di Walter De Stradis

 

 

 

de_stradis_e_mazzeo_cicchetti.jpgHa la “S” che sibila un pochino, ma non usa “serpentine” per arrivare al punto. Il dottor Enrico Mazzeo Cicchetti è attualmente presidente dell’UNITRE di Potenza, ma ha una lunghissima esperienza con la sanità (tuttora collabora col KOS), settore che –parole sue- ha anche cercato di cambiare “per la via maestra”.

d - Dottore, attualmente lei è presidente UNITRE, sezione di Potenza. Specialista in chirurgia oncologica, digestiva e d’urgenza, ha diretto l’U.O.C. di Chirurgia Senologica e Plastica e il Dipartimento di Chirurgia dell’Ospedale San Carlo di Potenza. È stato presidente della sezione provinciale di Potenza della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, componente del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Italiano di Medicina Sociale, in rappresentanza del Ministro della Salute, presidente dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della provincia di Potenza. In politica è stato capogruppo di Italia dei Valori al Consiglio regionale della Basilicata. Ne ha fatta bene almeno una, di tutte queste cose?

r - Spero di sì. Insomma, ho dato il mio meglio.

d - Di cosa si sente più orgoglioso?

r - Soltanto un dato: quando ho fatto alcune cose, ho lasciato le situazioni meglio di come le avevo trovate. All’ospedale il reparto di chirurgia senologica l’ho fondato io, insieme ad altri colleghi. L’ho diretto io dal primo giorno. All’Ordine dei Medici sono stato solo nove anni, perché credo nel limite dei mandati e quindi non mi sono più ripresentato. Però l’ho cambiato radicalmente: era una cosa troppo personalistica e quasi medievale.

d - E la politica?

r - E’ l’unico obiettivo che non ho centrato.

d - Voleva fare l’assessore e non ci è riuscito?

r - No, non volevo fare l’assessore. Io volevo contribuire, con la mia esperienza, a cambiare la situazione della sanità lucana, che sicuramente è penosa, ma non da oggi. Lo è ormai da trent’anni, perché non si assumono decisioni e non si adottano provvedimenti. Il mio compito era entrare in politica per la via maestra, andando alle elezioni senza un partito dietro, e proporre un cambiamento.

d - E…?

r - …E mi sono scontrato col fatto che i boss della politica di quel tempo, avendo la consapevolezza che la sanità rappresenta il 60-70% del bilancio regionale, non volevano un assessore alla sanità che non controllassero. Tant’è vero che mi misero a presiedere la commissione bilancio, nemmeno la commissione sanità! Per dire: “Tu non ti devi occupare della sanità”. E i risultati di oggi sono forse anche figli di quella ignavia.

d - La riforma della sanità territoriale prevista dal Dm 77 sta generando forti polemiche in Basilicata. Ritiene che il modello delle Case di Comunità possa funzionare in una regione fatta di piccoli comuni e aree interne?

r - È una riforma che, se ben applicata, può risolvere i problemi. L’organizzazione attuale dei medici di famiglia non funziona, perché il medico di medicina generale è relegato a un lavoro burocratico e non fa appieno il medico, salvo dovute eccezioni. Quindi diventa poco appetibile per i giovani. Un dottore che si è laureato dopo tanti anni e ha fatto anche un corso di formazione non vuole chiudersi in un paese a fare ricette e burocrazia. Se invece tu lo inserisci in una Casa di Comunità e gli metti a disposizione radiologia e laboratorio analisi, si sente più medico.

d - Allora perché i sindaci si sono arrabbiati?

r - Non conosco i dettagli delle scelte regionali.

d - I territori però parlano di “desertificazione sanitaria” più che di “razionalizzazione”.

r - Io non ho capito le ragioni dei sindaci. Il medico di base oggi, anche in comunità grandi, è difficile trovarlo. La Basilicata, in prospettiva, non ha un incremento di popolazione. Quindi la situazione peggiorerà. Si tratta di organizzare la sanità sul territorio in un modo molto diverso.

d - Lei cosa farebbe se fosse oggi assessore?

r - Le Case di Comunità le farei assolutamente, perché servono anche a decongestionare l’ospedale. Oggi siamo al punto che i medici di base non fanno visite a domicilio. Se una persona ha la febbre o un mal di pancia, tutti rispondono: “Vai all’ospedale”. Non è corretto. L’ospedale viene intasato e perde tempo e personale utili a fare le cose più importanti.

d - Diceva prima che la sanità lucana è in una situazione penosa.

r - La sanità è al collasso perché negli ultimi anni le riforme sanitarie non sono state fatte. L’ultima riforma fu quella di Bubbico, che però era anch’essa un piano sanitario “a cornice”, come quello fatto da Latronico. Solo che Bubbico fece una cosa buona: potenziò l’ospedale di Matera per riequilibrare la sanità tra le due città. Però il riordino del sistema sanitario non è mai stato fatto. Anche questo piano dice che è “a cornice”: è come scrivere il titolo di un tema e rimandare lo svolgimento.

d - Quindi ha ragione Lacorazza quando dice che un vero Piano manca ancora?

r - Lacorazza ha ragione, però anche lui…dico, quando il suo partito governava, dov’era il piano? Hanno fatto la stessa cosa. La politica di basso profilo non vuole i piani, perché i piani vincolano le scelte. È più comodo decidere di volta in volta e “ad personam”.

d - Quanto pesa oggi la carenza di personale sanitario? È il vero nodo della crisi?

r - No. Noi non abbiamo pochi medici rispetto agli altri Paesi europei. Il problema è che abbiamo un’emorragia di medici verso l’estero, perché il sistema sanitario italiano non è accogliente, sia per la formazione dei giovani sia dal punto di vista retributivo.

d - Come valuta il rapporto attuale tra ospedale hub e sanità territoriale? L’integrazione esiste davvero?

r - Macchè, non c’è integrazione. Uno dei problemi è che ci sono duplicazioni di reparti che non hanno ragione di esistere, perché noi abbiamo pochi numeri. Faccio un esempio: Urologia sia a Potenza sia a Rionero non ha senso in una regione così piccola. Prenda il Crob: possiamo mantenere un reparto con tre medici e tecnologia robotica per fare 50 interventi?

d - Il San Carlo e la sanità lucana un tempo erano considerati un’eccellenza del Mezzogiorno. Cosa si è perso?

r - Il San Carlo ha avuto una grande tradizione, soprattutto nella cardiochirurgia e cardiologia (Tesler e Accorsi) e anche nella chirurgia. Oggi c’è una ripresa, perché la funzionalità dei reparti dipende dalle persone che ci lavorano dentro. Se trovi persone di qualità il reparto va bene, altrimenti no. Negli anni passati abbiamo avuto un primario che avrebbe dovuto continuare l’attività di chirurgia robotica e invece in quattro anni fece zero esami. Questo ha allontanato l’utenza. In sanità non si può sbagliare la scelta degli uomini, soprattutto ai vertici.

d - Molto spesso interferisce la politica?

r - Non “molto spesso”: quasi sempre. Tant’è vero che se un primario non lavora bene può essere mandato via, ma spesso ciò non accade per ragioni di copertura politica. Però più che politica, è una copertura partitica. Perché la politica in sé è una cosa bella.

d - Il campanilismo pesa nella sanità?

r - Se per campanilismo intendiamo che i sindaci difendono i loro territori, mi sembra legittimo. Il problema è che quando si fa un cambiamento non bisogna dare soltanto la sensazione che si chiude qualcosa, ma bisogna spiegare bene cosa si propone in alternativa. Se poi si comincia a fare la lotta soltanto perché una cosa la si fa qui piuttosto che lì, non ci sarà mai la sanità efficiente.

d - Passando all’esperienza di presidente UNITRE Potenza, quanto è importante oggi il tema dell’invecchiamento attivo in una regione che perde giovani e registra un forte calo demografico?

r - La popolazione lucana invecchia e si sta verificando un fenomeno che aumenterà: gli anziani raggiungono i figli fuori regione. Alcuni miei colleghi hanno venduto casa a Potenza e hanno raggiunto i figli altrove. Però una persona vive bene in un posto quando ha servizi sanitari, scolastici e sociali. Per gli anziani c’è anche la necessità di mantenersi attivi. L’Università della Terza Età di Potenza ha 230 iscritti, 14 corsi e 14 laboratori. Le persone sono chiamate a partecipare a interessarsi anche di mondi lontani: c’è il medico che si occupa di diritto; chi faceva l’insegnamento elementare si occupa di astronomia o di medicina. C’è una ricerca continua che mantiene viva la mente.

d - Oltre a questo, cosa può dare UNITRE al territorio?

r - Può dare cultura e conoscenza del territorio stesso. Noi ci concentriamo molto sulla storia locale, perché dobbiamo capire che siamo un popolo con una tradizione e che questa tradizione è un valore.

d - Qual è oggi la sua maggiore preoccupazione per il futuro della Basilicata?

r - Lo spopolamento. Fa crollare il valore degli immobili, allontana le persone, anche gli anziani. È un problema molto serio. Però si combatte con le infrastrutture. Dal dopoguerra agli anni Novanta –epoca DC- sono state fatte grandi opere: le dighe, la Basentana, la Sinnica, la Val d’Agri, la Bradanica e così via. Negli ultimi quarant’anni quali grandi infrastrutture sono state fatte? Le royalty petrolifere vengono usate per ripianare i bilanci, soprattutto della sanità, mentre dovrebbero servire a lasciare infrastrutture ai posteri. Ne basterebbero alcune: il raddoppio della Potenza-Melfi, il raddoppio della Potenza –Matera, il tunnel che collega la Val D’Agri con il Vallo di Diano. Oggi però manca persino la progettazione. Il fatto è che abbiamo un problema di qualità delle classi dirigenti.

d - Se potesse prendere Bardi sottobraccio, cosa gli direbbe?

r - Gli direi di vivere di più la Basilicata. Come diceva Papa Francesco: “Il prete deve avere il profumo delle pecore”. Vale anche per i politici. Non si può fare politica come un commissario: bisogna mischiarsi al popolo, altrimenti i processi non si comprendono. Ho la sensazione che lui abbia questo problema. È al secondo mandato, ma io nella mia vita non l’ho mai incontrato.

d - Il film, il libro e la canzone che la rappresentano?

r - Sono di scuola romana: le canzoni di Venditti sono la colonna sonora della mia vita. Il libro che renderei obbligatorio per tutti i lucani è “Cristo si è fermato a Eboli”. Il film sicuramente “Il dottor Živago”, legato a un ricordo personale: lo vidi da ragazzo a Salerno –dove frequentavo le medie- e mio nonno, preoccupato per il ritardo, venne a cercarmi al cinema. Gli spiegarono che quel film durava tre ore e mezza.