Breaking News

WhatsApp_Image_2025-07-24_at_13.34.jpg

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

 

 

Classe 1944, Domenico “Mimì” Chiorazzo ha aperto il suo ristorante in via Rosica nel lontano 1971, nel cuore vero e pulsante del centro storico di Potenza, quello dei vicoli e delle strade parallele, che si diramano come vene e arterie nella parte vecchia della città. Da sempre attento osservatore e commentatore della realtà cittadina, conosciuto e apprezzato per la sua saggezza, in oltre cinque decenni Mimì ha visto cambiare le dinamiche di Via Pretoria e dintorni, ma la sua “ricetta” per il rilancio di un Centro che ha scorto man mano languire nell’abbandono, è sempre quella: “piccole cose”.

d - Da quanti anni lavora nel Centro Storico?

r - Dal 1969. Facevo il caposervizio alla Taverna Oraziana, e più tardi in un altro locale in Via del Popolo. Nel 1971, ho aperto questo ristorante in Via Rosica. In realtà, la mia esperienza lavorativa partiva dal 1961, con la scuola alberghiera, poi ho fatto una decina d’anni all’estero, Germania, Francia, Danimarca, Svizzera, un po’ dappertutto insomma.

d - E’ stato facile, nel ‘71, aprire una realtà come questa nel centro storico? O magari sarebbe più facile oggi?

r - Beh, quello era il periodo del Boom. E anche qui da noi si poteva aprire con facilità, le banche ti davano un po’ di ascolto. Adesso invece le cose sono diventate complicate. Tanto complicate, che purtroppo le varie leggi nazionali a volte vengono stravolte dal sistema stesso. Oggi c’è la possibilità di fare somministrazione all’esterno anche non avendo il bagno all’interno del locale: questa famosa SCIA infatti non è altro che un documento per aggirare gli ostacoli delle concessioni edilizie.

d - Dagli anni 70 a oggi, come l’ha visto cambiare il centro storico?

r - Diciamo che è andata bene fino al 1990, poi man mano, invece di crescere, migliorare, trasformarsi, è andata in decrescenza.

d - In effetti, fa specie vedere quei filmati degli anni 70-80 con tutta quella gente in via Pretoria. Sembra una di quelle strade dei film americani...Oggi invece...

r - Dare a una città la possibilità di allargarsi, di avere altri quartieri, è un fatto positivo, ma questo non significa trascurare il cuore della città.

d - Perché il Centro è stato trascurato?

r - Perché c’è stato un disegno, non so se politico, se amministrativo (questo lo deve sapere chi gestisce), ma sta di fatto che hanno trovato la maniera di allontanare le persone. L’amministrazione dovrebbe essere pronta a dare qualche incentivo per spingere la gente a ritornare a lavorare nel centro storico.

d - Tanti esercizi commerciali hanno chiuso. Da cosa è dipeso?

r - E’ dipeso innanzitutto dai prezzi di locazione. E’ qui che l’amministrazione avrebbe dovuto pensare a qualche incentivo: far pagare meno spazzatura, non so, far sì che chi apre in centro storico non si senta discriminato rispetto agli altri. Perché qui, a differenza che in altre zone, mancano i parcheggi, e non si è attrezzati col trasporto pubblico, che praticamente non esiste. E’ vero, se io arrivo in piazza 18 Agosto e ho l’ascensore, non mi serve la macchina; ma deve esserci il trasporto pubblico funzionante! E invece non c’è controllo. Eppure basterebbe verificare l’arrivo dei bus alle singole fermate; non si è voluto arrivare a questo, ma è un fatto civile. Il “sistema verticale” di per sé è positivo, ma da noi non funziona; se si chiude alle 10 la sera, come vuole che il cittadino possa prendere la scala mobile da un’altra parte della città e venire verso il centro storico? Sulla Fondovalle, Santa Lucia, c’è un”capannone”, sempre vuoto. Io dico: fate un vero terminale, mettetelo a regime, cercate di trovare il sistema per far funzionare davvero le scale. Hanno speso tutti quei soldi....i famosi pannelli solari avrebbero dovuto metterli da subito, per dare energia a tutto il sistema delle scale potentine.

d - In questi 50 anni ha magari registrato anche un cambio di mentalità nei residenti del Centro?

r - Sì, un po’, tipo per la questione parcheggi: bisogna rassegnarsi al fatto che non si può avere il posto, numerato per giunta, sotto casa. Se non c’è per gli avventori, cioè quelli che dovrebbero portare economia.... La città è piccola, non ha spazi, quindi si sarebbe dovuto pensare, per esempio, all’Ariston che sta lì che piange: se ci facessero un parcheggio (entrata da via Mazzini e uscita da via 4 Novembre), potrebbe essere la svolta. Ma bisogna sedersi a tavolino e discuterne.

d - Come commercianti avete -negli anni- più volte incontrato l’amministrazione. E’ servito a qualcosa?

r - Gli incontri sono comunque un fatto positivo. C’è stato un lungo periodo in cui, insieme ad altri esercenti, mi sono interessato in prima persona per il Natale etc., però poi il Comune ha voluto fare tutto da sé e quindi tutto questo è saltato un po’ in aria.

d - Se il sindaco oggi venisse a mangiare qui, cosa gli direbbe?

r - “Vedete un po’ se potete sistemare la città”, perché in realtà a Potenza servono le piccole cose. Per esempio, di recente, è stato fatto un casino con la toponomastica; sono state “rovesciate” alcune strade (Vico Achille Rosica 1 era quello che scendeva di fianco al TAR verso la SEM. Adesso il Vico si trova su Largo Barbelli, e viene verso di qua). E’ stata fatta una gran confusione, quando invece bastava prendere l’elenco telefonico del 1970-80-90 e lì c’erano gli indirizzi, tutte le strade!

d - Quindi il problema è la toponomastica.

r - No, non è questo il problema, tanto le strade comunque sono lì. Ma è tutto il resto. Per esempio, in un Centro in cui non ci sono molte attrattive, quelle poche esistenti bisognerebbe valorizzarle. Prenda il Cinema Fiamma, che è lì da cinquant’anni. E’ una struttura privata, ho capito, ma perché non pulirlo, metterci due reti? Per non parlare di quelle due gallerie del Teatro Stabile, che sono sempre vuote, chiuse, praticamente cancellate. Non costa nulla aprire i cancelli la mattina alle nove e rinchiuderli alle nove la sera. Però, intanto, i cittadini potrebbero utilizzare quelle due gallerie, mettendoci -non so- dei quadri con le porte di Potenza. Così, se arriva lo straniero, o arriva il forestiero, comunque ha modo di vedere qualcosa...in più.

d - A proposito di stranieri, ultimamente se ne vedono, in città.

r - Sì, ci sono, ma è un turismo “di passaggio”. Siamo una “stazione di transito”, il che è comunque positivo. Vanno verso Matera e poi in Puglia, o il contrario. In ogni caso passano di qui. Ho notato per due anni l’arrivo di tanti inglesi, belgi, tedeschi, quest’anno è la volta degli austriaci. Ciò ti fa capire che qualcosa di utile si potrebbe fare. Perché il passaggio c’è. Non si può dire di no. È solo che poi trovano un centro storico tutto sottosopra: c’è un 30% di negozi che sono chiusi, che non si fittano per i prezzi altissimi. Ripeto: quella degli incentivi, è una scelta che deve fare l’amministrazione. Se vuol dare una mano al commercio...

d - Un altro problema del centro storico, che è emerso negli ultimi tempi, è quello della sicurezza. Ha fatto scalpore la recente rissa, con accoltellamento, avvenuta sotto i portici di Piazza Prefettura.

r - Chiedo scusa, ma su questo sono drastico. In un centro storico, come accade in via IV Novembre, non possono essere concentrate tutte quelle strutture di accoglienza per stranieri, che sono ammassati lì, in trenta-quaranta. Sia chiaro: io non ho nulla contro quei ragazzi, e so che non sono tutti uguali, ma in questo modo in Centro i problemi si amplificano (spazzatura lasciata sui marciapiedi etc.). Pertanto, sono del parere che quelle strutture andrebbero dislocate in altre zone, ove i locali vuoti non mancano. Ripeto, non voglio offendere nessuno. Anche l’accattonaggio che si vede su Via Pretoria non è un bello spettacolo. E’ una questione di immagine. Così come ci sono quelle povere donne che vendono i loro prodotti (perché è giusto che si guadagnino la giornata) in condizioni igieniche precarie (tipo sul pozzetto delle acque reflue): ma allora perché il Comune non fornisce loro un banchetto, una soluzione dignitosa? Un progresso è stato sicuramente fatto con i bagni pubblici, ma tutti quei bar automatici a mio avviso sono troppi per un Centro: di notte la gente potrebbe sostare lì e fare chissà cosa. E’ giusto che quei locali ci siano, ma è altrettanto giusto che vengano contingentati e controllati. Ma, ripeto, non vedo controlli.

d - Eppure si fa un gran parlare di “telecamere in Centro”.

r - Ma funzionano? Secondo me, e faccio una mia presunzione, non funzionano. Qui nei pressi abbiamo non una, bensì due telecamere: se avessero funzionato, avrebbero visto tutto quello che succedeva da due-tre anni a questa parte.

araco.jpg

 

 

 

Nel novembre 2024, Il Comitato medico
internazionale di Lourdes, aveva dichiarato
la sua guarigione "completa, durevole e
inspiegabile”. Il vescovo di Lourdes aveva
informato la diocesi lucana. Infine, ad aprile
scorso, la proclamazione ufficiale del 72/o
miracolo. La proclamazione è avvenuta da parte
di mons. Vincenzo Carmine Orofino, vescovo
della diocesi di Tursi-Lagonegro. (ANSA)

 

 

 

di Rossana Artese

 

 

 

Antonietta Raco, 67 anni, di Francavilla in Sinni (PZ) inizia ad avvertire i primi sintomi della sua malattia nel 2004, dopo essere appena guarita da un tumore. A maggio dello stesso anno sente le forze mancare, soprattutto nelle gambe. Da lì inizia il suo calvario, e dopo alcune visite mediche, varie terapie e un ricovero di venti giorni presso l’Ospedale Molinette di Torino, arriva purtroppo la diagnosi: Sclerosi Laterale Primaria (PLS). Nel 2009 però Antonietta decide di recarsi a Lourdes in pellegrinaggio. Ed è lì che la sua vita cambia per sempre.

d - Cos’è successo a Lourdes?

r - E’ stato il mio primo pellegrinaggio a Lourdes. La mia malattia era a uno stadio molto avanzato. Non camminavo più, avevo problemi a respirare e non mangiavo più autonomamente. I volontari dell’Unitalsi mi hanno accompagnata e aiutata in tutto: a vestirmi, a mangiare, ad alzarmi. Il giorno dopo essere arrivata a Lourdes, mi hanno accompagnata alle piscine e lì ho sentito un abbraccio sul collo e una bellissima voce di giovane donna, la quale per tre volte mi ha detto: “Non avere paura”. In quel momento sono scoppiata a piangere e ho iniziato a pregare per le intenzioni per cui ero andata lì. Nel frattempo le volontarie mi avevano già immersa nella vasca ed è stato in quel momento che ho sentito un forte dolere alle gambe, ma piangendo ho continuato a pregare, senza raccontare a nessuno quello che mi era successo. Il 5 agosto sono rientrata in casa sulla sedia a rotelle e mio marito mi ha aiutata a sedermi sul divano. In quel preciso istante ho sentito nuovamente quella bellissima voce che mi diceva: “Diglielo! Chiamalo!”. Io però non capivo cosa dovessi dire a mio marito. Pensavo quasi che la mia malattia stesse peggiorando al punto da sentire anche le voci! (sorride), mentre Lei mi invitava con una voce tenera a chiamarlo. A quel punto mi alzai in piedi, dritta, con le mie forze. Avevo la sensazione che qualcuno mi stesse reggendo. Ho camminato. Ci siamo abbracciati, abbiamo pianto e pregato. Lì ho capito di essere guarita. Nel frattempo i medici di Torino mi dissero di non sospendere nessun farmaco, fino a quando non mi avessero vista anche loro. Dopo venti giorni li ho raggiunti e dopo avermi visitata dissero che per loro era inspiegabile.

d - Quando si è recata a Lourdes, c’era dentro di lei la speranza di un miracolo?

r - Io avevo chiesto la guarigione per una bambina del mio paese. Per me avevo solo chiesto la forza e la pace per affrontare la malattia. Io ho avuto la fortuna di avere quattro figli e di vederli crescere, correre, giocare. Questa coppia di miei amici invece non avevano mai visto loro figlia correre e giocare.

d - Qual è stato il suo primo pensiero quando si è resa conto di essere guarita?

r - Beh non sapevo cosa fare, come dirlo. Soprattutto non riuscivo ad andare a casa della mamma della bimba a dirle che io era guarita e la loro bambina no. Ho chiamato il parroco e gli ho raccontato tutto. Poi abbiamo pregato insieme.

d - La sua fede ha assunto un significato diverso?

r - La mia fede che c’è sempre stata, è cresciuta ancora di più. Ho sperimentato sul mio corpo quello che leggiamo nei Vangeli e quindi i miracoli di Gesù. La vivo come una missione. Se riesco a dare pace e conforto a chi sta affrontando una prova, perché non farlo.

d - Si è mai chiesta: perché proprio a me?

r - E’ una domanda che mi sono chiesta dal primo momento e alla quale non sono mai riuscita a dare una risposta. Sicuramente so di non essere migliore di nessuno. Il Signor ha scelto me, ma potrebbe capitare a chiunque.

d - Sicuramente per lei Lourdes ha un grande significato…

r - Da subito mi sono iscritta all’Unitalsi e sono diventata una volontaria. Quello che loro hanno fatto per me io vorrei farlo agli altri. Ho assisto due mie zie per diverso tempo, mio marito, mio papà… Lourdes è tutti i giorni.

 

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

 

de_stradis_e_russelli.jpg

 

 

clikka sulla foto per guardare il video

 

 

E’ un volto noto del sindacato lucano, anche perché uno dei pochi coi tratti femminili: la potentina Anna Russelli, segretaria regionale di Slc-Cgil (Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione), nonché componente della segreteria regionale della Cgil, da qualche tempo (e non senza destare curiosità e interesse) è tornata anche a occuparsi, in maniera attiva, del suo primo “amore”: la musica.

d - Forse le faccio una domanda telefonata, però mi interessa capire com’è oggi, ancora oggi, essere sindacalista e donna in Basilicata.

r - Quello del sindacalista è un mestiere, diciamo, tradizionalmente appartenuto agli uomini, no? Tuttavia la CGIL è un’organizzazione che ha una visione molto seria e determinata per favorire la partecipazione delle donne, anche in ruoli dirigenziali molto alti, anche a livello nazionale. Tuttavia rimangono delle difficoltà, in un mondo in cui permane una cultura piena di pregiudizi, di stereotipi, una cultura, lasciatemelo dire, patriarcale. E lì si comincia a faticare.

d - Anche ai tavoli?

r - Faccio un esempio banalissimo. Sono a un tavolo di trattativa, che può essere con un’azienda, un ente, e quasi sempre i miei colleghi -che hanno il mio stesso ruolo, ma sono uomini- vengono chiamati con il loro titolo (e quindi “segretario” etc.); io invece sono sempre “la signora”.

d - «Adesso facciamo parlare la signora».

r - Esatto. Ora, non è una questione meramente formale, ma il linguaggio, purtroppo, o per fortuna, esprime il pensiero. E questo è solo un esempio. C’è un tema che riguarda proprio l’atteggiamento, i pregiudizi, e riguarda un po’ tutta la condizione femminile, non solo quella di sindacalista e donna. La Basilicata resta una delle regioni con più scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, alla politica. Basta guardare i consigli regionali e comunali, sono quasi sempre “monosessuati”, o comunque con una larga prevalenza del genere maschile. Questo è il quadro generale, ma quando una donna svolge ruoli tipicamente maschili, beh, è quel tipo di cose che aiutano i cambiamenti. Tuttavia lo si deve fare con una visione di genere, non basta svolgere il ruolo e stop. Mi spiego: è sicuramente importante avere una Presidente del Consiglio donna, però se non c’è una vera ottica, che favorisce la partecipazione delle altre donne... Guardi, essere femminista non vuol dire che IO devo avere successo o sfondare il tetto di cristallo, ma che devo aiutare anche le altre a fare questo, in particolare quelle che non hanno le possibilità, gli strumenti; e quindi lo si fa con le politiche, con il linguaggio, con la cultura. Questo è il senso della cosa.

d - Come nasce il rapporto con il sindacato? C’è stata una figura, un momento, grazie al quale ha capito che quella sarebbe stata la sua strada?

r - Sì, c’è stato un momento della mia vita, in particolare. Era circa il 2000: all’epoca lavoravo in un call center, come spesso facevano e fanno ancora tante persone laureate, costrette ad accettare impieghi al di sotto delle aspettative. A un certo punto subentrarono delle difficoltà molto serie sul posto di lavoro; eravamo tante operatrici, anche qualche uomo, e capimmo che avevamo bisogno del sindacato, quindi ci iscrivemmo. Facemmo anche una battaglia molto partecipata, salvammo il posto di lavoro e creammo anche una nuova realtà in cui ancora oggi molte delle mie colleghe e dei miei colleghi dell’epoca lavorano. Da lì in poi ho continuato a frequentare il sindacato e a militare. E’ stata una scelta di vita a tutti gli effetti.

d - Adesso veniamo per un attimo alla Russelli-cantante. Da qualche tempo lei sta facendo serate...

r - Sì, con il mio chitarrista, Donato Modrone che è anche il mio compagno di vita.

d - E’ nata prima la cantante o prima la sindacalista?

r - E’ nata prima la cantante. E’ una vecchia storia che avevo accantonato. Quando avevo 18 anni cominciai a studiare canto presso un maestro qui a Potenza e poi andai anche a Roma a fare studi di jazz con Susanna Stivali. Per tanti anni ho cantato, coltivando questa passione tra Potenza e Roma, ho fatto musica dal vivo; tuttavia, quando ho cominciato a lavorare -dopo l’università- ho mollato, un po’ per demotivazione, un po’ perché in quel periodo a Potenza non si suonava più nei locali come un tempo. Adesso, fortunatamente, le cose stanno tornando come prima. L’anno scorso, ho fatto un’audizione -andata a buon fine- per entrare in un coro gospel, il “Voices’ Power”, la cui direttrice è Giusi Telesca. Abbiamo fatto una tournée bellissima tra dicembre e gennaio e poi da lì ho conosciuto Donato Modrone, e ho deciso di provare a mettere insieme questo duo. La cosa, fino a oggi, ci pare sia apprezzata, i concerti sono partecipati, noi ci divertiamo molto e quindi va bene così. Il nostro repertorio è principalmente ispirato alle grandi voci femminili della musica internazionale, quindi inglese, americana, da Patti Smith ad Aretha Franklin, Alicia Keys, Beyoncé, tutte quelle che hanno fatto la storia del blues, del soul. La black music è una cosa che mi ha sempre particolarmente interessato e appassionato.

d - In quanto ha a che fare anche con i diritti?

r - Diciamo che io ho una grande passione per il jazz, ho anche studiato e frequentato l’ambiente jazzistico e mi è rimasta nel cuore questa musica, in particolare proprio la storia dei neri in America. E poi, onestamente, qualunque cantante le dirà che le cantanti black hanno una marcia in più. C’è il ritmo, c’è un colore timbrico nella voce che è molto particolare, quindi chiunque canti aspira a farlo come le donne nere.

d - Il problema è riuscirci.

(Sorride) Beh, sì, devo dire che non credo proprio neanche di avvicinarmi, però, ecco, almeno uno si diverte, ci prova.

d - Abbiamo parlato della difficoltà di essere donna e sindacalista in Basilicata. E di essere presi sul serio. Non crede che qualcuno possa abbinare “un calo di credibilità” a questa sua recente attività canora?

r - Beh, certo, questo può succedere, è accaduto anche ad amici. In Basilicata ci sono persone che rivestono anche ruoli importanti e però continuano a fare i musicisti, perché è una passione che coltivano. Qualcuno di loro mi ha raccontato che questa attività era stata strumentalizzata a loro danno, per la serie, “Pensasse a suonare, quello”. Quindi sono ben consapevole di questa cosa, però ho imparato anche che del giudizio degli altri bisogna importarsene poco. Altrimenti non si vive. E poi posso dirle una cosa? Una persona intelligente non la pensa, una cosa del genere. Gilberto Gil è stato ministro in Brasile, ministro della cultura, per fare un esempio... ma ne potrei fare tanti altri: Brian May, il chitarrista dei Queen, era astrofisico. E se vogliamo, qui in Basilicata, c’è Massimo Brancati che fa il capo ufficio stampa alla Regione ed è un bravissimo cantante e chitarrista, c’è Pepi Romaniello, che è dirigente al Comune. Però lei ha ragione a fare quella domanda. Accade di venire additati, come le dicevo, ed è una cosa sciocca.

d - Tra l’altro, lei è la segretaria regionale della Slc-Cgil, quindi...

r -...dello spettacolo, sì, dei lavoratori dello spettacolo.

d - Dicevamo prima a microfono spento che in realtà gli iscritti sono pochi, perché la Basilicata ha delle carenze da questo punto di vista.

r - Sì, in generale lo spettacolo, forse, è il settore più sfortunato, per chi ci lavora. Nel senso che i lavoratori “puri” (cioè quelli che non lo fanno per hobby, come lo faccio io, o come seconda cosa), faticano molto per sbarcare il lunario. Sono persone che spesso vivono di contratti precari, retribuzioni scarse, si arrangiano, cioè fanno una fatica enorme a vivere. Qui in Basilicata, inoltre, non abbiamo fondazioni lirico-sinfoniche, grandi orchestre che assumono, teatri stabili che vantino personale in pianta permanente. È chiaro che c’è poco: sono perlopiù persone che lavorano nelle piccole scuole di musica, nelle associazioni, ma che danno un grande contributo anche alla vita delle comunità. In generale, io credo che le attività culturali, in uno Stato che ha un’attenzione per la cultura, debbano essere sovvenzionate; non possono essere abbandonate al mercato. Altrimenti prevalgono non chi ha merito, chi è più bravo, bensì le logiche di mercato, e poi il prodotto scade. Ci vorrebbe dunque una visione, sulla cultura, sullo spettacolo, che non si traduca però nella distribuzione delle prebende. Perché se le risorse servono a sovvenzionare i viaggi di chi sta nell’organismo per farsi festival musicali in tutto il mondo, francamente è meglio tenerli da un’altra parte, no? Oppure se servono per fare i piaceri a tutti, idem con patate. Ci vuole un’idea, un piano dello spettacolo, della cultura.

d - Ritorna sempre, in qualche modo, la questione della “meritocrazia”.

r - E’ una parola che personalmente detesto. Dicono che il comunismo sia un’utopia, vabè, ma non credo che la meritocrazia sia da meno. Il merito non è solo ciò che una persona riesce a raggiungere, ma è anche da dove parte, quali sono stati gli strumenti. Se uno nasce a Gaza, ed è un talento, quali occasioni vuole che abbia? Eppure, quanti di quei bambini che sono stati uccisi in questi mesi sarebbero stati medici eccellenti, cantanti eccezionali, musicisti straordinari? Non lo sapremo mai. Oltretutto, il cosiddetto “ascensore sociale” degli ultimi vent’anni è fermo. I figli di famiglie che hanno strumenti si muovono, cioè salgono. I figli di nuclei familiari che non hanno mezzi culturali, economici, dove sono? E’ un problema nazionale. r - Però, in Basilicata, probabilmente, abbiamo negativamente una “marcia in più” in questo senso.

d - Recentemente si è fatto un gran parlare sulle nomine...

r - Lasciamo perdere (sorride). Noi, come CGIL, su questo ci esprimiamo tutti i giorni. Quindi, lascio parlare i comunicati che fa la mia organizzazione!

d - Se invece potesse “cantargliele” alla classe politica lucana, quale canzone userebbe?

r - (sorride) Molto difficile questa domanda. È un bel casino. Più che alla classe politica lucana, la dedicherei alla classe politica mondiale. È una canzone bellissima dei Black Sabbath che si chiama “War Pigs”, cioè “Maiali di Guerra”. A me la cosa che preoccupa di più oggi è la guerra. Perché è vicina. Io la sento, vedo delle cose che mi fanno dubitare che mio figlio continuerà a vivere nel mondo di pace che noi abbiamo conosciuto. E questa cosa mi terrorizza. C’è questa bellissima canzone che descrive in poche parole, semplicissime, che cos’è la guerra. Cioè i potenti che, per interesse personale, fanno la guerra e i poveri che ci vanno a morire. Stiamo parlando di politica globale, certo, ma non è che la politica lucana venga poi dal nulla.

 
 
 
Scuola_Internazionale.jpgAl via, dal 21 luglio al 3 agosto, la Scuola Internazionale di Etnografia Audiovisuale che porterà a San Costantino Albanese etnomusicologi, cineasti, documentaristi e studiosi di grande prestigio, impegnati in un fitto programma di lezioni e seminari rivolti a 12 filmmaker provenienti da ogni parte del mondo, chiamati anche a realizzare prodotti audiovisivi e installazioni multimediali su aspetti che riguardano la vita, la cultura, l’ambiente e il territorio di questa piccola comunità arberesh, ai piedi del Pollino, nella Val Sarmento. 
Tra i docenti, Pat Collins (regista, produttore e sceneggiatore irlandese pluripremiato, autore di oltre 30 film), Magali De Ruyter (antropologa, etnomusicologa, traduttrice e musicista, docente all'Università di Parigi VIII), Steven Feld (antropologo, regista, artista e performer, autore di studi fondamentali su Papua Nuova Guinea e Ghana ma con forti interessi anche per la Basilicata) e Rossella Schillaci (documentarista e antropologa, autrice di importanti lavori sulla Basilicata). Lorenzo Ferrarini (regista, fotografo e fonico, docente presso il Granada Centre for Visual Anthropology dell’Università di Manchester) è il direttore della Summer School, con il coordinamento didattico di Alexandra D’Onofrio (regista e documentarista, docente anche lei dell’Università di Manchester) e il coordinamento generale di Nicola Scaldaferri (etnomusicologo, musicista e docente presso l’Università di Milano).
Molto fitto anche il programma degli eventi aperti al pubblico con proiezioni di alcune opere di grande interesse sui temi della ricerca che, alla presenza degli stessi autori, si terranno alle 21,30, nel cortile della Chiesa Parrocchiale, secondo questo calendario:

21 luglio: Materiali d’archivio su S. Costantino Albanese

22 luglio: Pat Collins, Pilgrim; Silence

24 luglio: Pat Collins, That They May Face the Rising Sun

27 luglio: Rosella Schillaci, Vjesh/Canto

29 luglio Steven Feld, JC Abbey, Ghana’s Puppeteer

3 agosto Gianluca e Massimiliano De Serio, Canone effimero

Nei pomeriggi del 2 e del 3 agosto invece, presso la Casa Parco, si potrà seguire la presentazione dei lavori dei 12 filmmaker.

Grande soddisfazione ha espresso il sindaco della cittadina arberesh, Renato Iannibelli, per l’avvio di un progetto per il quale si è molto speso nella convinzione che “in una coerente valorizzazione delle nostre tradizioni sia contenuta anche una promessa di futuro, una possibilità di sviluppo che dobbiamo perseguire ad ogni costo: e siamo pronti ad accogliere nei migliori dei modi gli esperti e i filmmaker in arrivo che sono sicuro ci lasceranno altra preziosa documentazione sulla vita della nostra comunità”.

Promossa da Squilibri d’intesa con l’Università de­gli Studi di Milano (LEAV- Laboratorio di Etnografia Audiovisuale) e in collaborazione con l’Università degli Studi di Cagliari e il Granada Center for Visual Anthropology dell’Università di Manchester, la Scuola Internazionale di Etnografia Audiovisuale fa parte del più articolato progetto “Il borgo dei suoni”, promosso dal Comune di San Costantino Albanese con il sostegno finanziario della Regione Basilicata e la collaborazione di numerosi partner al fine di promuovere e valorizzare la cultura e le tradizioni della comunità.

Dopo la Scuola internazionale di Etnografia Audiovisuale, dal 9 al 22 agosto, al via la seconda edizione del festival “Suoni di minoranza” sulle musiche delle minoranze linguistiche italiane, con numerosi gruppi provenienti da più parti d’Italia, e due appuntamenti di rilievo con Enzo Gragnaniello (13 agosto) e Enzo Avitabile e I bottari di Portico (22 agosto) 

 

IMAGE_FILE_3085653.jpg

 

 

 

Il Consiglio regionale ha nominato ieri i garanti e il difensore civico: Rocco Fuina, Marika Padula, Biagio Costanzo, Rossana Mignoli e Tiziana Silletti.

“Persone di qualità – commenta la Consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi – che, sono certa, daranno il loro fattivo contributo nel delicato campo del rispetto dei diritti, pilastro fondamentale della nostra democrazia. Tre donne, in particolare, sono state nominate a tutela dei più deboli, delle persone portatrici di disabilità, dell’infanzia, delle vittime di reato e degli anziani. Ruoli cruciali per il bene della nostra collettività, che per l’esperienza maturata e le capacità sapranno esercitare con la sensibilità e l’attenzione dovute. Il mio auspicio – conclude Pipponzi – è quello di un confronto continuo e di una fruttuosa collaborazione tra i nostri uffici. A tutti buon lavoro”.

 

fonte: https://agr.regione.basilicata.it/post/pipponzi-buon-lavoro-ai-neo-garanti-e-al-difensore-civico/?fbclid=IwY2xjawLbTOhleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBQSW43V2htM25qdEl1V09oAR5OlUg9W_CRE8OE1VzEBMe5AViV6-JboH_EfKOfiOUMf2_iiugkyYsHbPrcEg_aem_U42TJktVXs3aS6K4_s-NYg

 

de_stradis_e_cassino.jpg

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

 

 

Recarsi un un misconosciuto paese del Brasile e ritrovarsi davanti a una tomba col proprio nome, e scoprire che un locale sindaco del passato si chiamava...Pittella.

Persino dal punto di vista aneddotico, la ricerca compiuta sui “lucano-discendenti” da Carmine Cassino si è rivelata sorprendente, ma non quanto gli aspetti umani e antropologici colti dallo storico contemporaneo, originario di Lauria (Pz), ricercatore all’Unibas.

d - Professore, vorrei partire proprio da questa ricerca, dal “gemellaggio” con questo piccolo paese brasiliano, in cui in passato si sono riversati molti laurioti.

r - Questa località si chiama Santos-Dumont, si trova nello stato di Minas Gerais, a metà strada tra Rio de Janeiro e Belo Horizonte. Si chiama così perché lì è nato uno dei padri dell’aviazione internazionale, Alberto Santos-Dumont (a cui Cartier dedicò il primo orologio da polso). Anticamente si chiamava Palmira ed è stato proprio uno dei luoghi della “diaspora” migratoria lauriota. Siamo riusciti a recuperare qualcosa che era andato perso nella memoria, grazie a un “incipit” di carattere personale e familiare. Giocando su Skype in Brasile 17 anni fa, mi sono ritrovato a ricercare i miei omonimi, Cassino, e ne sono usciti tanti in questa località, e da lì ho iniziato una ricerca che mi ha portato a recuperare in primis un segmento familiare di emigrazione (erano i discendenti di due fratelli del mio bisnonno emigrati nel 1922). A Santos-Dumont c’è dunque la tomba di questo mio trisavolo emigrato, quindi mi sono ritrovato davanti a una lapide con il mio stesso nome a più di 10.000 chilometri di distanza! Ma mentre ero nel cimitero, mi sono reso conto che tutt’attorno c’erano tombe che recavano cognomi a me molto familiari, cognomi di Lauria. E da lì è cominciata una ricerca, coadiuvata anche da storici locali, che mi ha portato a ricostruire questa epopea migratoria che è stata molto, molto importante. Solo per dare degli elementi, ben tre sindaci di Palmira/Santos-Dumont, erano di origine Lauriota, tra cui un Pittella!

d - Eh, non poteva mancare!

r - Come dire, buon sangue non mente. Infatti questa cosa diverte molto l’attuale sindaco di Lauria, Gianni Pittella, che mi ha dato una grossa mano anche a istituzionalizzare questo legame con Santos-Dumont. Tant’è vero che lo scorso anno sono andato in viaggio per un mese in Brasile, toccando varie tappe dell’emigrazione della Valle del Noce, in particolare le comunità di italo-discendenti di emigranti Laurioti e Trecchinesi; e poi a Santos-Dumont sono andato ad inaugurare la prima strada al mondo dedicata alla città di Lauria. Ad aprile invece sono venuti loro in paese e abbiamo inaugurato un largo, molto carino, nel centro storico di Lauria inferiore, Largo Santos-Dumont. In Brasile è un paesino, nel senso che fa 60-70 mila abitanti, ma alla fine è una città quasi come Potenza.

d - È comunque una cellula di un fenomeno più grande, che è quello dell’emigrazione dei Lucani. Secondo lei, professore, cosa ha portato il Lauriota nel mondo?

r - Come quasi tutti i Lucani, ha portato manualità, artigianalità. Anche senso per il commercio. Un caso esemplare è anche Jequié, nello stato di Bahia, città fondata dai Trecchinesi, arrivati lì proprio per sviluppare un commercio nelle aree interne, quando, nella seconda metà dell’Ottocento, c’era ancora spazio per poter impiantare attività commerciali. Consideriamo che la Casa Lauriota, che è stata la più importante casa commerciale di Santos Dumont, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, importava anche il formaggio di Moliterno. Tuttavia i Laurioti arrivarono a Palmira innanzitutto perché, nella seconda metà dell’Ottocento, ci passava la linea ferroviaria in costruzione tra Belo Horizonte e Rio de Janeiro. E quindi sono stati attirati dai cantieri e poi lentamente si sono consegnati ad altre attività, tra cui quelle commerciali, tanto che i Laurioti di successo in questa realtà erano prevalentemente o grossi commercianti, oppure -avendo poi studiato- professionisti, avvocati, medici.

d - Dal punto di vista invece “umano”, cosa ha scoperto?

r - Il viaggio che ho compiuto l’anno scorso è stato incredibile da questo punto di vista. Noi non saremo mai in grado né di cogliere, né di comprendere, né di restituire il senso delle radici che loro hanno. Io stesso mi sono sentito importante, non per quello che portavo, cioè la mia conoscenza del fenomeno, ma per quello che rappresentavo: il fatto di essere un figlio della terra da cui erano partiti i loro antenati. C’è un senso delle radici fortissimo. Mi sono spinto fino al confine tra Brasile e Argentina, nel sud, in una località nello stato di Rio Grande do Sul, Alegrete, ove c’è questa comunità di discendenti di emigranti Laurioti, che io disconoscevo e che disconoscevano tutti i miei concittadini. Invece è abbastanza numerosa. I Laurioti si sono spinti fino in quelle terre marginali. E lì c’è una memoria molto forte. Quando sono arrivato lì mi hanno detto una cosa significativa: «Professore, lei è il primo Lauriota che viene qui dopo 150 anni». Non ci era andato mai nessuno, neppure a trovarli. E ho trovato tracce veramente importanti. L’emigrazione l’ho studiata, ma poi viverla in queste dimensioni inevitabilmente ti dà anche una visione differente.

d - Volevo chiederle proprio questo. Sul tema “Lucani nel mondo”, le nostre istituzioni si spendono e spendono anche molto, non senza suscitare polemiche. C’è infatti chi ritiene che il tutto si riduca a mandare qualche burocrate o politico in vacanza in qualche posto esotico, per qualche tempo. Secondo lei, quale utilità può esserci nel conoscere e nell’intessere rapporti coi discendenti dei Lucani emigrati?

r - In questa fase il fenomeno va problematizzato. I rapporti -istituzionali, politici, culturali- con le realtà dei lucano-discendenti, non riguardano le associazioni, anche perché perlopiù animate da persone ormai già avanti negli anni. C’è però tutta una dimensione di terza, quarta generazione, che è molto interessata a questo discorso -al di là dell’ambito associativo- e riconosce nella terra d’origine anche una terra di opportunità. Certamente le attuali direttive del governo Meloni -nel limitare la possibilità di ottenere la cittadinanza solamente ai discendenti italiani massimo di seconda generazione- rischiano di penalizzare e di perdere questa platea (che sicuramente va disciplinata, perché comunque ci sono stati abusi).

d - Perché, cosa sarebbero intenzionati a fare, i lucano-discendenti?

r - Questi rapporti, soprattutto con queste generazioni più giovani, sono molto utili a far sì che la Basilicata rompa il suo isolamento e soprattutto che si inneschi all’interno di un discorso più globale. Queste persone sono mediamente individui con un alto grado di istruzione, con una grande capacità di costruire relazioni.

d - E potrebbero venire in Basilicata?

Potrebbero venire in Basilicata in forma temporanea o permanente, ma potrebbero aiutare anche tanti Lucani ad attivare canali di interesse professionale, culturale, che sono fondamentali per far sì che la Basilicata non viva nel suo solito isolamento. Io ci credo molto, e l’ho visto, e credo che ci sia una dinamica che vada tutelata e valorizzata. Poi, se questo porta qualche politico, consigliere comunale, regionale, a farsi la vacanza, beh, credo che sia inevitabile, beati loro. L’importante è che però questo rapporto e questi processi vengano governati con una visione; anche al di fuori del folklore, perché spesso il problema è che l’immigrazione esaurisce la sua rappresentatività in letture stereotipate o appunto folkloristiche. Questo non deve avvenire. Anche perché l’immigrazione ha una storia, e in quanto storia ha una sua scientificità e va affrontata problematizzandola.

d - Quali differenze ci sono tra l’emigrazione lucana di allora e la “fuga dei cervelli” di oggi?

r - Sono proprio contrario alla retorica della “fuga dei cervelli”, perché sennò cadiamo in una lettura condizionata, viziata, per cui tutti quelli che restano sono i fessi e non hanno valore, e tutti quelli che vanno fuori sono i migliori. Non è così. E’ chiaro, però che maggiore è il know-how, maggiore è la possibilità di emigrare, perché chiaramente le opportunità di impiego di quell’intelligenza qui non ci sono (ed è anche giusto conoscere il mondo). Tuttavia le dinamiche che caratterizzano l’attuale situazione migratoria, soprattutto dei più giovani, rispetto all’emigrazione di 150 anni fa, sostanzialmente sono sempre le stesse: la ricerca e il riconoscimento della dignità. Un ragazzo che studia e si forma vuole che la sua professionalità venga riconosciuta innanzitutto per una questione di dignità personale, che poi si lega anche a una forma di soddisfazione. Tra quelli che vanno via, sia ieri sia oggi, c’è chi ci riesce a farsi riconoscere questa dignità, ma c’è anche chi non ci riesce. Quindi la dinamica è esattamente la stessa. Che cosa ci dice questa cosa? Che dovremmo essere molto più attenti a valutare con dignità le forme di espressione professionale e culturale. A prescindere dai lavori che si svolgono. Anche perché ormai ad emigrare dalla Basilicata non sono mica solo i “cervelli”. Ci sono anche i giovani a bassa formazione che vanno in altre regioni a svolgere mansioni a bassa qualifica.

d - Quale dovrebbe essere la prima regola per riconoscere, qui in Basilicata, questa dignità? La meritocrazia?

r - No, il salario. La prima regola è pagare il lavoro per quello che vale, per quello che esprime. E in una situazione di inflazione galoppante, nonostante in Basilicata il costo della vita sia ancora mediamente accettabile, ci sono anche salari mediamente più bassi. Per cui, riconoscere e pagare il lavoro dignitosamente è la prima forma per trattenere le persone su un territorio. E soprattutto per farle ritornare.

d - Lei ha anche fatto una ricerca sulla devozione alla Madonna di Novi Velia, che accomuna il territorio di Lauria, tutta l’area sud lucana, al Cilento. Cosa chiederebbe alla Madonna di Novi Velia per la Basilicata?

r - Da studioso, da lucano e da agnostico, chiederei una società che sappia conservare la sua capacità di integrare le necessità. Io sono tornato in Basilicata dopo tanti passati anni all’estero e in giro per l’Italia, e sono tornato perché qui avverto ancora il senso di comunità. Però, chiaramente, essendo il nostro un territorio inevitabilmente marginale, è anche più fragile, e quindi questa comunità è insidiata anche dalle dinamiche di carattere consumistico, individualistico che segnano il nostro tempo e mi piacerebbe che invece fosse una terra di resistenza verso queste forme dell’isolamento umano.

 

DE_STRADIS_E_BISCIONE.jpg

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

 

 

Amico, farmacista professore, avvocato, sindaco, ragioniere, senatore, deputato, consigliere; se sei cancellarese, un po’ di salsiccia a qualcuna di queste persone la devi pur dare, specie se ti ha fatto un favore (o simili).

Il professor Giuseppe Biscione, già docente di lettere, “battezza” l’intervista con i versi di una sua poesia dedicata, ovviamente, alla salsiccia di Cancellara (Pz), e agli aspetti “socio-politici” del goloso salume. Biscione, infatti, da diversi anni dedica la sua attività di scrittore, poeta e saggista principalmente al recupero della memoria, della tradizione e del dialetto del suo paese d’origine, che –a suo dire- può essere sì specchio di una certa realtà comune a tutta la Basilicata, ma con qualche…”aggravante”.

D - In questa poesia ci sono due punti che trovo molto interessanti. Il primo è questa sorta di “maledizione”, cioè il dover regalare, in quanto cancellarese, la salsiccia un po’ a tutti, specie per ricevere favori. Quanta salsiccia è circolata per queste ragioni?

R - Tanta, tanta, perché poi il cancellarese -e non so se è un pregio- si affida molto agli altri; e per ricevere favori che cosa può dare di buono se non il salame di Cancellara? Diciamo che è quasi una forma di baratto.

D - Quindi è lecito pensare che sia professionisti sia anche amministratori e politici abbiano mangiato la salsiccia di Cancellara.

R - Sicuramente. Io stesso ho fatto mangiare un appuntato barese per non fare il militare, e ci sono riuscito grazie alla salsiccia.

D - E poi c’è un altro punto importante che lei tocca verso la fine della poesia: ci sono degli eventi dedicati alla salsiccia cancellarese (la sagra di san Biagio il 3 febbraio e il festival che cade al settembre), ma poi il paese si svuota.

R - Il paese sta morendo. E’ in atto proprio un esodo e anche quei giovani che risiedono ancora a Cancellara, per strada non si vedono (ormai lavorano -o meglio giocano- o studiano in casa). Quando ero giovane io, eravamo in tanti per strada, mentre adesso non c’è più nessuno e sono rimasti gli anziani. I figli degli emigrati non ci vengono più, perché non trovano più i nonni. Non hanno più nessun motivo per ritornare al paese delle radici e delle origini.

D - Questo è un ritratto che si può adattare a moltissimi -se non a tutti- i paesi lucani.

R - A Cancellara ancora di più. Nella vicina Oppido, per esempio, c’è già più vita. Noto che ci sono maggiori manifestazioni, anche culturali, nei paesi limitrofi. A Cancellara c’è una sorta di apatia, e io cerco di smuovere culturalmente attraverso queste pubblicazioni.

D - Freschissimo di stampa, non ancora presentato, c’è questo “L’astinenza, l’anello, la patrùna: tre commedie al femminile nel dialetto di Cancellara”, tratte da Aristofane, Terenzio e Goldoni.

R - “L’astinenza” è un adattamento da Aristofane. Il testo originale parla delle donne ateniesi e spartane che optano per la castità, pur di convincere i mariti a porre fine alla guerra. Io ho trasportato questi avvenimenti nell’ambito ristretto cancellarese, laddove è capitato -in passato- che famiglie intere non si parlassero più per colpa della politica. E nella mia versione è la moglie del sindaco in primis a convincere tutte le donne a non concedersi più, fino alla fine delle ostilità. “L’anello”, da Terenzio, presenta un riscatto della signorilità sia della nuora sia della suocera (spesso figure vituperate). Ne “La patrùna”, tratta da Goldoni, ci sono tutti gli stessi personaggi del “La locandiera”, ma spostati da Firenze a Cancellara. La motivazione alla base del libro è quella di abituare i ragazzi alla recitazione, al teatro, e in più, riscattare le donne che si sono sentite offese da una mia precedente pubblicazione.

D - Infatti, a microfoni spenti, mi accennava a quel suo libro, “Proverbi detti e sentenze, una bibbia laica tramandata in dialetto”...

R - Nel testo c’è una sezione riservata alle donne e al matrimonio e quindi c’è tutta una successione di proverbi “in negativo”; e così parecchie signore, dopo la presentazione, nel farsi mettere la dedica sul libro si lamentarono di essere state “maltrattate”. Io, ovviamente, feci presente che si trattava di proverbi tramandati dagli antenati, non certo opera mia. E allora ho cercato di rifarmi con queste tre commedie al femminile.

D - Tra l’altro, lei mi diceva che detti e motti locali sono un po’ tutti uguali in Basilicata.

R - Non solo! Ci sono proverbi che si ritrovano anche in Germania, in Francia. Questi proverbi hanno di solito due tipi di derivazione: ci sono quelli tramandati oralmente dagli anziani, ma anche quelli che sono ripresi da frasi, da citazioni di autori universali (Cicerone, Sallustio); sono rimasti nelle orecchie di chi le ha sentiti, sono stati tramandati e si sono riversati via via in Cancellarese, Oppidano, Acheruntino, così come si ritrovano persino in Friuli.

D - Ma perché questi vecchi proverbi maltrattano le donne?

R - Beh, prendiamo quel detto che si può tradurre con “Femmine, ciucci e capre hanno tutti la stessa ‘capa’”. O “chi dice donna dice danno”. Sono il frutto di una misoginia che era tipica del passato. Basti pensare a come erano trattate le donne greche, che non potevano partecipare a certi eventi etc; il guaio è che questa cosa ancora persiste, nonostante tutto il rumore che si fa per il femminismo. Margherita Hack diceva che bisogna ammirare Eva, piuttosto che denigrarla come causa del peccato originale, perché era comunque una donna curiosa.

D - Il suo libro d’esordio è stato “Parole per non dimenticare”, una sorta di dizionario cancellarese...

R - E’ un dizionario, però sui generis, ove ci sono indicazioni sulle origini delle parole (molti vocaboli nostri derivano dal greco, ad esempio). E’ quello a me più vicino affettivamente, perché molte parole -alcune riportate anche in copertina- me le scriveva mamma per darmi un numero di termini su cui ragionare.

D - Lei è d’accordo con quello che ci ha detto la professoressa Del Puente, ovvero che salvaguardare il dialetto significa non far sparire alcune cose, perché se sparisce la parola, sparisce dalla memoria anche l’oggetto o il concetto a cui si riferisce?

R - Con la Del Puente sono d’accordo su tutto, specialmente sul suo accanimento in positivo per il dialetto lucano; ha fatto tanto e sta facendo tanto, anche se non è ben sovvenzionata. Diciamo che la parola dialettale è “plastica”: se dico “salita” o se dico “discesa”, io so cosa significa, ma non vedo, non immagino. Se invece dico “cap’ a mont’”*, mi figuro con la testa verso il monte; se dico “cap’ abbadde”*, vedo la testa verso la valle. Quindi c’è plasticamente la raffigurazione del significato di quei significanti. Nel dialetto c’è tutta la nostra storia.

D - Quindi non si tratta di recuperare parole, detti e proverbi solo in chiave “museale”. Come spiegare a un giovane di Cancellara che il suo dialetto è importante, persino utile?

R - Io l’ho fatto anche insegnando il Latino. Dicevo ai miei studenti, ad esempio, che “discrimen” è sì una parola latina, ma che loro ce l’avevano tutti in testa: la scriminatura! Ho utilizzato il volgare per far capire che è attuale, anzi, che è molto più vicino alla nostra lingua madre che l’Italiano stesso. Ad esempio, nel cancellarese non c’è il condizionale (“veness’ se putess’”*), ma il condizionale non c’è neanche in Latino. Così come il tempo futuro non esiste in cancellarese: non dico “verrò”, ma “aggia venì”* cioè “devo venire”. Dunque il cancellarese molto spesso serve pure per capire la dinamica della lingua.

D - Perché, secondo lei, non esiste il tempo futuro in diversi dialetti lucani? Può suonare come una metafora?

R - Mmm...perché siamo fatalisti, evidentemente; “così deve andare”, diciamo noi. Non ci sono slanci, proiezioni in quello che sarà, perché francamente non abbiamo la strada spianata.

*l’ortografia è dello scrivente

vitali_montochio.jpg

 

di Walter De Stradis

 

Il 24 giugno 2025 si è spento Alvaro Vitali, attore simbolo della cosiddetta “commedia sexy all’italiana”, quella delle maestrine, delle infermiere di notte, dei buchi voyeristici nella doccia e …di Pierino. Con la sua scomparsa, si chiude definitivamente un capitolo del nostro immaginario collettivo, forgiatosi in un’Italia diversa, magari a tratti più “pecoreccia”, ma sicuramente meno retorica.

Curiosa e toccante la coincidenza: esattamente quindici anni fa, il 6 giugno 2010, Vitali si esibiva in una delle sue ultime apparizioni pubbliche a Potenza (o forse proprio l’ultima), in contrada Montocchio, durante i festeggiamenti del “Santissimo Redentore”. Una serata di periferia campagnola, semplice e autentica, dove il pubblico accorse numeroso per salutare “Pierino”, un po’ più vecchio e bolso, sì, ma sempre lui. Una vera maschera della commedia dell’arte popolare.

Quel giorno, immortalato da un articolo pubblicato il 12 giugno 2010 su Controsenso Basilicata, Vitali fu il cuore pulsante della festa. Non solo per lo spettacolo atteso sotto il palco, ma per la sua incredibile disponibilità fuori scena: firmava autografi, posava per foto con anziani, bambini e coppie, scambiava battute e raccontava aneddoti con la spontaneità di sempre. “Una cosa rara, con tutti questi vip che se la tirano” commentava Mario Bellitti, organizzatore della serata. Durante l’intervista rilasciata allo scrivente a margine dell’evento, Vitali ripercorse con disincanto e ironia la sua carriera: dagli esordi con Federico Fellini, che lo scelse per “Amarcord” colpito dalla sua genuinità, fino ai successi travolgenti nei panni di Pierino, emblema di un'Italia spensierata, ma anche desiderosa di leggerezza.

Con lucidità anche amara, Vitali rifletteva sulle difficoltà del cinema comico popolare a ritrovare spazio negli anni Duemila. Denunciava la scomparsa dei grandi caratteristi (“Renzo Montagnani, Mario Carotenuto...”), ma anche la trasformazione delle attrici che un tempo spiava “dal buco della serratura”, ora divenute produttrici affermate e distanti da quel mondo. Non mancavano le critiche al cinema dei Vanzina, “volgare e strapagato”, a suo dire troppo ricco di parolacce gratuite e poco genuino: “Io le dicevo al momento giusto”.

Significativo anche il ricordo del suo tentativo di emanciparsi dal ruolo comico con “Malìa – Una Vergine di nome Maria”, film del 1975 sequestrato dalla magistratura, e l’amarezza per i tanti progetti mai andati in porto: “Pierino Stecchino”, “Gli antenati tua e de Pierino”, tutti bloccati tra questioni legali e beghe produttive. Eppure, in quella domenica a Montocchio, Vitali non aveva smesso di sognare: annunciava con entusiasmo una nuova sceneggiatura, “Pierino in villeggiatura”, in cui avrebbe recitato accanto alla moglie e compagna di scena Stefania Corona.

Non è mai certo se quel film fu realmente girato. Ma oggi, a distanza di quindici anni, quella sera di festa assume un sapore speciale, quasi da proustiana madelaine “cinematografica”. Non una première hollywoodiana, non un festival blasonato, ma una sagra di quartiere, tra panini, bicchieri di vino e bambini (di tutte le età) che intonavano il motivetto di “Se sei come me…”.

Alvaro Vitali non è stato solo Pierino. È stato –nel bene e nel male- un’icona nazional-popolare, un interprete di razza, spontaneo e senza sovrastrutture, un attore che ha saputo far ridere milioni di italiani con un semplice sguardo di traverso, un gesto, ma anche con la satira di grana grossa: si pensi a “Pierino medico della Saub” del 1981, nel quale l’impareggiabile eterno ripetente rimedia addirittura una laurea in medicina ad Addis Abeba (!) e va lavorare in una struttura pubblica. Pensate un po’.

Ci mancherà.

donatella_e_ilaria_-_paoline.jpg

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

 

 

Pr e s s o c h é

nell’indifferenza

generale, dopo

novantatrè anni

di onorato servizio, chiude

la libreria più antica di

Potenza, la “Paoline” di

via Mazzini. L’unica di

quel "brand" (che cura

prevalentemente, ma non

solo, editoria cattolica)

rimasta in regione. Il 30

giugno prossimo, infatti,

sarà l’ultimo giorno di

lavoro per le gentilissime

Ilaria Calia (che vi lavora

da 29 anni) e Donatella

Lorpino, in un esercizio

che ha quasi un secolo

di vita. Un documento

dell’Istituto "Pia Società

Figlie di S. Paolo" (a capo

delle Edizioni Paoline),

datato 30 marzo 1982,

conferma infatti che –a

seguito di una concessione

del vicario generale mons.

Enrichetti del 1930- la

libreria “Paoline” fu

aperta a Potenza nel 1932

«in fondo al Corso, cioè

vicino a Porta Salsa» e

che «alla fi ne del 1932

la libreria fu trasferita in

via Pretoria». A seguito

del Terremoto dell'80, ci

spiegano le due libraie, la

sede fu spostata (nel 1981)

dal locale sito nei pressi

della chiesa della Trinità

(ove ora insiste una nota

gioielleria) in quello,

divenuto altrettanto

storico, di Via Mazzini.

Dopo il 30 giugno, il

locale in questione,

dal canto suo, sarà

probabilmente venduto,

anche perché le Suore

Paoline, proprietarie,

non sono più presenti nel

capoluogo, avendo ritirato

la comunità di Potenza nel

1991.

Ma come e perché si è

giunti alla chiusura di un

presidio culturale così

importante per la Città?

«Si vende poco, non si

realizza il necessario per

pagare i fornitori e noi

dipendenti»: i motivi

a monte sono vari, ci

spiegano Ilaria e Donatella,

e vanno da ragioni di

carattere generale (la crisi

dell’editoria, specie quella

cattolica, gli acquisti

online che –maggiormente

dopo il Covid- hanno

messo in ginocchio il

commercio al dettaglio),

ad alcuni di rilievo più

propriamente “locale”.

E qui vengono le dolenti

note, perché la chiusura

della libreria più vecchia

di Potenza (decisa dal

Governo della Provincia

Italiana delle Suore

Paoline) è uno degli effetti

d e l l ’ i m p o v e r i m e n t o ,

culturale e non solo, che

ormai da anni stringe in

una morsa, sempre più

tenace, il Capoluogo.

«Tutto ciò accade in una

città che sta morendo,

nell'indifferenza, sotto

tanti punti di vista –

affermano Ilaria e

Donatella- I seminaristi

a Potenza ormai sono

pochi rispetto al passato,

e se prima venivano qui in

libreria settimanalmente,

adesso la maggior parte di

loro (quei pochi) acquista

online. Si aggiunga che

L’Istituto di Scienze

Religiose, altra risorsa

importante per noi, è stato

spostato a Matera. Le

parrocchie? Sono poche

quelle che si fanno vedere

da queste parti».

Nonostante le due librarie

abbiano ampiamente

diffuso a mezzo social

e whatsapp la notizia

(mentre parliamo entra

un cliente che esprime

il proprio rammarico),

Ilaria e Donatella –che

saranno le prime, col

licenziamento, a subire

gli effetti della chiusura finora

non hanno ricevuto

visite né messaggi di

solidarietà da parte delle

istituzioni, tanto laiche

quanto religiose: «Le

suore hanno sicuramente

parlato con la Curia,

ma noi, almeno una

parola dalle istituzioni

(politiche e religiose)

ce l’aspettavamo. Non

accusiamo nessuno,

ci mancherebbe, e ci

rendiamo conto che ci

sono tante priorità, ma

almeno un confronto lo

avremmo gradito». Dal

canto nostro, al momento

di andare in stampa, non

abbiamo trovato alcun

tipo di comunicato (né

da parte del Comune,

né da parte della Curia),

relativo alla chiusura della

storica libreria. Ilaria e

Donatella ci tengono però

a ringraziare sentitamente,

col cuore cioè, tutti coloro

che hanno sostenuto la

libreria in questi anni.

de_stradis_e_ippolito.jpg

 

 

 

«M

i definisco una “suonatrice di arte”, perché vengo dallo studio accademico e quindi dalla tradizione classica; tuttavia, a un certo punto, ho intrapreso lo studio della tradizione dei "musicanti girovaghi", sia dal punto di vista puramente musicale sia soprattutto antropologico. Da quel momento c’è stata una svolta totale nel mio approccio alla musica e all’arte in generale».

Si definisce una “outsider”, l’arpista e cantante Daniela Ippolito, quarantaduenne nativa di San Mauro forte (Mt), che è stata anche una pupilla prediletta di Antonio Infantino, forse per la sua capacità di intonare i canti tradizionali con una voce a tratti davvero “contadina”. Ma sulle corde della sua arpa “viggianese” (procuratevi il cd “Disincantati incanti”, del 2021) persino il rock e il blues sono di casa.

d - Daniela, spendiamo due parole su questi “musicanti girovaghi”, ricordo in merito un bel testo di Graziano Accinni.

r - Questa tradizione -soprattutto tra Sette e Ottocento- ha caratterizzato inizialmente Viggiano, ma poi anche altri paesi della Val d’Agri e della Val Saurina. Non a caso si parla di suonatori di “arpe viggianesi” che hanno intrapreso viaggi “temporanei” alla volta del mondo, e non esagero. Ciò che li caratterizzava era il fatto di svolgere d’estate altri lavori (in particolare erano contadini), per poi d’inverno spostarsi, all’inizio soltanto alla volta di Napoli, e poi anche verso Parigi, a Londra, addirittura ci sono tracce in Russia e negli Stati Uniti d’America. E questo in un’epoca in cui anche spostarsi da una contrada all’altra era problematico. Le loro arpe “viggianesi” erano un po’ più leggere rispetto anche a quelle celtiche, ma era peculiare che loro le portassero a spalla.

d - Lei tuttavia è della provincia di Matera...

r - Già, ho conosciuto questo strumento quando ero in collegio a Matera e studiavo in conservatorio; circolava un cd (frutto delle ricerche del professor Pino Gala) con della musica “superstite” di questa tradizione (che in realtà alcuni davano per estinta già ai tempi della Prima guerra mondiale). E mi prendevano in giro perché io studiavo musica classica, con tanto di spartito. Pertanto sembrava quasi una sfida, il fatto di doverla suonare a orecchio, questa musica, ma poi col tempo è diventata la “mia” musica.

d - La sua musica è condita anche di altri generi, molto diversi. Le è mai capitato che qualche “integralista” le contestasse di suonare con l’arpa persino il rock?

r - Eh sì, è capitato perché ci sono gli integralisti nel mondo classico e ci sono gli integralisti negli altri generi musicali; ma quello che mi ha affascinato della tradizione è proprio il valicare tutti questi confini, non solo geografici, perché la musica evolve in maniera naturale ed è chiaro che se c’è uno scambio -persino anche un contrasto- tra generi musicali o esseri umani, ne nasce sempre qualcosa.

d - Pertanto è probabile che qualche arpista di Viggiano, trovandosi a New York, con l’arpa abbia suonato anche jazz.

r - Secondo me è probabile tutto: non abbiamo testimonianze scritte, però da ciò che si legge -soprattutto dai giornali e interviste coevi al fenomeno- si evince che quei giorvaghi alla fine erano in grado di suonare qualsiasi melodia ascoltassero. Ecco, mi piace credere -forse anche un po’ pretestuosamente- che loro abbiano per certi versi inventato quella che oggi chiamiamo “musica etnica”, o “world music”.

d - Una volta Viggiano e la Val D’Agri erano noti per i musicisti girovaghi, oggi per il petrolio: cos’è successo nel frattempo?

r - Io penso che si tratti del naturale cambiamento degli eventi; alla fin fine, una terra così piccola come la Basililicata sta evolvendo come sta evolvendo il resto del mondo, ci piaccia o meno.

d - I musicisti possono avere un ruolo in tutto questo?

r - Lo chiede alla persona sbagliata, perché io sono una “outsider” per definizione, proprio per il mio modo di approcciare la musica che è estremamente libero e anche “borderline”, mi conceda il termine.

d - Cioè la musica non deve per forza avere un significato, non deve essere per forza una forma di ribellione?

r - Secondo me, fare il musicista di professione -oggi come oggi- in una regione come la Basilicata, piena di associazioni senza scopo di lucro, è già una forma di ribellione.

d - Cosa vuol dire essere musicista professionista qui da noi?

r - Vuol dire combattere con la propria autonomia stilistica di pensiero e anche con il proprio esempio di vita, nel bene e nel male.

d - Le istituzioni aiutano i musicisti locali o il musicista non deve avere bisogno della politica?

r - Io penso che non debba avere bisogno della politica, credo che questo status di professionista lo si possa ottenere lavorando in autonomia, appunto con una partita IVA. Tutto il resto mi pare soprattutto un modo per non considerare come un lavoro quello del musicista. E, chiaramente, venendo io da quella tradizione in cui comunque la figura del “musicante” non era inquadrabile dal punto di vista giuridico, mentre di fatto rappresentava una forma di sostentamento, mi sento più vicina a quel mondo che a quello attuale.

d - Ma si riesce a vivere di musica in Basilicata?

r - Sì, se si riesce a guardare non solo alla Basilicata, ma anche a quello che offre il mondo. Rispetto ad altre regioni, diciamo che noto delle differenze nei meccanismi di ingaggio, perché quando mando un progetto fuori dalla Basilicata, la prima cosa che mi chiedono è se sono “in regola”, invece qui tutto passa un po’ ...così (sorride).

d - Il pubblico nostrano ama la tradizione solo alle feste e d’estate?

r - Nel pubblico lucano -pur proponendo degli spettacoli abbastanza “estremi” (arpa e voce "a nudo" non sono di facilissimo ascolto)- comunque noto che c’è tanto affetto e anche tanta voglia di conoscere ciò che fa parte delle origini, e c’è anche una sorta di orgoglio quando vengono recuperati canti antichi, e da questo punto di vista ho avuto sempre riscontri positivi qui in Basilicata.

d - In che maniera si è documentata sulla tradizione?

r - Come tutti, attraverso ricerche precedenti alle mie, tuttavia per quanto riguarda il canto tradizionale, non mi sono documentata, sono nata in un contesto, quindi per me è stato estremamente naturale riprendere quello che ascoltavo da bambina e che continuo ad ascoltare oggi in giro per le colline. Allora le mie vicine di casa cantavano a San Mauro, così come si cantava nelle cantine durante le feste, durante le processioni e da lì insomma è iniziata la passione per il canto.

d - In che misura oggi questa cosa esiste ancora, per esempio a San Mauro?

r - A San Mauro rischiava di sparire perché non c’era più la processione del Venerdì santo e neanche quella del Sabato santo, in cui era tradizione appunto cantare, però negli ultimi anni c’è stata una sorta di “presa di coscienza”, soprattutto da parte di quei pochi giovani, e si è ripreso a cantare anche alcuni temi tradizionali. Però ci sono anche dei paesi in cui fino a pochi anni fa si è continuato a cantare con i cori, tipo a Oliveto Lucano, ove c’era una tradizione di canti devozionali in dialetto magnifica, e alcune cose sono riuscita a recuperarle. Ci sono dei canti meravigliosi, commoventi, addirittura un rosario, un canto di devozione a Sant’Antonio, a San Cipriano...

d - Ecco, siamo giunti al punto. Tutto questo ricchissimo e variegato patrimonio lucano (che altrove ci invidiano) riusciamo -come politica, come associazioni, come artisti, come giornalisti- veramente a preservarlo e a promozionarlo come merita?

r - Io credo che valga molto di più l’iniziativa di ogni singolo suonatore, musicista, cantore, cantante eccetera, perché non si può sempre far conto su “forze esterne”, o dall’alto; bisogna comunque valorizzare quello che si ha e a un certo punto anche senza aspettative. Personalmente, ho notato proprio che quando si sono abbassate le aspettative ho lavorato in maniera molto più serena. Bisogna anche accettare un po’ l’idea che le cose possano cambiare e basta.

d - C’è un canto, una canzone che è sua o che lei esegue nei live, che in qualche modo dovrebbe fungere da colonna sonora di questa intervista?

r - Proprio perché siamo a giugno, mi viene in mente un canto su Sant’Antonio, di Oliveto Lucano. È molto, molto triste e commovente, ma a un certo punto fa emergere la vera pietas, come dire, il vero amore, la vera fede (ne canta alcuni passaggi- ndr). Mi fermerei su questa strofa, con questa donna che vede passare la giustizia, e cioè le forze dell’ordine, ma a un certo punto il figlio le muore. “Perché?” chiede a Sant’Antonio, e questi le dice che a quindici anni sarebbe stato impiccato, quindi, alla fin fine, le ha fatto una grazia. E come si dice, “O c’è grazia o c’è giustizia”.

 pg_01_07_02_26.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ROSSIELLO Right-Top in posizione n°2

Chi siamo

Publicom Srl, Potenza. Il free-press cartaceo “Controsenso Basilicata” è edito da Publicom S.r.l. - Questo sito non ha periodicità -ControSenso ha sede a Potenza (Basilicata). Si occupa di informazione, cultura, sport, società e satira.


controsensobasilicata@gmail.com