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di Walter De Stradis

 

Dal 2023 è la presidente della Lucana Film Commission: Margherita Romaniello, potentina, arriva al ristorante da sola (cosa non frequentissima, con chi ricopre ruoli importanti) e appare subito come una persona votata al pragmatismo. Non a caso in questa intervista a tutto campo, ci racconta cosa significa trasformare l’amore per il proprio territorio in un’industria stabile, muovendosi tra kolossal internazionali, la sfida della contemporaneità e la necessità di formare maestranze locali pronte a tutto. Nel senso buono.

d - Come giustifica la sua esistenza?

r - La mia esistenza è quella di fare qualcosa: far star bene me stessa e, mentre faccio star bene me, riuscire a far star bene anche chi mi sta intorno. Questo attraverso le mie attività, attraverso la mia condotta e, magari, anche attraverso il mio lavoro.

d -Qual è stato il suo incontro con il cinema? C’è stato un momento in cui il mondo del cinema l’ha fulminata?

r - Io ho cominciato a lavorare in APT nel 2006 e da subito, quando non esisteva neanche lontanamente una Film Commission, né l’idea di costituirla nell’immediato, ho intercettato alcuni progetti che raccontavano la Basilicata attraverso il cinema. La primissima cosa che ho fatto appartenente al mondo, diciamo, del cinema è stato un incontro con Francis Ford Coppola, che era in Basilicata per ristrutturare Palazzo Margherita, da poco ultimato. Ci siamo incontrati per una conoscenza comune e io ci ho provato, diciamo quasi senza crederci, a proporgli di girare uno spot per la Basilicata. Lui ha accettato dopo, diciamo, un po’ di trattative. Quindi abbiamo realizzato uno spot che raccontava la sua esperienza di lucano nei ricordi, ma con una radice ancora molto profonda. Da lì ci siamo poi trovati a lavorare con il cinema in una serie di altri eventi, e questo mi ha fatto capire che il cinema era davvero un volano incredibile anche per promuovere la nostra regione.

d -Quello col cinema è stato dunque un momento della maturità?

r - Sì, perché io in passato, diciamo, non avevo mai avuto direttamente a che fare con quel mondo, piuttosto con il mondo dell’arte e della comunicazione. Di conseguenza, le immagini hanno sempre rappresentato una parte importante del mio lavoro, ma il cinema in senso stretto ho cominciato a capirlo dopo averlo toccato con mano e aver visto quello che veramente lasciava sul territorio. Anche mio padre era un grande appassionato e mia madre è una cinefila: lei conosce pellicole che nessuno ha visto, lei potrebbe veramente essere al mio posto, poiché possiede una grande conoscenza anche della storia dei grandi film. Questo è un amore che, comunque, ho respirato da sempre.

d -Lei ha già anticipato che con Coppola ha capito cosa il cinema potesse fare anche per il territorio. La domanda è: il cinema può essere davvero una leva economica per la Basilicata o è un settore che continua a restare episodico?

r - È una leva, e non soltanto una leva, è una realtà. Il cinema comprende tutto il comparto, la televisione, anche format che non sono canonicamente di cinema, ma che sono comunque dei progetti. Quando vedono la luce nel nostro territorio, immediatamente, già solo per il fatto di esistere sulla nostra terra, lasciano ricchezza in modo diretto e in modo indiretto. Questo perché quel progetto, attraverso chi lo produce, sceglie di vivere in Basilicata e il territorio viene immediatamente occupato dal punto di vista lavorativo. Sulle maestranze, sulla logistica e sulle infrastrutture tutto questo ha una ricaduta immediata, perché intanto, mentre si produce, si crea economia. Quando quel prodotto viene poi immesso nel mondo della distribuzione, e quindi viene portato al cinema, trasmesso in televisione o mandato sulle piattaforme, ridà nuovamente altra ricchezza: sia attraverso la riconoscibilità di quel territorio, sia perché in quel territorio arrivano tutte quelle persone che, dopo aver visto un film o una serie sul piccolo o grande schermo, tornano o vogliono rivivere dal vivo quell’emozione, desiderando toccare quei luoghi che hanno visto sullo schermo.

d -Ha detto che cinema significa anche lavoro, ma a questo proposito: ci sono i professionisti in Basilicata? Riusciamo a trattenerli o c’è anche in questo settore, come in tutti gli altri, la fuga verso altre realtà appetibili?

r - Intanto diciamo che c’è una grande professionalità che non sempre si riesce ad esprimere, perché è una realtà che si fa fatica anche a censire. Noi, per esempio, abbiamo costituito un database molto professionale, una vera production guide sul nostro sito, dove sono presenti tutti coloro che fanno parte di questo settore. Con un’alberatura molto vasta, abbiamo inserito circa cinquanta figure professionali. I professionisti si iscrivono sulla nostra production guide inserendo tutti i dati e tutto il curriculum che possa attestare una loro reale formazione, affinché sia effettivamente un lavoro. Per noi è molto importante, quando arrivano le produzioni, poter trattare con loro e dire: «Dovete assumere le nostre professionalità», le quali, però, dal canto loro devono essere comprovate. Questo significa avere la garanzia che chi fa questo mestiere ha i numeri per poterlo fare (e non faccia altro o si diletti), perché una cosa è un hobby, un’altra cosa è il lavoro, che presuppone una formazione e quindi una professionalità acquisita.

d -Ma ci sono delle figure professionali che mancano nella nostra filiera regionale?

r - Sicuramente, anche perché c’è stata poca formazione fino a un certo punto e quindi, diciamo, c’era più improvvisazione. La formazione, chiaramente, noi l’abbiamo calibrata anche in base a delle analisi di mercato, cioè a quello che le produzioni vogliono trovare sul territorio, che è una branca importante. Poi c’è tutta la parte che il produttore si porta con sé e che quindi non cerca sul territorio (parlo, per esempio, degli sceneggiatori o dei capi reparto). Anche lì bisogna fare un lavoro, perché per esempio lo sceneggiatore è una figura che crea il progetto, quindi è difficile che arrivi in Basilicata un progetto non ancora scritto. A quel punto la figura professionale dello sceneggiatore – e comunque tutta la fase, diciamo, creativa – si deve formare in Basilicata per produrre in Basilicata e per far nascere i progetti in Basilicata.

d -Come si può fare questa formazione?

r - Noi la facciamo. Dal settembre del 2023, da quando sono diventata presidente, abbiamo intanto creato una serie di protocolli con Cinecittà, per esempio. Cinecittà ha i più importanti e antichi centri di formazione per i mestieri del cinema, quindi abbiamo tenuto dei corsi con loro. Poi abbiamo lanciato un bando con gli enti accreditati della Regione per figure professionali come gli addetti al montaggio. Abbiamo avuto dei corsi per l’art style cinematografico e per la sartoria, e proprio in questi giorni abbiamo stretto un protocollo d’intesa con l’Università per delle masterclass e dei corsi non brevi, quindi con una durata giusta per formare queste figure.

d -La Lucana Film Commission oggi punta più sull’attrazione di grandi produzioni o sulla crescita di una filiera locale stabile?

r - Entrambe le cose. Una cosa non può essere sganciata dall’altra. La filiera locale cresce quando si confronta con realtà grandi, e le realtà grandi servono per creare grandi numeri, consentendo di avere magari quattrocento persone di una troupe che lavorano e restano per settimane sul territorio, assorbendo la forza lavoro locale. Inoltre, restituendo un’immagine in grande stile del territorio, funzionano localmente da richiamo per altre produzioni.

d -Senta, ne approfitto: su Mel Gibson c’è stata un po’ di polemica sui social per il fatto che abbia spostato il “campo base” del suo nuovo film (il seguito di “The Passion”) da Matera alla Puglia. Ho letto dei commenti dei materani che in qualche modo facevano anche un “mea culpa” a proposito dei nuovi prezzi legati all’accoglienza, che sono cambiati rispetto a vent’anni fa. Lei cosa può dirci?

r - La produzione di Mel Gibson ha tenuto un profilo molto diverso da quello di vent’anni fa. Vent’anni fa “The Passion” era quasi un film indipendente, che ha concentrato buona parte del suo lavoro a Matera. Questo “The Resurrection” è un kolossal che ha, oltretutto, un discorso contemporaneo e più a-temporale vastissimo, perché parte da Adamo ed Eva; e, come tale, ha avuto tantissime location e molte ricostruzioni virtuali effettuate, per esempio, in una grandissima spianata alle porte di Roma, dove hanno ricostruito le scene anche grazie alla realtà aumentata, che è una cosa dei nostri tempi. Poi non è che lui non abbia girato a Matera, ha girato a Matera: non ha girato TUTTO a Matera, ma anche l’altra volta aveva girato un po’ anche altrove. Queste sono scelte produttive di base, cioè non è che bisogna darsi delle colpe. Probabilmente loro hanno fatto delle analisi costi-benefici rispetto alle scelte di produzione, ma la Basilicata è stata comunque lo scenario di diverse sequenze di questo film che, ripeto, essendo un Kolossal ha tantissime location. In ogni caso si parlerà anche di Matera e si parlerà anche di Basilicata perché, quando uscirà questo lavoro, l’eco mediatica dell’aver girato in Basilicata, seppur in misura minore, sarà comunque di grande vantaggio per tutti.

d -C’è il rischio che la Basilicata venga raccontata sempre attraverso stereotipi visivi – paesaggi arcaici, ruralità, spiritualità – invece che nella sua contemporaneità? Sono tormentato da quelle scene di 007, girate tra le strade di Matera, con le pecore e le processioni con donne vestite di nero.

r - Ricordiamo però anche che quello che rimane di quel film. Iintanto è la bellezza della nostra costa, perché ci sono dei paesaggi che che sono magnetici. Poi gli americani viaggiano un po’ anche per stereotipi, quindi l’Italia – non Matera, ma l’Italia – è questo: città d’arte dove fare le loro scorribande con le automobili. Diciamo che a loro piace un po’ questo, far vedere che sono dei supereroi anche in luoghi lontani dal tempo. Questo è un piccolo scotto da pagare per un film che, però, per trentotto minuti ha parlato di Basilicata. Dài, glielo possiamo far passare.

d -C’è una Basilicata particolare che le interessa vedere sullo schermo?

r - La Basilicata che vogliamo si veda è la Basilicata che noi dobbiamo difendere e amare: una terra unica, che sa far convivere la sua parte antica con quella contemporanea. Da questo deriva il successo, per esempio, di una serie come “Imma Tataranni”, che regala una contemporaneità a Matera, la quale è sempre stata vista come un luogo ancestrale, un luogo dove ambientare episodi biblici.

d -Ma non sarà che a volte a noi lucani per primi, cioè agli autori lucani per primi, conviene perpetrare un’immagine sempre uguale a se stessa?

r - Ecco, se c’è una cosa che noi cerchiamo di non fare nella Commission è proprio calcare troppo il pedale su una Basilicata eccessivamente arcaica. Quest’ultima è comunque un patrimonio da salvaguardare e dobbiamo rispettarla perché fa parte della nostra storia, però dobbiamo saper utilizzare sempre due binari.

d -Una Film Commission deve essere soprattutto un ufficio tecnico per le produzioni o un soggetto culturale con una propria linea editoriale?

r - Intanto siamo una fondazione e, come tale, abbiamo dei criteri di attività, degli obblighi e tantissime missioni da compiere. Di conseguenza siamo entrambe le cose. Siamo un ufficio tecnico nel senso più stretto del termine, nel senso che siamo un apparato amministrativo con dei propri regolamenti, che sono delle vere e proprie linee guida entro le quali ci si deve muovere. Siamo una fondazione, ed essere un ente, tra l’altro totalmente partecipato dal pubblico – noi abbiamo la Regione come socio fondatore nonché di maggioranza, e poi abbiamo le province e i comuni come altri soci – richiede entrambe le cose. Ci vuole la parte amministrativa, altrimenti saremmo un’associazione culturale, e siamo il soggetto giuridico che deve, attraverso il cinema, provare a promuovere e incentivare la cultura.

d -Si sa, in Basilicata la politica è molto invasiva. Quanto è difficile mantenere l’autonomia culturale lavorando dentro dinamiche istituzionali e politiche?

r - Non esiste questo problema, anzi. La Commission ha totale libertà nelle sue mansioni e la Regione sa bene che, se c’è un ente che attraverso il cinema e l’audiovisivo può promuovere il proprio territorio, lo supporta e non ci dice mai «fate questo o fate quello». Anzi, sono io che magari voglio raccontare loro quello che stiamo facendo ma assolutamente – lo dico fieramente – possiamo fare ciò che è in linea con i nostri obiettivi, e con gli strumenti e i fondi di cui siamo dotati riusciamo a farlo.

d -Esiste una critica ingiusta, secondo Lei, che viene fatta alla Lucana Film Commission?

r - Non lo so se c’è qualche critica. Sicuramente ci sarà e magari qualcuno avrà anche ragione a farcela, perché nessuno è perfetto. Quello che posso dire è che noi cerchiamo di fare il massimo per questo territorio. Io non mi risparmio, non ho sabati né domeniche e cerco di esserci, ovunque venga richiesta la mia presenza, se ha un senso che io ci sia. Lavoriamo molto, e se poi qualcuno rimane scontento, non possiamo accontentare tutti, anche perché non abbiamo né i capelli turchini né la bacchetta magica. Però di certo posso dire che cerchiamo di fare tutto il possibile per supportare e sostenere soprattutto chi, dell’audiovisivo, ne fa il proprio lavoro in Basilicata.

d -Ma oggi, nel mondo di internet, dei social ecc., il problema vero è fare il film o creare il pubblico?

r - Entrambe le cose. Il pubblico cambia perché cambia il modo di fruire di un’opera. Quindi, se fino a trent’anni fa per i film esisteva quasi solo il cinema, vent’anni fa ha iniziato anche internet a trasmettere pellicole e oggi abbiamo i nostri tablet che rimandano immagini. Questo ci mette nelle condizioni di dover cambiare anche il modo di vedere, per esempio, la sala. Noi abbiamo creato un format che si chiama “Meet us at cinema” con cui cerchiamo – e devo dire che ci stiamo riuscendo – di ristorare pian piano le sale quando portiamo i nostri eventi. Andiamo a dare loro respiro: abbiamo stabilito un rapporto per cui la sala ci fornisce un servizio che noi gli riconosciamo, quindi diventa un po’ un soggetto alla pari con noi. Poi portiamo i prodotti che, a loro volta, riportano la gente in sala. In quel momento in cui riportiamo le persone al cinema, ricostruiamo il piacere di ritrovarsi. Facciamo domande, teniamo delle masterclass con i talent in sala e vediamo che anche l’esercente è contento e ci ringrazia. Questo significa che non esiste una formula magica, ma esiste un modo di calibrare la domanda che cambia con l’offerta, la quale deve cambiare a sua volta.

d -Il successo cinematografico di Matera (che probabilmente ha avuto una svolta proprio con quel primo film di Mel Gibson) ha beneficiato davvero tutta la regione o ha creato uno squilibrio territoriale? Adesso, per esempio, ci sarà questo film su Federico II con Melfi protagonista.

r - Mmm, io non parlerei di squilibrio, direi che Matera è la vetrina più internazionale ad oggi della Basilicata. Non è uno squilibrio, ma è un po’, diciamo, un gioco delle parti, cioè il cinema va dove sa già di trovare qualcosa. Quello che noi stiamo facendo non è spostare il focus, ma ampliare. Cioè, senza togliere il giusto protagonismo a una Matera che è un unicum – di cui noi dobbiamo andare fieri sempre – dobbiamo ampliare il raggio di attenzione. Di conseguenza, quando una produzione ci chiede di girare in Basilicata, comincia adesso a chiederci di trovare altre location. Questo avviene perché Matera ormai viaggia da sola; ma ciò non significa che non abbia bisogno della nostra attenzione, perché l’avrà sempre, essendo una realtà pronta e matura cinematograficamente. Ora dobbiamo accompagnare tutto ciò che è cinematografico in Basilicata a diventarlo realmente.

d -Potenza è cinematografica? Vengono in mente le parole del regista de “La notte più lunga dell’anno”, Simone Aleandri, che nel 2021 venne a Potenza a fare il suo film. Quando lo intervistavamo, disse che Potenza per lui era una città da film noir, con questi palazzi, questi uffici.

r - Certo. Ogni cinema ha il suo pubblico. Potenza ha una peculiarità che non è quella che può avere una città d’arte o una città metropolitana. Ha una verticalità, ha uno scheletro di palazzi ma anche un centro storico molto bello. Ha tanto verde. Quindi sicuramente una commedia contemporanea, un film contemporaneo, anche un noir, una black comedy o qualsiasi altra cosa può essere realizzata qui. Diciamo che Matera ha una sua specificità. Potenza, non avendo una sua specificità, paradossalmente è anche più versatile.

d -Siamo alle domande finali. Il libro, il film e la canzone che la rappresentano?

r - Non mi rappresenta, ma il film a cui sono più legata per tanti motivi è “Basilicata Coast to Coast”, perché ha fatto esplodere tante cose, ha segnato un punto di svolta nel mio lavoro e perché lo stavo promuovendo in un cinema di Roma il giorno prima di sposarmi a Maratea. Quindi, diciamo, sono molto legata a questo film. La canzone che mi piace molto si chiama “Following the Sun” (Seguire il sole) dei Super-Hi. Ogni volta che la sento, se ho qualche problema, mi fa sentire subito bene e mi fa pensare subito a cose positive. Per quanto riguarda il libro che mi rappresenta, o perlomeno un libro che mi è piaciuto moltissimo leggere, è “Cent’anni di solitudine”. E’ un libro come piace a me, attraversa tanti racconti, tante narrazioni e, pur non avendo alcun legame diretto con la mia vita, ha accompagnato una parte della mia esistenza. Mi viene in mente che, forse ancora di più, sono legata anche a “I pilastri della terra” di Ken Follett.

d -Fra cent’anni scoprono una targa asuo nome alla Lucana Film Commission. Cosa vorrebbe che ci fosse scritto?

r - «Margheritа Romaniello, che ha cercato di rendere la Lucana Film Commission uno strumento potente per raccontare l’amore per il suo territorio».

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di Walter De Stradis

 

 

Quando gli diciamo che il Russell Crowe di oggi un pochino gli somiglia, lui ribatte sostenendo che la gente lo paragona piuttosto a “quello che di recente ha fatto Sandokan”. Non c’è niente da fare, Massimo D’Onofrio è legato a doppio filo con i Turchi. Ah, e il suo costume da “Civuddin” ("C'vuddiné"), il “Gran Turco” della storica Parata potentina, se l’è fatto realizzare che una ragazza persiana.

d - Cominciamo dalle presentazioni per chi la conosce solo come “Civuddin”.

r - Sono Massimo D’Onofrio, 53 anni, conosciuto da tutti come “Massimino du Pogg’”. Perché la mia infanzia, la mia adolescenza, le ho vissute a Poggio Tre Galli. Era un quartiere, all’epoca, in via di espansione e c’era molta gioventù. E poi, manco a farlo apposta, sono passato all’altro Poggio, dove abito attualmente con mia moglie e la mia famiglia: Poggio Cavallo.

d - Lei è uno degli ultimi artigiani di Potenza, fa i calzolaio.

r - Sì. Ho frequentato il liceo scientifico, mi sono diplomato. Veramente mi piacevano molto le armi, volevo… avevo fatto domanda come maresciallo dei Carabinieri. Feci il concorso, passai tutte le prove, fui addirittura tra i primi dieci nei quiz nazionali, però poi arrivò l’ultimo esame, quellO del colloquio con lo psicologo, e mi disse che non andavo bene per incompatibilità tra peso e altezza.

d - E fu lo psicologo a dirle questo?

r - Sì, era il dottore. Vabbè, forse non era psicologo, ma era l’ultimo esame. Quindi poi abbandonai questa idea e andai a fare il militare. Dopodiché decisi di mettermi a lavorare con mio padre. Mio padre già aveva questa bottega, attività di famiglia dal 1960, sempre in Viale Dante. Forse è uno dei negozi più storici, più longevi di Potenza.

d - Non siete rimasti in molti, voi artigiani.

r - Diciamo che io, a 53 anni, forse sono il più giovane, quindi figurati gli altri, che sono tutti più anziani. Quindi, ahimè, è un mestiere destinato a scomparire, anche perché c’è questo usa e getta continuo, non c’è più la mentalità di riparare. Diciamo che, anche se siamo rimasti in pochi, si lavora, però sulla quantità, sulla piccola riparazione. Poi ti devi comunque adoperare: fare borse, valigie, cinture… devi diversificare.

d - Possiamo fare una fotografia del tipo di persone che oggi preferiscono aggiustare le scarpe o le borse piuttosto che ricomprarle?

r - Sembrerà strano, ma chi aggiusta le scarpe è di un ceto sociale medio-alto, perché acquista scarpe di qualità e quindi le vuole conservare. Purtroppo il meno abbiente, o consumatore medio, invece va in questi grossi centri commerciali, in queste catene cinesi, compra, le porta un mese o due mesi e le butta. In questo modo fanno solo spazzatura. E diciamo che non va bene, perché con una piccola riparazione, che ci spendi 5-6 euro, le scarpe le porti un altro mese, o due mesi, e comunque vuol dire tanto. Anche gli anziani sono abituati a riparare le scarpe, e poi, va bene, la fortuna nostra sono le donne, con questi tacchetti a spillo che se li “mangiano” in mezza giornata. Devo dire che un buon 80% sono loro.

d - Come ha visto cambiare il quartiere, da quando andava nella bottega con suo padre?

r - Mmm… purtroppo il quartiere, mi dispiace dirlo, si è impoverito. Ormai è diventato solo una strada di passaggio. È colpa anche dei parcheggi, perché li hanno messi tutti a pagamento e poi adesso, con la chiusura pure delle scale mobili, siamo veramente rimasti proprio abbandonati. Ormai hanno tolto pure i pullman dei paesi… hanno tolto il passaggio, quindi siamo rimasti proprio soli. C’è stato un periodo in cui Viale Dante veniva descritta come un rione di serie A, quindi i prezzi erano saliti alle stelle, e i negozianti si sono trovati a pagare dei fitti troppo esosi. E così hanno chiuso.

d - Lei frequenta ancora molto il suo quartiere di origine…

r - Sì, ho continuato a frequentare la parrocchia di Santa Cecilia, dove ho fatto tutte le funzioni. Poggio Tre Galli è diventato un rione all’avanguardia, c’è tutto, sembra di vivere in un’altra città. Purtroppo a discapito del Centro. Cioè si è sviluppato il Poggio perché c’è la possibilità di poter arrivare davanti ai negozi con le macchine, i parcheggi sono liberi, ci sta questo Parco dell’Europa Unita riqualificato molto, molto bene.

d - Venendo alla Parata dei Turchi, da sei anni lei è uno dei personaggi principali: Civuddin, il Gran Turco. Come è avvenuto l’arruolamento?

r - Devo dire che la domanda me l’ha fatta una mia cara amica, Maria Rosalia Lauria. Mi sarebbe sempre piaciuto partecipare, però quella cosa di metterti un pochettino in gioco nella tua città mi veniva un tantino difficile. Lei ha detto: “Perché non fai questa domanda?”. Ha fatto tutto lei. Quindi mi ritrovai di fronte a una commissione: c’erano gli storici, c’era Rosario Avigliano, c’erano diverse persone che non ricordo. O per la mia fisicità, o per la mia simpatia, comunque mi hanno scelto.

d - Nessun provino? L’hanno semplicemente guardata?

r - Sì, mi hanno guardato. La barba non era proprio così lunga, però l’ho sempre portata.

d - La prima volta c’era il Covid.

r - Ed è stata un’esperienza, tra virgolette, surreale, perché abbiamo girato in una via Pretoria vuota, deserta. Gli operatori erano tutti con le mascherine, … L’anno dopo è stato il vero esordio. Forse perché venivamo dal Covid, ma c’è stato veramente qualcosa di eccezionale. Una Parata bellissima, proprio per la qualità della gente.

d - Si dice che il ruolo del Gran Turco sia il più comodo. Lei sta tutto il tempo seduto, fermo a salutare.

r - No, le emozioni sono tantissime. Già la prima volta che indossai questo abito, provai veramente un senso di responsabilità. Perché, non so se vi è capitato anche a voi, ma fin da bambini, quando andavi alla Processione dei Turchi, aspettavi il Civuddin. La gente mormorava: “Mo' viene, mo' viene”. E quindi faceva sempre questo effetto. Passare da quest’altro lato è stato qualcosa di emozionante, di impegnativo. E niente, ritengo —anche per le acclamazioni— che questo modo di fare mio sia anche piaciuto. Perché la buonanima di Alberigo, il mio predecessore, comunque era una persona un pochettino austera, un pochettino severa, non rideva. Mi ritengo, in confronto, più solare….i bambini si vogliono fare la foto… Le persone mi fanno tanti complimenti, anche per strada. C’è sempre però qualcuno che in effetti mi sfotte: “Tu stai sempre comodo, spaparanzato, non fai niente”.

d - Il suo è un ruolo molto ambito. L'anno scorso ci furono anche delle polemiche, perché sembrava che per lei fosse arrivato il momento di farsi da parte. Ma il Comune fece marcia indietro, a furor di popolo.

r - Sì, è un ruolo molto ambito perché, effettivamente, dopo il Santo è il personaggio più in vista della Parata. E quindi, essendo in vista, sei soggetto a interviste, fotografie…. E tuttora oggi c’è tanta gente che vorrebbe fare Civuddin.

d - Quindi ancora arrivano richieste formali e informali?

r - C’è gente che fa la domanda e io l’anno scorso l’ho detto: “Non è un posto fisso, non è che ho preso il posto alla Prefettura: mi hanno scelto, la gente mi ha voluto”. L’unica cosa che dissi all’assessore però fu: “Datemi una motivazione seria per la mia sostituzione”. Loro risposero che era una questione di alternanza e che c’erano altre richieste.

d - Poi ha praticamente costretto l’Amministrazione a tornare sui suoi passi.

r - Confesso di essere molto social. Se sento di avere ragione, lo scrivo. Ho fatto partire un post su Facebook e da questo si è scatenato veramente un putiferio, positivo nei miei confronti. L’opinione pubblica si è schierata tutta a mio favore. Mi dispiace però che la faccenda sia stata strumentalizzata dalle forze politiche di opposizione, che montarono un caso. Tant’è che il sindaco pensò a una soluzione con due figuranti, ma l’altro alla fine non si presentò, forse dubbioso delle reazioni del pubblico. Non puoi mai capire la massa come reagisce.

d - Quest'anno, invece, non c'è stata questione alcuna. Lei è il Civuddin indiscusso.
r - Eh sì, perché lo stesso assessore —l’anno scorso è stato il primo anno che l’abbiamo fatto insieme — ha capito che comunque sono un personaggio che piace, che piace alla gente, quindi non conveniva cambiare.

d - I politici che fanno i figuranti… come idea le piace?

r - Devo dire che comunque c’è gente che l’ha sempre fatto, non è che sono politici e si vogliono mettere in mostra. Per dire, un Fernando Picerno l’ha fatto da sempre, anche quando non era un politico, o altri… La cosa che mi dispiace è che certe volte la gente si va anche a raccomandare per avere un vestito bello… per avere un ruolo bello… Perché tu, se vuoi fare la Parata, e vuoi fare qualcosa per Potenza, puoi fare anche il contadino… non per forza la principessa. Per me tornare indietro adesso non avrebbe senso, ma quando presentai domanda per Civuddin, se mi avessero proposto un altro ruolo avrei accettato.

d - A proposito di essere molto “social”, mi pare che lei abbia fatto un post del genere: “Quasi quasi scrivo i nomi delle donne sposate che mi messggiano in privato”.

r - (ride) No, no, no, è una battuta. Sono sposato da 25 anni, c’è mia moglie che mi sopporta. Spesso, in uno dei miei “sketch” online, c’è anche lei.

d - Che cosa è cambiato nella sua vita da quando è Civuddin?

r - No, sinceramente… forse un po’ di popolarità in più, però comunque già ero abbastanza conosciuto, vivendo il Potenza Calcio, e poi la pallavolo tra mia moglie e mia figlia; poi proprio il lavoro che faccio, mi porta a contatto con molta gente.

d - Fa parte degli Ultras?

r - Per la verità io sono un vecchio Strakaos. Ricordo con piacere le trasferte siciliane, mangiate comprese.

d - Senta, di Potenza cos'è che non le piace?

r - A me non piace il potentino che si lamenta solo perché si deve lamentare. E anche il fatto di dire “a Potenza non c’è niente” è sbagliato. Girando, come ho fatto io, ti rendi conto che le altre realtà, le altre città, non è che abbiano tanto di meglio! Ti devi anche adoperare un po’! A Potenza ci sono tante società di pallavolo, basket… perché questi qua che si lamentano non vanno in palestra??? È inutile stare sempre davanti a un computer, a un telefonino. Se vai la sera a Poggio Tre Galli, c’è tanta di quella gente. Potenza c’è, Potenza è viva.

d - Se lei potesse cambiare una cosa, però?

r - Un tantino i servizi pubblici, la viabilità, queste cose qua. La gente è stanca di pagare, sembra che non si debba parcheggiare da nessuna parte. Arrivano e ti fanno multe, ormai è tutto a pagamento.

d - Un film, un libro o la canzone che la rappresentano?

r - Allora, sicuramente il film è “Il gladiatore”.

d - Il Russell Crowe di oggi in effetti un pochino le somiglia!

r - (Risate)Eh, ma infatti! …anche se qualcuno mi dice che rassomiglio più a quel turco che ha da poco fatto Sandokan, Can Yaman. Poi, vabbè, sono un fedelissimo di Vasco. Inoltre sono un grande lettore di fumetti, adoro Diabolik e Dylan Dog. I libri? Beh, non c’è il tempo. La sera, quando torni, fa stanchezza, non riesci nemmeno a leggere la prima pagina che ti viene sonno… Però, sì, i fumetti sì.

 

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“Auguro buon lavoro ai sindaci eletti in quest’ultima tornata elettorale. Un plauso particolare alle donne che guideranno i Comuni di Cersosimo, Corleto Perticara, Salandra e Tursi e a tutte le consigliere elette di cui una parte sarà ulteriormente valorizzata nella composizione delle giunte”. Così la consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi, commentando i risultati delle elezioni del 24 e 25 maggio in Basilicata.

“Sempre più donne sono individuate per competere alla carica di sindaco. Addirittura – aggiunge Pipponzi – in un comune lucano abbiamo assistito a una competizione tutta al femminile per l’elezione a primo cittadino, riprova che un passo avanti dal punto di vista culturale è stato compiuto. Il punto di vista delle donne non è un semplice adeguamento normativo al principio del rispetto delle “quote rosa” ma un valore aggiunto alle scelte politiche e di gestione del territorio.  Invito, perciò, i sindaci eletti in questa tornata elettorale a comporre le giunte valorizzando la presenza delle donne, come stabiliscono le norme che obbligano a prevedere la rappresentanza di genere nelle giunte, negli enti e negli organismi collegati, seppure con modalità differenti in relazione al numero di abitanti”.
“Mi auguro che questo principio sia rispettato anche oltre le previsioni di legge. Il punto di vista della componente femminile, è ampiamente dimostrato, garantisce – conclude la Consigliera di parità – una visione fondamentale per portare avanti l’attività amministrativa insieme a quella necessaria sensibilità paritaria fondamentale per assicurare ai cittadini la piena partecipazione alla vita pubblica”.

 

 

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

 

de_stradis_e_mazzeo_cicchetti.jpgHa la “S” che sibila un pochino, ma non usa “serpentine” per arrivare al punto. Il dottor Enrico Mazzeo Cicchetti è attualmente presidente dell’UNITRE di Potenza, ma ha una lunghissima esperienza con la sanità (tuttora collabora col KOS), settore che –parole sue- ha anche cercato di cambiare “per la via maestra”.

d - Dottore, attualmente lei è presidente UNITRE, sezione di Potenza. Specialista in chirurgia oncologica, digestiva e d’urgenza, ha diretto l’U.O.C. di Chirurgia Senologica e Plastica e il Dipartimento di Chirurgia dell’Ospedale San Carlo di Potenza. È stato presidente della sezione provinciale di Potenza della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, componente del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Italiano di Medicina Sociale, in rappresentanza del Ministro della Salute, presidente dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della provincia di Potenza. In politica è stato capogruppo di Italia dei Valori al Consiglio regionale della Basilicata. Ne ha fatta bene almeno una, di tutte queste cose?

r - Spero di sì. Insomma, ho dato il mio meglio.

d - Di cosa si sente più orgoglioso?

r - Soltanto un dato: quando ho fatto alcune cose, ho lasciato le situazioni meglio di come le avevo trovate. All’ospedale il reparto di chirurgia senologica l’ho fondato io, insieme ad altri colleghi. L’ho diretto io dal primo giorno. All’Ordine dei Medici sono stato solo nove anni, perché credo nel limite dei mandati e quindi non mi sono più ripresentato. Però l’ho cambiato radicalmente: era una cosa troppo personalistica e quasi medievale.

d - E la politica?

r - E’ l’unico obiettivo che non ho centrato.

d - Voleva fare l’assessore e non ci è riuscito?

r - No, non volevo fare l’assessore. Io volevo contribuire, con la mia esperienza, a cambiare la situazione della sanità lucana, che sicuramente è penosa, ma non da oggi. Lo è ormai da trent’anni, perché non si assumono decisioni e non si adottano provvedimenti. Il mio compito era entrare in politica per la via maestra, andando alle elezioni senza un partito dietro, e proporre un cambiamento.

d - E…?

r - …E mi sono scontrato col fatto che i boss della politica di quel tempo, avendo la consapevolezza che la sanità rappresenta il 60-70% del bilancio regionale, non volevano un assessore alla sanità che non controllassero. Tant’è vero che mi misero a presiedere la commissione bilancio, nemmeno la commissione sanità! Per dire: “Tu non ti devi occupare della sanità”. E i risultati di oggi sono forse anche figli di quella ignavia.

d - La riforma della sanità territoriale prevista dal Dm 77 sta generando forti polemiche in Basilicata. Ritiene che il modello delle Case di Comunità possa funzionare in una regione fatta di piccoli comuni e aree interne?

r - È una riforma che, se ben applicata, può risolvere i problemi. L’organizzazione attuale dei medici di famiglia non funziona, perché il medico di medicina generale è relegato a un lavoro burocratico e non fa appieno il medico, salvo dovute eccezioni. Quindi diventa poco appetibile per i giovani. Un dottore che si è laureato dopo tanti anni e ha fatto anche un corso di formazione non vuole chiudersi in un paese a fare ricette e burocrazia. Se invece tu lo inserisci in una Casa di Comunità e gli metti a disposizione radiologia e laboratorio analisi, si sente più medico.

d - Allora perché i sindaci si sono arrabbiati?

r - Non conosco i dettagli delle scelte regionali.

d - I territori però parlano di “desertificazione sanitaria” più che di “razionalizzazione”.

r - Io non ho capito le ragioni dei sindaci. Il medico di base oggi, anche in comunità grandi, è difficile trovarlo. La Basilicata, in prospettiva, non ha un incremento di popolazione. Quindi la situazione peggiorerà. Si tratta di organizzare la sanità sul territorio in un modo molto diverso.

d - Lei cosa farebbe se fosse oggi assessore?

r - Le Case di Comunità le farei assolutamente, perché servono anche a decongestionare l’ospedale. Oggi siamo al punto che i medici di base non fanno visite a domicilio. Se una persona ha la febbre o un mal di pancia, tutti rispondono: “Vai all’ospedale”. Non è corretto. L’ospedale viene intasato e perde tempo e personale utili a fare le cose più importanti.

d - Diceva prima che la sanità lucana è in una situazione penosa.

r - La sanità è al collasso perché negli ultimi anni le riforme sanitarie non sono state fatte. L’ultima riforma fu quella di Bubbico, che però era anch’essa un piano sanitario “a cornice”, come quello fatto da Latronico. Solo che Bubbico fece una cosa buona: potenziò l’ospedale di Matera per riequilibrare la sanità tra le due città. Però il riordino del sistema sanitario non è mai stato fatto. Anche questo piano dice che è “a cornice”: è come scrivere il titolo di un tema e rimandare lo svolgimento.

d - Quindi ha ragione Lacorazza quando dice che un vero Piano manca ancora?

r - Lacorazza ha ragione, però anche lui…dico, quando il suo partito governava, dov’era il piano? Hanno fatto la stessa cosa. La politica di basso profilo non vuole i piani, perché i piani vincolano le scelte. È più comodo decidere di volta in volta e “ad personam”.

d - Quanto pesa oggi la carenza di personale sanitario? È il vero nodo della crisi?

r - No. Noi non abbiamo pochi medici rispetto agli altri Paesi europei. Il problema è che abbiamo un’emorragia di medici verso l’estero, perché il sistema sanitario italiano non è accogliente, sia per la formazione dei giovani sia dal punto di vista retributivo.

d - Come valuta il rapporto attuale tra ospedale hub e sanità territoriale? L’integrazione esiste davvero?

r - Macchè, non c’è integrazione. Uno dei problemi è che ci sono duplicazioni di reparti che non hanno ragione di esistere, perché noi abbiamo pochi numeri. Faccio un esempio: Urologia sia a Potenza sia a Rionero non ha senso in una regione così piccola. Prenda il Crob: possiamo mantenere un reparto con tre medici e tecnologia robotica per fare 50 interventi?

d - Il San Carlo e la sanità lucana un tempo erano considerati un’eccellenza del Mezzogiorno. Cosa si è perso?

r - Il San Carlo ha avuto una grande tradizione, soprattutto nella cardiochirurgia e cardiologia (Tesler e Accorsi) e anche nella chirurgia. Oggi c’è una ripresa, perché la funzionalità dei reparti dipende dalle persone che ci lavorano dentro. Se trovi persone di qualità il reparto va bene, altrimenti no. Negli anni passati abbiamo avuto un primario che avrebbe dovuto continuare l’attività di chirurgia robotica e invece in quattro anni fece zero esami. Questo ha allontanato l’utenza. In sanità non si può sbagliare la scelta degli uomini, soprattutto ai vertici.

d - Molto spesso interferisce la politica?

r - Non “molto spesso”: quasi sempre. Tant’è vero che se un primario non lavora bene può essere mandato via, ma spesso ciò non accade per ragioni di copertura politica. Però più che politica, è una copertura partitica. Perché la politica in sé è una cosa bella.

d - Il campanilismo pesa nella sanità?

r - Se per campanilismo intendiamo che i sindaci difendono i loro territori, mi sembra legittimo. Il problema è che quando si fa un cambiamento non bisogna dare soltanto la sensazione che si chiude qualcosa, ma bisogna spiegare bene cosa si propone in alternativa. Se poi si comincia a fare la lotta soltanto perché una cosa la si fa qui piuttosto che lì, non ci sarà mai la sanità efficiente.

d - Passando all’esperienza di presidente UNITRE Potenza, quanto è importante oggi il tema dell’invecchiamento attivo in una regione che perde giovani e registra un forte calo demografico?

r - La popolazione lucana invecchia e si sta verificando un fenomeno che aumenterà: gli anziani raggiungono i figli fuori regione. Alcuni miei colleghi hanno venduto casa a Potenza e hanno raggiunto i figli altrove. Però una persona vive bene in un posto quando ha servizi sanitari, scolastici e sociali. Per gli anziani c’è anche la necessità di mantenersi attivi. L’Università della Terza Età di Potenza ha 230 iscritti, 14 corsi e 14 laboratori. Le persone sono chiamate a partecipare a interessarsi anche di mondi lontani: c’è il medico che si occupa di diritto; chi faceva l’insegnamento elementare si occupa di astronomia o di medicina. C’è una ricerca continua che mantiene viva la mente.

d - Oltre a questo, cosa può dare UNITRE al territorio?

r - Può dare cultura e conoscenza del territorio stesso. Noi ci concentriamo molto sulla storia locale, perché dobbiamo capire che siamo un popolo con una tradizione e che questa tradizione è un valore.

d - Qual è oggi la sua maggiore preoccupazione per il futuro della Basilicata?

r - Lo spopolamento. Fa crollare il valore degli immobili, allontana le persone, anche gli anziani. È un problema molto serio. Però si combatte con le infrastrutture. Dal dopoguerra agli anni Novanta –epoca DC- sono state fatte grandi opere: le dighe, la Basentana, la Sinnica, la Val d’Agri, la Bradanica e così via. Negli ultimi quarant’anni quali grandi infrastrutture sono state fatte? Le royalty petrolifere vengono usate per ripianare i bilanci, soprattutto della sanità, mentre dovrebbero servire a lasciare infrastrutture ai posteri. Ne basterebbero alcune: il raddoppio della Potenza-Melfi, il raddoppio della Potenza –Matera, il tunnel che collega la Val D’Agri con il Vallo di Diano. Oggi però manca persino la progettazione. Il fatto è che abbiamo un problema di qualità delle classi dirigenti.

d - Se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r - Gli direi di vivere di più la Basilicata. Come diceva Papa Francesco: “Il prete deve avere il profumo delle pecore”. Vale anche per i politici. Non si può fare politica come un commissario: bisogna mischiarsi al popolo, altrimenti i processi non si comprendono. Ho la sensazione che lui abbia questo problema. È al secondo mandato, ma io nella mia vita non l’ho mai incontrato.

d - Il film, il libro e la canzone che la rappresentano?

r - Sono di scuola romana: le canzoni di Venditti sono la colonna sonora della mia vita. Il libro che renderei obbligatorio per tutti i lucani è “Cristo si è fermato a Eboli”. Il film sicuramente “Il dottor Živago”, legato a un ricordo personale: lo vidi da ragazzo a Salerno –dove frequentavo le medie- e mio nonno, preoccupato per il ritardo, venne a cercarmi al cinema. Gli spiegarono che quel film durava tre ore e mezza.

 

 

 

 

DE_STRADIS_E_SILEO.jpgdi Walter De Stradis

 

 

Il 13 maggio prossimo il Giro d’Italia passerà di nuovo per la Basilicata, ma la storia del ciclismo lucano, per Vincenzo Sileo, coincide quasi con la propria biografia personale. Nell’intervista al delegato regionale della FCI Basilicata, la passione sportiva si intreccia con il racconto di una lunga esperienza vissuta “dentro” il movimento, tra gare, organizzazione, formazione tecnica e battaglie per mantenere viva una disciplina che, in una regione piccola e complessa come la Basilicata, continua comunque a produrre numeri da non sottovalutare. Sileo ricorda che il Comitato regionale della Federazione Ciclistica Italiana “in Basilicata è stato istituito negli anni ’50” e che, da allora, “ha sempre svolto attività sul territorio”, attraversando diverse stagioni e varie presidenze, da Camardese a Di Chiara, da Rocco Sanza fino a Panebianco. Senza contare Nicola Rossiello, padre dell’editore di Controsenso: “faceva parte del comitato regionale ed era un giudice di gara, presidente della commissione regionale giudici di gara della Basilicata. Anche lui era sempre attivo sul territorio“.
Sileo, dal canto suo, racconta di essersi avvicinato al ciclismo da ragazzino, affascinato dal “Giro di Lucania organizzato da Rocco Sanza” e soprattutto dall’arrivo dei grandi campioni. “Mi è rimasta impressa la partenza del Giro di Sardegna con Eddy Merckx”, dice, ricordando Potenza invasa dal grande ciclismo negli anni di Emilio Colombo presidente del Consiglio. Da lì nasce tutto. “La passione è cresciuta”, fino alle prime gare disputate nonostante le resistenze familiari. “I miei genitori non vedevano di buon occhio l’utilizzo della bici, per paura”. A quindici anni il tesseramento con una società lucana, poi le competizioni, ma soprattutto “La mia passione mi portava ad essere molto attratto dalla parte tecnica”. Frequenta la Scuola dello Sport del CONI all’Acqua Acetosa, diventa tecnico della strada e della pista, lavora con la Federazione nazionale nelle attività dedicate alle regioni del Sud e costruisce una struttura tecnica regionale con l’obiettivo di far crescere i giovani lucani. “Volevo evitare questo fatto che arrivavamo noi... e noi eravamo destinati a essere sacrificati”.
Da lì iniziano anche gli incarichi istituzionali. Presidente regionale dal 1997 al 2004, poi componente del settore tecnico nazionale della Federazione per otto anni. Nel frattempo, però, la Basilicata perde il proprio Comitato regionale a causa della modifica dello statuto CONI che impone almeno trenta società affiliate per mantenere l’organismo territoriale. Nasce così la figura del delegato regionale, ruolo che oggi ricopre da sei anni. Eppure, nonostante le difficoltà, il movimento continua a crescere. “Quando sono stato nominato avevamo 24 società, quest’anno 30”, sottolinea, spiegando che il numero consentirebbe nuovamente di ricostituire il Comitato regionale. “Abbiamo una bella realtà ed è ben diffusa sul territorio”.
Uno dei temi centrali dell’intervista riguarda il rapporto tra Basilicata e grandi eventi. Per Sileo il territorio lucano possiede caratteristiche ideali per il ciclismo. “Le tappe che si svolgono in Basilicata hanno sempre un grande successo”, perché anche senza grandi montagne “le nostre salite lasciano il segno”. Accanto alle gare su strada, il delegato evidenzia anche le infrastrutture presenti e quelle in fase di sviluppo. Cita il velodromo di Oppido Lucano, dove è nato un centro di avviamento al ciclismo su pista gestito dalla società LIOI, e il progetto del Parco Rossellino di Potenza, destinato al ciclismo fuoristrada, ciclocross e mountain bike.
Sul piano degli eventi, oltre al Giro d’Italia, la Basilicata mantiene un calendario intenso. Gare nazionali di fuoristrada, competizioni giovanili, granfondo, manifestazioni cicloturistiche. Ma il grande nodo resta il ritorno del Giro di Basilicata, sospeso nel 2017 e poi travolto dalla pandemia. “Non è solo una questione economica, che pure c’è”, chiarisce. Pesano soprattutto sicurezza, organizzazione e servizi. “Con le ultime disposizioni sulle manifestazioni itineranti è un mondo molto difficile”. Nonostante questo, il progetto non è stato abbandonato. Anche perché oggi vede “una richiesta di ciclismo e di utilizzo della bici” crescente da parte di cittadini e amministrazioni. Nel frattempo si prova a costruire alternative credibili, come il Trofeo dell’Aglianico di Maschito, corsa nazionale di tre giorni giunta alla sesta edizione e aperta anche a squadre straniere. L’obiettivo, però, resta sempre lo stesso: “È inutile organizzare 50 corse e poi non avere un ragazzo della Basilicata che possa emergere”.
Ed è qui che il discorso si sposta inevitabilmente sugli atleti lucani. Il riferimento immediato è a Domenico Pozzovivo e Alessandro Verre, gli unici nomi capaci negli ultimi anni di arrivare davvero al grande ciclismo. Sileo invita però a guardare il contesto. “Noi siamo una regione piccola”, ricorda, spiegando che il ciclismo di vertice “è al Centro-Nord” e che molti giovani non sono disposti a trasferirsi fuori regione. Da qui nasce l’idea di creare condizioni minime per permettere ai giovani di restare in Basilicata almeno fino al completamento della scuola superiore. “Prima di mandare i ragazzi fuori siamo molto attenti”. Quest’anno, ammette, “non abbiamo nessun lucano al Giro d’Italia”, e per lui “questo è un segnale”. Pozzovivo, ricorda, “ne ha fatti 18”, diventando un caso quasi unico.
Sul rapporto con il Giro d’Italia, Sileo chiarisce che la Federazione ha un ruolo marginale nell’organizzazione della corsa rosa. “Gazzetta dello Sport è organizzata in modo così meticoloso che non ha bisogno”, spiega, precisando che i rapporti principali sono tra gli organizzatori e le amministrazioni locali. Tuttavia, qualche idea personale l’avrebbe avuta. “Forse qualche iniziativa collaterale in più si sarebbe potuta fare, ma riconosco che non è facile organizzarle”..
Ampio spazio anche al tema della mobilità urbana e del cicloturismo. Gli chiediamo se Potenza sia una città a misura di ciclista, Sileo risponde con prudenza, ma senza pessimismo. “Con le dovute attenzioni sì”. Per anni, racconta, si è pensato che una città collinare fosse incompatibile con la bicicletta. Oggi, però, “con le e-bike si può fare anche un trattino in salita”. Difende iniziative come il bike-sharing, la pista verso il Pantano e la "corsia preferenziale" del Gallitello che "attenzione, però, non è una pista ciclabile”. Il punto centrale, per lui, resta la sicurezza. “La gente ha riscoperto la bici, però la vuole usare in condizioni sicure”.
Ancora più forte è la convinzione sul potenziale del cicloturismo. “È una buona leva per promuovere la nostra regione”. Negli ultimi anni, sostiene, i dati dimostrano una crescita dei viaggi in bici in Basilicata. La Federazione sta investendo nella formazione delle guide cicloturistiche, in collaborazione con Regione e APT, per offrire ai visitatori non soltanto percorsi, ma anche narrazione del territorio, tradizioni e identità locali.
Nel finale emerge una visione molto concreta del futuro. Sileo considera utilissime le biciclette elettriche, soprattutto “per una città come Potenza”, e individua come priorità la creazione di ciclodromi provinciali, spazi sicuri per i giovani. “Le famiglie devono sapere che i loro figli fanno sport in condizioni di sicurezza”. I progetti esistono, i contatti con le istituzioni anche. “I soldi bisogna trovarli”, dice con realismo. Ma il bilancio complessivo, nonostante tutto, resta positivo. “Il ciclismo in Basilicata soffre le difficoltà che soffrono tutti gli sport”, conclude, “ma diciamo che siamo nella media, ci manteniamo”.

 

 

 

 

 

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Nella partita della rappresentanza, la presenza delle quote rose nelle amministrazioni pubbliche lucane ha segnato un punto importante. Il sindaco di Colobraro Nicola Lista, ieri 7 maggio, ha nominato assessore Maria Angela Valicenti, mettendo la parola fine a una vicenda arrivata anche davanti al giudice amministrativo per iniziativa della consigliera comunale Concetta Sarlo, che in questi mesi si è molto battuta perché, per una questione di rispetto delle regole e di civiltà, nella giunta fosse presente una donna.
“Una battaglia vinta ma il cammino per la parità e l’inclusione della componente femminile nei processi istituzionali è ancora lungo”, commenta la Consigliera di parità della Regione Basilicata, Ivana Pipponzi.
La questione della composizione della giunta comunale di Colobraro, fino a ieri tutta al maschile, era stata subito sollevata dopo le nomine avvenute il 24 aprile scorso, in quanto illegittima.
La Consigliera, esercitando i poteri di controllo e vigilanza attribuiti al suo ufficio, in una nota aveva diffidato “l’amministrazione comunale ad annullare con urgenza e in autotutela il decreto sindacale e a nominare contestualmente la nuova giunta rispettando la quota di genere”. Dopo diverse contestazioni e un ricorso, pendente davanti al Tar della Basilicata, che avrebbe dovuto pronunciarsi il 10 giugno, il sindaco ha ritenuto di chiudere il caso prevedendo l’ingresso di una donna nella sua giunta.
“Il 24 e il 25 maggio in Basilicata si voterà in dieci Comuni per eleggere i sindaci e i consiglieri. Ricordo – sottolinea Pipponzi – che nei Comuni al di sotto dei tremila abitanti, dove non si applica la legge Delrio, la rappresentanza di genere nelle istituzioni deve essere sempre prevista. In queste amministrazioni non sono vincolanti le regole che prevedono la presenza del sesso meno rappresentato in misura non inferiore al 40 per cento dei componenti dell’organo collegiale. Se il sindaco, però, ritiene di derogare al principio della pari rappresentatività, è tenuto a motivare chiaramente la sua scelta. E se lo Statuto comunale lo prevede, è possibile attingere a un assessore esterno facendo ricorso a un interpello rivolto al genere meno rappresentato”.
Nei Comuni con oltre 3.000 abitanti, invece, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento con un arrotondamento aritmetico. “Anche per queste amministrazioni comunali  vale la regola della necessità di documentare l’istruttoria messa in campo per garantire la rappresentanza di genere. Vigileremo perché queste norme non rimangano sulla carta ma vengano attuate. La presenza femminile negli organi di vertice delle amministrazioni pubbliche e private – conclude Ivana Pipponzi – non è pura formalità, ma è un principio basilare garantito dalla nostra stessa Costituzione per affermare pari dignità ed equilibrio sociale”.

 

fonte: https://agr.regione.basilicata.it/post/pipponzi-su-quote-rosa-negli-enti-locali/

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

A luglio dello scorso anno, in una bella mattina luminosa, il sindaco e altri rappresentanti comunali attraversarono il Centro di Potenza da un capo all’altro, “a bordo” di una carrozzina, insieme a diversi portatori di handicap. Telesca sfoggiava anche gli occhiali da sole. Lo scopo della passeggiata, organizzata dall'attivista “anti-barriere” Flavio Olita e dal Forum Giovani, era quello di fare "vedere" agli amministratori –r chiaramente-, gli ostacoli e le difficoltà che la parte vecchia del Capoluogo riserva alle persone con disabilità. Dalla conversazione che abbiamo avuto con lo stesso Olita, abbiamo percepito che la scelta sindacale degli occhiali scuri forse non era la più...adeguata.

d - Da quella passeggiata che lei fece con il sindaco di Potenza è passato del tempo. Sono migliorate le cose o …?

r - L’obiettivo era proprio cercare di far capire quali sono le difficoltà che ogni giorno le persone con disabilità vivono in città. L’auspicio era che, facendo provare sulla propria pelle — perché sia gli amministratori sia i cittadini si sono seduti sulla sedia a rotelle per testare le difficoltà — si potesse iniziare a muovere qualcosa. Purtroppo, però, nulla di ciò che è stato evidenziato quel giorno è cambiato: le difficoltà sono rimaste identiche.

d - Ho capito, quella “passeggiata in carrozzina” è stata più che altro una passerella utile per i politici. Questo lo dico io.

r - La passeggiata si è svolta nel centro storico, che è sicuramente uno dei punti più importanti della città, ma anche uno di quelli con maggiori difficoltà. Le criticità sono diffuse anche nel resto della città, ma lì sono più concentrate. Siamo partiti da Piazza Matteotti e la prima tappa è stata Largo Duomo: per accedervi la strada è completamente sconnessa, a causa delle basole che andrebbero riviste. Dopodiché siamo tornati in Piazza Matteotti e abbiamo proseguito verso la piazza principale, fermandoci prima davanti a Piazza Duca della Verdura, una piazza storica dove da sempre esiste il problema: per accedervi ci sono soltanto le scale. Questa è una criticità segnalata più volte in passato e doveva essere una delle prime su cui intervenire: almeno, questa era stata la promessa.

d - Cos’altro avete rilevato?

r - Nel centro storico abbiamo rilevato anche l’accesso alla Villa del Prefetto: la strada è molto ripida, oltre a essere dissestata, in via 4 Novembre. Inoltre siamo arrivati fino in fondo a via Pretoria, a Portasalza: da lì scendere verso via Mazzini è molto complicato, soprattutto per quanto riguarda i marciapiedi, che oltre a essere dissestati in alcuni punti risultano proprio inaccessibili. Si è quindi costretti ad andare in strada e, ad esempio, raggiungere Montereale diventa impossibile, perché alla fine di via Pretoria ci sono solo scale e dai marciapiedi non è possibile passare.

d - Si ricorda chi erano gli amministratori che vi hanno accompagnati in quell’occasione?

r - C’erano il sindaco, la vicesindaca, diversi assessori e anche consiglieri sia di maggioranza sia di opposizione.

d - In quell’occasione avevano preso degli impegni?

r - Sì, prendendo atto delle difficoltà, dissero che avrebbero iniziato a valutare cosa poter fare per sistemare la situazione.

d - Tipo in Piazza Duca della Verdura fare una rampa?

r - Sì, in Piazza Duca della Verdura: o una rampa oppure la soluzione più semplice, come un montascale.

d - Abbiamo detto che da allora non è successo nulla, ma ha avuto altre interlocuzioni? L’hanno ricontattata?

r - No, non sono stato ricontattato. Quello che dico sempre è che le persone che vivono queste difficoltà sono a disposizione degli amministratori: sono disponibile a dare consigli su cosa bisogna fare, perché soltanto chi lo vive lo capisce davvero.

d - Lei è stato audito anche in quarta commissione regionale.

r - In Regione ho parlato della questione dell’università, perché purtroppo l’Unibas è un’università inaccessibile. Il polo del Francioso, essendo più vecchio, presenta sicuramente ancora più difficoltà, ma anche quello di Macchia Romana, più recente, denuncia comunque tantissimi problemi. Io ho iniziato nel 2021, iscrivendomi a Informatica, e ho frequentato con non poche difficoltà, perché c’erano molte porte tagliafuoco, sempre chiuse, e gli ascensori si trovano dietro queste porte; ad esempio le pulsantiere sono posizionate ad altezze inadeguate. Anche le aule non erano a norma: il primo giorno non ho potuto seguire perché non c’era alcuna postazione per me. Trattandosi di un’aula a gradoni, potevo stare solo vicino alla cattedra, ma senza banco. Lo stesso vale per l’aula di informatica, dove le sedie erano fissate a terra e non potevo accedere a nessun banco.

d - Ha parlato con la politica e anche con l’università, che aveva annunciato interventi. Però, di fatto, lei non ha più potuto frequentare, se non sbaglio.

r - No, non ho più potuto. Le audizioni regionali si sono svolte a febbraio 2024: sono state evidenziate tutte le criticità e anche una serie di norme non rispettate. Alla prima audizione l’università non si è presentata; dopo una settimana si è tenuta una seconda audizione e questa volta l’università si è presentata, ma più per dare giustificazioni che soluzioni. Si era concordato con il presidente della quarta commissione consiliare, Gino Giorgetti, che l’università avrebbe presentato una sorta di elenco degli interventi da realizzare e che la Regione si sarebbe impegnata a trovare una somma, anche consistente, pari a un milione di euro in più da destinare all’università (che già riceve 14 milioni di euro all’anno dalla Regione). Tuttavia, queste somme non sono mai state investite per l’abbattimento delle barriere.

d - Quindi le risulta che questo milione sia arrivato oppure no?

r - No, questo milione non è arrivato, perché l’università non ha presentato la lista degli interventi e quindi la Regione non ha erogato nulla. Da allora ho cercato di monitorare la situazione e di impegnarmi per risolverla.

d - Si è sentito con qualcuno in questi due anni?

r - Sì, il dialogo con l’università è stato complicato, perché la mia segnalazione è stata percepita più come un attacco che come un’opportunità, mentre in realtà sarebbe una grande occasione per migliorarsi. Ho continuato a interfacciarmi con il presidente della quarta commissione, Giorgetti. Dopo il cambiamento del presidente non ho più seguito quel canale, anche perché ho intrapreso altre strade: ad esempio con la senatrice Giusiy Versace, che si è impegnata in prima persona su questo tema. Siamo stati ricevuti dal rettore a giugno 2025 e in quell’occasione sono state nuovamente evidenziate le difficoltà e quanto fatto fino a quel momento: loro avevano iniziato ad aprire le porte tagliafuoco, un passo importante, e a installare montascale per facilitare l’accesso alle aule. Rimane però centrale il problema del tutor: l’università mette a disposizione solo il tutor “alla pari”, cioè uno studente che aiuta nello studio, ma non è ciò di cui ho bisogno. Io avrei bisogno di un tutor “alla persona”, che mi accompagni negli spostamenti. È stato previsto un bonus annuale di 1500 euro, insufficiente per coprire questi costi. Esiste anche un bando da 10.000 euro per disabilità gravissime, ma riguarda solo quattro categorie specifiche stabilite dal ministero, nelle quali la mia non rientra, pur essendo la mia una disabilità gravissima (la distrofia muscolare di Duchenne – ndr).

d - Ovviamente noi siamo qui per pubblicare risposte e/o repliche. È riuscito a creare una rete attorno alle sue segnalazioni o c’è il solito problema tipicamente potentino?

r - Sì, in effetti c’è questo problema. Alcune realtà mi supportano, come il Forum dei Giovani di Potenza, con cui abbiamo collaborato anche per il progetto “Barriere Zero Potenza per Tutti” e per la passeggiata. Tuttavia, creare una rete con persone che vivono le mie stesse difficoltà è più complicato. Sono in contatto con il Garante della disabilità, Stefano Mille, con cui condivido esperienze e iniziative.

d - Se potesse incontrare oggi il sindaco, cosa gli direbbe?

r - Gli direi che la situazione non va bene e che bisogna iniziare a fare qualcosa. Capisco che l’abbattimento delle barriere comporti costi elevati; molti marciapiedi a Potenza dovrebbero essere rifatti, ma alcuni vengono ancora realizzati in modo inaccessibile, nonostante esistano linee guida come il PEBA (Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche - ndr). Ad esempio, l’intervento in corso Garibaldi è stato realizzato correttamente, mentre quelli precedenti in via Vaccaro e via Raffaele Acerenza non rispettavano queste linee guida. Il mio appello è iniziare concretamente ad agire, perché fare promesse e non mantenerle è un segnale negativo, soprattutto su un tema così importante, che incide sulla socializzazione e sulla possibilità di vivere pienamente la propria vita.

d - Ha parlato di socializzazione: lei è anche presidente del Subbuteo Club Potenza.

r - Sì, l’associazione esiste da circa un anno e nasce con uno scopo ben preciso: inclusione e socializzazione. L’abbiamo fondata io, mio padre e un nostro amico. Mio padre e lui giocavano da bambini a Subbuteo e, dopo circa 40 anni, hanno riscoperto questa passione. Io ne ero sempre rimasto affascinato e abbiamo deciso di fondare l’associazione proprio perché è un gioco che posso praticare anche io e le altre persone con disabilità. Abbiamo realizzato un “tavolo dell’inclusione”, diverso dagli altri perché ha un unico sostegno centrale, così da permettere a chi utilizza la sedia a rotelle di muoversi agevolmente attorno e giocare.

d - Per concludere: c’è una frase, una canzone, un film o un libro che secondo lei rappresenta questa intervista?

r - Sì, la frase di una canzone di Marracash: “riescono ad andare su Marte, ma non a far la cura alla sclerosi al mio amico”. Riusciamo a fare grandi cose, ma per chi vive difficoltà quotidiane spesso non viene fatto nulla, o comunque non abbastanza.

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Il Presidente del Consiglio regionale della Basilicata ha ricevuto il Primo ballerino del Teatro alla Scala di Milano. “La Basilicata continua a esprimere eccellenze capaci di distinguersi nel mondo e di diventare ambasciatrici di valori autentici”

Il Presidente del Consiglio Regionale della Basilicata, Marcello Pittella, ha ricevuto questa mattina, presso la Sala Basento della Presidenza, Claudio Coviello, Primo ballerino del Teatro alla Scala di Milano e originario di Potenza. Un incontro che si inserisce nel quadro delle iniziative istituzionali volte a valorizzare le eccellenze lucane e a rinsaldare il legame tra il territorio e i suoi protagonisti affermatisi a livello internazionale.

“Accogliere Claudio Coviello in questa sede istituzionale – ha affermato a margine dell’incontro - rappresenta per noi un motivo di grande orgoglio. Il suo percorso, costruito con rigore, talento e una straordinaria determinazione, è la dimostrazione concreta di come le energie migliori della nostra terra possano affermarsi nei contesti più prestigiosi a livello internazionale. La Basilicata continua a esprimere eccellenze capaci di distinguersi nel mondo e di diventare ambasciatrici dei nostri valori più autentici. Il suo successo non è soltanto personale, ma assume un significato collettivo: parla ai nostri giovani, indica loro che investire nella formazione, nella disciplina e nella passione può aprire orizzonti importanti. Allo stesso tempo, interpella le istituzioni, chiamate a creare condizioni sempre più favorevoli affinché questi percorsi possano nascere e svilupparsi anche partendo dal nostro territorio”.

“L’incontro di oggi - ha sottolineato Pittella – consegnando una targa al giovane potentino, assume il valore simbolico di un riconoscimento istituzionale a una carriera costruita con rigore e passione, ma anche di uno stimolo a rafforzare il dialogo tra istituzioni e protagonisti della cultura, affinché esperienze di successo possano tradursi in occasioni di sviluppo per l’intera comunità regionale”.

Claudio Coviello ha espresso gratitudine per l’accoglienza e il riconoscimento ricevuto nella sua terra. “Tra tutti i riconoscimenti che ho avuto, quello di oggi ha un significato speciale. Essere premiati nella propria regione è per me e per la mia famiglia fonte di grande emozione e soddisfazione. Ai giovani voglio dire che il talento è importante, ma non basta: servono testa, passione e sacrificio. Ogni ora di allenamento, ogni rinuncia e ogni momento di impegno contribuiscono a costruire il percorso verso gli obiettivi. È la combinazione di talento, disciplina e dedizione che permette di realizzare i propri sogni, anche nei contesti più prestigiosi del mondo”.

 

 

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Le Consigliere di parità regionale, Ivana Pipponzi e provinciale, Simona Bonito, plaudono all’iniziativa regionale di promozione della salute femminile attraverso lo screening gratuito della fertilità, proposta dal consigliere Lacorazza, votata all’unanimità dal Consiglio regionale e supportata con attenzione dall’Assessore Cosimo Latronico. Lo stesso vale per la PdL a firma Fazzari e Morea e a tutte le proposte volte a sostenere la tutela delle donne. Si tratta di un passo concreto e innovativo per sostenere le donne lucane, dichiarano le consigliere, offrendo strumenti di prevenzione e informazione che consentono di fare scelte consapevoli sulla propria salute e sul proprio futuro.

Per le Consigliere, questa iniziativa rappresenta non solo un sostegno alla salute riproduttiva, ma anche un vero strumento di empowerment femminile, contribuendo a rimuovere barriere economiche e informative che spesso limitano l’accesso ai servizi sanitari. Investire nella prevenzione significa valorizzare la dignità, l’autonomia e le opportunità di ogni donna.

Condividiamo – continuano – la proposta di voler accompagnare l’iniziativa con azioni mirate di sensibilizzazione e informazione sui territori. Per questo, confermiamo la nostra piena disponibilità, come già dichiarato in IV commissione, ad avviare una cabina di regia regionale, che coinvolga istituzioni, associazioni e operatori locali, per sviluppare campagne informative mirate, facilitare l’accesso ai servizi e promuovere percorsi educativi rivolti a giovani donne e comunità locali.
Iniziative come questa sono un modello di politica concreta a favore delle donne, e la nostra istituzione continuerà a lavorare con determinazione affinché i diritti alla salute e all’informazione diventino strumenti reali di uguaglianza e partecipazione attiva nella vita sociale ed economica della Basilicata.

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di Walter De Stradis

 

Angelo Lacerenza, classe 1987, è uno storico e scrittore originario di Avigliano. Impegnato anche in politica, si definisce “pertiniano”, vicino alla tradizione socialista di Sandro Pertini, Pietro Nenni e Giacomo Matteotti, ed è segretario organizzativo del Partito Socialista nel suo comune. Con il saggio “Il brigantaggio meridionale dopo l’Unità d’Italia: tra storiografia, identizzazione e mitizzazione” (Pisani Teodosio Edizioni - 2025) ha ottenuto, ex aequo, il “Premio Tommaso Pedio” per la saggistica storica e la cultura lucana nell’ambito della 54ª edizione del Premio Letterario Basilicata. Un riconoscimento che si inserisce in un dibattito mai sopito su identità, memoria e narrazione del Mezzogiorno.

Lacerenza arriva al brigantaggio da una traiettoria che non è solo accademica. Dice che il punto di partenza è l’oggi, un’Italia che continua a interrogarsi su sé stessa e sulle sue fratture. Spiega che il suo libro nasce “per un semplice motivo”: il ritorno ciclico della divisione Nord-Sud, “quel tema, per me scomodo”, che riaffiora nonostante il processo unitario, “con tutti i compromessi, le problematiche, le storture”. L’urgenza, sostiene, è reagire a una narrazione che continua a separare, “un’ossessione per le due Italie”.

Dentro questo quadro colloca anche le spinte opposte: da un lato la retorica padana, dall’altro i movimenti neo-meridionalisti. Parla del senatùr Bossi (recentemente scomparso) e della “volontà di un’Italia padana” e ricorda come i meridionali -prima dei fenomeni migratori attuali- siano stati a lungo percepiti come “i selvaggi”, “gli africani”. Da qui, dice, nasce “un sentimento di rivalsa” che però rischia di replicare la stessa logica divisiva.

Quando entra nel merito del libro, Lacerenza insiste sulla complessità del fenomeno. Rifiuta qualsiasi lettura univoca: “quando parliamo di brigantaggio non facciamo solo riferimento ad un qualcosa”. È un intreccio di fattori “politici, culturali, sociali, economici”, una vera “fenomenologia”. E soprattutto non è confinato al post-unitario: “il brigantaggio è un fenomeno molto antico”, riconducibile già al banditismo dell’antica Roma. Anche il termine, ricorda, nasce nel Medioevo per indicare mercenari, “sbandati” pronti a cambiare campo “per soldi, per visioni personali”.

Da qui la prima frattura rispetto all’immaginario corrente. Non c’è un solo brigante. Ci sono anche quelli “al servizio dei potenti” (un po' come “i bravi” di Manzoni? Gli chiediamo. Lui dice di sì), strumenti di controllo sociale, utili a mantenere “l’egemonia e il potere dei signorotti”. Una funzione politica esplicita, che rompe la narrazione romantica.

È proprio sulla mitizzazione che Lacerenza concentra uno dei passaggi più netti. Riconosce che esiste “un aspetto romantico, affascinante, inquietante anche”, una figura del brigante come “eroe ribelle”, quasi “partigiano resistente”. Ma avverte che questa costruzione è -perlomeno parzialmente- frutto di “mitopoiesi”, l’arte di inventare, di trattare favole”. Non nega il valore del mito: “è una fonte”. Ma aggiunge che il compito dello storico è distinguere, “capire dove arriva e finisce la finzione e dove inizia la verità”.

Alla domanda se in Basilicata abbia prevalso una narrazione o l’altra, la risposta è diretta: “il più delle volte è stata propagandata la finzione”. Parla apertamente di una semplificazione che riduce il brigantaggio a “movimento di ribellione sociale” in senso pieno e totalizzante. La sua posizione si colloca altrove, dentro una lettura più articolata che riprende le analisi di Rosario Villari: il brigantaggio come “fenomeno ibrido, contraddittorio e complesso”.

Dentro questo quadro convivono elementi diversi: la “rivolta popolare” motivata dal “malcontento”, dalla povertà, ma anche “una criminalità ordinaria, una forma di banditismo pura, delinquenziale, di mestiere, che generava distruzione, disperazione tra la popolazione”. E ancora una dimensione politica precisa: il reazionarismo. “I briganti hanno combattuto per i Borboni”, ricorda, opponendosi al nuovo Stato unitario e “appoggiando sostanzialmente ancora una monarchia assoluta, in un periodo in cui le monarchie stavano cambiando, si stavano 'costituzionalizzando'. Non solo ribellione sociale, dunque, ma anche difesa di un ordine precedente”.

Quando il discorso si sposta sul presente, Lacerenza individua un altro livello: l’uso pubblico del brigantaggio. Cita la “spettacolarizzazione” della Storia bandita, che a suo avviso ha funzionato perché si è collocata “in un’ottica più folcloristica che storica”. Non la condanna: riconosce che produce “ricchezza, turismo locale”. Ma segnala uno scarto: “si potrebbe smarcare un po’ dal folklore e ritornare un po’ alla storia”.

Lo stesso meccanismo vale per l’iconografia. Figure come Carmine Crocco, spiega, vivono oggi attraverso immagini che circolano “dentro e fuori dal web”, appiccicate ai muri di Potenza, di Rionero e oltre. È un processo noto: “i totalitarismi del Novecento” costruivano consenso anche così. Oggi quelle immagini servono “in parte per strumentalizzare l’opinione pubblica”, ma anche per “generare un’identità collettiva”. Il brigante diventa simbolo, entra nelle curve e sulle bandiere calcistiche (come quelle degli Ultras potentini o dei tifosi vulturini), negli striscioni, nella memoria condivisa.

È qui che si innesta la retorica dello “spirito dei briganti”. Lacerenza insiste su “uno stimolo di propaganda”, utile a rafforzare l’identità meridionale. Ma mette in discussione la sua aderenza alla realtà: “non so fino a che punto noi lucani siamo questi ribelli”. Anzi, osserva che oggi “subiamo tutto, e subiamo anche molto in silenzio”. L’immagine del ribelle, dunque, “si è abbastanza affievolita”.

La distanza tra mito e presente emerge ancora di più quando si parla di politica concreta. Alla domanda su cosa dovrebbe mobilitare i lucani, pesino in piazza, la risposta è netta: il lavoro. “Il lavoro non si tocca”, dice, e insiste sul rischio dello spopolamento. Non è solo desiderio di cambiare, ma “mancanza di possibilità e di opportunità”. Qui il linguaggio cambia registro: “Abbiamo le competenze”, ma se non vengono valorizzate “perdiamo l’occasione di fare politica”, quella “costruttiva, responsabile”. Altrimenti, resta “solo la retorica, le chiacchiere”.

Il passaggio finale torna su un piano personale e metodologico. Alle presentazioni del libro, dice, a volte viene accusato di essere poco “meridionalista”, ma assicura di essere cresciuto pure lui dentro il mito: “sono nato con il fascino del brigante”. Cita Ninco Nanco, compaesano, simbolo di un immaginario che “colpiva la pancia”. Poi però descrive uno scarto: “ti distacchi dalla pancia” e inizi a chiederti “chi erano realmente i briganti”. Da lì lo studio, gli archivi, i libri. E la consapevolezza dei “limiti storici di quel fascino”.

Il punto, conclude, è evitare “semplificazioni, banalizzazioni”. Tenere insieme le contraddizioni. Anche quando l’identità collettiva continua a ripetersi, come in quella canzone di Bennato e D'Angiò: “Brigante se more”. Una formula potente, dice, perché “racchiude la memoria collettiva”. Ma proprio per questo, implicitamente, da maneggiare con cautela.

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