- Redazione
- Sabato, 11 Luglio 2026 07:23

di Walter De Stradis
Jimmy Bruno, minuto, con una coppolina schiacciata sugli occhi, si siede al tavolo del Gran Caffè in Piazza Prefettura, a Potenza, davanti a un cappuccino. Rassomiglia a un Baretta (il detective italo americano della tv dei Settanta) un po’ più âgé. Ha settantatré anni, lo sguardo lucido dei veterani del jazz, un braccio tatuato e le mani segnate da sessant’anni e passa di contatto quotidiano con le corde della chitarra. Quella sera (mercoledì scorso) si tiene il suo concerto -regalato alla Città che lo ospita- nel Cortile del Campanile della Chiesa di San Michele. Insomma, il suono puro e senza concessioni del Bebop nel cuore del centro storico potentino. Eppure, la presenza del leggendario chitarrista americano a Potenza, accompagnato dalla fidanzata di origini lucane, la cantante Jennifer Stigliani Bowen e dal cugino acquisito -e interprete d’occasione- don Gerardo "Dino" Lasalvia, non è una semplice tappa di una tournée. È, nelle parole dello stesso musicista, una “vacanza” in un luogo che l’ha rapito.
«I nonni della mia fidanzata erano della Basilicata, di Tolve e di Brindisi di Montagna, ove la scuola elementare è dedicata al bisnonno di lei, Andrea Pisani. Ho fatto poi la conoscenza di don Dino a un matrimonio di famiglia. Abbiamo stretto una lunga amicizia, frequentandoci nel corso della sua permanenza negli USA».
Nato a Philadelphia nel 1953 all’interno del quartiere italo-americano, Bruno è cresciuto in quello che definisce un vero e proprio “block” operaio isolato dal resto della città, dove la lingua, il cibo e i codici di comportamento erano rigorosamente quelli d’origine. Una bolla culturale ed etnica che ha condizionato radicalmente i suoi primi passi.
«La mia famiglia, i miei cugini, i miei nonni sono di qui, del sud Italia... I miei genitori erano della prima generazione, quindi erano nati in America».
Sangue catanese da parte paterna (da cui eredita il cognome) e napoletano da parte di madre.
L’approccio alla musica non è stato un lusso accademico, ma una naturale estensione del contesto domestico. Entrambi i genitori erano musicisti: il padre suonava la chitarra e la madre era cantante. Fu proprio il padre a mettergli in mano lo strumento all’età di sette anni, avviandolo a una disciplina quotidiana e inflessibile.
Lavorare come musicista professionista nel dopoguerra, tuttavia, esponeva la famiglia a dinamiche sociali ambigue all’interno della stessa comunità italo-americana.
«Mio padre come musicista lavorava molto, fin da giovanissimo, affrontando turni notturni e rientri all’alba. I vicini di casa, operai con turni tradizionali, faticavano a comprendere come un uomo potesse vestirsi elegantemente, in giacca e cravatta, a orari insoliti, associando spesso e volentieri lo stile di vita del musicista ad attività illecite o malavitose. Addirittura pensavano fosse un mafioso».
L’aspetto forse più straordinario della storia della famiglia Bruno risiede però nell’apertura culturale che caratterizzava la loro casa negli anni Cinquanta, in un periodo storico in cui l’America era profondamente lacerata dalla segregazione razziale e da forti tensioni sociali. Gli immigrati italiani a Philadelphia, pur integrati a livello lavorativo, non erano noti per la loro tolleranza verso la popolazione afroamericana. Il padre di Jimmy, al contrario, scardinò completamente le convenzioni del quartiere anteponendo la stima artistica e umana a qualsiasi pregiudizio etnico. Suonò a lungo con musicisti neri, offrendo loro supporto e collaborazione professionale in un’epoca in cui anche i semplici spostamenti logistici erano rischiosi per un artista afroamericano.
«Mio padre ha sempre suonato con gente di colore, negli anni 50 soprattutto... Nat King Cole ha suonato con mio padre, che gli ha fatto anche un po’ da battistrada, sostanzialmente, finché è diventato famoso. Ed ho un ricordo personale: quando avevo dieci anni... mio padre ospitava per mangiare molti musicisti neri, prima di andare per concerti. E mia madre preparava gli spaghetti anche per loro. Anche la notte».
Questa ostentata fratellanza musicale e l’abitudine di invitare colleghi afroamericani nella propria abitazione per cena provocarono una reazione immediata e durissima da parte del vicinato. I residenti del blocco, preoccupati che la presenza di cittadini neri potesse svalutare il valore commerciale delle proprietà e alterare il tessuto sociale del quartiere, tentarono un vero e proprio boicottaggio: “se tu continui a frequentare questi neri, nessuno comprerà più la tua casa”. (Bisogna sapere che in America le case vengono vendute in molta velocità, si cambia spesso domicilio).
«Per un anno mio padre ha detto: ‘Ok, accetto la sfida’, e per dodici mesi nessuno ci ha rivolto la parola, perché gli italiani erano famosi per non avere un buon concetto dei neri».
Questo ambiente poroso, capace di fondere il rigore melodico italiano con la rivoluzione ritmica e armonica afroamericana, è stato il terreno fertile su cui Bruno ha costruito una carriera monumentale. Ha suonato e condiviso palcoscenici con i pilastri assoluti del jazz mondiale: Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Stan Getz ed Ella Fitzgerald. La sua produzione discografica, a partire dal 1991 sotto la guida di Carl Jefferson per la storica etichetta Concord Jazz, lo ha consacrato a livello internazionale. Album come il cult del 2001 Midnight Blue e riletture magistrali di standard come Stella by Starlight sono diventati punti di riferimento per la critica, ponendo il suo lavoro sullo stesso piano di giganti come Bobby Watson, Scott Hamilton e Joey DeFrancesco.
Accanto all’attività concertistica, Bruno ha sviluppato un profondo percorso accademico, insegnando nelle università americane. Il suo ruolo, ci spiega, a volte si è concentrato proprio sulla spiegazione dell’evoluzione formale del jazz, illustrando come i musicisti bianchi abbiano assimilato, strutturato e codificato una tradizione nata come prettamente nera, contribuendo a trasformandola in un linguaggio universale.
Il concerto a Potenza, patrocinato dal Comune e programmaticamente intitolato “Songs my father taught me” (“Le canzoni che mi ha insegnato mio padre”), ha riflettuto fedelmente questa duplice anima. Bruno ha strutturato la scaletta concentrandosi su una selezione di love songs (alcune delle quali cantate splendidamente proprio da Jennifer) rilette in chiave soft jazz, mantenendo la pulizia formale e l’eleganza tipica delle grandi serate di Broadway.
Al termine dell’evento, l’impatto con la realtà lucana ha lasciato un segno evidente sul musicista, colpito non solo dall’acustica e dall’architettura del centro storico, ma da un senso di sicurezza e comunità che faticava a ritrovare nelle metropoli statunitensi.
«Di Potenza mi piace soprattutto la gente. Mi sento molto sicuro».
La visita al Teatro Stabile, poi, e l’incontro con il pianoforte storico di Leoncavallo, hanno sigillato un’esperienza che va oltre la gratificazione professionale.
«A volte penso, vorrei essere nato in quel momento. In quel tempo. Perché mi piace scrivere».
Seduto al tavolo del caffè, con la sua voce roca e incredibilmente “cool”, Jimmy Bruno sintetizza così il senso di una sosta che ha il sapore di un cerchio che si chiude. Tra la rigidità dei blocchi di Philadelphia e la pietra antica di Potenza, la sua chitarra ha dimostrato, ancora una volta, che la musica non è altro che il mezzo più preciso per ricordare da dove si è partiti.







