- Redazione
- Sabato, 14 Marzo 2026 07:40
di Walter De Stradis
Seduto al “Ristoro di Emanuele”, tra pile di libri (scritti da lui), Ezio Di Carlo è un uomo che rifugge le etichette formali. Al suo quinto mandato (non consecutivo) da sindaco di Balvano (eletto l’ultima volta nel 2021) preferisce in qualche modo la concretezza del camice alla fascia tricolore. «Nasce sicuramente prima il medico, con sacrifici e con tanti anni di studio. Quando mi chiedono se chiamarmi sindaco o dottore, preferisco nettamente dottore». Rimane il fatto che il concittadino ha una doppia scusa per fermalo per strada. «La gente si rivolge a me per qualunque cosa, trasformando inevitabilmente il comune in ambulatorio e l’ambulatorio in casa comunale».
La sua narrazione si snoda tra aneddoti surreali e critiche -anche pungenti-al sistema sanitario moderno. All’epoca del Terremoto del 1980 (lui era un giovane sindaco DC) furono distribuite tende per dare riparo alla popolazione. «Una persona venne al Comune e mi disse: “Dottore, vi chiedo un favore. A quella tenda si è rotto lo zippo, fatemela cambiare”». Fin qui nulla di strano, se non fosse che nella tenda non dormiva la famiglia, ma «dei pulcini e dei polli», mentre lui, il tizio, continuava a starsene a casa propria.
Oggi l’attenzione è rivolta alla tecnologia che invade la pratica medica: il suo WhatsApp è un catalogo di consulti digitali, dove la diagnosi passa per fotografie inviate dalle figlie di pazienti troppo timide per mostrare un presunto “fuoco di Sant’Antonio” nelle parti intime. Tuttavia, dietro questa modernità, Di Carlo scorge un declino preoccupante: «Si sta facendo di tutto perché la gente si rivolga soltanto privatamente ai medici». Denuncia le “attese bibliche” e la fuga dei giovani talenti all’estero, spinti da stipendi inadeguati e da una ricerca scientifica ridotta al lumicino in Italia. Per lui, la soluzione non è nei rimborsi spese ai medici in pensione, ma in una reale valorizzazione del lavoro ambulatoriale. La perdita di fiducia nei confronti del sistema pubblico è, a suo dire, evidente. Carenze di personale, giovani dottori lasciati soli, paesi che restano per lunghi periodi senza medico di base: sono tutte crepe di un sistema che fatica a reggere. «Se un medico deve fare sei ore di ambulatorio per venti visite, deve essere messo in condizione di farle». Anche la questione delle liste d’attesa resta centrale. «Ti dicono: “Tieni la ricetta? Allora la prenotazione è fra un anno”. Ma se la fai in intramoenia, la fai in dieci giorni». Il risultato è evidente: il cittadino finisce per pagare.
Passando dalla medicina alla gestione della “cosa pubblica”, Di Carlo non usa mezzi termini per descrivere quella che definisce la “patologia di Balvano”: l’incapacità di chi detiene il potere temporaneo di comprendere che esso è un servizio e non un’arma. Nonostante i 79 anni dell’epoca, ha scelto di ricandidarsi nel 2021 per spirito di dovere, trovandosi però ad affrontare un clima politico che definisce “infuocato”, segnato da un’opposizione che «punta a distruggere più che a costruire, attraverso continui accessi agli atti volti a paralizzare l’ufficio tecnico proprio nel momento cruciale dei fondi PNRR». Nonostante frizioni anche interne alla maggioranza («dovute ai condizionamenti esterni»), rivendica con fermezza i risultati ottenuti: «Quello che è stato fatto in 4 anni è il doppio di quello che ha fatto in 15 chi ci ha preceduto», spaziando dalle opere pubbliche alle attività culturali.
La storia di Balvano è però indissolubilmente legata a grandi nomi e a grandi tragedie. Di Carlo ricorda con gratitudine il ruolo di Emilio Colombo, che lo aiutò nel portare lo stabilimento Ferrero in paese, una scelta dettata anche dalla commozione della signora Ferrero per i bambini vittime del Sisma. «La storia ci ha dato ragione», osserva, ricordando come lo stabilimento abbia portato lavoro non solo al suo comune, ma anche agli altri. Anzi, c’è un rammarico fresco: l’“infornata”, come la chiama lui, di nuovi dipendenti dalla Campania, che «ha nuociuto ai cittadini di Balvano». I motivi? Saltando a piè pari le cattiverie dell’intervistatore («Non sarà la presenza di un Governatore napo-lucano?»), il sindaco non li conosce. O almeno così dice.
Intanto, difende l’operato della sua amministrazione in ambito cave, sottolineando come l’aumento dei canoni di estrazione sia stato fatto nell’interesse della collettività e non di pochi. Ma il suo sguardo si fa un tantinello malinconico quando parla della sua attività di scrittore e pittore. Sebbene la letteratura sia per lui un “completamento” che mantiene la mente viva, ammette con onestà e rammarico che forse neanche la metà dei suoi concittadini ha letto i suoi libri. «Peccato. Lo scopo era di far conoscere a loro stessi la vita che hanno vissuto e che ho vissuto io insieme con loro», (ricordando le corse notturne col pigiama sotto i pantaloni, per soccorrere qualche paziente in difficoltà). Il colloquio non può che concludersi con il ricordo del 23 novembre 1980, una data incisa nella sua anima e celebrata in una poesia che ha fatto il giro del mondo, dal New York Post alla stampa nazionale. Quella tragedia, pur nel suo orrore, per il sindaco diede a Balvano una “scossa benevola”: «Ci ha stimolato a reagire, alla sopravvivenza e a migliorare tutto ciò che è vita». L’anno successivo al terremoto nacquero infatti 42 bambini, contro gli appena 8 dell’anno scorso, segno di una reazione vitale che oggi sembra affievolirsi a causa dello spopolamento.
Alla fine, oltre i mandati e le opere pubbliche, Ezio Di Carlo desidera una sola cosa: essere ricordato semplicemente «come medico che ha dedicato la propria vita al paese suo, pur avendo avuto tantissime occasioni di fare l’aiuto, di fare il primario come urologo, addirittura di essere dirigente in un centro dialisi fuori Balvano».








