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- Categoria: Attualità
- Sabato, 06 Giugno 2026 07:00

di Walter De Stradis
Dal 2023 è la presidente della Lucana Film Commission: Margherita Romaniello, potentina, arriva al ristorante da sola (cosa non frequentissima, con chi ricopre ruoli importanti) e appare subito come una persona votata al pragmatismo. Non a caso in questa intervista a tutto campo, ci racconta cosa significa trasformare l’amore per il proprio territorio in un’industria stabile, muovendosi tra kolossal internazionali, la sfida della contemporaneità e la necessità di formare maestranze locali pronte a tutto. Nel senso buono.
d - Come giustifica la sua esistenza?
r - La mia esistenza è quella di fare qualcosa: far star bene me stessa e, mentre faccio star bene me, riuscire a far star bene anche chi mi sta intorno. Questo attraverso le mie attività, attraverso la mia condotta e, magari, anche attraverso il mio lavoro.
d -Qual è stato il suo incontro con il cinema? C’è stato un momento in cui il mondo del cinema l’ha fulminata?
r - Io ho cominciato a lavorare in APT nel 2006 e da subito, quando non esisteva neanche lontanamente una Film Commission, né l’idea di costituirla nell’immediato, ho intercettato alcuni progetti che raccontavano la Basilicata attraverso il cinema. La primissima cosa che ho fatto appartenente al mondo, diciamo, del cinema è stato un incontro con Francis Ford Coppola, che era in Basilicata per ristrutturare Palazzo Margherita, da poco ultimato. Ci siamo incontrati per una conoscenza comune e io ci ho provato, diciamo quasi senza crederci, a proporgli di girare uno spot per la Basilicata. Lui ha accettato dopo, diciamo, un po’ di trattative. Quindi abbiamo realizzato uno spot che raccontava la sua esperienza di lucano nei ricordi, ma con una radice ancora molto profonda. Da lì ci siamo poi trovati a lavorare con il cinema in una serie di altri eventi, e questo mi ha fatto capire che il cinema era davvero un volano incredibile anche per promuovere la nostra regione.
d -Quello col cinema è stato dunque un momento della maturità?
r - Sì, perché io in passato, diciamo, non avevo mai avuto direttamente a che fare con quel mondo, piuttosto con il mondo dell’arte e della comunicazione. Di conseguenza, le immagini hanno sempre rappresentato una parte importante del mio lavoro, ma il cinema in senso stretto ho cominciato a capirlo dopo averlo toccato con mano e aver visto quello che veramente lasciava sul territorio. Anche mio padre era un grande appassionato e mia madre è una cinefila: lei conosce pellicole che nessuno ha visto, lei potrebbe veramente essere al mio posto, poiché possiede una grande conoscenza anche della storia dei grandi film. Questo è un amore che, comunque, ho respirato da sempre.
d -Lei ha già anticipato che con Coppola ha capito cosa il cinema potesse fare anche per il territorio. La domanda è: il cinema può essere davvero una leva economica per la Basilicata o è un settore che continua a restare episodico?
r - È una leva, e non soltanto una leva, è una realtà. Il cinema comprende tutto il comparto, la televisione, anche format che non sono canonicamente di cinema, ma che sono comunque dei progetti. Quando vedono la luce nel nostro territorio, immediatamente, già solo per il fatto di esistere sulla nostra terra, lasciano ricchezza in modo diretto e in modo indiretto. Questo perché quel progetto, attraverso chi lo produce, sceglie di vivere in Basilicata e il territorio viene immediatamente occupato dal punto di vista lavorativo. Sulle maestranze, sulla logistica e sulle infrastrutture tutto questo ha una ricaduta immediata, perché intanto, mentre si produce, si crea economia. Quando quel prodotto viene poi immesso nel mondo della distribuzione, e quindi viene portato al cinema, trasmesso in televisione o mandato sulle piattaforme, ridà nuovamente altra ricchezza: sia attraverso la riconoscibilità di quel territorio, sia perché in quel territorio arrivano tutte quelle persone che, dopo aver visto un film o una serie sul piccolo o grande schermo, tornano o vogliono rivivere dal vivo quell’emozione, desiderando toccare quei luoghi che hanno visto sullo schermo.
d -Ha detto che cinema significa anche lavoro, ma a questo proposito: ci sono i professionisti in Basilicata? Riusciamo a trattenerli o c’è anche in questo settore, come in tutti gli altri, la fuga verso altre realtà appetibili?
r - Intanto diciamo che c’è una grande professionalità che non sempre si riesce ad esprimere, perché è una realtà che si fa fatica anche a censire. Noi, per esempio, abbiamo costituito un database molto professionale, una vera production guide sul nostro sito, dove sono presenti tutti coloro che fanno parte di questo settore. Con un’alberatura molto vasta, abbiamo inserito circa cinquanta figure professionali. I professionisti si iscrivono sulla nostra production guide inserendo tutti i dati e tutto il curriculum che possa attestare una loro reale formazione, affinché sia effettivamente un lavoro. Per noi è molto importante, quando arrivano le produzioni, poter trattare con loro e dire: «Dovete assumere le nostre professionalità», le quali, però, dal canto loro devono essere comprovate. Questo significa avere la garanzia che chi fa questo mestiere ha i numeri per poterlo fare (e non faccia altro o si diletti), perché una cosa è un hobby, un’altra cosa è il lavoro, che presuppone una formazione e quindi una professionalità acquisita.
d -Ma ci sono delle figure professionali che mancano nella nostra filiera regionale?
r - Sicuramente, anche perché c’è stata poca formazione fino a un certo punto e quindi, diciamo, c’era più improvvisazione. La formazione, chiaramente, noi l’abbiamo calibrata anche in base a delle analisi di mercato, cioè a quello che le produzioni vogliono trovare sul territorio, che è una branca importante. Poi c’è tutta la parte che il produttore si porta con sé e che quindi non cerca sul territorio (parlo, per esempio, degli sceneggiatori o dei capi reparto). Anche lì bisogna fare un lavoro, perché per esempio lo sceneggiatore è una figura che crea il progetto, quindi è difficile che arrivi in Basilicata un progetto non ancora scritto. A quel punto la figura professionale dello sceneggiatore – e comunque tutta la fase, diciamo, creativa – si deve formare in Basilicata per produrre in Basilicata e per far nascere i progetti in Basilicata.
d -Come si può fare questa formazione?
r - Noi la facciamo. Dal settembre del 2023, da quando sono diventata presidente, abbiamo intanto creato una serie di protocolli con Cinecittà, per esempio. Cinecittà ha i più importanti e antichi centri di formazione per i mestieri del cinema, quindi abbiamo tenuto dei corsi con loro. Poi abbiamo lanciato un bando con gli enti accreditati della Regione per figure professionali come gli addetti al montaggio. Abbiamo avuto dei corsi per l’art style cinematografico e per la sartoria, e proprio in questi giorni abbiamo stretto un protocollo d’intesa con l’Università per delle masterclass e dei corsi non brevi, quindi con una durata giusta per formare queste figure.
d -La Lucana Film Commission oggi punta più sull’attrazione di grandi produzioni o sulla crescita di una filiera locale stabile?
r - Entrambe le cose. Una cosa non può essere sganciata dall’altra. La filiera locale cresce quando si confronta con realtà grandi, e le realtà grandi servono per creare grandi numeri, consentendo di avere magari quattrocento persone di una troupe che lavorano e restano per settimane sul territorio, assorbendo la forza lavoro locale. Inoltre, restituendo un’immagine in grande stile del territorio, funzionano localmente da richiamo per altre produzioni.
d -Senta, ne approfitto: su Mel Gibson c’è stata un po’ di polemica sui social per il fatto che abbia spostato il “campo base” del suo nuovo film (il seguito di “The Passion”) da Matera alla Puglia. Ho letto dei commenti dei materani che in qualche modo facevano anche un “mea culpa” a proposito dei nuovi prezzi legati all’accoglienza, che sono cambiati rispetto a vent’anni fa. Lei cosa può dirci?
r - La produzione di Mel Gibson ha tenuto un profilo molto diverso da quello di vent’anni fa. Vent’anni fa “The Passion” era quasi un film indipendente, che ha concentrato buona parte del suo lavoro a Matera. Questo “The Resurrection” è un kolossal che ha, oltretutto, un discorso contemporaneo e più a-temporale vastissimo, perché parte da Adamo ed Eva; e, come tale, ha avuto tantissime location e molte ricostruzioni virtuali effettuate, per esempio, in una grandissima spianata alle porte di Roma, dove hanno ricostruito le scene anche grazie alla realtà aumentata, che è una cosa dei nostri tempi. Poi non è che lui non abbia girato a Matera, ha girato a Matera: non ha girato TUTTO a Matera, ma anche l’altra volta aveva girato un po’ anche altrove. Queste sono scelte produttive di base, cioè non è che bisogna darsi delle colpe. Probabilmente loro hanno fatto delle analisi costi-benefici rispetto alle scelte di produzione, ma la Basilicata è stata comunque lo scenario di diverse sequenze di questo film che, ripeto, essendo un Kolossal ha tantissime location. In ogni caso si parlerà anche di Matera e si parlerà anche di Basilicata perché, quando uscirà questo lavoro, l’eco mediatica dell’aver girato in Basilicata, seppur in misura minore, sarà comunque di grande vantaggio per tutti.
d -C’è il rischio che la Basilicata venga raccontata sempre attraverso stereotipi visivi – paesaggi arcaici, ruralità, spiritualità – invece che nella sua contemporaneità? Sono tormentato da quelle scene di 007, girate tra le strade di Matera, con le pecore e le processioni con donne vestite di nero.
r - Ricordiamo però anche che quello che rimane di quel film. Iintanto è la bellezza della nostra costa, perché ci sono dei paesaggi che che sono magnetici. Poi gli americani viaggiano un po’ anche per stereotipi, quindi l’Italia – non Matera, ma l’Italia – è questo: città d’arte dove fare le loro scorribande con le automobili. Diciamo che a loro piace un po’ questo, far vedere che sono dei supereroi anche in luoghi lontani dal tempo. Questo è un piccolo scotto da pagare per un film che, però, per trentotto minuti ha parlato di Basilicata. Dài, glielo possiamo far passare.
d -C’è una Basilicata particolare che le interessa vedere sullo schermo?
r - La Basilicata che vogliamo si veda è la Basilicata che noi dobbiamo difendere e amare: una terra unica, che sa far convivere la sua parte antica con quella contemporanea. Da questo deriva il successo, per esempio, di una serie come “Imma Tataranni”, che regala una contemporaneità a Matera, la quale è sempre stata vista come un luogo ancestrale, un luogo dove ambientare episodi biblici.
d -Ma non sarà che a volte a noi lucani per primi, cioè agli autori lucani per primi, conviene perpetrare un’immagine sempre uguale a se stessa?
r - Ecco, se c’è una cosa che noi cerchiamo di non fare nella Commission è proprio calcare troppo il pedale su una Basilicata eccessivamente arcaica. Quest’ultima è comunque un patrimonio da salvaguardare e dobbiamo rispettarla perché fa parte della nostra storia, però dobbiamo saper utilizzare sempre due binari.
d -Una Film Commission deve essere soprattutto un ufficio tecnico per le produzioni o un soggetto culturale con una propria linea editoriale?
r - Intanto siamo una fondazione e, come tale, abbiamo dei criteri di attività, degli obblighi e tantissime missioni da compiere. Di conseguenza siamo entrambe le cose. Siamo un ufficio tecnico nel senso più stretto del termine, nel senso che siamo un apparato amministrativo con dei propri regolamenti, che sono delle vere e proprie linee guida entro le quali ci si deve muovere. Siamo una fondazione, ed essere un ente, tra l’altro totalmente partecipato dal pubblico – noi abbiamo la Regione come socio fondatore nonché di maggioranza, e poi abbiamo le province e i comuni come altri soci – richiede entrambe le cose. Ci vuole la parte amministrativa, altrimenti saremmo un’associazione culturale, e siamo il soggetto giuridico che deve, attraverso il cinema, provare a promuovere e incentivare la cultura.
d -Si sa, in Basilicata la politica è molto invasiva. Quanto è difficile mantenere l’autonomia culturale lavorando dentro dinamiche istituzionali e politiche?
r - Non esiste questo problema, anzi. La Commission ha totale libertà nelle sue mansioni e la Regione sa bene che, se c’è un ente che attraverso il cinema e l’audiovisivo può promuovere il proprio territorio, lo supporta e non ci dice mai «fate questo o fate quello». Anzi, sono io che magari voglio raccontare loro quello che stiamo facendo ma assolutamente – lo dico fieramente – possiamo fare ciò che è in linea con i nostri obiettivi, e con gli strumenti e i fondi di cui siamo dotati riusciamo a farlo.
d -Esiste una critica ingiusta, secondo Lei, che viene fatta alla Lucana Film Commission?
r - Non lo so se c’è qualche critica. Sicuramente ci sarà e magari qualcuno avrà anche ragione a farcela, perché nessuno è perfetto. Quello che posso dire è che noi cerchiamo di fare il massimo per questo territorio. Io non mi risparmio, non ho sabati né domeniche e cerco di esserci, ovunque venga richiesta la mia presenza, se ha un senso che io ci sia. Lavoriamo molto, e se poi qualcuno rimane scontento, non possiamo accontentare tutti, anche perché non abbiamo né i capelli turchini né la bacchetta magica. Però di certo posso dire che cerchiamo di fare tutto il possibile per supportare e sostenere soprattutto chi, dell’audiovisivo, ne fa il proprio lavoro in Basilicata.
d -Ma oggi, nel mondo di internet, dei social ecc., il problema vero è fare il film o creare il pubblico?
r - Entrambe le cose. Il pubblico cambia perché cambia il modo di fruire di un’opera. Quindi, se fino a trent’anni fa per i film esisteva quasi solo il cinema, vent’anni fa ha iniziato anche internet a trasmettere pellicole e oggi abbiamo i nostri tablet che rimandano immagini. Questo ci mette nelle condizioni di dover cambiare anche il modo di vedere, per esempio, la sala. Noi abbiamo creato un format che si chiama “Meet us at cinema” con cui cerchiamo – e devo dire che ci stiamo riuscendo – di ristorare pian piano le sale quando portiamo i nostri eventi. Andiamo a dare loro respiro: abbiamo stabilito un rapporto per cui la sala ci fornisce un servizio che noi gli riconosciamo, quindi diventa un po’ un soggetto alla pari con noi. Poi portiamo i prodotti che, a loro volta, riportano la gente in sala. In quel momento in cui riportiamo le persone al cinema, ricostruiamo il piacere di ritrovarsi. Facciamo domande, teniamo delle masterclass con i talent in sala e vediamo che anche l’esercente è contento e ci ringrazia. Questo significa che non esiste una formula magica, ma esiste un modo di calibrare la domanda che cambia con l’offerta, la quale deve cambiare a sua volta.
d -Il successo cinematografico di Matera (che probabilmente ha avuto una svolta proprio con quel primo film di Mel Gibson) ha beneficiato davvero tutta la regione o ha creato uno squilibrio territoriale? Adesso, per esempio, ci sarà questo film su Federico II con Melfi protagonista.
r - Mmm, io non parlerei di squilibrio, direi che Matera è la vetrina più internazionale ad oggi della Basilicata. Non è uno squilibrio, ma è un po’, diciamo, un gioco delle parti, cioè il cinema va dove sa già di trovare qualcosa. Quello che noi stiamo facendo non è spostare il focus, ma ampliare. Cioè, senza togliere il giusto protagonismo a una Matera che è un unicum – di cui noi dobbiamo andare fieri sempre – dobbiamo ampliare il raggio di attenzione. Di conseguenza, quando una produzione ci chiede di girare in Basilicata, comincia adesso a chiederci di trovare altre location. Questo avviene perché Matera ormai viaggia da sola; ma ciò non significa che non abbia bisogno della nostra attenzione, perché l’avrà sempre, essendo una realtà pronta e matura cinematograficamente. Ora dobbiamo accompagnare tutto ciò che è cinematografico in Basilicata a diventarlo realmente.
d -Potenza è cinematografica? Vengono in mente le parole del regista de “La notte più lunga dell’anno”, Simone Aleandri, che nel 2021 venne a Potenza a fare il suo film. Quando lo intervistavamo, disse che Potenza per lui era una città da film noir, con questi palazzi, questi uffici.
r - Certo. Ogni cinema ha il suo pubblico. Potenza ha una peculiarità che non è quella che può avere una città d’arte o una città metropolitana. Ha una verticalità, ha uno scheletro di palazzi ma anche un centro storico molto bello. Ha tanto verde. Quindi sicuramente una commedia contemporanea, un film contemporaneo, anche un noir, una black comedy o qualsiasi altra cosa può essere realizzata qui. Diciamo che Matera ha una sua specificità. Potenza, non avendo una sua specificità, paradossalmente è anche più versatile.
d -Siamo alle domande finali. Il libro, il film e la canzone che la rappresentano?
r - Non mi rappresenta, ma il film a cui sono più legata per tanti motivi è “Basilicata Coast to Coast”, perché ha fatto esplodere tante cose, ha segnato un punto di svolta nel mio lavoro e perché lo stavo promuovendo in un cinema di Roma il giorno prima di sposarmi a Maratea. Quindi, diciamo, sono molto legata a questo film. La canzone che mi piace molto si chiama “Following the Sun” (Seguire il sole) dei Super-Hi. Ogni volta che la sento, se ho qualche problema, mi fa sentire subito bene e mi fa pensare subito a cose positive. Per quanto riguarda il libro che mi rappresenta, o perlomeno un libro che mi è piaciuto moltissimo leggere, è “Cent’anni di solitudine”. E’ un libro come piace a me, attraversa tanti racconti, tante narrazioni e, pur non avendo alcun legame diretto con la mia vita, ha accompagnato una parte della mia esistenza. Mi viene in mente che, forse ancora di più, sono legata anche a “I pilastri della terra” di Ken Follett.
d -Fra cent’anni scoprono una targa asuo nome alla Lucana Film Commission. Cosa vorrebbe che ci fosse scritto?
r - «Margheritа Romaniello, che ha cercato di rendere la Lucana Film Commission uno strumento potente per raccontare l’amore per il suo territorio».







