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di Walter De Stradis

 

 

C’è una Rionero in Vulture che tutti conoscono. E poi ce n’è un’altra, invisibile, scavata nel tufo, fatta di cunicoli, pozzi, vecchie botti e silenzi. Una città sotterranea che, in molti casi, sopravvive dietro il portone di un palazzo del centro storico o addirittura sotto il garage di una casa costruita decenni dopo. Una “Rionero segreta”, insomma, e questa è quasi una storia da romanzo d’appendice, se non fosse che è tutta vera.

A guidare questo viaggio è Gennaro Gruosso, 56 anni, imprenditore edile rionerese. Per passione, recupera ciò che il tempo stava cancellando: le antiche cantine del paese. Non per nostalgia fine a se stessa, ma perché considera quei luoghi un pezzo fondamentale della memoria collettiva.

«Il mio scopo è trasmettere ai più giovani tutta la nostra cultura del paese. Quello che hanno tramandato a me, voglio trasferirlo anche agli altri».

Una missione personale, iniziata quindici anni fa ma coltivata, in realtà, fin dall’infanzia.

Il primo ricordo è quello di un bambino che scende nelle grotte insieme ai nonni e ai genitori per prendere il vino. La luce elettrica non c’era.

«Andavamo con la candela. Avevo timore quando entravo: mi affascinavano, ma mi spaventavano pure. Poi me le sognavo illuminate. Lo raccontavo a mia madre e lei mi diceva: “È un buon segno”. Da grande quella luce l’ho messa davvero».

È una frase che, forse più di ogni altra, spiega il senso del suo lavoro: illuminare luoghi rimasti per decenni nell’ombra.

Le tre cantine visitate –due in via Matteotti e una in via Generale Pennella- raccontano una storia diversa da quella dei musei tradizionali.

Non ci sono vetrine né percorsi sterilizzati. Ci sono damigiane verdi, torchi, bilance, ferri da lavoro, pentole annerite dal fuoco, antichi attrezzi agricoli e utensili domestici recuperati uno a uno. Oggetti che parlano della civiltà contadina, ma anche della quotidianità di un paese costruito intorno alla vite.

Accanto a tutto questo, nella “grotta” in via Pennella, Gruosso ha inciso direttamente nel tufo volti e bassorilievi dedicati a personaggi della storia rionerese, trasformando alcune pareti in una sorta di galleria scolpita nella roccia.

L’impressione è quella di attraversare una memoria ancora viva, non una semplice collezione.

La scoperta più sorprendente arriva in una delle cantine di via Matteotti. Non è un ambiente unico, ma un sistema verticale di ambienti sovrapposti. “Una cattedrale”, come l’ha definita quello che è un po’ il mentore di Gennaro, il professor Sasso. Si entra in una grotta, poi si sale in quella superiore, quindi ancora oltre. Un’architettura nata con una logica precisa: sfruttare la gravità durante la vinificazione.

«Sopra c’erano i palmenti, dove si pigiava l’uva. Poi il vino scendeva nella cantina sottostante, dove c’erano le botti e avveniva l’affinamento. Prima era più comodo arrivare da sopra con gli asini.»

Il vino, insomma, attraversava il paese dall’alto verso il basso come una linfa sotterranea, un sangue spremuto dall’uva.

Nella stessa cantina si apre però anche un pozzo alimentato dalla falda acquifera naturale. Gruosso ne parla con l’entusiasmo di chi lo osserva da anni.

Eppure davanti a queste meraviglie magari ci si passa tutti i giorni, senza accorgersene. Una delle cantine si raggiunge attraversando il portone di un vecchio edificio del centro. C’è scritto ancora “Catena” sul cancello in ferro battuto. Un’altra, quella in via Pennella, si nasconde sotto una moderna abitazione: si entra dal garage e si scende in un mondo scavato secoli prima.

È la conseguenza della conformazione di Rionero, costruita “a livelli”, dove il sottosuolo continua a custodire ciò che in superficie è stato modificato.

«Mi raccontava un anziano di Rionero che portavano i carcerati a scavare queste cantine». È un racconto che appartiene alla memoria popolare e che contribuisce ad alimentare il fascino di questi luoghi.

La passione di Gruosso, come accennato, nasce dalla famiglia. I nonni e i genitori erano tutti contadini e il lessico della campagna era il linguaggio quotidiano della casa:“spudantura”,’”allazzatura” e così via. «A Rionero si dice: “la vigna è tigna”, perché ci devi stare sempre vicino, è complicata, se l’abbandoni un po’ perdi tutto quello che hai fatto». Ancora oggi lui coltiva la vigna e produce qualche centinaio di litri di vino per hobby. Non ha mai voluto trasformare quella passione in un’attività economica. La ragione è legata a un ricordo preciso. Da bambino vide una grandinata distruggere il raccolto.

«Avevo dieci anni. Mio padre piangeva. Tutto il lavoro di un anno era finito. Aveva fatto anche debiti per compare il materiale necessario, pensando di ripagarlo con la vendemmia. Quella scena mi è rimasta dentro.»

Per questo il vino è rimasto una passione. «Se grandina, pazienza. Non perdo il lavoro di un anno.»

Le tre cantine/grotte visitate rappresentano solo una piccola parte di un patrimonio enorme. Gruosso stima che a Rionero esistano migliaia di antiche cantine.

«Ce ne saranno circa tremila. Di queste, almeno duemilaottocento sono abbandonate.»

Numeri difficili da verificare con precisione, ma sufficienti a dare la misura di un patrimonio diffuso e ancora in gran parte inesplorato. Alla domanda su cosa potrebbe fare la politica per sostenere questo lavoro, la risposta è netta.

«Non mi interessa. Mi aiuto da solo. Quello che posso fare, lo faccio senza l’aiuto di nessuno. Sono fiero di quello che ho realizzato.»

Non è una dichiarazione polemica, quanto la fotografia di un metodo: recuperare una cantina dopo l’altra, con pazienza, per pura passione, senza attendere finanziamenti o riconoscimenti.

Chi arriva fin lì, intanto, resta stupito. «Vedono una cosa che non si aspettano possa esistere a Rionero.»

Ed è forse questa la chiave di tutta la storia.