psicologi

Lo scorso sabato presso l’Ordine degli Psicologi della Basilicata si è discusso del tema delicatissimo del lutto. A concorrere al dibattito, oltre alla presidente dell’ordine lucano, la dott.ssa Luisa Langone che si è detta particolarmente soddisfatta di ospitare il confronto su un tema che, in un momento congiunturale come quello attuale, fa salire sempre più i livelli di attenzione e allarme, e che ha sottolineato l’importanza della psicoterapia come strumento quanto mai utile per supportare la persona con vissuti di perdita, sia reale che simbolica; il dott. Raffaele Felaco, la dott.ssa Maria Piccirillo, la dott.ssa Fausta Nasti, la dott.ssa Melania De Marino.


I loro interventi si sono basati sui rituali trasformativi, sull’elaborazione nelle diverse fasi di vita, sul lutto nell’infanzia e sull’educazione alla morte. Il tema del lutto si inserisce nell’ampio dibattito sulla fine della vita, che ha favorito una più profonda interrogazione sulla capacità dell’uomo moderno di relazionarsi alla perdita, sulle strategie che può e che riesce ad attivare per farvi fronte e sullo spazio che la nostra società offre al dolore, allo smarrimento e al sentimento di impotenza individuale e collettiva di fronte alla morte.
Così il dott. Raffaele Felaco, autore del volume “Amare in assenza” (Kaizen edizioni) con la dott.ssa Flora D’Anselmo: “Parlare del lutto è sempre più difficile; soprattutto a Napoli (la mia città di provenienza), toccando il tema, si iniziano a fare scongiuri et similia e si guarda chi lo fa, come una persona cui riservare compassione perché s’immagina abbia subito un dolore immensamente grande. Nell’ambulatorio tematico che dirigo (l’unico presente e che pertanto va ben oltre la pertinenza territoriale), ogni giorno vedo persone dolenti, che escono fuori da lutti drammatici e traumatici e parliamo di un traumatizzazione reale con un potere di variante che si trasmette all'ascoltatore. Ritengo, tuttavia, che siamo a un punto di non ritorno, dove è impossibile andare alla negazione e dobbiamo parlarne, senza dimenticare di vivere all’interno del fenomeno di “spettacolarizzazione” della morte; processo nel quale, la realtà viene, tramite un modo complesso e raffinato, negata. Un tempo esistevano sistemi sociali, con rituali di riconnessione, condivisi e prescritti. L'unico rituale condiviso e scientificamente accreditato, oltre che efficace, è la psicoterapia, cioè la dimensione della cura del dolente. Per questo credo che bisogna intervenire, tramite gli strumenti della psicologia, per evitare che vi siano vittime di sette o club che di professionale non hanno nulla. Questa è la nostra funzione: la presa in carico del dolore. La psicopatologia da sola ricade in una percentuale che va dal 2 all'8%. Ciò comporta lo sforzo che non è solo cognitivo, bisogna che ci si formi, in un’autodisciplina che possa essere discussa anche in momenti come quello odierno, purché il dolente trovi di fronte a sé una persona capace di ascoltare il dolore. È indispensabile pertanto, sviluppare capacità di ascolto, ragionare sulla finitudine e sulla vita”.