donRobertoFaccenda

Andare oltre il “contenitore”. Certamente, a primo impatto, di Don Roberto Faccenda colpiscono il baffo, l’orecchino e pure gli anelli, gli intercalari in dialetto salernitano e la passione granata che lo accompagnano anche sull’altare. Fuori dagli schemi, indubbiamente, ma dopo qualche secondo emerge l’intensità e la passione con le quali vive il suo essere sacerdote. Riconoscere, interpretare, scegliere. Lungo queste direttive ci ha condotto nel racconto del suo libro “A(r)marsi con cinque ciottoli”, una sorta di percorso di riconoscimento del suo mondo interiore, presentato nella parrocchia di Bucaletto (dove ha concelebrato anche Messa), ospitato da Don Salvatore e Don Luigi.

 

È sempre il primo impatto ad attirare l’attenzione, ma ha più volte ripetuto che sull’altare è un prete come tutti gli altri. È davvero così o riconosce di avere un approccio diverso, meno “canonico”, con la fede?

Come è successo con gli apostoli, Gesù chiama le persone con il proprio carattere e la propria personalità. Io devo avere una doppia fedeltà, a Dio per quello che mi chiede di essere e vivere, ma anche a me stesso per come Dio mi ha creato, quindi anche quando predico non posso allontanarmi da questa cosa, sono sempre me stesso e a volte, come diciamo in gergo tecnico “sgomm’ nu poco”, e le persone sorridono. Sono delle modalità, ma quando metto piede sull’altare mi interessa parlare di Dio, della Fede, della Chiesa, di Gesù, del Vangelo, cose che anche tutti gli altri preti fanno, forse meglio di me.

 

 

Questa modalità avvicina un po' di più le persone, perché magari si sentono più vicine alla vita reale?

Le persone sono incuriosite, però poi dopo soprattutto i giovani, che è il “materiale” con cui lavoro di più, vogliono incontrare una sostanza. Dietro gli orecchini, i baffi, una battuta fugace, cercano la sostanza, che passa per forza di cose attraverso la concretezza e le relazioni. Il Vangelo è bello perché non si parla solo di un Dio che fa miracoli, che sicuramente è affascinante, ma è secondario al fatto che Gesù entra in relazione con le persone che incontra. La Chiesa, se fallisce le relazioni, ha fallito in tutto, anche se diventa iper-povera o iper-miracolosa. Ci dobbiamo quindi interrogare, uno se siamo lavorando bene sulle relazioni e il Papa, sia l'attuale che il precedente ci spingono in questo; due, se siamo capaci di avere un approccio diverso alla fede che non va più per trasmissione, ma per attrazione di bellezza.

 

Mi ha anticipato sulla questione dei giovani che sono oggi quelli più lontani dalla Chiesa, forse manca un po' di ascolto, di vicinanza e di comprensione, visti i tempi che stiamo vivendo?

Il giovane ha bisogno di due cose, a mio modo di vedere: la disponibilità di tempo e la disponibilità a fallire con loro. Un famoso detto dice “Munn è stat, munn è e munn sarà”, sicuramente vero ma deve far conto con quello che accade adesso. Oggi ci sono molte più luci che i ragazzi possono seguire e dalle quali vengono attirati, di queste tante sono artificiali, le luci della fede che è una luce vera, devono avere questa capacità di attrazione. Come? Ritorno su un argomento basico che sono le relazioni, e la disponibilità ad investire del tempo con loro e a vivere il fallimento insieme a loro. Se ci pensi, anche per amare dobbiamo investire qualcosa che non abbiamo… “e che è ca nun t’nimm? U tiemb!”.

 

La sua presenza a Bucaletto, una comunità che dal post terremoto continua a vivere tante difficoltà, credo non sia casuale. Sacerdoti come lei, e comunque come Don Salvatore, giovani, dinamici e non convenzionali, che anche per sola curiosità riescono ad attirare le persone, quanto possono far bene a questo tipo di comunità?

Apprezzo tanto il lavoro di Don Salvatore, con il quale c'è un costante rapporto e anche un confronto molto bello su tutte le opere che fa. Ci siamo conosciuti perché ha cominciato in un campo nuovo per la Chiesa, un campo che ormai bazzico da cinque anni ed è quello dei giovani, delle scuole, non come insegnanti, ma entrando però nei luoghi che loro vivono ogni giorno, con dei percorsi legati all’affettività, alla crescita. Questa dinamica riscontra poi il parere favorevole degli insegnanti e anche dei dirigenti. Penso che questo di Salvatore sia un passo nuovo nei confronti di Potenza, come Diocesi e in modo particolare della sua comunità, perché potrà entrare in contatto con tanti giovani che non vede mai. Partivamo da un concetto, che noi preti stavamo dietro ad una scrivania e le persone venivano da noi, adesso è cambiato il mondo e il tempo, siamo noi a dover raggiungere le persone, e dobbiamo farlo attraverso i luoghi in cui i giovani sono protagonisti…la scuola è uno di questi, come anche l’Università.

 

Mi rifaccio al libro: bisogna armarsi di che cosa? Cosa rappresentano quei cinque ciottoli?

Nel corso della mia vita, ho incontrato tanti aspetti per cui le persone vanno in difficoltà, uno su tutti, la connessione e non la relazione. Quando Davide si china per battere Golia e sceglie un ciottolo, in quel momento Golia rappresenta non semplicemente un uomo, ma tante sfere della vita di un uomo che a volte non funzionano. Credo che in questo momento, il ciottolo mancante è quello dell’appartenenza, appartenere che è voce del verbo amare. Sentire di appartenere a qualcuno significa portare nel cuore l’idea che qualcuno tiene a cuore il nostro bene e ci ama. La Fede si basa su questo, dovremmo avere il coraggio di sentirci di appartenere a qualcuno e fare in modo che le persone che amiamo sentano che abbiamo a cuore il loro bene.