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Questa mattina, presso il Palazzo del Consiglio Regionale della Basilicata, si è svolto un incontro istituzionale che ha visto protagonisti Marika Padula, Garante regionale della Disabilità, Rossana Mignoli, Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, e Ivana Pipponzi, Consigliera di Parità Regionale.

La visita della Consigliera Pipponzi ha rappresentato l’occasione per avviare un dialogo costruttivo tra i tre uffici, con l’obiettivo di definire percorsi di collaborazione condivisi e rafforzare l’azione congiunta a favore delle persone più fragili e per l’affermazione dei diritti di cittadinanza.

Marika Padula, Garante della Disabilità, ha sottolineato che l'incontro "segna l’inizio di una sinergia importante, capace di tradursi in iniziative concrete per garantire pari opportunità e piena inclusione delle persone con disabilità.”

Rossana Mignoli, Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, ha espresso la volontà di "unire le forze per rafforzare la tutela dei diritti dei minori diffondendo tra i ragazzi la cultura della parità, promuovendo rispetto, inclusione e pari opportunità”

Ivana Pipponzi, Consigliera di Parità, ha aggiunto di essere "convinta che la collaborazione tra i rispettivi uffici sarà fondamentale per diffondere la cultura delle pari opportunità e contrastare ogni forma di discriminazione. È fondamentale promuovere azioni di welfare condivise tra le rispettive strutture per il raggiungimento degli obiettivi"

L’incontro si è concluso con la volontà condivisa di dare vita a un tavolo di confronto permanente, finalizzato a progettare e realizzare iniziative comuni nei campi della sensibilizzazione sociale, dell’inclusione e della promozione delle pari opportunità.

Lo riporta una nota stampa congiunta delle Garanti regionali Marika Padula e Rossana Mignoli e della Consigliera di parità, Ivana Pipponzi.

 

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Il Mondo Snoezelen approda al CTR di Tramutola

di Rosa Santarsiero

 

 

E’ stato inaugurato giovedì scorso a Tramutola, presso il CTR, Centro di riabilitazione, la Stanza Snoezelen alla presenza del Vescovo metropolita di Potenza, Muro Lucano e Marsico Nuovo, monsignor Davide Carbonaro.

Si tratta di un ambiente multisensoriale in grado di coinvolgere e offrire un benessere concreto alle persone con disabilità, grazie alla presenza di spazi calibrati sulle esigenze dei singoli e di personale sanitario formato secondo i dettami della certificazione teorico-pratica ISNA MSE.

Il CTR amplia dunque ulteriormente il ventaglio di servizi e prestazioni rivolte agli ospiti della struttura, realizzando un progetto innovativo e raro nel suo genere.

La Stanza Snoezelen è stata realizzata con il supporto scientifico della dottoressa Giorgia Monetti, psicologa e formatrice internazionale, fondatrice di “Mondo Snoezelen”, un punto di riferimento in Italia quando si parla dell’approccio multisensoriale sulla persona.

Abbiamo raccolto le dichiarazioni del direttore amministrativo del CTR, la dottoressa Katia Rosella, la quale si è detta particolarmente soddisfatta dell’obiettivo raggiunto, specialmente se ne si considera il suo ruolo sociale.

«La Stanza Snoezelen è un progetto innovativo fortemente voluto dalla direzione: al centro dell’ambiente è presente una incredibile piscina con migliaia di palline dal diametro, superficie e densità diverse volte a facilitare la cura della persona attraverso la propriocezione e la pressione sul corpo. È stata progettata per facilitare la stimolazione di tutti i sensi, includendo il vestibolare e il propriocettivo. Ricordo altresì che il personale del centro è stato coinvolto in un percorso formativo Snoezelen, grazie ad una preparazione teorica e ad una susseguente formazione pratica. Al termine del processo il personale coinvolto riceverà infatti la certificazione internazionale ISNA MSE (International Snoezelen Association – Multisensory Environment), da parte dell’associazione internazionale che coordina e promuove l’approccio Snoezelen a livello mondiale in ambito educativo, terapeutico e assistenziale. D’altro canto il CTR, nel rispetto di una più ampia e moderna visione della riabilitazione, si occupa da tempo della presa in carico globale della persona in ogni fase della sua storia clinica, puntando all’accrescimento delle sue funzionalità nei vari contesti, non solo medico ma anche familiare, sociale, lavorativo. L’inserimento della Stanza Snoezelen rientra pertanto nella mission della nostra struttura, mediante un ambiente che favorisca l’autoregolazione emotiva e relazionale, con stimoli calibrati e personalizzati. Il fine delle differenti stimolazioni sensoriali è quello di aiutare il paziente a seguire le diverse tappe di un sentiero diretto alla valorizzazione e al pieno inserimento in famiglia, nella scuola, nel mondo del lavoro, nelle attività culturali e in quelle ludiche o sportive».

L’approccio Snoezelen nasce nel 1974 grazie agli studi del terapista occupazionale Ad Verheul e del musicoterapista Jan Hulsegge. Il termine “Snoezelen” combina infatti i due verbi olandesi “snuffelen” (esplorare) e “doezelen” (rilassarsi). Lo scopo ultimo? Creare ambienti accoglienti e sicuri per soggetti gravemente disabili: dall’infanzia fino alla piena maturazione del soggetto.

La dottoressa Giorgia Monetti supervisor dell’iniziativa sottolinea quanto sia importante, durante le varie fasi del processo, la comunicazione costante tra équipe e assistiti, poiché non è solo grazie agli strumenti che si crea un reale cambiamento negli individui, ma anche e soprattutto attraverso il gioco delle relazioni interpersonali che si instaurano nel tempo.

 

 

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padulosi1.jpgdi Walter De Stradis

 

 

Non ha mai usato un nome pittoresco o “cool” per la sua attività di DJ da discoteca (con rimarchevoli incursioni anche in radio), ma Davide Padulosi, cinquantaquattro anni, fa meritoriamente parte di quella “pattuglia” di pionieri potentini che hanno fatto ballare e sognare gli ascoltatori e “ballerini” del Capoluogo (e non solo), osservando la città e i giovani mutare dall’alto del loro mixer.

d - Quando e come è iniziata la sua carriera di DJ?

r - Tutto è iniziato grazie a mio padre, che avendo un negozio di tv-hi fi- elettronica, mi appassionò a quel mondo. Quando avevo intorno ai 12-13 anni, iniziai quindi a frequentare la radio, la mia prima vera passione. Si trattava di Radio Sud (a due passi dal negozio), la prima a trasmettere in stereofonia, ai tempi. E poi, di seguito, Radio Antenna 2000, ove ho messo sul piatto il mio primo disco. Poi ho fatto un’esperienza a Radio Rama Lecce, che arrivava anche qui in Basilicata.

d - Per quanto riguarda la discoteca, invece?

r - Ovviamente ho cominciato al Basiliko’s di Potenza (e per questo devo tributare un grande grazie a Luigi Biscione). Avevo quindici, sedici anni. E poi, da lì, oltre a fare il DJ, ho iniziato a fare anche il vocalist e a “gestire” proprio la discoteca. La cosa del vocalist è nata “per un’emergenza”: durante una giornata in discoteca, il DJ principale, o comunque il mio collega, mi chiese di sostituirlo e di inventarmi qualcosa per intrattenere il pubblico.

d - A quel punto le è venuta in soccorso l’esperienza radiofonica.

r - Sì, anche se in radio io ero più che altro un fonico, con qualche incursione vocale, insieme a un mio amico, Maurizio Dresda, che era lo speaker, molto in gamba.

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d - E la storia continua con successo ancora oggi...

r - Per ciò che mi riguarda, è stata un’estate intensa, tra serate, eventi in piscina, aperitivi... (ho fatto anche delle serate al BARHCHIC Policoro e a un lido a Marina di Pisticci). Musicalmente, le mie selezioni possono variare: se ad esempio devo fare un aperitivo, parliamo di musica “soulful house”, quindi di un funky remixato, in qualche modo. Mentre poi, nelle serate più propriamente “disco”, si va dalla musica degli anni 80-90, ai giorni d’oggi. La “soulful house”, inoltre, la suono anche per radio.

d - Però si parla sempre di crisi. La gente c’è? Frequenta? O magari agli eventi ha notato un calo, l’esigenza di stringere la cinghia?

r - Beh, qui si sta parlando principalmente di locali, in cui non si paga un ingresso vero e proprio. L’unica spesa, diciamo così, è sul bere. Pertanto, non è che ho notato questo grosso calo.

d - Quest’estate c’è stato il problema degli ombrelloni, ma lei, dalla consolle, tavolini vuoti non ne ha visti granché.

r - Devo dire di no. La gente la vedo sempre abbastanza presente.

d - E il mondo della radio potentina, è cambiato?

r - Quella è l’unica cosa che rimpiango, la radio. Perché comunque, a Potenza, negli anni 80-90, ce n’era più di qualcuna. E avevamo anche una buona professionalità. Ma poi, ovviamente, nel tempo le cose si perdono. In radio, oggi, è ormai tutto molto tecnologico, tutto digitalizzato. Molto più facile anche da realizzare, a mio avviso.

d - Un tempo la radio era il vero “social network”, no?

r - Esatto, partiva tutto da lì. Adesso ormai molto si gioca sulle piattaforme digitali, i ragazzi ascoltano principalmente quelle. Invece ai nostri tempi, la radio era l’unico veicolo per ascoltare i nuovi successi. Per chi la radio la fa, però, oggi è molto più facile, e anche più “spontaneo”, perché adesso molte emittenti sono anche tv.

d - E il rapporto con chi ascolta è cambiato?

r - No, anzi direi che il pubblico è anche più presente e a diretto contatto, grazie ai messaggini. Anni fa, invece, bisognava chiamare in diretta e cose del genere.

d - Qual è l’identikit del “giovane” (e non) che va in discoteca e nei locali, rispetto a una trentina di anni fa?

r - Mah, devo dire che forse trent’anni fa, quando venivano in discoteca, si divertivano davvero. Adesso, invece, è più che altro un modo di passare la serata. Forse perché un tempo la discoteca era l’unica attrattiva; oggi i locali che fanno musica sono ovunque, quindi alla fine... i ragazzi la musica la seguono, ma non c’è passione, perlomeno nel ballare. Trenta, quaranta anni fa, invece, c’era il piacere di andare a ballare. Al giorno d’oggi, forse, una cosa del genere accade solo con i balli caraibici.

d - Il ritornello nostrano è sempre quello: “A Potenza non si fa mai niente”.

r - Beh, questa estate ci sono state un po’ di manifestazioni, si cerca comunque di fare qualcosa. A livello di locali, diciamo che ci sono e che comunque si organizza qualcosa, dai live ai DJ set, quindi credo che su questo la gente non si possa lamentare.

d - In ambito “movida” notturna si è parlato molto del “cambiamento” dei nostri giovani: è un tema molto attuale in città, che desta anche preoccupazione.

r - Da quello che posso notare io, non credo sia tutto demonizzare, anzi, questi giovani li vedo anche molto legati tra loro e abbastanza attivi. Certo, possono esserci delle situazioni che -d’altronde- abbiamo vissuto anche noi ai nostri tempi, ma per il resto non la vedo così tragica. In generale, a Potenza il panorama lo vedo buono, la città è viva. Forse, l’unica cosa, la gente dovrebbe apprezzare di più quello che si fa.

d - Un aneddoto particolare, della notte potentina, che le va di raccontarci?

r - Beh, sarebbero tanti. Su due piedi mi viene in mente quando ospitammo Nina Moric al Basilikos (in quel periodo ne curavo la direzione artistica). Con lei c’era Fabrizio Corona, ma all’epoca (anni prima delle ben note sue vicende), pensi un po’, lui era solo “il fidanzato” della Moric. E se ne stava lì, mangiava banane e non faceva avvicinare nessuno.

d - Un personaggio potentino, invece, che le va di citare?

r - Senz’altro Pino Quartana, uno speaker molto professionale (ha lavorato anche in Rai); successivamente ha fatto un passaggio tra radio e teatro, e anch’io l’ho seguito. Siamo stati fuori in Spagna un po’ in giro per l’Italia.

d - Se dovesse mettere sul piatto un disco per la sua Città, oggi quale sarebbe?

r - Boh? Al momento mi viene “Bruci la città” di Irene Grandi (visto che si parla di “città”). E tra l’altro mi ricorda di una volta che misi questo pezzo a Radio Sud, e in studio ci divertimmo da pazzi...

 

 

 

 

cittasicura.jpegNell’ambito della Notte Bianca del Libro, si è svolto presso la Sala degli Specchi del Teatro Stabile di Potenza l’incontro “Città sicure per le donne”, promosso dalla Consigliera di Parità della Regione Basilicata, Ivana Pipponzi, e dalla Consigliera provinciale, Simona Bonito.

L’evento ha posto l’attenzione sulla sicurezza e sulla vivibilità degli spazi urbani per le donne, intese non solo come assenza di pericoli, ma come condizione essenziale per la libertà di movimento, l’autodeterminazione e la piena partecipazione alla vita pubblica.

Numerosi gli spunti di riflessione emersi, a testimonianza di una crescente consapevolezza sulla necessità di città più inclusive e rispettose delle esigenze di tutte e tutti.

Le promotrici dell’incontro hanno spiegato di aver voluto dare all’iniziativa un taglio multidisciplinare e olistico, considerando la sicurezza femminile in tutti gli ambiti di vita, non solo quello domestico, ma anche quello lavorativo, spesso trascurato. L’obiettivo dell’evento è stato quello di avviare un percorso di approfondimento coinvolgendo esperti a livello provinciale e regionale, con competenze specifiche in materia di vigilanza e sicurezza, per analizzare lo stato attuale e fornire strumenti concreti alle donne.

È stato sottolineato come le donne non siano sole e come le istituzioni siano al loro fianco, pronte a offrire tutele e soluzioni, anche se spesso manca la consapevolezza dell’esistenza di questi strumenti. Da qui la volontà di colmare questa lacuna informativa.

L’iniziativa è stata pensata anche per favorire la creazione di una rete tra le istituzioni coinvolte, comprendendo soggetti come l’INAIL e l’Ispettorato del Lavoro, con particolare attenzione alle lavoratrici che si spostano in orari atipici. L’intento è quello di ripensare le città in un’ottica inclusiva e sicura, considerando anche aspetti pratici come l’illuminazione e la gestione degli spazi urbani, specialmente quelli più isolati. 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Classe 1944, Domenico “Mimì” Chiorazzo ha aperto il suo ristorante in via Rosica nel lontano 1971, nel cuore vero e pulsante del centro storico di Potenza, quello dei vicoli e delle strade parallele, che si diramano come vene e arterie nella parte vecchia della città. Da sempre attento osservatore e commentatore della realtà cittadina, conosciuto e apprezzato per la sua saggezza, in oltre cinque decenni Mimì ha visto cambiare le dinamiche di Via Pretoria e dintorni, ma la sua “ricetta” per il rilancio di un Centro che ha scorto man mano languire nell’abbandono, è sempre quella: “piccole cose”.

d - Da quanti anni lavora nel Centro Storico?

r - Dal 1969. Facevo il caposervizio alla Taverna Oraziana, e più tardi in un altro locale in Via del Popolo. Nel 1971, ho aperto questo ristorante in Via Rosica. In realtà, la mia esperienza lavorativa partiva dal 1961, con la scuola alberghiera, poi ho fatto una decina d’anni all’estero, Germania, Francia, Danimarca, Svizzera, un po’ dappertutto insomma.

d - E’ stato facile, nel ‘71, aprire una realtà come questa nel centro storico? O magari sarebbe più facile oggi?

r - Beh, quello era il periodo del Boom. E anche qui da noi si poteva aprire con facilità, le banche ti davano un po’ di ascolto. Adesso invece le cose sono diventate complicate. Tanto complicate, che purtroppo le varie leggi nazionali a volte vengono stravolte dal sistema stesso. Oggi c’è la possibilità di fare somministrazione all’esterno anche non avendo il bagno all’interno del locale: questa famosa SCIA infatti non è altro che un documento per aggirare gli ostacoli delle concessioni edilizie.

d - Dagli anni 70 a oggi, come l’ha visto cambiare il centro storico?

r - Diciamo che è andata bene fino al 1990, poi man mano, invece di crescere, migliorare, trasformarsi, è andata in decrescenza.

d - In effetti, fa specie vedere quei filmati degli anni 70-80 con tutta quella gente in via Pretoria. Sembra una di quelle strade dei film americani...Oggi invece...

r - Dare a una città la possibilità di allargarsi, di avere altri quartieri, è un fatto positivo, ma questo non significa trascurare il cuore della città.

d - Perché il Centro è stato trascurato?

r - Perché c’è stato un disegno, non so se politico, se amministrativo (questo lo deve sapere chi gestisce), ma sta di fatto che hanno trovato la maniera di allontanare le persone. L’amministrazione dovrebbe essere pronta a dare qualche incentivo per spingere la gente a ritornare a lavorare nel centro storico.

d - Tanti esercizi commerciali hanno chiuso. Da cosa è dipeso?

r - E’ dipeso innanzitutto dai prezzi di locazione. E’ qui che l’amministrazione avrebbe dovuto pensare a qualche incentivo: far pagare meno spazzatura, non so, far sì che chi apre in centro storico non si senta discriminato rispetto agli altri. Perché qui, a differenza che in altre zone, mancano i parcheggi, e non si è attrezzati col trasporto pubblico, che praticamente non esiste. E’ vero, se io arrivo in piazza 18 Agosto e ho l’ascensore, non mi serve la macchina; ma deve esserci il trasporto pubblico funzionante! E invece non c’è controllo. Eppure basterebbe verificare l’arrivo dei bus alle singole fermate; non si è voluto arrivare a questo, ma è un fatto civile. Il “sistema verticale” di per sé è positivo, ma da noi non funziona; se si chiude alle 10 la sera, come vuole che il cittadino possa prendere la scala mobile da un’altra parte della città e venire verso il centro storico? Sulla Fondovalle, Santa Lucia, c’è un”capannone”, sempre vuoto. Io dico: fate un vero terminale, mettetelo a regime, cercate di trovare il sistema per far funzionare davvero le scale. Hanno speso tutti quei soldi....i famosi pannelli solari avrebbero dovuto metterli da subito, per dare energia a tutto il sistema delle scale potentine.

d - In questi 50 anni ha magari registrato anche un cambio di mentalità nei residenti del Centro?

r - Sì, un po’, tipo per la questione parcheggi: bisogna rassegnarsi al fatto che non si può avere il posto, numerato per giunta, sotto casa. Se non c’è per gli avventori, cioè quelli che dovrebbero portare economia.... La città è piccola, non ha spazi, quindi si sarebbe dovuto pensare, per esempio, all’Ariston che sta lì che piange: se ci facessero un parcheggio (entrata da via Mazzini e uscita da via 4 Novembre), potrebbe essere la svolta. Ma bisogna sedersi a tavolino e discuterne.

d - Come commercianti avete -negli anni- più volte incontrato l’amministrazione. E’ servito a qualcosa?

r - Gli incontri sono comunque un fatto positivo. C’è stato un lungo periodo in cui, insieme ad altri esercenti, mi sono interessato in prima persona per il Natale etc., però poi il Comune ha voluto fare tutto da sé e quindi tutto questo è saltato un po’ in aria.

d - Se il sindaco oggi venisse a mangiare qui, cosa gli direbbe?

r - “Vedete un po’ se potete sistemare la città”, perché in realtà a Potenza servono le piccole cose. Per esempio, di recente, è stato fatto un casino con la toponomastica; sono state “rovesciate” alcune strade (Vico Achille Rosica 1 era quello che scendeva di fianco al TAR verso la SEM. Adesso il Vico si trova su Largo Barbelli, e viene verso di qua). E’ stata fatta una gran confusione, quando invece bastava prendere l’elenco telefonico del 1970-80-90 e lì c’erano gli indirizzi, tutte le strade!

d - Quindi il problema è la toponomastica.

r - No, non è questo il problema, tanto le strade comunque sono lì. Ma è tutto il resto. Per esempio, in un Centro in cui non ci sono molte attrattive, quelle poche esistenti bisognerebbe valorizzarle. Prenda il Cinema Fiamma, che è lì da cinquant’anni. E’ una struttura privata, ho capito, ma perché non pulirlo, metterci due reti? Per non parlare di quelle due gallerie del Teatro Stabile, che sono sempre vuote, chiuse, praticamente cancellate. Non costa nulla aprire i cancelli la mattina alle nove e rinchiuderli alle nove la sera. Però, intanto, i cittadini potrebbero utilizzare quelle due gallerie, mettendoci -non so- dei quadri con le porte di Potenza. Così, se arriva lo straniero, o arriva il forestiero, comunque ha modo di vedere qualcosa...in più.

d - A proposito di stranieri, ultimamente se ne vedono, in città.

r - Sì, ci sono, ma è un turismo “di passaggio”. Siamo una “stazione di transito”, il che è comunque positivo. Vanno verso Matera e poi in Puglia, o il contrario. In ogni caso passano di qui. Ho notato per due anni l’arrivo di tanti inglesi, belgi, tedeschi, quest’anno è la volta degli austriaci. Ciò ti fa capire che qualcosa di utile si potrebbe fare. Perché il passaggio c’è. Non si può dire di no. È solo che poi trovano un centro storico tutto sottosopra: c’è un 30% di negozi che sono chiusi, che non si fittano per i prezzi altissimi. Ripeto: quella degli incentivi, è una scelta che deve fare l’amministrazione. Se vuol dare una mano al commercio...

d - Un altro problema del centro storico, che è emerso negli ultimi tempi, è quello della sicurezza. Ha fatto scalpore la recente rissa, con accoltellamento, avvenuta sotto i portici di Piazza Prefettura.

r - Chiedo scusa, ma su questo sono drastico. In un centro storico, come accade in via IV Novembre, non possono essere concentrate tutte quelle strutture di accoglienza per stranieri, che sono ammassati lì, in trenta-quaranta. Sia chiaro: io non ho nulla contro quei ragazzi, e so che non sono tutti uguali, ma in questo modo in Centro i problemi si amplificano (spazzatura lasciata sui marciapiedi etc.). Pertanto, sono del parere che quelle strutture andrebbero dislocate in altre zone, ove i locali vuoti non mancano. Ripeto, non voglio offendere nessuno. Anche l’accattonaggio che si vede su Via Pretoria non è un bello spettacolo. E’ una questione di immagine. Così come ci sono quelle povere donne che vendono i loro prodotti (perché è giusto che si guadagnino la giornata) in condizioni igieniche precarie (tipo sul pozzetto delle acque reflue): ma allora perché il Comune non fornisce loro un banchetto, una soluzione dignitosa? Un progresso è stato sicuramente fatto con i bagni pubblici, ma tutti quei bar automatici a mio avviso sono troppi per un Centro: di notte la gente potrebbe sostare lì e fare chissà cosa. E’ giusto che quei locali ci siano, ma è altrettanto giusto che vengano contingentati e controllati. Ma, ripeto, non vedo controlli.

d - Eppure si fa un gran parlare di “telecamere in Centro”.

r - Ma funzionano? Secondo me, e faccio una mia presunzione, non funzionano. Qui nei pressi abbiamo non una, bensì due telecamere: se avessero funzionato, avrebbero visto tutto quello che succedeva da due-tre anni a questa parte.

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Nel novembre 2024, Il Comitato medico
internazionale di Lourdes, aveva dichiarato
la sua guarigione "completa, durevole e
inspiegabile”. Il vescovo di Lourdes aveva
informato la diocesi lucana. Infine, ad aprile
scorso, la proclamazione ufficiale del 72/o
miracolo. La proclamazione è avvenuta da parte
di mons. Vincenzo Carmine Orofino, vescovo
della diocesi di Tursi-Lagonegro. (ANSA)

 

 

 

di Rossana Artese

 

 

 

Antonietta Raco, 67 anni, di Francavilla in Sinni (PZ) inizia ad avvertire i primi sintomi della sua malattia nel 2004, dopo essere appena guarita da un tumore. A maggio dello stesso anno sente le forze mancare, soprattutto nelle gambe. Da lì inizia il suo calvario, e dopo alcune visite mediche, varie terapie e un ricovero di venti giorni presso l’Ospedale Molinette di Torino, arriva purtroppo la diagnosi: Sclerosi Laterale Primaria (PLS). Nel 2009 però Antonietta decide di recarsi a Lourdes in pellegrinaggio. Ed è lì che la sua vita cambia per sempre.

d - Cos’è successo a Lourdes?

r - E’ stato il mio primo pellegrinaggio a Lourdes. La mia malattia era a uno stadio molto avanzato. Non camminavo più, avevo problemi a respirare e non mangiavo più autonomamente. I volontari dell’Unitalsi mi hanno accompagnata e aiutata in tutto: a vestirmi, a mangiare, ad alzarmi. Il giorno dopo essere arrivata a Lourdes, mi hanno accompagnata alle piscine e lì ho sentito un abbraccio sul collo e una bellissima voce di giovane donna, la quale per tre volte mi ha detto: “Non avere paura”. In quel momento sono scoppiata a piangere e ho iniziato a pregare per le intenzioni per cui ero andata lì. Nel frattempo le volontarie mi avevano già immersa nella vasca ed è stato in quel momento che ho sentito un forte dolere alle gambe, ma piangendo ho continuato a pregare, senza raccontare a nessuno quello che mi era successo. Il 5 agosto sono rientrata in casa sulla sedia a rotelle e mio marito mi ha aiutata a sedermi sul divano. In quel preciso istante ho sentito nuovamente quella bellissima voce che mi diceva: “Diglielo! Chiamalo!”. Io però non capivo cosa dovessi dire a mio marito. Pensavo quasi che la mia malattia stesse peggiorando al punto da sentire anche le voci! (sorride), mentre Lei mi invitava con una voce tenera a chiamarlo. A quel punto mi alzai in piedi, dritta, con le mie forze. Avevo la sensazione che qualcuno mi stesse reggendo. Ho camminato. Ci siamo abbracciati, abbiamo pianto e pregato. Lì ho capito di essere guarita. Nel frattempo i medici di Torino mi dissero di non sospendere nessun farmaco, fino a quando non mi avessero vista anche loro. Dopo venti giorni li ho raggiunti e dopo avermi visitata dissero che per loro era inspiegabile.

d - Quando si è recata a Lourdes, c’era dentro di lei la speranza di un miracolo?

r - Io avevo chiesto la guarigione per una bambina del mio paese. Per me avevo solo chiesto la forza e la pace per affrontare la malattia. Io ho avuto la fortuna di avere quattro figli e di vederli crescere, correre, giocare. Questa coppia di miei amici invece non avevano mai visto loro figlia correre e giocare.

d - Qual è stato il suo primo pensiero quando si è resa conto di essere guarita?

r - Beh non sapevo cosa fare, come dirlo. Soprattutto non riuscivo ad andare a casa della mamma della bimba a dirle che io era guarita e la loro bambina no. Ho chiamato il parroco e gli ho raccontato tutto. Poi abbiamo pregato insieme.

d - La sua fede ha assunto un significato diverso?

r - La mia fede che c’è sempre stata, è cresciuta ancora di più. Ho sperimentato sul mio corpo quello che leggiamo nei Vangeli e quindi i miracoli di Gesù. La vivo come una missione. Se riesco a dare pace e conforto a chi sta affrontando una prova, perché non farlo.

d - Si è mai chiesta: perché proprio a me?

r - E’ una domanda che mi sono chiesta dal primo momento e alla quale non sono mai riuscita a dare una risposta. Sicuramente so di non essere migliore di nessuno. Il Signor ha scelto me, ma potrebbe capitare a chiunque.

d - Sicuramente per lei Lourdes ha un grande significato…

r - Da subito mi sono iscritta all’Unitalsi e sono diventata una volontaria. Quello che loro hanno fatto per me io vorrei farlo agli altri. Ho assisto due mie zie per diverso tempo, mio marito, mio papà… Lourdes è tutti i giorni.

 

 

 

 

di Walter De Stradis

 

 

 

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E’ un volto noto del sindacato lucano, anche perché uno dei pochi coi tratti femminili: la potentina Anna Russelli, segretaria regionale di Slc-Cgil (Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione), nonché componente della segreteria regionale della Cgil, da qualche tempo (e non senza destare curiosità e interesse) è tornata anche a occuparsi, in maniera attiva, del suo primo “amore”: la musica.

d - Forse le faccio una domanda telefonata, però mi interessa capire com’è oggi, ancora oggi, essere sindacalista e donna in Basilicata.

r - Quello del sindacalista è un mestiere, diciamo, tradizionalmente appartenuto agli uomini, no? Tuttavia la CGIL è un’organizzazione che ha una visione molto seria e determinata per favorire la partecipazione delle donne, anche in ruoli dirigenziali molto alti, anche a livello nazionale. Tuttavia rimangono delle difficoltà, in un mondo in cui permane una cultura piena di pregiudizi, di stereotipi, una cultura, lasciatemelo dire, patriarcale. E lì si comincia a faticare.

d - Anche ai tavoli?

r - Faccio un esempio banalissimo. Sono a un tavolo di trattativa, che può essere con un’azienda, un ente, e quasi sempre i miei colleghi -che hanno il mio stesso ruolo, ma sono uomini- vengono chiamati con il loro titolo (e quindi “segretario” etc.); io invece sono sempre “la signora”.

d - «Adesso facciamo parlare la signora».

r - Esatto. Ora, non è una questione meramente formale, ma il linguaggio, purtroppo, o per fortuna, esprime il pensiero. E questo è solo un esempio. C’è un tema che riguarda proprio l’atteggiamento, i pregiudizi, e riguarda un po’ tutta la condizione femminile, non solo quella di sindacalista e donna. La Basilicata resta una delle regioni con più scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, alla politica. Basta guardare i consigli regionali e comunali, sono quasi sempre “monosessuati”, o comunque con una larga prevalenza del genere maschile. Questo è il quadro generale, ma quando una donna svolge ruoli tipicamente maschili, beh, è quel tipo di cose che aiutano i cambiamenti. Tuttavia lo si deve fare con una visione di genere, non basta svolgere il ruolo e stop. Mi spiego: è sicuramente importante avere una Presidente del Consiglio donna, però se non c’è una vera ottica, che favorisce la partecipazione delle altre donne... Guardi, essere femminista non vuol dire che IO devo avere successo o sfondare il tetto di cristallo, ma che devo aiutare anche le altre a fare questo, in particolare quelle che non hanno le possibilità, gli strumenti; e quindi lo si fa con le politiche, con il linguaggio, con la cultura. Questo è il senso della cosa.

d - Come nasce il rapporto con il sindacato? C’è stata una figura, un momento, grazie al quale ha capito che quella sarebbe stata la sua strada?

r - Sì, c’è stato un momento della mia vita, in particolare. Era circa il 2000: all’epoca lavoravo in un call center, come spesso facevano e fanno ancora tante persone laureate, costrette ad accettare impieghi al di sotto delle aspettative. A un certo punto subentrarono delle difficoltà molto serie sul posto di lavoro; eravamo tante operatrici, anche qualche uomo, e capimmo che avevamo bisogno del sindacato, quindi ci iscrivemmo. Facemmo anche una battaglia molto partecipata, salvammo il posto di lavoro e creammo anche una nuova realtà in cui ancora oggi molte delle mie colleghe e dei miei colleghi dell’epoca lavorano. Da lì in poi ho continuato a frequentare il sindacato e a militare. E’ stata una scelta di vita a tutti gli effetti.

d - Adesso veniamo per un attimo alla Russelli-cantante. Da qualche tempo lei sta facendo serate...

r - Sì, con il mio chitarrista, Donato Modrone che è anche il mio compagno di vita.

d - E’ nata prima la cantante o prima la sindacalista?

r - E’ nata prima la cantante. E’ una vecchia storia che avevo accantonato. Quando avevo 18 anni cominciai a studiare canto presso un maestro qui a Potenza e poi andai anche a Roma a fare studi di jazz con Susanna Stivali. Per tanti anni ho cantato, coltivando questa passione tra Potenza e Roma, ho fatto musica dal vivo; tuttavia, quando ho cominciato a lavorare -dopo l’università- ho mollato, un po’ per demotivazione, un po’ perché in quel periodo a Potenza non si suonava più nei locali come un tempo. Adesso, fortunatamente, le cose stanno tornando come prima. L’anno scorso, ho fatto un’audizione -andata a buon fine- per entrare in un coro gospel, il “Voices’ Power”, la cui direttrice è Giusi Telesca. Abbiamo fatto una tournée bellissima tra dicembre e gennaio e poi da lì ho conosciuto Donato Modrone, e ho deciso di provare a mettere insieme questo duo. La cosa, fino a oggi, ci pare sia apprezzata, i concerti sono partecipati, noi ci divertiamo molto e quindi va bene così. Il nostro repertorio è principalmente ispirato alle grandi voci femminili della musica internazionale, quindi inglese, americana, da Patti Smith ad Aretha Franklin, Alicia Keys, Beyoncé, tutte quelle che hanno fatto la storia del blues, del soul. La black music è una cosa che mi ha sempre particolarmente interessato e appassionato.

d - In quanto ha a che fare anche con i diritti?

r - Diciamo che io ho una grande passione per il jazz, ho anche studiato e frequentato l’ambiente jazzistico e mi è rimasta nel cuore questa musica, in particolare proprio la storia dei neri in America. E poi, onestamente, qualunque cantante le dirà che le cantanti black hanno una marcia in più. C’è il ritmo, c’è un colore timbrico nella voce che è molto particolare, quindi chiunque canti aspira a farlo come le donne nere.

d - Il problema è riuscirci.

(Sorride) Beh, sì, devo dire che non credo proprio neanche di avvicinarmi, però, ecco, almeno uno si diverte, ci prova.

d - Abbiamo parlato della difficoltà di essere donna e sindacalista in Basilicata. E di essere presi sul serio. Non crede che qualcuno possa abbinare “un calo di credibilità” a questa sua recente attività canora?

r - Beh, certo, questo può succedere, è accaduto anche ad amici. In Basilicata ci sono persone che rivestono anche ruoli importanti e però continuano a fare i musicisti, perché è una passione che coltivano. Qualcuno di loro mi ha raccontato che questa attività era stata strumentalizzata a loro danno, per la serie, “Pensasse a suonare, quello”. Quindi sono ben consapevole di questa cosa, però ho imparato anche che del giudizio degli altri bisogna importarsene poco. Altrimenti non si vive. E poi posso dirle una cosa? Una persona intelligente non la pensa, una cosa del genere. Gilberto Gil è stato ministro in Brasile, ministro della cultura, per fare un esempio... ma ne potrei fare tanti altri: Brian May, il chitarrista dei Queen, era astrofisico. E se vogliamo, qui in Basilicata, c’è Massimo Brancati che fa il capo ufficio stampa alla Regione ed è un bravissimo cantante e chitarrista, c’è Pepi Romaniello, che è dirigente al Comune. Però lei ha ragione a fare quella domanda. Accade di venire additati, come le dicevo, ed è una cosa sciocca.

d - Tra l’altro, lei è la segretaria regionale della Slc-Cgil, quindi...

r -...dello spettacolo, sì, dei lavoratori dello spettacolo.

d - Dicevamo prima a microfono spento che in realtà gli iscritti sono pochi, perché la Basilicata ha delle carenze da questo punto di vista.

r - Sì, in generale lo spettacolo, forse, è il settore più sfortunato, per chi ci lavora. Nel senso che i lavoratori “puri” (cioè quelli che non lo fanno per hobby, come lo faccio io, o come seconda cosa), faticano molto per sbarcare il lunario. Sono persone che spesso vivono di contratti precari, retribuzioni scarse, si arrangiano, cioè fanno una fatica enorme a vivere. Qui in Basilicata, inoltre, non abbiamo fondazioni lirico-sinfoniche, grandi orchestre che assumono, teatri stabili che vantino personale in pianta permanente. È chiaro che c’è poco: sono perlopiù persone che lavorano nelle piccole scuole di musica, nelle associazioni, ma che danno un grande contributo anche alla vita delle comunità. In generale, io credo che le attività culturali, in uno Stato che ha un’attenzione per la cultura, debbano essere sovvenzionate; non possono essere abbandonate al mercato. Altrimenti prevalgono non chi ha merito, chi è più bravo, bensì le logiche di mercato, e poi il prodotto scade. Ci vorrebbe dunque una visione, sulla cultura, sullo spettacolo, che non si traduca però nella distribuzione delle prebende. Perché se le risorse servono a sovvenzionare i viaggi di chi sta nell’organismo per farsi festival musicali in tutto il mondo, francamente è meglio tenerli da un’altra parte, no? Oppure se servono per fare i piaceri a tutti, idem con patate. Ci vuole un’idea, un piano dello spettacolo, della cultura.

d - Ritorna sempre, in qualche modo, la questione della “meritocrazia”.

r - E’ una parola che personalmente detesto. Dicono che il comunismo sia un’utopia, vabè, ma non credo che la meritocrazia sia da meno. Il merito non è solo ciò che una persona riesce a raggiungere, ma è anche da dove parte, quali sono stati gli strumenti. Se uno nasce a Gaza, ed è un talento, quali occasioni vuole che abbia? Eppure, quanti di quei bambini che sono stati uccisi in questi mesi sarebbero stati medici eccellenti, cantanti eccezionali, musicisti straordinari? Non lo sapremo mai. Oltretutto, il cosiddetto “ascensore sociale” degli ultimi vent’anni è fermo. I figli di famiglie che hanno strumenti si muovono, cioè salgono. I figli di nuclei familiari che non hanno mezzi culturali, economici, dove sono? E’ un problema nazionale. r - Però, in Basilicata, probabilmente, abbiamo negativamente una “marcia in più” in questo senso.

d - Recentemente si è fatto un gran parlare sulle nomine...

r - Lasciamo perdere (sorride). Noi, come CGIL, su questo ci esprimiamo tutti i giorni. Quindi, lascio parlare i comunicati che fa la mia organizzazione!

d - Se invece potesse “cantargliele” alla classe politica lucana, quale canzone userebbe?

r - (sorride) Molto difficile questa domanda. È un bel casino. Più che alla classe politica lucana, la dedicherei alla classe politica mondiale. È una canzone bellissima dei Black Sabbath che si chiama “War Pigs”, cioè “Maiali di Guerra”. A me la cosa che preoccupa di più oggi è la guerra. Perché è vicina. Io la sento, vedo delle cose che mi fanno dubitare che mio figlio continuerà a vivere nel mondo di pace che noi abbiamo conosciuto. E questa cosa mi terrorizza. C’è questa bellissima canzone che descrive in poche parole, semplicissime, che cos’è la guerra. Cioè i potenti che, per interesse personale, fanno la guerra e i poveri che ci vanno a morire. Stiamo parlando di politica globale, certo, ma non è che la politica lucana venga poi dal nulla.

 
 
 
Scuola_Internazionale.jpgAl via, dal 21 luglio al 3 agosto, la Scuola Internazionale di Etnografia Audiovisuale che porterà a San Costantino Albanese etnomusicologi, cineasti, documentaristi e studiosi di grande prestigio, impegnati in un fitto programma di lezioni e seminari rivolti a 12 filmmaker provenienti da ogni parte del mondo, chiamati anche a realizzare prodotti audiovisivi e installazioni multimediali su aspetti che riguardano la vita, la cultura, l’ambiente e il territorio di questa piccola comunità arberesh, ai piedi del Pollino, nella Val Sarmento. 
Tra i docenti, Pat Collins (regista, produttore e sceneggiatore irlandese pluripremiato, autore di oltre 30 film), Magali De Ruyter (antropologa, etnomusicologa, traduttrice e musicista, docente all'Università di Parigi VIII), Steven Feld (antropologo, regista, artista e performer, autore di studi fondamentali su Papua Nuova Guinea e Ghana ma con forti interessi anche per la Basilicata) e Rossella Schillaci (documentarista e antropologa, autrice di importanti lavori sulla Basilicata). Lorenzo Ferrarini (regista, fotografo e fonico, docente presso il Granada Centre for Visual Anthropology dell’Università di Manchester) è il direttore della Summer School, con il coordinamento didattico di Alexandra D’Onofrio (regista e documentarista, docente anche lei dell’Università di Manchester) e il coordinamento generale di Nicola Scaldaferri (etnomusicologo, musicista e docente presso l’Università di Milano).
Molto fitto anche il programma degli eventi aperti al pubblico con proiezioni di alcune opere di grande interesse sui temi della ricerca che, alla presenza degli stessi autori, si terranno alle 21,30, nel cortile della Chiesa Parrocchiale, secondo questo calendario:

21 luglio: Materiali d’archivio su S. Costantino Albanese

22 luglio: Pat Collins, Pilgrim; Silence

24 luglio: Pat Collins, That They May Face the Rising Sun

27 luglio: Rosella Schillaci, Vjesh/Canto

29 luglio Steven Feld, JC Abbey, Ghana’s Puppeteer

3 agosto Gianluca e Massimiliano De Serio, Canone effimero

Nei pomeriggi del 2 e del 3 agosto invece, presso la Casa Parco, si potrà seguire la presentazione dei lavori dei 12 filmmaker.

Grande soddisfazione ha espresso il sindaco della cittadina arberesh, Renato Iannibelli, per l’avvio di un progetto per il quale si è molto speso nella convinzione che “in una coerente valorizzazione delle nostre tradizioni sia contenuta anche una promessa di futuro, una possibilità di sviluppo che dobbiamo perseguire ad ogni costo: e siamo pronti ad accogliere nei migliori dei modi gli esperti e i filmmaker in arrivo che sono sicuro ci lasceranno altra preziosa documentazione sulla vita della nostra comunità”.

Promossa da Squilibri d’intesa con l’Università de­gli Studi di Milano (LEAV- Laboratorio di Etnografia Audiovisuale) e in collaborazione con l’Università degli Studi di Cagliari e il Granada Center for Visual Anthropology dell’Università di Manchester, la Scuola Internazionale di Etnografia Audiovisuale fa parte del più articolato progetto “Il borgo dei suoni”, promosso dal Comune di San Costantino Albanese con il sostegno finanziario della Regione Basilicata e la collaborazione di numerosi partner al fine di promuovere e valorizzare la cultura e le tradizioni della comunità.

Dopo la Scuola internazionale di Etnografia Audiovisuale, dal 9 al 22 agosto, al via la seconda edizione del festival “Suoni di minoranza” sulle musiche delle minoranze linguistiche italiane, con numerosi gruppi provenienti da più parti d’Italia, e due appuntamenti di rilievo con Enzo Gragnaniello (13 agosto) e Enzo Avitabile e I bottari di Portico (22 agosto) 

 

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Il Consiglio regionale ha nominato ieri i garanti e il difensore civico: Rocco Fuina, Marika Padula, Biagio Costanzo, Rossana Mignoli e Tiziana Silletti.

“Persone di qualità – commenta la Consigliera regionale di parità, Ivana Pipponzi – che, sono certa, daranno il loro fattivo contributo nel delicato campo del rispetto dei diritti, pilastro fondamentale della nostra democrazia. Tre donne, in particolare, sono state nominate a tutela dei più deboli, delle persone portatrici di disabilità, dell’infanzia, delle vittime di reato e degli anziani. Ruoli cruciali per il bene della nostra collettività, che per l’esperienza maturata e le capacità sapranno esercitare con la sensibilità e l’attenzione dovute. Il mio auspicio – conclude Pipponzi – è quello di un confronto continuo e di una fruttuosa collaborazione tra i nostri uffici. A tutti buon lavoro”.

 

fonte: https://agr.regione.basilicata.it/post/pipponzi-buon-lavoro-ai-neo-garanti-e-al-difensore-civico/?fbclid=IwY2xjawLbTOhleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBQSW43V2htM25qdEl1V09oAR5OlUg9W_CRE8OE1VzEBMe5AViV6-JboH_EfKOfiOUMf2_iiugkyYsHbPrcEg_aem_U42TJktVXs3aS6K4_s-NYg

 

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di Walter De Stradis

 

 

 

 

Recarsi un un misconosciuto paese del Brasile e ritrovarsi davanti a una tomba col proprio nome, e scoprire che un locale sindaco del passato si chiamava...Pittella.

Persino dal punto di vista aneddotico, la ricerca compiuta sui “lucano-discendenti” da Carmine Cassino si è rivelata sorprendente, ma non quanto gli aspetti umani e antropologici colti dallo storico contemporaneo, originario di Lauria (Pz), ricercatore all’Unibas.

d - Professore, vorrei partire proprio da questa ricerca, dal “gemellaggio” con questo piccolo paese brasiliano, in cui in passato si sono riversati molti laurioti.

r - Questa località si chiama Santos-Dumont, si trova nello stato di Minas Gerais, a metà strada tra Rio de Janeiro e Belo Horizonte. Si chiama così perché lì è nato uno dei padri dell’aviazione internazionale, Alberto Santos-Dumont (a cui Cartier dedicò il primo orologio da polso). Anticamente si chiamava Palmira ed è stato proprio uno dei luoghi della “diaspora” migratoria lauriota. Siamo riusciti a recuperare qualcosa che era andato perso nella memoria, grazie a un “incipit” di carattere personale e familiare. Giocando su Skype in Brasile 17 anni fa, mi sono ritrovato a ricercare i miei omonimi, Cassino, e ne sono usciti tanti in questa località, e da lì ho iniziato una ricerca che mi ha portato a recuperare in primis un segmento familiare di emigrazione (erano i discendenti di due fratelli del mio bisnonno emigrati nel 1922). A Santos-Dumont c’è dunque la tomba di questo mio trisavolo emigrato, quindi mi sono ritrovato davanti a una lapide con il mio stesso nome a più di 10.000 chilometri di distanza! Ma mentre ero nel cimitero, mi sono reso conto che tutt’attorno c’erano tombe che recavano cognomi a me molto familiari, cognomi di Lauria. E da lì è cominciata una ricerca, coadiuvata anche da storici locali, che mi ha portato a ricostruire questa epopea migratoria che è stata molto, molto importante. Solo per dare degli elementi, ben tre sindaci di Palmira/Santos-Dumont, erano di origine Lauriota, tra cui un Pittella!

d - Eh, non poteva mancare!

r - Come dire, buon sangue non mente. Infatti questa cosa diverte molto l’attuale sindaco di Lauria, Gianni Pittella, che mi ha dato una grossa mano anche a istituzionalizzare questo legame con Santos-Dumont. Tant’è vero che lo scorso anno sono andato in viaggio per un mese in Brasile, toccando varie tappe dell’emigrazione della Valle del Noce, in particolare le comunità di italo-discendenti di emigranti Laurioti e Trecchinesi; e poi a Santos-Dumont sono andato ad inaugurare la prima strada al mondo dedicata alla città di Lauria. Ad aprile invece sono venuti loro in paese e abbiamo inaugurato un largo, molto carino, nel centro storico di Lauria inferiore, Largo Santos-Dumont. In Brasile è un paesino, nel senso che fa 60-70 mila abitanti, ma alla fine è una città quasi come Potenza.

d - È comunque una cellula di un fenomeno più grande, che è quello dell’emigrazione dei Lucani. Secondo lei, professore, cosa ha portato il Lauriota nel mondo?

r - Come quasi tutti i Lucani, ha portato manualità, artigianalità. Anche senso per il commercio. Un caso esemplare è anche Jequié, nello stato di Bahia, città fondata dai Trecchinesi, arrivati lì proprio per sviluppare un commercio nelle aree interne, quando, nella seconda metà dell’Ottocento, c’era ancora spazio per poter impiantare attività commerciali. Consideriamo che la Casa Lauriota, che è stata la più importante casa commerciale di Santos Dumont, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, importava anche il formaggio di Moliterno. Tuttavia i Laurioti arrivarono a Palmira innanzitutto perché, nella seconda metà dell’Ottocento, ci passava la linea ferroviaria in costruzione tra Belo Horizonte e Rio de Janeiro. E quindi sono stati attirati dai cantieri e poi lentamente si sono consegnati ad altre attività, tra cui quelle commerciali, tanto che i Laurioti di successo in questa realtà erano prevalentemente o grossi commercianti, oppure -avendo poi studiato- professionisti, avvocati, medici.

d - Dal punto di vista invece “umano”, cosa ha scoperto?

r - Il viaggio che ho compiuto l’anno scorso è stato incredibile da questo punto di vista. Noi non saremo mai in grado né di cogliere, né di comprendere, né di restituire il senso delle radici che loro hanno. Io stesso mi sono sentito importante, non per quello che portavo, cioè la mia conoscenza del fenomeno, ma per quello che rappresentavo: il fatto di essere un figlio della terra da cui erano partiti i loro antenati. C’è un senso delle radici fortissimo. Mi sono spinto fino al confine tra Brasile e Argentina, nel sud, in una località nello stato di Rio Grande do Sul, Alegrete, ove c’è questa comunità di discendenti di emigranti Laurioti, che io disconoscevo e che disconoscevano tutti i miei concittadini. Invece è abbastanza numerosa. I Laurioti si sono spinti fino in quelle terre marginali. E lì c’è una memoria molto forte. Quando sono arrivato lì mi hanno detto una cosa significativa: «Professore, lei è il primo Lauriota che viene qui dopo 150 anni». Non ci era andato mai nessuno, neppure a trovarli. E ho trovato tracce veramente importanti. L’emigrazione l’ho studiata, ma poi viverla in queste dimensioni inevitabilmente ti dà anche una visione differente.

d - Volevo chiederle proprio questo. Sul tema “Lucani nel mondo”, le nostre istituzioni si spendono e spendono anche molto, non senza suscitare polemiche. C’è infatti chi ritiene che il tutto si riduca a mandare qualche burocrate o politico in vacanza in qualche posto esotico, per qualche tempo. Secondo lei, quale utilità può esserci nel conoscere e nell’intessere rapporti coi discendenti dei Lucani emigrati?

r - In questa fase il fenomeno va problematizzato. I rapporti -istituzionali, politici, culturali- con le realtà dei lucano-discendenti, non riguardano le associazioni, anche perché perlopiù animate da persone ormai già avanti negli anni. C’è però tutta una dimensione di terza, quarta generazione, che è molto interessata a questo discorso -al di là dell’ambito associativo- e riconosce nella terra d’origine anche una terra di opportunità. Certamente le attuali direttive del governo Meloni -nel limitare la possibilità di ottenere la cittadinanza solamente ai discendenti italiani massimo di seconda generazione- rischiano di penalizzare e di perdere questa platea (che sicuramente va disciplinata, perché comunque ci sono stati abusi).

d - Perché, cosa sarebbero intenzionati a fare, i lucano-discendenti?

r - Questi rapporti, soprattutto con queste generazioni più giovani, sono molto utili a far sì che la Basilicata rompa il suo isolamento e soprattutto che si inneschi all’interno di un discorso più globale. Queste persone sono mediamente individui con un alto grado di istruzione, con una grande capacità di costruire relazioni.

d - E potrebbero venire in Basilicata?

Potrebbero venire in Basilicata in forma temporanea o permanente, ma potrebbero aiutare anche tanti Lucani ad attivare canali di interesse professionale, culturale, che sono fondamentali per far sì che la Basilicata non viva nel suo solito isolamento. Io ci credo molto, e l’ho visto, e credo che ci sia una dinamica che vada tutelata e valorizzata. Poi, se questo porta qualche politico, consigliere comunale, regionale, a farsi la vacanza, beh, credo che sia inevitabile, beati loro. L’importante è che però questo rapporto e questi processi vengano governati con una visione; anche al di fuori del folklore, perché spesso il problema è che l’immigrazione esaurisce la sua rappresentatività in letture stereotipate o appunto folkloristiche. Questo non deve avvenire. Anche perché l’immigrazione ha una storia, e in quanto storia ha una sua scientificità e va affrontata problematizzandola.

d - Quali differenze ci sono tra l’emigrazione lucana di allora e la “fuga dei cervelli” di oggi?

r - Sono proprio contrario alla retorica della “fuga dei cervelli”, perché sennò cadiamo in una lettura condizionata, viziata, per cui tutti quelli che restano sono i fessi e non hanno valore, e tutti quelli che vanno fuori sono i migliori. Non è così. E’ chiaro, però che maggiore è il know-how, maggiore è la possibilità di emigrare, perché chiaramente le opportunità di impiego di quell’intelligenza qui non ci sono (ed è anche giusto conoscere il mondo). Tuttavia le dinamiche che caratterizzano l’attuale situazione migratoria, soprattutto dei più giovani, rispetto all’emigrazione di 150 anni fa, sostanzialmente sono sempre le stesse: la ricerca e il riconoscimento della dignità. Un ragazzo che studia e si forma vuole che la sua professionalità venga riconosciuta innanzitutto per una questione di dignità personale, che poi si lega anche a una forma di soddisfazione. Tra quelli che vanno via, sia ieri sia oggi, c’è chi ci riesce a farsi riconoscere questa dignità, ma c’è anche chi non ci riesce. Quindi la dinamica è esattamente la stessa. Che cosa ci dice questa cosa? Che dovremmo essere molto più attenti a valutare con dignità le forme di espressione professionale e culturale. A prescindere dai lavori che si svolgono. Anche perché ormai ad emigrare dalla Basilicata non sono mica solo i “cervelli”. Ci sono anche i giovani a bassa formazione che vanno in altre regioni a svolgere mansioni a bassa qualifica.

d - Quale dovrebbe essere la prima regola per riconoscere, qui in Basilicata, questa dignità? La meritocrazia?

r - No, il salario. La prima regola è pagare il lavoro per quello che vale, per quello che esprime. E in una situazione di inflazione galoppante, nonostante in Basilicata il costo della vita sia ancora mediamente accettabile, ci sono anche salari mediamente più bassi. Per cui, riconoscere e pagare il lavoro dignitosamente è la prima forma per trattenere le persone su un territorio. E soprattutto per farle ritornare.

d - Lei ha anche fatto una ricerca sulla devozione alla Madonna di Novi Velia, che accomuna il territorio di Lauria, tutta l’area sud lucana, al Cilento. Cosa chiederebbe alla Madonna di Novi Velia per la Basilicata?

r - Da studioso, da lucano e da agnostico, chiederei una società che sappia conservare la sua capacità di integrare le necessità. Io sono tornato in Basilicata dopo tanti passati anni all’estero e in giro per l’Italia, e sono tornato perché qui avverto ancora il senso di comunità. Però, chiaramente, essendo il nostro un territorio inevitabilmente marginale, è anche più fragile, e quindi questa comunità è insidiata anche dalle dinamiche di carattere consumistico, individualistico che segnano il nostro tempo e mi piacerebbe che invece fosse una terra di resistenza verso queste forme dell’isolamento umano.

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