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Ha fatto rumore il suo recente passaggio al Pd, praticamente alla vigilia della fase congressuale.

Cinquantadue anni, considerato uno dei “Numeri Primi” fra i professionisti partoriti dall’Unibas, il materano Giovanni Schiuma è un docente di fama internazionale (coordinatore del Corso in Ingegneria Gestionale alla LUM) col pollice “rosso” (?) della politica, essendosi candidato a sindaco nella sua Matera all’ultima tornata elettorale, e sedendo oggi sui banchi del consiglio comunale della Città dei Sassi (dopo essere stato anche vice sindaco con De Ruggieri).

d: Come giustifica la sua esistenza?

r: E’ la domanda che accompagna ogni volta le mie scelte. La mia costante è quella di cercare di “creare valore”, di creare cioè un “impatto”, nonché naturalmente di dare un supporto alle esigenze di uno studente, o di un cittadino, se penso all’attività politica.

d: Lei di recente è passato al Pd, ma il suo non è stato l’attraversamento di un Rubicone, quanto il recarsi da un “vicino di casa”. Quale “impatto” e quale “supporto” ritiene di poter dare al partito (che è in una fase pre-congressuale, al solito turbolenta)?

r: Il Pd ha una lunga storia e una sua immagine consolidata; quest’ultima però, nel tentativo forse di stare sempre al governo, ha perso di identità. La sua dimensione valoriale, che è poi quella di essere vicina al cittadino, talvolta si è persa ed è stata offuscata da una particolare “realpolitik”, ovvero dall’esigenza di calcolare via via rapporti, accordi e progettualità. I conseguenza, il mondo civico -dal quale provengo- ha iniziato a leggere nel Pd quasi un’esclusiva attenzione rivolta ai nomi, alle postazioni, agli organigrammi e non già una programmazione in favore della collettività. Il mio contributo? Cercare di rimettere al centro la discussione politica, i grandi temi, i progetti che interessano i cittadini.

d: Il ripiegamento sui nomi sta verificandosi anche adesso, alla vigilia dei lavori congressuali. La cattiva abitudine di litigare su tutto sembra una malattia incurabile per il Pd.

r: Senza dubbio, come tanti altri partiti, il Pd è stato caratterizzato da correnti e fazioni interne che sovente si sono tradotte, diciamolo pure, in guerre tra bande. Adesso bisogna superare queste logiche, che sono ancora egemoni. Come? Mettendo al centro un’agenda politica concreta, per poi ragionare su quelle che possono essere le forze migliori (dotate di competenze e storia politica) per metterla in pratica. Personalmente non sono alla ricerca di cariche all’interno del partito: mi metto a disposizione del Pd...

d: Sì, ma lei entra nel Pd proprio in questa fase. Perché non sei mesi fa? E quindi viene naturale chiedersi se il motivo non sia una auto-candidatura...

r: La sua riflessione è corretta, ma la mia decisione avviene anche a valle delle elezioni comunali, che vedono il Pd in crescita. Questa è dunque una fase di transizione, in cui ho ritenuto di poter dare un mio contributo; se questo si tramuterà in un ruolo attivo, bisognerà discuterne, se mi saranno fatte delle offerte le valuterò, ma qui non si tratta di mie aspirazioni personali. Vorrei contribuire al dibattito politico.

d: A proposito di elezioni, oggi (martedì – ndr) dai titoli di giornale apprendiamo che il Pd non riesce neanche a godersi la vittoria di Pisticci.

r: Al di là di tutto, il dato importante da trarre a Pisticci è che il centrosinistra c’è. Così come la necessità di trovare all’interno di un perimetro nuove alleanze, ma vere e forti, sui progetti. Certo, è un partito da rigenerare, di rifondare, ma che è ancora portatore di valori fondamentali.

d: Il risultato elettorale a livello regionale di due anni fa ha tuttavia dimostrato che una sostanziosa parte dei votanti si è sentita tradita dal centrosinistra, in parte per i discorsi che ha già fatto lei, il carrierismo sfrenato, l’ossessione per i nomi e non per i progetti...

r: In realtà non condivido il discorso sull’esistenza di un “carrierismo sfrenato”, ma certo è che la politica deve avere i suoi cicli. A mio avviso il punto è che la società è cambiata, e la progettualità del Pd -e la comunicazione della stessa- non credo sia stata percepita adeguatamente dai cittadini.

d: Quindi i cittadini che prima votavano Pd secondo lei NON si sono sentiti traditi?

r: Si sono sentiti traditi nel momento in cui hanno riscontrato, all’interno delle fila del partito, un protagonismo “forte”, autocratico, di alcune persone, piuttosto che la presenza di temi. Ma i temi C’ERANO, è questo il punto. La mia critica non è rivolta alle persone, ma alla non capacità di comunicare e accompagnare i progetti verso un impatto reale. L’esempio di Matera 2019 è lampante: una vittoria, con diversi padri, ma anche un progetto che si è perso per strada, in assenza di una capacità di governance attenta (sebbene la Fondazione, con luci e ombre, abbia lavorato).

d: Al di là dell’impatto (enorme) sul turismo e sulla visibilità, le sembra che Matera 2019 abbia lasciato alla Basilicata altre “tracce” concrete dopo il suo passaggio? Oppure sono state solo…“Grandi Speranze”?

r: In effetti andrebbe fatta una seria valutazione sulle “opportunità mancate”, e ci sono state, ma finora non è accaduto. A mio avviso Matera 2019 doveva essere innanzitutto un processo di trasformazione della società civile, invece ci si è focalizzati su tutti quegli eventi culturali, rendendoli autoreferenziali e distanti dalla cittadinanza, che li ha dunque letti come “intrattenimento” piuttosto che come catalizzatori di cambiamento. Non si sono costruite progettualità circa sviluppi virtuosi nel lungo periodo, occorreva una governance più forte, in primis da parte dell’amministrazione Comunale (il coinvolgimento di De Ruggieri è andato scemando col tempo), e poi la Fondazione è stata anche vittima di alcune dinamiche politiche consumatesi a livello regionale. Gli stessi progetti sulla Open Design School o sul Museo Demoantropologico hanno avuto il fiato corto, perché si sono rivelati più estemporanei che altro. Pertanto, se vista da un certo lato, Matera 2019 è stata fallimentare, pur avendo prodotto delle esternalità positive. Ripeto, ci vuole l’onestà intellettuale di riconoscere gli errori della propria azione politica, per poi ripartire da lì.

d: Veniamo alla crisi al comune di Matera. Ieri (lunedì – ndr) i “dissidenti” hanno disertato un importante incontro col sindaco Bennardi. Che sta succedendo?

r: Innanzitutto direi che questa amministrazione non sta realizzando alcunché, considerando anche che i progetti portati in porto sono sulla scia dell’azione della precedente giunta. Sta accadendo che si sono create delle fazioni molto forti e sta venendo meno la capacità/esperienza politica di governarle. E’ da giugno che si va avanti così: non è solo questione di “ricatti” (per usare le parole del sindaco), perché non lo sono, sono giuste richieste da parte dei dissidenti. Manca appunto la capacità di coniugare le diverse voci che costituiscono la maggioranza. Manca un progetto vero, una visione vera e il rischio è che avremo una “parcellizzazione” -arriveremo a un “Cencelli” puro- e la città sarà vittima di questa spartizione di potere (la “lotta” è tutta qui). Ci stiamo piegando alle vecchie logiche, in barba ai tanti buoni propositi che avevano professato nella campagna elettorale.

d: Facciamo il gioco dei nomi: Bennardi.

r: Brava persona, ma al momento ancora inadeguata al ruolo.

d: Marcello Pittella.

r: Un leader che stimo, con una visione, ma che per varie ragioni si è trovato in difficoltà.

d: Margiotta?

r: Uno che riesce a governare da tanto tempo -nel bene e nel male- le sorti di questa regione, pur rimanendo, come dire, dietro le quinte.

d: Bardi?

r: Persona seria, onesta, ma lontana dalla Basilicata, non contestuale alle sue esigenze, e quindi non in grado di leggerle.

d: Se potesse prenderlo sottobraccio cosa gli direbbe?

r: Che la Basilicata ha delle potenzialità enormi, ma la vera palla al piede è la dimensione culturale. Occorre una vera rivoluzione culturale che dovrà partire dalle competenze, dal rinnovo di tutti i gangli decisionali, nei quali occorre soprattutto lungimiranza. Il tutto significa progetti seri, dinamiche di sviluppo, andare oltre le relazioni corte e destare la regione dallo stato di torpore culturale in cui si trova.

d: Il libro che la rappresenta?

r: “L’Alchimista”, di Coelho.

d: La canzone?

r: “L’isola che non c’è”, di Edoardo Bennato.

d: Il film?

r: “2001 Odissea nello Spazio” di Kubrik. La scena iniziale del monolite che scende sulla Terra indica la propensione alla conoscenza.

d: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

r: «Una persona che con umiltà, e spirito di servizio, ha cercato di dare un contributo allo sviluppo della sua comunità».