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di Walter De Stradis

 

C'è un suo
q u a d r o ,
bello come
il sole, che
s ' i n t i t o la
"Pioggia di colori", o
qualcosa del genere, ma che
somiglia parecchio anche
alla "pioggia di codici" del
film "Matrix". Lui strizza
l'occhio e sorride. Per
Oreste Ramaglia, artista
e imprenditore del Parco
Ricevimenti Pierfaone,
la pittura non è stata una
scelta improvvisa, ma un
richiamo silenzioso che lo
accompagna da sempre.
Un sogno custodito nel
tempo, coltivato con
pazienza e trasformato,
pennellata dopo pennellata,
in una forma autentica di
espressione.
La sua storia comincia
da lontano. Da bambino
immaginava già di fare
qualcosa di artistico, anche
se la vita lo ha portato
inizialmente verso studi
tecnici. Quella vocazione,
però, non si è mai spenta.
«È una cosa innata»,
racconta, spiegando come
il desiderio di dipingere sia
rimasto sempre vivo nel
suo cuore.
Un episodio, in particolare,
sembra aver lasciato un
segno profondo nel suo
percorso. «A dieci anni,
mi mandarono in collegio
a Maratea insieme a mio
fratello. La nostalgia di
casa si trasformò presto
in creatività: ogni giorno
realizzavo un piccolo
disegno da conservare per
la mamma. Alla fine dei
periodi trascorsi lontano,
a Natale o a Pasqua, le
consegnavo quel piccolo
tesoro fatto di fogli e
colori».
Fu proprio in collegio che
incontrò insegnanti capaci
di riconoscere e alimentare
quella sensibilità artistica.
Non soltanto disegno
e acquerello, ma anche
tecniche più elaborate
come lo sbalzo del rame.
Un’esperienza che oggi
ricorda con affetto e
gratitudine.
Pur definendosi
autodidatta, Ramaglia
considera la pittura una
forma di immersione
totale. «Quando dipingo,
tutto il resto scompare.
L’artista si concentra
esclusivamente su ciò che
sta nascendo sulla tela,
fino all’ultima pennellata.
È lì che comprende se
un’opera ha raggiunto il
suo equilibrio».
La svolta è arrivata circa
vent’anni fa, quando ha
deciso di prendere sul
serio quella passione e
di utilizzarla anche come
strumento di crescita
personale. Da allora ha
iniziato a esporre le proprie
opere e a condividerle con
il pubblico, trovando nei
social network una vetrina
importante. I riscontri
positivi non si sono fatti
attendere.
Le sue tele colpiscono
immediatamente per la
forza cromatica. Colori
accesi, vivaci, quasi
esplosivi. Una scelta che
nasce da una precisa volontà
comunicativa. Ramaglia
desidera trasmettere
leggerezza, gioia e serenità.
Chi osserva un suo quadro,
nelle sue intenzioni, deve
percepire «sempre qualcosa
di bello».
Non ama rinchiudersi
in definizioni troppo
rigide. Se proprio dovesse
descrivere il proprio stile,
lo chiamerebbe «spontaneo
realismo», una formula
personale che lascia intuire
il desiderio di rappresentare
la realtà senza perdere la
libertà dell’istinto creativo.
Non sorprende, allora,
che le pareti del Pierfaone
siano diventate una sorta di
galleria permanente. Dopo
oltre trent’anni trascorsi a
gestire la struttura immersa
nel verde della Sellata,
l’artista ha sentito il
bisogno di renderla ancora
più accogliente. «Volevo
dare un po’ di colore a
queste pareti», spiega,
raccontando la volontà di
animare gli spazi e regalare
alle persone un’atmosfera
allegra e stimolante.
Tra le opere più
significative emerge “Il
Mistero”, una tela ispirata
all’origine dell’universo.
Ramaglia guarda con
fascinazione al Big Bang,
alla nascita della Terra
e ai grandi interrogativi
cosmici. Anche qui i colori
diventano protagonisti
assoluti: giallo, rosso e
blu si fondono in una
rappresentazione simbolica
delle energie primordiali.
Accanto alla dimensione
cosmica c’è quella
spirituale. Ne è un esempio
la sua reinterpretazione
della celebre “Creazione di
Adamo” di Michelangelo,
arricchita dall’inserimento
di elementi contemporanei
e da una personale lettura
simbolica.
Ma la produzione di
Ramaglia non si limita ai
temi universali. Grande
spazio occupano infatti
i ritratti. Dalle figure
femminili dai tratti morbidi,
ispirate in parte alle
suggestioni di Modigliani,
fino ai volti iconici di
Charlie Chaplin, Totò e
John Lennon.
Nel suo percorso non
manca neppure il dialogo
con altri artisti. Ramaglia
cita con stima figure come
Raimondo Andreolo e
Domenico Dragonetti,
protagonisti della scena
artistica lucana, con i quali
ha costruito rapporti di
collaborazione e amicizia.
Tuttavia, non crede che
esista una vera e propria
scuola pittorica lucana:
«Ogni artista segue
una ricerca personale e
sviluppa un linguaggio
autonomo».
A ispirarlo quotidianamente
è soprattutto la Basilicata.
La definisce «un polmone
verde dell’Italia», un luogo
capace di offrire silenzio,
aria pulita e una natura
ancora incontaminata.
Da oltre trent’anni vive
immerso tra faggi, querce
e sottobosco, e proprio
da quel paesaggio trae
molte delle sue suggestioni
artistiche. Nei suoi
quadri compaiono boschi
attraversati dalla luce,
scorci innevati e prospettive
che restituiscono tutta
la forza evocativa della
montagna lucana.
Quando il discorso si
sposta sul ruolo dell’arte
nella società, il pittore
assume toni quasi civili.
«La bellezza può unire
le persone e creare
punti di incontro anche
dove esistono differenze
profonde. Persino in
politica. L’arte è una cosa
universale, abbraccia
tutti», afferma. Una
convinzione che va oltre
la pittura e diventa una
visione del mondo.
Forse è proprio questa
l’essenza dell’opera di
Oreste Ramaglia: usare
il colore non soltanto per
decorare una tela, ma
per costruire ponti. Tra
memoria e presente, tra
natura e immaginazione,
tra persone diverse. Con la
stessa semplicità con cui,
da bambino, riempiva fogli
di disegni pensando alla
mamma lontana.

 

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