- Scritto da Redazione
- Sabato, 10 Ottobre 2026 08:00
Cari Contro-Lettori,
Pare che a Little Bighorn, una guida meticcia dei soldati americani, chiamata Faccia di Pietra, avendo presagito il destino che nella vallata più sotto attendeva il Generale Custer e le sue giacche blu, abbia detto: “Oggi torneremo a casa per vie che non conosciamo”.
Facendo gli scongiuri, l’arrivo dei nuovi “Magnifici Sette” lucani è solo questione di tempo.
La nuova legge elettorale c’è. La Camera ha detto sì e in Basilicata, con sette seggi da conquistare, è già partita la corsa: liste da comporre, capilista da sistemare, ambizioni ed ego enormi da soddisfare. Le preferenze tornano, ma il capolista resta bloccato. Insomma, il cittadino potrà scegliere, ma non proprio tutto. Che si tratti di Yul Brynner, Steve McQueen o Charles Bronson, speriamo almeno non sia gente che spara a salve. Già. Mentre le segreterie contano i posti, i lucani sono circondati dai problemi, proprio come Custer con gli indiani.
La sanità costa, le liste d’attesa non spariscono, i pazienti guardano oltre confine, con la mano tesa sulla fronte a mo’ di apache. La Basilicata produce molta energia, ma deve ancora trasformare questa ricchezza in vantaggi concreti per famiglie e imprese. Ne abbiamo parlato a pranzo con l’amministratore unico della Società Energetica Lucana, che, rispondendo alle nostre domande, ci ha illuminato su alcune questioni.
Intanto, a Potenza basta passare dal Terzo Comodo, inaugurato nel 2023 e costato 5,6 milioni, per scoprire che tagliare un nastro è più facile che mantenere uno spazio pubblico pulito e decoroso. Il tutto –tra parentesi- in una Città in cui, come al solito, nessuno pare avere mai il coraggio di dimettersi. Augh!
Anche le aree interne meritano qualcosa di più delle pur utili sagre, delle fotografie e delle dichiarazioni di circostanza. Le tradizioni possono attirare visitatori, ma per tenere vivi i paesi servono servizi, collegamenti, lavoro e prospettive. Altrimenti si festeggia nel fine settimana e si riparte il lunedì, lasciando intatti i problemi.
Ecco la vera questione: non chi riuscirà a conquistare una poltrona, ma che cosa farà una volta poggiatovi l’augusto fondoschiena. Il toro, come si suol dire, va preso per le corna. E di Tori Seduti da queste parti ne sono passati fin troppi.
Nei prossimi mesi arriveranno dunque sorrisi, manifesti, strette di mano e candidati improvvisamente innamorati della Basilicata. Tutta la rassegna. Poi le urne si chiuderanno e tornerà la quotidianità: quella che non fa campagna elettorale, ma presenta il conto tutti i giorni. E indovinate chi lo paga?
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 19 Settembre 2026 07:42
Cari Contro-Lettori,
che la Basilicata sia terra
d’ingiustizie se n’è accorto anche
il mio cane. Partecipò a un
concorso di bellezza, insieme a
molti altri colleghi quadrupedi, ma
a vincere fu -casualmente, ovvio- il
cagnolino dell’assessore.
Prendiamo la questione Petrolio,
amici sportivi.
Roma ci regala il Decreto Legge n. 157: la
democrazia ad estrazione rapida. La formula
è chiarissima: o diciamo di sì all’ennesimo
pozzo col sorriso sulle labbra, o ci mandano
un bel Commissario governativo che dirà di
sì al posto nostro.
Noi, che di petrolio ne abbiamo tanto da
poterci accendere le sigarette direttamente
dal rubinetto di Viggiano, siamo riusciti nel
miracolo tutto lucano di essere i più ricchi
del sottosuolo e i più poveri del distributore.
E la nostra classe politica reagisce con
il consueto piglio da leonessa: scatta la
foto ricordo col ministro Pichetto Fratin
e intona una celebre aria napoletana da
rassegnazione.
L’opposizione, come rileva l’opinionista
Petrone, evoca i fantasmi gloriosi della
Scanzano che fu, ma pare non avere nemmeno
più i numeri di telefono della gente per
riempire una piazza.
Nel capoluogo, intanto, la situazione
raggiunge vette di puro surrealismo. Per
riaprire la storica scala mobile “Prima”,
chiusa da mesi, servono oltre sei milioni di
euro che la Regione continua a promettere
col classico «Sì, faremo, faremo...». E’
la versione, perlomeno, dell’assessore
comunale Costanza, intervistata a pranzo. Il
“faremo” regionale sarebbe diventato ormai
una forma verbale a sé. Un altro primato.
Il ragionier Fusco, su queste pagine, una
volta parlò di una Città, e in fin dei conti di
una regione, delle “tre P”: Puniti, Prima
nomina e Pensionati. E’ proprio il caso di
aggiungerne altre tre: Petrolio, Politica e
Poltrone. E vai col tango.
Ce n’è a sufficienza, insomma, per far
indispettire persino i cani. Il mio è già a buon
punto.
Buona lettura.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 12 Settembre 2026 07:27

Cari Contro-Lettori,
era il giugno del 2004, e quella
sera negli studi della tv locale con
la quale collaboravo, si teneva il
consueto programma dal vivo di
canzoni napoletane, per meglio dire
neomelodiche. In quell’occasione
i locali dell’emittente erano
particolarmente affollati perché era
tornata a esibirsi una ragazza di cui
francamente non ricordo il nome, ma
di cui è difficile obliare l’avvenenza
(che era poi il motivo della presenza di tutti quegli
altri collaboratori che solitamente latitavano, specie
quando ce n’era più bisogno). Per farla molto
breve, la giovane artista, prima ancora di attaccare
a cantare, se ne uscì con la seguente frase: “Io non
so chi votate qui in Basilicata, ma io voto Valter
Lavitola!”. Il panico dietro il vetro ci gelò come
una secchiata di acqua ghiacciata. Si era infatti
in pieno periodo elettorale, c’erano le Europee, e
un incidente del genere poteva tramutarsi in una
grossa grana per la tv. Più che giustificato dunque
l’editore, che, mani ai pochi capelli, dalla console
gridò: Noooo!, come in un horror americano. A
quel punto, la bella, ma ingenua figliola cercò di
riparare al danno: “Ah, scusate, ho sbagliato, non
votatelo!”. Peggio che andar di notte. Il panico era
ormai diventato disperazione.
Circa ventidue anni dopo quella tragicomica
serata (fortunatamente priva di conseguenze per
l’emittente), quello stesso Valter Lavitola che si
era candidato senza esito nella circoscrizione Sud
ha chiesto –anche questa volta senza successo- di
poter scontare i domiciliari proprio qui in Basilicata,
a Noepoli, (bellissimo) paese d’ origine della sua
famiglia. Come sanno anche le capre, l’uomo è
agli arresti come presunto mandante dell’attentato
dinamitardo al giornalista Sigfrido Ranucci.
C’è mancato poco, insomma, che dopo Carlo Levi
in quel di Aliano, qui da noi arrivasse un nuovo
“confinato” illustre. Sì, lo sappiamo, sono due
faccende completamente diverse, per carità, ma
nella mente di chi scrive, davanti allo schermo
televisivo, si sono proiettate immagini d’antan.
Dal canto suo, il sindaco di Noepoli, infastidito
probabilmente dallo scritto di qualche editorialista
poco illustre, ha respinto gli accostamenti
folkloristici, stereotipati e pregiudizievoli sul suo
paese, che fanno da “contorno alle storie altrui”. E
certo ha ragione pure lui.
Ma chissà -e qui ci abbandoniamo a un’altra
surreale speculazione- se le cose fossero andate
diversamente per l’indagato, anche il piccolo, ma
vivido comune lucano sarebbe stato teatro del
cosiddetto “turismo da cronaca”, che nel nostro
Paese ha impazzato e impazza altrove. Valterino
avrebbe salutato, da dietro i vetri, giornalisti e curiosi
assiepati sotto il palazzo di famiglia e magari, fra
dieci/quindici anni, qualcuno lo avrebbe proposto
pure (di nuovo), in politica. E senza sondaggio.
Impossibile? Forse, ma questa terra ci ha abituato
davvero a tutto.
E per questa volta ci si perdoni il divertissement.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 05 Settembre 2026 10:29

Cari Contro-Lettori,
la foto di prima pagina l’abbiamo scattata, casualmente, a Tito -provincia di Potenza- domenica scorsa alle ore 9:00 circa. Ovvero solo alcuni attimi prima che un guasto alle tubature costringesse i residenti a un'astinenza da acqua pubblica che si è protratta per giorni, con una incredibile serie di comunicati che annunciavano di volta in volta il ripristino del servizio anzi no. “Che fastidio”, avrebbe cantato Ditonellapiaga, fra le pieghe di questa estate particolarmente bollente per i cittadini lucani. E quelli di loro che hanno avuto la fortuna di poter passare alcune giornate al mare, sotto l'ombrellone agostano hanno via via letto un susseguirsi di notizie a dir poco dissonanti: il comune di Potenza che chiede di fare una colletta per il concerto del maggio prossimo venturo, mentre si vede sfilare sotto il naso dal municipio di muro Lucano il concerto gratuito promesso da Arisa proprio nel capoluogo; intanto, il ciclista Jovanotti si fa una passeggiata materana da €30.000, dopo aver appena finito di elogiare il pane della vicina Altamura. Dice: ma quello fa un milione di visualizzazioni ed è tutta promozione. Vero, come è altrettanto vero che se uno viene pagato per dire che siamo belli e bravi... vuol dire che abbiamo a che fare con un complimento di plastica. E i followers di oggi non è che non lo sanno, specie se la notizia del compenso ha ampio riscontro sui giornali. Ma come diceva Corrado, non finisce qui. Per molti Lucani il rientro dalle ferie è stato battezzato con la notizia dell'introduzione dei ticket da €2,50 a ricetta, per tutti coloro che per varie ragioni non ne sono esenti (leggetene all’ìnterno). “Dio lo vuole” diceva Papa Urbano II per spingere i fedeli alle Crociate; “Lo Stato lo vuole”, dice Latronico, per giustificare ai cittadini, secondo i sindacati, l’ennesimo Calvario. Certo è che al lettore lucano che per tutto l' “inverno” ha seguito con attenzione la faccenda dei Mini vitalizi, la questionecella dei “Mini ticket” appare un pochettino pelosa. Nel frattempo, come ci conferma ancora una volta un portavoce di quartiere quale può essere il parroco di Poggio Tre Galli a Potenza, giovani e anziani tendono sempre più a chiudersi nella solitudine; i primi affetti (anche) da una incomunicabilità da social, i secondi perché si sentono semplicemente abbandonati a loro stessi e probabilmente, visto i fatti narrati, lo sono pure. Che dire, se la politica latita e i Lucani se ne vanno, in questo vuoto cosmico a cui sembriamo sempre più destinati è rimasta davvero solo la sedia. Che sia quella della politica o quella della gente che disabita i nostri paesi non fa differenza.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 01 Agosto 2026 06:55

Cari Contro-Lettori,
qui da noi è tempo di sagre. Ce n'è una per ogni sapore, ogni paese, ogni campanile. La festa del peperone, della melanzana, del fagiolo, del caciocavallo, dell'arrosticino e vai col tango. Almeno, sono ancora il segno di una terra che qualcosa produce davvero.
Ma se dovessimo organizzare la Sagra dei prodotti tipici della politica lucana, il menù sarebbe ancora più ricco.
Antipasto di trasformismo, servito freddo. Si abbina a qualsiasi maggioranza. Primo piatto di nomine. Meglio se intuitive, perché il merito, si sa, è un ingrediente che copre troppo gli altri sapori. Poi l'immancabile grigliata di consulenze, con contorno di enti, sottoenti, partecipate e organismi che nessuno riesce più a censire con precisione, ma che spuntano come funghi dopo la pioggia. Per dessert, il grande classico: il favore personale. Quello non va mai fuori stagione.
Sono tutti prodotti a chilometro zero, obviously. Crescono spontaneamente. Si tramandano di generazione in generazione. È una gastronomia politica particolare. Qui non si coltiva il consenso: lo si conserva sott'olio.
Il bello è che ogni tanto arriva qualche “chef” promettendo una rivoluzione culinaria. Poi apre la dispensa e scopre che gli ingredienti sono sempre quelli. Li aveva criticati quando erano sulla tavola degli altri. Adesso, semplicemente, li serve nel proprio ristorante. Nel frattempo, i Lucani guardano -come faceva Manfredi- negli stipi e nei cassetti per vedere se gli è rimasto un vaffa, ma poi quando si tratta di votare fanno sempre le stesse cose: o non ci vanno proprio, o si fanno fregare un'altra volta dal sistema delle promesse. Quello che prevede che una regola sia una seccatura, mentre una telefonata sia una soluzione. Che un diritto sia troppo lento, ma una conoscenza personale decisamente più efficiente. Che il merito sia una teoria interessante, purché non tocchi il proprio turno.
Ci rileggiamo a settembre.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 25 Luglio 2026 07:28

vignetta di King Buffino
Cari Contro-Lettori,
come ormai saprete, è uscita un’edizione di Topolino tradotta in dialetto potentino. Una bella iniziativa. Divertente, intelligente, identitaria. E siccome a noi piace ripeterci (non è che abbiamo tutta questa fantasia), come già in occasione della pubblicazione dei fumetti Disney ambientati in regione, torniamo a domandarci: se anche gli altri grandi personaggi delle “nuvole parlanti” arrivassero in Basilicata, cosa direbbero?
Diabolik, probabilmente, imprecherebbe, in lucano, lamentando che qualcuno sembra aver già organizzato il “colpo” da molti anni. Davanti a una regione che produce energia per mezzo Paese, ma continua a pagare carburanti e bollette da record, il ladro acrobata in calzamaglia delle sorelle Giussani scuoterebbe la testa e si girerebbe “di cuozzo” per andarsene. Alla svelta. E porca Eva.
Poi arriverebbe Tex Willer. Abituato alle praterie del Far West, penserebbe di essere finalmente a casa. Pozzi petroliferi, royalties, concessioni, interessi giganteschi. Scambierebbe le pale eoliche per i mulini a vento del New Mexico. Solo che, invece dei bisonti, troverebbe paesi vuoti. E capirebbe presto che il vero deserto non è quello scavato dal vento, ma quello lasciato dallo spopolamento. Qui il petrolio esce dal sottosuolo. I giovani, invece, dalla regione. Ed entrambi vanno fuori. Al galoppo.
Dylan Dog, cacciatore di mostri, o meglio, indagatore dell’incubo, creato da Tiziano Sclavi, avrebbe vita facile. Gli basterebbe fare un giro tra ospedali che arrancano, liste d’attesa infinite, trasporti impossibili, paesi e centri storici (come quello del Capoluogo) che perdono scuole, negozi e servizi. Alla fine del caso potrebbe tranquillamente archiviare il fascicolo con l’etichetta: “L’orrore/errore è amministrativo”. E i suoi amati morti viventi? Ah ahi, il maestro George Romero ce lo mostrò a suo tempo sul grande schermo: sono quelli che assaltano e affollano i supermercati e i centri commerciali. Non vi dice niente? Peccato.
Poi toccherebbe ad Alan Ford. Perché il Gruppo TNT vive di uffici improbabili, mezzi scassati, organizzazioni che funzionano per miracolo, pratiche infinite e personaggi convinti di dirigere il mondo -magari perchè “spinti” da qualche solito noto -senza riuscire a trovare nemmeno la porta d’uscita. In Basilicata il personaggio di Max Bunker potrebbe persino aprire una succursale.
Chiuderebbe il sipario il celeberrimo mago con baffetti e cilindro ideato da Lee Falk che –impossibilitato a fare magie per risolvere certi nostri problemi atavici- si tirerebbe il mantello sul volto, borbottando: “E che so’, Mandrake?”. Buona lettura.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 18 Luglio 2026 07:38

Cari Contro-Lettori,
il fumettistico "Mumble Mumble" borbottato dalla Meloni al vertice Nato, è ormai di prepotenza entrato nel vocabolario delle più basse onomatopee linguistiche della politica italiana; così come le sue smorfie stralunate esibite contestualmente (si trattava di rispondere alla domanda di un giornalista a proposito di riarmo) sono già incollate col bostick nella sezione "cornicette d'oro" dell'italiota album di "figurine" che di tanto in tanto ci concediamo in autorevoli contesti internazionali. Noi Lucani, tuttavia, dovremmo avere poco di cui stupirci, visto e considerato che da diversi anni, ormai, riceviamo in risposta alle domande di questa terra dei non pronunciati, ma senza fallo sottintesi, "Mumble, Mumble". Questione petrolio, ambiente e sviluppo? "Mumble, Mumble". L'acqua scarseggia nonostante le abbondanti piogge invernali? "Mumble, Mumble". Spopolamento? "Mumble, Mumble". Basilicata agli ultimi posti per PIL? "Mumble, Mumble". Sanità in affanno? "Mumble, Mumble". Sito unico di scorie radioattive? "Mumble, Mumble". E fermiamoci qui, sennò Topolino, Pippo e Paperino ci fanno causa per plagio. Ma quello descritto, da decenni, è un metodo di governo. Perché un errore dichiarato può essere corretto; un "Mumble, Mumble" permanente, invece, diventa una palude nella quale finiscono per affondare il dibattito pubblico, la fiducia dei cittadini e, alla lunga, perfino le speranze di chi questa terra continua ostinatamente ad abitarla. Forse è proprio questa la più grande differenza tra una caricatura e la realtà. La prima strappa una risata e passa. La seconda presenta il conto. E c'è un momento in cui perfino il borbottio smette di essere innocuo: quando diventa la colonna sonora di una legislatura.
Alla prossima figurina.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 11 Luglio 2026 07:26

Cari Contro-Lettori,
"La vita assomiglia molto al jazz... dà il meglio quando si improvvisa”, pare avesse detto George Gershwin.
E il jazz è una musica strana.
Si improvvisa, dunque, ma non è una musica di improvvisati.
E non nasce nei salotti. Nasce dove la vita è più dura. Mette insieme ferite, povertà, emarginazione e le trasforma in qualcosa che non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l'ultima parola.
Forse è per questo che la storia di Jimmy Bruno, big di questa musica arrivato a Potenza con la sua chitarra e con le radici italiane ancora addosso, sembra parlare anche di noi.
Il musicista di Philadelphia racconta che suo padre apriva la porta di casa ai musicisti neri quando molti preferivano voltarsi dall'altra parte. Quel gesto, prima ancora che musicale, era civile. Diceva che una comunità migliora quando smette di avere paura dell'altro e comincia a riconoscere il valore delle persone.
Anche una città funziona così.
Un'improvvisazione nasce spesso da una nota inattesa. Nella vita accade lo stesso: non sempre possiamo evitare le cadute, ma possiamo decidere cosa farne.
Non sono i silenzi a interrompere la musica. Sono parte della musica. E anche una città dovrebbe imparare a fermarsi, ad ascoltare, prima di riempire ogni spazio di rumore, slogan e video autoreferenziali su Tik Tok.
Quella sì che è l'improvvisazione degli improvvisati.
Ma a volte non basta nemmeno cercare la nota perfetta. Bisogna imparare ad ascoltare quella degli altri.
Forse è questo il compito più urgente che emerge dalle pagine di questo giornale. Ritrovare un ritmo comune. Perché una comunità non cresce quando tutti suonano lo stesso strumento. Cresce quando strumenti diversi riescono finalmente a diventare orchestra.
"Il jazz è una musica fatta da e per persone che hanno scelto di stare bene nonostante le circostanze". Questa, è di Johnny Griffin.
Buon “ascolto”.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 04 Luglio 2026 07:31

Cari Contro-Lettori,
ci sono settimane in cui le notizie di un giornale -come questo- sembrano non avere nulla in comune. Poi le metti una accanto all’altra e scopri che raccontano tutte la stessa storia.
La storia di una regione che continua a interrogarsi su sé stessa.
Da una parte c’è un punto di domanda che torna a bussare alla porta, con la riapertura delle indagini sulle possibili complicità nel caso Elisa Claps. Dall’altra ci sono milioni di euro di royalties petrolifere e un quesito che resiste agli anni: perché una terra così ricca continua a sentirsi povera di occasioni? Poi ci sono i giovani, ai quali l’arcivescovo Ambarus chiede di non smettere di sognare, e gli adulti, a cui chiede di non limitarsi a dare lezioni, ma di assumersi finalmente le proprie responsabilità. Ci sono gli interrogativi sul discorso Terremoto che, ancora una volta, ricorda al mondo che le tragedie naturali diventano catastrofi quando gli uomini smettono di prevenire. C’è una periferia come Bucaletto che prova a cambiare il proprio destino attraverso una festa, trasformando un appuntamento religioso in un’occasione di comunità. C’è un imprenditore che, da solo, recupera le antiche cantine di Rionero perché ha capito che la memoria non si conserva con i convegni, ma con le mani. E c’è una storia, quella di Palazzo Loffredo, che insegna come gli edifici possano cambiare funzione senza perdere identità.
Sembrano argomenti lontani. In realtà, come in un loop quantistico, parlano tutti della stessa cosa. Parlano della qualità di una comunità. Perché una comunità cresce quando non ha paura delle domande scomode. Quando si interroga sul futuro invece di amministrare solo il presente. Quando smette di raccontarsi soltanto attraverso ciò che non funziona.
Perché le risorse, da sole, non cambiano una terra. Lo dimostra il petrolio.
Perfino la verità, da sola, non basta se poi non produce una cultura diversa della responsabilità. Il “Disclosure Day”, il “Giorno del Disvelamento” (per citare il recente film di Spielberg sui marziani) forse arriverà anche per noi. E per le cose serie. E non solo per il caso Claps. Ma, intanto, sono le comunità che devono fare la differenza. Quelle che scelgono di non voltarsi dall’altra parte. Quelle che preferiscono costruire piuttosto che lamentarsi. Quelle che sanno conservare la memoria senza restarne prigioniere. Quelle che investono nei giovani prima ancora che nelle infrastrutture, perché sanno che il capitale più prezioso non si estrae dal sottosuolo.
Forse è questa la vera sfida della Basilicata: passare dall’elenco delle occasioni perdute al progetto delle opportunità possibili.
E non sono certo concetti…alieni.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 13 Giugno 2026 09:06

Cari Contro-Lettori,
la proposta lanciata dall’editore di
questo giornale (a pagina 4) sulla
realizzazione di una “zipline” nel
Vallone di Santa Lucia, a Potenza,
incarna in realtà qualcosa di molto più
profondo di una attrazione turistica.
È il desiderio, quasi febbrile, di una
città che vorrebbe finalmente vedersi
prendere il volo. Un volo economico,
sociale e perfino politico.
Se è vero che Leonardo da Vinci
era convinto che l’uomo, con un paio d’ali ben
progettate, avrebbe potuto librarsi in cielo, è
altrettanto vero che non occorre essere un genio
rinascimentale per comprendere che la politica
dovrebbe ascoltare le idee e le proposte che
arrivano dai cittadini. Soprattutto quando queste
rappresentano una reazione all’apatia che troppo
spesso si taglia col coltello nelle stanze dei
bottoni.
Potenza può davvero volare. Ma per farlo deve
liberarsi, una volta per tutte, del teatrino tanto
inutile quanto perverso delle inaugurazioni.
Quello delle fasce tricolori indossate per aprire
negozi e associazioni, dei nastri tagliati davanti
ai fotografi e delle presenze istituzionali che
svaniscono puntualmente quando si tratta di
affrontare i problemi reali del centro storico
e delle tante aree della città che continuano a
languire.
Forse una parte del problema risiede nel fatto
che alcuni dei nostri amministratori non sono
nemmeno passati dal vaglio elettorale e hanno
assunto ruoli di responsabilità attraverso
meccanismi che poco hanno a che fare con il
consenso popolare. Ma anche chi viene eletto sa
perfettamente che esistono percorsi alternativi
–e del tutto legittimi- per restare saldamente
ancorato a una qualche poltrona disponibile
su uno dei tanti satelliti che orbitano nella
galassia amministrativa lucana. I meccanismi
ci sono, eccome, anche al di là del consenso dei
cittadini, che da tempo sembra non essere più
né una condizione necessaria né una condizione
sufficiente.
Eppure Potenza può volare.
Può farlo anche se la situazione attuale restituisce
l’immagine opposta: una città ferma, immobile,
intrappolata in una stagnazione aggravata da
crisi e contrapposizioni che, per responsabilità
dirette o indirette (o addirittura subite)
dell’amministrazione comunale, hanno finito per
creare stalattiti di ghiaccio nei rapporti sia con la
Regione sia addirittura con la Curia locale. Come
lo guardi lo guardi, un “successo” non da poco.
Spopolamento, desertificazione, emigrazione:
sono ferite aperte che non possono più essere
curate con palliativi o slogan. Richiedono
interventi risolutivi, visione e coraggio.
È arrivato il momento di tornare a sognare. Ma
che siano sogni lucidi. Sogni concreti. Si tratta
di immaginare una città che ritrova la voglia di
guardare avanti. E che, finalmente, decide di
prendere quota.
Walter De Stradis






