- Redazione
- Categoria: Attualità
- Sabato, 29 Novembre 2025 07:38
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di Walter De Stradis
C’è un posto,
tra Rionero e
R i p a c a n d i d a ,
dove il tempo non
scorre: fermenta.
È un vecchio casale di pietra, avvolto
nella luce obliqua del Vulture, ove
Carmine Crocco -poi consegnato alla
storia come il “generale dei briganti”-
per un periodo lavorò da guardiano.
Oggi questo luogo è l’antro vibrante
e ordinato di botti, bottiglie, quadri e
ricordi dove "crea" Francesco Sasso,
ottantasette anni, conosciuto da tutti come
“Il Professore” (persino la fi glia ce lo
annuncia così). Un soprannome che non
è certo un vezzo: «Mi sono portato dietro
ventiquattro anni di insegnamento, fatti a
mio modo, non secondo i canoni noiosi di
una scuola sì attiva, ma non innovativa» .
E mentre lo racconta, Sasso ha il portamento
e la gentilezza di un personaggio
d’altri tempi. Non è diffi cile scorgere
in lui una sorprendente somiglianza
con William Hartnell, il primo attore
a interpretare il “Doctor Who”, oltre
sessant’anni fa, nell’omonima, celebre
serie tv britannica: stesso sguardo arguto,
stessa compostezza da gentiluomo
edoardiano. E come “il Dottore” con
la sua cabina telefonica blu, anche il
Professore sembra trasportare chiunque
gli stia accanto in un altro tempo.
La storia dell’azienda della famiglia Sasso,
oggi diretta dalla fi glia Eugenia, comincia
nel 1922: «La Camera di Commercio ci
ha dato una medaglia d’oro per questo
percorso… siamo a 103 anni di vita
della famiglia Sasso per questo lavoro»
Il Professore è cresciuto dentro
il vino, e il vino dentro di lui:
«Mi sono nutrito di profumi,
fermentazioni che salivano dal
basso della cantina fi n dentro casa»
Suo padre –racconta– lavorava in modo
empirico, ma con intuizioni geniali, tanto
che «molti scrittori lucani hanno parlato di
lui come riferimento di serietà e passione»
Una eredità forte, che porterà
Sasso a lasciare -e non nasconde
anche un pizzico di rammarico- la
scuola nel 1983 (il “Gasparrini” di
Melfi , ove insegnava economia) per
dedicarsi completamente alla vigna.
Gli occhi gli brillano ancora, però,
quando rievoca uno dei ricordi
più intensi della sua carriera:
«La cosa più bella era vedere qualcuno
emozionarsi davanti a un bicchiere
di vino. Io mi emozionavo due volte»
Negli anni Ottanta esporta il suo
vino a Berlino, quando il Muro è
ancora lì. In quella città spezzata e
viva, accade un episodio inatteso:
«Un signore da un tavolo si alza e viene
verso di me: “Herr Sasso è qua?”» ricorda.
Era l’attore Horst Buchholz, il celebre
interprete de “I magnifi ci sette” (ma anche
del medico fi ssato con gli indovinelli
ne “La vita è bella” di Benigni): «Mi
disse che quando andava a teatro, il suo
mondo si apriva totalmente, con mezza
bottiglia del mio vino prima di entrare».
Sasso, pur in preda all’emozione, aveva
risposto con una battuta: «Ma è possibile
che devo venire a Berlino e mi devo
incontrare con lei? Quando in Italia
ogni quindici giorni danno il suo fi lm?!».
Un riconoscimento inatteso e potente,
quello del grande attore tedesco, suggellato
dall’amicizia e da una promessa:
ventiquattro bottiglie di un nuovo vino,
tutte fi rmate. Dal Professore. Una sorta
di “autografo al contrario”, dunque.
Per Sasso il suo Vulture non è solo un
territorio: è una geologia dell’anima.
«Il Vulture è un massiccio montano
che è una ricchezza infi nita…
una barriera naturale con un
microclima imprescindibile. Ma
non tutti l’hanno capito, ancora».
Qui, milioni di
anni di eruzioni
hanno lasciato
un patrimonio
m i n e r a l e
che parla
d i r e t t a m e n t e
alla vigna: «Non
puoi pensare
a un grande
vino con una
vigna giovane.
A b b i a m o
bisogno di
catturare i
minerali, e
i minerali si catturano nel tempo»
E quando racconta del suo Roinos
2001, lo fa come di una creatura viva:
«L’estratto secco era 48, un massimo
espresso in Italia… un vino con la
potenzialità di vivere oltre 60 anni». A
Verona, il giornalista Paolo Massobrio
ne rimase folgorato, scrivendo che era il
vino nuovo più sorprendente della fi era.
Il Professore non ha dubbi: «Una delle
componenti importanti dell’evoluzione di
un vino è il tempo. Se sai aspettare». Lo
dimostra raccontando la storia dell’ultima
Riserva di Roinos, premiata a Firenze.
Il vino era pronto dopo cinque anni,
ma lui decise di aspettarne altri cinque:
«“Perché questa fretta?”, dissi
a mia fi glia. Non è una sfi da a
qualcuno. È una sfi da al vino, capire
quali sono le sue potenzialità»
E in questa Basilicata che, come spesso
si dice, vive un non-tempo tutto suo,
Sasso trova una perfetta corrispondenza:
«Non è vero che da tutte le parti si può fare
un grande vino. Qui il terreno, i minerali,
il clima: tutto parla la lingua del Vulture»
E se oggi un politico varcasse la soglia
del suo casale, cosa gli off rirebbe?
«Non gli off rirei mai il mio massimo…
andrei sui vini più facili, più diretti. Sarà
poi la sua curiosità a capire se vuole
andare più in profondità. Un veneto una
volta mi chiese come mai vendessi un
“Eubea” -che è un vino di base- così buono.
E ovviamente la risposta fu semplice:
se io vengo conosciuto con un vino di
base insignifi cante o appena suffi ciente,
ne va del mio nome. E io non lo voglio
perdere per colpa di un vino mediocre».
Alla fi ne, mentre ci accompagna tra le
botti, i numerosi riconoscimenti (ultimo
quello dei “100 grandi vini” tributato
a Firenze dall’Associazione Italiana
Sommelier) e i quadri, mentre ci mostra
oggetti che sembrano aver assorbito
decenni di vendemmie, è impossibile
non pensare di essere saliti anche noi
su una sorta di TARDIS (la “macchina
del tempo” nella citata trasmissione
della BBC) enologica: niente cabine
blu, ma legno antico, odore di mosto
e il sorriso gentile di un uomo che,
come il celebre Doctor Who, viaggia
attraverso il tempo. il suo, quello del
Vulture, quello del vino. Un tempo che
profuma di fermentazioni, di cenere
vulcanica, di attese lunghe dieci anni.
Un tempo che forse solo l’Aglianico del
Vulture, e chi lo custodisce da un secolo,
può insegnare.








