- Redazione
- Sabato, 01 Agosto 2026 06:55

Cari Contro-Lettori,
qui da noi è tempo di sagre. Ce n'è una per ogni sapore, ogni paese, ogni campanile. La festa del peperone, della melanzana, del fagiolo, del caciocavallo, dell'arrosticino e vai col tango. Almeno, sono ancora il segno di una terra che qualcosa produce davvero.
Ma se dovessimo organizzare la Sagra dei prodotti tipici della politica lucana, il menù sarebbe ancora più ricco.
Antipasto di trasformismo, servito freddo. Si abbina a qualsiasi maggioranza. Primo piatto di nomine. Meglio se intuitive, perché il merito, si sa, è un ingrediente che copre troppo gli altri sapori. Poi l'immancabile grigliata di consulenze, con contorno di enti, sottoenti, partecipate e organismi che nessuno riesce più a censire con precisione, ma che spuntano come funghi dopo la pioggia. Per dessert, il grande classico: il favore personale. Quello non va mai fuori stagione.
Sono tutti prodotti a chilometro zero, obviously. Crescono spontaneamente. Si tramandano di generazione in generazione. È una gastronomia politica particolare. Qui non si coltiva il consenso: lo si conserva sott'olio.
Il bello è che ogni tanto arriva qualche “chef” promettendo una rivoluzione culinaria. Poi apre la dispensa e scopre che gli ingredienti sono sempre quelli. Li aveva criticati quando erano sulla tavola degli altri. Adesso, semplicemente, li serve nel proprio ristorante. Nel frattempo, i Lucani guardano -come faceva Manfredi- negli stipi e nei cassetti per vedere se gli è rimasto un vaffa, ma poi quando si tratta di votare fanno sempre le stesse cose: o non ci vanno proprio, o si fanno fregare un'altra volta dal sistema delle promesse. Quello che prevede che una regola sia una seccatura, mentre una telefonata sia una soluzione. Che un diritto sia troppo lento, ma una conoscenza personale decisamente più efficiente. Che il merito sia una teoria interessante, purché non tocchi il proprio turno.
Ci rileggiamo a settembre.
Walter De Stradis







