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Cari Contro-Lettori,

qui da noi è tempo di sagre. Ce n'è una per ogni sapore, ogni paese, ogni campanile. La festa del peperone, della melanzana, del fagiolo, del caciocavallo, dell'arrosticino e vai col tango. Almeno, sono ancora il segno di una terra che qualcosa produce davvero.

Ma se dovessimo organizzare la Sagra dei prodotti tipici della politica lucana, il menù sarebbe ancora più ricco.

Antipasto di trasformismo, servito freddo. Si abbina a qualsiasi maggioranza. Primo piatto di nomine. Meglio se intuitive, perché il merito, si sa, è un ingrediente che copre troppo gli altri sapori. Poi l'immancabile grigliata di consulenze, con contorno di enti, sottoenti, partecipate e organismi che nessuno riesce più a censire con precisione, ma che spuntano come funghi dopo la pioggia. Per dessert, il grande classico: il favore personale. Quello non va mai fuori stagione.

Sono tutti prodotti a chilometro zero, obviously. Crescono spontaneamente. Si tramandano di generazione in generazione. È una gastronomia politica particolare. Qui non si coltiva il consenso: lo si conserva sott'olio.

Il bello è che ogni tanto arriva qualche “chef” promettendo una rivoluzione culinaria. Poi apre la dispensa e scopre che gli ingredienti sono sempre quelli. Li aveva criticati quando erano sulla tavola degli altri. Adesso, semplicemente, li serve nel proprio ristorante. Nel frattempo, i Lucani guardano -come faceva Manfredi- negli stipi e nei cassetti per vedere se gli è rimasto un vaffa, ma poi quando si tratta di votare fanno sempre le stesse cose: o non ci vanno proprio, o si fanno fregare un'altra volta dal sistema delle promesse. Quello che prevede che una regola sia una seccatura, mentre una telefonata sia una soluzione. Che un diritto sia troppo lento, ma una conoscenza personale decisamente più efficiente. Che il merito sia una teoria interessante, purché non tocchi il proprio turno.

Ci rileggiamo a settembre.

Walter De Stradis

 

 

 

 

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vignetta di King Buffino

 

Cari Contro-Lettori,

come ormai saprete, è uscita un’edizione di Topolino tradotta in dialetto potentino. Una bella iniziativa. Divertente, intelligente, identitaria. E siccome a noi piace ripeterci (non è che abbiamo tutta questa fantasia), come già in occasione della pubblicazione dei fumetti Disney ambientati in regione, torniamo a domandarci: se anche gli altri grandi personaggi delle “nuvole parlanti” arrivassero in Basilicata, cosa direbbero?
Diabolik, probabilmente, imprecherebbe, in lucano, lamentando che qualcuno sembra aver già organizzato il “colpo” da molti anni. Davanti a una regione che produce energia per mezzo Paese, ma continua a pagare carburanti e bollette da record, il ladro acrobata in calzamaglia delle sorelle Giussani scuoterebbe la testa e si girerebbe “di cuozzo” per andarsene. Alla svelta. E porca Eva.
Poi arriverebbe Tex Willer. Abituato alle praterie del Far West, penserebbe di essere finalmente a casa. Pozzi petroliferi, royalties, concessioni, interessi giganteschi. Scambierebbe le pale eoliche per i mulini a vento del New Mexico. Solo che, invece dei bisonti, troverebbe paesi vuoti. E capirebbe presto che il vero deserto non è quello scavato dal vento, ma quello lasciato dallo spopolamento. Qui il petrolio esce dal sottosuolo. I giovani, invece, dalla regione. Ed entrambi vanno fuori. Al galoppo.
Dylan Dog, cacciatore di mostri, o meglio, indagatore dell’incubo, creato da Tiziano Sclavi, avrebbe vita facile. Gli basterebbe fare un giro tra ospedali che arrancano, liste d’attesa infinite, trasporti impossibili, paesi e centri storici (come quello del Capoluogo) che perdono scuole, negozi e servizi. Alla fine del caso potrebbe tranquillamente archiviare il fascicolo con l’etichetta: “L’orrore/errore è amministrativo”. E i suoi amati morti viventi? Ah ahi, il maestro George Romero ce lo mostrò a suo tempo sul grande schermo: sono quelli che assaltano e affollano i supermercati e i centri commerciali. Non vi dice niente? Peccato.
Poi toccherebbe ad Alan Ford. Perché il Gruppo TNT vive di uffici improbabili, mezzi scassati, organizzazioni che funzionano per miracolo, pratiche infinite e personaggi convinti di dirigere il mondo -magari perchè “spinti” da qualche solito noto -senza riuscire a trovare nemmeno la porta d’uscita. In Basilicata il personaggio di Max Bunker potrebbe persino aprire una succursale.
Chiuderebbe il sipario il celeberrimo mago con baffetti e cilindro ideato da Lee Falk che –impossibilitato a fare magie per risolvere certi nostri problemi atavici- si tirerebbe il mantello sul volto, borbottando: “E che so’, Mandrake?”. Buona lettura.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

il fumettistico "Mumble Mumble" borbottato dalla Meloni al vertice Nato, è ormai di prepotenza entrato nel vocabolario delle più basse onomatopee linguistiche della politica italiana; così come le sue smorfie stralunate esibite contestualmente (si trattava di rispondere alla domanda di un giornalista a proposito di riarmo) sono già incollate col bostick nella sezione "cornicette d'oro" dell'italiota album di "figurine" che di tanto in tanto ci concediamo in autorevoli contesti internazionali. Noi Lucani, tuttavia, dovremmo avere poco di cui stupirci, visto e considerato che da diversi anni, ormai, riceviamo in risposta alle domande di questa terra dei non pronunciati, ma senza fallo sottintesi, "Mumble, Mumble". Questione petrolio, ambiente e sviluppo? "Mumble, Mumble". L'acqua scarseggia nonostante le abbondanti piogge invernali? "Mumble, Mumble". Spopolamento? "Mumble, Mumble". Basilicata agli ultimi posti per PIL? "Mumble, Mumble". Sanità in affanno? "Mumble, Mumble". Sito unico di scorie radioattive? "Mumble, Mumble". E fermiamoci qui, sennò Topolino, Pippo e Paperino ci fanno causa per plagio. Ma quello descritto, da decenni, è un metodo di governo. Perché un errore dichiarato può essere corretto; un "Mumble, Mumble" permanente, invece, diventa una palude nella quale finiscono per affondare il dibattito pubblico, la fiducia dei cittadini e, alla lunga, perfino le speranze di chi questa terra continua ostinatamente ad abitarla. Forse è proprio questa la più grande differenza tra una caricatura e la realtà. La prima strappa una risata e passa. La seconda presenta il conto. E c'è un momento in cui perfino il borbottio smette di essere innocuo: quando diventa la colonna sonora di una legislatura.

Alla prossima figurina.

Walter De Stradis

 

 

 

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Cari Contro-Lettori,

"La vita assomiglia molto al jazz... dà il meglio quando si improvvisa”, pare avesse detto George Gershwin.

E il jazz è una musica strana.

Si improvvisa, dunque, ma non è una musica di improvvisati.

E non nasce nei salotti. Nasce dove la vita è più dura. Mette insieme ferite, povertà, emarginazione e le trasforma in qualcosa che non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l'ultima parola.

Forse è per questo che la storia di Jimmy Bruno, big di questa musica arrivato a Potenza con la sua chitarra e con le radici italiane ancora addosso, sembra parlare anche di noi.

Il musicista di Philadelphia racconta che suo padre apriva la porta di casa ai musicisti neri quando molti preferivano voltarsi dall'altra parte. Quel gesto, prima ancora che musicale, era civile. Diceva che una comunità migliora quando smette di avere paura dell'altro e comincia a riconoscere il valore delle persone.

Anche una città funziona così.

Un'improvvisazione nasce spesso da una nota inattesa. Nella vita accade lo stesso: non sempre possiamo evitare le cadute, ma possiamo decidere cosa farne.

Non sono i silenzi a interrompere la musica. Sono parte della musica. E anche una città dovrebbe imparare a fermarsi, ad ascoltare, prima di riempire ogni spazio di rumore, slogan e video autoreferenziali su Tik Tok.

Quella sì che è l'improvvisazione degli improvvisati.

Ma a volte non basta nemmeno cercare la nota perfetta. Bisogna imparare ad ascoltare quella degli altri.

Forse è questo il compito più urgente che emerge dalle pagine di questo giornale. Ritrovare un ritmo comune. Perché una comunità non cresce quando tutti suonano lo stesso strumento. Cresce quando strumenti diversi riescono finalmente a diventare orchestra.

"Il jazz è una musica fatta da e per persone che hanno scelto di stare bene nonostante le circostanze". Questa, è di Johnny Griffin.

Buon “ascolto”.

Walter De Stradis

 

 

 

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Cari Contro-Lettori,

ci sono settimane in cui le notizie di un giornale -come questo- sembrano non avere nulla in comune. Poi le metti una accanto all’altra e scopri che raccontano tutte la stessa storia.
La storia di una regione che continua a interrogarsi su sé stessa.
Da una parte c’è un punto di domanda che torna a bussare alla porta, con la riapertura delle indagini sulle possibili complicità nel caso Elisa Claps. Dall’altra ci sono milioni di euro di royalties petrolifere e un quesito che resiste agli anni: perché una terra così ricca continua a sentirsi povera di occasioni? Poi ci sono i giovani, ai quali l’arcivescovo Ambarus chiede di non smettere di sognare, e gli adulti, a cui chiede di non limitarsi a dare lezioni, ma di assumersi finalmente le proprie responsabilità. Ci sono gli interrogativi sul discorso Terremoto che, ancora una volta, ricorda al mondo che le tragedie naturali diventano catastrofi quando gli uomini smettono di prevenire. C’è una periferia come Bucaletto che prova a cambiare il proprio destino attraverso una festa, trasformando un appuntamento religioso in un’occasione di comunità. C’è un imprenditore che, da solo, recupera le antiche cantine di Rionero perché ha capito che la memoria non si conserva con i convegni, ma con le mani. E c’è una storia, quella di Palazzo Loffredo, che insegna come gli edifici possano cambiare funzione senza perdere identità.
Sembrano argomenti lontani. In realtà, come in un loop quantistico, parlano tutti della stessa cosa. Parlano della qualità di una comunità. Perché una comunità cresce quando non ha paura delle domande scomode. Quando si interroga sul futuro invece di amministrare solo il presente. Quando smette di raccontarsi soltanto attraverso ciò che non funziona.
Perché le risorse, da sole, non cambiano una terra. Lo dimostra il petrolio.
Perfino la verità, da sola, non basta se poi non produce una cultura diversa della responsabilità. Il “Disclosure Day”, il “Giorno del Disvelamento” (per citare il recente film di Spielberg sui marziani) forse arriverà anche per noi. E per le cose serie. E non solo per il caso Claps. Ma, intanto, sono le comunità che devono fare la differenza. Quelle che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Quelle che preferiscono costruire piuttosto che lamentarsi. Quelle che sanno conservare la memoria senza restarne prigioniere. Quelle che investono nei giovani prima ancora che nelle infrastrutture, perché sanno che il capitale più prezioso non si estrae dal sottosuolo.
Forse è questa la vera sfida della Basilicata: passare dall’elenco delle occasioni perdute al progetto delle opportunità possibili.
E non sono certo concetti…alieni.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
la proposta lanciata dall’editore di
questo giornale (a pagina 4) sulla
realizzazione di una “zipline” nel
Vallone di Santa Lucia, a Potenza,
incarna in realtà qualcosa di molto più
profondo di una attrazione turistica.
È il desiderio, quasi febbrile, di una
città che vorrebbe finalmente vedersi
prendere il volo. Un volo economico,
sociale e perfino politico.
Se è vero che Leonardo da Vinci
era convinto che l’uomo, con un paio d’ali ben
progettate, avrebbe potuto librarsi in cielo, è
altrettanto vero che non occorre essere un genio
rinascimentale per comprendere che la politica
dovrebbe ascoltare le idee e le proposte che
arrivano dai cittadini. Soprattutto quando queste
rappresentano una reazione all’apatia che troppo
spesso si taglia col coltello nelle stanze dei
bottoni.
Potenza può davvero volare. Ma per farlo deve
liberarsi, una volta per tutte, del teatrino tanto
inutile quanto perverso delle inaugurazioni.
Quello delle fasce tricolori indossate per aprire
negozi e associazioni, dei nastri tagliati davanti
ai fotografi e delle presenze istituzionali che
svaniscono puntualmente quando si tratta di
affrontare i problemi reali del centro storico
e delle tante aree della città che continuano a
languire.
Forse una parte del problema risiede nel fatto
che alcuni dei nostri amministratori non sono
nemmeno passati dal vaglio elettorale e hanno
assunto ruoli di responsabilità attraverso
meccanismi che poco hanno a che fare con il
consenso popolare. Ma anche chi viene eletto sa
perfettamente che esistono percorsi alternativi
–e del tutto legittimi- per restare saldamente
ancorato a una qualche poltrona disponibile
su uno dei tanti satelliti che orbitano nella
galassia amministrativa lucana. I meccanismi
ci sono, eccome, anche al di là del consenso dei
cittadini, che da tempo sembra non essere più
né una condizione necessaria né una condizione
sufficiente.
Eppure Potenza può volare.
Può farlo anche se la situazione attuale restituisce
l’immagine opposta: una città ferma, immobile,
intrappolata in una stagnazione aggravata da
crisi e contrapposizioni che, per responsabilità
dirette o indirette (o addirittura subite)
dell’amministrazione comunale, hanno finito per
creare stalattiti di ghiaccio nei rapporti sia con la
Regione sia addirittura con la Curia locale. Come
lo guardi lo guardi, un “successo” non da poco.
Spopolamento, desertificazione, emigrazione:
sono ferite aperte che non possono più essere
curate con palliativi o slogan. Richiedono
interventi risolutivi, visione e coraggio.
È arrivato il momento di tornare a sognare. Ma
che siano sogni lucidi. Sogni concreti. Si tratta
di immaginare una città che ritrova la voglia di
guardare avanti. E che, finalmente, decide di
prendere quota.
Walter De Stradis

 

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Cari Contro-Lettori,

il problema è che il futuro, ce lo raccontano. Sempre.

L’intelligenza artificiale. Le città intelligenti. Le comunità energetiche. Gli ospedali di comunità. Le piattaforme. Gli algoritmi. La transizione. L’innovazione.

Ma poi basta uscire di casa.

Ed ecco che, taaac! (come diceva Pozzetto), il futuro si inceppa.

Si inceppa sulle strade che franano. Sui paesi che si svuotano. Sui medici che mancano. Sui giovani che partono. Sui servizi che arretrano. Sulle attese che si allungano.

Una comunità che perde abitanti ogni anno (e pensare che c’è chi fa persino “negazionismo” su questa diaspora tutta nostra!) non può accontentarsi delle slide. Un territorio che vede chiudere serrande, scuole e uffici non può vivere soltanto di annunci. E la cosa fa ancora più male se ci fermiamo a riflettere e scopriamo che pure “questa” Basilicata, quando vuole, sa sorprendere. Come un vecchio attore hollywoodiano in disarmo che all’ultimo momento però ti tira fuori l’interpretazione da Oscar. Per intenderci, un anziano John Wayne che –dopo tutta una serie di western convenzionali- vince il Premio per un film crepuscolare come “Il Grinta”.

E infatti la nostra terra sorprende ancora quando diventa set cinematografico internazionale. Sorprende la sua “True Grit” (“vera grinta”, come il titolo originale del film citato), con la quale parla al mondo. Sorprende quando i professionisti lucani dimostrano competenza, creatività, capacità. Sorprende quando le sue eccellenze sanitarie salvano vite. Sorprende quando la sua storia, da San Gerardo ai giorni nostri, continua a generare identità e appartenenza.

Il problema, dunque, non è la Basilicata in sè. Ovvio. Non c’è bisogno della zingara.

Il problema è la distanza che spesso separa le sue potenzialità da chi le amministra. Sissignore. Il gap tra le sue energie e le strategie. Perché governare non significa raccontare ciò che potrebbe essere, ma il Qui e Adesso. Puro e semplice.

E allora, una volta per tutte, abbiamo ancora la volontà di prenderci cura di questa terra?

Perché il futuro della Basilicata non si gioca tra vent’anni. Si gioca stamattina. Mentre leggete, bontà vostra, questo giornale. E’ una partita durissima che si gioca sulla strada che percorriamo ogni giorno, sull’ospedale che raggiungiamo, sul paese che decidiamo di non abbandonare.

E sulle scelte che qualcuno, finalmente, dovrebbe avere il coraggio di compiere. Con vera grinta, non importa l’età.

 

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Cari Contro-Lettori,

la Parata dei Turchi, che ogni anno attraversa Potenza in occasione della festa di San Gerardo, non è soltanto una rappresentazione storica né una semplice tradizione popolare. È, piuttosto, una gigantesca macchina del tempo collettiva, modulare, un organismo vivo e pulsante composto di quadri, figuranti, reliquie, simboli scenici e sacrali, capace di trasportare un’intera comunità dentro se stessa.

Somiglia a un immenso Galaxy Express cittadino: un convoglio della memoria il cui carburante scorre nel sangue dei potentini e degli abitanti del circondario. Oppure a un Tardis travestito da tempietto del santo, che attraversa i secoli — dal Medioevo all’Ottocento — senza mai perdere la propria anima. Ma il viaggio più profondo non è quello nella storia: è quello che ciascuno compie dentro i propri ricordi.

Perché, senza bisogno di fingimenti, la Parata riporta tutti là dove il tempo sembra essersi fermato: alle mani dei genitori strette nelle nostre mentre si guardava “la sfilata”, come semplicemente l’hanno sempre chiamata i potentini; ai nonni che spiegavano i personaggi e i simboli; alle spalle dei padri che diventavano il punto più alto del mondo da cui osservare il passaggio del Tempietto, della Nave o dell’irresistibile Civuddina. E poi ancora agli anni della giovinezza, delle fidanzate strette sottobraccio, delle risate tra amici compressi nella folla festante, delle notti leggere scandite dalle canzoni di Michele di Potenza, che ancora oggi sembrano galleggiare nell’aria di queste sere di fine maggio.

I festeggiamenti patronali, in fondo, assomigliano al pranzo della domenica a casa della madre. Durante l’anno possono accumularsi tensioni, silenzi, delusioni, difficoltà economiche e perfino fratture profonde. Eppure, davanti a quella tavola, ci si ritrova. E non si discute. Perché esistono momenti nei quali il bisogno di appartenersi diventa più forte di ogni distanza. Siamo tutti sulla stessa barca, anzi, nave.

Così accade anche a Potenza in questi giorni, quelli che molti definiscono sui social “la settimana più bella”. Perché la festa di San Gerardo è il momento in cui una città spesso ferita –nel resto dell’anno- dalle inadeguatezze della politica, dalle fatiche economiche e da un senso diffuso di smarrimento, prova a riconoscersi ancora.

Una postilla: il nostro Michele di Potenza, aduso com'era a fare piccole parti -coi suoi formidabili baffoni- anche in film importanti, ebbe un piccolissimo ruolo in un’opera addirittura di Fellini, che poi lo ritrasse, alla sua maniera, in uno schizzo che raffigurava tutti gli attori del suo lavoro: “E la NAVE va".

Se non è destino questo.

Walter De Stradis

 

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Noemi darà ufficialmente il via alla sua tournée estiva 2026, scegliendo Potenza come prima tappa di un calendario live che si preannuncia tra i più seguiti della stagione musicale italiana. L’appuntamento è fissato per sabato 30 maggio 2026 nella suggestiva cornice di Piazza Mario Pagano, nel cuore del capoluogo lucano, per un concerto gratuito destinato a richiamare migliaia di spettatori da tutta la regione e non solo.

L’evento rappresenta uno dei momenti clou delle celebrazioni dedicate al Santo Patrono della città e conferma la volontà dell’amministrazione comunale di puntare su appuntamenti culturali di grande richiamo nazionale. Un concerto esclusivo che porterà sul palco una delle artiste più amate e riconoscibili della musica italiana contemporanea.

“Abbiamo fortemente voluto un’artista tra le più brave e conosciute nel panorama nazionale e internazionale e, grazie al supporto della Regione, siamo riusciti ad averla con lo spettacolo che segnerà l’inizio del suo programma estivo di esibizioni. Classe, bellezza e talento trovano in lei una sintesi perfetta”, ha dichiarato il Sindaco di Potenza Vincenzo Telesca nel corso della conferenza stampa di presentazione.

Grande soddisfazione anche da parte dell’assessore alla Cultura Roberto Falotico, che ha sottolineato il lavoro svolto in tempi record per portare in città un’artista capace di unire generazioni diverse grazie a una voce intensa, elegante e immediatamente riconoscibile.

Dopo un 2025 ricco di successi — segnato dall’ottima accoglienza del singolo “Bianca”, da oltre trenta date live e dall’importante debutto al Palazzo dello Sport di Roma — Noemi torna dal vivo con uno spettacolo completamente rinnovato. Il concerto di Potenza sarà un viaggio emozionante attraverso i grandi successi che hanno segnato la sua carriera, da “Per tutta la vita” a “Sono solo parole”, fino ai brani più recenti che confermano la continua evoluzione artistica della cantante romana.

Con la sua vocalità potente e raffinata, capace di spaziare tra pop, soul e cantautorato contemporaneo, Noemi promette una performance intensa e coinvolgente, costruita sul forte legame che da sempre la unisce al pubblico. Una dimensione live autentica, fatta di emozione, energia e grande qualità musicale.

L’appuntamento del 30 maggio si candida così a diventare uno degli eventi musicali più attesi dell’estate lucana: una serata speciale, a ingresso libero, che trasformerà Piazza Mario Pagano in un grande palcoscenico sotto le stelle, celebrando la musica dal vivo con una protagonista d’eccezione.

 

 

 

 

 

 

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Cari Contro-Lettori,

prendete una sedia (se ne trovate una libera in qualche sala d'attesa) e accomodatevi nel grande teatro della programmazione lucana, stagione 2026. Il pezzo forte del cartellone è, come sempre, la Sanità. Pagata col petrolio, ovviamente (una domanda: ma le altre regioni come fanno?). Al centro della scena c’è il fatidico Decreto Ministeriale 77 del 2022, la “bibbia laica” imposta dal PNRR che promette di trasformare la nostra assistenza medica in un “ecosistema” fatto di Case di Comunità, Ospedali di Comunità e Centrali operative territoriali. La Regione –pressata un tantino dalle scadenze- difende il progetto come l'alba della modernità. Ma le polemiche derivati hanno fatto alzare ancora una volta la nebbia del sospetto, sussurrato senza troppi giri di parole anche dall’esperto Enrico Mazzeo Cicchetti (che pur difende l’idea in sé della riforma): vuoi vedere che la sanità lucana soffre di una “ignavia”trentennale? I politici di basso profilo, dice il dottore già consigliere regionale, odiano i piani organici perché i piani vincolano le scelte; molto meglio quelli “cornice”, o addirittura decidere di volta in volta, ad personam, per conservare orticelli e coperture partitiche. Così ci ritroviamo con duplicazioni di reparti inutili in una regione che si spopola a vista d'occhio. Nel frattempo, l'ex presidente dell’ordine dei medici di Potenza (oggi al vertice della locale UNITRE) ha un messaggio per il governatore: "Bardi viva di più il territorio. Io non l'ho mai visto". E se non lo vede un medico senologo di lungo corso, figuriamoci il cittadino comune, quello che cerca di prenotare una mammografia. Ma il virus più antico e resistente di questa terra non si cura con gli ambulatori mobili. Si chiama "familismo amorale", un concetto che Edward Banfield teorizzò studiando il Sud negli anni Cinquanta e che oggi si è “brillantemente” evoluto in "familismo istituzionale". Se ne è discusso in un affollato seminario al Circolo Angilla Vecchia di Potenza. Il meccanismo è rimasto identico, solo più raffinato: le istituzioni regionali e il sottobosco di enti strumentali nati sulla carta per pianificare lo sviluppo, si sono troppo spesso trasformati in ammortizzatori di consenso, reti di appartenenza e centri di spesa clientelare. I criteri del merito vengono demoliti dalla logica della prossimità. Il risultato? I giovani, stanchi di aspettare che il proprio cognome o la propria tessera di partito diventino "meritevoli", fanno le valigie ed emigrano, lasciando la Basilicata all'inesorabile destino di una terra per soli vecchi. E per questa settimana può bastare.

Walter De Stradis

LA NUOVA EDIZIONE

   

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