- Scritto da Redazione
- Giovedì, 12 Gennaio 2023 16:39

LAVELLO -La Fondazione Alessandra Bisceglia ViVa Aleoffrirà anche quest’anno a giovani lucani dai 18 ai 28 anni d’età, la possibilità di svolgere nella sede di Lavello un’importante esperienza formativa di Servizio civile. L’intento è quello di selezionare due operatori volontari a supporto delle tante attività che vengono svolte a sostegno delle persone affette da patologie rare e dei loro familiari. Gli interessati dovranno candidarsi al bando di Servizio civile universale - pubblicato sul sito ministeriale del Dipartimento per le Politiche Giovanili (www.serviziocivile.gov.it) - aderendo al progetto “Una rete per il malato oncologico - Riabilitazione, orientamento e accompagnamento ai servizi 2023”, nell’ambito del settore di intervento “Pazienti affetti da patologie temporaneamente e/o permanentemente invalidanti e/o in fase terminale”.
Il progetto in questione è realizzato dalla Favo, la Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia, alla quale la Fondazione Alessandra Bisceglia è federata dal 2011.
La durata del Servizio civile è di 12 mesi con un impegno di 25 ore settimanali. Gli aspiranti operatori volontari dovranno presentare la candidatura entro e non oltre le ore 14 del 10 febbraio 2023, esclusivamente attraverso la piattaforma di domanda online raggiungibile tramite pc, tablet e smartphone all’indirizzo https://domandaonline.serviziocivile.it.
Le candidature inoltrate telematicamente verranno ricevute direttamente da Favo, che si occuperà della valutazione dei titoli di ogni aspirante operatore, mentre la Fondazione Alessandra Bisceglia ViVa Aleprovvederà ai colloqui di selezione.
Per ogni ulteriore informazionesono a disposizione il sito internet della Fondazione Alessandra Bisceglia (www.fondazionevivaale.org), da cui è possibile scaricare anche il bando con la scheda sintetica di progetto, l’indirizzo di posta elettronica (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) e i seguenti numeri telefonici: 097281515; 3391601371.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 07 Gennaio 2023 08:36
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di Walter De Stradis
Dicono che Giuseppe Raffaele, siciliano, fresco 47enne, allenatore del Potenza Calcio, sia un tipo taciturno. Il silenzio è “d’oro” è vero, ma a leggere le sue parole, forse mai così “aperte”, si scopre un mister che è ben consapevole che, qui da noi, la vera riserva “aurea” di questo sport, è la passione a 24 carati di una intera Città.
d- Come giustifica la sua esistenza?
r - Bella domanda (ride). Grazie a mia madre e a mio padre. Ho sempre cercato di essere una persona onesta, diretta, vivendo con gioia, e seguendo i principi dei miei genitori e quelli propri della cultura in cui sono cresciuto.
d- Lei è siciliano. I suoi genitori cosa facevano?
r - Mia madre, adesso in pensione, era impiegata al Comune. Mio padre è nato barbiere, ma poi è andato a lavorare all’Acquedotto.
d- E lei invece quando ha capito che il calcio sarebbe stato la sua vita e il suo lavoro?
r - Il calcio è nato insieme a me, credo. I miei genitori mi raccontano che sin da piccolo ero sempre alla ricerca di una palla; pensi che, siccome mia madre mi aveva vietato di giocare a pallone in casa, io staccavo la testa alle bambole di mia sorella per giocare lo stesso!
d- Immagino le proteste di sua sorella.
r - Molte, moltissime (ride). Comunque ho studiato, mi sono diplomato, ma poi la passione ha prevalso; anzi, già a sedici anni andai via da casa per seguire quello che poi è diventato un lavoro.
d- Aveva un mito, una guida in particolare?
r - No, questo no. Se mi chiede un giocatore che adoravo, è Van Basten.
d- C’è qualcuno a cui deve dire “grazie”?
r - Grazie lo devo dire a tutti, in primis ai miei genitori, perché mi hanno sempre insegnato il valore del sacrificio, della meritocrazia, del non mollare mai. Non ho fatto una carriera strepitosa, ma ho sempre cercato di lavorare al meglio delle mie possibilità. Nel calcio, devo dire “grazie” a tutti i presidenti e gli addetti che mi hanno dato fiducia, sia come giocatore, sia come allenatore.
d- Specie nelle città come questa, in cui c’è molto fervore popolare su questo sport, l’allenatore della squadra di calcio è un po’ come il sindaco. Non trova?
r - Vabè, ma chi sceglie questo mestiere lo mette già in preventivo. Se ti spaventa la pressione non puoi fare questo lavoro: ci devi convivere e utilizzarla per alimentare l’ambizione a fare meglio. Dopotutto, gli allenatori prendono critiche anche vincendo, eh eh eh…quindi
d- Lei si arrabbia quando legge i giornali?
r - No, perché li leggo poco, per mia cultura.
d- Cioè non vuole farsi influenzare dalle critiche?
r - No, è che nel mondo di oggi specialmente, io non… in realtà, guardo più che altro alla reazione dei tifosi allo stadio. Ma ascolto tutti, anche i giornalisti, in maniera diretta. Tuttavia ho molto lavoro da fare e quindi non ho molto tempo… ma ripeto, quelle cose che a volte ti dicono o che leggi…è normale, bisogna farle proprie, e conviverci: è il sale di questa professione.
d- Dorme prima di una partita importante?
r - Tante volte sì, qualche volta no.
d- Ci dica la verità, quante volte sogna quel rigore sbagliato di França?
r - Non mi sono mai arrabbiato per un rigore sbagliato o per l'errore di un portiere. Mi arrabbio su altre cose, quando vedo atteggiamenti di sufficienza, ad esempio, nel gruppo o sul rettangolo di gioco. E poi, se pensiamo che la finale dei Mondiali è finita ai rigori…!
d- Insomma, lo sogna o no?
r - No, ci abbiamo pensato tutti, ma si deve andare avanti. E’ un episodio che ha cambiato il destino di una città, certo, perché voleva dire sognare la serie B…
d- Cosa disse a Carlos?
r - Lo rincuorai, perché aveva dato tutto. Era il minimo che potessi fare.
d- Lei arriva a Potenza per la seconda volta “a corsa già iniziata”. Ha trovato davvero una situazione drammatica, come si è letto sui giornali?
r - Beh, sa, quando le cose non vanno bene, è una somma di tanti fattori.
d- Ma a pagare per primo è sempre l’allenatore.
r - Ripeto, chi fa questo mestiere conosce questo giochino: anch’io, nell’ultimo anno, da una certa situazione, sono andato via poco dopo essere arrivato. La situazione qui non era “drammatica”, ma sicuramente non semplice: tanti giocatori nuovi (quindi poco coesi), una classifica con una piega particolare, una nuova società. Menomale che ne siamo usciti fuori, con un ottimo percorso, anche se c’è qualche rammarico per un paio di punticini in più che sicuramente meritavamo. Nelle due ultime gare abbiamo avuto una leggera flessione, ma ci sta, a causa degli infrasettimanali e poi, fra infortuni e qualche reparto un po’ “corto”, abbiamo sempre giocato con un’ossatura simile. Mi auguro che questa sosta abbia rigenerato qualche giocatore, anche se già questo sabato, con il Monterosi, avremo comunque qualche assenza.
d- Però rispetto all’anno scorso siete messi meglio.
r - Anche perché siamo riusciti a fare ciò che la società aveva chiesto, da subito, al management sportivo: valorizzare molti giovani. Il percorso è su una strada positiva: in questa seconda fase del campionato, altrettanto dura, dobbiamo consolidarci e mantenere questo atteggiamento, migliorando e creando un futuro propulsivo per il Potenza.
d- Lei era molto legato a Caiata…
r - Molto.
d- Adesso ha trovato una gestione più “aziendale”, come si trova?
r - Con le società ho sempre avuto un buon rapporto, perché mi comporto da persona onesta e diretta, senza andare fuori dal seminato. Poi, ognuno ha un suo carattere, e bisogna approcciarsi alle persone per quelle che sono le loro caratteristiche.
d- I maligni dicono che nello spogliatoio c’è un po’ di malumore fra alcuni giocatori che vorrebbero cambiare casacca. Le risulta?
r - “I maligni”??? Guardi, noi abbiamo una rosa molto corposa, ma su 27 giocatori ce ne sono 15 o 16 che sono “under”. In questo momento io ho puntato su un blocco forte di 17/18 giocatori, e quindi è normale che il ragazzino voglia giocare. E magari è anche una scelta societaria mandarlo altrove a farsi le ossa; noi non abbiamo un organico di venti “over”. Molti stanno giocando, ma è normale che cinque o sei bisogna mandarli fuori a farsi le ossa, per poi ritrovarseli con maggiore minutaggio in futuro.
d- Occorrerà comunque intervenire sul mercato. Ha fatto una lista della spesa?
r - Non ne faccio mai. Basta parlare e trovare un punto comune sui giusti innesti da fare, laddove bisogna puntellare (anche in presenza di infortuni). Ci stiamo muovendo, con discrezione, in un discorso che debba essere funzionale a quest’anno, ma anche all’anno prossimo. Va consolidato un gruppo che già c’è, ma credo che in ogni reparto si farà qualcosina.
d- Si ritiene un buon motivatore?
r - Non mi piace parlare di me stesso, ma mi hanno sempre riconosciuto di essere un GRANDE motivatore. Con L’Igea Virtus abbiamo vinto due campionati con squadre fatte per la salvezza, e anche col Potenza facemmo quel grande percorso, col rammarico finale che dicevamo. Spero che qualcosa di bello succeda anche quest’anno, esaltando di nuovo la città. Il sale del calcio è la tifoseria.
d- Qual è la prima cosa che le dice il tifoso per strada? Consigli (o rimproveri) sulla formazione?
r - No, io percepisco soprattutto l’amore, del tifoso. Che sia della curva, della tribuna o della gradinata. O persino che sia uno che al campo non ci viene. E’ un amore sconfinato. Parliamoci chiaro, questa squadra è la seconda pelle della città. E la città ha un potenziale enorme in questo ambito: per una squadra che punta a vincere il campionato, non basterebbe uno stadio a contenere i tifosi.
d- Quindi questo Potenza ha il diritto di essere ambizioso, già da quest’anno?
r - Il Potenza ha il diritto di essere ambizioso, ma bisogna anche capire il “momento” del calcio degli ultimi anni, in cui tenere una squadra in serie C ed essere ambiziosi non è per niente facile. I fallimenti di grandissime società, con potenziali da Serie A, sono all’ordine del giorno. Bisogna dunque fare un passo alla volta, ed essere ambiziosi con cognizione di causa. E credo che questo sia anche il progetto della società.
d- Parliamo della città in sé per sé. Come l’ha trovata al suo ritorno? Meglio, peggio?
r - Premesso che sono un tipo abbastanza “tranquillo”, con le sue abitudini, e quindi…
d- …un posto vale l’altro?
r - No! Volevo dire che qui mi trovo MERAVIGLIOSAMENTE bene. Le persone sono educate, la città è vivibilissima, e io mi sento a casa. L’ho sempre detto, anche dopo il mio primo anno.
d- Però mi deve dire un “però”.
No, non ce ne sono. E’ vero, molti dicono che la città offre poco o tanto, ma io ci sto benissimo. E’ una città pulita, ove fare un giro sul Corso è piacevole…Negli ultimi anni ho vissuto a Gallitello e anche lì stavo bene. Pensi che quando qui fa la neve mia figlia ci viene con gioia, impazzisce, perché di solito non ha modo di vederla. Guardi, non è per l’intervista che sto facendo, ma è uno dei motivi alla base del mio ritorno: stare bene anche fuori dal campo è il massimo per un professionista.
d- Il suo ex Presidente (Caiata) in politica ci è poi entrato Lei non l’hanno mai “corteggiata”?
r - (Sorride) Mah, qualcuno al mio paese, ma non ho né la passione, né la voglia. Tuttavia, ho le mie idee.
d- E’ più “rosso” o più “blu”?
r - (Sorride). Ho le mie idee.
d- Il film che la rappresenta?
r - Adoro la comicità, quindi Ficarra e Picone, ma anche le commedie romantiche. Odio i gialli troppo “invasivi”.
d- La canzone?
r - Sono nato con Vasco Rossi…ce ne sono tante.
d- Il libro?
r - Mi è piaciuto quello di Ancelotti. Mi piacciono i testi sulla mia professione.
d- Mettiamo che fra cent’anni scoprano una targa a suo nome al “Viviani”: cosa le piacerebbe ci fosse scritto?
r - Beh, per esserci questo, bisogna prima maritarselo! Ripeto, spero di riuscire a condurre un percorso eccezionale, ma non per gloria mia; questa città ormai la vivo anche a livello empatico e SO cosa vuole la gente. E sono obiettivi grandissimi. E spero che Potenza possa ottenerli, con o senza Raffaele. Fra cent’anni, se la targa ci sarà, vuol dire che tutto questo è successo!
- Scritto da Redazione
- Sabato, 07 Gennaio 2023 07:59

di Antonella Sabia
La povertà in Basilicata cresce in maniera esponenziale. È questo il dato incontrovertibile che emerge dall’ultimo Report della Caritas diocesana di Potenza, presentato soltanto qualche settimana fa.
Nel 2021, i 24 Centri di Ascolto attivati dalla Caritas sul territorio hanno incontrato e sostenuto 2.559 famiglie, tra queste il 46% non si era mai rivolto prima alla Caritas. Resta pressoché invariato il dato relativo alla nazionalità delle persone incontrate, da sempre in controtendenza rispetto a quello nazionale: l’85,7% è infatti di nazionalità italiana, la presenza di stranieri si conferma solo in specifiche zone della diocesi o in quartieri della città capoluogo.Aumentata inoltre la percentuale di donne che si sono rivolte alla Caritas: il 54%, nell’anno precedente erano state il 47%.
Sono questi i dati principali che rendono un quadro chiaro della situazione, anche se delineare caratteristiche sociali definite, risulta alquanto difficile, poiché soprattutto nella prima metà dell’anno, a incidere fortemente sono stati i problemi economici e sociali prodotti dalla pandemia.
Nel rapporto si fa anche riferimento alle azioni introdotte per dare risposte a chi si è rivolto ai Centri di Ascolto, si è trattato di numerosi interventi in risposta a bisogni diversificati: in prevalenza riferiti ai beni e ai servizi materiali, ma la centralità dei percorsi di sostegno è stata sempre caratterizzata da una costante attività di ascolto, con l’obiettivo di finalizzare al meglio i servizi erogati.
Tra le cose che più volte sono state rimarcate anche sulle nostre pagine dal Direttore della Caritas Diocesana di Potenza, Muro Lucano e Marsico Nuovo, Marina Buoncristiano, il netto aumento e le richieste di sostegno provenienti soprattutto da famiglie monoreddito, con storie lavorative intermittenti e precarie:emerge quindi una contraddizione tra occupazione e salari inadeguati, e poco congrui per far fronte alle spese quotidiane, di riflesso si assiste alla nascita di una fetta sempre più marcata di 'nuovi poveri', tra quelli che comunque un lavoro ce l’hanno.
Sul Report povertà, si è espresso Mons. Salvatore Ligorio: “In questi ultimi due anni caratterizzati dal susseguirsi di emergenze, sempre più spesso si è declinata la crisi come un’opportunità, una sfida da cogliere su più livelli (…) Forse, per trasformare la crisi in opportunità occorre quindi porci domande, ancor prima di provare a fornire risposte, per mettere in luce le risorse nascoste dietro un tempo complesso e trasformare, come suggerisce il titolo del Rapporto, le crepe, le ferite in oro! (…) il Rapporto Povertà, quest’anno, ha inteso promuovere, oltre al racconto dei dati provenienti dai Centri di Ascolto (CdA), una vera e propria attività di ascolto dei territori, a partire dall’esperienza e dalla percezione delle fragilità e dei bisogni rilevati da sindaci e parroci della diocesi.Un piccolo passo per abitare la crisi con occhi nuovi, un tratto di strada da percorrere con la comunità, prima ancora che per la comunità.
Sull’argomento, più duro e deciso è stato il segretario generale della Cgil Basilicata, Angelo Summa, intervenuto a più riprese. “Affrontare il tema della povertà – ha affermato – è urgente e non più rinviabile. La gravità del quadro deve far riflettere sulla necessità di interventi nel breve termine per tentare di invertire il trend dei dati della povertà e del disagio sociale, che attanagliano la Basilicata. Serve un intervento urgente, si potrebbe immaginare di istituire un fondo di integrazione salariale a sostegno delle fasce deboli, dei pensionati e delle famiglie in difficoltà, che non arrivano a fine mese. Il Governo regionale potrebbe utilizzare parte delle royalties per dare sostegno al reddito di queste persone, fino alla fine di questa emergenza. Una misura temporanea, ma concreta per evitare che la situazione della Basilicata peggiori ulteriormente”. E ritorna sul fenomeno del “working poors”, persone che pur lavorando non riescono ad arrivare alla fine del mese: sono il 44% in Basilicata, una percentuale superiore di quattro punti rispetto all’andamento del Mezzogiorno.
Vi è poi una parte del rapporto della Caritas, affrontata con le parrocchie e i Sindaci che fa riferimento anche al problema della disabilità, alle dipendenze, degli anziani.
Saranno quindi necessari, proposte e spunti di riflessione per
promuovere percorsi integrati (non solo assistenziali) che rendano realmente le persone protagoniste della riscoperta di un progetto di vita dignitoso; ricercare nuove modalità per rimettere al centro la comunità, per restituirle il mandato della sussidiarietà e della responsabilità condivisa; co-progettare nuove forme di scambio e interazione con il territorio e le istituzioni, volte alla costruzione di visioni nuove ed inedite
Solo ricercando approdi comuni – conclude il rapporto della Caritas – sarà infatti possibile evitare la duplicazione di prestazioni e valorizzare il capitale relazionale e di servizi che il territorio offre.
- Scritto da Redazione
- Mercoledì, 04 Gennaio 2023 13:34

Da oggi, mercoledi 4 gennaio, è in edicola il numero di Topolino con quattro pagine di redazionale dedicate alla Basilicata e, in particolare, ad alcune fra le sue tradizioni più significative legate alla stagione invernale come quella del Carnevale e delle sue figure più tipiche.
In questo numero di Topolino, infatti, è descritta una vera e propria mappa per orientarsi nelle più tipiche tradizioni invernali lucane, da Montescaglioso a San Mauro Forte, a Satriano di Lucania, Teana ecc.
Nelle pagine anche la descrizione delle tradizioni lucane ancestrali con il racconto delle tante manifestazioni che caratterizzano queste ricorrenze, uno spazio dedicato alla notte dei Cucibocca di Montescaglioso riconosciuto patrimonio culturale intangibile della Regione Basilicata e ancora un focus sulle diverse maschere che rendono unici i carnevali di Aliano, Tricarico e Cirigliano.
Da mercoledì 11 gennaio, invece, sarà in distribuzione in tutte le edicole d’Italia il numero di Topolino con una nuova avventura ambientata in Basilicata. “Topolino e la notte della civetta” - questo il titolo della storia - vedrà il personaggio più famoso del mondo dei fumetti districarsi fra misteri e leggende ambientate nel Parco Regionale delle chiese rupestri e della Murgia materana e, in particolare, a Montescaglioso.
“Continua la promozione della Basilicata – afferma il direttore generale di Apt Basilicata, Antonio Nicoletti – attraverso strumenti nuovi, come il settimanale Topolino, che con i suoi contenuti è capace di raggiungere diverse fasce di età. Il grandissimo successo del numero 3494, in cui Matera e il parco del Pollino facevano da sfondo alle avventure raccontate in Topolino e il segreto dei Sassi, andato letteralmente a ruba nelle edicole di tutta Italia, ci conferma che la Basilicata e Matera sono luoghi iconici anche per il più ampio pubblico del mondo dei comics. Complimenti agli autori, in primis allo sceneggiatore Francesco Artibani, per aver tradotto gli elementi del nostro territorio e della nostra cultura con l’arte e la simpatia della loro creatività narrativa. Come per il numero precedente, abbiamo chiesto a Panini di rafforzare la distribuzione nelle edicole lucane, convinti che anche questo volume entrerà nel cuore di chi vive questi luoghi e di chi, incuriosito dalla lettura, imparerà qualcosa in più sulla nostra bellissima Basilicata”.
- Scritto da Francesco Fanì
- Lunedì, 02 Gennaio 2023 09:21

L'INTERVENTO - Il giorno di Natale il Capoluogo è stato una città divisa in tre parti, per quanto concerne i collegamenti verticali delle scale mobili.
Chiuse quelle che collegano Rione ITALIA–VIALE DANTE e P. ZZA 18 AGOSTO, compresi gli ascensori (eh sì, perché appartengono a cittadini di serie B).
Per la serie C, invece, si inseriscono le scale mobili di VIA ARMELLINI (Cinema Due Torri) che collegano rione Mancusi,-Via Mazzini e che poi terminano in Centro Storico. Questo è un altro problema di serie C.
L’unica scala mobile funzionante a Natale è stata quella di Via Mazzini – Porta Salza-Santa Lucia, con il ponte attrezzato di VIA TAMMONE VIA TIRRENO (il “Serpentone”).
Ma il Sindaco forse non è ancora informato di quest'acqua torbida, mentre il nuovo contratto con la MICCOLIS divide il popolo potentino, facendo tra i cittadini figli e figliastri …
Una nota positiva arriva da Piazza Martiri Lucani per aver tolto di mezzo quel famoso “cubo”, messo lì per completare l’opera oscura.
Un’altra nota positiva è quella di Porta San Luca e del suo bidone di sorprese natalizie in stile “qui cova la quaglia”, scoperto (cioè ripristinato) nella mattinata natalizia dal Commendatore Francesco Fanì. Il contenitore dunque ora è tornato utilizzabile, ma prima era coperto da buste di plastica nere e ben sigillato nonostante fosse vuoto e da rivitalizzare. Un compito che l’Amministrazione Comunale ha sempre messo da parte (anche perché avrebbe creato maggior lavoro da parte di alcuni dipendenti comunali?).
Una nota abbastanza negativa, riguarda le basole di VIA PRETORIA sconnesse e pericolose per i passanti che rischiano di inciampare e farsi male... tanto la Farmacia è lì vicino…
Commendator Fanì
- Scritto da Redazione
- Lunedì, 02 Gennaio 2023 09:17

Per esigenza di chiarezza con i Lucani che seguono il mio intervento settimanale su Controsenso e circa un episodio che credo significativo non solo della parabola del Psi ma di quella ch’è definita la “crisi del sistema dei Partiti”, riporto di seguito lo scritto inviato a l’Avanti della domenica, giornale del Psi (Partito nel quale, com’è noto, ho militato e sarei molto felice ritornasse possibile). Si tratta di una testimonianza circa il ruolo insostituibile del dibattito e del confronto, del “metodo democratico” indicato dalla Costituzione come essenziale al corretto funzionamento dei Partiti : strumento indispensabile alla Democrazia. Craxi, grande statista, fu definito “decisionista” e tale risulta anche dal “mio” episodio. Son convinto che chi guida debba esserlo per non farsi travolgere dagli eventi, spesso rapidi ed imprevedibili; ma che su questioni strategiche e sui punti cardinali (come ad esempio il sistema elettorale e la stessa selezione dei candidati) sia ineludibile la modalità fissata dalla Carta. Potrei anche testimoniare che lo stesso Craxi, quando constatò di aver sbagliato circa il secondo di tali punti (in una vicenda molto drammatica coinvolgente il Psi lucano) decise di “spiegarsi”.. convocandomi per un’ora di colloquio. Non si può dunque dire che i personaggi “storici” si comportino in modo uniforme: anche in relazione ad un giudizio laudativo di Pajetta su di un suo intervento in Aula, mi si rivelò tutt’altro che duro ed anzi molto “sensibile” (come del resto appare nell’ormai famoso Hammamet). Nel caso della divergenza che riporto di seguito, si trattava purtroppo della legge elettorale e con richiamo ad un articolo apparso la settimana precedente sull’Avanti. Eccolo : “Ugo Intini….. individua giustamente nel “sistema elettorale forzatamente bipolare” l’ostacolo al “crescere”, anche in Italia come in molti Paesi europei, di “una forza ….socialdemocratica organizzata”. Quando la strada del bipolare fu intrapresa con il Mattarellum, non soltanto votai contro.. temendo esattamente questa involuzione, ma- nella Commissione Affari Costituzionali della Camera - mi opposi ripetutamente. Ed in contrasto con la linea assegnata dal Partito a Silvano Labriola, che dirigeva il Psi sulla materia. Avevo già insistito, in quella che forse fu l’ultima riunione del Gruppo al Quarto piano di Montecitorio, a sostegno del proporzionale: in favore del ruolo di ago della bilancia svolto dal Psi e per la sua stessa sopravvivenza.! Craxi non argomentò, ma mi redarguì bruscamente come “incompetente” (seppure il Psi mi avesse assegnato in Prima Commissione, alla Presidenza in quella dell’inchiesta sulla Condizione Giovanile, oltre che a Cultura e Scuola nella Settima !), suscitando l’ilarità di quasi tutti gli altri deputati (Martelli era uscito dall’inizio; l’estensore del verbale ne sosterrà poi lo smarrimento; quei locali da tempo assegnati ai Socialisti ben presto furono occupati dai Berlusconiani! ). Noto che autorevoli “nostri” intellettuali avevano ipotizzato un percorso alla Mitterand e che non a caso Intini ricorda come “nella fase finale della sua segreteria, Craxi (avesse) immaginato ...un’alleanza a guida socialista con l’ex Pci”. Del resto, senza l’ok del Psi, come sarebbe stato possibile il Mattarellum? L’errore decisivo venne dunque da Craxi e ben prima che lo ripetessero “Letta e Conte… con la maggioranza .. di cui disponevano”. Credo sia da riconoscere che il Psi cadde in un deficit di democrazia proprio perché, grazie alle sue eccezionali capacità, Craxi lo dominava; e che sia anche da sottolineare come tale costume, tuttora diffuso, impedì si evitassero altre improvvisazioni decisive (come in occasione del discorso del 3 luglio, forse da organizzare in una serie di altri interventi di socialisti per sventare l’elusione del tema da tutti gli altri Gruppi che usarono il silenzio per focalizzalo su di Lui) e tacere l’errore di candidature che poi sarebbe stato costretto a ritirare! Riflettere sui tutto ciò che portò alla dissoluzione diventa ora necessario se davvero si vuole la “ricomposizione della diaspora”: ed ..ammettere che la “crisi democratica” ci ebbe tra i responsabili! Nel congresso Pd circola l’aspirazione al laburismo ; ma temo sia senza effetto, se non si ammette che l’assenza del “metodo democratico” (art 49) ha costituito-e continua ad essere- causa non minore della crisi del sistema. Resto perciò convinto che per riaprire una possibilità alla nostra democrazia necessiti anzitutto riaccendere la fiducia degli elettori nell’ effettivo esercizio della sovranità!”” ns
- Scritto da Lucio Tufano
- Lunedì, 02 Gennaio 2023 09:13
Non può prescindersi dall’indicare, sia da parte delle autorità religiose, sia da parte dell’Azione Cattolica medesima, sia da parte dei notabili potentini della borghesia agraria, commerciale e dei professionisti, sia da parte di organismi appositamente costituiti come i comitati civici, in un rigurgito di mobilitazione e di fede contro la minaccia dell’ateismo e della imminente possibile dittatura del proletariato, in quel maggio del 1946, il giovane Emilio, come il più naturale e vocato candidato alla Assemblea Costituente.
Per come viene presentato, per le sue referenze, per il clima e l’epoca in cui si verifica il fenomeno, una circonfusa e repentina aureola di “nazarenismo”, diventata gradualmente di grazia e di potere, lo rende detentore di taumaturgiche facoltà, risolutore di problemi e di bisogni, lo eleva al di sopra e al di fuori di quello che è il ruolo normale di leader. Un elegante e composto modo di muoversi e di agire, rafforza il suo portamento tra il laico sturziano e una sorta di moderno e mistico “profeta” in doppio petto.
La capillare rete delle parrocchie, animate da parroci, vescovi, curie e stuoli di giovani, i luoghi di culto, gli enti e gli organismi religiosi, la case per anziani, le suore degli ospedali e degli ospizi, la presenza pregnante e vigile di queste nei monasteri e nei collegi, e tutto il mondo cattolico si muovono perché la Democrazia Cristiana possa operare da baluardo contro la marea socialcomunista, come presidio di libertà e di democrazia, e in difesa della Chiesa e della religione: “La diga al comunismo”, in uno sforzo tanto naturale quanto necessario ed entusiasta dei cattolici da avvalersi di un consenso di massa inaudito e imprevisto.
La DC nelle elezioni per la Costituente raggiunge nel sud il 35 per cento dei voti che poi diventeranno il 50 per cento nelle elezioni del 1948[2] – si intravede già nel modo come ha partecipato alla prima consultazione elettorale, dove ha 20.922 voti di preferenza: se Nitti viene riverito e portato in giro come un santone e offerto in omaggio alla popolazione, Colombo viene portato in braccio dalle ragazze dell’A. C., con caldi inviti, dopo i comizi: “Votatelo perché è casto” (scena osservata a Stigliano, nell’ultima domenica di maggio del 1946, insieme con Carlo Levi), e a Potenza, dopo il primo comizio in piazza Prefettura, viene portato in trionfo fin sotto casa. Egli registra un tale improvviso e lusinghiero ingresso nella scena politica, in una singolare condizione di delfino, di predestinato senza alcuna precedente partecipazione e senza alcun logoramento nella lotta politica».
L’incremento più forte dei voti i dc li ottengono nel Mezzogiorno ove vige il vecchio sistema politico fondato sul notabilato, sulla clientela, sulla organicità al potere politico. Un sistema in cui gli impegni politici, i lavori pubblici, i contratti con lo Stato, le onorificenze, sono nelle logiche della mediazione, del consociativismo e della discriminazione[4].
È anche per questo che il fenomeno Emilio Colombo, la sua persistente meteora, prima che trascorrino altri anni, va analizzato e spiegato come galvanizzatore delle popolazioni lucane per tutto l’arco che la DC ha tracciato nella sua storia.
Un fenomeno sotto certi aspetti inspiegabile e che richiama altri fenomeni, piuttosto analoghi, verificatisi in climi e foschie feudali, in condizioni paratotalitarie, magari riferite a latitudini molto più ristrette di quelle reali. In quelle epoche in cui si son potuti ritagliare profili e confezionare leaders circonfusi di seraficità, di carisma, di teatralità laico-mistica, di castità ed efficienza clientelare, rispetto ai precari, spesso inaffidabili, grigi e insignificanti, dalle repentine apparizioni sulla scena, o di quelli come gli energumeni, i buffoni, i pettoruti gerarchi del Fascismo che pur annoverò grandi uomini e nobili portamenti.
È così che per tutti gli anni ’50, fino agli anni ’70, non si può dire che Emilio Colombo sia stato solo aiutato dalla fortuna. Egli ha rappresentato come modello, come figura, come stele umana tutti i possibili significati di una DC che era propria del Sud e della nostra società. Presenza imperturbabile e autorevole quella di Colombo, per cui anche chi è riuscito nella scalata, assai spesso gravitando nella sua scia, non ha mai potuto toccare le eccelse sue altezze, bensì piuttosto si è dovuto adattare ad un ruolo gregario, pur non difettando di doti politiche e di professionalità. Vi è anche chi ha dovuto proiettarsi fuori dalla sua orbita per esistere come qualificato uomo politico.
Ed è stata così coinvolgente la sua onnipresenza, permanente e predominante nella sua città, nella regione e a Roma, che quando il potere, gestito ininterrottamente per mezzo secolo, dopo tangentopoli e la caduta della DC, ha dovuto fare a meno di lui, di quel ruolo recitato tra “trascendenza della politica” e “immanenza” degli incarichi, della gestione e dell’egotismo, nessuno ha potuto prescindere da lui, dalle sue prerogative, dalle sue indicazioni, al punto che perfino i comunisti e i postcomunisti si sono dovuti legittimare al cospetto di un consenso insufficiente e che ha potuto consentire loro di diventare maggioranza, solo con la complicità del doroteo Emilio Colombo e dei democristiani.
[2] “Il cemento del Potere” – edit. Lacaita – Leonardo Sacco.
[4] Michele Giacomantonio. La DC e il sottosviluppo meridionale.
- Scritto da Redazione
- Lunedì, 02 Gennaio 2023 09:10

La commedia all’italiana, che ci ha tenuto compagnia nelle sale cinematografiche durante la prima repubblica, ha quasi sempre un risvolto tragico, non fai in tempo a ridere che la tristezza ti stringe il cuore. Fantozzi, il ragioniere impersonato da Paolo Villaggio nel film del 1975 diretto da Luciano Salce, nella notte di San Silvestro assiste sconvolto al fracassarsi della sua umile bianchina nell’impatto con la cucina lanciata da una finestra.
Questo rito ormai desueto di salutare l’anno nuovo liberandosi dai vecchi oggetti bombardandoli sulla strada, fa capolino mentre provo a tratteggiare un consuntivo dell’agricoltura lucana. Purtroppo si salva ben poco. Con buona pace del dottor Vittorio Restaino, a cui rinnoviamo tutta la nostra stima, il Piano di Sviluppo Rurale ha continuato a fare acqua da tutte le parti; non si può andare avanti con una sommatoria raffazzonata di misure sconnesse. Si ignorano i territori con le loro specificità e le loro potenzialità.
Il Consorzio di Bonifica, nato male e cresciuto peggio, andrebbe semplicemente soppresso riorganizzando agili entità locali vicine ai fruitori dei servizi i quali dovrebbero essere i veri padroni dell’associazione consortile. C’è da chiedersi che ci stanno a fare in questo sbrindellato baraccone i rappresentanti delle organizzazioni agricole.
Per carità di patria ci fermiamo, ma i lanci fantozziani di capodanno potrebbero continuare per un bel po’; non possiamo però ignorare che alla rabbia degli agricoltori a causa delle devastazioni provocate dai cinghiali fanno riscontro i balbettii dell’ente regione e la beata incoscienza degli ambiti territoriali di caccia e delle lobby ambientaliste.
Se si è persa l’abitudine di gettare allo scoccare della mezzanotte la roba vecchia nella strada, ancora si inviano le letterine alla Befana e a Babbo Natale con la speranza di essere esauditi. Anche la nostra agricoltura avrebbe le sue istanze e alcuni desideri che meriterebbero di essere presi in considerazione quanto meno dai due venerabili vecchietti portatori di regali, dal momento che tutti gli altri hanno dimostrato una assoluta e sorda indifferenza.
Innanzi tutto intervenire per il riequilibrio tra le varie zone della regione smettendola di interessarsi soltanto alla costa jonica e alla fascia tra il Bradano e l’Ofanto. Andrebbe assicurata la massima attenzione e data la necessaria priorità alla montagna e all’alta collina. Alcune righe della letterina andrebbero dedicate alle pratiche di multifunzionalità e di interdisciplinarietà privilegiando le varie espressioni di agricoltura sociale con l’impegno di recuperare nella maniera più idonea anche i piccolissimi appezzamenti. Gli istituti agrari giorno dopo giorno sono abbandonati al loro destino dimenticando che nelle loro aule, nei loro laboratori, nei loro campi sperimentali si costruisce il futuro della Lucania. C’è da passarsi la mano sulla coscienza e chiedersi perché nessuno ci ha fatto caso e ha reagito alla chiusura del convitto della sede di Lagopesole. Il CREA di Bella è un ottimo luogo dove si fa ricerca però non appassiona più di tanto i nostri politici probabilmente perché non deve dar conto alle conventicole della Regione bensì al Ministero. Meriterebbero di essere presi in considerazione i tecnici dell’agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione, soprattutto coloro che operano nelle realtà condannate all’abbandono.
Cara Befana e caro Babbo Natale, non dimenticatevi di regalarci un nuovo assessore, sono mesi che ne siamo privi. Però cercatene uno buono e non come gli ultimi esemplari che abbiamo conosciuto, altrimenti rischia di fare la stessa fine della bianchina del povero ragionier Fantozzi.
Mimmo Guaragna
- Scritto da Redazione
- Sabato, 31 Dicembre 2022 07:59
clikka sulla foto per guardare il video andato in onda su Lucania.Tv
di Walter De Stradis
Nelle braccia ha i massi del monte Vulture, ma anche la testa è particolarmente “tosta”. Nicky Russo, atleta paralimpico originario di Rionero, nella specialità del getto del peso ha vinto medaglie (sette campionati nazionali e un bronzo agli Europei in Polonia) e con la Nazionale è arrivato ottavo alle Paralimpiadi di Tokyo. In questo modo si è rimesso in discussione, a 47 anni e con una grave patologia invalidante (la sclerosi multipla), ma sin da ragazzo la sua ostinata determinazione lo portava a ottenere risultati incredibili (arrivò persino sesto al Fantacalcio organizzato da un noto quotidiano nazionale, ricevendo a casa moltissimi premi e diventando l’invidia dei suoi coetanei!).
d: Come giustifica la sua esistenza?
r: La mia esistenza sono solito suddividerla in due parti, cioè nella fase precedente alla scoperta della malattia e in quella che, invece, mi contraddistingue adesso. Entrambe le fasi al momento le riterrei “soddisfacenti”, anche se in cuor mio –certo- non avrei voluto questa malattia.
Già da prima ero uno sportivo, a trecentosessanta gradi, e probabilmente, questo mio essere ha determinato una migliore capacità di accettazione. Soffro di una patologia neuro-degenerativa: la Sclerosi multipla che, anche se sembra all’apparenza non scalfire la tua persona, in realtà finisce per toglierti giorno dopo giorno un pezzettino di vita. Anche dopo aver scoperto la diagnosi ho continuato a correre, mentre adesso zoppico e inizio a presentare vistosamente qualche problema. Da quando, però ho iniziato ad avere consapevolezza della malattia, ne ho, contestualmente, accettato tutti i problemi che essa stessa comporta.
Sono uno che non molla mai, ed è per questo che durante la Pandemia ho scelto di dedicarmi all’atletica leggera, grazie anche al supporto di una società, la Virtus di Lucca, che fino a quel momento non sapeva nemmeno chi fossi. Dal 2020 ho iniziato a gareggiare raccogliendo moltissimi risultati, nonostante la mia età. Devo inoltre ringraziare il Presidente CIP (Comitato Italiano Paralimpico) della Basilicata, Gerardo Zandolino, per l’impegno profuso per portare avanti un progetto inclusivo.
d: Quanto tempo fa le è stata diagnosticata la Sclerosi multipla?
r: Sicuramente ho avuto dei primi attacchi tra il 1996 e il 1999, ma non sapevo, però, a cosa fossero imputabili. Si pensava semplicemente a qualche infiammazione del nervo sciatico conseguente a un incidente avuto quando ero bambino (che comportò la rottura di tibia, perone e uno stato di coma). Nel febbraio del 2002, ricordo che era una mattina, non riuscii più ad alzarmi dal letto; da lì partirono una serie di accertamenti che portarono alla diagnosi.
d: Prima lei ha usato la parola “accettare”, ma posso solo immaginare cosa sia stato conoscere una diagnosi come quella.
r: Ho pianto tanto. È cambiata la vita.
d: Nonostante la malattia lei è riuscito comunque a diventare un esempio: lavora, ha una bella famiglia, dei figli ed è diventato uno sportivo di grande rilievo.
r: Vorrei dimostrare agli altri che, nonostante notizie come questa, si può sempre trovare un risvolto positivo. Sono nato in Canada (per le prevedibili ragioni di immigrazione), lavoro presso un’agenzia di vigilanza qui a Rionero e sono padre di due figli. Insomma, mi sono dato una seconda possibilità. Stare sul divano a compiangersi non serve a nulla. Io vorrei che un domani qualcuno possa ricordarsi di quella persona che, nonostante tutte le difficoltà, è riuscita a creare una nuova vita.
d: In cosa lo sport –oggi- ha cambiato la sua vita?
r: Lo sport ti insegna a non mollare mai. Questa mia notorietà nasce da sé, anche perché non ho né sponsor né agenti. L’intervista, la gratificazione di un premio semplice, mi fanno capire che sto andando verso la strada giusta: i disabili devono affrontare la vita come i normodotati.
d: Qual è stato il suo primo pensiero quando ha vinto il bronzo agli Europei o quando è stato convocato per le Olimpiadi?
r: Visto l’esito della gara che feci in Polonia, ero praticamente sicuro di aver portato a casa la medaglia di bronzo, perciò il primo pensiero è stato il mio papà (si commuove – ndr)… l’unico a non avermi visto in questa veste, anche perché sono ben sei anni che non c’è più.
Sulla convocazione, invece, beh, non so nemmeno se lo posso dire, ho dovuto mantenere il segreto fino alla diffusione della notizia, sebbene lo sapessi da tempo. Me lo annunciarono pubblicamente il primo agosto, il giorno del mio compleanno, è stato un bellissimo regalo.
d: Come mai si è legato ad una società di Lucca?
r: Ho iniziato ad allenarmi seriamente durante la Pandemia e con me si allenava un atleta della Virtus Lucca. C’è da dire che in Basilicata non esistono società di atletica per atleti paralimpici, quindi rischiavo di non gareggiare. Grazie ad Antony, il ragazzo con il quale mi allenavo, sono stato contattato dal vice presidente della Virtus che subito mi ha chiesto i documenti e mi ha accolto nella sua scuderia. Quando si diventa un atleta paralimpico si viene classificato in base alla patologia. La mia malattia è un po’ a sé, tant’è vero che fino a sei o sette anni fa eravamo classificati come “gli altri”, quindi gareggiavamo con l’asterisco. Ad Ancona, nel 2020, “avrei” vinto il titolo italiano, anche se non mi fu assegnato proprio a causa di una mancanza di classificazione. Successivamente, ho ottenuto la classificazione, e già a un primo raduno di luglio con la Nazionale, feci subito il record italiano e a quel punto entrai nel giro degli Azzurri.
d: A livello di strutture pubbliche nella nostra Regione, come siamo messi?
r: Ringraziando Dio, a differenza di molti miei colleghi, sto ancora in piedi, e quindi riesco a gareggiare o ad allenarmi ovunque, ma mancano strutture specifiche per disabili. Lanciare un peso da quattro o cinque chili in una palestra non è il massimo e, quando piove, a causa della mancanza di strutture, sono costretto ad allenarmi nel mio garage, figuriamoci per gli atleti che lanciano da una sedia a rotelle! Durante le gare, infatti, quegli atleti si collocano sopra uno sgabello che è ancorato alla pedana da lancio, cosa che in Basilicata non esiste, da nessuna parte. Se sono su una sedia a rotelle e devo gareggiare, in Basilicata non mi è possibile allenarmi.
d: Nemmeno a Potenza, “Capitale europea dello Sport”?
r: A Potenza c’è solo la pedana per i normodotati che io utilizzo (perché riesco a stare ancora in piedi). Ma, in generale, questo è il vero motivo per il quale non si organizza nulla al Sud: mancano strutture ricettive e sportive per disabili.
d: Manca forse anche la Cultura?
r: Certamente. Se io continuo a litigare con persone di Rionero che parcheggiano nel posto riservato ai disabili...
d: Se potesse prendere il presidente della Regione Bardi sotto braccio e parlargli in via confidenziale, cosa gli direbbe?
r: Ho avuto modo di conoscere personalmente il presidente Bardi e con me si è comportato in maniera squisita, mi ha addirittura chiesto se avessi bisogno di qualcosa. Il problema della Basilicata non riguarda né la politica in sé per sé, e alla fine nemmeno le strutture: mancano le persone. Anche se domani Bardi creasse una struttura, quante persone andrebbero poi ad allenarsi? Lo dico, perché l’amministrazione comunale precedente di Rionero, quando presi il bronzo, mi chiese cosa mi serviva; risposi che tutti i fine settimana ero costretto a raggiungere Potenza per i consueti allenamenti. Ebbene, grazie ad un dialogo proficuo sono riuscito ad ottenere una pedana da lancio nel centro sportivo di Rionero.
d: Riuscendo dunque a dialogarci, con la politica, le cose si possono fare.
r: Sì, anche se hanno del tempi un po’ lunghi (sorride). Il problema reale è che quel dialogo è finito lì: non si crea la possibilità di portare persone, persino le normodotate, ad allenarsi. Quella pedana la utilizzo solo io; non si lavora per il dopo, è tutto un "fatto e finito". Mi dicono: perché non “porti” altre persone? E io rispondo sì, ma bisognerebbe andare nelle scuole, e io lavoro per una ditta privata che mi ha sempre concesso delle ore di permesso e che mi ha consentito di esserci alle premiazioni, ma che è pur sempre una ditta privata. Non sono uno di quelli atleti agevolati, che fanno parte della Polizia di Stato o della Guardia di Finanza e che fanno solo gli atleti. Non ho nessun tipo di aiuto. Per me diventa difficile anche fare una semplice intervista, ebbene forse è questo l’aiuto più concreto che potrebbe essermi concesso, un qualcosa che a sua volta mi possa concedere del tempo per divulgare. Infatti, pensi, in paese non tutti sanno che “quell’atleta paralimpico” sono io!
d: Il film che la rappresenta?
r: “Rocky”. Anche lui, uscito dal nulla, si ritrova a competere per un titolo mondiale.
d: Il libro?
r: Mi piace molto la storia egiziana, specie i testi su Ramses II° .
d: La canzone?
r: “Uno su mille ce la fa”. Forse io sono uno di quei mille.
d: Mettiamo che tra cent’anni scoprono una targa a suo nome in una struttura paralimpica (finalmente!): cosa le piacerebbe ci fosse scritto?
r: Innanzitutto grazie per i cento anni di vita! (risate). Sarebbe un onore, e il messaggio sarebbe quello che vince solo chi non molla mai, chi non smette mai di provarci. Vede, probabilmente non riuscirò a partecipare ai prossimi Mondiali, ho un problema alla schiena, ma in ogni caso mi allenerò per dimostrare il mio valore. Non bisogna mollare mai. Mai.
- Scritto da Redazione
- Sabato, 31 Dicembre 2022 07:00

Sette domande al dottor Angelo Raffaele Sigillito, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva
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l Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva del San Carlo, il dr. Angelo Raffaele Sigillito, nel presentare le attività svolte dall’equipe, sottolinea l’importanza di aderire agli Screening del colon retto, proposti dalla Regione Basilicata, che tuttavia ancora oggi non trovano molto riscontro.
1) Di che cosa si occupa l’Endoscopia Digestiva?
È il fulcro dell’attività ospedaliera, in quanto si interessa delle patologie che afferiscono al tubo digerente, che è l’organo che comincia dalla bocca e finisce nell’ano. Tutto ciò che appartiene a questo tubo interessa la gastroenterologia, di cui l’endoscopia digestiva è la parte tecnica. Oggi è diventata materia principe della medicina perché alla Gastroenterologia afferiscono molte altre specialità tra le quali la Reumatologia, l’Oculistica, la Dermatologia, la Chirurgia e pertanto, è diventato snodo dell’attività ospedaliera.
2) Quando è bene sottoporsi ad una visita? C’è un’età in cui bisogna iniziare a preoccuparsi maggiormente?
Nella nostra pratica clinica oramai abbiamo pazienti che spaziano dall’età pediatrica all’età molto adulta, parliamo anche di novantenni, anzi, è la patologia che più di frequente riscontriamo, anche se capita piuttosto spesso ultimamente di avere a che fare con bambini di un anno o qualche mese. È una branca che affascina anche per questo motivo, perché ti dà modo di confrontarti con persone di tutte le età.
3) Di quali sintomi ci si deve preoccupare?
Ci sono dei sintomi considerati genericamente di allarme: da tenere in considerazione per primo è un sanguinamento, che può essere sia per via orale sia per via anale; un altro sintomo importante di allarme è l’anemizzazione, all’improvviso o con il tempo, ma anche un veloce dimagrimento. Poi ci sono anche sintomi un po’ meno specifici che comunque inducono a fare una visita gastroenterologica, legati a dolori di stomaco, mal di pancia. Non bisogna considerare la Gastroenterologia solo per la sua parte diagnostica, che è l’endoscopia, ma anche soprattutto dal punto di vista clinico. Di base comunque il primo confronto deve avvenire con il medico di medicina generale che deve fare un minimo di discrimine e decidere successivamente se indirizzare il paziente a visita specialistica e/o ad esame endoscopico.
4) Tra gli esami più conosciuti ci sono la colonscopia e la gastroscopia, molto spesso considerati troppo invasivi, motivo per cui la popolazione a volte è restia: ci sono dei modi per renderli meno fastidiosi?
Intanto questi non sono gli unici esami, fondamentalmente sono quelli più richiesti. In questa UOC eseguiamo una moltitudine di esami come l’endoscopia sulle vie biliari, il trattamento delle patologie biliari (RCP), e da sei mesi anche l’eco-endoscopia, che è ancora più selettiva per lo studio del pancreas e delle vie biliari; usiamo poi la ph-metria che ci fa capire se c’è più o meno reflusso gastroesofageo, ma anche l’impedenzometria. Tutti questi esami oggi vengono eseguiti, nella quasi totalità, in sedazione conscia, cioè i pazienti vengono sedati, devono essere accompagnati perché non possono andare via da soli. Durante l’esame si può avere una sensazione di fastidio, ma non di dolore, E dopo aver fatto l’esame non riscontrano grandi problemi.
5) Esistono invece delle tipologie di esame meno invasive ?
Probabilmente la ph-metria e la manometria ano-rettale lo sono un po’ meno, il concetto di invasività però va regolato al grado di invasività dell’esame stesso, perché si tratta in ogni caso di qualcosa che entra nel nostro organismo. Molto dipende anche dalla capacità di “compliant“ di una persona, un termine efficace che definisce la capacità del paziente di sopportare l’esame.
6) In medicina si parla sempre tanto di prevenzione, quali screening interessano questa UOC?
Come Azienda Ospedaliera San Carlo, e personalmente per 15 anni come responsabile iniziale, abbiamo portato avanti e lo stiamo facendo tuttora lo Screening del colon retto, che è FONDAMENTALE, innanzitutto perché coinvolge uomini e donne indistintamente. È uno screening di cui si parla poco, primo perché ha a che fare con le feci, quindi c’è una naturale non predisposizione all’esecuzione dei test, secondo perché prevede come esame di secondo livello la colonscopia. È un mito che va sfatato, perché si deve sapere che in una popolazione come la nostra, di quasi 600.000 abitanti, nella fascia di popolazione bersaglio, a rischio, cioè tra i 50 e i 70 anni, c’è un 4-7% di positivi, vale a dire persone che portano un cancro e non sanno di averlo. Per cui in generale bisogna aderire ai programmi di screening della Regione e tra questi, a quello del colon retto che ancora oggi trova poca adesione. Mi preme poi sottolineare che grazie a un lavoro di circa cinque anni, siamo diventati Centro di Riferimento regionale per il trattamento delle malattie infiammatorie croniche intestinali, come il Morbo di Crohn e la Rettocolite Ulcerosa. Sono patologie invalidanti che colpiscono in qualunque età; ne stiamo vedendo sempre di più in soggetti pediatrici e sono patologie che abbisognano di un controllo costante e continuo. Abbiamo “arruolato” circa 400 pazienti nel nostro ambulatorio, circa 80 sono già in terapia con farmaci biotecnologici di ultimissima generazione che rendono molto vicina la guarigione della sintomatologia e migliorano la qualità di vita degli stessi pazienti. Siamo inoltre anche riferimento regionale per quanto riguarda la celiachia, una patologia misconosciuta: sulla popolazione italiana (circa 60 milioni di abitanti), l' 1%, è positivo alla celiachia; molti non lo sanno e dopo aver effettuato i vari esami specifici, i pazienti (si tratta prevalentemente di giovani) rientrano in un percorso che è fondamentalmente alimentare: hanno bisogno di assistenza e di supporto psicologico.
7) Quali consigli può dare per prevenire l’insorgere di problemi gastrointestinali?
Oggi dobbiamo fare attenzione a tre aspetti della nostra quotidianità, lo dico da specialista che fa questa professione da ormai 42 anni: noi siamo fatti di geni, quindi la genetica non si può modificare. In una famiglia in cui c’è stato un cancro, indubbiamente c’è un’alta probabilità che possa ripresentarsi. Siamo fatti poi di ambiente e quindi siamo inseriti in un contesto in cui l’ambiente ha la sua funzione. Infine siamo fatti di alimenti, di ciò che mangiamo e purtroppo mangiamo male. Bisognerebbe ricominciare a mangiare come i nostri nonni, cioè i frutti della terra, diminuendo l’apporto di grassi insaturi come quelli provenienti dalla carne: attenzione, diminuire non eliminare, mangiare molta frutta e verdura e possibilmente condire con olio EVO. Molto utile è consumare soprattutto pesce azzurro che contiene Omega3, sostanze di aiuto e supporto alla prevenzione non solo soltanto dei problemi gastrointestinali, ma anche di quelli di tipo cardiologico.
a cura di Antonella Sabia








