- Redazione
- Categoria: Attualità
- Sabato, 22 Novembre 2025 07:40
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di Walter De Stradis
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idea delle bocce come passatempo per quattro pensionati curvi sotto un pergolato non regge più. E lo dimostra (anche) il fatto che in Basilicata questo sport ha una presidente di Federazione donna –l’unica in Italia– che tra l’altro mostra una competenza, persino puntigliosa, e una passione che sorprendono chiunque pensi ancora a certi cliché da cinema in bianco e nero neo-realista. Angela Laguardia, invece, ci parla di ragazzi, donne, atleti con disabilità, gare affollate e strutture piene ogni settimana. E lo fa con un sorriso e un’espressione bonaria e “self-confident”, dietro gli occhiali: quella di chi ha dovuto spiegare molte volte perché le bocce non sono un reperto folkloristico, ma un mondo vivo.
La sua storia non inizia in famiglia, come accade spesso in questo sport. «Non ho nonni né genitori bocciofili», racconta. «Mi ci sono imbattuta per caso. Mi incuriosiva vedere quelle persone anziane così abili nel portare la boccia vicino al pallino, non è affatto semplice come sembra». È stata proprio quella combinazione di precisione, studio delle traiettorie e calma a conquistarla, lei che viene dalla comunicazione (altra sua passione) e oggi lavora in uno studio di medicina del lavoro. E se tanto mi dà tanto, non è certo un caso che abbia scritto –un altro primato- l’unico libro esistente sul mondo delle bocce lucano; s’intitola “Mai lunga” (un’espressione ricorrente nel corso delle gare), ma non è un punto di arrivo. La fatidica cerca di foto, documenti e testimonianze, per Laguardia non si è fermata.
Alla Federazione Italiana Bocce (la sezione lucana della FIB consta di 700 tesserati e 17 società), per lei sono già sei anni di mandato da presidente regionale, due elezioni vinte e un primato che nessun’altra aveva ancora raggiunto. «Devo ringraziare chi ha creduto in me. Cercavano un approccio diverso, forse serviva un cambio di stile, un po’ di aria nuova». È diretta anche quando parla degli stereotipi di genere. Le dico che arriverà un giorno in cui la mia domanda (“ne ha mai sofferto?") diventerà obsoleta, ma è ancora presto. «In dirigenza nessun problema. In campo, invece, capita che qualcuno pensi che le donne siano tecnicamente inferiori. Non è vero, ma paghiamo una tradizione meno lunga degli uomini. Siamo ancora ferme a un rapporto 1 atleta donna su 50, ma per fortuna le cose stanno cambiando».
A Potenza, però, un argomento che accende gli animi è il nuovo bocciodromo di Villa Santa Maria. Il progetto di riqualificazione ha riempito di commenti social e comunicati stampa. Il sindaco attuale, parlando di finanziameto "recuperato", si è in qualche modo “intestato” i lavori; l’opposizione cittadina (ieri al governo) ha rimbrottato, reclamandone la paternità. Il cartello sul cantiere, recita letteralmente “Contratto n. 1539 del 30/08/2023 (quando c’era ancora la vecchia giunta - ndr). Data inizio lavori 11/04/2025 (con la nuova giunta – ndr)”. Angela non si tira indietro: «Anche io mi opposi a quell’uscita del sindaco. Il progetto è in effetti della precedente amministrazione (che ringraziamo per la lungimiranza). Per fortuna, comunque, i fondi PNRR, che avevano una scadenza, non sono andati persi». I lavori, spiega, stanno procedendo bene e l’impianto dovrebbe essere consegnato il prossimo anno. Nel frattempo gli atleti della storica società “La Potentina” giocano a Montereale, “ospiti” dei colleghi della stessa città. «Io sono tesserata con La Potentina, ma come presidente giro dappertutto: mi considero un jolly».
Si tira il coletto della maglia a sentir parlare di “sport minore”. «Chi lo dice non ha mai visto una gara. Tra formazioni lucane e atleti da Calabria, Campania e Puglia, si crea un movimento enorme. Facciamo una ventina di gare l’anno (in cui diventa fondamentale, in contemporanea, ogni bocciodromo della regione), tutte molto partecipate». Insomma, un piccolo “ecosistema sportivo” che spesso resta invisibile agli occhi dei non addetti ai lavori, ma che tiene in piedi società, impianti, volontari e un’organizzazione costante.
Il rapporto con le istituzioni, spiega, non è uniforme: ci sono realtà dove il dialogo funziona (come a Potenza e a Matera), altre dove gli impianti sono bloccati perché necessitano di manutenzione o sono nuovi e fermi lo stesso (indica Rapolla e Brienza). Non sempre, dice, è per cattiva volontà («non sempre», sottolinea). «Però abbiamo bisogno di attenzione». Ogni tanto arrivano anche notizie curiose: «Ci chiamano dai Comuni per informarci su un costruendo “campo di bocce” e poi scopri che intendono una pista scoperta, di terra battuta. Non serve a niente. Per giocare sul serio (agonisticamente) servono coperture, almeno due piste e un fondo sintetico. Sennò si gioca un paio di mesi l’anno e il resto del tempo il campo è inutilizzabile. Di giocatori “stagionali” non ne abbiamo proprio bisogno».
Nonostante le difficoltà, il suo sguardo sul futuro è positivo. «Stiamo aspettando le bocciofile di Bella e Brienza. Cresciamo ogni anno: più società, più donne, più ragazzi». E, come spesso accade, c’è anche il trillo di una nota personale. «Le bocce mi hanno insegnato l’autocontrollo. Fermarmi un momento, pensare prima di agire. Non che prima fossi un uragano, ma questo sport ti obbliga a ragionare con calma».
Alla fine, come da “ricetta” delle interviste “a pranzo”, c’è spazio anche per una domanda sulla città. Se potesse “bocciare” qualcosa di Potenza? «Il disordine e il grigiore del centro storico. Dopo il Terremoto si è costruito troppo e troppo in fretta. Si è soffocata la bellezza che c’era».









