciato a bazzicare in azienda (edilizia, ristrutturazione, condotti, adotti, manutenzioni). E ho dovuto prendere tutte queste patenti (la D l’ho presa perché andavamo a fare le mangiate con gli operai!).

d - A parte il suo impiego in Acquedotto Lucano, leggo sempre nel suo curriculum che lei è esperto di questioni idrauliche e idriche. Colgo l’occasione per rivolgerle un quesito che i potentini si pongono da anni: come mai, quando piove, Potenza si allaga in quella maniera indecente?

r - Facciamo prima una piccola precisazione: acque potabili e fogne sono competenza di Acquedotto Lucano, e io non sono autorizzato a rilasciare dichiarazioni, attestazioni o documentazioni. A livello di acque bianche (nonché caditoie e canali) la competenza però è totalmente del Comune di Potenza. Venendo alla sua domanda, la colpa è un po’ di tutti, cittadini e istituzioni. Noi oggi non possiamo accettare che l’acqua di Montocchio passi da Via Serre e poi vada a finire a Don Bosco, Fondovalle e zona industriale. Il cittadino oggi si è fatto la casa, se l’è recintata, e scarica -tramite il canale- tutto su strada, oppure in fognatura. I vecchi canali che ci hanno passato i nostri nonni non ci sono più, perché oggi noi abbiamo creato un “imbuto”. Quei canali vanno recuperati dal Comune, censiti, magari parlando con i nostri nonni. Ogni particella, come usava una volta, dovrebbe prendere parte dell’acqua della strada, passarla alla particella di sotto, fino alla particella che va a confinare con i canali principali. Quando piove, invece, i canali principali sono vuoti, e l’acqua l’abbiamo solo sulle strade. Quando Gallitello si allaga, il Basento è vuoto, e non è normale. E poi, ci deve essere l’attenzione dell’assessorato: anche quando asfaltiamo dobbiamo stare attenti; le caditoie non le dobbiamo chiudere, dobbiamo pulirle, fare un servizio di manutenzione (che purtroppo non si può fare quasi mai, anche a causa dello scarso personale ACTA).

d - Essendo dei Verdi, si presume lei abbia una sensibilità ambientale. Qual è a suo avviso la situazione di Potenza?

r - Direi che occorre fare un censimento, un’anagrafe, delle piante presenti sul suolo del Comune. Le piante che sono state abbattute –com’è capitato oggi- devono avere un codice, un nome, altrimenti, nel momento in cui andiamo a reimpiantarne una nuova, anch’essa è “anonima”, e magari nell’arco di cinque anni rischia di sparire (perché c’è troppa acqua, o perché c’è la siccità) e nessuno ne ha cognizione. E dobbiamo pure convincerci che l’abbattimento deve essere l’ultimissima ipotesi. E’ vero, gli ultimi predisposti dall’assessore Beneventi erano per conclamati casi di sicurezza pubblica, ma in ogni caso ti piange il cuore nel vedere una pianta di cento anni buttata giù. Ma quest’ultima, a sua volta, deve dare vita a una o due piante, ma occorre che qualcuno controlli.

d - Potenza è una “città verde” secondo lei?

r - Per me sì, siamo messi bene, ma dobbiamo continuare, perché a ogni pianta che abbattiamo c’è una folla che ci attacca e ci mangia (come successo vicino Malvaccaro).

d - Però a Potenza c’è questa contraddizione: si parla sempre di diminuire il traffico veicolare e di incentivare l’uso dei mezzi pubblici –anche per ragioni ambientali- ma il trasporto pubblico, a sentire le lamentele, non funziona bene.

r - Ha le sue pecche il trasporto pubblico, però, diciamocelo, il potentino ama la macchina, in una famiglia ci sono più macchine che persone! E infatti se lei nota, i servizi pubblici sono vuoti. Bisogna contemperare le due diverse esigenze. Quello che migliorerei io è l’impostazione della chiamata. Ad esempio, nelle contrade, l’assessore Giunzio sta già lavorando a un sistema digitale che individua le segnalazioni (come da Giarrossa, dove abito), con un computer, generando poi un orario in cui partirà la navetta per raggiungere la città. Però ovviamente dobbiamo lasciare queste benedette macchine a casa.

d - Le contrade potentine da sempre lamentano di essere considerate “periferia” piuttosto che parte integrante della città. Da abitante delle contrade, immagino che abbia fatto anche lei la campagna elettorale lì.

Sì, sono il secondo più votato (ma sono sempre piccoli numeri). Giarrossa è stata sempre protagonista delle campagne elettorali. Con Guarente è stata addirittura fondamentale. Politicamente, se la sono contesa parecchie persone. Nonostante questo, è stata abbandonata da vent’anni. Io sto cercando di portare un mio contributo serio, come nel caso dei lampioni, però a volte abbiamo difficoltà a cambiare una lampadina! L’asfalto è arrivato con l’amministrazione precedente, ma solo in prossimità della campagna elettorale. Noi abbiamo aspettato dieci anni, forse di più, sin dai tempi di De Luca, e ora abbiamo una grande difficoltà, perché dobbiamo fare un tratto di strada (il sindaco attuale ha dato piena disponibilità). Insomma, Giarrossa è in uno stato disastrato.

d - Tutti vanno a chiedere i voti nelle contrade e poi se ne scordano, perché?

r - Beh sì, ma non è il caso di questa amministrazione, e del sottoscritto, che si batte per tutte le contrade. Ma sa, a volte, noi abbiamo avuto candidati da settecento voti a Giarrossa, che poi non sono riusciti a mettere una lampadina. La gente chiede a proposito della fogna, della pulizia dei canali, del problema dell’R4 (oggi se hai un immobile puoi solo abbatterlo, e non sistemarlo).

d - E questa amministrazione cosa ha fatto?

r - Il sindaco è riuscito a centrare l’obiettivo dell’attraversamento della fogna, le concessioni da parte delle Ferrovie dello Stato. Adesso Acquedotto Lucano deve stanziare dei soldi per completare tutto il progetto. A breve faremo il rifacimento –atteso da vent’anni- di un tratto di strada principale che collega Frascheto con Giarrossa (anche il comune di Tito ci darà una mano). Ma chiaramente, come consigliere, io devo dare risposta a tutti quanti, non solo alle contrade.

d - Quale potrebbe essere secondo lei un’idea di crescita per Potenza?

r - La città non è a misura di disabile. Basta guardare in giro, non se ne vedono. Ci sono, però non li vediamo. Noi non li mettiamo in condizione di uscire di casa e questo è gravissimo. Per prima cosa, allora, dobbiamo sistemare le strade, che sono distrutte. Però abbiamo fatto già molto: c’è il progetto di Via Vaccaro, dove abbiamo rifatto tutti il marciapiede (viene anche da un progetto della vecchia amministrazione). Però ci sono ancora zone che sono abbandonate.

d - Come viene percepita, secondo lei, l’amministrazione Telesca?

r - Sarà perché circa il 70% delle persone ha votato Telesca, ma io non vedo proprio un “cattivo consenso” (a parte quelli di destra che criticano per partito preso). In tutte le zone riusciamo a dare risposte, il sindaco è dappertutto, lo trovi sia nelle contrade, sia alle inaugurazioni; cerca di essere presente su tutti i territori. Le risposte vanno date alle contrade, è vero, ma su in città diciamo che ci siamo, ci sono cantieri ovunque. Non manca chi critica anche per questo!

d - Un domani, come consigliere comunale, per cosa vorrebbe essere ricordato?

r - Per il contatto capillare con le persone. Forse mi affollo di pensieri, ma io mi metto a totale disposizione di ogni cittadino che mi contatta. Però vorrei essere soprattutto ricordato per la soluzione dei problemi. Giarrossa, come le dicevo, è una contrada che è stata abbandonata. Voglio essere ricordato per la strada che sono riuscito a mettere, per l’installazione di lampioni, su zone che non ne hanno uno! Forse è proprio il ruolo del consigliere: il consigliere deve andare casa per casa, il consigliere deve lavorare. C’è un problema ad esempio a Corso Garibaldi: una fogna di cui un signore chiede -da anni- la pulizia, e quella persona non l’ascolta nessuno. Quindi manca forse il ruolo del consigliere che sì, deve portare avanti i regolamenti, i finanziamenti, ma deve uscire dal palazzo, deve stare su strada.

donRobertoFaccenda

Andare oltre il “contenitore”. Certamente, a primo impatto, di Don Roberto Faccenda colpiscono il baffo, l’orecchino e pure gli anelli, gli intercalari in dialetto salernitano e la passione granata che lo accompagnano anche sull’altare. Fuori dagli schemi, indubbiamente, ma dopo qualche secondo emerge l’intensità e la passione con le quali vive il suo essere sacerdote. Riconoscere, interpretare, scegliere. Lungo queste direttive ci ha condotto nel racconto del suo libro “A(r)marsi con cinque ciottoli”, una sorta di percorso di riconoscimento del suo mondo interiore, presentato nella parrocchia di Bucaletto (dove ha concelebrato anche Messa), ospitato da Don Salvatore e Don Luigi.

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di Walter De Stradis

 

 

 

Capigliatura un po’ “punk” (per usare un termine ormai desueto) ed eloquio particolarmente forbito: la trentaseienne melfitana Alessia Araneo è consigliera regionale del Movimento Cinque Stelle. Sogna una Basilicata un po’ meno “resiliente” e un po’ più “resistente”.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - Ho studiato filosofia nel tentativo di provare a placare un po’ di inquietudini personali che nascono proprio da questa domanda: da dove vengo, verso dove mi muovo e perché sono qui. Non sono pervenuta a una risposta. Però ho scelto che senso dare al mio esistere: condivisione, cooperazione, solidarietà e amore.

d - Lei oggi è fresca di Commissione: come mai la relazione consiliare dell’assessore alla salute, Cosimo Latronico, ha scatenato tante reazioni e polemiche, come non se ne vedevano da tempo? Perchè vi ha fatto tanto incazzare quello che ha detto?

r - Penso che questa reazione sia dettata da un profondo scollamento tra quello che viene narrato e il vissuto delle lucane e dei lucani. Perché oggi basta prenotare un qualsiasi esame diagnostico per comprendere la drammaticità dei problemi. Io non penso: ah, se ci fossi stata io, avrei risolto tutto con una bacchetta magica. No, perché abbiamo dei problemi strutturali che evidentemente si sono stratificati e depositati negli anni, (carenza di medici etc). Tuttavia l’onestà intellettuale di rimettere questi problemi a un Consiglio, di riconoscere delle difficoltà onde poter capire insieme… ecco questo non è successo. Al contrario, perseverare, nell’ostentare sicurezza, rassicurazioni, “vedremo, faremo, miglioreremo”, credo che abbia profondamente irritato.

d - Se aspetta che un assessore ammetta delle difficoltà, può attendere a lungo.

r - Ma io penso che il cittadino abbia più occhi della politica in queste circostanze; soprattutto magari anche nelle fasce più svantaggiate; chi è costretto a rivolgersi alle strutture pubbliche e non vi trova risposte, non accetta la narrazione del “vedremo, faremo”, perché nel frattempo magari ha un’ernia da operare, o un parto da portare a termine e non sa bene se troverà ospitalità nelle strutture pubbliche. E mentre qualcuno, l’assessore in questo caso, mi racconta che invece vedremo e faremo, il paziente muore. Quando c’è un dramma che colpisce trasversalmente e universalmente la popolazione, allora la propaganda tenta a decollare: non dico che siamo ai limiti della pandemia Covid-19, ma qui parliamo di 60.000 persone che rinunciano alle cure. E’ come se tutta la città di Matera lo facesse, no?

d - E da cosa bisogna ripartire, secondo lei?

r - Dalla partecipazione. Si sta scrivendo il Piano sanitario regionale, bene. Proprio in quarta commissione sanità, abbiamo ascoltato i due presidenti degli ordini dei medici di Potenza e di Matera. Sa cosa ci raccontano? “Siamo stati chiamati come UDITORI e SPETTATORI alla presentazione delle linee guida del Piano”. Praticamente alla stregua delle ultime persone che possano dire due paroline sulla sanità. E’ stato presentato trionfalmente questo risultato, il “faremo il piano sanitario regionale”. L’ultimo è stato fatto, diceva il consigliere Napoli, nel 2012. Ed è rimasto in vigore fino al 2015. E chi era il Presidente della Regione nel 2015? Forse il loro braccio, ormai, di partito? Forse il loro alleato politico, che è il presidente Pittella? Quindi il problema lo avete in casa, in più governate da sei anni e mezzo! E mi dite pure che sarà il piano sanitario regionale “più partecipato della storia”? Sono venuti in commissione i vari esponenti di tutti gli enti di ricerca coinvolti, a dire “questo sarà un piano di prossimità”. Bene, però mi si dice anche “Fateci pervenire le vostre idee”; ma come faccio a farti pervenire un’idea di sanità, non avendo a disposizione quel patrimonio di conoscenze che invece un Dipartimento sanità dovrebbe avere a disposizione? Pertanto è una fallace e fittizia apertura democratica al coinvolgimento diretto; siamo a fine ottobre e ancora questa bozza di Piano noi non l’abbiamo vista. A fine dicembre il piano sarà bello e confezionato, e noi non potremo fare altro che fare gli spettatori!

d - Perché Bardi ha ri-vinto le elezioni allora? Solo per il bonus gas?

r - Penso che indubbiamente la misura del bonus gas abbia spinto parecchio; segno di una Basilicata attraversata da tanti drammi sociali. Io sono assolutamente favorevole a qualsiasi forma di sostegno al reddito, ma sono in totale disaccordo rispetto alle modalità di applicazione che ha avuto il bonus. Quella misura sicuramente racconta in parte un po’ di propaganda e in parte il grido di dolore di una terra che ha bisogno, ma che pure però avrebbe tutte le possibilità per vivere dignitosamente. E’ indubbio, però, che ci sono delle responsabilità anche da parte del centro-sinistra, perché siamo arrivati lunghi, forse con un po’ di affanno, e quello avremmo dovuto risparmiarcelo.

d - Lei ha fatto cenno alla “maledizione della Basilicata”: tante risorse, tante possibilità a confronto di tanto spopolamento, tanta disoccupazione e anche tanta rassegnazione. Lei come se la spiega “filosoficamente” questa dicotomia dell’anima lucana?

r - Io non utilizzo l’espressione «potremmo essere la Svizzera», perché ne ho piene le scatole, ma siamo comunque una risorsa sprecata, una promessa mancata, e questo mi fa male. La Basilicata è macro fornitrice d’acqua: siamo quelli che vendono l’acqua e siamo anche quelli che la disperdono di più, con picchi che vanno dal 50 al 70%. Il petrolio? In parte restituisce qualcosa al territorio, però non ci consente di decollare. In questa terra noi abbiamo svenduto tutti i beni primari, tutte le risorse che ingolosiscono mezza Italia.

d - Che cos’è mancato?

r - Il protagonismo politico. L’acqua è bene comune, va ceduta alle regioni vicine, ok, ma non facendo pagare alle Lucane e ai Lucani e al comparto agricolo o ai processi industriali lucani.

d - Protagonismo uguale coraggio.

r - E’ capacità di negoziare ai tavoli e di dire: la Basilicata esiste. Noi abbiamo degli accordi da rinnovare con le compagnie petrolifere e abbiamo una grande sfida che si profila all’orizzonte che si chiama decommissioning, la dismissione dei pozzi petroliferi. Ora, perché andare a trattare con Stato e compagnie petrolifere; chi lo fa, a che titolo lo fa, come lo fa e quando lo fa? Perché se io aspetto altri dieci anni per andare a trattare le condizioni di dismissione -se non alzo oggi il mio potere contrattuale- poi ci vado in braghe a questo tavolo! Bene, volete il petrolio? Allora però dobbiamo alzare un attimino la posta, dobbiamo capire che cosa resterà su questo territorio. Perché io non vorrei che tra 15 anni ci ritroviamo con un problema sanitario: ad oggi io non ho un dato completo su quanto queste strutture abbiano impattato sulla popolazione. Ci ritroveremo quindi con un sottosuolo inquinato, probabilmente non andranno neanche a dismettere gli oleodotti perché la trattativa dovrebbe iniziare ora. E ci troveremo con un problema occupazionale, perché in Val d’Agri e non solo, tantissime famiglie dipendono da quelle fonti di reddito e quindi io se non tratto adesso queste condizioni di dismissione, tra 15 anni io mi troverò con il cappello in mano a chiedere l’elemosina a Eni, Schell e Total: “per favore toglieteci almeno gli oleodotti”.

d - Ma forse col cappello in mano già ci siamo andati. O no?

r - Probabilmente sì. Perché se poi vado a trattare per avere la molecola del bonus gas gratis -che poi mi ritorna con la controindicazione del conguaglio- senza un minimo di distinzione per chi può permetterselo o chi non può permetterselo, vuol dire che non ho trattato abbastanza.

d - Se potesse prendere Bardi sotto braccio, cosa gli direbbe?

r - “Impari ad amare la nostra terra”. Io non penso che ci sia un disegno mefistofelico, però questo forse mi preoccupa di più: alle volte noto proprio un disinteresse nei confronti di questo territorio; perché non lo vivono abbastanza, perché non lo conoscono abbastanza, forse perché non lo amano sufficientemente. Io ho deciso di tornare in Basilicata e vivere in Basilicata, e oggi per una ragazza della mia generazione è una sfida. Ma non leggo uguale passione, uguale attaccamento e uguale radicamento.

d - I suoi “battibecchi” consiliari con Pittella sono diventati “virali”. Oggi, quando vi incontrate nei corridoi, vi salutate?

r - Sono rapporti civili. La buona educazione non la nego a nessuno per formazione lucana. Politicamente, siamo molto diversi. Se ripenso al nostro famoso “confronto” in Consiglio, penso che il presidente Pittella manifesti una frustrazione, una mortificazione nell’indossare i panni del presidente del Consiglio: è abituato a fare il mattatore, è abituato a fare il “gladiatore”. Io ci ho fatto caso e la proscenica qualcosa la insegna: quando parla il presidente Bardi o anche l’assessore Cicala o Latronico, difficilmente Pittella sta alle loro spalle; e credo che ciò manifesti un’insofferenza a stare in quei panni; perché in quei panni lui avrebbe dovuto garantire il mio intervento e la mia possibilità di esprimermi. Non l’ha fatto, ed è tornato a fare il famoso “gladiatore”; ma non puoi fare il gladiatore se devi essere il mio garante. Devo dire che poi però mi ha porto le sue scuse e questo è importante

d - Il libro che la rappresenta?

r - Ne dico due: “La critica della ragion pura” di Kant; l’altro è “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Pirsig

d - Il film?

r - Ancora due titoli: “La terrazza” di Ettore Scola e “Il posto delle fragole” di Bergman.

d - La canzone?

r - “Com’è profondo il mare” di Dalla.

d - Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r - «Ha amato tanto».

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Nella giunta Guarente è stato assessore alla viabilità e al centro storico di Potenza, ma oggi, dai banchi dell’opposizione (“Noi Moderati”) la nuova amministrazione la chiama “loro”. Il cinquantunenne Massimiliano Di Noia, afferma inoltre che nei suoi giorni –e anche notti- da assessore, rispondeva sempre quando il cittadino lo chiamava sul telefonino; oggi, invece, con "loro", mancherebbe proprio il rapporto “one-to-one”.

d - Oggi Consigliere comunale di opposizione, ieri assessore alla viabilità. Ieri aveva delle responsabilità che oggi magari critica. Nella dialettica politica, le “rinfacciano” mai i suoi due anni di governo?

r - La questione è semplice. I voti sono abbastanza importanti per la compagine di centro-destra per la quale ero Assessore, quindi 520 preferenze testimoniano un “premio” della cittadinanza al lavoro svolto. Tuttavia, ricoprire un ruolo in contrapposizione alla maggioranza oggi risulta difficile, come cadere dalle stelle alle stalle, in quanto loro hanno una maggioranza “bulgara” rispetto a quella che avevamo noi. Di conseguenza, loro comandano e noi possiamo solo controllare, peraltro, avendo anche degli atteggiamenti dispotici nei nostri confronti, come a dire: “La maggioranza siamo noi, comandiamo noi”.

d - “Articolo quinto, chi tiene in mano ha vinto”?

r - Praticamente sì, usando il linguaggio della gente comune. Il problema fondamentale è che loro –in campagna elettorale- hanno professato dei cambiamenti magistrali e radicali rispetto al nostro governo, ma oggi ci ritroviamo esclusivamente di fronte alla prosecuzione degli interventi e della programmazione che NOI abbiamo iniziato illo tempore; cose che avevamo previsto di portare avanti con la nostra ricandidatura e riconferma.

d - Mi fa un esempio pratico di ciò che avevate programmato voi e che adesso sta portando avanti la nuova amministrazione?

r - Per ciò che riguarda il “mio” assessorato (viabilità), loro non hanno programmato nulla, non hanno speso neanche i soldi di fine 2024-inizio 2025, i proventi delle multe del famoso autovelox Varco d’Izzo; i vari interventi sulle strade rurali e su quelle cittadine -che hanno tanto millantato- non sono né più né meno che la MIA programmazione all’assessorato alla viabilità; quindi i cinque progetti da me previsti e programmati con gli uffici (che mi seguivano in ogni passo e in ogni dove) fanno parte ora della continuità amministrativa. Inoltre, hanno professato con i loro comunicati stampa e con i loro social di dover iniziare - prima dell’inizio delle scuole- i lavori sulla zona che riguarda il liceo scientifico di via Sabbioneta. Ormai siamo a ottobre, non si è iniziato nulla e di conseguenza credo che non si inizierà (le problematiche riguardanti il flusso veicolare sarebbero immense).

d - Lei è ancora convinto che quell’autovelox sia utile, necessario, legittimo?

r - Guardi, si parla tanto di incidenti stradali e di pericolosità delle strade: lì si è ritenuto di doverlo mettere (il Comune insieme all’ANAS e al Ministero degli Interni), onde evitare che ci fossero incidenti; e anche se la casistica non ci dava questa importanza sul tratto in questione, si è ritenuto di dover ammonire i cittadini ad andare più piano (anche perché c’è un ingresso dalle complanari sull’autostrada, che in presenza di un limite a 100-130 km non sarebbe possibile, e di conseguenza è stato posto il limite di 70 km).

d - Quindi fa bene il Comune a tenerlo ancora?

r - Il Comune fa bene a tenerlo lì dove ci sono delle problematiche riguardanti gli incidenti stradali o la salvaguardia dei cittadini e degli automobilisti tutti.

d - Il suo collega consigliere, ma di maggioranza, Rocco Pepe, qui da noi ha affermato che al Comune ci sarebbe un problema anche di uffici: per varie ragioni (compreso mancato turn-over etc.) non si riuscirebbe ad andare “al passo” della politica. Le risulta questa cosa?

r - Guardi, no. Con me, gli uffici erano davvero presenti, puntuali, tant’è che i risultati li abbiamo avuti: in città e nel peri-urbano non si asfaltava da 20 anni. E il sottoscritto, grazie agli uffici, grazie sicuramente ai fondi provenienti dalle contravvenzioni, ha potuto procedere a delle programmazioni onde poter far risultare la città più percorribile dai mezzi veicolari.

d - Negli ultimi giorni sono apparsi diversi articoli di stampa che si interrogano sulle modalità di affidamento di alcuni lavori pubblici riguardanti in particolare la scuola Sinisgalli: il condizionale in questi casi è d’obbligo, ma c’è stato più di un comunicato da parte dell’opposizione per chiedere chiarezza sull’assegnazione dei lavori. Però c’è stata anche una polemica in rete, con la quale si accusava voi della minoranza di esservi mossi solo “a rimorchio” della stampa, e non prima.

r - Sì, noi andiamo “a rimorchio”, come dicono le persone, ma purtroppo non è che possiamo metterci a fare i censori di tutte le attività che fanno gli uffici, di conseguenza la Giunta, che propone e fa gli affidamenti diretti o indiretti o tramite gara o interesse pubblico. Il problema fondamentale è: o partecipiamo alle commissioni (a vedere e a discutere degli argomenti quotidiani che ci vengono proposti) o facciamo i controllori. Ma noi non facciamo la "polizia giudiziaria" che controlla determinate cose; così come ci arrivano gli spunti, così li prendiamo, li valutiamo e decidiamo se opportuno agire, facendo da megafono e da supporto a chi ci suggerisce determinate situazioni. E quindi le portiamo avanti con quello che ci è concesso: con le interrogazioni, con le interpellanze e tutto ciò che riguarda la sfera dell’amministrazione. Entrare in altre branche che non ci competono non è nelle nostre intenzioni.

d - Quindi poi avete verificato in qualche modo o vi siete limitati a chiedere?

r - Abbiamo fatto un’interrogazione e attendiamo risposta, come a tante altre; a proposito di altre interrogazioni, peraltro, non ci hanno soddisfatto le loro risposte.

d - Ci fa un esempio?

r - Riguardo alla questione della piscina olimpionica: abbiamo fatto una prima interrogazione, non ci ha soddisfatto il risultato. Volevamo capire per quale motivo non la si volesse fare lì dove c’è già un progetto (via Appia – ndr), già dei fondi stanziati dalla Meloni (circa due anni fa); già lo stallo disponibile; già fatta la previsione tecnico-economica della spesa. Il sindaco ha detto ufficialmente che questa piscina -fin quando ci sarà lui- non potrà essere fatta lì. Oggi, poi, ci troviamo con un affidamento diretto ai tecnici -di nuovo da parte dell’amministrazione Telesca- per valutare, di nuovo, se è possibile la fattibilità tecnico-economica nello stesso stallo dove lui già aveva detto che non la voleva fare. Delle due, l’una: si deve fare lì o non si deve fare? Che senso ha fare un ulteriore affidamento, quando già c’era, da parte di tecnici preposti, la fattibilità tecnico-economica sullo stallo, che noi abbiamo lasciato in passato?

d - Quindi avete fatto un’interrogazione e non vi hanno risposto.

r - Ancora no.

d - Politicamente cosa imputa in via principale a questo nuovo sindaco?

r - Il fatto che in campagna elettorale si era professato di fare -nei primi cento giorni- delle azioni a favore dei cittadini e della comunità tutta. Oggi, sinceramente, fatico non solo io, ma anche i cittadini, a trovare fatti, alla mano, pratici e pragmatici.

d - Ancora una volta, mi faccia un esempio.

r - Non dovevano più intervenire i bus in città. Si sta cercando di fare un progetto sul terminal Potenza Nord, quello sullo stallo delle FAL, però ad oggi ancora nulla. I cento giorni sono passati, tanta progettazione, tanta proclamazione, ma poi nell’atto pratico quando e cosa facciamo? Vogliamo dei fatti certi.

d - Però i video del sindaco sono tanti sui social, qualcosa conterranno o no?

r - Sì, contengono tanto pseudo-fare nel breve, ma, fondamentalmente, ditemi voi se c’è stato qualcosa di concreto.

d - Fra le carenze della città che spesso i potentini lamentano c’è quella del “centro storico in agonia”. Lei però, da assessore, aveva proprio quella delega.

r - Certo, il problema è lo spopolamento del centro storico. Da assessore ho convocato varie volte le associazioni per le eventuali proposte (utili sia la cittadinanza sia agli esercizi commerciali), ma purtroppo o sono andate deserte o non ci sono state comunque delle proposte. Quando eravamo giovani noi, c’erano le attività che rendevano attrattivo il Centro in tema di acquisti; oggi è molto più complicato, con la carenza dei parcheggi (perché sicuramente il potentino è abituato ad arrivarci con una sosta molto comoda); ci sono quelli a pagamento, ma anche i residenti vogliono –giustamente- il parcheggio per loro che ci abitano e ci vivono.

d - Ma lei cosa ha fatto nei suoi due anni da Assessore perché la situazione migliorasse?

r - Nulla. Non ho avuto possibilità.

d - E l’impedimento qual è stato?

r - Io sono uno pragmatico, ma non ci sono attrazioni, nel Centro. Hanno parlato, anche negli anni passati, di rimettere gli uffici, ma se andiamo a fare un’analisi, gli uffici ci sono. Tuttavia, i locali commerciali chiudono alle 13 e riaprono alle 17, gli uffici chiudono mediamente alle 14, e come fa un dipendente che vuole fare degli acquisti dopo il lavoro?

d - Quindi passa la palla al negoziante e al cittadino?

r - No, ma vediamo di capire quali sono le attività da mettere in campo. Prima, per esempio, c’erano dei negozi di abbigliamento esclusivi in centro storico…

d - Sì, ma se lei sostanzialmente dice che è stato impossibilitato, anche l’attuale assessore può dire lo stesso.

r - Sicuramente, e io infatti non condanno l’assessore; non condanno neanche i cittadini, mica li possiamo obbligare. Io ci ho provato: volevo fare un contenitore, con tutte le attività, per dicembre e le Festività. D’altronde io ho inventato -da consigliere- il “temporary store”, così come l’imposta di soggiorno (da destinare a determinate dinamiche del Centro, all’attività commerciale e turistica). Grazie a questa misura, abbiamo avuto un introito l’anno scorso -se non sbaglio- da 60-70 mila euro, che potevano essere usati; tant’è che, insieme all’opposizione, abbiamo suggerito di interpellare qualche tecnico che potesse darci delle soluzioni per il Centro. Vediamo se questa nostra proposta viene accettata dall’attuale maggioranza; però delle iniziative sono state comunque fatte, da me. Penso al regolamento dei parcheggi: tant’è che i disabili oggi non pagano

d - Riassumendo: il centro storico torna a vivere se…?

r - …Se tutti gli agenti, gli attori in campo, si mettono attorno a un tavolo. Ripeto, noi ci abbiamo provato, però purtroppo i proprietari dei negozi i fitti non li abbassano. Ne soffre l’attrattività dell’offerta e l’iniziativa. Oggi ci sono solo forse quindici negozi aperti in Centro, ma che cosa offrono? La colpa non è degli esercenti, non è del cittadino…

d - E’ un concorso di colpa?

r - Sì, c’è di mezzo internet, ci sono i parcheggi carenti… perché il centro storico è vivo solo in alcune situazioni, concerti, sagre e tutto il resto; però i commercianti in quei giorni non guadagnano. Quindi lo popoliamo, ok, però poi i residenti dicono: “Fino a un certo orario, perché poi si fa caos”. Quindi che dobbiamo fare? L’amministrazione attuale non la condannano, così come la nostra: occorre trovare una soluzione che sta nel mezzo, per risolvere tutte le esigenze e non scontentare nessuno.

 

 

 

 

 

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Lunedì 13 ottobre, presso il Polo bibliotecario di Potenza, si terrà un interessante incontro dedicato alla medicina di genere, una tematica di stringente attualità che verrà affrontata da diverse angolazioni, grazie alla presenza di membri delle istituzioni locali e di una delle personalità più importanti del panorama accademico quando si parla di gender medicine: la professoressa Fulvia Signani.

“Potenziare la gender medicine. I saperi necessari” è infatti sia il titolo scelto per designare il dibattito sia quello del volume pubblicato dalla professoressa Signani (edito da Mimesis/UnifeStum, 2024) del quale si parlerà nel corso di una interessante intervista della giornalista Rosa Santarsiero, moderatrice della serata.

All'incontro, frutto della volontà e degli sforzi organizzativi della dottoressa Elena Carovigno, medico-chirurga specialista in Ginecologia ed Ostetricia, già dirigente medico presso l'omonima Unità operativa dell'Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, oltre che attuale presidente dell'Associazione italiana donne medico, sezione di Potenza, con una esperienza di lungo corso nel campo della medicina di genere, prenderanno parte: il direttore del Polo bibliotecario di Potenza, il dottor Luigi Catalani; Ausilia Greco, Antonella Viceconti e Brigida Desimio, rispettivamente presidente provinciale, regionale e città di Potenza del Cif, Centro italiano femminile, uno tra i tanti sponsor dell'iniziativa; la dottoressa Eugenia Lasorella, attuale presidente del Rotary Club Torre Guevara; la Consigliera di parità della Regione Basilicata, l'avvocata Ivana Enrica Pipponzi; la presidente della Commissione regionale pari opportunità della Basilicata, Vittoria Rotunno; la Consigliera di parità della Provincia di Potenza, Simona Bonito; l'Assessore comunale alla cultura Roberto Falotico; l'Assessora Angela Lavalle pari opportunità e rapporti con la sanità per il Comune di Potenza; il dottor Rocco Paternò, presidente dell'Ordine dei medici, chirurghi e odontoiatri della Provincia di Potenza; il dottor Luigi D'Angola, Direttore sanitario dell'Asp Basilicata; il Professore aggregato dell'Università degli Studi della Basilicata, Luigi Milella, ricercatore in Biologia applicata, l'Assessore regionale alla salute della regione Basilicata, Cosimo Latronico, oltre che la stessa dottoressa Elena Carovigno che interverrà con una interessante dissertazione scientifica.

 

 

 

 

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Accogliere la modernità senza dimenticare la tradizione. È questo lo spirito che guida Don Carmine Lamonea, parroco della chiesa di San Michele Arcangelo a Potenza dal 2023, che ha introdotto l’utilizzo del Pos per la raccolta delle offerte. Un gesto innovativo, pensato per venire incontro ai fedeli e ai tanti turisti che spesso non hanno contanti con sé. In questa intervista, Don Carmine parla delle reazioni alla sua iniziativa, delle sfide del sacerdozio nell’era digitale e del ruolo della parrocchia come luogo di fede, cultura e aggregazione.

d- Tempi moderni, quindi le offerte le facciamo col pos. Come mai questa sua iniziativa?

Ho scoperto questo metodo di raccolta di offerte andando in giro nei santuari, al centro-nord è molto diffuso; e tramite un amico di Perugia, che ha messo questo sistema di raccolta nel Duomo, ho pensato anche io di anticipare un po' i tempi, perché prima o poi si diffonderà un po' dappertutto. Molta gente va in giro ormai senza contanti, quindi è un modo per raccogliere le offerte anche attraverso questo canale. Ma soprattutto la riflessione parte anche da un altro fatto: in chiesa raccogliamo le offerte secondo il modo tradizionale, col cestino, con le preghiere davanti ai santi, con le monetine, con l'accensione di candele, però entrano in questa bella chiesa molti turisti, e ce ne sono tanti che usano questo modo di pagare; pertanto molti turisti, anche non credenti, possono in questo modo anche fare un'offerta, senza per forza mettere una monetina sotto al santo: è un'offerta che si fa soprattutto per le bellezze artistiche della chiesa.

d- I fedeli cosa ne pensano di questa iniziativa?

Molti mi hanno detto che piace, altri forse non condividono, e non mi hanno detto nulla; però sinceramente io dico che è una cosa positiva, è anche trasparente, perché l’offerta va direttamente sul conto della parrocchia, quindi è un modo sicurissimo, è uno strumento che si aggiunge e che piano piano dobbiamo anche imparare a conoscere, a usare. Bisogna familiarizzare con questo nuovo metodo, tutto qui.

d- Cosa vuol dire oggi essere un parroco, essere un prete?

Io sono sacerdote da 24 anni, dal 2001, sono proprio di Potenza, originario della cattedrale di San Gerardo, e certamente in questi 25 anni è cambiato il modo di essere sacerdoti e parroci, perché è cambiato anche il modo di approccio dei fedeli alla vita parrocchiale. Il Covid, lo sappiamo tutti, ha veramente molto inciso: tanti non sono più ritornati a messa da allora, ma forse si è fatta una specie di scrematura, se vogliamo, tra chi forse veniva per determinati motivi e chi viene per una fede più profonda, oppure per una ricerca interiore, sincera, autentica. Oggi è molto difficile, è molto complicato, perché comunque è cambiato il modo di comunicare, lo sappiamo tutti, e quindi questo incide tantissimo.

d- Tanti entrano in chiesa con il telefonino: magari leggono le preghiere, forse mandano il messaggino, forse si distraggono: quindi non sempre ha il suo lato positivo l'utilizzo del telefonino?

Certo, io cerco sempre di evitare questo strumento tecnologico nei nostri ambienti. So che alcuni cori adottano i tablet o i telefonini per leggere i canti, gli spartiti. Noi preferiamo fare le fotocopie, e preferiamo anche acquistare i foglietti la domenica per portarli anche a casa dopo la messa. Diciamo che il foglietto ci ha un po' viziati, perché la parola di Dio va ascoltata, non va letta, però può essere uno strumento utile ancor di più dopo la messa, o meglio, al termine della domenica. La domenica sera io invito i fedeli a portare i foglietti a casa, perché poi io li dovrei buttare, ovviamente. All'inizio del mio sacerdozio, nei primi anni, mi arrabbiavo tantissimo quando a qualcuno squillava il cellulare e andava fuori a rispondere. Adesso mi sono un po' stancato, perché capita spesso. Veramente dovrei arrabbiarmi un giorno sì, un giorno no, perché comunque si è proprio persa l'abitudine a togliere la suoneria, a spegnere, oppure a rinviare. Quando si entra in chiesa, il telefonino bisogna dimenticarlo.

d- Frequentare una parrocchia vuol dire anche aggregazione e cultura, oltre che fede?

Certamente, qui dietro abbiamo un bell’oratorio, uno spazio che utilizziamo per accogliere tanti ragazzi che vogliamo ascoltare, incontrare, conoscere, di cui siamo amici ovviamente, e che speriamo contraccambino. Vogliamo educarli, soprattutto: da noi possono ascoltare delle parole che forse hanno dimenticato altrove, che non sentono più da nessuno. Spesso e volentieri io li rimprovero, anche, amorevolmente però, per il loro bene, loro lo sanno. Forse siamo rimasti in poche istituzioni a cercare di correggere ed educare i giovani, e ovviamente questa bella chiesa è una cultura che parla da sé.

testimonianza raccolta da Rocco Esposito

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di Walter De Stradis

 

 

In tasca ha la tessera del Pd, ma a maggio 2023 è stato eletto sindaco di Pignola (Pz) nella lista civica “Obiettivo Comune”. Antonio De Luca, quarantacinque anni, laureato in economia, attualmente ha sul comodino “Zero al Sud”, un testo di Marco Esposito incentrato sui “divari territoriali”,

d - Chiariamo innanzitutto un arcano: chiedendo a “Google” quale sia il comune più vicino a Potenza, a volte esce Tito e a volte esce Pignola.

r - (sorride) Credo che non ci siano proprio dubbi: è Pignola. Siamo a sei chilometri di distanza; ma c’è ormai anche una contiguità territoriale notevole, in virtù della SP5, tutta completamente illuminata. Senza contare –nel tragitto- abitazioni, nuclei abitati, villette, case sparse. Il tutto ci rende una sorta di “naturale estensione” del Capoluogo, sia dal lato della SP5, sia dal lato del lago.

d - E quali vantaggi offre questa contiguità col Capoluogo? C’è un rapporto istituzionale privilegiato? Ci sono dei progetti in essere?

r - Andiamo con ordine. Con l’attuale sindaco Vincenzo Telesca (così come col suo predecessore) abbiamo degli ottimi rapporti, che ci consentono anche di poter programmare e guardare un po’ insieme al nostro territorio. Stiamo lavorando insieme anche ad altri comuni della cosiddetta “area urbana” della città di Potenza (Tito, Brindisi, Pietragalla, Picerno, Vaglio etc.). Stiamo ragionando per la programmazione e la possibilità di avere dei fondi da parte della Regione Basilicata.

d - Quale potrebbe essere un’azione concreta?

r - Pensando alla possibilità che offre proprio Pignola, la zona del lago, la zona del verde, il patrimonio ambientale naturale che abbiamo in quella che è un’area a servizio principalmente della città di Potenza, oltre che dei Pignolesi, ma anche della vicina città di Tito. E’ un’area che si presta naturalmente a questa missione “ragionamento unico”.

d - A proposito di quell’area, proprio stamattina è arrivata la seguente nota del consigliere regionale Lacorazza: «Il 30 settembre, alle ore 13:00 è scaduto l’avviso pubblico dell’ex Consorzio Industriale di Potenza (in liquidazione) per la vendita dell’area, ex complesso OASI WWF, nel Comune di Pignola. Siamo in trepida attesa per conoscere l’esito della procedura da cui potrebbero dipendere molte cose. È da un anno che seguiamo passo dopo passo la vicenda, accanto al Comune di Pignola, affinché l’area rientri nella proprietà della Regione, si sblocchino i lavori di competenza della Provincia di Potenza, si affronti il tema della gestione e si mettano in cantiere nuovi investimenti». 

r - Esatto, la storia è abbastanza lunga, purtroppo. Il progetto di riqualificazione della Centro WWF Oasi di Pantano era finanziato dalla Regione Basilicata e affidato al soggetto attuatore Provincia di Potenza (che già lo mise a gara e individuò anche una ditta per eseguire i lavori di riqualificazione). Nel momento in cui il Consorzio va però in liquidazione e nel suo piano di alienazione inserisce anche quest’area (il centro visite dove c’era il WWF, ove c’era tutta una serie di attività), questa cosa blocca un po’, sempre in Regione, la procedura di finanziamento. Si accorgono che se quest’area deve essere finanziata da un progetto regionale (che è poi, alla fine, un programma europeo), deve avere il vincolo della inalienabilità per cinque anni. Il Consorzio a questo punto non fa entrare la Provincia e chiede, per farla breve, indicazioni da parte della Regione Basilicata.

d - E quindi?

r - Dopo tanto parlare, tante riunioni, si arriva a questa ipotesi: la Regione mette nell’ultima delibera di giunta regionale (a fine 2024), ulteriori somme, pari a circa 375 mila euro, per l’acquisizione dell’area. Ciò consente anche di poter successivamente autorizzare la Provincia per l’esecuzione dei lavori. Comprendete bene, però, che ora ci sarà un altro tipo di problema: siccome sono passati già tre anni da questa situazione -dal che la Provincia aveva già stanziato questi soldi e realizzato anche la gara- probabilmente bisognerà rivedere un attimino i prezzi, immagino, e ci sarà la possibilità di capire fin dove si potrà arrivare. Considerate che questo era un progetto che prevedeva la riqualificazione del centro visite, dei percorsi naturali all’interno dell’oasi e anche la possibilità di creare due affacci sul lago, nella zona attualmente pedonale dell’area, per permettere alle persone di vederlo, questo lago! Perché il principale problema che abbiamo su quella zona, in questo momento, è quella recinzione bruttissima di cemento che non permette ai visitatori di guardare, vedere e godere della bellezza del lago.

d - Tradotto: quanto tempo bisognerà aspettare?

r - Non dipende dal Comune di Pignola (che purtroppo è spettatore), bensì da Provincia, Regione e Consorzio, che dovranno sbrigare quest’ultima pratica dell’avviso e chiudere la cosa. Noi, dal canto nostro, continueremo a fare pressing perché è una zona per noi importantissima per il rilancio dell’area. E’ ricca di attività, i privati stanno costruendo tanto: piscine, maneggi, c’è il campo da golf, c’è l’avio-superficie, ci sono ristoranti, pizzerie. E’ un’area che potrebbe dare davvero tanto, e ulteriore, sviluppo a tutto il territorio.

d - Ha sfiorato comunque un tema che era nella mia lista. Quali sono i rapporti con la Regione? Sa, incontrando qui a tavola alcuni suoi colleghi sindaci, è emersa una critica su una certa “distanza” del governatore Bardi, così come la tendenza di questi a demandare troppo politicamente.

r - La mia opinione credo sia uguale a quella dei colleghi sindaci. Noi, ovviamente, per ogni cosa dialoghiamo con tutti gli uffici regionali, con la giunta, con gli assessori, perché un sindaco deve mettersi in prima linea a cercare delle opportunità, delle soluzioni concrete per il proprio territorio. Tuttavia, notiamo quello che viviamo sulla pelle, e cioè che effettivamente c’è una distanza, c’è una mancanza. Bardi l’ho anche invitato a venire a vedere realmente le condizioni del lago, ma non è mai venuto. Pertanto gli consiglierei di colmare questa distanza che viviamo nei territori; la sensazione è che -come sindaci- siamo lasciati a noi stessi, ci sentiamo un po’ abbandonati nel mare delle procedure che abbiamo da portare avanti, nell’ordinario e nello straordinario, nei nostri comuni. Lottiamo cioè con strutture di personale (come è il caso di Pignola), di capacità amministrativa davvero ridotte all’osso. Dobbiamo inoltre correre contro questa “moda” che si sta dando adesso in tutti i bandi: vediamo procedure “a sportello”, sia a livello regionale sia ministeriale, per cui si favorisce chi arriva prima, chi ha più capacità amministrativa, una struttura più forte (anche in termini di dipendenti comunali), e ha più facilità anche nel presentare progetti. Chiederei perciò al Presidente Bardi di programmare una visita in ogni comune. Com’era quel vecchio slogan? “Un computer in ogni casa”.

d - E quindi, “Un Presidente in ogni Comune”. Se potesse prenderlo sotto braccio, magari anche in dialetto, cosa gli direbbe?

r - Bisogna... Adesso non mi viene il modo di dirlo in dialetto, ma gli direi che bisogna essere più concreti. Perdersi in poche chiacchiere è più facile.

d - Pignola che momento vive? Che rapporto c’è tra nascite, dipartite e –soprattutto- spopolamento?

r - Da questo punto di vista non abbiamo grandi difficoltà, è un comune che ha circa 50 nascite all’anno di media, che si mantiene suoi 7.000 abitanti. Abbiamo anche tantissime famiglie che continuano a scegliere Pignola, tantissimi bambini...

d - Ma ci vengono anche da Potenza a vivere a Pignola?

r - Vengono da Potenza (la vicinanza e i prezzi delle case sono molto convenienti) e negli ultimi anni da noi si sono trasferiti anche vari nuclei provenienti da paesi anche più lontani dal Capoluogo.

d - Ho letto che attualmente il suo paese, come altri in Basilicata, ha però il problema del medico di medicina generale…

r - In questo momento sì, manca ancora un medico. Io ho chiesto all’ASP, perché un medico è andato in pensione, un altro ha avuto un problema di salute e si è ritirato dall’esercizio della professione; chiedo quindi che questi due vengano sostituiti almeno da uno nuovo. Ho pure un’altra dottoressa che sta per andare in pensione nel mese di dicembre. E sono tre. Mi rispondono “Sì, però c’è un medico che ha ancora spazio”. Ho capito, dico io, ma diamo la possibilità a tutti i pazienti, perché molti di loro stanno andando da altri medici, di altri comuni. Pertanto, credo, che il prossimo medico spetti anche alla comunità di Pignola.

d - Lei è sindaco solo da due anni, ma per cosa vorrebbe essere ricordato, un domani?

r - C’è una frase di Cesare Pavese che ho usato in campagna elettorale: “Un paese vuol dire non essere soli”. Quello che ho notato, in questi primi due anni di mandato, è che anche nel mio comune c’è tanta difficoltà, tanto disastro, tanta solitudine. Quindi le persone hanno necessità di avere un amministratore che sia vicino a loro, vicino alla gente. Stiamo facendo tante cose (opere pubbliche, messa in sicurezza del territorio, manutenzione del patrimonio -che prima era completamente assente- progetti di tipo sociale etc.), ma io vorrei essere ricordato, ecco, per aver favorito una vita nella comunità più vicina alle persone.

d - E’ anche un periodo storico in cui le persone li aggrediscono, i sindaci.

r - Io normalmente esco di casa a piedi, abito in centro storico e cammino, ma è la bellezza di sentire ogni giorno quella che può essere una lamentela, quello che può essere un consiglio, quello che può essere un semplice confronto, per ascoltare e dare delle risposte.

d - Cosa le chiede, in giro, la gente?

r - Di non sentirsi esclusa.

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Dopo un lungo “rodaggio” come assessore e vicesindaco, a giugno 2024, Fabio Laurino, quarantaduenne, è divenuto sindaco di Tito, comune praticamente “adiacente” al capoluogo di regione.

D - Signor sindaco, cominciamo dalle cose belle. Insieme a Pistoia, Perugia, Nardò e Carmagnola, Tito è finalista per la nomina di “Capitale Italiana del Libro 2026”. Non mi chiami cattivo se le dico che –per ignoranza mia- il binomio “Tito-Libri” non mi veniva così spontaneo. Cosa ha fatto la sua città per ambire a questo traguardo?

R - A dire il vero, è il secondo anno che raggiungiamo la finale. La prima volta è stata per l’anno 2024 e quest’anno ci riproviamo per l’anno 2026. Non è una candidatura improvvisata, perché in questi dieci anni (insieme alle associazioni locali) abbiamo intrapreso proprio un percorso di educazione alla lettura e di promozione del libro, valorizzando la nostra biblioteca comunale Lorenzo Ostuni. E siamo stati oggetto di finanziamento di varie progettualità da parte del Centro per il libro e la lettura, consentendoci di implementare l’offerta libraria per la fascia 0-6 anni. Abbiamo poi realizzato uno spazio all’interno della biblioteca comunale appositamente per le persone con disabilità fisiche e sensoriali. Abbiamo registrato anche un incremento degli utenti, soprattutto tra i più giovani, lavorando anche insieme all’istituto comprensivo di Tito.

D - Avete presentato un dossier al Ministero: cosa farà la città di Tito se sarà nominata Capitale italiana nel libro?

R - Si tratta innanzitutto di implementare e amplificare le attività già in essere. Penso al format “lettura al tramonto”, che ci ha consentito di raggiungere -con la lettura ad alta voce- posti non prettamente pubblici, compreso l’interno di attività commerciali. L’intento è trasformare questo format in un vero e proprio festival. Pensiamo inoltre a un concorso sul romanzo storico, legandolo a tutta l’attività che realizziamo sul sito archeologico della Torre di Satriano in Tito, insieme all’Università degli Studi di Basilicata e alla Scuola di specializzazione. Inoltre, dal momento che la candidatura permette anche di prevedere degli interventi infrastrutturali, progettiamo anche il recupero di un’ex casa canonica nel nostro centro cittadino per realizzarvi un vero e proprio polo culturale, una nuova biblioteca, nonché il trasferimento del Fondo Carlo Alianello.

D - Se dovesse consigliare un libro, in questo momento, al Presidente della Regione e alla sua giunta?

R - Oddio, domanda a bruciapelo! (sorride) Guardi, sono molto amante dei thriller. Non ricordo l’autore in questo momento (è uno scrittore giapponese), ma consiglierei il suo libro ambientato sul treno ad alta velocità dello Shinkansen. (“I sette killer dello Shinkansen”, di Kotaro Isaka – ndr) .

D - E’ proprio in tema, vista la questione Freccariossa!

R - Esatto (sorride).

D - Quale treno non deve perdere la Basilicata secondo lei (oltre all’alta velocità)?

R - Quello dello sviluppo, ovviamente; sembrerebbe banale, ma io penso che questa terra sia piena di opportunità. E il fatto che queste non vengano valorizzate, ahimè, è colpa di una classe di dirigente che per certi versi rappresento anche io, senza assolutamente incolpare nessuno. Abbiamo tutti quanti delle responsabilità: io me le assumo nei confronti della comunità locale che rappresento; e ovviamente poi ci sono delle responsabilità a più alti livelli, che dovrebbe assumersi quella classe dirigente che li incarna.

D - Ma secondo lei cosa è mancato in tutti questi anni? La volontà? La preparazione? La lungimiranza? La visione? Non so, magari ci si è accontentati dei bruscolini?

R - Io credo che in passato non siano mancate delle scelte lungimiranti. Rimanendo in ambito culturale, una su tutti, posso pensare a Matera Capitale Europea della Cultura 2019. Ciò che vedo invece in questo momento storico è una mancata visione. La tocco con mano tutti i giorni in ambito dell’area industriale di Tito Scalo, che per quanto possa essere un territorio comunale, è ovvio che è influenzato dalle scelte fatte sia a livello regionale sia a livello nazionale. Mi riferisco proprio “a cosa vogliamo fare” di quell’area industriale: se oggi ci troviamo in un momento storico in cui tante aziende sono costrette a chiudere e a lasciare questo territorio, posso anche accettare che su quell’area si decida di dare una destinazione a livello commerciale, però dobbiamo dircelo. Può diventare l’area commerciale a servizio della città di Potenza, come in tutte le aree metropolitane di altre città in Italia? D’accordissimo, ma allora lavoriamo in quella direzione! Altrimenti, ci ritroveremo -come sta accadendo in queste settimane- a dover gestire delle situazioni di vertenze, di chiusure di aziende e con dei tavoli ai quali ci andiamo a sedere senza una visione ideale. In generale, io penso che c’è un limite di questa regione, fondamentalmente rappresentato dalla filiera che è un po’ troppo corta, specie se pensiamo al numero di abitanti della nostra terra che è paragonabile a un quartiere di Roma o di Napoli. Questo limite oggettivo, la filiera corta, ovviamente poi dà priorità ad altri tipi di interessi, rispetto a quello che è l’interesse comunitario e di sviluppo di questa regione.

D - Definisca “interessi”.

R - Mi riferisco a interessi legati a logiche prettamente elettorali, partitiche, che comunque limitano lo sviluppo di questa regione.

D - Ha già toccato diversi temi. Procediamo con ordine. Lei ha citato “Matera 2019”; non c’è il rischio che questa grande occasione che la nostra piccola terra ha avuto, precluda –per un bel po’- altre investiture importanti, proprio come quella della Capitale del Libro (facciamo corna)? Per la serie: “Vi abbiamo già dato”.

R - Guardi, questo è proprio il ragionamento che abbiamo fatto noi nel 2024, quando era candidata la città di Taurianova, che si trova a pochi chilometri da Vibo Valentia. Quest’ultima era già stata Capitale italiana del libro nel 2020-2021 e poi, dopo soli tre anni, hanno fatto ritornare il titolo in Calabria, lì a venti chilometri (in qualche modo certificando che quella promozione che ci si aspettava da Vibo Valentia forse non si era fatta!). In ogni modo, non voglio pensare che la scelta sia determinata da questo tipo di logiche, altrimenti saremmo destinati a rimanere legati esclusivamente a Matera 2019. Penso sia ora il caso di andare oltre, anche se in quell’occasione la comunità ha comunque compreso che lo sviluppo può passare anche attraverso la cultura, e non solo attraverso l’industrializzazione. E’ ovvio che “Matera 2019” ha avuto anche dei limiti: forse quello sviluppo a livello regionale -area del Potentino compresa- non c’è stato, e forse adesso la nostra occasione può “controbilanciare” tutto questo.

D - Vertenza Smart Paper: ci sono state le rassicurazioni della politica dopo gli incontri di rito, lei si sente tranquillo per quanto riguarda il presidio che c’è a Tito (oltre a quello di Sant’Angelo Le Fratte)?

R - Non mi sento tranquillo. Accolgo con favore le rassicurazioni date ai 380 lavoratori coinvolti in questo cambio di appalto, fermo restando che non entro certo nel merito delle logiche imprenditoriali. Tuttavia, la politica deve giocare un ruolo determinante: parliamo di 380 famiglie, di una realtà che per tanti anni ha rappresentato il fiore all’occhiello dello sviluppo industriale, dei servizi della nostra regione. Pertanto, vanno benissimo le rassicurazioni, ma non possiamo permetterci una perdita di un presidio territoriale -che sia su Tito o che sia su Sant’Angelo Le Fratte- perché incrementerebbe il processo di depauperamento che il territorio, la nostra area industriale, ha affrontato e sta affrontando. E’ vero che permangono tante altre realtà floride che rappresentano un’eccellenza, ma non possiamo consentire una perdita del genere, quindi è compito della politica battersi affinché si continui a ospitare un’attività di questo tipo, con tutte le garanzie per i lavoratori.

D - Ogni nuovo sindaco di Tito eredita poi il problema dei siti da bonificare, quelli ex Daramic ed ex Liquichimica…

R - Dice bene quando parla di “eredità”. E’ una storia che si trascina da trent’anni. Attualmente siamo in attesa dei risultati di una serie di attività di campionamento che abbiamo fatto sul sito dell’ex Daramic, in virtù di un accordo sottoscritto a dicembre 2023 e che ci vede soggetto attuatore; a seguito dei risultati dei campionamenti, verrà riconvocato il tavolo con il Ministero e la Regione, proprio per iniziare a lavorare a un progetto di bonifica e nel frattempo capire se ci sono le condizioni per riattivare la barriera idraulica del sito dell’ex Daramic, e quindi dare avvio almeno alle prime attività di bonifica di quel sito. Nel frattempo, stanno proseguendo le attività di bonifica sul sito dell’ex Liquichimica, anche in virtù del nuovo accordo sottoscritto a dicembre 2024, per il quale il Ministero ha stanziato 12 milioni di euro e per cui la Regione è soggetto attuatore. È una situazione che è stata ferma per troppo tempo, ma forse posso dire che in seguito alle indagini della magistratura c’è stato un attivismo da parte degli enti coinvolti. Devo anche riconoscere che c’è ampia collaborazione e disponibilità da parte della Regione che. tramite il Dipartimento Ambiente. è molto attenta a questa problematica, che poi si è incrociata con il problema dell’acqua.

D - Per l’appunto.

R - Io ho dovuto emettere nei mesi scorsi delle ordinanze di divieto dell’utilizzo delle acque del torrente Tora nel comune di Tito, di tutte le acque di falda, proprio perché è stata registrata una fuoriuscita di trielina, in piezometri che sono stati posizionati al di fuori del perimetro SIN. Su questo ci sono delle attività in corso da parte di Acquedotto Lucano sulla rete fognaria di area SIN, perché si pensa ci possa essere stata una compromissione della stessa. Arpab si è resa disponibile anche a fare delle analisi al di fuori del perimetro SIN proprio per capire lo stato di fatto e se quelle ordinanze devono ancora rimanere in piedi o essere revocabili.

D - Cambiando argomento, vorrei farle una piccola provocazione. Nel Capoluogo si sente dire spesso che diverse famiglie hanno acquistato casa a Tito, perché costa di meno, trasformando però il paese in una sorta di “città dormitorio” per i pendolari potentini.

R - Non sono affatto d’accordo. La nostra è una città viva, con molti giovani, con un mondo dell’associazionismo molto attivo; anzi, penso che rispetto a tante altre realtà, la comunità che rappresento sia particolarmente dinamica, basta vedere le tante iniziative, le tante cose che mettiamo in campo.

D - Ma le risulta che molti potentini comprino casa a Tito?

R - È un fenomeno che forse sta scemando nell’ultimo periodo, perché in generale c’è stato l’abbassamento dei costi delle case. C’è stata forse una fase storica che ha privilegiato anche una realtà come Tito Scalo, che si trova più in prossimità del capoluogo di Regione. Però io voglio sperare che la gente prenda a casa a Tito perché a Tito si vive bene! (sorride)

D - Prima gli abbiamo consigliato un libro, ma se invece potesse prendere il Presidente della Regione sotto braccio, cosa gli direbbe, magari in dialetto titese?

R - Ah ah! “Daciteve ‘na svegliata!”.

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