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Cari Contro-Lettori,

“Brancaleone (…) ritto in sella, fissò Abacuc e gli altri a uno a uno, poi disse:

«Sapete ch’io sia?».

Pecoro azzardò:

«None».

«Avrete sentuto, suppongo, lo nome di Groppone da Figulle».

Rispose Mangoldo per tutti, anche se non tutti avrebbero risposto come Mangoldo:

«Mai coverto».

Brancaleone non raccolse.

«Groppone da Figulle fu lo più grande capitan di Tuscia. E io son colui che con un colpo solo lo divise in due. Lo mio nome, stare attenti! Lo mio nome est: Brancaleone!».

Il cavallo, con grande sorpresa di tutti, si impennò e nitrì quasi con fierezza. Il cavaliere lo resse e completò:

«Da Norcia».

«Gagliardo», disse Abacuc, guardando gli altri, per compiacerlo.”

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Lo scambio di battute, fedele al film di Monicelli, è tratto da “Brancaleone – il Romanzo”, scritto dagli sceneggiatori Age & Scarpelli e dal citato regista.

Il passo citato è quello propedeutico alla nascita e formazione della famosa (e famigerata) “Armata”; il linguaggio di cui si servono i personaggi è una sorta di “medievalese” inventato, ma il quadretto qui raffigurato sembra a tratti l’incipit di un qualche comizio nostrano di contrada o di paese (ma anche di città, senza meno), in cui il “pezzo grosso” (o meglio colui, come in questo caso, che si ritiene tale), si presenta alla “plebe” (che egli si augura diventi presto la sua “ciurma”), millantando attributi e successi passati o futuri. E visto lo stato “medievaleggiante” (non-inventato) in cui per molti versi la nostra regione versa, la citazione ci è sembrata azzeccata. Senza contare ciò che evoca in tutti noi Lucani l’immagine dell’Armata Brancaleone…

L’antieroe tragicomico interpretato da Gassman era, o ambiva a essere, un “Cavaliere”, ed è curioso che il nostro opinionista Mario Petrone, nel suo intervento a pagina tre, in qualche modo “evochi” proprio il “Cav”, sostenendo – e come dargli torto- che tutte queste sagre e feste estive ci fanno sentire la sera ricchi come il Berlusca, salvo “risvegliarci” la mattina dopo in una Basilicata, mal-ridotta, mal-collegata e male in arnese.

Branca, branca, branca! Leon, leon, leon!

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

una volta, sui muri del palazzone dell’Ina di Piazza Prefettura a Potenza, sul lato con le scalette che portano più giù verso gli ascensori di Via del Popolo, campeggiava una scritta spray -“per la spiaggia”- con tanto di freccia verso la fantasiosa destinazione. Il buontempone autore della segnaletica farlocca faceva –ovviamente- riferimento non tanto all’assenza di possibilità di balneazione nella nostra città, ma probabilmente anche alla penuria di “attrattive” e di opportunità.
Qualche decennio dopo (estate 2024), ci ha pensato il Neo-Sindaco, appena eletto, a posizionare le sdraio in Piazza Prefettura, in quella che nelle sue intenzioni voleva essere probabilmente una geniale provocazione mista a un più pragmatico invito a godere della città per quella che è (e confesso di essermi chiesto se magari non fosse stato proprio lui, da ragazzino, a vergare la famosa scritta spray!).
In ogni caso, si sa, la minestra riscaldata, sotto il sole cocente, è un piatto piuttosto indigesto.
E così, nei giorni scorsi, è circolata sui social una vecchia cartolina della stessa piazza, in cui sono ben visibili gli ombrelloni, quelli veri, non quelli ideologici del sindaco, ovvero quelli di una città che negli anni 60 forse si crogiolava sotto i raggi del boom economico, inconsapevole del lento declino che avrebbe caratterizzato il percorso di vita del centro storico negli anni successivi.
E’ questa una città vittima delle sue contraddizioni, che rimangono beatamente tali, indisturbate.
Ne sa qualcosa chi, negli ultimi tempi, la sera torna stanco morto dal lavoro e cerca un parcheggio in Via Mazzini. Dalla sua, ha in tasca il permesso di sosta annuale pagato al Comune in quanto residente, ma di posti liberi neanche l’ombra. Essì, che da un certo orario in poi, che tu abbia il permesso citato oppure no, il parcheggio è gratuito (e vai col tango) per tutti, e per di più, con gli eventi estivi in atto alla Villa del Prefetto e non solo (legittimi e necessari, per carità, ma guai se il potentino non ci arriva sotto-sotto con l’auto), ecco che il residente è costretto a bestemmiare su e giù, alla stregua di un cavaliere medievale blasfemo, alla fatidica cerca non del santo Graal, bensì di uno straccio di anfratto in cui infilare la propria auto. Mal gliene incoglie: può volerci anche un'ora.
E così, anche il diritto di tornarsene a casa, a un orario decente, dopo una giornata di lavoro, va a farsi benedire. E allora? E allora, troppa fatica, evidentemente, bilanciare i diritti del residente (che paga regolarmente al Comune siffatto permesso) con quelli dell’automobilista avventizio (che magari, chissà, potrebbe pagare la sosta anche di sera). Ma poi, bisognerebbe toccare l’argomento controlli e controllori in servizio in orari inoltrati. No, davvero troppa fatica. Meglio sedersi sulla "sdraio" in Piazza Prefettura. "E il cittadino", dite? Beh, quello un posto a sedere col culo per terra tanto lo trova sempre.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
qualche anno fa mi trovavo a Matera, a una “fiera di libri” allestita in una via centrale. La gente, ibrida di residenti e turisti, passeggiava con la palpebra a mezz’asta a causa del caldo massacrante, mentre i volumi se ne stavano ad arrostire al sole, ignorati dai più. “Troppe cose si fanno da queste parti” era il rimbrotto/refrain di chi percepiva il disinteresse dei passanti (cosa che, devo dire, ho registrato spessissimo: ricordo, in un altro luogo e in un’altra occasione, il banchetto dei funghi boschivi attorniato di acquirenti, mentre quello coi libri, posto di fianco, versava in una splendida solitudine). Sta di fatto che a un certo punto, una collega della vicina Puglia mi chiese: ma perché qui in Basilicata scrivete tutti questi saggi e romanzi sui briganti? Evidentemente era una dei pochi ad aver almeno sbirciato le esposizioni. Al momento, confesso, non seppi che dire e me ne uscii con qualche banalità, ma negli anni, ci ho spesso ripensato. Sarebbe sufficiente, come è capitato a me, visitare gli uffici di molti sindaci lucani, di entrambe le province, per scorgere nei loro scaffali e mobiletti –colmi di testi patrocinati/finanziati dal quel comune, dalla Provincia o dalla Regione- gli onnipresenti saggi, ma più che altro romanzi, “briganteschi”, scritti dal locale professore di latino in pensione, o da qualche giovane di belle speranze (che il più delle volte rimangono tali). In effetti, mi sono detto, a parte i lavori veramente seri e la dimensione “mitica” che per altri versi ha preso la cosa -ovvero quasi un “briganti-verse” immaginario e approssimativo in cui viene facile ambientarci delle storie-, si agita forse in molti di noi un senso di impotenza, che ci spinge a rifugiarci in quel pantheon tutto nostro di ribellione. La “resilienza” e la “resistenza” dei lucani moderni sono infatti messe a dura prova, giorno per giorno, e acuite da un senso di impotenza che si fa sempre più diffuso. Forse, allora, è il momento di aggiornare le nostre letture (ammesso che qualcuno legga ancora). Attimo per attimo ci scorrono sotto il naso notizie che parlano di disservizi, povertà, emigrazione, crisi idriche ed economiche, sfruttamento delle nostre risorse natuali, meritocrazia calpestata e corsie preferenziali. Cerchiamo allora di andare oltre i titoli e di approfondire. La Basilicata ha bisogno di essere “letta” meglio. Da tutti.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

la Basilicata delle magnifiche narrazioni sta lentamente affondando sotto il peso di una povertà che non è più emergenza, ma condizione strutturale. I dati più recenti, quelli diffusi dalla Caritas di Matera-Irsina (si contano quasi 900 famiglie e oltre 3.500 persone costrette a chiedere aiuto), raccontano una verità che nessun governo, né regionale né nazionale, può più permettersi di ignorare: oggi, nella nostra regione, si è poveri anche lavorando. Il lavoro, senza qualità e senza dignità, non salva più.

In questo contesto, l’annuncio della Giunta regionale di un contributo di 300mila euro ad alcune diocesi lucane appare come un gesto tanto simbolico quanto insufficiente. Come ha affermato il segretario regionale della CGIL, siamo di fronte a una “bomba sociale”: bassi salari, precarietà diffusa, welfare evanescente. In Basilicata il salario medio annuo è di 27.232 euro, contro i 31.856 euro della media nazionale: un gap del 14,5%. Un record, ma come al solito, al contrario. Siamo la regione dei salari più bassi d’Italia.

Il presidente dell’ADOC Basilicata ha ricordato che le persone non vivono di statistiche né di promesse, ma devono affrontare ogni giorno il carrello della spesa che diventa un lusso. Con un’inflazione che continua a colpire i beni essenziali, dai generi alimentari ai detergenti.

Nel frattempo, 2.893 nuclei familiari lucani hanno ricevuto l’Assegno di Inclusione (ADI), di cui 1.796 nella provincia di Potenza e 1.097 in quella di Matera. Ma a giugno 2025 hanno ricevuto dall’INPS il trillo del messaggino della verità: “BEEP! Hai percepito le 18 mensilità. Per riprendere, riparti da capo”. Quasi come in un viedogame arcade degli anni 80. quelli a gettone, cioè.

E il Piano Strategico Regionale?

Nessuno lo ha più visto. Mentre i giovani emigrano, le famiglie faticano a tirare avanti, e la politica si rifugia negli slogan e si mette in prima fila alle processioni e celebrazioni delle varie Madonne locali.

E magari gli torna utile pure. Perché qui serve un miracolo politico, una visione, non certo mistica, che rimetta il lavoro, i diritti sociali e la dignità delle persone al centro dell’agenda. Meno viaggi a Roma e più presenza reale sul territorio. Meno assistenzialismo e più politiche attive. Perché non c’è dignità in una società che accetta che lavorare non basti per vivere.

E scusate se è poco.

Walter De Stradis

 

 

 

 

combustionespontanea.jpgCari Contro-Lettori,

Mel Gibson mangia le mozzarelle di bufala in un bar latteria di Caserta, a pochi chilometri da noi lucani, che mentre guardiamo quel video su Tik Tok, in cuor nostro reclamiamo il suo ritorno, la sua presenza a Matera, per girare il nuovo film sulla Resurrezione di Cristo.

Ormai va così, forse, le star del Cinema ci lanciano pezzi di cioccolata dalle torrette dei loro cingolati di Hollywood, zollette dolci di uno sviluppo che ci pare arrivare –a pezzettini- dalla “fabbrica dei sogni”, e non dalla politica. Candidiamolo alle prossime regionali, Mel Gibson.    

Nella “realtà”, la Basilicata soffre, e non da oggi, di un doppio male: da un lato la fragilità strutturale di una terra ai margini (infrastrutture vecchie, servizi ridotti, spopolamento galoppante), dall’altro una classe politica troppo spesso –da sempre- chiusa nella ritualità delle nomine, delle passerelle, dei “tavoli di confronto” che non approdano mai a nulla. La minoranza di oggi attacca quella che era la minoranza di ieri: a parti invertite, il gioco rimane lo stesso.

Non è solo un problema di efficienza. È una questione culturale e politica. In questa regione si continua a vivere alla giornata, a reagire più che a progettare. Ci si brucia di combustione spontanea. Si cerca di “non perdere il treno”, ma il treno, quello vero, spesso non parte proprio. Lo sanno bene i comitati dei pendolari, ignorati sistematicamente da chi dovrebbe ascoltarli. E lo sanno anche i giovani agricoltori, i piccoli imprenditori del turismo, i sindaci delle aree interne che chiedono solo di non essere dimenticati.

E poi ci sono i numeri. Una frana silenziosa. Le case vuote nei paesi, le scuole con una sola sezione, i treni che partono solo per andarsene, mai per tornare.

Una Passione quotidiana, senza Resurrezione alcuna.

Servirebbe fermarsi davvero, sedersi accanto ai pendolari stanchi, ascoltare i contadini che guardano il cielo senza più chiedere nulla, imparare da chi resta, senza clamore.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

c’è qualcosa di tragicomico, da commedia all’italiana (a rischio di essere ripetitivi), nel modo in cui la Basilicata “affronta” – da decenni – i propri guai. L’acqua scarseggia? Abbondano i tavoli. Lavori pubblici eterni, agricoltori furibondi e politici che rispolverano il latino –come suggerisce il nostro opinionista Mario petrone- per promettere miracoli nel tempo futuro. “Spero, Promitto, Iuro”: come dire, l’“infinito” delle promesse.

Intanto, nelle campagne, coltivare è diventato un atto di fede. Ma non c’è solo la siccità idrica: è l’intero sistema ad avere sete di buon senso. Il sistema sicurezza, per esempio: le forze dell’ordine fanno miracoli quotidiani con personale ridotto all’osso. E mentre la regione arranca in mezzo a deserti – fisici e istituzionali – c’è chi continua a vendere oasi. I giovani fuggono, i borghi si svuotano, e intanto siamo il lunapark del Mezzogiorno, dice qualcuno, con montagne russe che vanno solo in discesa.

Nel frattempo, i borghi si svuotano come le sale consiliari dopo i buffet.

La prima dignità da restituire? No, non la “meritocrazia” (che ormai è un “meme”), ma il salario. E forse ha ragione il professor Carmine Cassino: se vuoi trattenere i tuoi figli, devi almeno pagarli. Dignitosamente.

Ma in Basilicata, si sa, la pazienza è l’unico bene davvero distribuito a pioggia. Che in ogni caso non è infinita. Infatti, in questa tragicommedia lucana, la vera notizia è che la gente – pur incazzata – continua a portare pazienza. Ma per quanto ancora?

Perché il rischio più grande, alla fine, non è la siccità. È che anche la speranza, un giorno, vada in esilio.

Walter De Stradis

La foto (archivio Alliegro) è tratta del volume                                

"Io già mi parto, o Madre cara",                      

a cura del Prof. Carmine Cassino - Comune di Lauria

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Cari Contro-Lettori,

“Col fischio o senza?” domandava il Pierino di Alvaro Vitali quando –inevitabilmente- veniva rispedito al banco dalla maestra, a seguito dell’ennesima, irriverente, “interrogazione”. E anche la Basilicata non scherza, in quanto a “esami” non andati a buon fine.

In un momento in cui la regione si confronta con problemi strutturali che si aggravano di stagione in stagione, la lettura dell’attualità non può limitarsi alla cronaca. Le difficoltà nella gestione delle risorse idriche, il progressivo svuotamento dei centri storici, il fragile equilibrio tra cultura e sviluppo sono segnali di una più ampia crisi di visione. I cittadini assistono spesso e volentieri a un rimpallo di responsabilità –con o senza fischio- che rischia di trasformare un problema gestionale in una crisi sociale.

La carenza d’acqua nelle campagne e i timori degli agricoltori per le produzioni a rischio sono il sintomo visibile di una politica idrica che necessita non solo di manutenzione, ma di una vera riforma strategica.

Parallelamente, il centro storico di Potenza perde ogni anno un numero impressionante di attività commerciali. I dati parlano chiaro: in dodici anni, 115 serrande abbassate. La desertificazione commerciale non è solo un problema economico, ma anche culturale e simbolico (lo dicevamo già a proposito della, imminente, chiusura della libreria più antica della città).

È tempo che la politica, l’amministrazione e la società civile affrontino con coraggio la sfida più grande: trasformare le emergenze in opportunità di cambiamento. Perché la Basilicata non ha bisogno solo di risorse, ma di una strategia. Non servono soluzioni tampone, servono scelte responsabili e visioni a lungo termine.

Il futuro della nostra regione dipenderà dalla nostra capacità collettiva di fare sintesi, mettere a sistema competenze, energie e progetti. Perché lo sviluppo – quello vero – non è frutto di slogan, ma di azione concreta e condivisa. Dopotutto, ahnoi, come spiega il professor Biscione nell’intervista “a pranzo” , non è un caso se in molti dialetti lucani il tempo futuro non esiste. A cominciare da quello di Cancellara, paese della salsiccia, salume gustoso che i potenti dispensatori di favori –a quanto pare- ben conoscono e apprezzano…

Buona lettura.

Walter De Stradis

 

(immagine elaborata dalla locandina del film "Pierino contro tutti")

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(immagine di King Buffino)

 

 

Cari Contro-Lettori,

qui dalle nostre parti l’aria è leggera, e quindi le parole volano; da una parte c’è la politica, che sfilaccia promesse come fossero bucce di salsiccia di Cancellara. Dall’altra, ci sono le persone: lavoratori precari, imprenditori tenaci, anziani soli che passano le giornate sulle panchine, madri esasperate, giovani che vedono nella valigia l’unica soluzione.

La povertà in Basilicata non è solo cronica, è ereditaria. I dati Caritas sono scuri come la notte: salari sotto la media nazionale, welfare evaporato, lavoratori "fantasma" (da vivi). E intanto si parla di tavoli permanenti, come se bastassero i mobili per arredare il futuro. Ma guarda caso, tutto si concentra nella fascia "fertile", quella patinata da convegno, lasciando nel languore –per dirne una- le aree montane e quelle interne, che in teoria –e anche in pratica– avrebbero bisogno di un vivido sostegno.

E la cultura? Una libreria quasi centenaria chiude a Potenza. Nessuno ha detto una parola. Sembra un amaro sequel di "Non ci resta che piangere", ma senza Troisi e Benigni. Tre edicole con la serranda abbassata nel centro storico, ma d’estate, eh, se ci sono i cartelloni! Tutti rigorosamente a effetto pirotecnico e memoria evaporabile. Così nei paesi: si va avanti a tarantelle e poi a settembre (non) se ne riparla.

Nel frattempo, il turismo lo reggono in piedi visionari, come chi -leggete a pagina 7- crede (e fa bene) nell’avioturismo, in una regione dove già prendere un autobus può essere esperienza spirituale.

Così come l’acqua rischia di tornare a essere un miraggio nel deserto. Un diritto che diventa privilegio? Capirai, non è certo il primo. E non sarà neanche l’ultimo.

In tutto questo, in Basilicata, è sempre più di moda il turismo elettorale. I sindacati urlano, gli imprenditori faticano, le famiglie disperano, ma in fondo, la Lucania è un po’ come quella libreria che chiude: tutti la amano, pochi la “frequentano”. Finché un giorno spegne la luce.

Facciamo le corna.

Walter De Stradis

 

 

 

 

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Cari Contro-Lettori,

è un mattino molto assolato a Fardella, piccolo comune lucano alle falde del Pollino. Provincia di Potenza. La gola è arsa e la bibita fresca presa al bancone del piccolo bar ha un che di miracoloso. Ma la notizia che in paese non ci sono più edicole è dura da mandare giù nel gargarozzo. La barista, a cui offriamo una copia del nostro giornale, lo sfoglia rapidamente con un misto di curiosità e nostalgia. Lo leggo dopo, dice, affaccendata. Un baffuto, anziano signore è seduto al tavolino con un cagnolone al guinzaglio che sonnecchia ai suoi piedi. Nel corso, un commesso (ma magari è il proprietario) del negozio di alimentari porta la spesa al domicilio di qualcuno, e scarpina veloce sotto il sole battente con tanto di giacca e farfallino. Non lo invidiamo, mentre posizionati all’ombra nei pressi della fontana, osserviamo le finestre di un negozio di giocattoli che non c’è più: dietro i vetri si scorgono ancora degli scaffali con la mercanzia. Ci dirigiamo più avanti, dalle parti della chiesa e della foresteria comunale: alcune signore non più giovani sono sedute sugli usci su piccole sedie. Il disco di fuoco picchia e ci invitano a sedere con loro o addirittura al posto loro. Cacchio se è bella, la Basilicata. A un certo punto scorgiamo una vecchissima porta in legno, sbarrata con delle assi. Sopra c’è una vecchia insegna: “Farmacia”. Una targa posta di fianco recita “1828”. L’immaginazione accaldata galoppa: chissà dietro quella porta cosa è rimasto, magari come nel negozio di giocattoli. In realtà ci mettiamo poco a scoprire che l’edificio, all’interno, è mangiato dalla vegetazione sotto un tetto di cielo. Uno spicchio di una giornata come tante a Fardella, questo ci è concesso vedere. Ma è questa la Basilicata poetica e “resiliente”? O invece, piuttosto, è la Basilicata dimenticata dalla politica e abbandonata a se stessa? Non lo sappiamo, davvero. Vorremmo chiederlo a una di quelle vecchiette sedute sull’uscio. Non sappiamo come attaccare, ma è una di loro a toglierci dall’imbarazzo: oggi è proprio una bella giornata, ci dice. E basta. E allora, dubbi amletici a parte, spunta prepotente una certezza: abbiamo ancora molto da imparare, dai nostri piccoli paesi.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

gli antichi Romani solevano usare la locuzione “panem et circenses” per richiamare quella strategia politica che mira a tenere “buono” il popolo con “cibo e divertimenti”, utilizzati pertanto come “armi di distrazione di massa”.

La politica lucana, tuttavia, non è in grado di fare manco questo. Passi per il “pane” (nessuno oggi è così ingenuo da aspettarselo veramente da chi ci governa), ma se persino i “circenses” diventano un problema, allora siamo davvero, davvero, nei guai.

Tutto ciò si evincerebbe leggendo le dichiarazioni del sindaco di Potenza riportate a mezzo stampa, riguardanti il mancato arrivo dei fondi regionali destinati alla Parata dei Turchi, che lo avrebbe spinto a farne richiesta direttamente al Ministero.

«Ma che vuoi fare», commentano già i maligni sotto i portici di Piazza Prefettura «quelli della Regione forse sono soddisfati dell’esito della “distrazione di massa” fatta a suon di bonus gas, e quindi per loro può anche bastare quella. E poi, si sa, anche se la giunta comunale di Potenza è di un altro colore, i fondi per i Turchi arriveranno, prima o poi. Quindi, basta lamentarsi».

E in effetti, forse, è davvero così: la vera Festa la fa il popolo potentino, a prescindere che i cordoni della borsa di Palazzo si allarghino o si restringano, o che le manine della politica cerchino (o meno) di spostare o aggiungere pedine nello scacchiere della rappresentazione folkloristica.

Nei giorni dedicati al suo Santo la Città si ritrova una volta tanto unita, cementata nei ricordi collettivi, di piazza e di focolare, avvolta in una riviviscenza che –se ben incanalata- può fungere de fluido lubrificante e da benzina per i mesi successivi.

E allora, oggi e per sempre, che siate credenti o meno, Viva San Gerardo, San Gerardo Superstar.

Walter De Stradis

LA NUOVA EDIZIONE

   

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