- Redazione
- Categoria: Attualità
- Sabato, 21 Marzo 2026 07:02
di Walter De Stradis
«Non sono tanto a mio agio con queste cose», ci confessa il pluri-primo cittadino di San Fele (Pz), seduto al tavolo del ristorante. Ma come, gli domandiamo, uno che è al suo quinto mandato, è in soggezione per un'intervista? «No -risponde- è perché quando mangio mi metto la tovaglia al collo!».
San Fele, poco più di tremila abitanti nel Potentino, è entrato nel contest mediatico del “Borgo dei Borghi”, competizione televisiva RAI che ogni anno assegna visibilità nazionale a piccoli centri italiani. A sostenerne la candidatura è il sindaco Donato Sperduto, al quinto mandato, figura amministrativa con una lunga esperienza politica locale e una parallela attività privata come panettiere. Già. Una combinazione che restituisce il profilo di un amministratore radicato nel territorio, ma anche incline a utilizzare strumenti comunicativi per rafforzarne l’immagine.
La partecipazione al concorso (per votare è sufficiente accedere, fino al 22, al sito della trasmissione, www.rai.it/borgodeiborghi) viene presentata come qualcosa che va oltre la dimensione strettamente locale. «San Fele rappresenta nel suo insieme l’intera Basilicata», osserva Sperduto, insistendo su un’idea di sintesi territoriale che tiene insieme qualità della vita, tradizione, religiosità e patrimonio ambientale. Alla domanda su cosa significhi, concretamente, vincere, il sindaco risponde senza esitazioni: «all’atto pratico molta visibilità in termini di visitatori turistici». Una visibilità che, nelle sue intenzioni, dovrebbe riverberarsi su un territorio più ampio, contribuendo a sostenere un’area che continua a fare i conti con problemi strutturali. Tra questi, lo spopolamento resta il dato più evidente. Il suo comune, ci dice, è il secondo in Italia quanto a emigrazione,
I numeri che cita sono netti: dai circa 12 mila abitanti di inizio Novecento ai 3.500 attuali. Un calo accompagnato da una forte emorragia che ha portato migliaia di sanfelesi all’estero. «Se considerate che solo a Sydney ci sono 5.000 sanfelesi, sono più nel mondo che in paese», osserva, evocando una diaspora che ha radici profonde e cicliche. Non una scelta, ma una necessità: «è quest’ultima cosa… le emigrazioni sono state accentuate, ripetute, ciclicamente». Il risultato, oggi, è un equilibrio demografico fragile, aggravato dal calo delle nascite.
In questo contesto, il turismo viene indicato come una possibile leva, ma non priva di limiti. Le cascate di U Uattanniere rappresentano il principale attrattore, con circa 40 mila accessi annui. Tuttavia, si tratta soprattutto di visitatori giornalieri. «Sono visitatori, non sono turisti che pernottano», precisa il sindaco, individuando qui uno dei nodi principali: la difficoltà di trasformare il passaggio in permanenza.
Negli ultimi anni, qualcosa si è mosso. «La ristorazione va bene, i bed and breakfast funzionano», osserva, segnalando una ripresa di alcune attività economiche. Ma il quadro resta incompleto, e la necessità di un salto di qualità viene riconosciuta apertamente. Da qui l’idea di diversificare l’offerta, restaurando un mulino, sopravvissuto tra i tanti portati via dal vento del tempo e introducendo soluzioni come le “star-box”, piccole strutture in legno pensate per il pernottamento immerso nella natura. «Siamo una delle poche regioni dove passeremo dall’acqua alle stelle», dice, con una formula che sintetizza il tentativo di ampliare l’esperienza turistica oltre la dimensione paesaggistica tradizionale.
Il discorso si sposta inevitabilmente sui giovani e sul lavoro. Qui il sindaco adotta un registro più diretto: «il lavoro ce lo dobbiamo anche creare noi stessi». È una posizione che ridimensiona il ruolo delle grandi imprese (non è che dobbiamo avere per forza la Fiat e basta») e apre alla possibilità di nuove forme di occupazione. Il riferimento esplicito è al lavoro da remoto, considerato uno strumento potenzialmente utile per ripopolare i borghi: «pur rimanendo qui si può lavorare in tutto il mondo». Una visione che richiama dinamiche già in atto altrove, ma che in Basilicata incontra ancora ostacoli legati a infrastrutture e contesto socio-economico.
Non manca un passaggio sulla stagione dei riconoscimenti culturali, a partire dall’esperienza di Matera, passata (Capitale Europea della Cultura) e presente (Capitale Mediterranea del Dialogo). Sperduto ne riconosce l’impatto: «Matera ha fatto tantissimo, è trainante». Ma tutti questi titoli che ci sono in giro, a cui di tanto in tanto anche i piccoli comuni (come il suo) ambiscono (“capitale del libro” etc.), alla fine servono? Gli chiediamo. Qualcosa fanno, risponde. Tuttavia, evita di attribuire a questi titoli un valore risolutivo, soprattutto rispetto al problema dello spopolamento. «Arrestare le emorragie… è un problema anche culturale», sottolinea, riportando la questione su un piano più ampio, che riguarda mentalità e prospettive delle nuove generazioni.
Più articolato il passaggio sul petrolio, tema centrale nel dibattito regionale. A fronte delle critiche sull’utilizzo delle royalties (e sul caro-benzina proprio nel Texas d'Europa), il sindaco propone una lettura meno negativa. «Questi soldi non sono stati buttati», afferma, elencando alcuni ambiti di investimento: università, sanità, occupazione forestale. Utilizzati bene? Il giudizio complessivo resta sintetico, ma chiaro: «più sì che no». Una posizione che riconosce margini di miglioramento -in particolare sull'aumento graduale, nel tempo, delle royalties stesse- ma respinge l’idea di un fallimento complessivo: «Se ci sono quarantacinque forestali solo a San Fele, che grazie a questi fondi continuano ad avere un reddito, è certo qualcosa».
Sul piano politico-amministrativo, emerge anche la vicenda della sua nomina alla presidenza del Parco Regionale Naturale del Vulture, poi annullata dal TAR. I giornali scrissero che lui non aveva i requisiti. Sperduto oggi è consulente di Bardi per le aree interne del Marmo-Melandro, Vulture e Alto Bradano (ma non ha potuto ancora espletare, ci dice, per motivi personali e privati), ma c'è chi ha stigmatizzato anche questo: se non poteva fare il presidente del Parco, non può fare nemmeno il consulente sulle stesse materie. Sperduto ridimensiona la questione, definendo «una baggianata» l’interpretazione secondo cui non avrebbe avuto i titoli. Nella sentenza del TAR non c'è scritto, afferma. Rivendica invece la legittimità della scelta normativa che individuava i sindaci come papabili consiglieri o presidenti del Parco, inserendola in una logica di contenimento dei costi: affidare il ruolo a un sindaco già stipendiato (e non a al solito “trombato” alla cerca del guiderdone) avrebbe evitato ulteriori spese per l’ente. «Il presidente lo può fare chiunque, perché è un atto politico», sostiene, sottolineando come la nomina che lo riguardava fosse coerente con l’impianto normativo. Il suo approccio, su questo come su altri temi, resta tuttavia improntato a una certa distanza dal dibattito pubblico: «non sono abituato a controbattere, tanto meno sui giornali. E' andata così e stop. Mi sono dedicato ad altro».
A definire ulteriormente il profilo del sindaco contribuisce la sua attività quotidiana. «Mi alzo alle quattro, faccio il pane e poi vado al Comune», racconta, senza attribuire alla cosa un valore simbolico particolare, ma come semplice continuità con la propria storia familiare. «Ne sono orgoglioso», aggiunge, in riferimento al lavoro ereditato dal padre, nella piccola frazione di Santa Maria di Pierno, che è un santuario mariano, l'unico della diocesi di Melfi.
In chiusura, l’appello al voto per il concorso televisivo si intreccia con una visione più ampia: «se vince San Fele vince la Basilicata». Alla domanda su una possibile colonna sonora, la risposta cade su “Magica favola”, il brano sanremese della lucana Arisa. Una scelta che è tutto un programma.








