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Cari Contro-Lettori,

in questi trent’anni, mi sono spesso interrogato sul cosa potesse significare, a livello personale, ma anche collettivo, la scomparsa (poi certificata come morte per omicidio) di Elisa. Man mano che gli anni passavano, che i capelli cadevano e che quella lanuggine chiara sulla faccia divenisse sempre più ispida e bianca, mi rendevo conto che quella storia stava contribuendo non poco alla mia formazione personale, ma anche a quella di una comunità. Cambiandoci tutti (o quasi) per sempre. I ragazzi come me, coetanei o quasi coetanei di Elisa all’epoca della sua scomparsa, sono passati infatti da una generalizzata, sbrigativa derubricazione della faccenda (l'“allontanamento volontario” o al massimo, il rapimento da parte di forze “esterne” e cioè la leggenda urbana sugli zingari, per intenderci), a una graduale, ma al tempo stesso repentina, consapevolezza che il torbido si alzava sempre più in città, raggiungendo alture fino a quel momento impensabili. Quando ci fu il ritrovamento, in quella drammatica, gotica “torre”, del corpo straziato della nostra concittadina, fu ormai solo una conferma inequivocabile di quella terribile sensazione palpabile e insistente, indefinibile, come un rumore sordo sempre in sottofondo, di tradimento e beffa che ormai graffiava con unghie sporche nello stomaco. All’inizio, la nostra ingenuità e pigrizia di ragazzi aveva consigliato di non crederci, era troppo crudele l’alternativa, ma la logica cominciò presto a urlarci dal profondo, non solo dalla testa, l’urgenza di svegliarci, il prima possibile. Perché l’aria, in città, era tutt’altro che dolce. Da qui la maturazione collettiva, che per ciascuno sicuramente significherà, con le ovvie sfumature, qualcosa di diverso, ma che per tutti è certamente diventata un grosso invito a non fidarsi più delle apparenze. D’altronde, nel corso dei secoli, alcuni teologi hanno sempre affermato che il più grosso successo del diavolo è l’averci convinto della sua inesistenza. A un certo punto, però, in città si è finalmente compreso che certe cravatte potevano essere dei cappi sempre pronti all’uso, certe penne dei pugnali, certe carezze degli schiaffi.

Il corpo di Elisa, rimasto per diciassette anni in quel sottotetto, versava in due dimensioni, lunghezza e larghezza, nei rapporti investigativi e negli articoli di giornale, e in una terza, la profondità, nei nostri cuori e nel sentire comune dei più. La quarta dimensione, il tempo, ha oggi consentito che la consapevolezza in città straripasse, che la perdita dell’innocenza che questa storia ci ha imposto si tramutasse in voglia di cambiamento, nella capacità, finalmente, di leggere tra le righe di testo, abbinando anche il giusto spessore a quelle parole che, incredibilmente e ostinatamente, sono pronunciate e vergate da coloro che attingono tuttora in quella bottiglietta colma di un nero che più nero non si può. In certi petti, già vecchi e induriti da decenni, il battito della consapevolezza già rumoreggiava da tempo, ma le loro bocche, aiutate dalle loro mani, hanno sempre e comunque preferito soffiare su quel fumo scuro, dritto dritto negli occhi di tutti gli altri.

Walter De Stradis