bardi_e_telesca_bilancio.jpgCari Contro-Lettori,

visto che sia avvicina l’appuntamento lucano col Giro d’Italia, useremo un linguaggio “ciclistico”, descrivendo il “percorso” della querelle sul bilancio regionale, per “tappe” (appunto).

Tappa n. 1: il Consiglio Regionale, non senza inciampi (vedi cicaleggi vari), approva il bilancio di previsione 2026-2028 della Regione Basilicata.

Tappa n. 2. Il sindaco di Potenza Vincenzo Telesca denuncia una "totale miopia politica" e la completa assenza di risorse destinate al Capoluogo per i servizi essenziali. Secondo il primo cittadino, la Città sostiene costi strutturali gravosi per garantire uffici, scuole e infrastrutture a un'utenza che è in realtà l'intera comunità regionale, senza però ricevere trasferimenti adeguati. Ce l’avete con me -dice il sindaco sostanzialmente- perché non sono del vostro circoletto politico.

Tappa n. 3: Da Matera arriva a stretto giro di posta il solito contrappunto di quelli che amano lanciare i Sassi: che vi lamentate, potentini maledetti, che di soldi ne avete avuti fin troppi.

Tappa n. 4: Il consigliere regionale di maggioranza, Alessandro Galella, che da qualche tempo in qua sembra fare l’imitazione di De Filippo, ovvero del filosofo, accusa l'amministrazione comunale di "populismo amministrativo", sostenendo che non sono mai pervenute richieste formali o documenti contabili che giustifichino tali ammanchi. Gli fanno eco i gruppi di maggioranza al comune di Potenza, che chiedono a Telesca di presentare un bilancio "leale" e trasparente prima di invocare aiuti, sollevando dubbi su previsioni di spesa ritenute sovradimensionate. Insomma, si ripete pari-pari la pantomima sulla Scala Mobile Prima, che fra rimbalzi di responsabilità Comune-Regione-Destra-Sinistra (e viceversa), alla fin fine ha chiuso e basta.

Tappa n. 5: Il dibattito si allarga oltre i confini del capoluogo coinvolgendo i sindacati (Cgil) e l'ANCI, i quali esprimono forte preoccupazione per la tenuta sociale dell'intera regione. Le organizzazioni sindacali evidenziano come la carenza di personale e i tagli ai trasferimenti colpiscano duramente il welfare e i lavoratori dei servizi esternalizzati. Mancano risorse certe per il Fondo Unico Autonomie Locali (FUAL), per la manutenzione stradale e per fronteggiare le emergenze climatiche che hanno colpito i territori nel 2025 e 2026. Ma, si badi bene, in tutta questa previsione di servizi essenziali che (forse) non ci saranno, e prima di tutte queste “tappe” fantozziane, ahinoi, c’era stata una…

Falsa partenza: Con un post sui social, e relativa foto di gruppo, nel bel mentre della bagarre consiliare per il Bilancio, alcuni consiglieri regionali e assessori di maggioranza avevano annunciato al popolo –gaudium magnum- un risultato sicuro portato a casa: lo stanziamento di fondi per le feste patronali dei due capoluoghi.

Insomma, “all’arrivo” potrebbero non esserci i soldi per scuole, uffici, servizi e collegamenti, ma di sicuro ci saranno per i festoni del Santo (ognuno ci ha il suo) e simili.

Evviva!!!

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
a Potenza, su un pilastro dei portici
di Piazza Prefettura, all’altezza
dell’ingresso del Gran Caffè, è stata
apposta la locandina del nuovo
film del regista potentino Andrea
Manicone, “Stargate Terremoto
‘80”, un documentario incentrato
sul Sisma di quarantasei anni fa.
Sul manifesto campeggia una delle
immagini-simbolo di quella tragedia,
l’orologio del “Palazzo del Governo”
(sito proprio in quella piazza), fermo sulle 19
e 45, orario della prima scossa che cambiò la
storia della regione (con annessi e connessi).
Curiosamente, proprio “in faccia” al poster
cinematografico, in cima al citato edificio
istituzionale, oggi il famoso orologio si è fermato
di nuovo! Già. Mentre scriviamo, le lancette
sono inchiodate (da giorni) alle 17 e 45 circa. Si
saranno scaricate le pile, chissà, ma sta di fatto
che -non ce ne voglia nessuno- tra i passanti di
Via Pretoria (che sono in numero paurosamente
minore rispetto al 1980), non è mancato chi si è
affidato a gesti apotropaici. Non si sa mai. Quel
che è certo, però, è che i Lucani tremano tutti i
giorni. Mentre il Palazzo (quello del Governo
vero, sito dalle parti di viale Verrastro), pare del
tutto immobile.
Due temporalità che non coincidono più, ma
che fanno emergere anche le contraddizioni
più nette: una politica capace di muoversi con
rapidità chirurgica quando si tratta di preservare
se stessa, e sorprendentemente incerta quando
deve affrontare la povertà reale. Nel frattempo,
nelle aree interne, il terreno continua a franare.
Meno personale nei Comuni, meno servizi,
meno prossimità: una sottrazione lineare, quasi
matematica, che produce un effetto cumulativo
devastante. È un altro tipo di sisma, lento ma
costante, che non fa notizia perché non ha una
scossa principale, ma solo una lunga sequenza di
microfratture. Quelle che, alla fine, fanno crollare
tutto.
Nella ormai consueta impasse del consiglio
regionale (incentrata sul Bilancio), il governatore
Bardi si è finalmente palesato e ha sollecitato:
«Abbiamo delle responsabilità nei confronti
dei cittadini». Eureka. Tuttavia la domanda,
inevitabile, è se davvero le lancette siano “rotte”
o se, più semplicemente, segnino l’ora giusta
di un sistema che ha smesso di avanzare. Le
lancette, prima o poi, ripartiranno. Succede
sempre. Ma il punto non è quando. È come. Se
torneranno a segnare un tempo condiviso, oppure
continueranno a misurare due realtà parallele:
quella di chi aspetta e quella di chi decide.
Nel frattempo, a Potenza, c’è un orologio fermo
che guarda un manifesto sul Terremoto, su cui
c’è un orologio fermo.
Così è, se vi pare.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

questa settimana abbiamo appreso che in Italia (e di conseguenza in Basilicata) l’applicazione della legge è celere ed efficace.

Se di mezzo ci sono i potenti.

C’è da aumentare lo stipendio(ne) al dirigente tal dei tali (vedi ultimi casi alla Regione Basilicata)? Pronti, partenza, via! Qualcuno se ne accorge (vedi consigliere Vizziello) e grida allo scandalo, vista la condizione dei Lucani? La risposta istituzionale è altrettanto celere ed efficace: “E’ la Legge, baby!”. Tutto regolare, quindi. E chi lo nega. Ma mai qualcuno che rinuncia agli aumenti. Hai visto mai, seh. Consentiteci, però, di reclamare allora uguale celerità ed efficacia per l’applicazione di quelle leggi che non sono a beneficio dei già benestanti, ma dei più bisognosi e dei cittadini normali. E qui, nel nostro Paese, diventa tutto un altro paio di maniche.

E così accade che per un parcheggio destinato a una persona disabile servano anni di segnalazioni (leggere all’interno). Che per la manutenzione di un’area pubblica si giochi a scaricabarile (leggere all’interno). E così via. In questo numero il nostro giornale racconta storie diverse, ma legate da un filo comune: quello di una Basilicata che fatica. Fatica a garantire servizi essenziali. Fatica a scrollarsi di dosso logiche di appartenenza che troppo spesso prevalgono sul merito (leggere all’interno). E mentre si costruiscono narrazioni rassicuranti, nella realtà quotidiana restano le attese, i disservizi, le disuguaglianze. Lo vediamo nella gestione delle risorse pubbliche, con una manovra regionale miliardaria che promette sviluppo (leggere all’interno) mentre aumenta la pressione fiscale sui cittadini e lascia aperti nodi strutturali, dalla sanità al lavoro. Sapete, è solo una piccola questione di coerenza. Se la legge è un principio invocabile, giustamente, allora deve esserlo sempre.

Perché uno Stato, una Regione, un’istituzione si misurano esattamente lì: nella capacità di essere presenti dove non c’è convenienza, ma necessità. Dove non c’è visibilità, ma dignità.

E non fatemi tirare fuori per l’ennesima volta Orwell e quei cittadini che sono “più uguali” di tutti gli altri…

Walter De StradisDUE PESI E DUE MISURE

 

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Cari Contro-Lettori,

Non sono state poche le volte che il Presidente, preso dai suoi mille impegni, non si è presentato in Consiglio Regionale. Ma la doppia finale dei rossoblù, trasferta in quel di Latina inclusa, non se l’è persa.

Al giornalista che glielo chiedeva, Bardi ha risposto sorridente: «Sì, è vero, ho portato fortuna al Potenza. E un presidente che porta fortuna, gli elettori hanno fatto bene a votarlo!».

Mecojomberi. Che culo che ci abbiamo noi Lucani.

Questi politici sono anche dispensatori di buona sorte, con la sola imposizione delle mani, apotropaicamente parlando. Ma allora, se è così, non si spiega l’affollata corsa dei vari “big” locali (sindaco, vicesindaco, assessori/consiglieri regionali e così via) per toccare la Coppa Italia vinta dai rossoblu, manco fosse una gobba d’oro sulla schiena di un nano portafortuna. Tuttavia, a una più attenta analisi, lo scopo del gesto appare chiaramente ambivalente: da un lato, farsi fotografare col trofeo calcistico può solleticare il subconscio del cittadino, che da quel momento in poi potrebbe abbinare il faccione del politico alla scintillante coppa; dall’altro, si spera che il contatto fisico, lo strofinamento corporeo col simulacro del trionfo, possa essere foriero di successi futuri. Riassumendo, al di là di quel che possa dire o pensare il Generalissimo, sono i politici a sperare che la Coppa Italia porti fortuna. A LORO.

E i Lucani? Possono dirsi “fortunati” ad avere un tasso di disoccupazione inarrestabile, un’emigrazione galoppante, delle strade groviera, i carburanti con i prezzi alle stelle, le liste d’attesa intasate e quant’altro? Pensate, persino i registi di Hollywood (vedi caso Mel Gibson) ci ri-pensano due volte e se ne vanno in Puglia. E tanti saluti.

Ma che vuoi fare, noi abbiamo dei leader politici che sanno il fatto loro, che tengono saldamente in mano lo scettro e il “Segno del comando”, che hanno attributi cromati d’acciaio, che portano pure fortuna. E allora perché non mettere all’ingresso della Regione una statua in bronzo di Bardi (come quella della mamma del Direttore Megagalattico in “Fantozzi”), per inginocchiarci tutti quanti prima di entrare, e rendere grazia per un così sorridente Fato?

Ai posteri l’ardua sentenza

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

negli ultimi giorni, soprattutto nella magica nottata di mercoledì scorso, sui social sono apparse molte foto di tifosi potentini -tra quelli della gloriosa pattuglia dei 25.000 che sono andati a Latina- che mostravano il segno della Vittoria con indice e dito medio, ma al contrario. Chi ha visto il film “L’ora più buia”, con un Gary Oldman da Oscar che interpreta Churchill, sa bene che il gesto epico va fatto con il palmo e non con il dorso della mano. Ma poco importa, visto che -pur sbagliando il verso- al buon Winston (e a tutta la sua nazione) portò lo stesso fortuna contro il Male. E ci auguriamo davvero, con tutto il cuore possibile, che questo trionfo sportivo, inedito per la città capoluogo, che ha mobilitato così tanta gente al seguito di un sogno, possa essere di buon augurio anche per la “nazione” potentina e, con essa, per tutta la Basilicata. Non è retorica d’accatto, o perlomeno consentitecela: se sindaco, presidente della Regione, assessori e consiglieri vari hanno esultato, sul posto o tramite comunicati, post, tweet e quant’altro, lasciatecelo fare anche a noi.
Noi, che settimanalmente, insieme a tutti i colleghi di questa sfortunata regione, raccontiamo di liste d’attesa infinite, di fuga dei cervelli, di prezzi che salgono alle stelle, di risorse non sfruttate, di aree interne abbandonate, di centri storici -proprio come quello del capoluogo- che cadono a pezzi (soprattutto in senso figurato), di collegamenti che fanno pena, di politici che si aumentano stipendi/indennità/ vitalizi, di dirigenti pescati puntualmente fuori regione, di “miracolati” e “miracolate” della Cosa Pubblica, di anziani che raggiungono i loro figli negli esilii forzati… il resto aggiungetelo voi, perché altrimenti rischiamo di essere tremendamente ripetitivi. E forse lo siamo pure.
Una volta tanto, però, la città di Potenza ha vinto. È finita nei titoli delle pagine dei giornali nazionali non per magagne, indagini, disservizi o brutture assortite, ma per un risultato storico, anche se “solo” sportivo. È il momento di fare tesoro di questa, forse inaspettata, risorsa che ora scopriamo avere, insieme all’acqua, al petrolio e alle nostre ricchezze storiche: una squadra di calcio titolata a livello nazionale.
E per favore, non facciamone una speculazione politica, perché -sappiate- non sono mancati coloro che hanno gufato, temendo questo tipo di risvolti.
Intelligenti pauca.
Pertanto, per il momento: grazie, Potenza. Davvero.
Walter De Stradis

 

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Cari Contro-Lettori,

i nostri politici, sì, quelli lucani, quelli dei vitalizi, quelli che leggono sempre “aspetti positivi” nei dati negativi (vedi sanità), quelli che si arrabbiano per le interviste (degli altri), quelli che foraggiano solo i leccaculo di professione e sviliscono il merito in favore dell' “amichettismo” (copyright Fulvio Abate) in ambo i sessi, sì, sempre loro, sono esperti nell'arte della “sostituzione”.

Il treno non passa? C’è il bus. Il bus non passa? C'è il tram (attaccatevi). L’acqua manca? C'è il vino. Ma guai a chiamarlo “sistema”: sulla carta sono ancora un’eccezione. Che dura anni. Una categoria filosofica, più che amministrativa. Dalla diga di San Giuliano scorrono verso il mare decine di metri cubi d’acqua al secondo. Non per scelta, certo -ci sono norme, sicurezza, procedure- ma il risultato resta quello: acqua che se ne va, mentre l’agricoltura si fotte. Si discute di come trattenere ciò che già abbiamo, mentre altrove si pianifica come procurarselo. La Basilicata è il cuore estrattivo del Paese, il famoso “Texas” nostrano. Come a Dallas. E magari un giorno scopriremo il vero volto dei“J.R. Ewing” di casa nostra. Intanto, fare il pieno costa più che altrove. Una specie di tassa sulla geografia. Sei lucano? Fottiti anche tu. Le royalties arrivano, certo, ma non bastano a riequilibrare il conto. L’agricoltura lucana -che non è un dettaglio folkloristico- si ritrova esposta, fragile, spesso ignorata. Si chiedono misure strutturali, arrivano interventi tampone. Si invoca strategia, si risponde con emergenza. Anche qui: una sostituzione. Come se il sistema avesse imparato a convivere con le proprie incoerenze, trasformandole in normalità. Un gigantesco hamburger al formaggio, senza formaggio. Il temporaneo diventa permanente, l’emergenza diventa metodo, il paradosso diventa statistica. Tanto, dice il politico di razza, sempre dietro questa porta dovete venire a elemosinare. Magari dopo aver protestato in piazza. Siamo intrappolati in un meccanismo dove le risorse ci sono, ma le decisioni arrivano sempre un attimo dopo. Si continua a fare i conti con una promessa incompiuta. E allora, forse, noi tutti si meriterebbe più di una sostituzione. Ai piani alti. Per contrappasso dantesco.

Walter De Stradis

 

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Cari Contro-Lettori,

anche se la Basilicata è Terra di Cinema, questa non è la cronaca di una serata di gala a Los Angeles, anche se il titolo che abbiamo scelto è da Oscar: "Una battaglia dopo l'altra" non è per noi solo una pellicola: è la nostra biografia collettiva. Lo confermano i borghi che si svuotano e le serrande che si abbassano in Città. In Basilicata, la lotta quotidiana non è per una statuetta, ma per il diritto di restare.

A Potenza, il cuore antico batte a fatica. Tra parcheggi che mancano e un commercio che soffoca, il centro storico cerca una salvezza che somiglia a un miraggio. La vivibilità è diventata una parola da convegno, mentre la realtà ci consegna impianti sportivi ridotti a "campi di patate". È lo specchio di un capoluogo dove le istituzioni troppo spesso sonnecchiano, lasciando che lo sport sociale - quel collante che dovrebbe tenere uniti i nostri ragazzi- frani sotto il peso dell’abbandono (e dell’elicottero nordiano).

Fuori dalle mura cittadine, la sfida si sposta nelle aree interne. San Fele è il simbolo di questo paradosso lucano: un borgo che attrae migliaia di visitatori ma continua a perdere residenti, con una diaspora che ha portato più sanfelesi a Sydney e New York che tra i vicoli di casa. È la battaglia contro lo spopolamento, combattuta con le armi spuntate di chi aspetta ancora che il petrolio diventi opportunità reale e non solo una posta in bilancio per far quadrare i conti della sanità (e menomale)

Eppure, in questa resistenza stancante ma necessaria, emergono segnali di vita. C’è un’agricoltura "altra" che prova a farsi strada, rispettosa e tenace, e ci sono le donne di Stigliano che rivendicano un ruolo attivo contro l’abitudine di "vivacchiare". La storia di Potenza, quella "Potentia" che non urla, ma sussurra tra le pietre dei suoi vicoli, ci ricorda che le radici sono profonde, ma per non seccare hanno bisogno di cura, non di indifferenza. Vincere un Oscar è un momento di gloria, ma vincere le battaglie del quotidiano richiede una politica che smetta di fare da spettatrice e scelga, finalmente, di salire sul ring insieme ai lucani.

Walter De Stradis

 

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Cari Contro-Lettori,
la scena è questa. E' venerdì.
Un ristorante di Potenza, uno
di quelli molto affollati perché
si paga molto poco e si mangia
veloce, quasi in stile mensa. È
ora di pranzo e all’ingresso c’è
una certa fila, i tavoli sono tutti
occupati e gli esercenti cercano di
smistare i clienti, man mano che
i posti si liberano, con colpo d’occhio e
rapidi calcoli mentali. Gli avventori singoli
vengono sacrificati in ragione delle coppie e
dei gruppi di persone: la lista di attesa dei
tavoli –per forza di cose– viene incontro a
chi non è da solo. Intanto, i solitari, benché
arrivati anche molto tempo prima, devono
attendere. Noi Lucani siamo così: mai che
ci passi per la mente di metterci insieme,
di schiacciare le diffidenze e superare
l’ostacolo. In fondo, cosa sarà mai sedersi
a un tavolo con uno sconosciuto, per un
pasto occasionale. L’attesa si risolverebbe
in un minuto. E invece no. Aspettiamo.
Ognuno per conto proprio. Convinti che la
soluzione debba arrivare da qualcun altro:
dal cameriere, dal titolare, dal Comune,
dalla Regione, dallo Stato. Nel frattempo la
fila cresce e il tempo passa. I tavoli, quelli
che ci sarebbero, restano occupati da chi
ha avuto semplicemente l’accortezza –O LA
FURBIZIA- di sedercisi insieme.
Questo nostro “individualismo della sedia
vuota” è la metafora perfetta di una regione
che continua a vivere di paradossi. Siamo
il “Texas d’Europa”, con il sottosuolo che
ribolle di ricchezza, ma restiamo stabilmente
al terzo posto in Italia per il caro benzina.
Paghiamo il self-service oltre 1,8 euro
mentre le royalty crollano e il settore
agricolo viene stritolato dai
rincari del gasolio. Forse, se imparassimo
a “sederci allo stesso tavolo” – quello
delle trattative (e magari battendoci i pugni
sopra), della visione comune e non delle
rendite di posizione – non saremmo costretti
a subire speculazioni all’ombra dei nostri
stessi pozzi.
Abbiamo le risorse, abbiamo la storia
– quella “storia per strada” che Ettore
Ciccotti usava come strumento di libertà
– ma ci manca la voglia di accorciare le
distanze. Basterebbe un colpo d’occhio, un
rapido calcolo mentale e la consapevolezza
che, sedendoci insieme, il pasto del futuro
arriverebbe molto prima. Per tutti.
Walter De Stradis

 

potenza_apocalypse.jpg

 

 

 

 

 

 

Cari “Contro-Lettori”,
quella appena trascorsa è stata a dir poco
una settimana folle, ma tutta italiana e tutta
lucana.
Riassumiamo.
Un cantante neomelodico –termine
riduttivo– napoletano vince Sanremo, l’Italia
si divide e, con una non indiff erente dose di
bruciore di culo per un Terrone che ha vinto,
c’è chi si arrischia a defi nire il brano di Sal
Da Vinci addirittura camorristico. Stai a
vedere che adesso il problema nostro sono
le canzonette.
Nel frattempo, in tutto questo, piovono
bombe sull’Iran come coriandoli lanciati
a mano tesa dallo sceriff o internazionale
Donald Trump; mentre il ministro della
Difesa italiano, beatamente ignaro e
nemmanco avvisato dai suoi amici alleati,
rimane col cerino in mano sulla spiaggia di
Dubai, in attesa che i soccorsi aerei arrivino
con le fanfare come in “Apocalypse Now”.
E così, per rientrare a casa, prende un
aeroplano delle Forze Armate e, dice lui, lo
paga di tasca sua: tre volte tanto.
Passano solo alcuni giorni, e a Potenza scende
con un altro mezzo volante – un elicottero,
stavolta della Finanza – il ministro Nordio.
Non per impegni istituzionali, attenzione, ma
per partecipare a un incontro a sostegno del
SI (“Sarà p’ semp’ SI” canta Sal Da Vinci)
al referendum sulla giustizia. Sta di fatto che
l’aeromobile del ministro plana sul campo
della FIGC, dove di solito si allenano e
giocano i ragazzi di Potenza, e praticamente
lo fonde, costringendo i gestori a chiuderlo
fi no a data da destinarsi e i ragazzi di cui
sopra ad arrangiarsi. Ah, e il ministro Nordio
se n’è pure andato a mangiare con la gente
“in” di Potenza. Buon appetito.
E allora?
Allora, quanto è bella l’Italia! Quanto è bello
Sanremo! Quanto è bella la Basilicata!
E quanto è bella Potenza! Città in cui il
sindaco taglia tutto il tagliabile, accusando
la Regione di aff amarlo in quanto primo
cittadino. Dimenticando, però, magari, altre
cosette: come il suo stipendio, i soldi spesi
per la comunicazione, i parcheggi quasi
aggratis per consiglieri e gratis per sindaci,
e altre amenità.
Una domanda: la prossima volta che
qualcuno si candida a sindaco di questa
città, per favore dichiari pubblicamente:
“Farò questo e quello SE la Regione mi darà
i soldi”. Rispetto a proclamare, non fare e
cercare colpevoli (veri o presunti), è un
pochino più onesto intellettualmente. No?
Ma che ci vuoi fare. Simm ‘e Putenz, paisà.
Walter De Stradis

 

telesca_e_bardi_chitarra.png

 

 

 

Cari Contro-Lettori,
un antico proverbio mandingo recita: “Se dici
fuoco, la tua bocca non si brucia”.
E mentre l’Italia si sintonizzava sulle
frequenze di Sanremo, sotto la Regione
Basilicata si esibiva il “coro” degli studenti
lucani che alitavano parole roventi contro
questa politica, piccola piccola, che pare
pensare al proprio guiderdone e basta.
Questi qui, nella migliore delle ipotesi,
sembrano aver dimenticato lo spartito della
programmazione per rifugiarsi in un’eterna
gestione delle emergenze. Insomma, citando
il "DitoNellaPiaga" sanremese, si getta sale
a piene mani sulla ferita di un territorio che
perde i pezzi, come un Frankenstein smontato.
Il “Polo automotive” di Melfi suona ormai
da tempo una melodia gitana e malinconica
a causa dell’instabilità normativa sulla
transizione elettrica e delle pesanti ricadute
sull’indotto; mentre lo storico distretto
del mobile imbottito è ormai più che altro
s-bottito.. Sul palco del sociale, il controcanto
è ancora più amaro: il Rapporto Svimez
certifi ca che dalla Basilicata non scappano
solo i giovani, ma anche gli anziani, con oltre
10.000 over 75 costretti a migrare al Centro-
Nord per trovare servizi sanitari adeguati. È il
segnale di un sistema che non regge, dove la
sanità è diventata una questione esistenziale
e le risorse, dalle compensazioni petrolifere
ai fondi per il lavoro, vengono usate come
un “bancomat” per coprire buchi di bilancio
–e la manifesta insipienza politica- invece
di generare sviluppo. Anche la scenografi a
dei trasporti crolla: tra viadotti limitati, scale
mobili che chiudono per fine vita -fra il russare
armonico di Sindaci, Assessori e Presidenti- e
l’imminente blackout ferroviario di quattro
mesi, la mobilità lucana è scivolata ai
margini della hit parade, con ricavi da traffi co
fermi a un desolante 10% che testimonia la
totale sfi ducia degli utenti. Che vuoi fare.
Qui è sempre in alta rotazione la “melina”
istituzionale: il voto sulla partecipazione
democratica e sul referendum contro i
mini-vitalizi è slittato ancora (insomma, la
canzone la sentono, ma non se la comprano),
congelando il diritto dei cittadini a esprimersi
e spingendo i comitati verso le vie legali. Per
farla breve, in questa kermesse lucana, tra
vip raccomandati, rinvii strategici e assenza
di visione, il rischio è che a forza di stecche
e spartiti ingialliti, il pubblico finisca per
abbandonare definitivamente il teatro. Ma,
dati alla mano, già lo sta facendo.
E grazie dei fior.

Walter De Stradis

LA NUOVA EDIZIONE

   

  

 

 

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