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Cari Contro-Lettori,

Che dire. Potenza, capoluogo per decreto e per abitudine, è sempre più il non-luogo simbolo di una immobilità politica mascherata da prudenza. Una città verticale che si scopre improvvisamente orizzontale, per non dire a pecoroni: i collegamenti saltano, i simboli si spengono, la “modernità” mostra il conto senza più accettare cambiali. Le scale mobili, cuore di un orgoglio tutto nostro trasformato in barzelletta, non sono state “rotte” da un guasto improvviso, ma da anni di non-scelte, da una catena cigolante di rinvii che oggi tutti fingono di scoprire come emergenza. Toh! E’ come un quella barzelletta (ancora!) in cui il paziente giunto a fine vita (come l’impianto “Prima”), soffoca, si agita e fa segnali a lungo, prima di spegnersi, mentre qualcuno madestramente gli calpesta il tubo dell’ossigeno. C’è una scena simile in “Pierino medico della Saub”, tanto per capirci.

La politica regionale e quella comunale si guardano da un po’ come due automobilisti bloccati in una strada stretta: nessuno fa retromarcia, nessuno avanza, e intanto il traffico si accumula. Tutto è formalmente corretto, per carità, tutti hanno ragione, ma tutto è sostanzialmente inutile. Il risultato, amici sportivi, non cambia. È il trionfo dell’inefficienza.

Qui nessuno –da sempre- è davvero colpevole, ma tutti sono responsabili. Intanto il cittadino paga, aspetta, si adatta, zig-zaga e bestemmia nel traffico potentino così come pensato, o rigurgitato, dalla politica locale. È diventato esperto in navette sostitutive, proroghe temporanee, soluzioni tampone che durano più dei problemi che dovrebbero risolvere. Siamo pur sempre nella città in cui le baracche del Terremoto sono diventate quartieri, eh.

Forse il punto non è più chiedersi perché la Basilicata non decolla. Forse bisognerebbe domandarsi perché continuiamo a chiamare “resilienza” ciò che somiglia sempre più a “rassegnazione”. Perlomeno, smettiamola di percularci da soli. I giovani, ovvero l’unico “esercito” capace di affrontare il futuro, sono già (quasi) tutti fuori, esuli per necessità, come ben sanno pure le pietre. D’altronde, l’acuto professor D’Andria, ci ricorda che noi potentini in particolare subiamo il fato come il canonico Viggiano raccontava la Potenza dell'Ottocento: «Una città antica, colta, fedele, colpita dagli eventi ma mai ribelle. Una città che subisce e ringrazia».

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
«Lo sai che più si invecchia e più affi orano
ricordi lontanissimi», cantava Franco
Battiato, e oggi quel verso risuona con
una puntualità quasi irritante. Mi torna
in mente quella volta in cui, da giovane
pubblicista, mi ritrovai a intervistare un
vecchio volpone della Democrazia Cristiana,
un uomo che aveva masticato politica tra
la Basilicata e Roma per una vita intera. E
fu cosi che l’onorevole, forse per piaggeria
o nel tentativo maldestro di ingraziarsi
l’intervistatore, sentenziò davanti ai suoi
sodali che io dovevo essere “salvato”, perché
–secondo lui- ero bravo. Era un’aff ermazione
illuminante nella sua tragicità: in quel
mondo, che resiste ancora oggi, la “salvezza”
non passa dal talento (eventuale) o dal diritto
(certifi cato), ma dalla benevola concessione
di una raccomandazione, intesa come unica
via d’uscita.
Oggi, guardando ai fatti che hanno chiuso
il 2025, ci accorgiamo che quel concetto di
“salvezza” non è mai andato in pensione; ma
per di più riguarda sempre e solo i politici, non i
cittadini. I nomi ruotano, le casacche mutano,
e si passa dalla velina stampa al video su Tik
Tok, ma l’obiettivo resta identico: salvare se
stessi. Come altro defi nire, se non un atto di
estrema auto-conservazione, la norma che
istituisce un mini-vitalizio per i consiglieri
regionali proprio sul fi nire
dell’anno? Mentre l’opposizione
grida allo scandalo, accusando
la maggioranza di sottrarre fondi
destinati alle categorie fragili,
assistiamo al paradosso perfetto:
l’ascensore sociale è rotto e,
per non smentirci, a Potenza
muoiono persino le scale mobili.
Il rimpallo di responsabilità tra
Comune e Regione, un pingpong
stancante tra centro-destra e centrosinistra
sui primi collegamenti meccanizzati
della città, lascia i cittadini appiedati,
percossi e attoniti –come dice il Poetaspettatori
paganti di un’ennesima debacle
locale. Persino lo sport, che nel nome del
marchese De Coubertin dovrebbe curare le
ferite della divisione, è diventato occasione
di “spettacolo”: il passaggio della fi amma
Olimpica nel capoluogo si è, a quanto pare,
trasformato in un palcoscenico per alcuni,
lasciando dietro di sé anche qualche –
giustifi cato- mal di pancia.
Insomma, abbiamo chiuso l’anno con lo
stesso stile con cui lo avevamo iniziato,
ovvero con una politica che sembra quasi
compiacersi nel deludere chi dovrebbe
rappresentare. O poco ci manca. Se questo è
il viatico, non resta che augurarci che il 2026
ci porti, se non la "salvezza" volpina, almeno
la dignità di cittadini elettori.
Walter De Stradis

 

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Cari Contro-Lettori,
da “Le Tigri della Malesia” di salgariana
memoria (che di recente hanno ri-spopolato in
Tv) ai “Pigri” nostrani “della Malesia” è un
attimo.
Viviamo in una terra di contrasti, che vuoi
fare. Da un lato abbiamo la “perla di
Labuan”, la nostra Potenza, che il sindaco
Telesca ci racconta via social come una donna
incantevole in festa perenne, tra un video
su TikTok e un’inaugurazione. Ma appena
si spegne lo smartphone, ci si scontra con la
realtà: scale mobili che decidono di “riposare”
come vecchi "prahos" stanchi, e un “trenino
natalizio” che zig-zaga in Via Pretoria,
che certo non può essere l’unica zattera di
salvataggio per un centro storico che vede
ammainare le bandiere di negozi storici dopo
cinquant’anni di onorato servizio.
Sul fronte economico e ambientale, il neopresidente
dell’Ordine dei Chimici e Fisici di
Potenza, il dottor Larocca, ci ricorda che non
siamo in un romanzo d’appendice: le scorie e
l’inquinamento non spariscono con un colpo
di scimitarra: se la politica continua a giocare
allo “scarica-barile” sui siti contaminati come
Tito Scalo, il rischio è che il nostro territorio
resti un’eterna “terra di nessuno”, buona per
estrarre petrolio, ma dimenticata quando si
tratta di bonifiche.
E che dire delle nostre “aree interne”?
Luoghi meravigliosi dove però l’unico brivido
d’avventura è rappresentato dalla sicurezza
stradale, con indici di mortalità che gridano
vendetta in territori sempre più distanti dai
servizi essenziali.
In questa Basilicata che a volte sembra
preferire la “rimozione della memoria” alla
costruzione del futuro -come accade per
i fratelli Busciolano, artisti dimenticati in
patria, ci ricorda il prof. D’Andrea- l’augurio
è di ritrovare il coraggio dei veri esploratori.
Ma non serve essere eroi salgariani per
chiedere risposte su via Angilla Vecchia o per
pretendere che il “monitoraggio” non sia solo
una parola al vento.
Ma, tanto per gradire, mentre la Basilicata
reale combatte con la precarietà, in Consiglio
regionale, in stile “Natale ai Caraibi”, va in
scena un “cinepanettone” politico dove la
maggioranza di centrodestra scarta il pacco
con un emendamento al Collegato finanziario
in tema di previdenza, definendolo “atto di
civiltà” necessario ad allinearsi al resto d’Italia.
Con lo sdegno dell’opposizione, l'atto relativo al sistema

previdenziale dei consiglieri
viene da questa bollato come uno schiaff o ai
cittadini, un “mini-vitalizio”, dimostrando che
la priorità della classe dirigente lucana resta
sempre quella di mettersi in sicurezza prima di
pensare agli ultimi.
E Buon Natale a tutti.
Walter De Stradis

 

 

 

 

 

riportiamoli_sulla_terra.jpgCari Contro-Lettori,

no, dico, poverini. Loro, i consiglieri regionali e comunali di maggioranza. Forse hanno il PC rotto, forse non gli funziona più internet a casa, in ufficio e sul cellulare; magari qualche collaboratore non gli fa più la rassegna stampa; magari –per il troppo lavoro- hanno avuto un comprensibile black-out cognitivo…

Insomma, poverini, siamo sicuri che non è colpa loro se non hanno saputo che alla Caritas (diocesi di Potenza-Muro-Marsico) ci sono andate 4.442 persone in stato di indigenza, e il 90% di loro per aiuti alimentari. Tradotto: gente che non ha da mangiare. Insomma Houston, abbiamo un problema. Si è perso il contatto con la Terra.

Ma ripetiamo, sicuramente l’assessore regionale della Basilicata alle Politiche agricole, alimentari e forestali, Carmine Cicala, non era a conoscenza del dato Caritas, altrimenti –forse- non si sarebbe sperticato in un lungo comunicato per esprimere la sua «più viva soddisfazione per lo storico riconoscimento attribuito alla Cucina Italiana», di recente nominata “Patrimonio dell’Unesco”. Se avesse pensato, cioè, a tutti i lucani poveri che hanno serie difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena, magari avrebbe usato toni meno enfatici nel parlare di «un risultato di portata straordinaria, che valorizza l’identità profonda dell’Italia» (manco fosse un SUO traguardo); e magari, se avesse saputo che tra le cause della povertà di quei lucani che sono ricorsi alla Caritas, ci sono la precarietà lavorativa, reddito insufficiente per l'88% delle famiglie incontrate, non avrebbe sottolineato che per lui è stato «un onore partecipare alla serata organizzata dal Ministero presso l’Auditorium Parco della Musica – Sala Santa Cecilia di Roma». E forse, riflettendo sui suoi tanti, tantissimi concittadini che mangiano cibo in scatola (se pure), chissà se avrebbe ancora scritto che «La Basilicata c’è. E con orgoglio celebra questo storico riconoscimento insieme a tutta l’Italia. Un motivo in più, oggi, per sentirci orgogliosamente italiani».

Ma, come si diceva, Cicala non è l’unico a cui si è sicuramente rotto il PC o la rete internet, se è vero come è vero che hanno esultato alla notizia (il cibo italiano patrimonio del’Unesco), in bell’ordine: Cosimo Latronico, assessore regionale alla Salute («Ringrazio la Premier Giorgia Meloni e il Ministro Francesco Lollobrigida per la determinazione con cui hanno sostenuto questo traguardo storico»);. il consigliere regionale Michele Casino («Oggi celebriamo un successo che ci rende orgogliosi»); il collega Alessandro Galella («una notizia che riempie di orgoglio l’Italia intera») e molti altri ancora. Tutti esponenti dell’attuale coalizione di maggioranza che amministra questa regione; tutti impegnati nel lodare il Governo Meloni e i suoi ministri per il risultato raggiunto; tutti pronti a sottolineare “il contributo” lucano e le eventuali ricadute sul territorio (discorso generico, questo, che sicuramente hanno fatto anche nelle altre regioni). Tutti, insomma, a darsi pacche sulle spalle per la fuffa (o poco più), ma soprattutto bisognosi di un tecnico informatico, che gli ripristini al più presto il contatto con la Rete, ma soprattutto con la realtà dei Lucani che essi rappresentano.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

la politica, si sa, è l’arte di far passare per vero il suo contrario. E viceversa. E se si è riusciti, in questa terra, a far passare un esoso “conguaglio” per “bonus” alle famiglie in difficoltà, figuriamoci…

Ma consoliamoci con le “letture creative” (di dati). La pubblicazione del Rapporto Svimez ha scatenato il solito, prevedibile canovaccio da tribuna politica: l’universo “parallelo” di Via Verrastro contro l’ “apocalisse” biblica dell’opposizione.

Da una parte c’è il Generale (Bardi), che con la consueta flemma anglo-partenopea ci rassicura che la nave galleggia, che c’è “tenuta significativa” e una crescita dello 0,6%.

Dall’altra parte della barricata, Cifarelli e l’opposizione dipingono una terra desolata (“lend desolèt”, come avrebbe detto il comico Dino Paradiso, imitando Gianni Pittella), ove 5.500 giovani sono evaporati in due anni e la “trappola dei talenti” ha fatto scattare le sue ganasce.

In mezzo a questo fuoco incrociato di percentuali, capita di incontrare il solito turista svizzero che scende in Basilicata. guarda i pozzi di petrolio in Val d’Agri, vede gli invasi pieni d’acqua, ammira i Sassi, si gode il clima e la famosa “vita lenta”. Poi ci guarda un po’ di sbieco, masticando il peperone crusco, e domandandosi a bocca piena, un po’ confuso (complice l’Aglianico): «Scusate, ma con tutto questo, perché dite che i vostri giovani scappano?».

Caro Hans (o come diavolo ti chiami), la risposta sta in un vecchio adagio dei nostri nonni, saggi economisti senza master: “I ciocc’ fann leit e i varreil s sfasc’n”. .

E qui arriviamo al cuore sociologico del problema, quello che nessun rapporto Svimez riesce a quantificare. Mentre si discute di transizione energetica e fondi green che i sindacati reclamano a gran voce per evitare il deserto post-petrolio, il popolo lucano dove cerca la salvezza? Non nelle piazze, non nei teatri, non nelle start-up. Ma nell’inaugurazione di un nuovo centro commerciale. Ultimamente ne sono spuntati diversi.

C’è gente che ha preso un giorno di ferie per esserci al taglio del nastro. Un pellegrinaggio laico e disperato. Vedere frotte di cittadini aggirarsi tra le corsie luccicanti, spesso senza nemmeno acquistare, ma solo per esserci, ricorda in modo inquietante alcuni passaggi di quel vecchio film di George Romero prodotto da Dario Argento: i morti viventi tornavano al centro commerciale perché era l’unico ricordo di una vita normale, di un posto dove “stare”.

Siamo una terra che esporta greggio e laureati, ma i lucani che restano camminano nei corridoi del consumo come sonnambuli, svuotati di iniziative e speranze, in attesa che qualcuno, magari proprio quello svizzero di passaggio, ci spieghi come trasformare l’oro nero e l’acqua in futuro, e non solo in un altro conguaglio.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
una volta, al bar, persino da noi, si
sorseggiava il caff è sfogliando il giornale
del mattino (altra era geologica: esistevano
persino quelli del pomeriggio). La colazione,
insomma, era condita di notizie. Oggi, a
Potenza, in un mondo in cui siamo sommersi
dalla “informazione continua” digitale (ma
sono pochi quelli che “leggono” davvero),
la colazione di chi fa il nostro mestiere è
(giustamente) accompagnata da news e
segnalazioni che vengono direttamente
dal cittadino. Accade spesso, come questa
mattina (venerdì): ci off rono il caffè e ci
segnalano che in Piazza Zara a Potenza
l’illuminazione serale è più fioca delle luci
e della palle (ehm, rotte) di un vecchio
albero di natale ripescato dalla cantina. Qui
ci lavorano diverse donne, commesse e
altro, e coi tempi che corrono –ci spieganoanche
solo andare verso la propria auto, in
penombra, può riservare cattive sorprese. Ci
torneremo. Per il momento, il dato statistico,
in questa città, è che il numero delle colazioni
“caffè + notizia” è aumentato, negli ultimi
mesi. I cittadini scrivono, fotografano e
segnalano di tutto (basta consultare alcune
pagine Facebook apposite, tipo “Potenza
denuncia”): incuria, degrado e sporcizia in
alcune zone (il sottopassaggio del “Terzo
Comodo”); problemi su parcheggi (“furbetti”
della sosta in Via Mazzini e in centro storico);
zone scolastiche prive di un semplice
semaforo (zona Alberghiero); strade senza
marciapiede e completamente al buio (il tratto
che congiunge Via Lisbona alle cooperative
di Poggio tre Galli). I cittadini chiedono
dissuasori (attraversamento pedonale in via
Ancona), segnaletica adeguata, sicurezza
minima. E poi ci sono loro: le famigerate
transenne lasciate a marcire per anni. Un
po’ dappertutto, Centro non escluso. Nastri
che si sbriciolano in microplastiche. Una
città che sembra allestita per un’emergenza
permanente che però nessuno si prende la
briga di risolvere. La sicurezza, poi, è il
capitolo più inquietante. Potenza, un tempo
tra le città più tranquille d’Italia, oggi vive
una sequenza di furti e vandalismi che ha
creato un clima di paura e sfi ducia.
Ma, in tutta sincerità, la situazione nelle
“aree interne” non è certo più felice: altri
tipi di problemi (solitudine, abbandono e
“distanza istituzionale”) confermano che
in questa terra il mandato politico è stato
costantemente tradito.
«Io e mia moglie, a malincuore, abbiamo
lasciato la casa, per “emigrare” a Rimini...
per non restare soli (e seguire i figli – ndr).
Questo tutto grazie ai nostri amministratori
regionali. Ciechi alle realtà dei cittadini».
Ce lo scrive, direttamente su whatsapp, un
«non più giovane» lettore.
Ennesimo segnale che la fi ducia dell’elettore
lucano è stata scambiata per fessaggine;
mentre la “regola dell’amico” (per citare
un noto successo pop) è diventata Testo
Sacro. Una storia di “amore”, insomma, in
cui il “cornuto” è sempre solo il cittadino,
buggerato da promesse e spettacolini di
varietà.
A quando un “divorzio all’italiana”, anzi, alla
“lucana”?
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
“Colombo, ti spenneremo”, recita una
vecchia canzone degli anni Settanta,
scritta e pubblicata da quelli di “Lotta
Continua” e ripresa di recente da un
particolare volume sulla "canzone politica"
(ne leggerete all’interno). All’epoca c’era
ben altro clima (nel bene e anche nel male),
e certo oggi certe “strofe” non sarebbero
immaginabili; ma è pur vero, del resto, che
oggi anche solo l’ipotesi di una scena dedita
alla “canzone politica”, nel panorama dei
Fedez e delle Elodie, sembra fantascienza.
A prescindere, tuttavia, dalle valutazioni
critiche, storiche, politiche e musicali che
ognuno può esercitare su brani come quello, è
innegabile che –a distanza di cinquant’annia
essere “spennati” siano stati soltanto i
lucani. E, d’altronde, non è un caso che, a
pagina 9 del nostro giornale, lo storico Lucio
Tufano riferisca che (già nell’Ottocento)
«all’infuori di qualche città, in Basilicata,
come si esprime il Lenormant, non si
trova carne da macello, ma si è condannati
perpetuamente a carne di pollo».
Polli da spannare, appunto.
La Basilicata. Ah, la Basilicata! Un paradiso
geologico stretto tra due mari, ricco di
petrolio, di acqua minerale, e soprattutto, di
inesauribile pazienza. Che alla mitica fonte
della giovinezza gli fa un baff o. La nostra è
una regione che vanta un primato mondiale:
è l’unica ad aver trasformato
l’abbondanza in un’eterna
promessa di povertà.
Abbiamo così tanti tavoli tecnici
che potremmo arredare l’intera
IKEA, con la diff erenza che sui
nostri non viene mai montato
nulla. La politica regionale,
ormai, è un reality show a basso
budget ove il colpo di scena è
l’assenza totale di colpi di scena.
Un sandwich al formaggio, senza formaggio.
E’ un giallo alla Agatha Christie in cui la
vittima, però, non viene pugnalata alle spalle
in biblioteca, ma in pubblica piazza.
Qui stiamo ancora discutendo l’Acqua (che
manca), il Gas, i Bonus, ma il nostro vero,
e più pregiato, prodotto d’esportazione
continua a essere il Cervello Lucano. I nostri
ragazzi sono talmente brillanti da capire che
la Basilicata è il luogo perfetto per chi vuole
fare carriera... altrove.
Aspettiamo tutti Godot? No, Bardot, scusate
la rima assurda, ma qui ci vuole qualcuno,
un giorno, che batta un pugno sul tavolo
(quello vero, non quello tecnico) e ricordi
a tutti che non siamo qui per amministrare
il declino con dignità, con aplomb anglo–
partenopeo, ma per governare una regione
potenzialmente ricca.
Se in Italia si va avanti a passo di gambero, in
Basilicata andiamo a passo di lumaca, ma, in
pieno stile “lucano”, se partecipassimo a una
gara mondiale della sfortuna, arriveremmo
secondi.
Buona lettura.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

«Me fanne schife sempe e cchiù/e’ conferènze ind’a tivù/Tra chi a vò janche e chi a vò nere/fernìsce sempe zero a zero/Songhe ‘na bestia, ‘n ignorante/fra sti capocchie altisonanti/Forse stò fore, ie songo pazzo/ma vuje m’avite rutte o’ cazzo/Sò ‘ngazzate, sò ‘ngazzate, sò ‘ngazzate nire…».

Chi scrive ha incontrato James Senese, per la prima volta di persona, a Satriano di Lucania (Pz), una decina di anni fa, sul palco di un concerto di piazza che avrebbe tenuto di lì a poco, ma era già indelebile nella memoria una sua infuocata esibizione di una ventina di anni prima in un locale dalle parti di Tito.

A Satriano Senese fu spiccio, ma gentile: ci concesse una breve intervista nel bel mezzo delle prove (cosa non da tutti), trasferendoci soprattutto una saggezza, un’attenzione ai fatti di vita e una concretezza micidiali.

Nero e incazzato nero, come nella sua famosa canzone, così era Senese, ma sempre e comunque irrorato da una grande umanità, oltre che da un talento abnorme di cui avevano beneficiato TUTTI i maggiori esponenti del "Napule's Power" (per citare Renato Marengo), Pino Daniele in testa. “James ci ha insegnato cos’è la musica”, ha detto qualcuno di loro al suo funerale, e non a torto.

Senese è poi tornato più volte in Basilicata (bellissima la sua esibizione con i Napoli Centrale al Conservatorio “Gesualdo da Venosa” di Potenza, nel 2018), e lo scrivente lo ha re-intervistato in più occasioni, per radio, al telefono, lui sempre incazzato per le ingiustizie (violenze, guerre, razzismo) del mondo e per la vita che fa la gente del Sud.

Già, la gente del Sud, di cui anche noi lucani facciamo parte, anzi, diventandone a volte l’esempio più significativo: incazzati neri per i disservizi (sanità, trasporti, collegamenti, lavoro, opportunità); per le risorse sprecate (acqua, petrolio e viene da dire persino l’aria); per certa politica strafottente e assente; per i nuovi potenti improvvisati, ma pur sempre potenti; per i giovani che se ne vanno e per i genitori e nonni che, o li raggiungono, o muoiono di inedia e solitudine nelle piazze delle nostre città e paesi.

Anche per questo, il sax e la voce del grande James mancheranno a tutti noi.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

il Frecciarossa torna a fischiare (ma mai quanto le orecchie del cittadino lucano), l’acqua scarseggia (mentre la politica si squaglia).

Già, oggi un treno veloce che collega Potenza a Milano fa notizia, manco fosse atterrato un UFO a Marconia.

Politiche dell’altro mondo.

E mentre i campi del Metapontino si riempiono di crepe, il Consiglio Regionale indice una seduta straordinaria per affrontare l’emergenza. Risultato? Si “scioglie”, come neve al sole, per mancanza di numero legale.

Per non parlare del Bonus Gas, l’opera buffa che tiene banco da mesi. D’altronde, i nostri politici son diventati più bravi di Dario Fo nell’utilizzare il “grammelot”. Vedasi, all’occorrenza, la questione sanità. Le palle, diceva un tizio tristemente noto, è bene raccontarle belle grosse.

Insomma, la Basilicata è un cantiere sempre aperto: qualche ponte si costruisce, qualcuno crolla, ma qualcun altro, come quello tra retorica e realtà, resta perennemente in attesa di collaudo.

Ma questa settimana è bene lasciarci con un’immagine straordinariamente poetica: a Picerno scompare un allevatore molto amato, anche in virtù della sua onestà e della sua laboriosità: una vita di duro lavoro, senza mai chiedere, ma anche piena di amore, di gioia e di rispetto. Le mucche ne hanno accompagnato il feretro nella campagna, in un silenzio dignitoso e bellissimo. I campanacci per marcia funebre. E’ la Basilicata resistente che non scompare, ma che si rigenera nel cuore di chi rimane. Ed è la Basilicata che ci piace e che nessuna classe politica –capace o incapace- potrà mai soffocare.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

“Se loro volano in cielo, io cado

di faccia in terra. E si portassero

pure a me”.

Nel finale di “Pacco, doppio pacco

e contropaccotto” di Nanni Loy, nel

bel mezzo della lunghissima fila di

un concorso napoletano, si inserisce

un gobbo venditore di palloncini,

che lui chiama “volanti”.

Quanto sono belli i volanti”, strilla

agli astanti, stanchi e sudati, salvo

poi raccontare le conseguenze di

un eventuale volo non previsto dei

suoi mezzi di sostentamento.

Ancora una volta la grammatica

cinematografi ca (com’è tradizione

di questo giornale) ci torna utile per

fotografare quella che è una realtà

lucana (evidentemente condivisa

con la Campania, e non solo per la

presenza, alla Regione, del nostro

Generale).

Tante, troppe speranze

sono volate in cielo come

“volanti” (sviluppo,

sanità, trasporti, lavoro),

e troppi Lucani sono

caduti di faccia in terra, e

molti di loro senza potersi

rialzare.

Mentre la Basilicata continua

a perdere pezzi –ospedali in

affanno, strade dissestate, giovani

in partenza –la politica regionale

appare sempre più chiusa nel suo

linguaggio autoreferenziale: report,

piani, “visioni” e comunicati che

rassicurano, ma non convincono.

C’è una distanza sempre più

evidente tra ciò che viene raccontato

e ciò che si vive ogni giorno.

Da un lato, il racconto della

“ripartenza”; dall’altro, la realtà

fatta di rinunce, precarietà e

sfiducia.

Buona lettura.

Walter De Stradis

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