- Redazione
- Sabato, 19 Luglio 2025 07:08
di Walter De Stradis
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E’ un volto noto del sindacato lucano, anche perché uno dei pochi coi tratti femminili: la potentina Anna Russelli, segretaria regionale di Slc-Cgil (Sindacato dei Lavoratori della Comunicazione), nonché componente della segreteria regionale della Cgil, da qualche tempo (e non senza destare curiosità e interesse) è tornata anche a occuparsi, in maniera attiva, del suo primo “amore”: la musica.
d - Forse le faccio una domanda telefonata, però mi interessa capire com’è oggi, ancora oggi, essere sindacalista e donna in Basilicata.
r - Quello del sindacalista è un mestiere, diciamo, tradizionalmente appartenuto agli uomini, no? Tuttavia la CGIL è un’organizzazione che ha una visione molto seria e determinata per favorire la partecipazione delle donne, anche in ruoli dirigenziali molto alti, anche a livello nazionale. Tuttavia rimangono delle difficoltà, in un mondo in cui permane una cultura piena di pregiudizi, di stereotipi, una cultura, lasciatemelo dire, patriarcale. E lì si comincia a faticare.
d - Anche ai tavoli?
r - Faccio un esempio banalissimo. Sono a un tavolo di trattativa, che può essere con un’azienda, un ente, e quasi sempre i miei colleghi -che hanno il mio stesso ruolo, ma sono uomini- vengono chiamati con il loro titolo (e quindi “segretario” etc.); io invece sono sempre “la signora”.
d - «Adesso facciamo parlare la signora».
r - Esatto. Ora, non è una questione meramente formale, ma il linguaggio, purtroppo, o per fortuna, esprime il pensiero. E questo è solo un esempio. C’è un tema che riguarda proprio l’atteggiamento, i pregiudizi, e riguarda un po’ tutta la condizione femminile, non solo quella di sindacalista e donna. La Basilicata resta una delle regioni con più scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, alla politica. Basta guardare i consigli regionali e comunali, sono quasi sempre “monosessuati”, o comunque con una larga prevalenza del genere maschile. Questo è il quadro generale, ma quando una donna svolge ruoli tipicamente maschili, beh, è quel tipo di cose che aiutano i cambiamenti. Tuttavia lo si deve fare con una visione di genere, non basta svolgere il ruolo e stop. Mi spiego: è sicuramente importante avere una Presidente del Consiglio donna, però se non c’è una vera ottica, che favorisce la partecipazione delle altre donne... Guardi, essere femminista non vuol dire che IO devo avere successo o sfondare il tetto di cristallo, ma che devo aiutare anche le altre a fare questo, in particolare quelle che non hanno le possibilità, gli strumenti; e quindi lo si fa con le politiche, con il linguaggio, con la cultura. Questo è il senso della cosa.
d - Come nasce il rapporto con il sindacato? C’è stata una figura, un momento, grazie al quale ha capito che quella sarebbe stata la sua strada?
r - Sì, c’è stato un momento della mia vita, in particolare. Era circa il 2000: all’epoca lavoravo in un call center, come spesso facevano e fanno ancora tante persone laureate, costrette ad accettare impieghi al di sotto delle aspettative. A un certo punto subentrarono delle difficoltà molto serie sul posto di lavoro; eravamo tante operatrici, anche qualche uomo, e capimmo che avevamo bisogno del sindacato, quindi ci iscrivemmo. Facemmo anche una battaglia molto partecipata, salvammo il posto di lavoro e creammo anche una nuova realtà in cui ancora oggi molte delle mie colleghe e dei miei colleghi dell’epoca lavorano. Da lì in poi ho continuato a frequentare il sindacato e a militare. E’ stata una scelta di vita a tutti gli effetti.
d - Adesso veniamo per un attimo alla Russelli-cantante. Da qualche tempo lei sta facendo serate...
r - Sì, con il mio chitarrista, Donato Modrone che è anche il mio compagno di vita.
d - E’ nata prima la cantante o prima la sindacalista?
r - E’ nata prima la cantante. E’ una vecchia storia che avevo accantonato. Quando avevo 18 anni cominciai a studiare canto presso un maestro qui a Potenza e poi andai anche a Roma a fare studi di jazz con Susanna Stivali. Per tanti anni ho cantato, coltivando questa passione tra Potenza e Roma, ho fatto musica dal vivo; tuttavia, quando ho cominciato a lavorare -dopo l’università- ho mollato, un po’ per demotivazione, un po’ perché in quel periodo a Potenza non si suonava più nei locali come un tempo. Adesso, fortunatamente, le cose stanno tornando come prima. L’anno scorso, ho fatto un’audizione -andata a buon fine- per entrare in un coro gospel, il “Voices’ Power”, la cui direttrice è Giusi Telesca. Abbiamo fatto una tournée bellissima tra dicembre e gennaio e poi da lì ho conosciuto Donato Modrone, e ho deciso di provare a mettere insieme questo duo. La cosa, fino a oggi, ci pare sia apprezzata, i concerti sono partecipati, noi ci divertiamo molto e quindi va bene così. Il nostro repertorio è principalmente ispirato alle grandi voci femminili della musica internazionale, quindi inglese, americana, da Patti Smith ad Aretha Franklin, Alicia Keys, Beyoncé, tutte quelle che hanno fatto la storia del blues, del soul. La black music è una cosa che mi ha sempre particolarmente interessato e appassionato.
d - In quanto ha a che fare anche con i diritti?
r - Diciamo che io ho una grande passione per il jazz, ho anche studiato e frequentato l’ambiente jazzistico e mi è rimasta nel cuore questa musica, in particolare proprio la storia dei neri in America. E poi, onestamente, qualunque cantante le dirà che le cantanti black hanno una marcia in più. C’è il ritmo, c’è un colore timbrico nella voce che è molto particolare, quindi chiunque canti aspira a farlo come le donne nere.
d - Il problema è riuscirci.
(Sorride) Beh, sì, devo dire che non credo proprio neanche di avvicinarmi, però, ecco, almeno uno si diverte, ci prova.
d - Abbiamo parlato della difficoltà di essere donna e sindacalista in Basilicata. E di essere presi sul serio. Non crede che qualcuno possa abbinare “un calo di credibilità” a questa sua recente attività canora?
r - Beh, certo, questo può succedere, è accaduto anche ad amici. In Basilicata ci sono persone che rivestono anche ruoli importanti e però continuano a fare i musicisti, perché è una passione che coltivano. Qualcuno di loro mi ha raccontato che questa attività era stata strumentalizzata a loro danno, per la serie, “Pensasse a suonare, quello”. Quindi sono ben consapevole di questa cosa, però ho imparato anche che del giudizio degli altri bisogna importarsene poco. Altrimenti non si vive. E poi posso dirle una cosa? Una persona intelligente non la pensa, una cosa del genere. Gilberto Gil è stato ministro in Brasile, ministro della cultura, per fare un esempio... ma ne potrei fare tanti altri: Brian May, il chitarrista dei Queen, era astrofisico. E se vogliamo, qui in Basilicata, c’è Massimo Brancati che fa il capo ufficio stampa alla Regione ed è un bravissimo cantante e chitarrista, c’è Pepi Romaniello, che è dirigente al Comune. Però lei ha ragione a fare quella domanda. Accade di venire additati, come le dicevo, ed è una cosa sciocca.
d - Tra l’altro, lei è la segretaria regionale della Slc-Cgil, quindi...
r -...dello spettacolo, sì, dei lavoratori dello spettacolo.
d - Dicevamo prima a microfono spento che in realtà gli iscritti sono pochi, perché la Basilicata ha delle carenze da questo punto di vista.
r - Sì, in generale lo spettacolo, forse, è il settore più sfortunato, per chi ci lavora. Nel senso che i lavoratori “puri” (cioè quelli che non lo fanno per hobby, come lo faccio io, o come seconda cosa), faticano molto per sbarcare il lunario. Sono persone che spesso vivono di contratti precari, retribuzioni scarse, si arrangiano, cioè fanno una fatica enorme a vivere. Qui in Basilicata, inoltre, non abbiamo fondazioni lirico-sinfoniche, grandi orchestre che assumono, teatri stabili che vantino personale in pianta permanente. È chiaro che c’è poco: sono perlopiù persone che lavorano nelle piccole scuole di musica, nelle associazioni, ma che danno un grande contributo anche alla vita delle comunità. In generale, io credo che le attività culturali, in uno Stato che ha un’attenzione per la cultura, debbano essere sovvenzionate; non possono essere abbandonate al mercato. Altrimenti prevalgono non chi ha merito, chi è più bravo, bensì le logiche di mercato, e poi il prodotto scade. Ci vorrebbe dunque una visione, sulla cultura, sullo spettacolo, che non si traduca però nella distribuzione delle prebende. Perché se le risorse servono a sovvenzionare i viaggi di chi sta nell’organismo per farsi festival musicali in tutto il mondo, francamente è meglio tenerli da un’altra parte, no? Oppure se servono per fare i piaceri a tutti, idem con patate. Ci vuole un’idea, un piano dello spettacolo, della cultura.
d - Ritorna sempre, in qualche modo, la questione della “meritocrazia”.
r - E’ una parola che personalmente detesto. Dicono che il comunismo sia un’utopia, vabè, ma non credo che la meritocrazia sia da meno. Il merito non è solo ciò che una persona riesce a raggiungere, ma è anche da dove parte, quali sono stati gli strumenti. Se uno nasce a Gaza, ed è un talento, quali occasioni vuole che abbia? Eppure, quanti di quei bambini che sono stati uccisi in questi mesi sarebbero stati medici eccellenti, cantanti eccezionali, musicisti straordinari? Non lo sapremo mai. Oltretutto, il cosiddetto “ascensore sociale” degli ultimi vent’anni è fermo. I figli di famiglie che hanno strumenti si muovono, cioè salgono. I figli di nuclei familiari che non hanno mezzi culturali, economici, dove sono? E’ un problema nazionale. r - Però, in Basilicata, probabilmente, abbiamo negativamente una “marcia in più” in questo senso.
d - Recentemente si è fatto un gran parlare sulle nomine...
r - Lasciamo perdere (sorride). Noi, come CGIL, su questo ci esprimiamo tutti i giorni. Quindi, lascio parlare i comunicati che fa la mia organizzazione!
d - Se invece potesse “cantargliele” alla classe politica lucana, quale canzone userebbe?
r - (sorride) Molto difficile questa domanda. È un bel casino. Più che alla classe politica lucana, la dedicherei alla classe politica mondiale. È una canzone bellissima dei Black Sabbath che si chiama “War Pigs”, cioè “Maiali di Guerra”. A me la cosa che preoccupa di più oggi è la guerra. Perché è vicina. Io la sento, vedo delle cose che mi fanno dubitare che mio figlio continuerà a vivere nel mondo di pace che noi abbiamo conosciuto. E questa cosa mi terrorizza. C’è questa bellissima canzone che descrive in poche parole, semplicissime, che cos’è la guerra. Cioè i potenti che, per interesse personale, fanno la guerra e i poveri che ci vanno a morire. Stiamo parlando di politica globale, certo, ma non è che la politica lucana venga poi dal nulla.








