- Redazione
- Sabato, 10 Gennaio 2026 07:15

Cari Contro-Lettori,
Che dire. Potenza, capoluogo per decreto e per abitudine, è sempre più il non-luogo simbolo di una immobilità politica mascherata da prudenza. Una città verticale che si scopre improvvisamente orizzontale, per non dire a pecoroni: i collegamenti saltano, i simboli si spengono, la “modernità” mostra il conto senza più accettare cambiali. Le scale mobili, cuore di un orgoglio tutto nostro trasformato in barzelletta, non sono state “rotte” da un guasto improvviso, ma da anni di non-scelte, da una catena cigolante di rinvii che oggi tutti fingono di scoprire come emergenza. Toh! E’ come un quella barzelletta (ancora!) in cui il paziente giunto a fine vita (come l’impianto “Prima”), soffoca, si agita e fa segnali a lungo, prima di spegnersi, mentre qualcuno madestramente gli calpesta il tubo dell’ossigeno. C’è una scena simile in “Pierino medico della Saub”, tanto per capirci.
La politica regionale e quella comunale si guardano da un po’ come due automobilisti bloccati in una strada stretta: nessuno fa retromarcia, nessuno avanza, e intanto il traffico si accumula. Tutto è formalmente corretto, per carità, tutti hanno ragione, ma tutto è sostanzialmente inutile. Il risultato, amici sportivi, non cambia. È il trionfo dell’inefficienza.
Qui nessuno –da sempre- è davvero colpevole, ma tutti sono responsabili. Intanto il cittadino paga, aspetta, si adatta, zig-zaga e bestemmia nel traffico potentino così come pensato, o rigurgitato, dalla politica locale. È diventato esperto in navette sostitutive, proroghe temporanee, soluzioni tampone che durano più dei problemi che dovrebbero risolvere. Siamo pur sempre nella città in cui le baracche del Terremoto sono diventate quartieri, eh.
Forse il punto non è più chiedersi perché la Basilicata non decolla. Forse bisognerebbe domandarsi perché continuiamo a chiamare “resilienza” ciò che somiglia sempre più a “rassegnazione”. Perlomeno, smettiamola di percularci da soli. I giovani, ovvero l’unico “esercito” capace di affrontare il futuro, sono già (quasi) tutti fuori, esuli per necessità, come ben sanno pure le pietre. D’altronde, l’acuto professor D’Andria, ci ricorda che noi potentini in particolare subiamo il fato come il canonico Viggiano raccontava la Potenza dell'Ottocento: «Una città antica, colta, fedele, colpita dagli eventi ma mai ribelle. Una città che subisce e ringrazia».
Walter De Stradis







