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Cari Contro-Lettori,

"La vita assomiglia molto al jazz... dà il meglio quando si improvvisa”, pare avesse detto George Gershwin.

E il jazz è una musica strana.

Si improvvisa, dunque, ma non è una musica di improvvisati.

E non nasce nei salotti. Nasce dove la vita è più dura. Mette insieme ferite, povertà, emarginazione e le trasforma in qualcosa che non cancella il dolore, ma gli impedisce di avere l'ultima parola.

Forse è per questo che la storia di Jimmy Bruno, big di questa musica arrivato a Potenza con la sua chitarra e con le radici italiane ancora addosso, sembra parlare anche di noi.

Il musicista di Philadelphia racconta che suo padre apriva la porta di casa ai musicisti neri quando molti preferivano voltarsi dall'altra parte. Quel gesto, prima ancora che musicale, era civile. Diceva che una comunità migliora quando smette di avere paura dell'altro e comincia a riconoscere il valore delle persone.

Anche una città funziona così.

Un'improvvisazione nasce spesso da una nota inattesa. Nella vita accade lo stesso: non sempre possiamo evitare le cadute, ma possiamo decidere cosa farne.

Non sono i silenzi a interrompere la musica. Sono parte della musica. E anche una città dovrebbe imparare a fermarsi, ad ascoltare, prima di riempire ogni spazio di rumore, slogan e video autoreferenziali su Tik Tok.

Quella sì che è l'improvvisazione degli improvvisati.

Ma a volte non basta nemmeno cercare la nota perfetta. Bisogna imparare ad ascoltare quella degli altri.

Forse è questo il compito più urgente che emerge dalle pagine di questo giornale. Ritrovare un ritmo comune. Perché una comunità non cresce quando tutti suonano lo stesso strumento. Cresce quando strumenti diversi riescono finalmente a diventare orchestra.

"Il jazz è una musica fatta da e per persone che hanno scelto di stare bene nonostante le circostanze". Questa, è di Johnny Griffin.

Buon “ascolto”.

Walter De Stradis