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di Walter De Stradis

 

 

 

Sono circa due mesi che Hind Rajab -la bimba uccisa diventata simbolo del massacro di Gaza- guarda noi Potentini, e tutti quelli che passano in via Verdi e in Viale Dante, dall’alto del palazzo sul quale è stata raffigurata dal celebre artista Jorit, al secolo Ciro Cerullo. Le dinamiche che hanno portato alla realizzazione del murale sono ormai note ai più in città; ugualmente, però, abbiamo voluto incontrare colui che ha fortemente voluto questo piccolo miracolo di arte, sensibilità e coscienza civile: l’architetto Antonio Maroscia. E abbiamo fatto bene. Infatti, “non finisce qui”, come avrebbe detto Corrado.

d - Architetto, la storia del murale di Jorit, raffigurante Hind, i potentini ormai la conoscono, ma facciamo lo stesso un piccolo “recap”.

r - L’operazione è più semplice di quello che appare. In realtà anche questa è stata una sfida, però, oggi che è compiuta, posso dire di essere soddisfatto e pronto ad affrontarne altre. Quella del murale è una sfida vinta perché ha dovuto affrontare varie problematiche e criticità, ma poi tutte si sono ricucite in un unico obiettivo. Vede, molte volte noi viviamo la città nelle sue espressioni, o comportamentali dei cittadini, o comportamentali degli amministratori, o nella fisicità dei luoghi. E molte volte costruire un rapporto sinergico tra la volontà degli uomini e la fisicità della nostra Potenza appare un’operazione quasi impossibile. Però poi, rimboccandosi le maniche, tutto diventa possibile; quando parliamo di “rigenerazione urbana”, vuol dire essenzialmente vedere la città in un altro modo, con la positività, accendendo riflettori su quello che può essere recuperato e spegnendo i riflettori su quello che non deve essere recuperato, in quanto frutto –forse- di alcuni errori che bisognerebbe riparare

d - Quando e come le è venuta l’idea di questa operazione?

r - L’idea è venuta semplicemente osservando la storia della Palestina e soprattutto le vicende più drammatiche, che in qualche modo ci hanno messo in condizione di capire quanto siamo inermi e impotenti.

d - Un’operazione che non ha comportato l’esborso di fondi pubblici.

r - Con i tanti amici che hanno creduto in questa mia idea, abbiamo compreso che era molto più interessante essere protagonisti anche della spesa economica, senza gravare né sul finanziamento pubblico né su forme di richieste, che poi sarebbero state subordinate ad altri scopi o condizionate.

d - Strumentalizzate.

r - Esatto. Il mio mondo del lavoro è fatto di operatori economici, ma anche di tanti cittadini. La sfida era questa: mettere in piedi il portafoglio dei miei amici imprenditori insieme al piccolo portafoglio del risparmiatore. Io lavoro molto con alcune comunità, nel caso specifico siamo qui in viale Dante, e quindi proprio con quella di Sant’Anna ho affrontato tante iniziative.

d - Nel quartiere si dice che l’ex Parroco e anche Don Cozzi abbiano pagato in qualche modo il loro pensiero sulla Palestina.

r - In parte lo credo anch’io, perché tutti sono convinti che ognuno deve stare nel recinto che ha costruito o che gli altri hanno costruito. Forse anche Don Franco e Don Marcello dovevano starci, però io trovo che non ci sia cosa più bella di avere dei preti o degli amici di strada. Sulla strada si incontrano delle persone più autentiche.

d - Leviamoci subito il dente: lei è il fratello dell'ex presidente del Consiglio regionale. In merito al murale, qualcuno ha mai ironizzato o speculato su questo aspetto?

r - E’ stato così. Io rivendico la mia appartenenza e rivendico la mia ideologia, ma soprattutto la mia coscienza e quindi la mia volontà di aggregare tutti quelli che avevano lo stesso sentire su alcune problematiche. Gaza è un problema che aggrega tanti, addirittura soggetti diversi, e proprio quando quest’idea partiva era il periodo della Flottila; io, con tanti amici e tanti ragazzi, avevamo immaginato di poter partire anche noi, ma come potevamo farlo? E allora l’unico modo era di tracciare, come un’avventura, un percorso. Per noi era come salire sulla Flotilla. Poi se la Flottilla è di sinistra o di destra non lo so, ma il risultato è che dovevamo rimarcare che in questa città esiste una presenza attiva, che in qualche modo sente il problema di Gaza.

d - Sono passati più o meno due mesi da quando è stato finito il murale. Ha detto di essere soddisfatto. Nessun rammarico?

r - E’ andato tutto benissimo, perché l’artista che ho selezionato era quello più vicino ai problemi della Palestina, e quindi in qualche modo è stato il completamento del progetto. Lui ha messo non solo la sua arte, non solo la sua capacità, ma anche la sua passione; siamo stati tutti uniti e sono stato molto contento di aver completato il messaggio attraverso l’iniziativa di rappresentare al Don Bosco, il giorno dell’inaugurazione, la proiezione del film-documentario. E’ stato un momento molto bello, molto toccante, molto triste e tutti hanno capito bene la storia di Hind. Ed è ancora più interessante che oggi Hind appartenga a questa città, perché tutti i giovani, i grandi, gli anziani che abitano nel quartiere, ma soprattutto i bambini che vanno a scuola, tutti ormai conoscono la sua storia e la salutano come una compagna del loro percorso di vita. Quindi ogni giorno e ogni notte lei sta lì che li aspetta e li aspetta col sorriso

d - Sicuramente, questo, è un affare di bellezza. Di quanta bellezza ha ancora bisogno questa città?

r - Questo è un concetto molto complesso e molto lungo da affrontare. Io vorrei subito sgombrare il campo da una banalissima valutazione sulla bellezza, dicendo che questa città non ha bisogno di bellezza, ma ha bisogno di un’altra cosa, che va oltre. Io lo sto capendo giorno per giorno e non è un approccio filosofico il mio: io voglio che sia ancora architettonico. La bellezza è superata da una nuova idea, che è l’armonia. Oggi la bellezza è persino pericolosa, perché può essere strumentalizzata e può diventare persino un luogo comune. Oggi credo che un risultato più alto della bellezza sia l’armonia, non solo di quello che è visibile, ma di quello che non è visibile, ovvero i comportamenti. Mettere comportamenti in armonia con l’armonia del visibile è complicatissimo, e questa è la svolta anche della città.

d - Sta parlando di armonia fra i cittadini, armonia fra i cittadini e la politica, armonia fra i politici? Prima le ho fatto vedere il video della gazzarra di martedì (tra Latronico e Chiorazzo, nel corso dell’assemblea sui “vitalizi” - ndr) in consiglio regionale.

r - Noi dobbiamo fare i conti col concetto che la politica è rappresentata dagli uomini, quindi, bene o male, quello che succede non è un problema della politica, quello che succede è un problema degli uomini che abbiamo selezionato. Io sono convinto che troppe cose non vanno nel modo migliore perché non c’è volontà di armonia, perché ognuno pensa a delle operazioni personalistiche, di propaganda. Le offro due temi come esempio, molto tristi e molto pesanti: il primo è la faccenda della “Alcide De Gasperi”, la scuola materna delle suore, quelle che noi conosciamo da 70 anni (e che molto probabilmente dovranno lasciare definitivamente la città dal prossimo 1 agosto – ndr); l’altro è quello delle gare gestite dall’amministrazione comunale, in cui esistono situazioni che non possono ritenersi avviate nel percorso dell’armonia. Armonia vuol dire persino etica, e quindi come si può arrivare a un rapporto di armonia tra le persone, se non si segue il solco dell’etica? Quindi anche questa è una sfida, però è importante che i cittadini siano consapevoli che tutto rientra in un’operazione complessa. Ogni cosa che fa parte di atteggiamenti di personalismi, io la definisco un po’ “cultura meloniana” (e non è una critica politica, è solo una rappresentazione). Si tratta della necessità di svolgere tutto, anche l’amministrare, con un primo obiettivo che è la propaganda, per raggiungere altri scopi; ma l’unico vero obiettivo deve essere il bene dei cittadini e della città. E prima di conoscere la fisicità della città, bisognerebbe conoscere i guai delle persone che ci vivono, ecco perché dico che è un’operazione apparentemente persa, ma le sfide continuano.

d - Qual è la maggiore “disarmonia” in città? Lei ha accennato ai “guai” della gente.

r - Le problematiche sono sempre riferite al fatto di non riuscire più a far leva su quella che è la vera energia della collettività, perché il processo di disgregazione è per certi versi naturale, ma per altri versi fa comodo ed è voluto, e quindi, domanda: a chi fa comodo questo processo di disgregazione della forza della comunità locale?

d - A chi deve poi proporre la soluzione.

r - E’ chiaro, e non basta l’energia dei cittadini. L’energia è tale quando è collettiva, ecco perché l’idea di trovare i beni o i problemi comuni mette in condizione di costruire un nuovo fronte, un fronte in cui l’interesse della collettività diventa più alto della facile propaganda.

d - Lei ha detto che non si fermerà. Cosa bolle in pentola?

r - Cosa bolle in pentola? Bisogna trovare i nuovi metodi e le nuove formule per conquistare delle cose. Battere percorsi già scontati e per certi versi già perdenti ci mette in condizione di perdere solo energia, mentre bisogna capire quali sono i nuovi percorsi utili a conquistare delle cose. Io non credo molto nelle “sollecitazioni” alla politica e a chi amministra. Tutto deve partire ancora una volta dal basso, perché bisogna ancora una volta spiegare che quelli che abbiamo messo lì a governare sono a nostro servizio, non noi a servizio loro.

d - Che scossa –possibilmente non di terremoto- ci vorrebbe a Potenza?

r - Partendo dal basso, si potrebbe mettere in moto un’idea di una città diversa. La città diversa è la città vivibile, che per certi versi potrebbe essere anche unica. E allora bisogna censire in un modo diverso quelle che sono le energie, non solo quelle della cittadinanza e della comunità, ma anche le bellezze nascoste, quelle coperte di polvere. Visto che l’amministrazione non riesce a farlo, bisogna mettersi insieme, come abbiamo noi fatto per mettere su il portafoglio e l’idea del murale insieme al condominio. Bisogna trovare persone che riescano a togliere un po’ di polvere. Togliendo la polvere, possono uscire delle cose molto interessanti in questa città.

d - Un esempio concreto?

r - La riqualificazione di tanti luoghi. L’aspetto più interessante può essere una nuova cultura del saper vedere quello che apparentemente non si vede, quindi è un’educazione nuova a vedere i posti, le circostanze, e i valori del sociale che diventano energia per una città diversa.

d - Energie insospettabili.

r - Insospettabili, sì.