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di Walter De Stradis

 


«Minghiarile pastore ignorante/Quante pecore porti avanti?/Ne porti 150/E minghiarile pastore ignorante!»
Filomena Veltri, classe 1938, ricorda ancora la voce di Rocco Scotellaro, mentre le insegnava quella filastrocca. Seduta nella sua casa (praticamente attaccata all’ex convento di Santa Chiara, ove il sindaco-poeta aveva fatto le elementari), nel cuore del paese, racconta un Novecento lucano fatto di povertà, lotte, poesia e oggi di una pensione minima che fatica a reggere il peso della vita quotidiana.
La sua testimonianza, pulita e diretta, tipica di chi non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per dire cose importanti, mette in fila due “Basilicate”: quella che sognava il riscatto e quella che oggi sembra aver dimenticato quel sogno.
Da bambina Filomena aveva sei anni quando Rocco Scotellaro entrava in casa sua. Il padre di lei, commerciante di cavalli, era parte di quel mondo contadino che il poeta conosceva e raccontava. «Rocco aveva diciotto anni, entrava, mi diceva: Vieni qui da me! E nonostante scappassi, mi prendeva in braccio», ricorda sorridendo. E allora lui la teneva sulle ginocchia e declamava versi popolari, quelle cantilene che parlavano di pastori e greggi. Parole che allora alla piccola Filomena sembravano quasi sconvenienti e che oggi sono parte del nostro patrimonio culturale.
Filomena –una delle memorie storiche del paese- quel Rocco lo ricorda giovane, bello, ironico, ma già segnato da una qualche ombra. Ricorda il fidanzamento con Isabella, le battute sul lutto, la morte precoce quasi evocata come destino: «Le diceva “togli questo collettino bianco” -perché all’epoca le ragazze portavano il grembiule nero- “Vediamo come stai vestita di nero. Ma se io muoio, tu ti vesti di nero?”».

 

 

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Di Scotellaro ricorda anche e soprattutto l’impegno per dare la terra ai contadini, attraversando le campagne coi cavalli; addirittura ci parla di un qualche arresto subito insieme a suo papà in quei frangenti. «Ma a vent’anni fece il sindaco», dice, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Il dolore per la morte prematura di Scotellaro è ancora vivo, così come il ricordo. «Questa strada era tutta piena di fiori». Il paese intero partecipò a quel lutto, anche se la madre di Rocco non volle il funerale in chiesa. Eppure, sottolinea Filomena, Scotellaro, pur cacciato –anni addietro- da quella stessa chiesa per il suo essere «un comunista», lavorò insieme al vescovo Delle Nocche per costruire l’ospedale. Una contraddizione solo apparente, che racconta meglio di mille analisi la complessità di quella stagione.
Accanto a Scotellaro, nelle parole della signora Veltri passano altri nomi: il giornalista (anch’egli poeta) Mario Trufelli, «anche se a Tricarico lui c’è rimasto poco», e naturalmente Antonio Infantino, «Un mio buon conoscente. Una bravissima persona. Fondò “I Tarantolati”. Veniva da una famiglia colta». Figure diverse, accomunate da una creatività irregolare e da un legame profondo con Tricarico. Di Infantino, in particolare, aggiunge che era peculiare, ma rispettato, mai volgare, capace di vivere «a modo suo».
Una Basilicata colta, inquieta, che sembrava promettere futuro.
Poi arriva la vita, quella concreta. Il lavoro in tappezzeria, «eravamo quattro figli, una casa affollata, otto persone in tutto. Quando si è giovani si lavora e non si pensa ad altro».
Oggi però i conti si fanno eccome.
La sua pensione è minima. Minima davvero, nonostante la reversibilità del defunto marito. E il confronto con l’attualità politica regionale brucia.
Filomena, che si informa e legge molto (almeno, sin quando la vista le ha retto, dice), ha seguito il servizio delle Iene sul mini-vitalizio approvato dal Consiglio regionale (e che ora, a polemica scoppiata come una bomba H, si vorrebbe “correggere”). Per il momento, sono stati deliberati seicento euro di “pensioncina” dopo soli cinque anni di mandato. «È la solita storia: per loro fanno tutto, per noi poco e niente», dice senza rabbia, ma con una stanchezza che pesa più di qualsiasi invettiva. Cinque anni di contributi, per un cittadino comune, non garantiscono nulla. Per un consigliere regionale bastano per un assegno sicuro a 65 anni compiuti.
Le difficoltà –per i pensionati come Filomena- non sono certo chiacchiere, bensì bollette, riscaldamento, e qualche “sorpresa”. «Ho avuto il bonus gas, sì, ma poi ho dovuto ripagare quattrocento euro». Il famoso “conguaglio”, baby. Per i motivi di cui sopra, ha dovuto rateizzarlo. «Dobbiamo pagare quei 400 euro perché abbiamo consumato poco. A questo punto, era meglio consumare di più. In pratica, abbiamo risparmiato per LORO».
La vita costa il doppio, spiega, e per arrivare a fine mese servono sacrifici continui. «E menomale che ci sono i figli», perché senza di loro anche una riparazione diventa impossibile.
Se potesse parlare direttamente ai nostri politici, Filomena non userebbe mezzi termini: «Siete delle persone davvero perbene. State lavorando per voi? Noi ci arrangiamo, come abbiamo sempre fatto».
Lo sguardo poi si allarga al paese. Tricarico, dice, l’ha visto rinascere e poi morire lentamente: «Ospedale ridimensionato, magistrale chiuso, cantina sociale, salumificio, attività scomparse, giovani costretti ad andare via. Qua prima avevamo tutto. Adesso si chiude a poco a poco». Per fortuna, dice, restano la Pro Loco (il figlio ne è il presidente – ndr), il carnevale, qualche iniziativa culturale. Ma sempre troppo poco per fermare lo spopolamento.
Il suo augurio, tuttavia, è semplice: che Tricarico torni almeno «un po’ più in salute», soprattutto per i giovani. È probabilmente la stessa speranza che animava Scotellaro, quando sognava una Basilicata capace di dare dignità ai suoi figli.