de_stradis_e_cerbasi.jpg

 

 

di Walter De Stradis

 

POTENZA - La tradizionale Festa di Santa Cecilia, che si conclude domenica sei settembre, l’ha ereditata, come dice lui, ma la “missione”, dai tempi di don Pinuccio, non è cambiata di una virgola.

Parroco di Santa Cecilia a Poggio Tre Galli, docente presso l’Istituto teologico e da poco dottore in Sacra Scrittura, don Gerardo Cerbasi racconta la sua esperienza sacerdotale, il legame con monsignor Superbo, le difficoltà del quartiere e il ruolo che la parrocchia può svolgere in una comunità sempre più segnata dalla solitudine. Al centro anche i giovani, i social, gli effetti del Covid e le sfide poste dall’intelligenza artificiale.

d - Don Gerardo, innanzitutto, facciamo un riassunto delle puntate precedenti.

Sono di Picerno, dove sono nato il 10 luglio 1985. Dopo il Liceo Classico “Orazio Flacco” di Potenza sono entrato nel nostro Seminario regionale, dove ho vissuto i primi sei anni di formazione, fino al baccellierato in teologia nel 2011. Sono stato ordinato diacono il 2 ottobre 2010 nella Basilica Cattedrale di Potenza e sacerdote il 27 agosto 2011 nella mia parrocchia d’origine, a Picerno. Subito dopo l’ordinazione sono stato viceparroco nella parrocchia dell’Immacolata, a Rione Cocuzzo. Successivamente l’arcivescovo monsignor Superbo mi ha inviato a Roma per la specializzazione in Sacra Scrittura. Sono stato alunno dell’Almo Collegio Capranica e studente presso il Pontificio Istituto Biblico, dove ho completato la licenza. Rientrato in diocesi, per un anno ho esercitato il ministero come viceparroco della Cattedrale e della parrocchia di San Michele Arcangelo. Dal 2017-2018 sono parroco in solidum qui a Santa Cecilia, condividendo il servizio con don Rocco Colucci. Sono inoltre docente presso il nostro Istituto teologico e nel giugno di quest’anno ho completato l’iter degli studi con la discussione della tesi di dottorato in Sacra Scrittura.

d - Lei era molto legato a monsignor Superbo.

r - Sì. È stato il primo vescovo che ho conosciuto, colui che mi ha accolto nel primo discernimento e ha garantito per il mio ingresso in seminario. Mi ha accompagnato durante tutti gli anni della formazione, mi ha ordinato diacono e sacerdote, mi ha affidato i primi incarichi e mi ha chiesto di perfezionare gli studi in Sacra Scrittura. È stato un faro per la mia vita, perché mi ha insegnato ad amare la Chiesa al di sopra di se stessi, con le parole e soprattutto con l’esempio della sua vita.

d - Quali sono i suoi insegnamenti che ricorda maggiormente?

r - Innanzitutto, amare la Chiesa e mettere la nostra umanità al suo servizio. Questo significa avere cura della vita interiore e delle virtù umane, sulle quali si poggiano poi le virtù teologali: fede, speranza e carità. Queste hanno bisogno di incontrare cuori liberi e animi capaci di prudenza, intelligenza e cura della vita di preghiera. Ricordo anche una frase che monsignor Superbo ripeteva sempre: “Aspettando si prega e pregando non si aspetta”. Bisogna imparare ad accogliere tutti i momenti, per prendersi cura del proprio cuore e mantenere vivo il contatto con il Signore, autore e perfezionatore della nostra fede.

d - Nella comunità che riguarda la sua parrocchia, che cosa “non può più aspettare”?

r - Credo sia urgente scegliere e comprendere modalità con le quali abitare il territorio che siamo chiamati a evangelizzare, facendolo diventare uno spazio capace di ritessere relazioni. Non possiamo più aspettare che la gente si chiuda nella propria solitudine. C’è un rischio di isolamento che, in alcuni casi, anche un certo benessere e uno stile di vita molto frenetico possono generare. C’è la tentazione di pensare che non ci sia più tempo per uno spazio di vita comunitaria, per stare insieme e per la cura semplice e autentica delle relazioni. Anche questi giorni di festa vogliono dire questo.

d - Poggio Tre Galli è un quartiere relativamente giovane. Il rischio di isolamento riguarda i giovani, sempre più immersi nei social, ma anche gli anziani, soprattutto quando i familiari vanno in vacanza. Qual è la situazione?

r - Credo che l’attenzione di una comunità parrocchiale debba essere il più possibile ampia, guardando sia ai giovani sia agli anziani. Per i giovani il rischio è grande, perché i social e Internet non sono strumenti neutri. Bisogna educarsi a un uso intelligente e consapevole: possono essere una risorsa importante, capace di allargare gli orizzonti, connettere, strutturare relazioni e organizzare il sapere, ma possono anche mortificare le relazioni. La stessa cosa vale per la solitudine degli anziani. Il Centro di ascolto della Caritas e il gruppo di volontariato vincenziano, molto attivi in parrocchia, assistono numerose famiglie e sono attenti anche alle esigenze degli anziani che possono avere difficoltà persino ad andare a fare la spesa, soprattutto in questi giorni di grande caldo. Cerchiamo di accogliere tutte le necessità e di essere un po’ sentinella, perché nessuno possa sentirsi solo, abbandonato o lasciato indietro.

d - Per quanto riguarda invece la povertà, quale quadro si può tracciare a Poggio Tre Galli?

r - Credo che, sotto questo punto di vista, Poggio Tre Galli sia un’isola abbastanza felice. Il nostro Centro di ascolto della Caritas assiste più di quaranta famiglie, molte delle quali non appartengono direttamente a questo territorio. Le situazioni di povertà che riguardano strettamente Poggio Tre Galli sono soprattutto le povertà della solitudine e la fatica delle famiglie a fare rete e a stare insieme. Molte sono composte da due persone che lavorano e, con i tanti impegni, alcune volte si fa fatica a stare dietro a tutto. Questo mi sembra il dato più rilevante di una zona della città che ha visto una crescita esponenziale non soltanto del numero degli abitanti, ma anche dell’interesse edilizio.

d - Qual è allora il ruolo della parrocchia in un quartiere di questo genere? Avvicinare le famiglie, creare occasioni per i giovani e per gli anziani?

r - Tutte queste cose insieme, ma qualcosa ancora prima di tutte: essere innanzitutto il ricordo della vita buona del Vangelo. Una comunità parrocchiale non è innanzitutto un centro assistenziale. Ci sono realtà che svolgono opportunamente questi servizi, ed è bene che continuino a farlo e che vengano promosse. Il motivo per il quale esiste una comunità parrocchiale è ricordare, come ascoltiamo oggi nelle parole di San Paolo ai Corinzi, che “tutto è nostro, ma noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio”. Ricordare che la creatura senza il Creatore svanisce.

d - Se avesse l’occasione di prendere sotto braccio il sindaco di Potenza, cosa gli direbbe?

r - In questi giorni ho avuto diversi momenti per interfacciarmi sia con il sindaco sia con l’assessore allo Sport, in occasione della festa. Direi innanzitutto che questo quartiere ha bisogno di attenzione per quanto riguarda l’illuminazione pubblica, che in molti casi è un problema di tutta la città e quindi anche di questo quartiere. È una preoccupazione che abbiamo condiviso con il sindaco. Servirebbe attenzione anche alla viabilità. Poggio Tre Galli avrebbe inoltre bisogno di qualche punto culturale. Sono fiorite tante attività commerciali e di ristoro, ma ci sarebbe bisogno anche di una libreria, di una biblioteca, di un mercatino, di uno spazio di incontro. Questo manca nel quartiere. Non ci sono veri spazi di incontro, anche durante la mattina, se non il bellissimo parco che abbiamo qui.

d - Si parla spesso di “malamovida” e di vendita di alcolici. Anche durante la festa di Santa Cecilia se ne vendono. C’è un problema di questo tipo nel rione?

r - Vivere in città comporta inevitabilmente l’accettazione di alcuni compromessi rispetto alla tranquilla vita in campagna. Non noto una grande emergenza, ma sicuramente è un fenomeno da attenzionare e da educare, perché anche il tempo dello svago sia opportuno. Non è un problema bere una birra a una festa o un bicchiere di vino: bisogna evitare le esagerazioni. La vendita di cibo e bevande deve servire ad allietare la festa, non a trascendere. Quando si trascende, evidentemente attraverso i comportamenti si manifesta un disagio. Più che procedere attraverso contrapposizioni, proverei a recuperare un consenso educativo da parte di noi adulti: chiederci che cosa genera questi fenomeni, intercettare le esigenze e provare a strutturare percorsi e spazi di incontro.

d - I giovani oggi si sentono più soli o sono fuorviati da una comunicazione sui social ripetitiva, martellante e aggressiva?

r - Credo che ci siano entrambe le cose, ma bisogna tornare al ruolo fondamentale della famiglia, al suo ruolo educativo e all’alleanza tra le diverse agenzie educative, senza scaricarsi le responsabilità. Famiglia, scuola, società, comunità civile e comunità cristiana devono fare rete per indicare valori e insegnare a percorrerli, testimoniando la bellezza di una vita capace di tenere insieme tutto senza esasperare. Non dobbiamo dimenticare che alcuni dei nostri giovanissimi e giovani escono dall’esperienza drammatica del Covid. Un periodo significativo della loro adolescenza è stato segnato dalla completa chiusura e dall’azzeramento delle relazioni sociali. Anche l’intelligenza artificiale, che interviene in maniera massiccia nella capacità di concentrazione e di studio dei nostri ragazzi e dei nostri giovani, non è un fenomeno irrilevante.

d - Al di là dell’intrattenimento della festa e dello sport, che sono comunque valori, qual è il valore portante della festa e della figura di Santa Cecilia?

r - Il valore di questa festa l’ho ricevuto in eredità e ritengo che debba accompagnarla nel tempo in cui mi è chiesto di vivere il mio sacerdozio e di esercitare il mio ministero in questa comunità. Il significato è quello originario, quello che le ha dato don Pinuccio Lattuchella quando ha immaginato la musica e lo sport come i due canali di incontro delle persone, di tessitura delle relazioni e di appropriazione bella, lieta e serena degli spazi comunitari. La cura delle relazioni: questo fa la comunità. E mettere dentro tutto questo la vita buona del Vangelo, dire che si può fare, che lo si può fare ancora e che lo si può fare insieme, è il valore più grande. Santa Cecilia credo ce lo testimoni con la sua vita e anche con la sua morte.

d - Ultimissima domanda: quale canzone sceglierebbe come “coloratura sonora” per questa festa e per le cose che abbiamo detto, visto che è anche la festa della musica?

r - La prima canzone che mi viene in mente è “Strada facendo” di Baglioni, proprio perché è una metafora del cammino, del cammino della vita. Ed è quello che il Signore Gesù chiede ai suoi discepoli: “Alzati e cammina, vieni e seguimi”.