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di Walter De Stradis

 

 

 

Da bambino sognava di fare l’avvocato e il sindaco della sua città. Cita Bruno Vespa e dice che dal “virus” della politica non guarirà mai.

Cinquantacinque anni, ciuffo candido e barbetta, con un’esperienza da consigliere regionale forzista alle spalle, l’avvocato potentino Sergio Lapenna è il Presidente della Camera Penale Distrettuale di Basilicata.

Giova ricordare che, per definizione, una Camera penale è un’associazione formata dagli avvocati penalisti che operano in un distretto di Corte d’Appello, avente lo scopo, fra gli altri, di discutere di problemi in funzione di eventuali iniziative da intraprendere.

Un ultimo, simpatico inciso: l’avvocato Lapenna, cresciuto professionalmente in “casa Bardi”, è uno di quelli che anticipa le domande, e pertanto l’intervista se la sarebbe potuta anche fare da solo. Chi scrive, praticamente, nel corso dell’intervista a pranzo che segue si è limitato a masticare.

D: Come giustifica la sua esistenza?

R: La giustifico con una professione, quella dell’avvocato, che ritengo di svolgere con diligenza, e che era il mio “sogno nel cassetto” di bambino. E questo perché vicine alla mia famiglia vi erano alcune figure autorevoli, su tutte colui che è stato il mio “padre giuridico”, l’avvocato senatore Francesco Bardi, con suo figlio Piervito. Sono stati loro i miei esempi. Un lavoro che ti piace diventa quindi la “medicina” della vita.

D: Prima di arrivare al cognome Bardi, parliamo un attimo della situazione del tribunale di Potenza: sui giornali si sono lette tante cose sulla sua fatiscenza, si sono viste foto di infiltrazioni piovose...

R: Il tribunale di Potenza vive una situazione drammatica sul piano della struttura, ormai fatiscente: non sono stati fatti i lavori negli anni e quindi si vedono addirittura bacinelle messe a raccogliere l’acqua. Non si può più andare avanti così, proprio per il decoro di chi fa questa professione. Però il nostro tribunale ha tutta un’altra serie di problemi, che vorrei dire.

Prego.

R: Prima questione: l’esercizio della funzione giurisdizionale, oltre a essere fatta in maniera retta e leale, deve soprattutto APPARIRE tale. E purtroppo nei palazzi di giustizia della Basilicata probabilmente questo non sempre avviene.

D: L’annosa questione delle parentele?

R: Non avviene perché nel sistema italiano dell’ordinamento giudiziario abbiamo un vizio: i magistrati del posto svolgono l’attività lì dove sono nati e cresciuti. In una regione di 550mila abitanti (ultimo censimento), con 50/60mila “falsi residenti”, lei capisce bene che a un magistrato capita di conoscere spesso le persone coinvolte nei casi che deve trattare; e la conoscenza di una persona non ti consente di avere uno spirito libero nel giudizio, perché è di per sé un pregiudizio.

D: Anche nella persona più serena, lei dice...

R:...guardi, qui non si mettono in discussione rettitudine e onestà, non mi permetterai mai, ma si mette in discussione il come apparire nella decisione.

D: Lei parla di una sorta di condizionamento psicologico?

R: Faccio un esempio: metta che io e lei siamo andati a scuola assieme e che lei, per dirne una, è stato più bravo di me con una ragazza che piaceva a entrambi; io questo fatto me lo lego al dito, e così, persino da un fatto banalissimo come questo, può rimanere un pregiudizio. E questo pregiudizio può andare a inficiare sia negativamente sia positivamente. Ne consegue che come prima regola i magistrati dovrebbero svolgere la loro attività lontani dai loro centri d’interesse.

D: Quindi lei dice che questo è un problema nazionale che si acuisce nei piccoli centri.

R: Sì, perché qui i magistrati di fuori difficilmente si radicano e si costruiscono una famiglia, anzi, dopo un po’ se ne tornano nei loro luoghi d’origine. Pertanto, i posti messi a concorsi sono sempre più attrattivi per i locali, che sono ottimi magistrati, ma c’è questo problema.

D: Mi diceva però di più problematiche riguardanti il Tribunale di Potenza.

R: Come Camere Penali stiamo conducendo una battaglia, con proposta di legge, sulla separazione delle carriere. Fin quando il pubblico ministero non sarà diverso dal giudice che decide, noi avremo sempre una giustizia dopata. Le sembra mai possibile che in Cassazione (ove ricorre chi il processo l’ha perso, ovvero i pm o i legali), sul 70% di inammissibilità dichiarate, solo l’ 11% è dei procuratori e il restante 60 degli avvocati?! Quando un collegio della Cassazione giudica un ricorso del pubblico ministero, casomai preferisce rigettarlo, ma non dichiararlo inammissibile. Questa vicinanza non è più possibile. Se parliamo poi dell’ultimo libro di Sallusti con Palamara... beh, dica lei, se quelle stesse cose fossero state dette a proposito di giornalisti o avvocati, ci sarebbero stati già indagini, mandati di cattura o altro, mentre qui non succede nulla. Questo è un vero problema per il Paese, senza dimenticare il tema delle lungaggini processuali...

D: Che anche in Basilicata sembra essere concreto.

R: Però devo dire che l’attuale presidente della sezione penale del tribunale di Potenza, il dottor Baglioni, lo ha ridotto molto e quindi gli va dato atto di aver ridimensionato l’arretrato.

D: Ma com’è cambiata la professione di avvocato ai tempi del Covid? Quali i disagi maggiori?

R: La professione d’avvocato è diventata residuale. In quest’anno di pandemia, nei primi mesi noi abbiamo solo fatto le udienze con gli arrestati, diciamo così, poi mere udienze di rinvio. Da fine autunno abbiamo ripreso, ma sempre con molta difficoltà. In un momento del genere, di crisi sanitaria, economica e sociale, le bandiere che dovrebbero essere più dritte sono proprio quelle della salute e della giustizia, ma si registra un ritardo: i processi sono molti, spesso le aule sono piene di testimoni e quindi non si possono svolgere. Nel civile invece, col giudizio cartolare in cui perlopiù si scrive, il problema si è sentito di meno. Nel penale si possono invece fare solo le udienze più urgenti, le altre si stanno pure cominciando a fare, ma videoconferenze e video-chiamate nel penale sono di difficile applicazione. Un testimone non lo si può interrogare in video... il processo penale necessita della presenza delle parti, perché è fatto anche di emozioni e di sensazioni.

D: Di sudore.

R: Tra l’altro il Governo dovrebbe riconoscere che avvocati, magistrati e personale sono anch’essi “categorie a rischio” e quindi da vaccinare per poter lavorare. E c’è poi, qui in Basilicata, il tema, concreto, della prescrizione.

D: Si spieghi. E perché in Basilicata, in particolare.

R: In un processo dell’altro giorno è diventata definitiva una pena relativa a un fatto-reato contestato risalente al 2005. La sentenza definitiva è arrivata nel 2020: immagini quindi un cittadino che quindici anni fa magari aveva diciotto anni, che poi abbia cambiato tipo di vita, e che ora dovrà scontare la pena! La prescrizione, invece, su queste cose offre una garanzia, perché mette un limite oltre il quale è giusto che un cittadino non venga più processato. Il principio costituzionale della “rieducazione della pena” intanto funziona in quanto vicino al fatto. Se passano vent’anni, non ha più senso. La prescrizione ha abbattuto tanti processi, ma il 70 % di questi prima del rinvio a giudizio. I Travaglio e i Bonafede raccontano la favola della “colpa” degli avvocati, ma se noi chiediamo un rinvio, ci asteniamo o ci ammaliamo, la prescrizione è sospesa. C’è poi una questione locale, quella della impugnazioni. La Corte di Appello di Potenza, fino al 2016, era la seconda in Italia per annullamenti in Cassazione, quindi c’è qualcosa che non funziona. E anche su questo, noi chiederemo conto: stiamo raccogliendo i dati fino al 2020, e se questo trend dovesse essere confermato, ne chiederemo ragione al Ministero.

D: Passiamo alla Politica. Lei è stato consigliere regionale di Forza Italia, ma all’opposizione, mentre oggi c’è un governo regionale di centro-destra. Tra l’altro lei ha affermato di essersi fatto le ossa in casa dei Bardi e il governatore attuale è un loro parente. Sulla carta è quindi un altro suo sogno che si realizza. Ma nella realtà è veramente così?

R: Sono contento di questa vittoria e Bardi l’ho sostenuto, nel 2019. Oggi però sono un po’ perplesso. Bardi è un’ottima persona e sta svolgendo una politica seria sui temi seri; l’assessore Cupparo sta facendo tanto, è un valoroso, e ci sono consiglieri regionali che sono persone perbene...tuttavia, la Basilicata oggi ha bisogno di uno “shock”: noi non possiamo trattare i temi del petrolio e dell’acqua, con le “chiavi” degli anni Novanta. O si propongono iniziative realmente nuove, o questa regione rimane indietro.

D: Quindi trova Bardi poco “scioccante”.

R: Faccio una battuta: il cugino, l’avvocato Piervito Bardi, sarebbe stato molto più “scioccante”, cioè dinamico, come governatore. E’ possibile che nessuno pensi a usare le royalties del petrolio per vaccinare tutti i lucani? Chi si opporrebbe? E’ poi possibile che -tranne il discorso della card benzina che fu fatto da Viceconte- le royalties vadano ai trentacinque comuni dell’area e... ma lì è necessario fare una programmazione! Cioè, se io devo dare 20mila euro per il concerto di un cantante famoso a Viggiano, io vorrei sapere qual è la ricaduta! E allora perché non prendere quei soldi e aggiustare almeno le strade comunali, interpoderali...

D: E quindi se potesse prendere Bardi sottobraccio cosa gli direbbe?

R: Di farsi una settimana di ritiro spirituale...

D: Dove?

R: A Viggiano. C’è un bel monastero lì, ci abbiamo la Madonna: si fa guidare da don Paolo D’Ambrosio e invita Carlo Rubbia e qualche altro grande nome, e si fa indicare cosa serve alla Basilicata. Dopodiché direi a tutti: o si fa così, o me ne vado a casa. Tanto lui non ha problemi in questo senso.

D: Non è un politico di mestiere.

R: Il grande errore del mio amico Marcello Pittella è stato che... io dico, ma è mai possibile che oggi in Basilicata dobbiamo avere tutta una classe dirigente nominata da lui? Io non ci sto!

D: Ma lei, che è così sul pezzo, sta forse pensando a ricandidarsi?

R: (Sorride). “Una pena al giorno”, ma se ci saranno le condizioni e le occasioni, io mi rendo disponibile, ma più come elemento di coagulo, non più a guerreggiare per la preferenza.

D: Un allenatore-non giocatore.

R: Esatto. Perché perdere le esperienze è errato. Del governo Pittella non salvo nessuno, ma dico lo stesso che se c’era qualche personalità che aveva fatto bene, andava recuperata in qualche modo. Ma non certo tutti, perché così non funziona.

D: Il libro che la rappresenta?

R: “Il Piccolo Principe”.

D: La canzone?

R: “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri.

D: Il film?

R: “Il tempo delle mele”, mi rimanda alla mia giovinezza e al mio tentativo, vano, di conoscere il mondo delle donne (ride).

D: Fra cent’anni cosa vorrebbe fosse scritto sulla sua lapide?

R: «Ho tentato di aiutare qualcuno, spero di esserci riuscito».