DAGOSTINObuffino

L’EQUIVOCO DEL 24 MARZO - Le elezioni regionali del marzo scorso si sono svolte all’insegna di un grande equivoco, di cui pagheremo gli effetti nei prossimi 5 anni: invece di concentrare la campagna elettorale sulle tematiche di un possibile sviluppo regionale, partendo da una diagnosi approfondita del malgoverno a trazione pittelliana che peraltro si era innestato su quello del precedente governatore De Filippo e dal vuoto programmatico che ha caratterizzato finora la politica lucana, Salvini, Berlusconi e la Meloni, ossia i vincitori delle elezioni in questione, tra un selfie e l’altro, ci hanno parlato di migranti, un tema del tutto marginale in Basilicata.

Salvini ignora il fatto che la storia dell’umanità è un continuo processo di migrazioni e integrazioni tra i popoli, ciò nonostante fa leva sulla paura che incuterebbero i diversi, facendo emergere timori ancestrali. Il pot-pourri che è uscito dalle urne è composto da un centro destra, in cui prevalgono eletti di scarsa esperienza, da grillini che politicamente non riescono nemmeno ad identificarsi e ciò che resta del Pd ormai ridotto a circa il 10% degli aventi diritto al voto. Si tratta di una compagnia mal assortita che teoricamente dovrebbe affrontare problemi secolari di arretratezza socioeconomica. Dalle poche esternazioni fatte dal neogovernatore Bardi, l’impressione che se ne ricava è la sottovalutazione dello status quo. La politica da tempo in Italia non è governata più dai partiti tradizionali, ma sempre più da organismi concepiti come macchine elettorali che mettono sotto “ricatto” di berlingueriana memoria la mitica gente, facendo leva sulla spesa pubblica senza vincolo alcuno da parte dei governi nazionali di turno e su una burocrazia asservita ai desiderata dei politici. Qui in Basilicata siamo in presenza di un equilibrio di sottoccupazione, di sottoutilizzazione delle risorse disponibili, con una chiara responsabilità della politica, che non riesce ad emergere in tutta la sua gravità. Il neo governatore Bardi ha dichiarato che metterà al centro della sua agenda politica il lavoro. Sarà utile ricordare che Il Lavoro lo fanno le imprese investendo i propri capitali e ricorrendo ai prestiti, nell’ambito di un contesto ottimale di sviluppo che è compito dello Stato nelle sue varie articolazioni attraverso una razionale politica di opere pubbliche. E sarà utile inoltre far presente che la Basilicata non è un’isola, ma dipende da politiche nazionali ed europee che finora non hanno mosso di un millimetro il sottosviluppo strutturale della regione. In questo ambito, va osservato che Salvini, il deus ex machina sta penetrando nel Mezzogiorno, non parlando di investimenti, di grandi opere, come ad esempio potrebbero essere quelle di mettere in sicurezza l’Appennino. Fa finta di non sapere che la coperta finanziaria è corta, se la tiri da un lato scopri l’altra parte. Propone, a chiacchiere peraltro, che tutto si possa fare (flat tax, investimenti, ecc.), ricorrendo ad altro debito pubblico che già oggi ci costa oltre 65 miliardi di euro di interessi, pari al 3,7% del Pil, superiore financo a quello della Grecia che si attesta sul 3,3%, nettamente distante da quello della Francia (1,7%), della Germania (0,9%), muovendosi con un malinteso concetto di sovranismo che non prevede vincoli europei, attenzione ai mercati, compatibilità nazionali tra Nord e sud, ma solo isolamento tout court e anarchia economica, finalizzata a favorire le regioni più ricche del Paese. La cosa sconcertante è che Salvini ha trovato terreno fertile nel Mezzogiorno, anche se meno in Basilicata, avendo caricato sul suo carroccio gente che non aveva sbocchi di potere in altri partiti politici, facilitandone la transumanza, avendo in partenza sedie vuote da offrire. Vedi Basilicata. A Bardi spetta il compito in Basilicata, se ne è capace, di cambiare profondamente i limiti accennati in precedenza. Purtroppo è prigioniero di forze inadeguate al compito. Ma il suo punto forte è che ha poco da perdere per età, condizione economica, una carriera politica molto probabilmente contenuta in questa legislatura regionale, tutti fattori che lo rendono libero di agire nell’interesse generale. Le possibilità di ripresa del Pd sono legate a un intervento forte e risolutivo del partito nazionale. Pensare ad un progetto di autoriforma a scala regionale è tempo perso, come i fatti hanno chiaramente dimostrato. Ma Zingaretti, il segretario del Pd nazionale che farà? Due pesi e due misure tra Umbria e Basilicata, pur essendo accomunati i due governatorati dallo stesso scandalo? Aspetta il dopo elezioni europee o che altro per commissariare il partito in Basilicata? Forse sarà il caso che Zingaretti rifletta sul monito di Pietro Nenni: rinnovarsi o perire. Viviamo in una fase di transizione, a livello nazionale e regionale e dunque c’è la possibilità di cambiare, prima che si formino nuove incrostazioni di potere, pari se non superiori a quelle attuali. La mela economica, diceva Keynes, non è una mela newtoniana. È una mela che pensa. Mentre cade può decidere di cambiare direzione, dandosi una visione ed un modello per realizzarla. Il declino si può arrestare, ma per farlo occorrono idee che facciano “pensare” la mela lucana. Molto dipende da “noi”, dai giovani, dai soggetti che abitano i luoghi terzi (scuola, università, borghesia, ecc.), tanti soggetti che finora hanno delegato irresponsabilmente alle istituzioni parassitarie, che ben conosciamo, compiti che sono di loro pertinenza.