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Cari Contro-Lettori,

«Me fanne schife sempe e cchiù/e’ conferènze ind’a tivù/Tra chi a vò janche e chi a vò nere/fernìsce sempe zero a zero/Songhe ‘na bestia, ‘n ignorante/fra sti capocchie altisonanti/Forse stò fore, ie songo pazzo/ma vuje m’avite rutte o’ cazzo/Sò ‘ngazzate, sò ‘ngazzate, sò ‘ngazzate nire…».

Chi scrive ha incontrato James Senese, per la prima volta di persona, a Satriano di Lucania (Pz), una decina di anni fa, sul palco di un concerto di piazza che avrebbe tenuto di lì a poco, ma era già indelebile nella memoria una sua infuocata esibizione di una ventina di anni prima in un locale dalle parti di Tito.

A Satriano Senese fu spiccio, ma gentile: ci concesse una breve intervista nel bel mezzo delle prove (cosa non da tutti), trasferendoci soprattutto una saggezza, un’attenzione ai fatti di vita e una concretezza micidiali.

Nero e incazzato nero, come nella sua famosa canzone, così era Senese, ma sempre e comunque irrorato da una grande umanità, oltre che da un talento abnorme di cui avevano beneficiato TUTTI i maggiori esponenti del "Napule's Power" (per citare Renato Marengo), Pino Daniele in testa. “James ci ha insegnato cos’è la musica”, ha detto qualcuno di loro al suo funerale, e non a torto.

Senese è poi tornato più volte in Basilicata (bellissima la sua esibizione con i Napoli Centrale al Conservatorio “Gesualdo da Venosa” di Potenza, nel 2018), e lo scrivente lo ha re-intervistato in più occasioni, per radio, al telefono, lui sempre incazzato per le ingiustizie (violenze, guerre, razzismo) del mondo e per la vita che fa la gente del Sud.

Già, la gente del Sud, di cui anche noi lucani facciamo parte, anzi, diventandone a volte l’esempio più significativo: incazzati neri per i disservizi (sanità, trasporti, collegamenti, lavoro, opportunità); per le risorse sprecate (acqua, petrolio e viene da dire persino l’aria); per certa politica strafottente e assente; per i nuovi potenti improvvisati, ma pur sempre potenti; per i giovani che se ne vanno e per i genitori e nonni che, o li raggiungono, o muoiono di inedia e solitudine nelle piazze delle nostre città e paesi.

Anche per questo, il sax e la voce del grande James mancheranno a tutti noi.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

il Frecciarossa torna a fischiare (ma mai quanto le orecchie del cittadino lucano), l’acqua scarseggia (mentre la politica si squaglia).

Già, oggi un treno veloce che collega Potenza a Milano fa notizia, manco fosse atterrato un UFO a Marconia.

Politiche dell’altro mondo.

E mentre i campi del Metapontino si riempiono di crepe, il Consiglio Regionale indice una seduta straordinaria per affrontare l’emergenza. Risultato? Si “scioglie”, come neve al sole, per mancanza di numero legale.

Per non parlare del Bonus Gas, l’opera buffa che tiene banco da mesi. D’altronde, i nostri politici son diventati più bravi di Dario Fo nell’utilizzare il “grammelot”. Vedasi, all’occorrenza, la questione sanità. Le palle, diceva un tizio tristemente noto, è bene raccontarle belle grosse.

Insomma, la Basilicata è un cantiere sempre aperto: qualche ponte si costruisce, qualcuno crolla, ma qualcun altro, come quello tra retorica e realtà, resta perennemente in attesa di collaudo.

Ma questa settimana è bene lasciarci con un’immagine straordinariamente poetica: a Picerno scompare un allevatore molto amato, anche in virtù della sua onestà e della sua laboriosità: una vita di duro lavoro, senza mai chiedere, ma anche piena di amore, di gioia e di rispetto. Le mucche ne hanno accompagnato il feretro nella campagna, in un silenzio dignitoso e bellissimo. I campanacci per marcia funebre. E’ la Basilicata resistente che non scompare, ma che si rigenera nel cuore di chi rimane. Ed è la Basilicata che ci piace e che nessuna classe politica –capace o incapace- potrà mai soffocare.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

“Se loro volano in cielo, io cado

di faccia in terra. E si portassero

pure a me”.

Nel finale di “Pacco, doppio pacco

e contropaccotto” di Nanni Loy, nel

bel mezzo della lunghissima fila di

un concorso napoletano, si inserisce

un gobbo venditore di palloncini,

che lui chiama “volanti”.

Quanto sono belli i volanti”, strilla

agli astanti, stanchi e sudati, salvo

poi raccontare le conseguenze di

un eventuale volo non previsto dei

suoi mezzi di sostentamento.

Ancora una volta la grammatica

cinematografi ca (com’è tradizione

di questo giornale) ci torna utile per

fotografare quella che è una realtà

lucana (evidentemente condivisa

con la Campania, e non solo per la

presenza, alla Regione, del nostro

Generale).

Tante, troppe speranze

sono volate in cielo come

“volanti” (sviluppo,

sanità, trasporti, lavoro),

e troppi Lucani sono

caduti di faccia in terra, e

molti di loro senza potersi

rialzare.

Mentre la Basilicata continua

a perdere pezzi –ospedali in

affanno, strade dissestate, giovani

in partenza –la politica regionale

appare sempre più chiusa nel suo

linguaggio autoreferenziale: report,

piani, “visioni” e comunicati che

rassicurano, ma non convincono.

C’è una distanza sempre più

evidente tra ciò che viene raccontato

e ciò che si vive ogni giorno.

Da un lato, il racconto della

“ripartenza”; dall’altro, la realtà

fatta di rinunce, precarietà e

sfiducia.

Buona lettura.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

Petrolio, pensionati, politici e pazienza: il destino della Basilicata sembra sempre più appendersi alle stesse consonanti (senza contare in famosi “puniti” e “prima nomina” che spesso –come dicevano i nostri nonni- arrivano negli uffici, di varia natura, del Capoluogo).

Basta leggere questo numero del nostro settimanale (e gli altri giornali) per scoprire che ogni cosa è “in fase di attivazione”: la sanità “si riorganizza”, l’alta velocità “arriverà”, i servizi “ripartono”, l’agricoltura “riflette”. È la declinazione lucana del futuro anteriore: avremo migliorato, avremo inaugurato, avremo risolto. Nel frattempo, i cittadini avranno atteso.

Potenza è la città dove la sicurezza è “ad alto impatto”, mentre il centro storico è “a basso entusiasmo”; dove i controlli si moltiplicano, ma le buche resistono; dove ogni assessore promette di “riqualificare” e finisce per giustificare. Le campagne chiedono acqua, gli ospedali chiedono medici, i potentini chiedono parcheggi: tutti, insomma, cercano qualcosa che non c’è. “Soon come” cantava Peter Tosh, riferendosi a una ragazza che al telefono lo tranquillizzava, a lui, ansioso di vederla: “Tranquillo, arrivo presto”. Sì, buonanotte. Oggi è diventato quasi un protocollo istituzionale.

Così come è “protocollare” non rispondere agli interrogativi, alcuni dei quali persino scabrosi, sollevati dalla stampa locale, né tantomeno degnarsi –ci spiace dirlo, a proposito di qualche politico nostrano (più di uno)- di rispondere alle richieste di interviste. “Per Grazia di Dio e volontà della Nazione”, si leggeva nell’incipit dei documenti del Re d’Italia, ma a dispetto della arrogante intestazione, proprio come Vittorio Emanuele II e famigliari, certi "monarchi" locali –pur nel nostro sistema democratico- non li ha eletti (né tantomeno votati) nessuno. Anzi, magari altrove sono stati pure trombati. Che se lo ricordino. Ma intanto sono lì, seduti nei loro scranni, e tanto (gli) basta, evidentemente.

Nella regione ove un tavolo tecnico non si nega mai a nessuno, al pari di un affidamento diretto, di un assessorato esterno, di una nomina fiduciaria o di una poltrona in un ente satellitare, il malcontento galoppa a tutto... gas.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,
chissà se il vecchio Vespone di regime –dopo la sua "prodezza" col portavoce italiano della Flotilla- pure direbbe che qui in Basilicata c’è chi “se ne fotte” di aiutare i lucani. Forse no, eh, visto dove tira il vento di questa bagnarola (nazional-regionale). D’altronde, la nostra “classe” politica, che in pubblico mima la spavalda camminata alla Aldo Maccione (in Francia ribattezzato “Aldo la classe”), pare in realtà specializzata nell’arte antica del “galleggiamento”. Non nel senso acquatico, ma appunto politico, sociale, culturale. E che mi hai portato a fare, sopra a Posillipo, se non mi vuoi più bene? Qui i Frecciarossa vanno e vengono come comete, lasciando i pendolari a rincorrere autobus sostitutivi degni di una sceneggiatura di Kafka. Che è poi quel tizio che scrisse di un altro tizio che a un certo punto diventava uno scarafaggio gigante. Qui parliamo de “le Metamorfosi” di una regione che discute di alta velocità mentre si arrangia con la scomodità, che sogna collegamenti con Milano ma spesso non riesce neppure a collegare Potenza a se stessa. Tra una buca e un autovelox spara-multe.
Sul fronte economico, il bollettino è quello di una guerra a bassa intensità: fabbriche che si svuotano, logistiche sospese, operai in cassa integrazione e royalties petrolifere che restano sulla carta, più simili a promesse da (s)campagna(ta) elettorale che a entrate concrete. Ricordate il “gas a gratisse”? Ricchi premi e conguagli per tutti. L'acqua? Meglio non parlarne. 
La sanità? Da un lato la Regione che recita l’elenco dei trionfi: assunzioni, investimenti, digitalizzazione. Dall’altro l’opposizione che denuncia la favola (quella di Pinocchio?), ricordando liste d’attesa di 400 giorni e cittadini costretti a chiedere prestiti per togliersi un dente. Per la serie, “qui chi non ha pane, non ha nemmeno i denti”.
Persino la Chiesa prova a reinventarsi: a Potenza si sperimenta il Pos per le offerte, segno che anche da Lassù si sono accorti che da queste parti, le monete scarseggiano.
Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

negli ultimi giorni il bel viso di Claudia Cardinale, in dissolvenza in entrata, è apparso su schermi, grandi e piccoli, di social e tv. A seguito della sua dipartita, a più riprese sono stati richiamati alla memoria collettiva i capolavori del cinema a cui aveva preso parte, incluso, ovviamente, “Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata”. Diretta da Luigi Zampa nel 1971, la commedia fotografa una storia d’amore in qualche modo “di rassegnazione”, sullo sfondo dell’emigrazione italiana nel mondo. «La nostra è una vendetta –dice a un certo punto, nel film, un esule siciliano alla bella Claudia- infatti quando tornerò al mio paese mi comprerò un bar e lo metterò in c… a tutti!».

Non sappiamo se i giovani e meno giovani lucani costretti anche loro a emigrare (come se oltre cinquant’anni di “sviluppo” fossero passati invano) meditino similari propositi di “vendetta” (ma poi, nei confronti di chi, della politica?); certo è che, secondo i dati più recenti del Censimento permanente diffusi dall’Istat, al 31 dicembre 2023 i residenti in regione erano 533.233, con un calo di 4.344 persone rispetto all’anno precedente, pari a una contrazione dello 0,8%. Le proiezioni a medio-lungo termine non lasciano spazio all’ottimismo: entro il 2050 la regione rischia di perdere circa 100.000 abitanti, secondo le stime Istat riprese da analisi e cronache locali. In altre parole, un territorio già fragile vedrebbe svuotarsi progressivamente i propri centri, soprattutto quelli più piccoli e periferici. Non è un caso che nel Potentino ben 38 comuni siano stati definiti come “ultraperiferici”: realtà che distano oltre un’ora dai servizi essenziali e che vivono quindi condizioni di marginalità doppia, demografica e infrastrutturale.

Il fenomeno si riflette in tutti i settori della vita quotidiana. La scuola, ad esempio, fa registrare una riduzione continua di iscritti: nell’anno scolastico 2025-2026 gli alunni in Basilicata sono stati 65.434, dato che conferma un trend negativo ormai endemico.

Anche le analisi socioeconomiche sottolineano l’urgenza della situazione. Il Rapporto Svimez 2024 colloca la Basilicata tra le regioni meridionali più esposte al declino demografico, con pesanti ricadute sul tessuto produttivo e sull’attrattività dei territori.

Il quadro che emerge è quello di una regione che si svuota, con aree interne sempre più isolate e comunità locali costrette a fronteggiare lo spettro della desertificazione sociale. Un fenomeno che richiede politiche mirate di rilancio, investimenti in servizi e strategie di attrazione per i giovani, ma, a quanto pare, i nostri politici, con i loro annunci roboanti, stanno guardando un altro film.

Beati loro.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

sarà capitato un po’ a tutti, una volta o l’altra, di trovarsi al tavolo di una pizzeria in compagnia di amici e parenti. Abbiamo ordinato la nostra brava quattro stagioni, ma passano i minuti e, mentre gli altri commensali - uno a uno alla spicciolata- vengono serviti, il nostro piatto tarda ad arrivare. Il profumo delle altre pizze sul tavolo comincia a inebriarci, mentre lo stomaco –col passare dei minuti- ci rimprovera con crescente insistenza il vuoto che lo attanaglia. I nostri amici e parenti, anche loro, non sanno cosa fare (ma è più che altro etichetta): le loro pizze rischiano di raffreddarsi e perciò ci chiedono, gentilmente, se possono attaccare. E noi, sempre gentilmente, rispondiamo di sì. Ed ecco allora che tutti mangiano, tranne noi. Quel “noi”, ovviamente, sono/siamo i Lucani. I commensali che mangiano alla faccia nostra, fate un po’ voi. Non è poi così difficile dar loro un volto.  

Sbrigata la metafora, veniamo ai dati concreti, quelli del rapporto Ires-Cgil.

L’area della povertà, assoluta o relativa, nel Comune di Potenza, riguarda 12.000 persone; nell’ambito del territorio diocesano di Potenza, tale area forma una specifica sacca della povertà, che cresce più rapidamente rispetto al resto della provincia (+12% di accessi alla Caritas nel 2023);

-Vi è poi un’area di povertà potenziale, di rischio, per così dire, che riguarda 17.000 anziani e 3.350 nuclei familiari monogenitoriali costituiti da madre e figli minorenni; gli stranieri sono in numero minore, ma 2.000 di essi fanno altresì parte dell’area del rischio di povertà potenziale;

-La povertà è alimentata da un mercato del lavoro escludente e precario: le figure tipiche sono la giovane donna che non riesce ad accedere all’occupazione e il precario, spesso non giovane, che pur lavorando fa parte dell’area della povertà. Si stima che circa il 30% degli occupati ricada in tale area;

-La questione abitativa è centrale: il gap fra offerta di alloggi popolari su Potenza e domanda potenziale è di 8.700 unità, con un fabbisogno pari a circa il triplo delle unità abitative attuali;

-Sta emergendo, sinora fortunatamente con numeri molto bassi, un problema di senza tetto e senza fissa dimora, che secondo i dati Istat sarebbero 43 persone;

-Secondo le rilevazioni della Caritas, la povertà riguarda soprattutto italiani,

ultracinquantenni, a basso livello educativo e formativo, nonché persone più giovani senza lavoro o in condizioni lavorative precarie. Vi è però l’emergere di una situazione di crescita della povertà fra gli anziani ed i quasi-anziani (dai 55 anni in su), un tempo sostenuti da Reddito e Pensione di Cittadinanza ed oggi completamente sguarniti.

Così è se vi pare. Insomma, questa pizza non arriva, finora ci hanno “servito” solo i bruscolini.

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

i lucani continuano a fare la spesa “a numero” – due mele, tre patate – e a chiedersi se domani avranno l’acqua nei campi, oltre alla rata del conguaglio del gas in bolletta.

La verità è che la nostra regione vive sospesa tra due mondi: quello dell’apparire, che sfila in passerella nel mondo o si inginocchia davanti a Madonne e patroni (ma la cera si consuma e il santo non cammina), e quello dell’essere, che si misura con frigo vuoti, colture assetate e collegamenti precari.

Da una parte il lessico dell’“identità” e della “speranza”, dall’altra il dialetto crudo delle famiglie che scelgono tra latte o medicine.

Qui si parla di “speranza” (leggete i post su Facebook di certi nostri politici, per rendervene conto)come fosse una valuta corrente. Ma la speranza non si mette nel carrello della spesa, non si versa nel serbatoio, non scalda i termosifoni. La speranza, a forza di essere evocata, è diventata una nuvola di parole che stordiscono, mentre i piedi restano immersi nel fango delle difficoltà quotidiane.
Alberto Sordi una volta disse in tv che il povero di un tempo andava avanti per “piccole conquiste”, come quando poteva finalmente mettere un po’ di carne in un piatto di pasta solitamente in bianco; al contrario, diceva, la società moderna dei consumi aveva reso tutti tristi perché chiunque ormai ambiva alla propria fetta di lusso. Aveva ragione, ma è pur vero che oggi i poveri lucani (nonostante le risorse naturali) sono stati condannati/abituati a un nuovo tipo di “piccole conquiste”, piccolissime, e a rallegrarci se una Imma Tataranni si gira di nuovo dalle nostre parti (e non magari a Bassano del Grappa), se un nostro corregionale va a fare il presentatore in tv o se un altro ancora vince una medaglia sportiva importante. Consapevoli di questo, i nostri politici subito li corteggiano, li invitano in ufficio per stringer loro la mano a favor di flash, consegnare una targa, e sperare di beccarsi un po’ di luce riflessa. E sul giradischi della cosa pubblica gira sempre quello stesso vecchio disco, una bassa fedeltà nei confronti dell’ascoltatore che ha dello sfacciato, con quella puntina che continua a scavare nei microsolchi ormai sgretolati della nostra pazienza.  


Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

“Brancaleone (…) ritto in sella, fissò Abacuc e gli altri a uno a uno, poi disse:

«Sapete ch’io sia?».

Pecoro azzardò:

«None».

«Avrete sentuto, suppongo, lo nome di Groppone da Figulle».

Rispose Mangoldo per tutti, anche se non tutti avrebbero risposto come Mangoldo:

«Mai coverto».

Brancaleone non raccolse.

«Groppone da Figulle fu lo più grande capitan di Tuscia. E io son colui che con un colpo solo lo divise in due. Lo mio nome, stare attenti! Lo mio nome est: Brancaleone!».

Il cavallo, con grande sorpresa di tutti, si impennò e nitrì quasi con fierezza. Il cavaliere lo resse e completò:

«Da Norcia».

«Gagliardo», disse Abacuc, guardando gli altri, per compiacerlo.”

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Lo scambio di battute, fedele al film di Monicelli, è tratto da “Brancaleone – il Romanzo”, scritto dagli sceneggiatori Age & Scarpelli e dal citato regista.

Il passo citato è quello propedeutico alla nascita e formazione della famosa (e famigerata) “Armata”; il linguaggio di cui si servono i personaggi è una sorta di “medievalese” inventato, ma il quadretto qui raffigurato sembra a tratti l’incipit di un qualche comizio nostrano di contrada o di paese (ma anche di città, senza meno), in cui il “pezzo grosso” (o meglio colui, come in questo caso, che si ritiene tale), si presenta alla “plebe” (che egli si augura diventi presto la sua “ciurma”), millantando attributi e successi passati o futuri. E visto lo stato “medievaleggiante” (non-inventato) in cui per molti versi la nostra regione versa, la citazione ci è sembrata azzeccata. Senza contare ciò che evoca in tutti noi Lucani l’immagine dell’Armata Brancaleone…

L’antieroe tragicomico interpretato da Gassman era, o ambiva a essere, un “Cavaliere”, ed è curioso che il nostro opinionista Mario Petrone, nel suo intervento a pagina tre, in qualche modo “evochi” proprio il “Cav”, sostenendo – e come dargli torto- che tutte queste sagre e feste estive ci fanno sentire la sera ricchi come il Berlusca, salvo “risvegliarci” la mattina dopo in una Basilicata, mal-ridotta, mal-collegata e male in arnese.

Branca, branca, branca! Leon, leon, leon!

Walter De Stradis

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Cari Contro-Lettori,

una volta, sui muri del palazzone dell’Ina di Piazza Prefettura a Potenza, sul lato con le scalette che portano più giù verso gli ascensori di Via del Popolo, campeggiava una scritta spray -“per la spiaggia”- con tanto di freccia verso la fantasiosa destinazione. Il buontempone autore della segnaletica farlocca faceva –ovviamente- riferimento non tanto all’assenza di possibilità di balneazione nella nostra città, ma probabilmente anche alla penuria di “attrattive” e di opportunità.
Qualche decennio dopo (estate 2024), ci ha pensato il Neo-Sindaco, appena eletto, a posizionare le sdraio in Piazza Prefettura, in quella che nelle sue intenzioni voleva essere probabilmente una geniale provocazione mista a un più pragmatico invito a godere della città per quella che è (e confesso di essermi chiesto se magari non fosse stato proprio lui, da ragazzino, a vergare la famosa scritta spray!).
In ogni caso, si sa, la minestra riscaldata, sotto il sole cocente, è un piatto piuttosto indigesto.
E così, nei giorni scorsi, è circolata sui social una vecchia cartolina della stessa piazza, in cui sono ben visibili gli ombrelloni, quelli veri, non quelli ideologici del sindaco, ovvero quelli di una città che negli anni 60 forse si crogiolava sotto i raggi del boom economico, inconsapevole del lento declino che avrebbe caratterizzato il percorso di vita del centro storico negli anni successivi.
E’ questa una città vittima delle sue contraddizioni, che rimangono beatamente tali, indisturbate.
Ne sa qualcosa chi, negli ultimi tempi, la sera torna stanco morto dal lavoro e cerca un parcheggio in Via Mazzini. Dalla sua, ha in tasca il permesso di sosta annuale pagato al Comune in quanto residente, ma di posti liberi neanche l’ombra. Essì, che da un certo orario in poi, che tu abbia il permesso citato oppure no, il parcheggio è gratuito (e vai col tango) per tutti, e per di più, con gli eventi estivi in atto alla Villa del Prefetto e non solo (legittimi e necessari, per carità, ma guai se il potentino non ci arriva sotto-sotto con l’auto), ecco che il residente è costretto a bestemmiare su e giù, alla stregua di un cavaliere medievale blasfemo, alla fatidica cerca non del santo Graal, bensì di uno straccio di anfratto in cui infilare la propria auto. Mal gliene incoglie: può volerci anche un'ora.
E così, anche il diritto di tornarsene a casa, a un orario decente, dopo una giornata di lavoro, va a farsi benedire. E allora? E allora, troppa fatica, evidentemente, bilanciare i diritti del residente (che paga regolarmente al Comune siffatto permesso) con quelli dell’automobilista avventizio (che magari, chissà, potrebbe pagare la sosta anche di sera). Ma poi, bisognerebbe toccare l’argomento controlli e controllori in servizio in orari inoltrati. No, davvero troppa fatica. Meglio sedersi sulla "sdraio" in Piazza Prefettura. "E il cittadino", dite? Beh, quello un posto a sedere col culo per terra tanto lo trova sempre.
Walter De Stradis

   

  

 

 

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