- Redazione
- Categoria: Editoriale
- Sabato, 23 Maggio 2026 07:29

Cari Contro-Lettori,
prendete una sedia (se ne trovate una libera in qualche sala d'attesa) e accomodatevi nel grande teatro della programmazione lucana, stagione 2026. Il pezzo forte del cartellone è, come sempre, la Sanità. Pagata col petrolio, ovviamente (una domanda: ma le altre regioni come fanno?). Al centro della scena c’è il fatidico Decreto Ministeriale 77 del 2022, la “bibbia laica” imposta dal PNRR che promette di trasformare la nostra assistenza medica in un “ecosistema” fatto di Case di Comunità, Ospedali di Comunità e Centrali operative territoriali. La Regione –pressata un tantino dalle scadenze- difende il progetto come l'alba della modernità. Ma le polemiche derivati hanno fatto alzare ancora una volta la nebbia del sospetto, sussurrato senza troppi giri di parole anche dall’esperto Enrico Mazzeo Cicchetti (che pur difende l’idea in sé della riforma): vuoi vedere che la sanità lucana soffre di una “ignavia”trentennale? I politici di basso profilo, dice il dottore già consigliere regionale, odiano i piani organici perché i piani vincolano le scelte; molto meglio quelli “cornice”, o addirittura decidere di volta in volta, ad personam, per conservare orticelli e coperture partitiche. Così ci ritroviamo con duplicazioni di reparti inutili in una regione che si spopola a vista d'occhio. Nel frattempo, l'ex presidente dell’ordine dei medici di Potenza (oggi al vertice della locale UNITRE) ha un messaggio per il governatore: "Bardi viva di più il territorio. Io non l'ho mai visto". E se non lo vede un medico senologo di lungo corso, figuriamoci il cittadino comune, quello che cerca di prenotare una mammografia. Ma il virus più antico e resistente di questa terra non si cura con gli ambulatori mobili. Si chiama "familismo amorale", un concetto che Edward Banfield teorizzò studiando il Sud negli anni Cinquanta e che oggi si è “brillantemente” evoluto in "familismo istituzionale". Se ne è discusso in un affollato seminario al Circolo Angilla Vecchia di Potenza. Il meccanismo è rimasto identico, solo più raffinato: le istituzioni regionali e il sottobosco di enti strumentali nati sulla carta per pianificare lo sviluppo, si sono troppo spesso trasformati in ammortizzatori di consenso, reti di appartenenza e centri di spesa clientelare. I criteri del merito vengono demoliti dalla logica della prossimità. Il risultato? I giovani, stanchi di aspettare che il proprio cognome o la propria tessera di partito diventino "meritevoli", fanno le valigie ed emigrano, lasciando la Basilicata all'inesorabile destino di una terra per soli vecchi. E per questa settimana può bastare.
Walter De Stradis







