- Scritto da Redazione
- Sabato, 27 Settembre 2025 07:23

di Walter De Stradis
Dopo un lungo “rodaggio” come assessore e vicesindaco, a giugno 2024, Fabio Laurino, quarantaduenne, è divenuto sindaco di Tito, comune praticamente “adiacente” al capoluogo di regione.
D - Signor sindaco, cominciamo dalle cose belle. Insieme a Pistoia, Perugia, Nardò e Carmagnola, Tito è finalista per la nomina di “Capitale Italiana del Libro 2026”. Non mi chiami cattivo se le dico che –per ignoranza mia- il binomio “Tito-Libri” non mi veniva così spontaneo. Cosa ha fatto la sua città per ambire a questo traguardo?
R - A dire il vero, è il secondo anno che raggiungiamo la finale. La prima volta è stata per l’anno 2024 e quest’anno ci riproviamo per l’anno 2026. Non è una candidatura improvvisata, perché in questi dieci anni (insieme alle associazioni locali) abbiamo intrapreso proprio un percorso di educazione alla lettura e di promozione del libro, valorizzando la nostra biblioteca comunale Lorenzo Ostuni. E siamo stati oggetto di finanziamento di varie progettualità da parte del Centro per il libro e la lettura, consentendoci di implementare l’offerta libraria per la fascia 0-6 anni. Abbiamo poi realizzato uno spazio all’interno della biblioteca comunale appositamente per le persone con disabilità fisiche e sensoriali. Abbiamo registrato anche un incremento degli utenti, soprattutto tra i più giovani, lavorando anche insieme all’istituto comprensivo di Tito.
D - Avete presentato un dossier al Ministero: cosa farà la città di Tito se sarà nominata Capitale italiana nel libro?
R - Si tratta innanzitutto di implementare e amplificare le attività già in essere. Penso al format “lettura al tramonto”, che ci ha consentito di raggiungere -con la lettura ad alta voce- posti non prettamente pubblici, compreso l’interno di attività commerciali. L’intento è trasformare questo format in un vero e proprio festival. Pensiamo inoltre a un concorso sul romanzo storico, legandolo a tutta l’attività che realizziamo sul sito archeologico della Torre di Satriano in Tito, insieme all’Università degli Studi di Basilicata e alla Scuola di specializzazione. Inoltre, dal momento che la candidatura permette anche di prevedere degli interventi infrastrutturali, progettiamo anche il recupero di un’ex casa canonica nel nostro centro cittadino per realizzarvi un vero e proprio polo culturale, una nuova biblioteca, nonché il trasferimento del Fondo Carlo Alianello.
D - Se dovesse consigliare un libro, in questo momento, al Presidente della Regione e alla sua giunta?
R - Oddio, domanda a bruciapelo! (sorride) Guardi, sono molto amante dei thriller. Non ricordo l’autore in questo momento (è uno scrittore giapponese), ma consiglierei il suo libro ambientato sul treno ad alta velocità dello Shinkansen. (“I sette killer dello Shinkansen”, di Kotaro Isaka – ndr) .
D - E’ proprio in tema, vista la questione Freccariossa!
R - Esatto (sorride).
D - Quale treno non deve perdere la Basilicata secondo lei (oltre all’alta velocità)?
R - Quello dello sviluppo, ovviamente; sembrerebbe banale, ma io penso che questa terra sia piena di opportunità. E il fatto che queste non vengano valorizzate, ahimè, è colpa di una classe di dirigente che per certi versi rappresento anche io, senza assolutamente incolpare nessuno. Abbiamo tutti quanti delle responsabilità: io me le assumo nei confronti della comunità locale che rappresento; e ovviamente poi ci sono delle responsabilità a più alti livelli, che dovrebbe assumersi quella classe dirigente che li incarna.
D - Ma secondo lei cosa è mancato in tutti questi anni? La volontà? La preparazione? La lungimiranza? La visione? Non so, magari ci si è accontentati dei bruscolini?
R - Io credo che in passato non siano mancate delle scelte lungimiranti. Rimanendo in ambito culturale, una su tutti, posso pensare a Matera Capitale Europea della Cultura 2019. Ciò che vedo invece in questo momento storico è una mancata visione. La tocco con mano tutti i giorni in ambito dell’area industriale di Tito Scalo, che per quanto possa essere un territorio comunale, è ovvio che è influenzato dalle scelte fatte sia a livello regionale sia a livello nazionale. Mi riferisco proprio “a cosa vogliamo fare” di quell’area industriale: se oggi ci troviamo in un momento storico in cui tante aziende sono costrette a chiudere e a lasciare questo territorio, posso anche accettare che su quell’area si decida di dare una destinazione a livello commerciale, però dobbiamo dircelo. Può diventare l’area commerciale a servizio della città di Potenza, come in tutte le aree metropolitane di altre città in Italia? D’accordissimo, ma allora lavoriamo in quella direzione! Altrimenti, ci ritroveremo -come sta accadendo in queste settimane- a dover gestire delle situazioni di vertenze, di chiusure di aziende e con dei tavoli ai quali ci andiamo a sedere senza una visione ideale. In generale, io penso che c’è un limite di questa regione, fondamentalmente rappresentato dalla filiera che è un po’ troppo corta, specie se pensiamo al numero di abitanti della nostra terra che è paragonabile a un quartiere di Roma o di Napoli. Questo limite oggettivo, la filiera corta, ovviamente poi dà priorità ad altri tipi di interessi, rispetto a quello che è l’interesse comunitario e di sviluppo di questa regione.
D - Definisca “interessi”.
R - Mi riferisco a interessi legati a logiche prettamente elettorali, partitiche, che comunque limitano lo sviluppo di questa regione.
D - Ha già toccato diversi temi. Procediamo con ordine. Lei ha citato “Matera 2019”; non c’è il rischio che questa grande occasione che la nostra piccola terra ha avuto, precluda –per un bel po’- altre investiture importanti, proprio come quella della Capitale del Libro (facciamo corna)? Per la serie: “Vi abbiamo già dato”.
R - Guardi, questo è proprio il ragionamento che abbiamo fatto noi nel 2024, quando era candidata la città di Taurianova, che si trova a pochi chilometri da Vibo Valentia. Quest’ultima era già stata Capitale italiana del libro nel 2020-2021 e poi, dopo soli tre anni, hanno fatto ritornare il titolo in Calabria, lì a venti chilometri (in qualche modo certificando che quella promozione che ci si aspettava da Vibo Valentia forse non si era fatta!). In ogni modo, non voglio pensare che la scelta sia determinata da questo tipo di logiche, altrimenti saremmo destinati a rimanere legati esclusivamente a Matera 2019. Penso sia ora il caso di andare oltre, anche se in quell’occasione la comunità ha comunque compreso che lo sviluppo può passare anche attraverso la cultura, e non solo attraverso l’industrializzazione. E’ ovvio che “Matera 2019” ha avuto anche dei limiti: forse quello sviluppo a livello regionale -area del Potentino compresa- non c’è stato, e forse adesso la nostra occasione può “controbilanciare” tutto questo.
D - Vertenza Smart Paper: ci sono state le rassicurazioni della politica dopo gli incontri di rito, lei si sente tranquillo per quanto riguarda il presidio che c’è a Tito (oltre a quello di Sant’Angelo Le Fratte)?
R - Non mi sento tranquillo. Accolgo con favore le rassicurazioni date ai 380 lavoratori coinvolti in questo cambio di appalto, fermo restando che non entro certo nel merito delle logiche imprenditoriali. Tuttavia, la politica deve giocare un ruolo determinante: parliamo di 380 famiglie, di una realtà che per tanti anni ha rappresentato il fiore all’occhiello dello sviluppo industriale, dei servizi della nostra regione. Pertanto, vanno benissimo le rassicurazioni, ma non possiamo permetterci una perdita di un presidio territoriale -che sia su Tito o che sia su Sant’Angelo Le Fratte- perché incrementerebbe il processo di depauperamento che il territorio, la nostra area industriale, ha affrontato e sta affrontando. E’ vero che permangono tante altre realtà floride che rappresentano un’eccellenza, ma non possiamo consentire una perdita del genere, quindi è compito della politica battersi affinché si continui a ospitare un’attività di questo tipo, con tutte le garanzie per i lavoratori.
D - Ogni nuovo sindaco di Tito eredita poi il problema dei siti da bonificare, quelli ex Daramic ed ex Liquichimica…
R - Dice bene quando parla di “eredità”. E’ una storia che si trascina da trent’anni. Attualmente siamo in attesa dei risultati di una serie di attività di campionamento che abbiamo fatto sul sito dell’ex Daramic, in virtù di un accordo sottoscritto a dicembre 2023 e che ci vede soggetto attuatore; a seguito dei risultati dei campionamenti, verrà riconvocato il tavolo con il Ministero e la Regione, proprio per iniziare a lavorare a un progetto di bonifica e nel frattempo capire se ci sono le condizioni per riattivare la barriera idraulica del sito dell’ex Daramic, e quindi dare avvio almeno alle prime attività di bonifica di quel sito. Nel frattempo, stanno proseguendo le attività di bonifica sul sito dell’ex Liquichimica, anche in virtù del nuovo accordo sottoscritto a dicembre 2024, per il quale il Ministero ha stanziato 12 milioni di euro e per cui la Regione è soggetto attuatore. È una situazione che è stata ferma per troppo tempo, ma forse posso dire che in seguito alle indagini della magistratura c’è stato un attivismo da parte degli enti coinvolti. Devo anche riconoscere che c’è ampia collaborazione e disponibilità da parte della Regione che. tramite il Dipartimento Ambiente. è molto attenta a questa problematica, che poi si è incrociata con il problema dell’acqua.
D - Per l’appunto.
R - Io ho dovuto emettere nei mesi scorsi delle ordinanze di divieto dell’utilizzo delle acque del torrente Tora nel comune di Tito, di tutte le acque di falda, proprio perché è stata registrata una fuoriuscita di trielina, in piezometri che sono stati posizionati al di fuori del perimetro SIN. Su questo ci sono delle attività in corso da parte di Acquedotto Lucano sulla rete fognaria di area SIN, perché si pensa ci possa essere stata una compromissione della stessa. Arpab si è resa disponibile anche a fare delle analisi al di fuori del perimetro SIN proprio per capire lo stato di fatto e se quelle ordinanze devono ancora rimanere in piedi o essere revocabili.
D - Cambiando argomento, vorrei farle una piccola provocazione. Nel Capoluogo si sente dire spesso che diverse famiglie hanno acquistato casa a Tito, perché costa di meno, trasformando però il paese in una sorta di “città dormitorio” per i pendolari potentini.
R - Non sono affatto d’accordo. La nostra è una città viva, con molti giovani, con un mondo dell’associazionismo molto attivo; anzi, penso che rispetto a tante altre realtà, la comunità che rappresento sia particolarmente dinamica, basta vedere le tante iniziative, le tante cose che mettiamo in campo.
D - Ma le risulta che molti potentini comprino casa a Tito?
R - È un fenomeno che forse sta scemando nell’ultimo periodo, perché in generale c’è stato l’abbassamento dei costi delle case. C’è stata forse una fase storica che ha privilegiato anche una realtà come Tito Scalo, che si trova più in prossimità del capoluogo di Regione. Però io voglio sperare che la gente prenda a casa a Tito perché a Tito si vive bene! (sorride)
D - Prima gli abbiamo consigliato un libro, ma se invece potesse prendere il Presidente della Regione sotto braccio, cosa gli direbbe, magari in dialetto titese?
R - Ah ah! “Daciteve ‘na svegliata!”.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 20 Settembre 2025 07:42

di Rosa Santarsiero
Il 12 settembre scorso, presso il Polo Bibliotecario Nazionale di Potenza, si è svolta la presentazione del nuovo libro del lucano Andrea Lo Sasso, “Intelligenza Artificiale – Parlando di AI, parlando di noi”, edito da Universosud Edizioni. Un testo che affronta con chiarezza e spirito critico le sfide e le opportunità poste dall’intelligenza artificiale, accompagnando il lettore in un percorso che va dalle origini della disciplina fino agli sviluppi più recenti, come la rivoluzione portata da ChatGPT.
L’evento, introdotto dall’editore Antonio Candela, ha visto la partecipazione di autorevoli figure del mondo dell’informazione, della politica e delle istituzioni, tra cui Giacomo Lasorella (Presidente AGCOM), Oreste Lo Pomo (RAI, Università Federico II di Napoli), Marcello Pittella (Presidente del Consiglio della Regione Basilicata), Manuela Stefanelli (Universosud Edizioni) e Francesco Somma (Presidente di Confindustria Basilicata).
Una cornice di rilievo per discutere non solo dell’opera, ma anche di come l’intelligenza artificiale stia già trasformando il lavoro, la comunicazione, l’educazione e le relazioni sociali, ponendo interrogativi cruciali sul nostro futuro di cittadini digitali.
Abbiamo rivolto alcune domande a Lo Sasso, fisico teorico dei sistemi complessi, dottorando presso il Dipartimento interateneo di fisica dell'Università e Politecnico di Bari.
Cosa l’ha spinta a scrivere un libro sull’intelligenza artificiale in questo momento?
Sono un dottorando di ricerca che sviluppa algoritmi di AI in modo “rude e crudo”. In tutti i testi che ho letto sull'intelligenza artificiale (anche fuori dal lavoro, in quanto ho avuto la fortuna di poter vivere fino a oggi della mia curiosità), ho notato che ognuno si caratterizzava dall'essere permeato di particolare accuratezza argomentativa, ma di carente apertura divulgativa sull’AI. Il libro nasce dal desiderio di scrivere un testo che faccia comprendere cosa sia davvero l'intelligenza artificiale in modo fruibile per tutte e tutti, anche non addetti ai lavori. Non si possono comprendere le sue implicazioni e potenzialità, se prima non si sa di cosa stiamo parlando.
Il libro non è solo un manuale tecnico, ma un invito a riflettere. Qual è il messaggio principale che vuole lasciare al lettore?
L’intelligenza artificiale rappresenta una delle sfide più significative del nostro tempo. Come già avvenuto in occasione dei grandi eventi rivoluzionari della Storia, nei cittadini si manifesta la naturale tendenza a respingere ciò che si discosta dai canoni consueti. Tale atteggiamento, ciclicamente, genera timore e diffidenza. Tuttavia, una trasformazione di portata così radicale può tradursi in un’opportunità di progresso, a condizione che venga affrontata con piena consapevolezza
e adeguata padronanza degli strumenti che la caratterizzano. C'è bisogno che la Cittadinanza sia consapevole di come essa potrà impattare su Educazione Lavoro e Società, i canoni dello Stato sociale.
Nel libro si parte dalle origini storiche dell’IA fino all’arrivo di ChatGPT-3.5. Quali tappe storiche considera più significative per comprendere l’evoluzione di questa tecnologia?
Non si può comprendere la storia dell'intelligenza artificiale se non studiandola attraverso i finanziamenti in ricerca e sviluppo che sono stati fatti negli anni, specialmente da quando si è affermato il capitalismo globalizzato nel mondo libero, facendo passare le ricerche dalle accademie alle big tech. Molte delle scoperte in intelligenza artificiale nascono per fini bellici, ma una volta diffusi e accessibili, questi strumenti hanno permesso di curare patologie, prevedere disastri naturali o provvedere all'efficienza energetica di un'azienda. Le pietre miliari nella storia della AI sono gli studi di John Hopfield e Geoffrey Hinton (premiati con il Nobel nel 2024) e la partita di Go tra AlphaGo e il campione coreano Lee Se-dol, un match che ha fatto cadere il senso comune umano.
Lei parla del ruolo dell’IA nell’educazione, nel lavoro e nella società. In quale di questi ambiti vede il maggiore impatto nel prossimo futuro?
Gli effetti sull'educazione sono quelli che potenzialmente possono portare il più grande beneficio. Grazie all'intelligenza artificiale e alla Computer Vision si potrà apprendere in modo completamente diverso. Ciò non vuol dire sostituire le nozioni e il sapere, né sostituire il metodo di insegnamento. Semplicemente, ciò rappresenterà un avanzamento nel modo di apprendere. È una cosa che succede da sempre, ripensiamo a quale sorte sarebbe toccata alla scrittura nella scuola di Atene, come scriveva Platone nel Fedro. Per il lavoro, l’AI ha mostrato i limiti di lavori automatizzabili e monotoni. Mentre un grande tema per il suo utilizzo è nella società: fake news prodotte da bot, basati su AI generativa, già oggi polarizzano le opinioni e potrebbero minacciare la tenuta democratica. Una nazione di concittadini consapevoli è il primo passo per evitare che questo accada.
Molti temono che l’IA riduca la nostra autonomia decisionale. Quali rischi reali vede e come possiamo mitigarli?
Io credo che il tema vero sia capire come utilizzare l’AI come strumento. In un'epoca in cui i lavori monotoni possono essere eseguiti da macchine, stiamo per vivere un periodo in cui mai più di prima potremmo essere umani. Ora più che mai serve studiare e apprendere, per uscire da questo “pregiudizio umanistico”, come l’ha definito Padre Paolo Benanti in un suo recente lavoro.
Le risulta che la politica già si serva dell'intelligenza artificiale?
L’intelligenza artificiale è già oggi impiegata, con modalità e finalità differenti, in numerosi Stati, indipendentemente dalla natura dei rispettivi regimi politici. In una Democrazia, tuttavia, è fondamentale che i cittadini, adeguatamente consapevoli, possano esercitare un ruolo critico e di valutazione sull’operato delle istituzioni. Per questo motivo, la comprensione del funzionamento degli algoritmi di intelligenza artificiale –anche nelle sue nozioni fondamentali– dovrebbe costituire un patrimonio di conoscenza accessibile e condiviso da tutta la collettività.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 20 Settembre 2025 06:50
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di Walter De Stradis
Rocco Pepe, cinquantaquattro anni, è consigliere comunale di maggioranza nel Capoluogo. Eletto con “Basilicata Casa Comune”, attualmente fa parte del gruppo “Area Civica”, in cui milita anche la vice-sindaca Federica d’Andrea. E’ membro di tre commissioni importanti: affari generali e risorse umane; bilancio; urbanistica e lavori pubblici.
d - Consigliere, facciamo un piccolo “riassunto delle puntate precedenti”.
r - La mia attività di consigliere comunale nasce dalla necessità di dare un contributo. Sono stato sempre appassionato di politica e dopo una lunga esperienza sindacale all’interno dell’azienda dove lavoro (e anche a livello esterno nella direzione FIOM regionale) ho pensato che era giusto continuare facendo attività politica nella città in cui da 25 anni abito.
d - Lei era stato già consigliere a Vaglio.
r - Sì, ho fatto esperienza lì, dopodiché ho fatto sempre attività politica orfano di partito, perché l’ultima mia tessera era dei DS. Da allora sto aspettando in un porto fermo che arrivi qualche “nave nuova” che possa dare contenuto al centro-sinistra o meglio, alla sinistra.
d - L’ingresso nel Consiglio comunale di Potenza è avvenuto con Basilicata casa Comune...
r - Ho creduto in quel progetto perché poteva essere l’opportunità nuova che mancava, quella di un contenitore in cui poter aprire un ragionamento importante sui temi della politica.
d - Però?
r - Però, dopo la fase regionale, già si era avuta la prima crepa; dopodiché nell’esperienza comunale mancava, in quel contenitore, la voglia di fare discussione, di costruire politica all’interno, attraverso dei meccanismi che probabilmente sono venuti meno. Da lì nasce una necessità da parte del gruppo dei consiglieri di Basilicata Casa Comune di provare a costruire un’associazione e cercare di costruire quel contenitore. E così stiamo andando avanti.
d - E la città di Potenza (considerato anche che il vicesindaco è del vostro gruppo), sta andando avanti anche lei? E’ già passato un anno, e più, di legislatura, e il cittadino comincia a chiedersi se non si stava meglio quando si stava peggio, o se si sta meglio adesso.
r - Io credo che ci voglia un po’ di tempo per iniziare a vedere il contenuto di un’amministrazione. Sta di fatto che noi stiamo lavorando, si iniziano a vedere i primi risultati e si va nella direzione di concretizzare il programma elettorale che abbiamo condiviso.
d - E i primi risultati, chiari e percepibili al cittadino, quali sarebbero?
r - Sicuramente c’è una casa comunale che è aperta ai cittadini per ogni tipo di proposta, a differenza di come veniva vista con la vecchia amministrazione. E’ un primo riconoscimento di partecipazione attiva. Inoltre si sono messi in campo dei progetti importanti che riguardano la viabilità, altri che guardano alla necessità di recuperare dei finanziamenti -che si stavano perdendo- del PNRR; si sta lavorando per cercare di dare un risultato concreto, vivo, alla città. È chiaro che così, nell’immediato, è un po’ più difficile trovare delle cose fatte che risaltino all’occhio, però si stanno concretizzando tante attività.
d - Circa le attività, il sindaco Telesca ha scelto un approccio alla comunicazione molto “cinematografico”, con tutti quei video molto curati e pubblicati sui social, in cui è quasi sempre lui il sorridente “protagonista”; quasi alla stregua di un “attore di Hollywood”, dicono i detrattori. Non si rischia di personalizzare un po’ troppo, di voler diventare la notizia piuttosto che il veicolo della notizia stessa?
r - Rispetto alla comunicazione sicuramente sono la persona meno adatta per dare una valutazione, perché non sono un addetto ai lavori. So per certo, però, che il sindaco ci mette la faccia sull’azione quotidiana che facciamo come amministrazione, quindi io la vedo più come la volontà politica di mettersi in prima linea su ciò che avviene per la città. Naturalmente, i detrattori guardano piuttosto alla bella presenza del sindaco, che può essere un buon attore in qualche parte cinematografica! (sorride)
d - Dunque sono invidiosi?
r - Non lo so, però io le assicuro che all’interno della maggioranza lui è il padre di famiglia che ci mette la faccia nel mentre avvengono cose importanti in città.
d - Nella sua campagna elettorale lei ha speso molte parole sulla necessità di rendere Potenza una città maggiormente a misura delle persone diversamente abili.
r - E’ una sensibilità che vivo in prima persona, un po’ per quella che è stata anche la mia vita (perché ho toccato con mano la disabilità); di conseguenza comprendo la necessità di rendere la nostra città e i nostri servizi alla portata di chi si trova in una situazione non ottimale di vita. Pertanto, con questa sensibilità ho spinto su alcune iniziative che -devo dire- sono state raccolte da subito e con il voto di maggioranza e opposizione. Segno evidente che quella sensibilità appartiene a tutti. C’è in campo, tra l’altro, la mia proposta della “disabilty card” , che attraverso una convenzione col Ministero renderà fruibili degli spazi cittadini ai diversamente abili. In ogni caso, qui a Potenza c’è una necessità che non riguarda soltanto loro: se uno pensa al trasporto urbano, non è funzionale. E in questo senso l’assessore Giuzio sta lavorando tanto per creare le condizioni per rendere il servizio efficiente al punto che il cittadino possa pensare di usarlo.
d -...e infatti adesso il cittadino non ci pensa proprio...
r - Per chi ha poi una disabilità, provare a utilizzare un mezzo pubblico è impossibile. Sicuramente lei sa che era stato finanziato un progetto per rendere fruibili i mezzi pubblici con l’avviso di chiamata, con le fermate e l’avviso di arrivo del pullman, ma non è stato mai messo in campo, e di conseguenza magari un non vedente non ha mai potuto utilizzare un mezzo pubblico. Sono quelle piccole attenzioni che vanno attivate anche a favore di chi oggi ha problemi e magari vive anche nella solitudine, e pertanto ha ancora più bisogno di servizi efficienti.
d - Lei ha toccato un tasto dolente, la solitudine che spesso attanaglia i nostri anziani, abbinata purtroppo anche a una crescente povertà.
r - C’è un aumento drammatico di solitudine, legato a situazioni altrettanto drammatiche di economia precaria. E’ un discorso legato allo spopolamento, alla necessità di mettere in campo delle politiche di attenzione per il mondo del lavoro, per le famiglie, per le persone anziane che restano sole in città e che non sono in grado di potersi pagare la casa di cura.
d - Lei è un esponente di un gruppo di maggioranza, ma c’è comunque qualcosa su cui questa giunta comunale dovrebbe “accelerare”, secondo lei, rispetto a quanto sta succedendo?
r - Si sta già accelerando su tante questioni, però tenga presente che io sto toccando con mano le difficoltà che ci sono proprio nella gestione burocratica dell’azione politica; e quindi diventa molte volte un rallentatore di un’azione che potrebbe già concretizzarsi.
d - Mi sta dicendo che gli uffici comunali non vanno di pari passo con la volontà politica?
r - Tenga presente che il Comune di Potenza viene da due dissesti e ha una situazione anche dal punto di vista di pianta organica non ottimale; e ogni anno sarà sempre peggio, perché non possono essere rimpiazzate le persone che vanno in pensione. Questo è il primo elemento. L’altro elemento è sicuramente che c’è bisogno di una spinta in più, da parte della struttura degli uffici, per poter stare al passo con la politica, questo è evidente. Insomma, gliel’ho detto in modo più elegante (sorride).
d - Diciamo che me l’ha detto in maniera elegante anche perché siamo in un momento in cui c’è anche questa frizione con la polizia locale, per la faccenda del “terzo turno”. Pare che la questione sia la carenza di organico. Come se ne esce?
r - Anche lì c’è la doppia faccia della medaglia, perché c’è una necessità assoluta del terzo turno (c’è una richiesta del Prefetto) e dall’altra parte c’è una necessità di organico e quindi bisogna trovare la giusta soluzione economica per poter garantire il terzo turno.
d - Lei è in commissione bilancio: le risorse ci sono?
r - Bisogna trovare le risorse, così come si trovano per fare altro. Ci sono allo studio alcune possibilità per fare assunzioni, e il terzo turno verrà sempre fatto.
d - E questo ci porta alla ragione alla base di questo discorso, la cosiddetta “malamovida” che sembra riguardare soprattutto il Centro.
r - Come dicevo, è una richiesta del Prefetto.
d - Il centro storico è tuttavia affitto anche dal problema dello svuotamento. Sono state fatte tante proposte, negli anni: aumentare i parcheggi, detassare i negozi, dare sostegno a chi decide di vivere e lavorare lì... Lei cosa ne pensa?
r - Ne abbiamo discusso anche in consiglio comunale; è stato il sindaco a parlare di questa necessità. La prima operazione è provare a portare gli uffici comunali in centro storico, censire i locali comunali che ci sono e portare finalmente cittadinanza attiva da quelle parti: il grande risultato non è soltanto la persona che va a lavorare in Comune, ma è tutta l’utenza che va a fare le pratiche comunali, ed è un movimento vero, rispetto a un centro storico sempre più vuoto. Dopodiché, ci sono tutte le iniziative già strutturate dal punto di vista culturale per dare vitalità al centro storico, come quelle che erano presenti nel cartellone estivo. Questione parcheggi: si stanno studiando alcuni sensi unici -in particolare in alcune strade strette e pericolose- per avere più posti a disposizione e migliorare la viabilità.
d - Le piacciono le nuove “targhe” in Centro?
r - Diciamo che si può fare sempre meglio, però a me piacciono (sorride).
d - Da qualche parte avevo letto di una sua proposta, quella di fare un’anagrafe delle antiche botteghe.
r - Quello è un regolamento che ho presentato in commissione -condiviso con l’assessore D’Andrea, anche lei di Area Civica- e rappresenta l’opportunità di creare l’albo comunale delle botteghe storiche; potrà dare in futuro (anche attraverso una legge regionale e un albo nazionale) delle possibilità economiche a quelle attività che da tempo creano curiosità e attrazione, anche turistica.
d - Il rimpasto in giunta si fa?
r - Al momento non è una priorità, non c’è stata nessuna necessità di fare questo tipo di ragionamento in maggioranza. Sicuramente arriverà il momento in cui verrà messa in discussione anche la necessità di darsi delle sostituzioni, chiamiamole così, all’interno di una squadra, di cui tutti facciamo parte.
d - “Siamo una squadra fortissimi”??? (cit. Checco Zalone - ndr)
r - Siamo una squadra fortissima, nel senso che stiamo lavorando per renderla, con i risultati, fortissima.
- Scritto da Redazione
- Martedì, 16 Settembre 2025 15:54

Questa mattina, presso il Palazzo del Consiglio Regionale della Basilicata, si è svolto un incontro istituzionale che ha visto protagonisti Marika Padula, Garante regionale della Disabilità, Rossana Mignoli, Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, e Ivana Pipponzi, Consigliera di Parità Regionale.
La visita della Consigliera Pipponzi ha rappresentato l’occasione per avviare un dialogo costruttivo tra i tre uffici, con l’obiettivo di definire percorsi di collaborazione condivisi e rafforzare l’azione congiunta a favore delle persone più fragili e per l’affermazione dei diritti di cittadinanza.
Marika Padula, Garante della Disabilità, ha sottolineato che l'incontro "segna l’inizio di una sinergia importante, capace di tradursi in iniziative concrete per garantire pari opportunità e piena inclusione delle persone con disabilità.”
Rossana Mignoli, Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ha espresso la volontà di "unire le forze per rafforzare la tutela dei diritti dei minori diffondendo tra i ragazzi la cultura della parità, promuovendo rispetto, inclusione e pari opportunità”
Ivana Pipponzi, Consigliera di Parità, ha aggiunto di essere "convinta che la collaborazione tra i rispettivi uffici sarà fondamentale per diffondere la cultura delle pari opportunità e contrastare ogni forma di discriminazione. È fondamentale promuovere azioni di welfare condivise tra le rispettive strutture per il raggiungimento degli obiettivi"
L’incontro si è concluso con la volontà condivisa di dare vita a un tavolo di confronto permanente, finalizzato a progettare e realizzare iniziative comuni nei campi della sensibilizzazione sociale, dell’inclusione e della promozione delle pari opportunità.
Lo riporta una nota stampa congiunta delle Garanti regionali Marika Padula e Rossana Mignoli e della Consigliera di parità, Ivana Pipponzi.
- Scritto da Redazione
- Venerdì, 12 Settembre 2025 15:02

Il Mondo Snoezelen approda al CTR di Tramutola
di Rosa Santarsiero
E’ stato inaugurato giovedì scorso a Tramutola, presso il CTR, Centro di riabilitazione, la Stanza Snoezelen alla presenza del Vescovo metropolita di Potenza, Muro Lucano e Marsico Nuovo, monsignor Davide Carbonaro.
Si tratta di un ambiente multisensoriale in grado di coinvolgere e offrire un benessere concreto alle persone con disabilità, grazie alla presenza di spazi calibrati sulle esigenze dei singoli e di personale sanitario formato secondo i dettami della certificazione teorico-pratica ISNA MSE.
Il CTR amplia dunque ulteriormente il ventaglio di servizi e prestazioni rivolte agli ospiti della struttura, realizzando un progetto innovativo e raro nel suo genere.
La Stanza Snoezelen è stata realizzata con il supporto scientifico della dottoressa Giorgia Monetti, psicologa e formatrice internazionale, fondatrice di “Mondo Snoezelen”, un punto di riferimento in Italia quando si parla dell’approccio multisensoriale sulla persona.
Abbiamo raccolto le dichiarazioni del direttore amministrativo del CTR, la dottoressa Katia Rosella, la quale si è detta particolarmente soddisfatta dell’obiettivo raggiunto, specialmente se ne si considera il suo ruolo sociale.
«La Stanza Snoezelen è un progetto innovativo fortemente voluto dalla direzione: al centro dell’ambiente è presente una incredibile piscina con migliaia di palline dal diametro, superficie e densità diverse volte a facilitare la cura della persona attraverso la propriocezione e la pressione sul corpo. È stata progettata per facilitare la stimolazione di tutti i sensi, includendo il vestibolare e il propriocettivo. Ricordo altresì che il personale del centro è stato coinvolto in un percorso formativo Snoezelen, grazie ad una preparazione teorica e ad una susseguente formazione pratica. Al termine del processo il personale coinvolto riceverà infatti la certificazione internazionale ISNA MSE (International Snoezelen Association – Multisensory Environment), da parte dell’associazione internazionale che coordina e promuove l’approccio Snoezelen a livello mondiale in ambito educativo, terapeutico e assistenziale. D’altro canto il CTR, nel rispetto di una più ampia e moderna visione della riabilitazione, si occupa da tempo della presa in carico globale della persona in ogni fase della sua storia clinica, puntando all’accrescimento delle sue funzionalità nei vari contesti, non solo medico ma anche familiare, sociale, lavorativo. L’inserimento della Stanza Snoezelen rientra pertanto nella mission della nostra struttura, mediante un ambiente che favorisca l’autoregolazione emotiva e relazionale, con stimoli calibrati e personalizzati. Il fine delle differenti stimolazioni sensoriali è quello di aiutare il paziente a seguire le diverse tappe di un sentiero diretto alla valorizzazione e al pieno inserimento in famiglia, nella scuola, nel mondo del lavoro, nelle attività culturali e in quelle ludiche o sportive».
L’approccio Snoezelen nasce nel 1974 grazie agli studi del terapista occupazionale Ad Verheul e del musicoterapista Jan Hulsegge. Il termine “Snoezelen” combina infatti i due verbi olandesi “snuffelen” (esplorare) e “doezelen” (rilassarsi). Lo scopo ultimo? Creare ambienti accoglienti e sicuri per soggetti gravemente disabili: dall’infanzia fino alla piena maturazione del soggetto.
La dottoressa Giorgia Monetti supervisor dell’iniziativa sottolinea quanto sia importante, durante le varie fasi del processo, la comunicazione costante tra équipe e assistiti, poiché non è solo grazie agli strumenti che si crea un reale cambiamento negli individui, ma anche e soprattutto attraverso il gioco delle relazioni interpersonali che si instaurano nel tempo.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 06 Settembre 2025 07:21
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Non ha mai usato un nome pittoresco o “cool” per la sua attività di DJ da discoteca (con rimarchevoli incursioni anche in radio), ma Davide Padulosi, cinquantaquattro anni, fa meritoriamente parte di quella “pattuglia” di pionieri potentini che hanno fatto ballare e sognare gli ascoltatori e “ballerini” del Capoluogo (e non solo), osservando la città e i giovani mutare dall’alto del loro mixer.
d - Quando e come è iniziata la sua carriera di DJ?
r - Tutto è iniziato grazie a mio padre, che avendo un negozio di tv-hi fi- elettronica, mi appassionò a quel mondo. Quando avevo intorno ai 12-13 anni, iniziai quindi a frequentare la radio, la mia prima vera passione. Si trattava di Radio Sud (a due passi dal negozio), la prima a trasmettere in stereofonia, ai tempi. E poi, di seguito, Radio Antenna 2000, ove ho messo sul piatto il mio primo disco. Poi ho fatto un’esperienza a Radio Rama Lecce, che arrivava anche qui in Basilicata.
d - Per quanto riguarda la discoteca, invece?
r - Ovviamente ho cominciato al Basiliko’s di Potenza (e per questo devo tributare un grande grazie a Luigi Biscione). Avevo quindici, sedici anni. E poi, da lì, oltre a fare il DJ, ho iniziato a fare anche il vocalist e a “gestire” proprio la discoteca. La cosa del vocalist è nata “per un’emergenza”: durante una giornata in discoteca, il DJ principale, o comunque il mio collega, mi chiese di sostituirlo e di inventarmi qualcosa per intrattenere il pubblico.
d - A quel punto le è venuta in soccorso l’esperienza radiofonica.
r - Sì, anche se in radio io ero più che altro un fonico, con qualche incursione vocale, insieme a un mio amico, Maurizio Dresda, che era lo speaker, molto in gamba.

d - E la storia continua con successo ancora oggi...
r - Per ciò che mi riguarda, è stata un’estate intensa, tra serate, eventi in piscina, aperitivi... (ho fatto anche delle serate al BARHCHIC Policoro e a un lido a Marina di Pisticci). Musicalmente, le mie selezioni possono variare: se ad esempio devo fare un aperitivo, parliamo di musica “soulful house”, quindi di un funky remixato, in qualche modo. Mentre poi, nelle serate più propriamente “disco”, si va dalla musica degli anni 80-90, ai giorni d’oggi. La “soulful house”, inoltre, la suono anche per radio.
d - Però si parla sempre di crisi. La gente c’è? Frequenta? O magari agli eventi ha notato un calo, l’esigenza di stringere la cinghia?
r - Beh, qui si sta parlando principalmente di locali, in cui non si paga un ingresso vero e proprio. L’unica spesa, diciamo così, è sul bere. Pertanto, non è che ho notato questo grosso calo.
d - Quest’estate c’è stato il problema degli ombrelloni, ma lei, dalla consolle, tavolini vuoti non ne ha visti granché.
r - Devo dire di no. La gente la vedo sempre abbastanza presente.
d - E il mondo della radio potentina, è cambiato?
r - Quella è l’unica cosa che rimpiango, la radio. Perché comunque, a Potenza, negli anni 80-90, ce n’era più di qualcuna. E avevamo anche una buona professionalità. Ma poi, ovviamente, nel tempo le cose si perdono. In radio, oggi, è ormai tutto molto tecnologico, tutto digitalizzato. Molto più facile anche da realizzare, a mio avviso.
d - Un tempo la radio era il vero “social network”, no?
r - Esatto, partiva tutto da lì. Adesso ormai molto si gioca sulle piattaforme digitali, i ragazzi ascoltano principalmente quelle. Invece ai nostri tempi, la radio era l’unico veicolo per ascoltare i nuovi successi. Per chi la radio la fa, però, oggi è molto più facile, e anche più “spontaneo”, perché adesso molte emittenti sono anche tv.
d - E il rapporto con chi ascolta è cambiato?
r - No, anzi direi che il pubblico è anche più presente e a diretto contatto, grazie ai messaggini. Anni fa, invece, bisognava chiamare in diretta e cose del genere.
d - Qual è l’identikit del “giovane” (e non) che va in discoteca e nei locali, rispetto a una trentina di anni fa?
r - Mah, devo dire che forse trent’anni fa, quando venivano in discoteca, si divertivano davvero. Adesso, invece, è più che altro un modo di passare la serata. Forse perché un tempo la discoteca era l’unica attrattiva; oggi i locali che fanno musica sono ovunque, quindi alla fine... i ragazzi la musica la seguono, ma non c’è passione, perlomeno nel ballare. Trenta, quaranta anni fa, invece, c’era il piacere di andare a ballare. Al giorno d’oggi, forse, una cosa del genere accade solo con i balli caraibici.
d - Il ritornello nostrano è sempre quello: “A Potenza non si fa mai niente”.
r - Beh, questa estate ci sono state un po’ di manifestazioni, si cerca comunque di fare qualcosa. A livello di locali, diciamo che ci sono e che comunque si organizza qualcosa, dai live ai DJ set, quindi credo che su questo la gente non si possa lamentare.
d - In ambito “movida” notturna si è parlato molto del “cambiamento” dei nostri giovani: è un tema molto attuale in città, che desta anche preoccupazione.
r - Da quello che posso notare io, non credo sia tutto demonizzare, anzi, questi giovani li vedo anche molto legati tra loro e abbastanza attivi. Certo, possono esserci delle situazioni che -d’altronde- abbiamo vissuto anche noi ai nostri tempi, ma per il resto non la vedo così tragica. In generale, a Potenza il panorama lo vedo buono, la città è viva. Forse, l’unica cosa, la gente dovrebbe apprezzare di più quello che si fa.
d - Un aneddoto particolare, della notte potentina, che le va di raccontarci?
r - Beh, sarebbero tanti. Su due piedi mi viene in mente quando ospitammo Nina Moric al Basilikos (in quel periodo ne curavo la direzione artistica). Con lei c’era Fabrizio Corona, ma all’epoca (anni prima delle ben note sue vicende), pensi un po’, lui era solo “il fidanzato” della Moric. E se ne stava lì, mangiava banane e non faceva avvicinare nessuno.
d - Un personaggio potentino, invece, che le va di citare?
r - Senz’altro Pino Quartana, uno speaker molto professionale (ha lavorato anche in Rai); successivamente ha fatto un passaggio tra radio e teatro, e anch’io l’ho seguito. Siamo stati fuori in Spagna un po’ in giro per l’Italia.
d - Se dovesse mettere sul piatto un disco per la sua Città, oggi quale sarebbe?
r - Boh? Al momento mi viene “Bruci la città” di Irene Grandi (visto che si parla di “città”). E tra l’altro mi ricorda di una volta che misi questo pezzo a Radio Sud, e in studio ci divertimmo da pazzi...
- Scritto da Redazione
- Mercoledì, 30 Luglio 2025 09:52
Nell’ambito della Notte Bianca del Libro, si è svolto presso la Sala degli Specchi del Teatro Stabile di Potenza l’incontro “Città sicure per le donne”, promosso dalla Consigliera di Parità della Regione Basilicata, Ivana Pipponzi, e dalla Consigliera provinciale, Simona Bonito.
L’evento ha posto l’attenzione sulla sicurezza e sulla vivibilità degli spazi urbani per le donne, intese non solo come assenza di pericoli, ma come condizione essenziale per la libertà di movimento, l’autodeterminazione e la piena partecipazione alla vita pubblica.
Numerosi gli spunti di riflessione emersi, a testimonianza di una crescente consapevolezza sulla necessità di città più inclusive e rispettose delle esigenze di tutte e tutti.
Le promotrici dell’incontro hanno spiegato di aver voluto dare all’iniziativa un taglio multidisciplinare e olistico, considerando la sicurezza femminile in tutti gli ambiti di vita, non solo quello domestico, ma anche quello lavorativo, spesso trascurato. L’obiettivo dell’evento è stato quello di avviare un percorso di approfondimento coinvolgendo esperti a livello provinciale e regionale, con competenze specifiche in materia di vigilanza e sicurezza, per analizzare lo stato attuale e fornire strumenti concreti alle donne.
È stato sottolineato come le donne non siano sole e come le istituzioni siano al loro fianco, pronte a offrire tutele e soluzioni, anche se spesso manca la consapevolezza dell’esistenza di questi strumenti. Da qui la volontà di colmare questa lacuna informativa.
L’iniziativa è stata pensata anche per favorire la creazione di una rete tra le istituzioni coinvolte, comprendendo soggetti come l’INAIL e l’Ispettorato del Lavoro, con particolare attenzione alle lavoratrici che si spostano in orari atipici. L’intento è quello di ripensare le città in un’ottica inclusiva e sicura, considerando anche aspetti pratici come l’illuminazione e la gestione degli spazi urbani, specialmente quelli più isolati.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 26 Luglio 2025 07:34

di Walter De Stradis
Classe 1944, Domenico “Mimì” Chiorazzo ha aperto il suo ristorante in via Rosica nel lontano 1971, nel cuore vero e pulsante del centro storico di Potenza, quello dei vicoli e delle strade parallele, che si diramano come vene e arterie nella parte vecchia della città. Da sempre attento osservatore e commentatore della realtà cittadina, conosciuto e apprezzato per la sua saggezza, in oltre cinque decenni Mimì ha visto cambiare le dinamiche di Via Pretoria e dintorni, ma la sua “ricetta” per il rilancio di un Centro che ha scorto man mano languire nell’abbandono, è sempre quella: “piccole cose”.
d - Da quanti anni lavora nel Centro Storico?
r - Dal 1969. Facevo il caposervizio alla Taverna Oraziana, e più tardi in un altro locale in Via del Popolo. Nel 1971, ho aperto questo ristorante in Via Rosica. In realtà, la mia esperienza lavorativa partiva dal 1961, con la scuola alberghiera, poi ho fatto una decina d’anni all’estero, Germania, Francia, Danimarca, Svizzera, un po’ dappertutto insomma.
d - E’ stato facile, nel ‘71, aprire una realtà come questa nel centro storico? O magari sarebbe più facile oggi?
r - Beh, quello era il periodo del Boom. E anche qui da noi si poteva aprire con facilità, le banche ti davano un po’ di ascolto. Adesso invece le cose sono diventate complicate. Tanto complicate, che purtroppo le varie leggi nazionali a volte vengono stravolte dal sistema stesso. Oggi c’è la possibilità di fare somministrazione all’esterno anche non avendo il bagno all’interno del locale: questa famosa SCIA infatti non è altro che un documento per aggirare gli ostacoli delle concessioni edilizie.
d - Dagli anni 70 a oggi, come l’ha visto cambiare il centro storico?
r - Diciamo che è andata bene fino al 1990, poi man mano, invece di crescere, migliorare, trasformarsi, è andata in decrescenza.
d - In effetti, fa specie vedere quei filmati degli anni 70-80 con tutta quella gente in via Pretoria. Sembra una di quelle strade dei film americani...Oggi invece...
r - Dare a una città la possibilità di allargarsi, di avere altri quartieri, è un fatto positivo, ma questo non significa trascurare il cuore della città.
d - Perché il Centro è stato trascurato?
r - Perché c’è stato un disegno, non so se politico, se amministrativo (questo lo deve sapere chi gestisce), ma sta di fatto che hanno trovato la maniera di allontanare le persone. L’amministrazione dovrebbe essere pronta a dare qualche incentivo per spingere la gente a ritornare a lavorare nel centro storico.
d - Tanti esercizi commerciali hanno chiuso. Da cosa è dipeso?
r - E’ dipeso innanzitutto dai prezzi di locazione. E’ qui che l’amministrazione avrebbe dovuto pensare a qualche incentivo: far pagare meno spazzatura, non so, far sì che chi apre in centro storico non si senta discriminato rispetto agli altri. Perché qui, a differenza che in altre zone, mancano i parcheggi, e non si è attrezzati col trasporto pubblico, che praticamente non esiste. E’ vero, se io arrivo in piazza 18 Agosto e ho l’ascensore, non mi serve la macchina; ma deve esserci il trasporto pubblico funzionante! E invece non c’è controllo. Eppure basterebbe verificare l’arrivo dei bus alle singole fermate; non si è voluto arrivare a questo, ma è un fatto civile. Il “sistema verticale” di per sé è positivo, ma da noi non funziona; se si chiude alle 10 la sera, come vuole che il cittadino possa prendere la scala mobile da un’altra parte della città e venire verso il centro storico? Sulla Fondovalle, Santa Lucia, c’è un”capannone”, sempre vuoto. Io dico: fate un vero terminale, mettetelo a regime, cercate di trovare il sistema per far funzionare davvero le scale. Hanno speso tutti quei soldi....i famosi pannelli solari avrebbero dovuto metterli da subito, per dare energia a tutto il sistema delle scale potentine.
d - In questi 50 anni ha magari registrato anche un cambio di mentalità nei residenti del Centro?
r - Sì, un po’, tipo per la questione parcheggi: bisogna rassegnarsi al fatto che non si può avere il posto, numerato per giunta, sotto casa. Se non c’è per gli avventori, cioè quelli che dovrebbero portare economia.... La città è piccola, non ha spazi, quindi si sarebbe dovuto pensare, per esempio, all’Ariston che sta lì che piange: se ci facessero un parcheggio (entrata da via Mazzini e uscita da via 4 Novembre), potrebbe essere la svolta. Ma bisogna sedersi a tavolino e discuterne.
d - Come commercianti avete -negli anni- più volte incontrato l’amministrazione. E’ servito a qualcosa?
r - Gli incontri sono comunque un fatto positivo. C’è stato un lungo periodo in cui, insieme ad altri esercenti, mi sono interessato in prima persona per il Natale etc., però poi il Comune ha voluto fare tutto da sé e quindi tutto questo è saltato un po’ in aria.
d - Se il sindaco oggi venisse a mangiare qui, cosa gli direbbe?
r - “Vedete un po’ se potete sistemare la città”, perché in realtà a Potenza servono le piccole cose. Per esempio, di recente, è stato fatto un casino con la toponomastica; sono state “rovesciate” alcune strade (Vico Achille Rosica 1 era quello che scendeva di fianco al TAR verso la SEM. Adesso il Vico si trova su Largo Barbelli, e viene verso di qua). E’ stata fatta una gran confusione, quando invece bastava prendere l’elenco telefonico del 1970-80-90 e lì c’erano gli indirizzi, tutte le strade!
d - Quindi il problema è la toponomastica.
r - No, non è questo il problema, tanto le strade comunque sono lì. Ma è tutto il resto. Per esempio, in un Centro in cui non ci sono molte attrattive, quelle poche esistenti bisognerebbe valorizzarle. Prenda il Cinema Fiamma, che è lì da cinquant’anni. E’ una struttura privata, ho capito, ma perché non pulirlo, metterci due reti? Per non parlare di quelle due gallerie del Teatro Stabile, che sono sempre vuote, chiuse, praticamente cancellate. Non costa nulla aprire i cancelli la mattina alle nove e rinchiuderli alle nove la sera. Però, intanto, i cittadini potrebbero utilizzare quelle due gallerie, mettendoci -non so- dei quadri con le porte di Potenza. Così, se arriva lo straniero, o arriva il forestiero, comunque ha modo di vedere qualcosa...in più.
d - A proposito di stranieri, ultimamente se ne vedono, in città.
r - Sì, ci sono, ma è un turismo “di passaggio”. Siamo una “stazione di transito”, il che è comunque positivo. Vanno verso Matera e poi in Puglia, o il contrario. In ogni caso passano di qui. Ho notato per due anni l’arrivo di tanti inglesi, belgi, tedeschi, quest’anno è la volta degli austriaci. Ciò ti fa capire che qualcosa di utile si potrebbe fare. Perché il passaggio c’è. Non si può dire di no. È solo che poi trovano un centro storico tutto sottosopra: c’è un 30% di negozi che sono chiusi, che non si fittano per i prezzi altissimi. Ripeto: quella degli incentivi, è una scelta che deve fare l’amministrazione. Se vuol dare una mano al commercio...
d - Un altro problema del centro storico, che è emerso negli ultimi tempi, è quello della sicurezza. Ha fatto scalpore la recente rissa, con accoltellamento, avvenuta sotto i portici di Piazza Prefettura.
r - Chiedo scusa, ma su questo sono drastico. In un centro storico, come accade in via IV Novembre, non possono essere concentrate tutte quelle strutture di accoglienza per stranieri, che sono ammassati lì, in trenta-quaranta. Sia chiaro: io non ho nulla contro quei ragazzi, e so che non sono tutti uguali, ma in questo modo in Centro i problemi si amplificano (spazzatura lasciata sui marciapiedi etc.). Pertanto, sono del parere che quelle strutture andrebbero dislocate in altre zone, ove i locali vuoti non mancano. Ripeto, non voglio offendere nessuno. Anche l’accattonaggio che si vede su Via Pretoria non è un bello spettacolo. E’ una questione di immagine. Così come ci sono quelle povere donne che vendono i loro prodotti (perché è giusto che si guadagnino la giornata) in condizioni igieniche precarie (tipo sul pozzetto delle acque reflue): ma allora perché il Comune non fornisce loro un banchetto, una soluzione dignitosa? Un progresso è stato sicuramente fatto con i bagni pubblici, ma tutti quei bar automatici a mio avviso sono troppi per un Centro: di notte la gente potrebbe sostare lì e fare chissà cosa. E’ giusto che quei locali ci siano, ma è altrettanto giusto che vengano contingentati e controllati. Ma, ripeto, non vedo controlli.
d - Eppure si fa un gran parlare di “telecamere in Centro”.
r - Ma funzionano? Secondo me, e faccio una mia presunzione, non funzionano. Qui nei pressi abbiamo non una, bensì due telecamere: se avessero funzionato, avrebbero visto tutto quello che succedeva da due-tre anni a questa parte.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 26 Luglio 2025 07:33

Nel novembre 2024, Il Comitato medico
internazionale di Lourdes, aveva dichiarato
la sua guarigione "completa, durevole e
inspiegabile”. Il vescovo di Lourdes aveva
informato la diocesi lucana. Infine, ad aprile
scorso, la proclamazione ufficiale del 72/o
miracolo. La proclamazione è avvenuta da parte
di mons. Vincenzo Carmine Orofino, vescovo
della diocesi di Tursi-Lagonegro. (ANSA)
di Rossana Artese
Antonietta Raco, 67 anni, di Francavilla in Sinni (PZ) inizia ad avvertire i primi sintomi della sua malattia nel 2004, dopo essere appena guarita da un tumore. A maggio dello stesso anno sente le forze mancare, soprattutto nelle gambe. Da lì inizia il suo calvario, e dopo alcune visite mediche, varie terapie e un ricovero di venti giorni presso l’Ospedale Molinette di Torino, arriva purtroppo la diagnosi: Sclerosi Laterale Primaria (PLS). Nel 2009 però Antonietta decide di recarsi a Lourdes in pellegrinaggio. Ed è lì che la sua vita cambia per sempre.
d - Cos’è successo a Lourdes?
r - E’ stato il mio primo pellegrinaggio a Lourdes. La mia malattia era a uno stadio molto avanzato. Non camminavo più, avevo problemi a respirare e non mangiavo più autonomamente. I volontari dell’Unitalsi mi hanno accompagnata e aiutata in tutto: a vestirmi, a mangiare, ad alzarmi. Il giorno dopo essere arrivata a Lourdes, mi hanno accompagnata alle piscine e lì ho sentito un abbraccio sul collo e una bellissima voce di giovane donna, la quale per tre volte mi ha detto: “Non avere paura”. In quel momento sono scoppiata a piangere e ho iniziato a pregare per le intenzioni per cui ero andata lì. Nel frattempo le volontarie mi avevano già immersa nella vasca ed è stato in quel momento che ho sentito un forte dolere alle gambe, ma piangendo ho continuato a pregare, senza raccontare a nessuno quello che mi era successo. Il 5 agosto sono rientrata in casa sulla sedia a rotelle e mio marito mi ha aiutata a sedermi sul divano. In quel preciso istante ho sentito nuovamente quella bellissima voce che mi diceva: “Diglielo! Chiamalo!”. Io però non capivo cosa dovessi dire a mio marito. Pensavo quasi che la mia malattia stesse peggiorando al punto da sentire anche le voci! (sorride), mentre Lei mi invitava con una voce tenera a chiamarlo. A quel punto mi alzai in piedi, dritta, con le mie forze. Avevo la sensazione che qualcuno mi stesse reggendo. Ho camminato. Ci siamo abbracciati, abbiamo pianto e pregato. Lì ho capito di essere guarita. Nel frattempo i medici di Torino mi dissero di non sospendere nessun farmaco, fino a quando non mi avessero vista anche loro. Dopo venti giorni li ho raggiunti e dopo avermi visitata dissero che per loro era inspiegabile.
d - Quando si è recata a Lourdes, c’era dentro di lei la speranza di un miracolo?
r - Io avevo chiesto la guarigione per una bambina del mio paese. Per me avevo solo chiesto la forza e la pace per affrontare la malattia. Io ho avuto la fortuna di avere quattro figli e di vederli crescere, correre, giocare. Questa coppia di miei amici invece non avevano mai visto loro figlia correre e giocare.
d - Qual è stato il suo primo pensiero quando si è resa conto di essere guarita?
r - Beh non sapevo cosa fare, come dirlo. Soprattutto non riuscivo ad andare a casa della mamma della bimba a dirle che io era guarita e la loro bambina no. Ho chiamato il parroco e gli ho raccontato tutto. Poi abbiamo pregato insieme.
d - La sua fede ha assunto un significato diverso?
r - La mia fede che c’è sempre stata, è cresciuta ancora di più. Ho sperimentato sul mio corpo quello che leggiamo nei Vangeli e quindi i miracoli di Gesù. La vivo come una missione. Se riesco a dare pace e conforto a chi sta affrontando una prova, perché non farlo.
d - Si è mai chiesta: perché proprio a me?
r - E’ una domanda che mi sono chiesta dal primo momento e alla quale non sono mai riuscita a dare una risposta. Sicuramente so di non essere migliore di nessuno. Il Signor ha scelto me, ma potrebbe capitare a chiunque.
d - Sicuramente per lei Lourdes ha un grande significato…
r - Da subito mi sono iscritta all’Unitalsi e sono diventata una volontaria. Quello che loro hanno fatto per me io vorrei farlo agli altri. Ho assisto due mie zie per diverso tempo, mio marito, mio papà… Lourdes è tutti i giorni.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 19 Luglio 2025 07:08
di Walter De Stradis
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E’ un volto noto del sindacato lucano, anche perché uno dei pochi coi tratti femminili: la potentina Anna Russelli, segretaria regionale di Slc-Cgil (Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione), nonché componente della segreteria regionale della Cgil, da qualche tempo (e non senza destare curiosità e interesse) è tornata anche a occuparsi, in maniera attiva, del suo primo “amore”: la musica.
d - Forse le faccio una domanda telefonata, però mi interessa capire com’è oggi, ancora oggi, essere sindacalista e donna in Basilicata.
r - Quello del sindacalista è un mestiere, diciamo, tradizionalmente appartenuto agli uomini, no? Tuttavia la CGIL è un’organizzazione che ha una visione molto seria e determinata per favorire la partecipazione delle donne, anche in ruoli dirigenziali molto alti, anche a livello nazionale. Tuttavia rimangono delle difficoltà, in un mondo in cui permane una cultura piena di pregiudizi, di stereotipi, una cultura, lasciatemelo dire, patriarcale. E lì si comincia a faticare.
d - Anche ai tavoli?
r - Faccio un esempio banalissimo. Sono a un tavolo di trattativa, che può essere con un’azienda, un ente, e quasi sempre i miei colleghi -che hanno il mio stesso ruolo, ma sono uomini- vengono chiamati con il loro titolo (e quindi “segretario” etc.); io invece sono sempre “la signora”.
d - «Adesso facciamo parlare la signora».
r - Esatto. Ora, non è una questione meramente formale, ma il linguaggio, purtroppo, o per fortuna, esprime il pensiero. E questo è solo un esempio. C’è un tema che riguarda proprio l’atteggiamento, i pregiudizi, e riguarda un po’ tutta la condizione femminile, non solo quella di sindacalista e donna. La Basilicata resta una delle regioni con più scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, alla politica. Basta guardare i consigli regionali e comunali, sono quasi sempre “monosessuati”, o comunque con una larga prevalenza del genere maschile. Questo è il quadro generale, ma quando una donna svolge ruoli tipicamente maschili, beh, è quel tipo di cose che aiutano i cambiamenti. Tuttavia lo si deve fare con una visione di genere, non basta svolgere il ruolo e stop. Mi spiego: è sicuramente importante avere una Presidente del Consiglio donna, però se non c’è una vera ottica, che favorisce la partecipazione delle altre donne... Guardi, essere femminista non vuol dire che IO devo avere successo o sfondare il tetto di cristallo, ma che devo aiutare anche le altre a fare questo, in particolare quelle che non hanno le possibilità, gli strumenti; e quindi lo si fa con le politiche, con il linguaggio, con la cultura. Questo è il senso della cosa.
d - Come nasce il rapporto con il sindacato? C’è stata una figura, un momento, grazie al quale ha capito che quella sarebbe stata la sua strada?
r - Sì, c’è stato un momento della mia vita, in particolare. Era circa il 2000: all’epoca lavoravo in un call center, come spesso facevano e fanno ancora tante persone laureate, costrette ad accettare impieghi al di sotto delle aspettative. A un certo punto subentrarono delle difficoltà molto serie sul posto di lavoro; eravamo tante operatrici, anche qualche uomo, e capimmo che avevamo bisogno del sindacato, quindi ci iscrivemmo. Facemmo anche una battaglia molto partecipata, salvammo il posto di lavoro e creammo anche una nuova realtà in cui ancora oggi molte delle mie colleghe e dei miei colleghi dell’epoca lavorano. Da lì in poi ho continuato a frequentare il sindacato e a militare. E’ stata una scelta di vita a tutti gli effetti.
d - Adesso veniamo per un attimo alla Russelli-cantante. Da qualche tempo lei sta facendo serate...
r - Sì, con il mio chitarrista, Donato Modrone che è anche il mio compagno di vita.
d - E’ nata prima la cantante o prima la sindacalista?
r - E’ nata prima la cantante. E’ una vecchia storia che avevo accantonato. Quando avevo 18 anni cominciai a studiare canto presso un maestro qui a Potenza e poi andai anche a Roma a fare studi di jazz con Susanna Stivali. Per tanti anni ho cantato, coltivando questa passione tra Potenza e Roma, ho fatto musica dal vivo; tuttavia, quando ho cominciato a lavorare -dopo l’università- ho mollato, un po’ per demotivazione, un po’ perché in quel periodo a Potenza non si suonava più nei locali come un tempo. Adesso, fortunatamente, le cose stanno tornando come prima. L’anno scorso, ho fatto un’audizione -andata a buon fine- per entrare in un coro gospel, il “Voices’ Power”, la cui direttrice è Giusi Telesca. Abbiamo fatto una tournée bellissima tra dicembre e gennaio e poi da lì ho conosciuto Donato Modrone, e ho deciso di provare a mettere insieme questo duo. La cosa, fino a oggi, ci pare sia apprezzata, i concerti sono partecipati, noi ci divertiamo molto e quindi va bene così. Il nostro repertorio è principalmente ispirato alle grandi voci femminili della musica internazionale, quindi inglese, americana, da Patti Smith ad Aretha Franklin, Alicia Keys, Beyoncé, tutte quelle che hanno fatto la storia del blues, del soul. La black music è una cosa che mi ha sempre particolarmente interessato e appassionato.
d - In quanto ha a che fare anche con i diritti?
r - Diciamo che io ho una grande passione per il jazz, ho anche studiato e frequentato l’ambiente jazzistico e mi è rimasta nel cuore questa musica, in particolare proprio la storia dei neri in America. E poi, onestamente, qualunque cantante le dirà che le cantanti black hanno una marcia in più. C’è il ritmo, c’è un colore timbrico nella voce che è molto particolare, quindi chiunque canti aspira a farlo come le donne nere.
d - Il problema è riuscirci.
(Sorride) Beh, sì, devo dire che non credo proprio neanche di avvicinarmi, però, ecco, almeno uno si diverte, ci prova.
d - Abbiamo parlato della difficoltà di essere donna e sindacalista in Basilicata. E di essere presi sul serio. Non crede che qualcuno possa abbinare “un calo di credibilità” a questa sua recente attività canora?
r - Beh, certo, questo può succedere, è accaduto anche ad amici. In Basilicata ci sono persone che rivestono anche ruoli importanti e però continuano a fare i musicisti, perché è una passione che coltivano. Qualcuno di loro mi ha raccontato che questa attività era stata strumentalizzata a loro danno, per la serie, “Pensasse a suonare, quello”. Quindi sono ben consapevole di questa cosa, però ho imparato anche che del giudizio degli altri bisogna importarsene poco. Altrimenti non si vive. E poi posso dirle una cosa? Una persona intelligente non la pensa, una cosa del genere. Gilberto Gil è stato ministro in Brasile, ministro della cultura, per fare un esempio... ma ne potrei fare tanti altri: Brian May, il chitarrista dei Queen, era astrofisico. E se vogliamo, qui in Basilicata, c’è Massimo Brancati che fa il capo ufficio stampa alla Regione ed è un bravissimo cantante e chitarrista, c’è Pepi Romaniello, che è dirigente al Comune. Però lei ha ragione a fare quella domanda. Accade di venire additati, come le dicevo, ed è una cosa sciocca.
d - Tra l’altro, lei è la segretaria regionale della Slc-Cgil, quindi...
r -...dello spettacolo, sì, dei lavoratori dello spettacolo.
d - Dicevamo prima a microfono spento che in realtà gli iscritti sono pochi, perché la Basilicata ha delle carenze da questo punto di vista.
r - Sì, in generale lo spettacolo, forse, è il settore più sfortunato, per chi ci lavora. Nel senso che i lavoratori “puri” (cioè quelli che non lo fanno per hobby, come lo faccio io, o come seconda cosa), faticano molto per sbarcare il lunario. Sono persone che spesso vivono di contratti precari, retribuzioni scarse, si arrangiano, cioè fanno una fatica enorme a vivere. Qui in Basilicata, inoltre, non abbiamo fondazioni lirico-sinfoniche, grandi orchestre che assumono, teatri stabili che vantino personale in pianta permanente. È chiaro che c’è poco: sono perlopiù persone che lavorano nelle piccole scuole di musica, nelle associazioni, ma che danno un grande contributo anche alla vita delle comunità. In generale, io credo che le attività culturali, in uno Stato che ha un’attenzione per la cultura, debbano essere sovvenzionate; non possono essere abbandonate al mercato. Altrimenti prevalgono non chi ha merito, chi è più bravo, bensì le logiche di mercato, e poi il prodotto scade. Ci vorrebbe dunque una visione, sulla cultura, sullo spettacolo, che non si traduca però nella distribuzione delle prebende. Perché se le risorse servono a sovvenzionare i viaggi di chi sta nell’organismo per farsi festival musicali in tutto il mondo, francamente è meglio tenerli da un’altra parte, no? Oppure se servono per fare i piaceri a tutti, idem con patate. Ci vuole un’idea, un piano dello spettacolo, della cultura.
d - Ritorna sempre, in qualche modo, la questione della “meritocrazia”.
r - E’ una parola che personalmente detesto. Dicono che il comunismo sia un’utopia, vabè, ma non credo che la meritocrazia sia da meno. Il merito non è solo ciò che una persona riesce a raggiungere, ma è anche da dove parte, quali sono stati gli strumenti. Se uno nasce a Gaza, ed è un talento, quali occasioni vuole che abbia? Eppure, quanti di quei bambini che sono stati uccisi in questi mesi sarebbero stati medici eccellenti, cantanti eccezionali, musicisti straordinari? Non lo sapremo mai. Oltretutto, il cosiddetto “ascensore sociale” degli ultimi vent’anni è fermo. I figli di famiglie che hanno strumenti si muovono, cioè salgono. I figli di nuclei familiari che non hanno mezzi culturali, economici, dove sono? E’ un problema nazionale. r - Però, in Basilicata, probabilmente, abbiamo negativamente una “marcia in più” in questo senso.
d - Recentemente si è fatto un gran parlare sulle nomine...
r - Lasciamo perdere (sorride). Noi, come CGIL, su questo ci esprimiamo tutti i giorni. Quindi, lascio parlare i comunicati che fa la mia organizzazione!
d - Se invece potesse “cantargliele” alla classe politica lucana, quale canzone userebbe?
r - (sorride) Molto difficile questa domanda. È un bel casino. Più che alla classe politica lucana, la dedicherei alla classe politica mondiale. È una canzone bellissima dei Black Sabbath che si chiama “War Pigs”, cioè “Maiali di Guerra”. A me la cosa che preoccupa di più oggi è la guerra. Perché è vicina. Io la sento, vedo delle cose che mi fanno dubitare che mio figlio continuerà a vivere nel mondo di pace che noi abbiamo conosciuto. E questa cosa mi terrorizza. C’è questa bellissima canzone che descrive in poche parole, semplicissime, che cos’è la guerra. Cioè i potenti che, per interesse personale, fanno la guerra e i poveri che ci vanno a morire. Stiamo parlando di politica globale, certo, ma non è che la politica lucana venga poi dal nulla.









