
Un confronto con Michele Catalano, presidente di Federconsumatori Basilicata, che richiama l'attenzione sul costo della vita, sulle difficoltà delle famiglie e sulla necessità di superare una politica basata prevalentemente sui bonus.
d - 1° parte - Avete proposto di utilizzare una quota delle royalties per ripristinare la Carta Carburanti. Perché preferibile ad altre forme di sostegno? Quali benefici per una famiglia media?
r - La Carta Carburanti non è un sussidio, è una restituzione. La Basilicata estrae il 70% del petrolio nazionale, paghiamo il prezzo ambientale più alto d'Italia e in cambio chiediamo un principio elementare di giustizia territoriale. Le royalties non sono una mancia del Governo, sono il nostro indennizzo. Perché è preferibile al Bonus una tantum? Perché è strutturale, tracciabile e va a chi si muove davvero. Non finisce in un fondo indistinto. Va direttamente al cittadino che fa benzina. Beneficio concreto: una famiglia media lucana percorre 25-30.000 km l'anno, in aree interne senza bus, senza treni. Con 20 centesimi al litro su 1.500 litri l'anno, parliamo di 300 euro l'anno che restano in tasca. Non sono noccioline: è una mensilità di spesa alimentare. E si attiva solo facendo rifornimento in Basilicata, quindi sostiene anche i nostri distributori.
d - Il bonus di 20 centesimi sarebbe un aiuto temporaneo o riconoscimento di problema strutturale?
r - È il riconoscimento di un problema strutturale che si vuole far passare per emergenza. Per un cittadino di Francavilla in Sinni, di Rotondella, di Moliterno, fare 60 km al giorno per andare a lavorare a Potenza o a Matera, per portare un figlio all'università, per raggiungere l'ospedale di Potenza, non è un'emergenza. È la normalità da 20 anni. Trattarla come emergenza è il modo per non risolverla mai, con bonus a pioggia ogni 6 mesi. Noi diciamo: se il problema è permanente, lo strumento deve essere permanente. La Carta Carburanti deve rientrare nel nuovo accordo Stato-Regione sulle royalties come diritto stabile dei residenti, non come cortesia elettorale.
d - Quanto è corretto considerare il carburante spesa individuale e non conseguenza di carenze infrastrutturali?
r - Questa è la domanda centrale. In Lombardia il carburante è una scelta. In Basilicata è una condanna. Se non hai l'auto non lavori, non studi, non ti curi. Abbiamo comuni dove l'ultimo bus è passato nel 2018. Dove la stazione più vicina è a 50 km. Dove la Ferrovia Appulo Lucana ha corse che non coincidono con gli orari di lavoro. Allora lo Stato non può dire "il carburante è affar tuo". Il costo del carburante in Basilicata è il costo del fallimento del trasporto pubblico. E lo pagano i più deboli. La questione degli spostamenti si intreccia con quella della concorrenza. Secondo Federconsumatori, in alcuni territori la possibilità di scegliere tra distributori è limitata e questo può incidere ulteriormente sulle spese di chi vive nelle aree interne. La richiesta è quindi anche quella di rendere i prezzi più trasparenti e facilmente confrontabili.
d - Avete individuato differenze territoriali tra distributori?
r - Sì, e le abbiamo segnalate all'Osservatorio Prezzi e all'AGCM. Abbiamo differenze fino a 18-22 centesimi al litro tra la Val d'Agri e il Potentino, e tra pompe bianche e marchiate sulla Basentana. Nei piccoli comuni dell'interno spesso c'è un solo distributore, senza concorrenza, e i prezzi sono più alti proprio dove il reddito è più basso. È un altro paradosso lucano. Chiediamo trasparenza obbligatoria e pubblicazione giornaliera dei prezzi medi comunali, non solo provinciali.
d - Come si misura se il Bonus Gas ha davvero migliorato la condizione economica delle famiglie?
r - Non si misura con i comunicati stampa che dicono "stanziati 48 milioni". Si misura chiedendo alle famiglie: hai avuto meno ansia quando hai acceso il riscaldamento? Hai evitato di rateizzare la bolletta? Il Bonus Gas di questi anni ha aiutato, è inutile negarlo, ma è stato un pannicello caldo. È arrivato tardi, con criteri ISEE che escludono il ceto medio impoverito, e senza controllo sugli effetti. Noi ai nostri sportelli di Via del Gallitello a Potenza e Via Lucana a Matera vediamo gente che ha preso 150 euro di bonus e poi ha pagato 400 euro in più di conguaglio perché vive in una casa classe G. Se il bonus non si accompagna a efficienza, è acqua fresca.
d - Il Bonus Gas rischia di abituare a compensare senza affrontare le cause?
r - Esatto. È la cultura del ristoro infinito. Compensiamo il prezzo del gas invece di chiederci perché in una regione che produce energia per 4 volte il suo fabbisogno paghiamo il gas come a Milano. È sostenibile? No. Perché le royalties finiscono, il prezzo del gas sale, e noi restiamo con le case più energivore d'Italia. Il 68% degli edifici lucani è stato costruito prima del 1980, senza cappotto, con infissi degli anni '70. Dare 200 euro di bonus a chi vive in una casa che consuma il doppio è come riempire una vasca bucata.
d - Quali interventi strutturali sono prioritari in Basilicata?
r - Per noi l'ordine è chiaro, e lo abbiamo scritto alla Regione: Riqualificazione edilizia dei piccoli comuni: Partire dalle case popolari ATER e dalle case dei centri storici. Bando unico regionale per cappotti e infissi, non 10 bandi frammentati che non capisce nessuno. Comunità Energetiche Rinnovabili: La vera rivoluzione. Se Francavilla in Sinni invece di generare 61 milioni di euro di scommesse online anomale (come da report che abbiamo presentato in Osservatorio Legalità) generasse 61 milioni di kWh da comunità energetica, avremmo bollette a zero per 10 anni. Impianti efficienti solo dopo: Pompa di calore sì, ma se la metti in una casa senza isolamento, raddoppi i consumi elettrici.
d - Avete osservato riduzione di spese non essenziali come cultura, ristorazione, abbigliamento?
r - È il dato più drammatico che raccogliamo con il nostro Osservatorio sui consumi. Le famiglie lucane non tagliano più il superfluo, tagliano la vita. Il 41% delle famiglie che viene da noi ha azzerato ristorazione, cinema, libri, palestra. Non perché non vuole, ma perché dopo carburante e bollette non restano che 80-100 euro al mese. Questo è impoverimento culturale, non solo economico. E poi ci stupiamo se i giovani vanno via.
(continua sul prossimo numero)
Noà Cappiello
