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di Walter De Stradis

<<Io mi auguro di non essere l’ultimo, e di tramandare qualcosa ai giovani. Anche perché la nostra è una tradizione soprattutto orale, e se la perdiamo, ci priviamo di un passato molto ricco».  

Settantatrè anni portati in maniera invidiabile, con tanto di codino e pizzetto candidi, il tricaricese Antonio Guastamacchia –se non proprio l’ultimo- è sicuramente uno dei più autorevoli interpreti dell’autentica tradizione del canto-agropastorale lucano.

d: Tuttavia lei non è uno studioso, un imitatore o un “ripropositore” di vecchi canti e musiche, lei è un vero depositario della tradizione, e anche la sua voce, il suo modo di cantare, è abbastanza “arcaico”.

r: Mi viene spontaneo, come viene viene, non cerco di educare o modulare la voce in un modo piuttosto che in un altro.

d: Nondimeno il suo modo di cantare rassomiglia molto a ciò che si sente nelle vecchie registrazioni di De Martino degli anni Cinquanta.

r: E questo è grazie a mio padre. Era uno di quelli che “portavano le serenate”. Cantava anche lui. Evidentemente nel Dna c’è questa cosa che continua.

d: Cosa voleva dire una volta “portare le serenate”?

r: Era una cosa bella, Oggi è un pochino più difficile. Ciascuna famiglia contadina aveva la dispensa piena di mele, pere, fichi appesi nelle varie stanze, nelle soffitte (non si faceva certo la spesa tutti i giorni); e poi si ammazzava il maiale (e quindi c’erano scorte di salsiccia, lardo, ventresca, capocollo). E quindi, quando arrivava questa “serenata”, non si poteva dire di non aver nulla da offrire: anche perché da noi si dice che “nella casa dei pezzenti, non mancano le stozze”.

d: In che periodo si facevano queste serenate principalmente?

r: Da noi soprattutto nel periodo di Carnevale, dal 17 gennaio fino al Martedì grasso prima della Quaresima. Si “portavano” soprattutto agli amici, anche se non mancava la “dedica” a qualche ragazza.  

d: Oggi a Tricarico quanto è rimasto di questa tradizione?

r: Il Covid ci ha dato il colpo di grazia. Oggi le serenate le chiedono quando c’è un compleanno, ma così non va bene. Io lo faccio ancora volentieri per allietare la serata, ma prima era meglio, era una cosa spontanea, senza avvisare nessuno. Oggi la gente, che non ha più le provviste di una volta, la devi avvisare prima. Qualche tempo fa portammo la serenata in casa di un mio caro compare, e lui aveva solo un litro e mezzo di vino, lì, in quel momento, ma noi gli dicemmo “Non ti preoccupare, basta e soverchia”.

d: Quindi capita ancora che qualcuno la chiami per una serenata.

r: Capita, sì. Ma ripeto, soprattutto in occasione di compleanni o quando qualcuno vuole portare la serenata alla sposa prima del matrimonio. Io canto e suono il tamburello, poi c’è un caro amico, fresco laureato, Antonio Miseo, che suona la zampogna, e Antonio Brienza –un altro giovane appassionato di tradizioni- che suona la fisarmonica. Poi di solito si aggiunge qualcun altro col cupa-cupa.

d: Il contenuto di questi canti?

r: Il tema è sempre quello del corteggiamento. Ci sono i canti della trebbiatura, quando si faceva la “pisatura” col passaggio dell’asino. C’è un brano che recita “Hai un peidino così grazioso, che non puoi andare scalza”, poi prosegue salendo su e arrivando alle mammelle “da latte”, per dire che la giovane era in età da matrimonio. Poi il brano finiva con un monito agli invidiosi: “In mezzo a questi capelli, hai un uccellino che canta. Canta uccella mia, canta sempre, e fai schiattare gli occhi a chi ti guarda”.

d: Quale messaggio può arrivare da questi vecchi canti? Cosa possono insegnare a un giovane?

r: Che nonostante prima non ci fosse molta scolarizzazione (al contrario, c’era un analfabetismo diffuso), si era molto bravi a trovare le parole giuste per cantare. Io mi chiedo: come mai oggi, che ci sono i laureati, si usano parole che spesso offendono?

d: Facciamo un passo indietro: lei ha registrato alcuni di questi canti su cd, anche recentemente, ma la sua prima registrazione professionale risale a gli anni Settanta, con Antonio Infantino.

r: Sì. Anche lì fu una cosa spontanea. A lui serviva solo uno che suonasse il tamburello alla maniera di Tricarico (con la “terzina”: uno, due e tre). Essendo uno sempre molto avanti, doveva incidere una canzone che durava dodici minuti (“La morte bianca”), e venne la sorella a dirmi che Antonio mi cercava. Lui era a Roma e io lo raggiunsi: iniziammo a suonare e poi ascoltammo la registrazione; a quel punto udendo la musica del violino io iniziai spontaneamente a cantare, come faceva mio padre (il violino mi ricordava la zampogna). Antonio allora mi chiese di rifarlo e lo registrammo.  

d: Antonio Infantino è scomparso ormai da qualche anno, ma -sempre a proposito di tradizioni- la nostra regione è in grado di preservarle, custodirle e tramandarle sul serio?

r: La politica sbaglia quando a tutti i costi vuole che l’intermediario nella realizzazione di un progetto sia il Comune. Io mi domando: perché chi presenta i progetti –come quello che abbiamo fatto noi, coi fratelli Fedele, sul canto popolare- non interagisce direttamente con la Regione? Mi spiego: tu realizzi un progetto da presentare alla Regione, la firma la mette il Comune, e i soldi arrivano al Comune; ma poi il sindaco di turno, visto che questi soldi ci sono, magari li utilizza, sempre per le tradizioni popolari, ma allestendo un concerto di piazza e la cosa finisce lì. Ne deriva, ad esempio, che noi il nostro progetto di ricerca non abbiamo potuto ultimarlo.

d: Più in generale quali sono le difficoltà di chi vuole fare musica in Basilicata?

r: Devi essere raccomandato (sorride).

d: Bisogna essere agganciati a qualche parrocchia politica?

r: Mah, nonostante io SIA di una parte politica, non mi sono mai sognato di chiedere a quella parte politica di farmi suonare.

d: Ma c’è chi lo fa.

r: C’è chi lo fa.

d: Il tormentone di queste interviste coi musicisti lucani: perché in Puglia sono riusciti a creare un evento gigantesco –culturale e turistico- come “la Notte della Taranta”, e in Basilicata ancora no?

r: Non è che non si è riusciti, la cosa è fallita. Noi a Tricarico, negli anni 2000, abbiamo fatto per due anni “Ethno-Dance”, e sono venuti musicisti dalla Puglia e non solo, ma poi la cosa è morta per strada, anche perché qualcuno ha pensato esclusivamente al business.

d: Guardi, capita spesso che a questa domanda mi si risponda come ha fatto lei: “Al mio paese si faceva, ma poi la cosa è finita”. Non sarà che una Notte lucana non si riesce a fare anche a causa di una certa rivalità fra i comuni?

r: No. No. Gli altri paesi non c’entrano. E’ questione di impegno, soprattutto di volontariato, perché la cosa deve essere culturale, non commerciale.

d: Lei è anche uno dei, pochi, costruttori di tamburello “di Tricarico”…

r: …Sono tamburelli più o meno come gli altri, con la pelle e i sonagli…

d: Sì, ma quando il turista viene a Tricarico –e magari conosce già Infantino etc.- i tamburelli li chiede?

r: Sì, sì, li chiede e non li trova.

d: Ci vorrebbe dunque un qualcosa di più strutturato?

r: Sì, da noi l’artigianato è sparito. Io darei un “reddito di cittadinanza” purché continuino a lavorare. E magari i turisti, venendo a Tricarico, le cose locali le troverebbero.

d: Se potesse prendere Bardi sottobraccio cosa gli direbbe?

r: Di dare più attenzione ai giovani, perché possono fare delle cose che noi anziani non possiamo più fare. La dignità è il lavoro e se il giovane lavora, non se ne va.

d: Lei, oltre a fare il cantore, è da sempre un agricoltore.

r: In famiglia avevamo le pecore e pochi terreni. Mio padre non aveva nemmeno un trattore, bensì il mulo: si lavorava notte e giorno e se andavi in paese non avevi neanche i soldi per comprarti un gelato. All’epoca i nostri genitori non pensavano al nostro divertimento, ma a come farci mangiare e vestire. Stanco di quella vita, nel 1969 emigrai a Empoli, poi andai a lavorare alla Fiat di Torino. A un certo punto mio padre mi spedì una lettera, dicendomi che c’era la possibilità di andare a lavorare all’Anic di Pisticci, e così tornai, con l’idea di poter poi comprare un trattore a mio padre. Tornato giù, mi fu detto di “fare domanda” (ovvero si trattava di chiedere la raccomandazione), presso l’ufficio di un politico locale. Capita l’antifona, preferii rinunciare. E così tornai a fare l’agricoltore e basta. Mio padre ebbe un podere dall’ente riforma, ma per poter vivere ho fatto anche il bracciante agricolo, facendo prima 51 giornate l’anno, poi 101…e così, mettendo insieme tutto, compresa un po’ di disoccupazione, sono riuscito a tirare avanti.

d: E se oggi dovesse recarsi presso l’ufficio dell’assessore all’agricoltura, ma non per raccomandarsi, bensì per denunciare qualcosa…?

r: Gli direi che prima di ascoltare i nostri rappresentanti sindacali (indispensabili per presentare qualsiasi tipo di pratica), dovrebbe ascoltare noi agricoltori, perché ci sono delle leggi fatte coi piedi! r: r: Da quest’anno io sono entrato nel “biologico” e grazie ad alcuni contributi me la passo un po’ meglio, ma ci sono delle leggi, dei regolamenti, che non hanno né capo né coda. A mio avviso li fanno delle persone che l’agricoltura la sanno solo sulla carta. Se vengono al campo, gliela spiego io.

d: Il film che la rappresenta?

r: Non mi rappresenta, ma mi rimase impresso “Padre padrone”, perché mi ricordava la situazione di alcuni ragazzi di Tricarico.

d: Il libro?

r: In genere mi piacciono i libri di avventura. Oggi ho riscoperto Scotellaro, ma a scuola nessuno ce ne parlava. Ed è grave.

d: Forse il preside era di destra.

r: Adesso che ci penso, sì, destra-destrra.

d: La canzone?

r: “Scende la pioggia” (ride).

d: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r: Quando morì mio padre, feci scrivere: “Lascia QUESTO mondo”.