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di Walter De Stradis

 

 

 

Ci accoglie nel suo “salotto musicale” in via Torraca a Potenza, indossando un maglioncino nero a collo alto da esistenzialista, con una cicca stropicciata tra le labbra. Si direbbe dunque che Toni De Giorgi ha anche il look adatto per essere il presidente del Jazz Club Potenza, da lui fondato.

Un bicchiere di vino con gli ospiti (noi), e poi si siede al piano ed esegue il primo “standard” che ci racconta di aver imparato, “Georgia” di Ray Charles.

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: La mia “esistenza” nasce dagli studi di pianoforte negli anni Ottanta. Poi, avendo dato vita a molte formazioni, ho collaborato con molti musicisti. Da lì mi è poi venuta l’idea di aprire un “salotto” (ho sempre avuto il pallino di raccogliere quante più persone possibili) ove ascoltare dei concerti, o semplicemente bere un bicchiere di vino e stare insieme. Il Jazz Club nasce -come associazione culturale vera e propria- a gennaio scorso, ma in realtà ci sto lavorando da una decina d’anni, da quando organizzai i primi concerti con la mia “Tumbao School”.

d: Il jazz è la musica d’improvvisazione per eccellenza. A lei cosa ha insegnato? A improvvisare anche nella vita?

r: Questo di sicuro. Ma a improvvisare nel modo giusto…

d: Non ad “arronzare”, come si dice da noi.

r: (ride) Esatto. Perché la musica ha comunque una disciplina e delle regole precise da rispettare. Altrimenti non è più musica.

d: Immagino che il Club viva delle sue adesioni.

r: Sì, siamo arrivati intorno ai 160 soci, e sono loro i maggiori sostenitori. Non ho chiesto contributi ad alcuno. Mai.

d: Dalla politica non ha mai ricevuto soldi?

r: Mai.

d: Non li ha voluti? Non ve li hanno dati?

r: Principalmente non li ho voluti chiedere. Perché –come sa- se chiedi alla politica…poi devi avere un legame. E io sono da sempre uno spirito libero e l’arte dev’essere slegata da certe situazioni. Ma, ripeto, questo è possibile grazie agli amici che aderiscono.

d: Lei dice: se chiedi alla politica poi devi ridare.

r: Di solito è così. A Potenza so che è così. In tanti anni ho visto molte cose…per cui ho scelto di essere una persona libera. La Cultura dev’essere di tutti, e non una cosa “indirizzata” (tipo “Devi fare questo perché io ti ho dato quello”).

d: Esistono i “raccomandati” della musica in Basilicata?

r: Sì, qualcuno c’è.

d: Come funziona?

r: Non lo so, ma so che esistono dei personaggi che chiedono alla politica dei fondi per andare avanti. E infatti io sto cercando di valorizzare musicisti locali (non solo nel jazz), bravi, ma che altrimenti non hanno spazi e che quindi poi devono andare a “bussare” a qualcuno. E’ una cosa che non riesco a concepire. La politica dovrebbe avere un ampio raggio di vedute, e valorizzare musicisti, artisti, pittori, che ci sono, e sono eccezionali. In tanti anni, collaborando con un’altra associazione, abbiamo visto che queste persone ci sono, ma è come se si arrampicassero sugli specchi, perché alla politica manca la visione e l’interesse, al contrario di ciò che accade nelle altre città.

d: Al Di Meola, grandissimo jazzista internazionale –originario anche di Potenza- è venuto a suonare proprio nel Capoluogo. Secondo lei, da parte delle istituzioni, ha avuto la giusta accoglienza?

r: Non lo so. So soltanto che noi -come Jazz Club- abbiamo voluto omaggiare il musicista con una targa, perché la mamma era di Potenza. Non credo che la politica abbia pensato a… non so, non credo.

d: Al concerto era presente qualcuno del Comune, o delle istituzioni, in veste ufficiale?

r: C’era talmente tanta gente, non saprei dirle.

d: Quali sono le difficoltà nel proporre un certo tipo di musica, a Potenza e in Basilicata?

r: Prima di tutto non ci sono gli spazi. Non ci sono persone attente a queste realtà e diventa tutto difficile. A meno che non si sia musicisti, è difficile che qualcuno si avvicini a questi ragazzi che hanno voglia di fare (e non hanno possibilità economiche), salvo che non ci siano i soliti grossi nomi di mezzo. Fare dischi e concerti, fra stampe, bollini Siae e quant’altro, costa. Delle realtà bellissime, ripeto, per fortuna ci sono: ragazzi, anche nei paesi, che hanno studi di registrazione. Ma vanno aiutati.

d: La politica (assessorato comunale, uffici regionali) può avere un ruolo in tutto questo?

r: Hanno L’OBBLIGO.

d: E finora non l’hanno rispettato?

r: Solo in parte. Come dicevo, non hanno vedute ampie, non conoscono la realtà artistica locale e regionale. La “percezione” ce l’hanno solo per alcuni personaggi. Si fermano lì e non guardano oltre.

d: Troppa esterofilia?

r: Esatto, anche.

d: Dicevamo lo stesso, però, che Al Di Meola forse non ha ricevuto riconoscimenti…

r: Non lo so. NOI ci siamo mossi. Ma lo abbiamo fatto anche con Dado Moroni, uno dei più grandi pianisti in Italia, e con altri.

d: In questi anni ci ha rimesso anche dei soldi?

r: Eh, sì. Un po’ sì. Siamo partiti che eravamo in dieci.

d: Il momento di maggiore soddisfazione?

r: Quando vengono i musicisti, protagonisti dei nostri concerti, perché molti jazz club hanno chiuso. In Basilicata siamo in tutto tre o quattro. Ci confrontiamo molto con l’Associazione dei Jazz Club Italiani (di cui da quest’anno facciamo parte) e sappiamo che il problema è esteso a tutta l’Italia, ove molte strutture –anche con ristorante etc.- hanno chiuso, anche a causa della Pandemia e della Crisi. Pertanto mi fa particolarmente piacere quando i musicisti –gente che gira- si compiacciono per l’accoglienza ricevuta in questo Club. Sono nate anche alcune amicizie.

d: C’è stato un momento in cui, invece, ha pensato “Chi me l’ha fatto fare?”.

r: Ai primi concerti, perché un po’ ci stavo rimettendo. Le persone, appena sentivano la parola “jazz”, dicevano “No grazie”. Poi pian piano le cose sono cambiate.

d: Il più grosso personaggio che ha fatto venire a Potenza?

r: Il già citato Dado Moroni, ma anche Tommy Smith e molti altri.

d: Di solito che impressione hanno della nostra città?

r: Guardi, proprio Tommy Smith (grande sassofonista americano), ha fotografato tutto il Centro, da Porta Salsa fino alla Ragioneria. Sono foto bellissime. qui al Club è voluto venire a piedi, perché stava in centro storico. Gli è piaciuto moltissimo.

d: Quali sono le caratteristiche del “popolo del jazz” potentino? Nel profano a volte c’è lo stereotipo di intellettuali un po’ snob…

r: No, no, è finito quel periodo. La gente ha capito che se ci sono cose belle – e a Potenza ci sono- poi partecipa. E se tu fai delle cose…così così, se ne accorge! Non ci vengono più. A Potenza se sbagli una volta sei fregato.

d: Se potesse prendere il presidente della Regione e il sindaco sottobraccio, cosa direbbe loro?

r: Direi loro di fare meno passerelle, e di vedere la realtà. Potenza è una città storica, con tanti personaggi storici che ci sono venuti, e quindi culturalmente partiamo bene, ma questa tradizione pian piano è svanita. La cosa bella però è che ci sono ancora persone che combattono, perché coltivare l’arte è un modo di vivere. Quello di gente che, come me, si rifiuta di tornare a casa la sera e sedere in pantofole davanti alla tv.

d: Lottate contro la “Potenza dormitorio”.

r: Sì. E’ la musica, l’arte, che ti spinge a farlo.

d: Ma come semplice cittadino cosa migliorerebbe?

r: Guardi, direi che quando muore un centro storico, muore tutta una città. Con “Gocce d’Autore”, per sei sette anni, in un piccolo vicolo del Centro, abbiamo fatto diverse manifestazioni (tra queste la Giornata del Libro, nel corso della quale mi avvalsi di un pianoforte con le ruote, per portare la musica e la letteratura nei negozi).

d: Perché il Centro sta morendo?

r: Non saprei, forse perché non ci sono più gli uffici, non c’è utenza: una volta il centro storico era pieno, mattina e sera, perché ci veniva anche la gente dai paesi.

d: Come definire la Potenza di oggi in chiave jazz?

r: Potenza potrebbe essere uno Swing, perché nell’anima dei Potentini c’è quella voglia di vivere e di confrontarsi. Ripeto, ci sono ragazzi davvero in gamba.

d: Il libro che la rappresenta?

r: Sicuramente un saggio su Chet Baker.

d: Il film?

r: I “Blues Brothers”. Lo vidi da ragazzino –quando studiavo solo musica classica ed ero quasi un prete (ride)- e fu una vera folgorazione.

d: La canzone?

r: La prima che metterei su un piatto è sempre Billie Holiday, ma il primo “standard” che ho studiato è stato “Georgia on my mind” di Ray Charles. Mi piacciono però anche i cantautori come Fossati.

d: Mettiamo che fra cent’anni, qui al Jazz Club, scoprano una targa a suo nome, cosa le piacerebbe ci fosse scritto?

r: Posso dirlo in Potentino? «Meh, hai fatto ‘na cosa bella!» (risate)