- Redazione
- Sabato, 31 Ottobre 2026 08:43

di Walter De Stradis
Pasquale Lamorte, 78 anni, rionerese, cinque legislature in Parlamento, già sottosegretario nei governi Craxi e Fanfani e presidente della Camera di Commercio di Potenza per sedici anni, guarda alla politica di oggi con gli occhi di chi ha attraversato la Prima Repubblica. «Non è nostalgia: c’è una grande storia che non dovremmo archiviare». Ma sul petrolio lucano il giudizio è netto: «Abbiamo sprecato un’occasione storica».
d - Onorevole, riusciremo a concludere questa intervista senza pronunciare la fatidica frase «Si stava meglio quando si stava peggio»? Con i suoi colleghi lucani ex democristiani, è un ritornello che torna spesso.
r - In fondo, si pensava che, superata quella fase storica – mi riferisco alla Prima Repubblica – sarebbe arrivata l’età dell’oro. Ma così non è stato. Come tutte le illusioni, anche questa a un certo punto si è rivelata per quello che era. Oggi viviamo una transizione infinita, che dura da alcuni decenni: cerchiamo una visione del mondo e della società che stenta a concretizzarsi. Da qui nasce l’espressione «si stava meglio quando si stava peggio». Perché, quando ritenevamo di stare peggio, avevamo riferimenti precisi, una classe dirigente selezionata nei diversi livelli, valori e principi sui quali si fondava l’azione politica di movimenti ben identificabili.
d - Qual è stato il punto di svolta? Storicamente, Mani Pulite ha fatto cadere la Prima Repubblica; ma sul piano culturale non hanno contribuito forse anche la «rottamazione» e il principio dell’«uno vale uno»?
r - Quelli sono passaggi successivi. Il vero problema, a mio parere, è stata la demagogia imperante all’inizio degli anni Novanta: si vedeva la corruzione dappertutto, senza distinguere dove fosse realmente radicata e dove, invece, non avesse attecchito. Poi c’è stata quella che definisco una sorta di codardia della classe dirigente democristiana di allora. Si pensò di cambiare il simbolo del partito per garantirsi la continuità, quando il simbolo avrebbe anche potuto rimanere. Il problema era cambiare la classe dirigente. Invece ci fu una specie di suicidio: quella stessa classe dirigente pensò di salvare se stessa buttando a mare un patrimonio. Alla fine non salvò nemmeno se stessa.
d - Insomma, buttò l’acqua con tutto il bambino. Ma accadde anche in Basilicata?
r - Accadde un po’ dappertutto. La Basilicata non poteva reggere un’onda d’urto sviluppatasi a livello nazionale. Voglio però ricordare che nel 1994, alla prima campagna elettorale dopo la fine della Democrazia Cristiana, c’era una diffusa richiesta di rinnovamento della classe dirigente. L’onorevole Emilio Colombo, il senatore Azzarà e io mettemmo in discussione le nostre candidature, pensando che fosse necessario offrire volti nuovi. Non fummo imitati da tutti: facemmo un passo indietro soltanto noi, cercando di rispondere a quella domanda di novità. Nonostante questo, non riuscimmo a salvare in Basilicata quel patrimonio politico, mentre in altre regioni il risultato fu diverso.
d - Intanto la mostra «Storia di un Paese», dedicata alla DC (e in questi giorni a Lauria), sta riscuotendo interesse. L'ho chiesto anche a chi l'ha preceduta a questo tavolo: è soltanto nostalgia o si può recuperare qualcosa di quella tradizione?
r - Quando presentiamo la mostra, dico sempre che non c’è una nostalgia prevalente. C’è una grande storia che faremmo bene a non archiviare definitivamente. In quella storia ci sono stati fatti positivi e, naturalmente, anche fatti negativi. È giusto che le nuove generazioni conoscano quel periodo e sappiano coglierne anche gli aspetti positivi.
d - E questo anche in un territorio oggi socialista, anzi «pittelliano», come Lauria?
r - Forse, dopo oltre trent’anni, mentre la polvere della demagogia comincia lentamente a posarsi, riusciamo a riconoscere meglio alcuni meriti storici. Penso soprattutto al momento che stiamo vivendo, con una geopolitica che sembra avere un infarto e rapporti internazionali che si frantumano. Forse oggi riusciamo ad apprezzare maggiormente le scelte che, grazie agli uomini della Democrazia Cristiana e in particolare ad Alcide De Gasperi, hanno collocato l’Italia nella democrazia e nel mondo occidentale, contribuendo al processo di costruzione dell’Unione europea, che è ancora da completare. Proprio mentre sembra crollare tutto, possiamo avvertire meglio il valore di alcuni capisaldi di una società che si è sviluppata per cinquant’anni senza guerra.
d - Sta dicendo che oggi latitano i veri statisti?
r - Sto dicendo che manca soprattutto una selezione rigorosa della classe dirigente. A uno dei convegni di questo periodo ho raccontato che, ai nostri tempi, si cominciava tutti da «galoppini» e soltanto dopo si faceva carriera. Oggi nascono tutti ministri, presidenti di Regione o parlamentari. È inevitabile che ci sia improvvisazione quando manca un sedimento di cultura, esperienze e conoscenze. Io ho cominciato a vent’anni come consigliere comunale nel mio paese, Rionero. Ho fatto esperienza in Consiglio comunale, poi l’assessore. È un percorso che ti forma.
d - Anche Roberto Speranza ha cominciato come consigliere comunale a vent’anni.
r - E questo non è certamente un punto debole, non è un difetto. Tant’è che è uno di quelli che sono emersi in maniera più spiccata.
d - Lo si pensava come il “nuovo Colombo”, ma alla fine…
r -...È sempre difficile riprodurre modelli precedenti in condizioni completamente diverse, all’interno di un sistema politico che nel frattempo è cambiato.
d - Lei ha detto che, dopo la fine della Prima Repubblica, si pensava che sarebbe arrivata una nuova età dell’oro, soprattutto in Basilicata. Qual è stata la più grande illusione per i lucani?
r - Pensare che fosse possibile, come con una bacchetta magica, modificare il sistema e assicurarsi un lungo periodo di benessere.
d - Si riferisce anche al petrolio?
r - Il petrolio è un argomento sul quale, probabilmente, non è stata ancora fatta una riflessione completa. La mia idea è che abbiamo sprecato un’occasione storica. Quando ero alla Camera di Commercio, nei nostri convegni sottolineavo spesso che le risorse provenienti dal petrolio avrebbero dovuto essere indirizzate allo sviluppo, anziché al maquillage del marciapiede o alla realizzazione del fontanino di paese. Quelle risorse andavano concentrate, utilizzate con una programmazione pluriennale e destinate soprattutto alle carenze infrastrutturali che ancora oggi si avvertono in Basilicata. La rete ferroviaria, per esempio, non è adeguata ai tempi. E continuiamo a inseguire l’utopia dell’aeroporto.
d - Un’idea che, in realtà, è di «Tanino» Fierro, anche lui ex democristiano.
r - Il problema è proprio questo: si sono avute delle idee, ma non sono stati individuati gli strumenti adeguati per realizzarle. Se avessimo utilizzato le risorse del petrolio per costruire infrastrutture capaci di far uscire la Basilicata dal suo isolamento, per via ferroviaria, stradale e magari aeroportuale, probabilmente oggi avremmo un futuro diverso.
d - Lei ha chiesto il bonus gas?
r - Sì, come tutti i lucani.
d - Come “quasi” tutti i lucani. La ritiene una misura adeguata?
r - Era una misura troppo generica, che avrebbe dovuto prevedere una selezione dei beneficiari. Darla a tutti è servito quasi a non darla a nessuno. Se le risorse fossero state concentrate sulle fasce più bisognose, probabilmente l’effetto sarebbe stato maggiore. Devo però riconoscere che quella misura fu decisiva per la vittoria del centrodestra in quel momento.
d - In pratica è servita solo a loro. Se il presidente Bardi accettasse un suo consiglio, che cosa gli direbbe?
r - Gli direi di riflettere sul futuro della regione. Stiamo andando avanti ancora con le intuizioni contenute nei piani di programmazione regionale della Prima Repubblica.
d -...avete fatto tutto voi...
r -...quei piani avrebbero dovuto essere aggiornati alla luce delle trasformazioni e delle novità intervenute negli ultimi decenni. Bisognerebbe individuare obiettivi moderni sui quali concentrare le risorse. Un esempio è una grande infrastruttura ferroviaria, con collegamenti più moderni. Abbiamo visto che già l’introduzione della Frecciarossa, pur con i limiti di velocità imposti da una rete ancora inadeguata, ha reso molto più agevole il collegamento con la Capitale. Questo dimostra quanto le infrastrutture possano incidere concretamente sulla vita dei lucani.
d - Se dovesse riassumere tutto con un proverbio rionerese, o anche soltanto con una frase in dialetto, che cosa direbbe?
r - «Galleggiamo di meno e osiamo di più».
d - Durante gli incontri sulla vecchia DC, che cosa le dice la gente quando vi avvicina dopo il convegno?
r - Molti chiedono: «Allora, che facciamo, riprendiamo?». E noi dobbiamo spiegare che, purtroppo, il contesto attuale non consente più di riproporre la Democrazia Cristiana. Ma quel contesto ci chiede una politica lungimirante, capace di entrare nei meccanismi dello sviluppo del territorio e di aggiornarli, perché quelli di un tempo sono ormai superati.
d - Chiudiamo con una domanda cattiva. Nell’immaginario popolare, la DC è associata anche all’epoca delle raccomandazioni. Lei quante ne ha fatte?
r - Mi occupavo di mille problemi. Tra questi c’erano le esigenze di tante persone che mi venivano segnalate: perché avrei dovuto tirarmi indietro? Ma la domanda che faccio a lei è un’altra: oggi è cambiato qualcosa? Il problema, più che altro, è che oggi c’è meno servizio della politica verso le persone. Ieri, con il sistema delle preferenze, ogni voto doveva essere conquistato giorno dopo giorno. Oggi è tutto più comodo, tutto più semplice.
d - Forse il cerchio si è ristretto, a vantaggio dei soliti pochi privilegiati?
r - È proprio questo che intendo. Prima il rapporto tra il politico e la sua base elettorale era molto più vivo. Oggi le decisioni vengono prese nelle segrete stanze e, sostanzialmente, si vota un simbolo o un personaggio. È quello che hanno prodotto i partiti personali.
d - Il ritorno alle sezioni di partito, nei paesi e nelle città, potrebbe riportare la gente alla politica o è ormai un’idea datata?
r - Ormai è datata. Perché, se torni alle sezioni, devi riaprire un dialogo diretto con le persone. E questo comporta una serie di cose.
d - Troppa fatica?
r - Troppa fatica.







