- Redazione
- Sabato, 12 Settembre 2026 09:12

POTENZA - C’è un luogo in cui il confronto non significa necessariamente scontro e in cui persone provenienti da mondi completamente diversi possono imparare a conoscersi, rispettarsi e, qualche volta, diventare persino amici. Quel luogo è l’Accademia Arti Marziali di Potenza, realtà ormai profondamente radicata nel rione Cocuzzo e impegnata non soltanto sul fronte sportivo, ma anche su quello sociale ed educativo.
A raccontare questa esperienza è il maestro e fondatore Massimiliano Monaco, che da anni porta avanti un’idea precisa: le arti marziali non devono essere considerate soltanto una disciplina agonistica, ma possono rappresentare uno strumento concreto per accompagnare bambini, ragazzi e adulti nella crescita, nella gestione delle emozioni e nella costruzione di relazioni sane.
L’attività coinvolge bambini dai 4-6 anni fino agli adulti e agli anziani. Un arco generazionale molto ampio che dimostra come lo sport possa diventare un punto d’incontro tra generazioni e condizioni sociali differenti.
Si consolida così anche il legame con il quartiere, dove attualmente ha sede l’Accademia, e con i tanti giovani che ogni giorno lavorano per farlo rifiorire. Una sinergia nata anche grazie all’impegno del Comitato Festa del Serpentone, che ha voluto coinvolgere attivamente la realtà sportiva guidata da Monaco, condividendo un obiettivo comune: costruire un quartiere dinamico, vivo e a misura di comunità.
Per questo motivo l’Accademia Arti Marziali non rappresenta soltanto una società sportiva. È un presidio sociale, un punto di incontro e una porta aperta sul territorio.
La Festa Beata Vergine Maria, che si è svolta il 6, il 7 e l’ 8 settembre, ne è stata una dimostrazione concreta. I ragazzi dell’Accademia hanno partecipato attivamente a un momento di comunità, portando fuori dalla palestra quella stessa idea di sport che ogni giorno viene vissuta sul tatami.
“Il contesto sociale mette a dura prova le società sportive”, spiega Monaco. L’Accademia ha quindi scelto di costruire una rete di collaborazione con altre realtà del territorio. Tra queste c’è l’associazione partner Punto Luce, attraverso la quale viene sostenuta anche la partecipazione di ragazzi appartenenti a famiglie in difficoltà economica. Circa il 10% degli associati può usufruire di questo tipo di sostegno, con le spese per i ragazzi coperte grazie alla rete di collaborazione.
Per Massimiliano Monaco inoltre la prospettiva deve essere completamente ribaltata.“La lotta è uno sport di confronto, non di scontro”. Con un insegnante preparato, una disciplina come la lotta può diventare uno strumento per imparare l’autocontrollo, il rispetto dell’altro, la disciplina e la gestione della propria forza. Ed è proprio per questo, che può rappresentare un’opportunità anche per ragazzi che attraversano una fase di difficoltà. La battaglia, in questo caso, è soprattutto culturale: combattere il pregiudizio secondo cui arti marziali e violenza siano la stessa cosa.
Monaco porta come esempio la storia di un ragazzo che vive una situazione familiare complessa all’interno del rione, un contesto che nel tempo aveva influenzato anche i suoi modi di fare e di relazionarsi. L’ingresso in Accademia gli ha permesso di trovare un ambiente diverso, un luogo sicuro. E proprio quella sicurezza gli ha consentito, gradualmente, di aprirsi. “In certi contesti il rischio è che si sfoci nella ghettizzazione” osserva Monaco. Ed è proprio questo uno dei rischi che l’Accademia cerca di evitare: non creare uno spazio separato per i ragazzi in difficoltà, ma renderli parte integrante del gruppo. Attraverso l’allenamento, rabbia e frustrazione possono essere incanalate in un contesto nel quale si impara a gestirle. Secondo l’esperienza raccontata dal fondatore, nei ragazzi si possono osservare cambiamenti importanti sul piano dell’equilibrio personale e della capacità di relazionarsi, fino ad arrivare, in alcuni casi, a ottenere risultati sportivi significativi anche all’estero. Storie che mostrano come lo sport possa rappresentare anche uno strumento di prevenzione rispetto ad altre forme di disagio, dalle difficoltà nelle relazioni all’avvicinamento a sostanze o alcol.
L’Accademia partecipa anche a progetti di carattere federale rivolti a persone con disabilità, lavorando con ragazzi autistici, con ragazzi ipovedenti e con altre condizioni. Il principio è quello dell’integrazione: i ragazzi vengono inseriti nella rete e nei gruppi, adattando i sistemi di allenamento alle loro necessità.“Bisogna educare gli abili alla disabilità”. Non è soltanto la persona con disabilità a dover imparare a stare nel gruppo. E l’inclusione può arrivare fino all’agonismo. Due atleti con disabilità hanno partecipato a gare e, ci dice Monaco, uno di loro è riuscito a conquistare la medaglia d’oro in Coppa del Mondo.
L’attenzione dell’Accademia riguarda anche il modo in cui i ragazzi imparano a gestire le proprie emozioni. Situazioni delicate che mostrano quanto sia importante un percorso educativo. Non basta dire a un ragazzo o a una ragazza che un determinato comportamento è sbagliato. Occorre insegnare a riconoscere ciò che si sta provando e trovare un modo per gestirlo senza trasformarlo in un’azione dannosa. Lo sport può diventare uno degli strumenti attraverso cui costruire questa consapevolezza. Su questo fronte si inseriscono anche le iniziative sociali e formative realizzate in collaborazione con le realtà del territorio, comprese attività di aggiornamento sulla gestione dei soggetti non collaborativi. Anche in questo caso il tema centrale è la gestione del conflitto, per sottolineare come dietro determinati comportamenti possano esserci percorsi di disagio, fragilità e contesti difficili sui quali è possibile intervenire prima che la situazione degeneri.
C’è infine una considerazione che riassume forse tutta la filosofia di Massimiliano Monaco. Non esistono contesti completamente sani, nei quali tutto funziona, né contesti completamente sbagliati nei quali chi cresce è inevitabilmente destinato a sbagliare.“C’è chi anche in un contesto sbagliato non sbaglia”. E, allo stesso tempo, anche nei contesti sani si può sbagliare. Questa è la funzione che l’Accademia cerca di assumere: offrire uno spazio nel quale non esistano etichette definitive, nel quale un ragazzo possa arrivare con le proprie difficoltà senza essere identificato soltanto con esse. Uno spazio nel quale la rabbia possa diventare energia, la solitudine possa trasformarsi in amicizia, la differenza possa diventare conoscenza e il confronto possa insegnare il rispetto. E soprattutto si impara che nessuno può crescere completamente da solo, che una comunità è necessaria. Una scuola di vita che non vuole dividere tra forti e deboli, abili e disabili, persone in difficoltà e persone senza problemi, ma mettere tutti nella condizione di incontrarsi. Perché il vero obiettivo, prima ancora di una medaglia, è riuscire a costruire una persona capace di stare bene con se stessa e con gli altri.
Noà Cappiello







