- Scritto da Redazione
- Sabato, 21 Febbraio 2026 07:26

Cari Contro-Lettori,
mercoledì scorso presso il Polo Bibliotecario di Potenza è stato presentato un corto-documentario, coprodotto –con fondi regionali- dal comune di Pescopagano e dalla TAB Consulting. Nove minuti illuminanti, non solo a proposito di una tradizione atavica in quel che rimane del pianeta agro-pastorale, ma anche riguardo alle condizioni di lavoro e di vita di non pochi lucani che si fanno un mazzo tanto. I dettagli li leggerete all’interno del giornale. Ciò che ci preme sottolineare in questa sede, sono le parole che chiudono il filmato. A pronunciarle è un anziano, moderno “patriarca”, un “decano” della transumanza che racconta un aneddoto. Quando era più giovane aveva chiesto a suo padre ottantenne –che faceva lo stesso mestiere, ovviamente- di “ritirarsi” dalla campagna, considerato il gravame delle fatiche quotidiane. E così, l’anziano gli aveva risposto che preferiva di gran lunga morire lavorando come al solito, senza pensarci, piuttosto che sedere sui gradini del paese e pensare alla morte. Da tutto questo emerge un dato di una forza abbacinante: per molti lucani -anche anziani- ancora oggi, il “vitalizio” consiste nel continuare a lavorare per non pensare alla morte. Alla prossima seduta del Consiglio regionale, proprio quello che –a maggioranza- ha da poco riconfermato i “mini-vitalizi”, appena spuntandoli con la forbicina, qualcuno dovrebbe portare il decano pastore del video. E farlo parlare (sperando che nessuno gli urli “taci!”).
Puro e semplice.
E per oggi –per citare ancora una volta il vignettista Natangelo- il mio lavoro è finito. Anzi no, c’è spazio per un’ulteriore citazione, il brano del poeta dub Nico Caldarulo e del gruppo barese Suoni Mudù, intitolato “Damattutte”, laddove recita: «Vu’ li vulite/Vu’ li votate/Vu’ li pagate/E ‘ddà vu pigghiate».
A buon intenditor…
Walter De Stradis
(Nell'immagine un fotogramma del documentario "Il Respito della Terra")
- Scritto da Redazione
- Sabato, 14 Febbraio 2026 07:16

Cari Contro-Lettori,
la scorsa settimana ci eravamo lasciati, su questa pagina, con alcune considerazioni sulla satira politica, e sul “disinnesco” su essa operata dall’agire –già di per sé fin troppo “satirico”- di alcuni nostri rappresentanti istituzionali, anche e soprattutto locali. In questa sede, si aggiunga soltanto una considerazione, senza che questa suoni come un voler ventilare perle di saggezza da un qualche pulpito: tuttavia, non si può sottacere ciò che ha una dimensione socio-politico-culturale. Da non poco tempo, qui, proprio qui in Basilicata, si è vista nascere e perseverare una certa “satira” (disegnata e non solo) che sembra porsi “a favore” della politica o comunque del potere. Noi Lucani siamo stati dunque capaci di inventarci anche questo! Ricordo innanzitutto a me stesso, dunque, che il compito di noi vignettisti e autori di satira in generale dovrebbe essere quello di offrire ai nostri lettori perlomeno il minimo sindacale, ovvero lo sberleffo –quando si rende necessario- del potere, e soprattutto delle incongruenze/ingiustizie da esso messe in atto ai danni del cittadino. Cerchiamo –per quanto possibile- di non “disinnescarci” da soli.
E non c’è bisogno di scomodare la retorica dell’antipolitica. Basta osservare la traiettoria: in alto si discute di “indennità differite”, in basso si praticano “tariffe agevolate” (parcheggi per la politica). Regione e Comune non sono la stessa cosa, ma l’effetto “cumulativo” sì. Si consolida una pedagogia del privilegio minuto, quotidiano, normalizzato. Non l’oro, ma l’argento vivo dei piccoli vantaggi. Non lo scandalo, ma l’assuefazione. La maggioranza regionale annuncia correzioni sui mini-vitalizi, l’opposizione chiede abrogazioni, un comitato invoca il referendum. È il gioco democratico, ed è legittimo. Ma la questione vera non è se la norma sia retroattiva o se l’adesione sia facoltativa. È se, in una regione che perde giovani e fatica a trattenere competenze, la priorità percepita debba essere la messa in sicurezza previdenziale di chi governa o la messa in sicurezza sociale di chi resta. In tempi ordinari, forse, una “indennità differita contributiva” passerebbe come materia tecnica. In tempi di conti tirati, servizi fragili e bilanci in equilibrio precario, diventa una dichiarazione di gerarchie. Dice cosa viene prima.
Ripetiamo. La Basilicata non ha bisogno di crociate moralistiche. Ha bisogno di coerenza. Se si chiede rigore ai cittadini, lo si pratichi per primi. “Minivitalizi sopra, minitariffe sotto”: non è una battuta efficace, è satira, quindi è una fotografia. E le fotografie, a differenza delle norme, non si emendano. Si possono solo smentire con i fatti. Altrimenti, con lo spopolamento galoppante, qui ci rimarranno solo i politici.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 07 Febbraio 2026 07:20

Cari Contro-Lettori,
il sottoscritto è anche autore di satira, inclusa quella disegnata. Ed è quindi con particolare interesse che ho ascoltato l’intervista di Enrico Bertolino al programma La Confessione condotto da Peter Gomez. In quell’occasione il comico (satirico) di Zelig diceva che ai giorni nostri la satira ha perso parecchio del suo potenziale, e non tanto per la scarsa qualità di chi la veicola, ma perché la realtà politica italiana è più satirica della satira stessa. Puro e semplice. Bertolino faceva l’esempio di Crozza e della sua imitazione di De Luca: stante la bravura del comico che gli fa il verso, il personaggio originale è di per sé assai più divertente della caricatura.
E’ più o meno lo stesso spirito che a volte muove il vignettista Natangelo, quando si limita a pubblicare una foto-notizia nuda e cruda (vedi il caso dell’ “Angelo Meloni”), senza intervento alcuno, chiosando: “E per oggi il mio lavoro è finito”.
E’ così.
Il lavoro dell’autore satirico in qualche modo finisce, quando in un consiglio regionale si votano nottetempo i mini-vitalizi (con emendamento anonimo); poi si annunciano marce indietro (più o meno “spintanee”); e poi ancora non ci si presenta in consiglio per votarle o discuterle, mentre alcuni ex consiglieri –hai visto mai- fanno domanda per ottenere il beneficio; e, come se non bastasse, in Consiglio ci si aumenta anche l’indennità, tramite la possibilità di non tagliarsi più le quote destinate all’ormai famosissimo “fondo sociale”.
E che satira vuoi fare, se in un Capoluogo, l’assessore al bilancio -pochi giorni prima di una data contabile fondamentale!!!- rassegna le dimissioni “per motivi personali”, lasciando il sindaco ignaro, percosso, attonito (?) e solo, a balbettare qualcosa di circostanza al cospetto di chi gli chiede “ma che cavolo è successo?!?”.
E così al quel punto, sia gli oppositori sia gli internauti e i cronisti hanno ipotizzato scenari anche foschi, su eventuali dissapori dovuti a chissà cosa. Sta di fatto che il giorno dopo la notizia, TAAAC!, pozzettianamente le dimissioni sono rientrate e così l’assessore ha spiegato e sottolineato che il suo gesto era dovuto esclusivamente a questioni personali, non chiarite, ma piuttosto serie. Massimo rispetto ovviamente per i fatti dell’assessore, a cui auguriamo il meglio, ma sta di fatto che la crisi di maggioranza è rientrata in quattro e quattr’otto, come se protocollare il proprio addio alla Giunta non fosse un fatto dal peso politico rilevante. Se la situazione non era più sostenibile, anche per un dichiarato sovraccarico di responsabilità (com’è parso di capire), come mai è bastata una nottata a rimetterla a posto? Domande al vento, probabilmente.
E che satira vuoi fare, pertanto, se in un paio di giorni in quel municipio succede tutto e il contrario di tutto. Non fai in tempo a pensare a una battuta, che la realtà ti supera di slancio. E allora, vale la regola Bertolino.
Ma perdonateci, allora, se la vignetta di prima pagina la facciamo lo stesso: è Carnevale e i giullari, fateceli fare pure a noi.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 31 Gennaio 2026 06:47

Cari Contro-Lettori,
c’è quel film americano, “Ted”, in cui un tizio spiantato vive da trent’anni col suo orsacchiotto di peluche, che quando lui era bambino a un certo punto si era messo a ragionare e a parlare come un uomo, senza smettere più.
La premessa del lungometraggio, spiegata all’inizio, è che il mondo –dopo il clamore iniziale- alla fine si abitua a tutto, persino al fatto che da qualche parte esista un pupazzo che parla, beve, fa sesso, si droga, guarda la tv e dice parolacce, come un qualsiasi sbandato trentacinquenne.
Certi politici pensano che noi lucani viviamo nel mondo di Ted.
Fanno molto affidamento, cioè, sulla capacità tutta lucana di “abituarsi” alle cose assurde. Ma a volte esagerano, in questa loro speranza.
E se David Copperfield (l’illusionista, non il personaggio di Dickens) avesse frequentato il Consiglio Regionale di via Verrastro, probabilmente avrebbe imparato come far sparire il numero legale con la stessa velocità con cui ha fatto puff! con la Statua della Libertà..
La maggioranza non ha i numeri, ma ha una tecnica raffinata: l’assenza strategica. Il rinvio “a data da destinarsi” è ormai una forma di governo. Nel frattempo, mentre fuori crescono firme e indignazione, nella stanza dei bottoni si prende tempo. Che in politica è come prendere ossigeno: serve a sopravvivere, non a camminare.
A Potenza, invece, si sperimenta. Sensi unici, parcheggi creativi, ponti trasformati in autorimesse. Il traffico non scompare, si sposta. Come i problemi. La città viene trattata come un disegno su carta millimetrata: pulito, ordinato, irreale. Il Centro e i suoi negozianti, intanto, continuano a farsi il segno della croce, confidando di non sparire, anche loro.
E poi c’è Tommaso Pedio, che –raccontato dal prof. D’Andria nella sua rubrica- attraversa queste pagine come un corpo estraneo. Era uno che faceva politica andando in archivio. Troppo serio, troppo libero, troppo poco allineato. Per questo oggi è celebrato, citato, ma accuratamente neutralizzato. Qui i padri si rispettano meglio quando non disturbano. E pure i figli. Noi tutti, insomma.
Qui la presa per il culo la chiamano resilienza.
In questa Basilicata non c’è nulla che "resista", se non la pazienza dei cittadini, esangui, e l’ostinazione di una classe dirigente che continua a confondere il bene comune con il proprio fondo pensione.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 17 Gennaio 2026 07:46

aggiornamento (18-01-26) -
Con riferimento alle polemiche emerse in questi giorni sulla norma approvata dal Consiglio regionale in materia di indennità differite, " spesso rappresentata in modo non corrispondente al suo effettivo contenuto", il Presidente della Regione, Vito Bardi, ritiene necessario intervenire per chiarirne la portata e migliorare alcuni aspetti della disciplina.
“Non è mai stato approvato alcun vitalizio, né è stato introdotto alcun privilegio. La norma riguarda esclusivamente un sistema contributivo e volontario, senza automatismi, operativo solo al raggiungimento dell’età pensionabile. Si tratta di un modello già adottato in 16 Regioni italiane, dalla Lombardia alla Sardegna, sotto governi di diverso colore politico: la Basilicata non fa eccezione e non inventa nulla. Detto questo, con l’intera maggioranza abbiamo condiviso due indirizzi chiari, che saranno tradotti in modifiche normative: separare completamente il sistema contributivo da qualsiasi fondo ed eliminare ogni riferimento e ogni possibile interconnessione con la retroattività. Il fondo costituito integralmente dal taglio delle indennità mensilmente accantonato dai consiglieri regionali non verrà toccato e sarà destinato a interventi nel sociale, a difesa dei più fragili, individuati contestualmente alla modifica della normativa. Resta fermo che tali risorse non sono e non saranno in alcun modo collegate al sistema contributivo.
Ribadisco un punto fondamentale: l’adesione resta e resterà facoltativa. Nessun obbligo, nessun automatismo. Si andrà rapidamente in questa direzione, chiudendo la discussione sul tema e tornando a concentrarsi su ciò che davvero interessa ai lucani. Come Presidente – conclude Bardi – sono il garante di tutta la maggioranza, di trasparenza, responsabilità e unità istituzionale, consapevole che la politica deve sempre saper ascoltare, spiegare e, quando necessario, migliorare le proprie decisioni”.
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Cari Contro-Lettori,
negli ultimi giorni –un po’ in tutto il
mondo- si è celebrato il cinquantenario
della scomparsa della scrittrice inglese
Agatha Christie, la cosiddetta “regina
del giallo”, autrice di una quantità
spropositata di best-seller internazionali,
alcuni dei quali sono diventati anche
fi lm e piece teatrali di grande successo.
Soverchiati dall’alta rotazione sui social
del video de “Le Iene” riguardante i
famigerati “mini-vitalizi” istituiti (dalla
maggioranza lucana) in Consiglio
Regionale, non abbiamo potuto fare
a meno di immaginare cosa sarebbe
successo se, al posto del bravo inviato
Sortino, ad aggirarsi in cerca di risposte
per i corridoi del Palazzo ci fosse stato
l’omino buff o coi formidabili baff etti,
inventato dalla Christie, che corrisponde
al nome di Hercule Poirot. Nonostante la
sua proverbiale compostezza, il piccolo
detective belga si sarebbe vistosamente
irritato al cospetto di quelle mezze
risposte, di quei belbettii e di quelle
“fuitine” che hanno caratterizzato
l’apparizione televisiva di alcuni nostri
Consiglieri “di governo”, davvero
pessimi “testimoni” istituzionali
(e, nell’ottica di un investigatore),
“colpevoli” dell’ennesimo delitto
commesso alle spalle di quei cittadini
che li hanno votati. Poirot avrebbe
perso le staff e, proprio per il suo
ben noto amore per la simmetria, in
quanto la misura, comunque la si
voglia chiamare (persino “indennità
diff erita”) -approvata praticamente
tra il lusco e il brusco –come dicono
a Roma- è assolutamente “asimmetrica”
rispetto ai bisogni e allo status quo
di moltissimi lucani che non possono
permettersi nemmeno un Giallo
Mondadori da cinque euro. L’accesso
al “mini-vitalizio” è volontario, e il
Consigliere dovrà comunicarlo entro
novanta giorni: fra due mesi e mezzo
circa, sapremo quanti effettivamente
ne beneficeranno.
Alla prossima puntata di un “Giallo” un
po’ troppo telefonato.
Walter De Stradis
17-01-2026
- Scritto da Redazione
- Sabato, 10 Gennaio 2026 07:15

Cari Contro-Lettori,
Che dire. Potenza, capoluogo per decreto e per abitudine, è sempre più il non-luogo simbolo di una immobilità politica mascherata da prudenza. Una città verticale che si scopre improvvisamente orizzontale, per non dire a pecoroni: i collegamenti saltano, i simboli si spengono, la “modernità” mostra il conto senza più accettare cambiali. Le scale mobili, cuore di un orgoglio tutto nostro trasformato in barzelletta, non sono state “rotte” da un guasto improvviso, ma da anni di non-scelte, da una catena cigolante di rinvii che oggi tutti fingono di scoprire come emergenza. Toh! E’ come un quella barzelletta (ancora!) in cui il paziente giunto a fine vita (come l’impianto “Prima”), soffoca, si agita e fa segnali a lungo, prima di spegnersi, mentre qualcuno madestramente gli calpesta il tubo dell’ossigeno. C’è una scena simile in “Pierino medico della Saub”, tanto per capirci.
La politica regionale e quella comunale si guardano da un po’ come due automobilisti bloccati in una strada stretta: nessuno fa retromarcia, nessuno avanza, e intanto il traffico si accumula. Tutto è formalmente corretto, per carità, tutti hanno ragione, ma tutto è sostanzialmente inutile. Il risultato, amici sportivi, non cambia. È il trionfo dell’inefficienza.
Qui nessuno –da sempre- è davvero colpevole, ma tutti sono responsabili. Intanto il cittadino paga, aspetta, si adatta, zig-zaga e bestemmia nel traffico potentino così come pensato, o rigurgitato, dalla politica locale. È diventato esperto in navette sostitutive, proroghe temporanee, soluzioni tampone che durano più dei problemi che dovrebbero risolvere. Siamo pur sempre nella città in cui le baracche del Terremoto sono diventate quartieri, eh.
Forse il punto non è più chiedersi perché la Basilicata non decolla. Forse bisognerebbe domandarsi perché continuiamo a chiamare “resilienza” ciò che somiglia sempre più a “rassegnazione”. Perlomeno, smettiamola di percularci da soli. I giovani, ovvero l’unico “esercito” capace di affrontare il futuro, sono già (quasi) tutti fuori, esuli per necessità, come ben sanno pure le pietre. D’altronde, l’acuto professor D’Andria, ci ricorda che noi potentini in particolare subiamo il fato come il canonico Viggiano raccontava la Potenza dell'Ottocento: «Una città antica, colta, fedele, colpita dagli eventi ma mai ribelle. Una città che subisce e ringrazia».
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 03 Gennaio 2026 07:22

Cari Contro-Lettori,
«Lo sai che più si invecchia e più affi orano
ricordi lontanissimi», cantava Franco
Battiato, e oggi quel verso risuona con
una puntualità quasi irritante. Mi torna
in mente quella volta in cui, da giovane
pubblicista, mi ritrovai a intervistare un
vecchio volpone della Democrazia Cristiana,
un uomo che aveva masticato politica tra
la Basilicata e Roma per una vita intera. E
fu cosi che l’onorevole, forse per piaggeria
o nel tentativo maldestro di ingraziarsi
l’intervistatore, sentenziò davanti ai suoi
sodali che io dovevo essere “salvato”, perché
–secondo lui- ero bravo. Era un’aff ermazione
illuminante nella sua tragicità: in quel
mondo, che resiste ancora oggi, la “salvezza”
non passa dal talento (eventuale) o dal diritto
(certifi cato), ma dalla benevola concessione
di una raccomandazione, intesa come unica
via d’uscita.
Oggi, guardando ai fatti che hanno chiuso
il 2025, ci accorgiamo che quel concetto di
“salvezza” non è mai andato in pensione; ma
per di più riguarda sempre e solo i politici, non i
cittadini. I nomi ruotano, le casacche mutano,
e si passa dalla velina stampa al video su Tik
Tok, ma l’obiettivo resta identico: salvare se
stessi. Come altro defi nire, se non un atto di
estrema auto-conservazione, la norma che
istituisce un mini-vitalizio per i consiglieri
regionali proprio sul fi nire
dell’anno? Mentre l’opposizione
grida allo scandalo, accusando
la maggioranza di sottrarre fondi
destinati alle categorie fragili,
assistiamo al paradosso perfetto:
l’ascensore sociale è rotto e,
per non smentirci, a Potenza
muoiono persino le scale mobili.
Il rimpallo di responsabilità tra
Comune e Regione, un pingpong
stancante tra centro-destra e centrosinistra
sui primi collegamenti meccanizzati
della città, lascia i cittadini appiedati,
percossi e attoniti –come dice il Poetaspettatori
paganti di un’ennesima debacle
locale. Persino lo sport, che nel nome del
marchese De Coubertin dovrebbe curare le
ferite della divisione, è diventato occasione
di “spettacolo”: il passaggio della fi amma
Olimpica nel capoluogo si è, a quanto pare,
trasformato in un palcoscenico per alcuni,
lasciando dietro di sé anche qualche –
giustifi cato- mal di pancia.
Insomma, abbiamo chiuso l’anno con lo
stesso stile con cui lo avevamo iniziato,
ovvero con una politica che sembra quasi
compiacersi nel deludere chi dovrebbe
rappresentare. O poco ci manca. Se questo è
il viatico, non resta che augurarci che il 2026
ci porti, se non la "salvezza" volpina, almeno
la dignità di cittadini elettori.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 20 Dicembre 2025 07:11

Cari Contro-Lettori,
da “Le Tigri della Malesia” di salgariana
memoria (che di recente hanno ri-spopolato in
Tv) ai “Pigri” nostrani “della Malesia” è un
attimo.
Viviamo in una terra di contrasti, che vuoi
fare. Da un lato abbiamo la “perla di
Labuan”, la nostra Potenza, che il sindaco
Telesca ci racconta via social come una donna
incantevole in festa perenne, tra un video
su TikTok e un’inaugurazione. Ma appena
si spegne lo smartphone, ci si scontra con la
realtà: scale mobili che decidono di “riposare”
come vecchi "prahos" stanchi, e un “trenino
natalizio” che zig-zaga in Via Pretoria,
che certo non può essere l’unica zattera di
salvataggio per un centro storico che vede
ammainare le bandiere di negozi storici dopo
cinquant’anni di onorato servizio.
Sul fronte economico e ambientale, il neopresidente
dell’Ordine dei Chimici e Fisici di
Potenza, il dottor Larocca, ci ricorda che non
siamo in un romanzo d’appendice: le scorie e
l’inquinamento non spariscono con un colpo
di scimitarra: se la politica continua a giocare
allo “scarica-barile” sui siti contaminati come
Tito Scalo, il rischio è che il nostro territorio
resti un’eterna “terra di nessuno”, buona per
estrarre petrolio, ma dimenticata quando si
tratta di bonifiche.
E che dire delle nostre “aree interne”?
Luoghi meravigliosi dove però l’unico brivido
d’avventura è rappresentato dalla sicurezza
stradale, con indici di mortalità che gridano
vendetta in territori sempre più distanti dai
servizi essenziali.
In questa Basilicata che a volte sembra
preferire la “rimozione della memoria” alla
costruzione del futuro -come accade per
i fratelli Busciolano, artisti dimenticati in
patria, ci ricorda il prof. D’Andrea- l’augurio
è di ritrovare il coraggio dei veri esploratori.
Ma non serve essere eroi salgariani per
chiedere risposte su via Angilla Vecchia o per
pretendere che il “monitoraggio” non sia solo
una parola al vento.
Ma, tanto per gradire, mentre la Basilicata
reale combatte con la precarietà, in Consiglio
regionale, in stile “Natale ai Caraibi”, va in
scena un “cinepanettone” politico dove la
maggioranza di centrodestra scarta il pacco
con un emendamento al Collegato finanziario
in tema di previdenza, definendolo “atto di
civiltà” necessario ad allinearsi al resto d’Italia.
Con lo sdegno dell’opposizione, l'atto relativo al sistema
previdenziale dei consiglieri
viene da questa bollato come uno schiaff o ai
cittadini, un “mini-vitalizio”, dimostrando che
la priorità della classe dirigente lucana resta
sempre quella di mettersi in sicurezza prima di
pensare agli ultimi.
E Buon Natale a tutti.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 13 Dicembre 2025 07:35
Cari Contro-Lettori,
no, dico, poverini. Loro, i consiglieri regionali e comunali di maggioranza. Forse hanno il PC rotto, forse non gli funziona più internet a casa, in ufficio e sul cellulare; magari qualche collaboratore non gli fa più la rassegna stampa; magari –per il troppo lavoro- hanno avuto un comprensibile black-out cognitivo…
Insomma, poverini, siamo sicuri che non è colpa loro se non hanno saputo che alla Caritas (diocesi di Potenza-Muro-Marsico) ci sono andate 4.442 persone in stato di indigenza, e il 90% di loro per aiuti alimentari. Tradotto: gente che non ha da mangiare. Insomma Houston, abbiamo un problema. Si è perso il contatto con la Terra.
Ma ripetiamo, sicuramente l’assessore regionale della Basilicata alle Politiche agricole, alimentari e forestali, Carmine Cicala, non era a conoscenza del dato Caritas, altrimenti –forse- non si sarebbe sperticato in un lungo comunicato per esprimere la sua «più viva soddisfazione per lo storico riconoscimento attribuito alla Cucina Italiana», di recente nominata “Patrimonio dell’Unesco”. Se avesse pensato, cioè, a tutti i lucani poveri che hanno serie difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena, magari avrebbe usato toni meno enfatici nel parlare di «un risultato di portata straordinaria, che valorizza l’identità profonda dell’Italia» (manco fosse un SUO traguardo); e magari, se avesse saputo che tra le cause della povertà di quei lucani che sono ricorsi alla Caritas, ci sono la precarietà lavorativa, reddito insufficiente per l'88% delle famiglie incontrate, non avrebbe sottolineato che per lui è stato «un onore partecipare alla serata organizzata dal Ministero presso l’Auditorium Parco della Musica – Sala Santa Cecilia di Roma». E forse, riflettendo sui suoi tanti, tantissimi concittadini che mangiano cibo in scatola (se pure), chissà se avrebbe ancora scritto che «La Basilicata c’è. E con orgoglio celebra questo storico riconoscimento insieme a tutta l’Italia. Un motivo in più, oggi, per sentirci orgogliosamente italiani».
Ma, come si diceva, Cicala non è l’unico a cui si è sicuramente rotto il PC o la rete internet, se è vero come è vero che hanno esultato alla notizia (il cibo italiano patrimonio del’Unesco), in bell’ordine: Cosimo Latronico, assessore regionale alla Salute («Ringrazio la Premier Giorgia Meloni e il Ministro Francesco Lollobrigida per la determinazione con cui hanno sostenuto questo traguardo storico»);. il consigliere regionale Michele Casino («Oggi celebriamo un successo che ci rende orgogliosi»); il collega Alessandro Galella («una notizia che riempie di orgoglio l’Italia intera») e molti altri ancora. Tutti esponenti dell’attuale coalizione di maggioranza che amministra questa regione; tutti impegnati nel lodare il Governo Meloni e i suoi ministri per il risultato raggiunto; tutti pronti a sottolineare “il contributo” lucano e le eventuali ricadute sul territorio (discorso generico, questo, che sicuramente hanno fatto anche nelle altre regioni). Tutti, insomma, a darsi pacche sulle spalle per la fuffa (o poco più), ma soprattutto bisognosi di un tecnico informatico, che gli ripristini al più presto il contatto con la Rete, ma soprattutto con la realtà dei Lucani che essi rappresentano.
Walter De Stradis
- Scritto da Redazione
- Sabato, 29 Novembre 2025 07:33

Cari Contro-Lettori,
la politica, si sa, è l’arte di far passare per vero il suo contrario. E viceversa. E se si è riusciti, in questa terra, a far passare un esoso “conguaglio” per “bonus” alle famiglie in difficoltà, figuriamoci…
Ma consoliamoci con le “letture creative” (di dati). La pubblicazione del Rapporto Svimez ha scatenato il solito, prevedibile canovaccio da tribuna politica: l’universo “parallelo” di Via Verrastro contro l’ “apocalisse” biblica dell’opposizione.
Da una parte c’è il Generale (Bardi), che con la consueta flemma anglo-partenopea ci rassicura che la nave galleggia, che c’è “tenuta significativa” e una crescita dello 0,6%.
Dall’altra parte della barricata, Cifarelli e l’opposizione dipingono una terra desolata (“lend desolèt”, come avrebbe detto il comico Dino Paradiso, imitando Gianni Pittella), ove 5.500 giovani sono evaporati in due anni e la “trappola dei talenti” ha fatto scattare le sue ganasce.
In mezzo a questo fuoco incrociato di percentuali, capita di incontrare il solito turista svizzero che scende in Basilicata. guarda i pozzi di petrolio in Val d’Agri, vede gli invasi pieni d’acqua, ammira i Sassi, si gode il clima e la famosa “vita lenta”. Poi ci guarda un po’ di sbieco, masticando il peperone crusco, e domandandosi a bocca piena, un po’ confuso (complice l’Aglianico): «Scusate, ma con tutto questo, perché dite che i vostri giovani scappano?».
Caro Hans (o come diavolo ti chiami), la risposta sta in un vecchio adagio dei nostri nonni, saggi economisti senza master: “I ciocc’ fann leit e i varreil s sfasc’n”. .
E qui arriviamo al cuore sociologico del problema, quello che nessun rapporto Svimez riesce a quantificare. Mentre si discute di transizione energetica e fondi green che i sindacati reclamano a gran voce per evitare il deserto post-petrolio, il popolo lucano dove cerca la salvezza? Non nelle piazze, non nei teatri, non nelle start-up. Ma nell’inaugurazione di un nuovo centro commerciale. Ultimamente ne sono spuntati diversi.
C’è gente che ha preso un giorno di ferie per esserci al taglio del nastro. Un pellegrinaggio laico e disperato. Vedere frotte di cittadini aggirarsi tra le corsie luccicanti, spesso senza nemmeno acquistare, ma solo per esserci, ricorda in modo inquietante alcuni passaggi di quel vecchio film di George Romero prodotto da Dario Argento: i morti viventi tornavano al centro commerciale perché era l’unico ricordo di una vita normale, di un posto dove “stare”.
Siamo una terra che esporta greggio e laureati, ma i lucani che restano camminano nei corridoi del consumo come sonnambuli, svuotati di iniziative e speranze, in attesa che qualcuno, magari proprio quello svizzero di passaggio, ci spieghi come trasformare l’oro nero e l’acqua in futuro, e non solo in un altro conguaglio.
Walter De Stradis






