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Cari Contro-Lettori,
una volta, al bar, persino da noi, si
sorseggiava il caff è sfogliando il giornale
del mattino (altra era geologica: esistevano
persino quelli del pomeriggio). La colazione,
insomma, era condita di notizie. Oggi, a
Potenza, in un mondo in cui siamo sommersi
dalla “informazione continua” digitale (ma
sono pochi quelli che “leggono” davvero),
la colazione di chi fa il nostro mestiere è
(giustamente) accompagnata da news e
segnalazioni che vengono direttamente
dal cittadino. Accade spesso, come questa
mattina (venerdì): ci off rono il caffè e ci
segnalano che in Piazza Zara a Potenza
l’illuminazione serale è più fioca delle luci
e della palle (ehm, rotte) di un vecchio
albero di natale ripescato dalla cantina. Qui
ci lavorano diverse donne, commesse e
altro, e coi tempi che corrono –ci spieganoanche
solo andare verso la propria auto, in
penombra, può riservare cattive sorprese. Ci
torneremo. Per il momento, il dato statistico,
in questa città, è che il numero delle colazioni
“caffè + notizia” è aumentato, negli ultimi
mesi. I cittadini scrivono, fotografano e
segnalano di tutto (basta consultare alcune
pagine Facebook apposite, tipo “Potenza
denuncia”): incuria, degrado e sporcizia in
alcune zone (il sottopassaggio del “Terzo
Comodo”); problemi su parcheggi (“furbetti”
della sosta in Via Mazzini e in centro storico);
zone scolastiche prive di un semplice
semaforo (zona Alberghiero); strade senza
marciapiede e completamente al buio (il tratto
che congiunge Via Lisbona alle cooperative
di Poggio tre Galli). I cittadini chiedono
dissuasori (attraversamento pedonale in via
Ancona), segnaletica adeguata, sicurezza
minima. E poi ci sono loro: le famigerate
transenne lasciate a marcire per anni. Un
po’ dappertutto, Centro non escluso. Nastri
che si sbriciolano in microplastiche. Una
città che sembra allestita per un’emergenza
permanente che però nessuno si prende la
briga di risolvere. La sicurezza, poi, è il
capitolo più inquietante. Potenza, un tempo
tra le città più tranquille d’Italia, oggi vive
una sequenza di furti e vandalismi che ha
creato un clima di paura e sfi ducia.
Ma, in tutta sincerità, la situazione nelle
“aree interne” non è certo più felice: altri
tipi di problemi (solitudine, abbandono e
“distanza istituzionale”) confermano che
in questa terra il mandato politico è stato
costantemente tradito.
«Io e mia moglie, a malincuore, abbiamo
lasciato la casa, per “emigrare” a Rimini...
per non restare soli (e seguire i figli – ndr).
Questo tutto grazie ai nostri amministratori
regionali. Ciechi alle realtà dei cittadini».
Ce lo scrive, direttamente su whatsapp, un
«non più giovane» lettore.
Ennesimo segnale che la fi ducia dell’elettore
lucano è stata scambiata per fessaggine;
mentre la “regola dell’amico” (per citare
un noto successo pop) è diventata Testo
Sacro. Una storia di “amore”, insomma, in
cui il “cornuto” è sempre solo il cittadino,
buggerato da promesse e spettacolini di
varietà.
A quando un “divorzio all’italiana”, anzi, alla
“lucana”?
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
“Colombo, ti spenneremo”, recita una
vecchia canzone degli anni Settanta,
scritta e pubblicata da quelli di “Lotta
Continua” e ripresa di recente da un
particolare volume sulla "canzone politica"
(ne leggerete all’interno). All’epoca c’era
ben altro clima (nel bene e anche nel male),
e certo oggi certe “strofe” non sarebbero
immaginabili; ma è pur vero, del resto, che
oggi anche solo l’ipotesi di una scena dedita
alla “canzone politica”, nel panorama dei
Fedez e delle Elodie, sembra fantascienza.
A prescindere, tuttavia, dalle valutazioni
critiche, storiche, politiche e musicali che
ognuno può esercitare su brani come quello, è
innegabile che –a distanza di cinquant’annia
essere “spennati” siano stati soltanto i
lucani. E, d’altronde, non è un caso che, a
pagina 9 del nostro giornale, lo storico Lucio
Tufano riferisca che (già nell’Ottocento)
«all’infuori di qualche città, in Basilicata,
come si esprime il Lenormant, non si
trova carne da macello, ma si è condannati
perpetuamente a carne di pollo».
Polli da spannare, appunto.
La Basilicata. Ah, la Basilicata! Un paradiso
geologico stretto tra due mari, ricco di
petrolio, di acqua minerale, e soprattutto, di
inesauribile pazienza. Che alla mitica fonte
della giovinezza gli fa un baff o. La nostra è
una regione che vanta un primato mondiale:
è l’unica ad aver trasformato
l’abbondanza in un’eterna
promessa di povertà.
Abbiamo così tanti tavoli tecnici
che potremmo arredare l’intera
IKEA, con la diff erenza che sui
nostri non viene mai montato
nulla. La politica regionale,
ormai, è un reality show a basso
budget ove il colpo di scena è
l’assenza totale di colpi di scena.
Un sandwich al formaggio, senza formaggio.
E’ un giallo alla Agatha Christie in cui la
vittima, però, non viene pugnalata alle spalle
in biblioteca, ma in pubblica piazza.
Qui stiamo ancora discutendo l’Acqua (che
manca), il Gas, i Bonus, ma il nostro vero,
e più pregiato, prodotto d’esportazione
continua a essere il Cervello Lucano. I nostri
ragazzi sono talmente brillanti da capire che
la Basilicata è il luogo perfetto per chi vuole
fare carriera... altrove.
Aspettiamo tutti Godot? No, Bardot, scusate
la rima assurda, ma qui ci vuole qualcuno,
un giorno, che batta un pugno sul tavolo
(quello vero, non quello tecnico) e ricordi
a tutti che non siamo qui per amministrare
il declino con dignità, con aplomb anglo–
partenopeo, ma per governare una regione
potenzialmente ricca.
Se in Italia si va avanti a passo di gambero, in
Basilicata andiamo a passo di lumaca, ma, in
pieno stile “lucano”, se partecipassimo a una
gara mondiale della sfortuna, arriveremmo
secondi.
Buona lettura.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

«Me fanne schife sempe e cchiù/e’ conferènze ind’a tivù/Tra chi a vò janche e chi a vò nere/fernìsce sempe zero a zero/Songhe ‘na bestia, ‘n ignorante/fra sti capocchie altisonanti/Forse stò fore, ie songo pazzo/ma vuje m’avite rutte o’ cazzo/Sò ‘ngazzate, sò ‘ngazzate, sò ‘ngazzate nire…».

Chi scrive ha incontrato James Senese, per la prima volta di persona, a Satriano di Lucania (Pz), una decina di anni fa, sul palco di un concerto di piazza che avrebbe tenuto di lì a poco, ma era già indelebile nella memoria una sua infuocata esibizione di una ventina di anni prima in un locale dalle parti di Tito.

A Satriano Senese fu spiccio, ma gentile: ci concesse una breve intervista nel bel mezzo delle prove (cosa non da tutti), trasferendoci soprattutto una saggezza, un’attenzione ai fatti di vita e una concretezza micidiali.

Nero e incazzato nero, come nella sua famosa canzone, così era Senese, ma sempre e comunque irrorato da una grande umanità, oltre che da un talento abnorme di cui avevano beneficiato TUTTI i maggiori esponenti del "Napule's Power" (per citare Renato Marengo), Pino Daniele in testa. “James ci ha insegnato cos’è la musica”, ha detto qualcuno di loro al suo funerale, e non a torto.

Senese è poi tornato più volte in Basilicata (bellissima la sua esibizione con i Napoli Centrale al Conservatorio “Gesualdo da Venosa” di Potenza, nel 2018), e lo scrivente lo ha re-intervistato in più occasioni, per radio, al telefono, lui sempre incazzato per le ingiustizie (violenze, guerre, razzismo) del mondo e per la vita che fa la gente del Sud.

Già, la gente del Sud, di cui anche noi lucani facciamo parte, anzi, diventandone a volte l’esempio più significativo: incazzati neri per i disservizi (sanità, trasporti, collegamenti, lavoro, opportunità); per le risorse sprecate (acqua, petrolio e viene da dire persino l’aria); per certa politica strafottente e assente; per i nuovi potenti improvvisati, ma pur sempre potenti; per i giovani che se ne vanno e per i genitori e nonni che, o li raggiungono, o muoiono di inedia e solitudine nelle piazze delle nostre città e paesi.

Anche per questo, il sax e la voce del grande James mancheranno a tutti noi.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

il Frecciarossa torna a fischiare (ma mai quanto le orecchie del cittadino lucano), l’acqua scarseggia (mentre la politica si squaglia).

Già, oggi un treno veloce che collega Potenza a Milano fa notizia, manco fosse atterrato un UFO a Marconia.

Politiche dell’altro mondo.

E mentre i campi del Metapontino si riempiono di crepe, il Consiglio Regionale indice una seduta straordinaria per affrontare l’emergenza. Risultato? Si “scioglie”, come neve al sole, per mancanza di numero legale.

Per non parlare del Bonus Gas, l’opera buffa che tiene banco da mesi. D’altronde, i nostri politici son diventati più bravi di Dario Fo nell’utilizzare il “grammelot”. Vedasi, all’occorrenza, la questione sanità. Le palle, diceva un tizio tristemente noto, è bene raccontarle belle grosse.

Insomma, la Basilicata è un cantiere sempre aperto: qualche ponte si costruisce, qualcuno crolla, ma qualcun altro, come quello tra retorica e realtà, resta perennemente in attesa di collaudo.

Ma questa settimana è bene lasciarci con un’immagine straordinariamente poetica: a Picerno scompare un allevatore molto amato, anche in virtù della sua onestà e della sua laboriosità: una vita di duro lavoro, senza mai chiedere, ma anche piena di amore, di gioia e di rispetto. Le mucche ne hanno accompagnato il feretro nella campagna, in un silenzio dignitoso e bellissimo. I campanacci per marcia funebre. E’ la Basilicata resistente che non scompare, ma che si rigenera nel cuore di chi rimane. Ed è la Basilicata che ci piace e che nessuna classe politica –capace o incapace- potrà mai soffocare.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

“Se loro volano in cielo, io cado

di faccia in terra. E si portassero

pure a me”.

Nel finale di “Pacco, doppio pacco

e contropaccotto” di Nanni Loy, nel

bel mezzo della lunghissima fila di

un concorso napoletano, si inserisce

un gobbo venditore di palloncini,

che lui chiama “volanti”.

Quanto sono belli i volanti”, strilla

agli astanti, stanchi e sudati, salvo

poi raccontare le conseguenze di

un eventuale volo non previsto dei

suoi mezzi di sostentamento.

Ancora una volta la grammatica

cinematografi ca (com’è tradizione

di questo giornale) ci torna utile per

fotografare quella che è una realtà

lucana (evidentemente condivisa

con la Campania, e non solo per la

presenza, alla Regione, del nostro

Generale).

Tante, troppe speranze

sono volate in cielo come

“volanti” (sviluppo,

sanità, trasporti, lavoro),

e troppi Lucani sono

caduti di faccia in terra, e

molti di loro senza potersi

rialzare.

Mentre la Basilicata continua

a perdere pezzi –ospedali in

affanno, strade dissestate, giovani

in partenza –la politica regionale

appare sempre più chiusa nel suo

linguaggio autoreferenziale: report,

piani, “visioni” e comunicati che

rassicurano, ma non convincono.

C’è una distanza sempre più

evidente tra ciò che viene raccontato

e ciò che si vive ogni giorno.

Da un lato, il racconto della

“ripartenza”; dall’altro, la realtà

fatta di rinunce, precarietà e

sfiducia.

Buona lettura.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

Petrolio, pensionati, politici e pazienza: il destino della Basilicata sembra sempre più appendersi alle stesse consonanti (senza contare in famosi “puniti” e “prima nomina” che spesso –come dicevano i nostri nonni- arrivano negli uffici, di varia natura, del Capoluogo).

Basta leggere questo numero del nostro settimanale (e gli altri giornali) per scoprire che ogni cosa è “in fase di attivazione”: la sanità “si riorganizza”, l’alta velocità “arriverà”, i servizi “ripartono”, l’agricoltura “riflette”. È la declinazione lucana del futuro anteriore: avremo migliorato, avremo inaugurato, avremo risolto. Nel frattempo, i cittadini avranno atteso.

Potenza è la città dove la sicurezza è “ad alto impatto”, mentre il centro storico è “a basso entusiasmo”; dove i controlli si moltiplicano, ma le buche resistono; dove ogni assessore promette di “riqualificare” e finisce per giustificare. Le campagne chiedono acqua, gli ospedali chiedono medici, i potentini chiedono parcheggi: tutti, insomma, cercano qualcosa che non c’è. “Soon come” cantava Peter Tosh, riferendosi a una ragazza che al telefono lo tranquillizzava, a lui, ansioso di vederla: “Tranquillo, arrivo presto”. Sì, buonanotte. Oggi è diventato quasi un protocollo istituzionale.

Così come è “protocollare” non rispondere agli interrogativi, alcuni dei quali persino scabrosi, sollevati dalla stampa locale, né tantomeno degnarsi –ci spiace dirlo, a proposito di qualche politico nostrano (più di uno)- di rispondere alle richieste di interviste. “Per Grazia di Dio e volontà della Nazione”, si leggeva nell’incipit dei documenti del Re d’Italia, ma a dispetto della arrogante intestazione, proprio come Vittorio Emanuele II e famigliari, certi "monarchi" locali –pur nel nostro sistema democratico- non li ha eletti (né tantomeno votati) nessuno. Anzi, magari altrove sono stati pure trombati. Che se lo ricordino. Ma intanto sono lì, seduti nei loro scranni, e tanto (gli) basta, evidentemente.

Nella regione ove un tavolo tecnico non si nega mai a nessuno, al pari di un affidamento diretto, di un assessorato esterno, di una nomina fiduciaria o di una poltrona in un ente satellitare, il malcontento galoppa a tutto... gas.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
chissà se il vecchio Vespone di regime –dopo la sua "prodezza" col portavoce italiano della Flotilla- pure direbbe che qui in Basilicata c’è chi “se ne fotte” di aiutare i lucani. Forse no, eh, visto dove tira il vento di questa bagnarola (nazional-regionale). D’altronde, la nostra “classe” politica, che in pubblico mima la spavalda camminata alla Aldo Maccione (in Francia ribattezzato “Aldo la classe”), pare in realtà specializzata nell’arte antica del “galleggiamento”. Non nel senso acquatico, ma appunto politico, sociale, culturale. E che mi hai portato a fare, sopra a Posillipo, se non mi vuoi più bene? Qui i Frecciarossa vanno e vengono come comete, lasciando i pendolari a rincorrere autobus sostitutivi degni di una sceneggiatura di Kafka. Che è poi quel tizio che scrisse di un altro tizio che a un certo punto diventava uno scarafaggio gigante. Qui parliamo de “le Metamorfosi” di una regione che discute di alta velocità mentre si arrangia con la scomodità, che sogna collegamenti con Milano ma spesso non riesce neppure a collegare Potenza a se stessa. Tra una buca e un autovelox spara-multe.
Sul fronte economico, il bollettino è quello di una guerra a bassa intensità: fabbriche che si svuotano, logistiche sospese, operai in cassa integrazione e royalties petrolifere che restano sulla carta, più simili a promesse da (s)campagna(ta) elettorale che a entrate concrete. Ricordate il “gas a gratisse”? Ricchi premi e conguagli per tutti. L'acqua? Meglio non parlarne. 
La sanità? Da un lato la Regione che recita l’elenco dei trionfi: assunzioni, investimenti, digitalizzazione. Dall’altro l’opposizione che denuncia la favola (quella di Pinocchio?), ricordando liste d’attesa di 400 giorni e cittadini costretti a chiedere prestiti per togliersi un dente. Per la serie, “qui chi non ha pane, non ha nemmeno i denti”.
Persino la Chiesa prova a reinventarsi: a Potenza si sperimenta il Pos per le offerte, segno che anche da Lassù si sono accorti che da queste parti, le monete scarseggiano.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

negli ultimi giorni il bel viso di Claudia Cardinale, in dissolvenza in entrata, è apparso su schermi, grandi e piccoli, di social e tv. A seguito della sua dipartita, a più riprese sono stati richiamati alla memoria collettiva i capolavori del cinema a cui aveva preso parte, incluso, ovviamente, “Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata”. Diretta da Luigi Zampa nel 1971, la commedia fotografa una storia d’amore in qualche modo “di rassegnazione”, sullo sfondo dell’emigrazione italiana nel mondo. «La nostra è una vendetta –dice a un certo punto, nel film, un esule siciliano alla bella Claudia- infatti quando tornerò al mio paese mi comprerò un bar e lo metterò in c… a tutti!».

Non sappiamo se i giovani e meno giovani lucani costretti anche loro a emigrare (come se oltre cinquant’anni di “sviluppo” fossero passati invano) meditino similari propositi di “vendetta” (ma poi, nei confronti di chi, della politica?); certo è che, secondo i dati più recenti del Censimento permanente diffusi dall’Istat, al 31 dicembre 2023 i residenti in regione erano 533.233, con un calo di 4.344 persone rispetto all’anno precedente, pari a una contrazione dello 0,8%. Le proiezioni a medio-lungo termine non lasciano spazio all’ottimismo: entro il 2050 la regione rischia di perdere circa 100.000 abitanti, secondo le stime Istat riprese da analisi e cronache locali. In altre parole, un territorio già fragile vedrebbe svuotarsi progressivamente i propri centri, soprattutto quelli più piccoli e periferici. Non è un caso che nel Potentino ben 38 comuni siano stati definiti come “ultraperiferici”: realtà che distano oltre un’ora dai servizi essenziali e che vivono quindi condizioni di marginalità doppia, demografica e infrastrutturale.

Il fenomeno si riflette in tutti i settori della vita quotidiana. La scuola, ad esempio, fa registrare una riduzione continua di iscritti: nell’anno scolastico 2025-2026 gli alunni in Basilicata sono stati 65.434, dato che conferma un trend negativo ormai endemico.

Anche le analisi socioeconomiche sottolineano l’urgenza della situazione. Il Rapporto Svimez 2024 colloca la Basilicata tra le regioni meridionali più esposte al declino demografico, con pesanti ricadute sul tessuto produttivo e sull’attrattività dei territori.

Il quadro che emerge è quello di una regione che si svuota, con aree interne sempre più isolate e comunità locali costrette a fronteggiare lo spettro della desertificazione sociale. Un fenomeno che richiede politiche mirate di rilancio, investimenti in servizi e strategie di attrazione per i giovani, ma, a quanto pare, i nostri politici, con i loro annunci roboanti, stanno guardando un altro film.

Beati loro.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

sarà capitato un po’ a tutti, una volta o l’altra, di trovarsi al tavolo di una pizzeria in compagnia di amici e parenti. Abbiamo ordinato la nostra brava quattro stagioni, ma passano i minuti e, mentre gli altri commensali - uno a uno alla spicciolata- vengono serviti, il nostro piatto tarda ad arrivare. Il profumo delle altre pizze sul tavolo comincia a inebriarci, mentre lo stomaco –col passare dei minuti- ci rimprovera con crescente insistenza il vuoto che lo attanaglia. I nostri amici e parenti, anche loro, non sanno cosa fare (ma è più che altro etichetta): le loro pizze rischiano di raffreddarsi e perciò ci chiedono, gentilmente, se possono attaccare. E noi, sempre gentilmente, rispondiamo di sì. Ed ecco allora che tutti mangiano, tranne noi. Quel “noi”, ovviamente, sono/siamo i Lucani. I commensali che mangiano alla faccia nostra, fate un po’ voi. Non è poi così difficile dar loro un volto.  

Sbrigata la metafora, veniamo ai dati concreti, quelli del rapporto Ires-Cgil.

L’area della povertà, assoluta o relativa, nel Comune di Potenza, riguarda 12.000 persone; nell’ambito del territorio diocesano di Potenza, tale area forma una specifica sacca della povertà, che cresce più rapidamente rispetto al resto della provincia (+12% di accessi alla Caritas nel 2023);

-Vi è poi un’area di povertà potenziale, di rischio, per così dire, che riguarda 17.000 anziani e 3.350 nuclei familiari monogenitoriali costituiti da madre e figli minorenni; gli stranieri sono in numero minore, ma 2.000 di essi fanno altresì parte dell’area del rischio di povertà potenziale;

-La povertà è alimentata da un mercato del lavoro escludente e precario: le figure tipiche sono la giovane donna che non riesce ad accedere all’occupazione e il precario, spesso non giovane, che pur lavorando fa parte dell’area della povertà. Si stima che circa il 30% degli occupati ricada in tale area;

-La questione abitativa è centrale: il gap fra offerta di alloggi popolari su Potenza e domanda potenziale è di 8.700 unità, con un fabbisogno pari a circa il triplo delle unità abitative attuali;

-Sta emergendo, sinora fortunatamente con numeri molto bassi, un problema di senza tetto e senza fissa dimora, che secondo i dati Istat sarebbero 43 persone;

-Secondo le rilevazioni della Caritas, la povertà riguarda soprattutto italiani,

ultracinquantenni, a basso livello educativo e formativo, nonché persone più giovani senza lavoro o in condizioni lavorative precarie. Vi è però l’emergere di una situazione di crescita della povertà fra gli anziani ed i quasi-anziani (dai 55 anni in su), un tempo sostenuti da Reddito e Pensione di Cittadinanza ed oggi completamente sguarniti.

Così è se vi pare. Insomma, questa pizza non arriva, finora ci hanno “servito” solo i bruscolini.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

i lucani continuano a fare la spesa “a numero” – due mele, tre patate – e a chiedersi se domani avranno l’acqua nei campi, oltre alla rata del conguaglio del gas in bolletta.

La verità è che la nostra regione vive sospesa tra due mondi: quello dell’apparire, che sfila in passerella nel mondo o si inginocchia davanti a Madonne e patroni (ma la cera si consuma e il santo non cammina), e quello dell’essere, che si misura con frigo vuoti, colture assetate e collegamenti precari.

Da una parte il lessico dell’“identità” e della “speranza”, dall’altra il dialetto crudo delle famiglie che scelgono tra latte o medicine.

Qui si parla di “speranza” (leggete i post su Facebook di certi nostri politici, per rendervene conto)come fosse una valuta corrente. Ma la speranza non si mette nel carrello della spesa, non si versa nel serbatoio, non scalda i termosifoni. La speranza, a forza di essere evocata, è diventata una nuvola di parole che stordiscono, mentre i piedi restano immersi nel fango delle difficoltà quotidiane.
Alberto Sordi una volta disse in tv che il povero di un tempo andava avanti per “piccole conquiste”, come quando poteva finalmente mettere un po’ di carne in un piatto di pasta solitamente in bianco; al contrario, diceva, la società moderna dei consumi aveva reso tutti tristi perché chiunque ormai ambiva alla propria fetta di lusso. Aveva ragione, ma è pur vero che oggi i poveri lucani (nonostante le risorse naturali) sono stati condannati/abituati a un nuovo tipo di “piccole conquiste”, piccolissime, e a rallegrarci se una Imma Tataranni si gira di nuovo dalle nostre parti (e non magari a Bassano del Grappa), se un nostro corregionale va a fare il presentatore in tv o se un altro ancora vince una medaglia sportiva importante. Consapevoli di questo, i nostri politici subito li corteggiano, li invitano in ufficio per stringer loro la mano a favor di flash, consegnare una targa, e sperare di beccarsi un po’ di luce riflessa. E sul giradischi della cosa pubblica gira sempre quello stesso vecchio disco, una bassa fedeltà nei confronti dell’ascoltatore che ha dello sfacciato, con quella puntina che continua a scavare nei microsolchi ormai sgretolati della nostra pazienza.  


Walter De Stradis

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